Battistini Gino

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io sono Gino Battistini, nato a Sasso Marconi il 20 maggio 1925.

D: Gino, quando ti hanno arrestato, perché e chi?

R: Incominciamo dal perché. Il perché è che io ero un ufficiale partigiano di collegamento, cosiddetto allora, fra le varie brigate, specie con la Stella Rossa.

Venne un rastrellamento di tedeschi agli ordini di Roeder e mi beccarono siccome ero di Rasiglio, nativo e anche vivente a quel momento. Mi beccarono a casa mia. La casa si chiamava “La Balosara”. Venne un rastrellamento solo di tedeschi della compagnia del Generale Roeder.

Da lì ci portammo ad un paese che si chiamava… Insomma era oltre la mia casa verso Montebonsara, non mi ricordo più adesso il paese bene e chiusi dentro una porcilaia con diversi prigionieri.

Quella notte l’abbiamo passata in piedi dentro la porcilaia per partire la mattina per Bologna, però ci siamo trovati assieme ad un altro gruppo di condannati, erano già legati da un braccio all’altro. Hanno fatto due gruppi.

Noi ci siamo trovati poi con questo gruppo a Casalecchio di Reno nel cavalcavia dove hanno commesso l’eccidio di circa 15 partigiani e contadini di quella zona.

D: Gino, quando era questo?

R: Verso il 6-7 ottobre del ’44. Da lì noi abbiamo assistito alla selezione fra un gruppo e l’altro di questa divisione dei gruppi. Due gruppi eravamo, due gruppi siamo rimasti, però non sapevamo che quelli che mettevano da una parte andavano a fucilazione immediata e gli altri andavano alle Casermette Rosse, come me.

Dunque, noi abbiamo saputo della condanna di questi poveri diavoli impiccati a Casalecchio al ritorno dalla Germania, a guerra finita. Ci hanno portato alle Casermette Rosse a Bologna, siamo rimasti qualche ora, poi ci hanno caricato sul camion verso Fossoli di Carpi dove siamo arrivati.

D: Ma le caserme rosse che cos’erano?

R: Erano chiamate Casermette Rosse, erano uno smistamento di rastrellati, condannati, tutto un insieme.

D: Ma erano prigioni?

R: Erano una specie di prigione, ma per me erano caserme che usavano le Brigate Nere. Quelli che non andavano bene li mettevano lì e credo che si chiamino così anche adesso come nome. Da lì…

D: Ecco da lì?

R: Da lì siamo arrivati a Fossoli di Carpi dietro trasporto sul Po con delle zattere, alla meno peggio siamo arrivati a Fossoli di Carpi dove siamo rimasti credo una giornata, non tanto.

D: Il campo, scusa Gino, al campo a Fossoli nell’ottobre tu sei arrivato?

R: Sempre nell’ottobre al campo a Fossoli.

D: Ma il campo a Fossoli era ancora attivo, c’era ancora gente?

R: Era pieno di tutti i deportati.

D: Allora dicevi che dalle Casermette Rosse ti hanno portato a Fossoli di Carpi e il campo era ancora attivo, c’erano ancora le strutture?

R: Sì. Era un campo con diverse baracche, siamo rimasti lì poco tempo, ci hanno trasferiti alla galera di… Come si chiama…

D: Peschiera?

R: Peschiera, la galera di Peschiera. Alla galera di Peschiera siamo rimasti circa una settimana in attesa che aggiustassero la linea tra Verona e Bolzano. Loro dovevano caricarci su dei carri bestiame per far dei treni e mandarci a Mauthausen.

Lì abbiamo incominciato la grande sofferenza, poco da mangiare, interrogazioni, poi tutto quello che veniva.

D: Ma le vostre guardie erano sempre germanici?

R: Sempre germanici, tutti tedeschi. Siamo arrivati a Bolzano, credo siamo rimasti lì pochi giorni, credo, non sono sicuro.

D: Scusa una cosa, Gino, in quanti eravate voi quando vi hanno arrestato?

R: Grosso modo il primo gruppo da casa nostra, dalla Balosara come ho detto io ad andare su a questo paese eravamo circa 10 o 12. Alla mattina dopo nella porcilaia abbiamo trovato questo altro gruppetto che era di una quindicina, ma tutti legati.

D: C’erano anche donne?

R: Non me lo ricordo. Non credo, ma non sono sicuro, ma non credo.

D: E alle Casermette Rosse c’erano anche donne?

R: C’era di tutto. Lì c’era lo smistamento di tutto. Ma in base agli elenchi che avevano loro, allora facevano la selezione, chiamavano e bisognava partire, non si sapeva dove. Mai saputo neanche in Italia, non sono in casa sua, neanche in Italia. Era tutto segreto. Ti chiamavano e via andare. Ti chiudevano dentro dove credevano loro. A partire dalle galere di Peschiera, ci hanno messo sui carri bestiame, piombati con le sentinelle tedesche sui carri. Ci abbiamo messo per arrivare a Bolzano circa una settimana di tempo dal Brennero a Bolzano perché a ogni stazione ci mettevano a ricovero, così dicevano, a binario morto, perché i bombardamenti rompevano il treno, dovevano accomodare, staccare, attaccare, chi era chiuso rimaneva chiuso.

D: Da Peschiera a Bolzano?

R: A Bolzano. E a Bolzano ci hanno dato un po’ da mangiare, ci siamo un po’ rifocillati, però dopo di lì ci siamo accorti che eravamo già in Austria al cosiddetto Mauthausen.

D: Ma nel campo di Bolzano quanto sei rimasto?

R: Pochi giorni, pochi giorni, per lo smistamento e poi basta.

D: E poi da lì ti hanno portato a Mauthausen?

R: A Mauthausen. Noi anche a Mauthausen abbiamo fatto in tempo a vedere la scala famosa, la scala della morte, l’abbiamo saputo dopo la guerra che era la scala della morte e da lì poi ci trasferirono ad altri campi, il cosiddetto Buchenwald.

D: A Mauthausen ti hanno immatricolato?

R: No, perché ti facevano solo degli interrogatori e delle visite, contemporaneamente venivano lì degli ufficiali, parlavano fra loro e poi ci trovavamo chiusi un’altra volta su dei carri bestiame e via in questo paese che non sapevamo se era in Austria, se era Germania. Che cos’era. Non dicevano mai niente. Loro ci trasportavano a destra e a sinistra e non sapevi mai niente. Te ne accorgevi qualche volta del nome dove eri arrivato, poi partivi e non sapevi dove andavi.

D: Da Mauthausen ti hanno trasferito dove?

R: A quello che ricordo io sono andato a finire a Buchenwald e poi credo anche ad Auschwitz, credo, perché lo abbiamo fatti quasi tutti.

D: Ma a Buchenwald neanche lì ti hanno immatricolato?

R: Ma dei numeri sulla schiena, ci mettevano delle tute con dei numeri, ogni campo dove andavamo avevamo sempre dei numeri diversi. Ma noi non ci facevamo più caso perché ormai loro dicevano “Italy tot, Italy tot”, loro dicevano così come a dire “Kaputt”, loro dicevano sempre così.

D: E ti hanno utilizzato per lavoro a Buchenwald o a Mauthausen?

R: Hanno fatto di tutto, a togliere le bombe inesplose che venivano già dagli aerei e rimanevano in mezzo, loro stavano lontani da noi col mitra puntato e poi bisognava andare a prendere su la bomba che non era esplosa. Ogni tanto ne esplodeva una e partivano i compagni, loro erano al sicuro perché erano lontani e stavano ad aspettare.

D: Ma questo, Gino, a Mauthausen o a Buchenwald?

R: A Mauthausen no, questo colpo che ci hanno dato di grazia al bombardamento di Dresda, siamo passati da Dresda per lavori di raccolta di bombe. Lì c’era il pericolo maggiore, ne sono morti parecchi con lo scoppio delle bombe inesplose.

Era perché non erano esperti nel muovere la bomba o perché erano ad orologeria, non lo so com’erano, però ogni tanto saltavano per aria e i tedeschi lo sapevano.

D: Gino, ti ricordi il nome di qualche tuo compagno?

R: Mi ricordo, c’era mio fratello Remo, poi c’era un altro che si chiamava Sandolini, però non erano partigiani, erano stati presi in un rastrellamento di partigiani, però erano civili. Poi un altro si chiamava Bachelli, poi ce n’erano parecchi, adesso non ricordo più, sono morti tutti. Ce n’erano parecchi della zona di Rasiglio, noi eravamo di Rasiglio.

D: Dopo Buchenwald dove ti hanno portato?

R: Ci siamo trovati a Dresda per raccogliere queste bombe. Lì dopo ci smistavano. L’ultimo campo in cui sono stato, sono stato poi liberato dopo la guerra era a Chemnitz, Karl-Marx-Stadt, era nella bassa Slesia dove c’è quella valle.

D: Lì cosa facevi a Chemnitz?

R: Ci avevano messo in officina, era l’officina militare. Io in particolare mi ricordo che facevo le canne per le mitraglie, però eravamo sorvegliati più che negli altri posti, non so il perché. Lì ci facevano fare questi lavori, bisognava tacere, non dire niente a nessuno, non parlare male della Germania, bisognava salutare “Heil Hitler” tutte le volte che si vedeva un superiore, altrimenti erano legnate e il mangiare era quello che davano a tutti. Rapa secca che era una cosa dell’altro mondo, non si mangiava, poca, alla festa qualche Kartoffel, patate, il pane, ci davano un chilo di pane la settimana, tutto in una volta, ma era quel pane non nero, erano quelle patate che stendono così, veniva fuori l’acqua. Facevano presto a fare quel pane. Era tutto un bordello. Ne moriva sempre spesso qualcuno e bisognava portarli nella camera mortuaria.

Poi c’erano le squadre. Tutti i giorni cambiavano. I famosi forni crematori, noi non sapevamo niente, guai, perché chi lo sapeva, chi se ne accorgeva, lo facevano fuori subito. Nessuno doveva sapere che cosa si faceva, che cosa si andava a fare. Si portavano in questa camera credendo che fosse un posto per i defunti, invece era un posto per i defunti sì, però erano destinati ai forni crematori e ad altre cose, ad altri esperimenti che facevano loro.

D: Gino, scusa, in quella fabbrica di Auschwitz, ti ricordi se aveva qualche nome la fabbrica, come si chiamava? Non te lo ricordi?

R: Avevamo in testa il nome, un nome che non… Ho cercato di dimenticare tutto perché… “Fabrik” dicevamo.

D: Lì lavoravate di giorno e anche di notte?

R: 12 ore al giorno, notte, giorno, secondo il turno. Poi andavi nel Lager dove c’era il Lagerführer e si doveva sopportare il resto del Carlino. Botte anche lì se uno faceva qualcosa e quando era il tuo turno di andare a lavorare, ci avevano dato delle scarpe che erano zoccoli di legno e dalle scarpe si sentiva girare uno da lontano un chilometro, quindi non si poteva neanche dire “Scappo via”, dovevi andare scalzo, era d’inverno, era freddo.

D: E nella fabbrica c’erano anche dei civili?

R: C’erano anche dei civili però erano divisi. Lì tenevano quelli che…Non so, specialità che volevano loro. Mi ricordo che anche dei civili andavano alle mense, ma per me era volontari più che civili e rastrellati, per me, perché si faceva sempre la caccia anche a noi con un registro. Se firmavamo dopo eravamo liberi e mangiavamo il pane bianco. Questo era sempre in tutti i Lager dove si andava, firmate per essere non contro di loro, con loro con la…

Allora chi non accettava come ho fatto io che non ho accettato niente, voglio andare a casa a vedere i miei genitori, però non come vostro aiutante, come ribelle nel vostro sistema. Difatti c’era questo sistema con cui hanno reclutato diverse persone.

D: Gino, ti ricordi se c’erano delle donne in fabbrica?

R: Sì, c’erano delle donne. Io mi ricordo che avevo vicino a me una donna slava, una partigiana e si parlava del più e del meno, sempre di nascosto, sotto metafora. Ci guardavamo negli occhi, era sufficiente per far capire che noi avevamo degli accordi segreti. Molti hanno lasciato le penne per quello perché non hanno saputo fare in modo segreto le loro cose.

D: E l’ sei rimasto fino a quando?

R: Io sono rimasto lì dei mesi fino alla fine della guerra. Dopo è arrivata la truppa rossa, i russi ci hanno liberato. C’è da dire una cosa, ci hanno liberato dal campo di sterminio, però dopo ci hanno riconquistati ancora i tedeschi, perché il fronte veniva avanti da un lato e andava indietro dall’altro.

Allora i tedeschi quando hanno visto che arrivavano addosso i russi per portarci indietro, hanno fatto in modo da portarci via da quel campo e poi siamo andati a finire fino a Kiev dietro dall’altra parte per il fronte russo. Poi ci hanno liberato i russi, eravamo in Russia, si veniva avanti in quel modo.

Noi dei russi non possiamo dire niente perché erano nostri liberatori.

D: E ti ricordi quando siete stati liberati più o meno?

R: Più o meno noi siamo stati liberati credo a metà maggio, alla fine di maggio. Credo così. Siamo stati tra gli ultimi proprio come Liberazione.

D: Dopo la Liberazione tu dove ti trovavi?

R: Mi trovavo al fronte russo e ci hanno caricato i russi con delle caravelle, con dei carri di tutte le specie, dicevano “Italienski via, Italienski via”, venivamo in qua per venire verso l’Italia, ma eravamo in una zona e nessuno ci sapeva dire che strada dovevamo fare.

Noi venivamo un po’ a piedi, un po’ su questi carri, un po’ su qualche treno locale che si trovava lì, o corriere che c’erano, dei mezzi del genere per venire, guardavamo il sole per venire a casa. Quando vedevamo il sole la mattina, partivamo verso il sole, perché noi siamo del sud, veniamo in Italia.

Abbiamo fatto diversa strada in quel modo, poi siamo riusciti ad arrivare in Austria, a Vienna credo, no, ad Innsbruck dove c’era un campo di smistamento. Lì eravamo già in mano agli americani con i neri che avevano questi camion, ci caricavano, ci portavano a Bolzano. Bolzano l’abbiamo trovata ancora a venire in Italia.

Da lì abbiamo trovato dei mezzi di fortuna per arrivare ognuno al paese dove doveva…

D: Gino, lì a Bolzano vi siete fermati ancora?

R: Un giorno credo, ma solo per trasbordo, per passare. Poi lì si mangiava. Se devo dire la verità, il pericolo maggiore di tutto questo era proprio lì, c’era una cucina militare che coceva la pasta da darci da mangiare. Ma siccome sui camion con i neri non ci davano niente da mangiare, da Innsbruck a lì, avevamo già accumulato un’altra fame. Quando arrivavamo lì, deboli come eravamo, fame a rotta di collo, vedere la cucina, questo fumo con le pentole… Noi abbiamo assaltato il campo e abbiamo rovesciato tutto per terra, mangiato la terra, tutto. Ci siamo trovati dentro ad un dormitorio con la pancia gonfia e molti sono scoppiati, morti lì.

Dalla fame che avevano, avevano mangiato i maccheroni mezzi cotti, una cosa e un’altra per mettersi su un letto e si moriva in quel modo, dopo aver passato tutto quello che avevamo passato.

D: E tuo fratello era con te?

R: Mio fratello l’ho perso a venire a casa da Bolzano a Bologna, l’ho perso e l’ho trovato prima di arrivare a casa fortunatamente. L’ho raggiunto con un camion a Calderino che era su a Monte San Pietro, era un paese dopo Casalecchio andando su per la montagna.

D: Ma tuo fratello ti ha seguito in tutto il percorso?

R: Siamo stati quasi sempre insieme, però anche lui era immischiato come partigiano e non lo allontanavano. Tanti altri invece venivano messi in disparte e facevano tutte le divisioni e noi non sapevamo perché. Si pensava, perché avranno bisogno qui, avranno bisogno là. Però loro lo facevano solo per ragioni politiche. Era tutto lì il suo distacco da uno all’altro. E volevano vedere se c’era qualcosa di trama fra noi e tutti gli altri. Dividendoci loro volevano riuscire a capire cosa bolliva in pentola e allora ogni tanto ne spariva qualcuno e non sapevi dove andava.

Purtroppo quando siamo venuti a casa abbiamo saputo che era toccata la sorte della morte. Io devo dire che abbiamo sempre parlato con gli altri. Fortunato chi può dire questa cosa. Difficilmente avevamo la speranza di rientrare in Italia perché c’erano troppi pericoli. Come Le dico, lì eravamo già in Italia, la gente moriva perché la gente mangiava questa roba biscotta e tutta in una volta.

Poi siamo arrivati a Bologna. A casa, eravamo come delle lucertole, chi ammalato da una parte, chi ammalato da un’altra, io avevo un’infiltrazione polmonare, mio fratello anche lui. Ci siamo pesati, eravamo 40 chili, 37 chili. Può immaginare a 19 anni, a 20 anni che abbiamo compiuto là era una cosa indescrivibile. Non si può neanche descrivere adesso che cosa abbiamo passato.

D: Ti ricordi la data più o meno quando sei arrivato a casa?

R: Credo il 6-7 giugno del ’45, credo.

Santarelli Giorgio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Come ti chiami?

R: Giorgio Santarelli.

D: Quando sei nato?

R: il 13 marzo 1925, nato a Firenze, fiorentino doc. Perché si fu arrestati dalla Gestapo a Milano? Perché si era con l’intelligence inglese nella Val di Faro, per richiedere la lancia partigiani, le formazioni di lì. Lanciarono assieme al materiale anche una missione di due persone che noi si doveva accompagnare a Milano per presentarla al CLN di Milano.

Sennonché uno di questi due, di cui credo di ricordare il nome, ma siccome non sono certo, non lo faccio, uno di questi due fece il doppio gioco ed andò a denunciarci alla Gestapo. Per cui una mattina io e Giorgio Chieffo mitra alle costole, in macchina ed all’hotel Regina che era il comando della Gestapo.

D: Scusa, ti ricordi quando ti hanno arrestato?

R: Posso guardare?

D: Certo, che puoi.

R: Perché sennò. Il 31 agosto del 1944.

D: Vi hanno arrestato. Chi vi ha arrestato? Erano italiani o germanici?

R: Erano italiani, ma ci portarono all’hotel Regina che era il comando della Gestapo tedesca. Tant’è vero che quando si passava davanti all’hotel Regina si diceva ” Se si entra lì dentro, non ci si sorte più”.

Bene all’hotel Regina, si parlò con un maggiore tedesco, mi chiese come mi chiamassi, gli dissi il nome, gli feci vedere la carta falsa, mi disse subito

” Non è vero, tu agente del nemico, una, due ore fucilato.” Queste furono le sue parole.

Va beh. A questo punto mi mandò fuori, con gentilezza, lo disse, e con poca gentilezza delle SS, ci portarono a San Vittore. A San Vittore, quinto raggio, isolamento.

Duro, l’isolamento è duro, ogni tanto ci chiamavano, ogni due o tre giorni, per gli interrogatori, dopo chissà perché ci mandarono a Bolzano, invece che…

Quello ci interrogò e ci disse: “Fucilati di sicuro perché è nella legge di quella”, ed era giusto. Ed invece andò così, misteri. Misteri.

Si arrivò a Bolzano. A Bolzano si arrivò, non me lo ricordo. So che si fuggì l’8 ottobre 1944.

D: Scusa, da San Vittore a Bolzano?

R: In pullman.

D: Ma solo voi due?

R: No, si era assieme, ci avevano messo a noi i triangoli rossi, a noi ci avevano appuntato dei politici, e gli ebrei i triangoli gialli degli ebrei e si era stipati tra triangoli rossi e triangoli gialli.

Non solo, dirò che di guardia alla porta c’era un francese.

D: Alla porta del pullman?

R: Alla porta del pullman, che ha optato per le SS tedesche ed io feci amicizia con questo ragazzo francese. Amicizia, ci si mise a parlare, e lui per arma aveva un fucile mitragliatore, l’arma classica che lanciavano gli alleati e armeggiava, e gli dissi “Stai attento” ed ebbi addirittura il fucile mitragliatore in mano, e la tentazione fu grossa. Però c’era tutta l’altra gente.

Si arrivò a Bolzano sul far della sera e la prima cosa che ci fecero, ci fecero mettere in ginocchio. Quattro cinque erano seduti su una sedia con un rasoio elettrico, non era proprio un rasoio, era un tosa pecore, mi sa, e ci fecero la rapa a tutti, questa fu la prima funzione.

D: Ascolta c’erano anche delle donne assieme sul pullman?

R: Sì ebree. Ebree, mi ricordo. E poi ci misero nei blocchi e mi sembra, mi sembra di ricordare che fu il blocco K, quello cui io fui messo. Poi ci incominciarono a portare a lavorare alla galleria dove poi nacque una fabbrica di cuscinetti a sfere.

D: La galleria del Virgolo.

R: Eccolo, bravo. E qui ho un ricordo, perché vivo di ricordi. Un tedesco, il capoccia di quelli che ci guardavano, gli si era messo nome “pisceria” e dirò il perché. Siccome il tragitto era lungo ed ogni tanto qualcuno bisognava che per bisogni fisiologici che si fermasse, andava da lui e gli diceva di farsi fermare.

Siccome c’era un lungo muro, non mi ricordo, di una fabbrica o di qualche cosa, allora quando si arrivava così questo tedesco alzava le braccia ed urlava “piscerai” e che si avesse bisogno oppure no, bisognava mettersi tutti faccia al muro per poi ripartire. Era un brav’uomo, era un brav’uomo, tutto sommato era un brav’uomo. Non era un pessimo.

Devo dire cattiverie cattive nel campo io non ne ho viste. Onestamente ho visto legnare uno perché lo avevano ripreso perché era scappato, di fronte a tutti lo presero a legante.

Devo dire che mi ricordo di due legati ad un palo con un cartello con dietro scritto “Di ritorno dall’escursione”. E non si poteva avvicinarsi né per portargli da bere né niente. Che fine abbiano fatto, non lo so. Mi ricordo di qualche lambrata, di qualche pedata, insomma, cose del genere, questo sì.

D: Scusa Giorgio, quando vi portavano a lavorare alla galleria, voi partivate dal campo di Bolzano a piedi, e a piedi raggiungevate la galleria del Virgolo, e lì cosa facevate. Nella galleria?

R: Sì. Si scavava la galleria. Ma io avevo un compito strano perché mi avevano messo, c’era una macchina, una strana macchina, con due piatti, si doveva prendere dei sassi grossi metterli nel mezzo, in modo che questi piatti li riducessero. Sicché non ci si poteva fermare un minuto perché questa macchina faceva un fottio tremendo, se ci si fermava lo si sentiva. Allora si trovò un pezzo di ferro e si mise quello, quello sbatteva, ma non si rompeva, però ad un certo punto successe che rimase attraverso tutto così, tirare via non si poteva per paura che le mani ci rimanessero dentro, bruciava il motore perché girava a vuoto, il tedesco si arrabbiò. Questa volta le buscai. Ma, insomma.

D: Per quanto tempo sei rimasto a lavorare lì?

R: Direi quindici, venti giorni al Virgolo perché poi succedeva che ci facevano fare altri lavori, per esempio io e Giorgio si era addetti alla disinfezione in un carrello, lo ha rammentato anche Giorgio questo, si faceva il fuoco sotto e si buttavano dentro le tute con dei bastoni, quando l’acqua bolliva per disinfettarli e noi ci si faceva cuocere le patate lì dentro che chissà come si erano avute queste patate e si tiravano fuori blu perché stingevano le tute, ma erano patate e si mangiava, e questo non è poco.

Poi ci portarono a scalinare, proprio a Caldaro. A Caldaro, sopra c’era la Mendola, insomma. Qui si ebbe la fortuna sfacciata, perché ci vuole anche ella nel mondo. Il mondo è fatto di fortuna e di sfiga, insomma, non è più una parolaccia. Vero?

Perché ad un certo punto ci rinchiusero tutti in una casa, io e Giorgio si trovò il buco per sortire fuori e si scappò. Solo che un contadino ci vide, ma questo contadino rubacchiava ed allora io per farlo star zitto gli dissi “Stai zitto perché tu rubi”, ed allora lui zitto stette. Si incominciò. Si attraversò prima tutti i filari di viti, mi ricordo e poi si attaccò la montagna. La montagna la conoscete meglio di me, è ripida. E avanti. Sennonché ci misero le canizze dietro, dopo un po’. Sai da un uomo ti nascondi, da un cane non ti nascondi. E qui la fortuna sfacciata, venne uno di quei temporali tremendi che vengono spesso su a Bolzano dalla Mendola. Acqua ed i cani persero le piste. Persero la pista e venne notte.

D: Lì dicevi che ricordavi la data della tua fuga.

R: La fuga fu l’8 ottobre 1944.

D: Ascolta, voi avevate ancora la tuta?

R: Questo è un altro discorso. Siccome si aveva idea di scappare in ogni caso la sera prima si ebbe a chiedere al capo campo italiano, c’era un capo campo degli abiti borghesi perché si voleva scappare, da mettere sotto la tuta.

Lui ci sconsigliò, “Non ce la fate”, ci disse, “non andate via”. Ma ormai si era decisi e ci procurò questi abiti borghesi da mettere sotto la tuta e devo dire che tutto il blocco lo sapeva questo. Nessuno ha fiatato.

D: Tutti sapevano della vostra fuga?

R: Sì perché si portò gli abiti borghesi in blocco, sicché tutti sapevano in blocco della nostra fuga e nessuno ha fiatato mai. Per farsi belli può anche darsi che ci fosse chi, ma non è stato così.

Sicché noi sotto la tuta si aveva gli abiti borghesi. Tant’è vero che quando si scappò, c’era un cimitero vicino con delle mura basse. Si disse, è rimasto proverbiale con Giorgio “Quando siamo al cimitero, siamo a posto”.

Perché si scavalcava il muro, ci si toglieva le tute e si rimaneva in abiti borghesi e così fu.

Basta. La mattina si dormì sotto l’acqua accostati ad un tronco d’albero di traverso sennò si ruzzolava a valle. E la mattina si ricominciò a camminare e si arrivò alla Mendola.

Alla Mendola, proprio sulla strada, al ciclio, c’erano degli operai a lavorare e mangiavano, era l’ora di pranzo, e c’erano delle fette di pane così e si disse, altrimenti si sarebbe cascati a terra.

Si fece la conta a chi doveva andare a chiedere, o la va o la spacca, perché rischiare in due sarebbe stato inutile. Toccò a Giorgio. Andò e portò delle sleppe di pane però disse, occhio, rimanete nel bosco perché sono ancora a cercarvi. E noi ci si buttò giù nel bosco. E si arrivò a Ruffrè.

La sera, la tarda sera, si arrivò a Ruffrè e si vide Don Lino Giuliani, ora Monsignore, allora parroco di campagna, su e giù per la Chiesa a leggere il breviario. Si disse, o la va o la spacca, questa volta toccò a me, logicamente. Si stette più di un mese da Don Lino. Perché c’erano due problemi grossi. Uno era quello della rapa. Per farsi fare i documenti falsi e poi ce li fece, io l’ho saputo, la signora Baldassari Maria, del Comune di Lavarone. Ci fece delle carte d’Identità false. Però fare le fotografie rapati sarebbe stato illogico, col cappello non si possono fare fotografie, sicché ci toccò aspettare da Don Lino che ci ricrescessero un po’ i capelli e lui ci ospitò.

Io mi ricorderò sempre la prima notte, dormire tra due lenzuola con un piatto di pasta asciutta grosso così. Sono cose grandi. Sono cose grandi.

Si stette da Don Lino per almeno un mese, penso, poi si ebbero i documenti falsi e si andò a Milano. Si restò a Milano e si ripresero i contatti con il CNL e si trovò il modo di espatriare in Svizzera. Il bello era che il CNL ci aveva fornito dei documenti falsi delle SS italiane ed in Svizzera davano asilo a tutti meno che alle SS. Quando si arrivò al confino ci volevano rimandare indietro perché si era delle SS, però telefonarono al consolato inglese che ci aspettavano, allora servizio di consolato, perché spia non è mai stato, telefonarono e ci rimandarono al consolato in Svizzera.

Poi per una serie di ragioni, dall’intelligence inglese si passò a quella americana con le OSS, ci rispedirono in Repubblica di Salò in servizio. “No”, ci dissero, “se volete rimanere in Svizzera fino alla fine della guerra”. Ma si era ragazzacci. Si optò per ritornare.

Giorgio Chieffo rimase a Milano, non so con quali compiti, e me mi mandarono proprio a Bolzano o nella zona, perché dovevo dare settimanalmente notizie sulla viabilità della strada del Brennero e sui posti dove nascondevano i camion, perché di giorno non viaggiavano camion. Io ho preso tre mitragliamenti, ed ero in motocicletta, dagli alleati perché tutto ciò che si muoveva mitragliavano. E lì ho trovato la fine della guerra. Presentai al comando americano il CLN di lassù, mi feci dare una macchina, caspita e mi ricordo che mi dettero la macchina del Maggiore tedesco di lassù che era una cabriolet bianca tinta, con la croce rossa. Ma loro intervennero con una pistola color verde militare e me la fecero subito verde, foglio di viaggio e a casa.

Devo dire a proposito di questo Maggiore tedesco che era un medico, perché gli alberghi della Mendola erano tutti ospedali militari. Comandati da un Maggiore, questo Maggiore, claudicante, mi ricordo un galantuomo.

Quando successe il patatrac e le truppe tedesche scappavano e venivano su, allora lui volle incontrarmi e ci si trovò d’accordo nel dire, un soldato tedesco ed un partigiano con la fascia tricolore avrebbero fermato le colonne tedesche, le avrebbero disarmate e le avrebbero lasciate andare dove volevano. E così è andata alla Mendola. Ci fu una sparatoria, non si è mai capito come, ma insomma, fu liscia.

Poi vennero gli americani ed io lasciai tutto in mano a loro, presi questa macchina, questo permesso e venni a Firenze. Non fu cosa facile arrivare, non fu cosa facile, ma ogni modo ci arrivai.

D: Scusa un attimo Giorgio. Che cosa ti ricordi tu del Lager di Bolzano. Del campo, come te lo ricordi?

R: Mi ricordo dei tipi stranissimi del campo, c’era Vivere, si chiamava che era un tizio, non so se qualcuno ve lo ha raccontato. Addetto ad un brutto servizio, antipatico servizio, tutte le mattine lui aiutato da un altro, con un carretto, veniva ai vari blocchi a prendere i buglioli piccini, li rovesciava ed era un servizio piuttosto disdicevole e lo faceva prima che aprissero i blocchi e mi ricordo che cantava sempre la canzone “Vivere, vivere, sono così giocondo.” Ecco, quest’uomo mi è rimasto impresso.

Poi una volta che odiai tutti i prigionieri del campo come me, perché? Successe che portarono un carro di pane e chiamarono me ed un altro a far volare le pagnotte tedesche militari, grosse, pan quadrato come c’è ora, a farle volare al di là del filo spinato, alle cucine, alle cucine c’era chi le prendeva e le metteva lì. C’erano due tedeschi a guardare ed io che ero vispo, facevo il lavoro veloce e quando vedevo che i tedeschi guardavano tutti e due da un’altra parte, ne buttavo uno indietro invece che avanti, e rischiavo, perché se mi vedevano erano legnate. Finto il lavoro non mi toccò nemmeno una midolla, me ne ebbi tanto a male. Questi sono ricordi.

D: Ti ricordi se nel campo, dicevi prima che con il tuo trasporto sono venute anche delle donne, quindi c’erano anche le donne ed erano impiegate anche loro nei lavori?

R: Questo non lo so, questo non lo so. So che il blocco mio confinava con il blocco delle donne, appunto che il muro non arrivava proprio fino in cima, c’erano dei fili spinati e volavano i frizzi. Ma se deportassero anche loro al lavoro non lo so.

Ricordo però che c’era una baracca, in fondo a sinistra, dove c’erano i sorvegliati speciali, e dove non ci si poteva nemmeno avvicinare, ecco, quello che accadesse lì non lo so. Però penso che si sia incattivito il campo, nell’andare del tempo. Può darsi questo.

D: Ti ricordi se hai visto dei religiosi o dei sacerdoti?

R: No, uno mi disse, “Io sono un prete.” Perché aveva la tuta come gli altri. Tant’è vero che era del mio blocco e mi chiese se sapeva che la mattina dopo si sarebbe tentato la fuga, e mi chiese se volessi confessarmi, io non sono credente. Lo ringraziai.

D: Non ti ricordi il nome?

R: No, no. Assolutamente no. Fu lui a dichiararsi prete perché aveva la tuta come noi. Mi avvicinò proprio con questo scopo, io lo capisco, per l’amor di Dio.

D: Ti ricordi se hai mai visto dei bambini nel campo?

R: Non lo so. Non lo so. Con le donne forse sì, ripensandoci. Signori, è passato qualche mese, insomma.

D: Giorgio ascolta, eri entrato nel campo dando il tuo nome vero o dando false generalità.

R: Ero entrato nel campo dando false generalità. Il mio nome vero non esisteva più, insomma. Ora non mi ricordo più quali. Ho detto quel nome, ma ora penso che forse non è quello perché ho ancora la carta d’identità altrimenti al campo me l’avrebbero ritirata. Ogni due mesi, ogni mese si cambiava documenti, si cambiava nome e cognome, capiscimi.

D: Ti è stato dato un numero di matricola?

R: Sì. Ma non me lo ricordo.

D: Giorgio che tu sappia, voi lavoravate, tu e l’altro Giorgio, lavoravate per il servizio inglese.

R: Per l’intelligence.

D: Che tu sappia l’intelligence si è mossa quando ha saputo che voi siete stati arrestati?

R: Sì. Si è mossa. Si è mossa e dirò il perché. Ci fece sapere tramite non mi ricordo chi, in carcere un secondino, c’erano dei secondini, dei guardiani che erano dei nostri, che un medico era dei nostri. E che quindi si marcasse visita quando c’era quel medico per poter avere dei contatti e ci furono dei contatti, insomma, ci servirono.

Mi rammento di un guardiano che la mattina quando venivano lì a vuotare il buiolo, si lasciava cascare dalla tasca tre o quattro sigarette, erano vita. In isolamento erano vita. Per quello ho avuto anche qualche cosa, ma qualche cosa fumo ancora.

D: Come era avvenuto il tuo reclutamento per l’intelligence quando eri in Val di Taro?

R: La cosa è lunga. Quando io ero ragazzo, terza media, ero antifascista, ma non per ragioni politiche perché di politica non ci si intendeva, ma perché mi erano antipatici, perché volevano che facessi quello che volevano loro, andassi in fila, il sabato avevo una ragazza e mi toccava andare all’adunata. Insomma, mi erano antipatici.

Feci dei volantini e mi misi ad attaccarli alle porte alla sera, fui scoperto ed ero minorenne e mi portarono in carcere. Poi la cosa si risolse, mio padre era buon amico della Pira, il Vaticano, a quel punto, la cosa si risolse senza nemmeno un processo, però rimasi in vista. Tutte le volte che veniva un capoccione fascista, quando venne Mussolini, per esempio, a me mi venivano a prendere e mi portavano a casa. Tant’è vero che mi presentai da me alle carceri per non far venire i Carabinieri a casa, perché non era bello, non sapevano perché venivano. Mi dissero “Guarda che non ti si può prendere”, allora andai all’ufficio politico della Questura “Non mandate i Carabinieri a casa, ci sono di già”.

Allora quando successe l’8 settembre le cose si fecero più serie, sarebbero venuti a cercarmi, insomma e con le cattive e mi aggregai ai primi gruppi partigiani intorno a Firenze. Andai da me, camminai ed alla fine li trovai, insomma. Solamente erano comunisti. In famiglia mia erano tutt’altro che comunisti e quindi non avevano piacere che io fossi lì, ma nemmeno in casa. Avevo uno zio prete ed accanto alla sua parrocchia c’era un convento di frati. Dentro a codesto convento aveva fatto base una missione inglese. Allora i miei pur di togliermi dalla formazione rossa preferirono farmi aggregare a codesta missione inglese. Ecco come sono entrato. E fummo mandati insieme a Giorgio Chieffo che lo conobbi lì, non so come, nella Valle di Taro, sei mesi, a richiedere i lanci di materiale ed armi, insomma.

Intanto che si era lì, si capisce, che si faceva quello che si doveva fare, quello che facevano gli altri.

D: Quando, dopo la fuga, dalla Mendola, siete rientrati tutti e due a Milano. Come avete fatto a lasciare la Mendola e venire giù a Milano? Te lo ricordi più o meno?

R: No, scusa. Quando?

D: Quando dopo la fuga eravate da Don Lino.

R: Bene, quella signora che ti ho detto ci fece le carte d’identità, ci si mise in un posto di blocco tedesco, perché allora si viaggiava tutto di fortuna, e ci si mise in coda con altri, e quando passò una macchina con due ufficiali tedeschi la fermarono, e disse “Milan” ed allora ci misero dietro e si è fatto il viaggio comodamente dietro la macchina di questi due signori tedeschi.

D: Il vostro contatto a Milano chi era?

R: Il nostro contatto a Milano?

D: Quando siete arrivati a Milano e avete preso contatti con il CNL.

R: Non mi ricordo il nome. Non mi ricordo. Il nome non me lo ricordo. Poi sono tutti soprannomi, è inutile, i nomi non ce se li diceva, non me lo ricordo.

D: Giorgio però ti ricordi quando dalla Svizzera siete rientrati in Italia?

R: Sì.

D: Non avete fatto un viaggio diretto, vi siete fermati in un posto, in un paese.

R: Sì.

D: In Svizzera. Ti ricordi? Vi siete fermati per caso a Campione?

R: No, non ci siamo fermati. Quando si optò per le OSS americane, siccome entrati in Svizzera bisognava fare una quarantena, e per chi aveva i soldi era in certe ville, sennò li mandavano in campi di raccolta, e non di concentramento, per l’amor di Dio.

Noi si era in una di queste ville, mantenuti dal Consolato inglese e si doveva fare la quarantena. Allora furono le OSS stesse a toglierci di nascosto da codesta villa, mi ricordo che si dormì in casa di due che erano a Lugano, al caffè, al maggior caffè di Lugano, lui suonava la chitarra e lei cantava. Ci misero in casa di codesti due signori ed il giorno dopo ci accompagnarono a Campione d’Italia che era territorio libero perché era comandato da un Capitano dei Carabinieri, il quale aveva optato per Badoglio e non per la Repubblica e mi ricordo che ci fece un documento questo Capitano unico, a tutti e due, in cui c’era scritto “Si permette a due signori, che rispondono al nome di Giorgio e Giorgino di soggiornare per un periodo illimitato nel territorio di Campione d’Italia.” Questi erano tutti i nostri documenti.

Da albergo in albergo ci dissero “Qui potete chiedere i soldi se volete andare a giocare al casinò, qui paga l’America, insomma”.

Poi fu una cosa strana, c’era una ragazza bellissima, una ragazza bellissima, le facevo la corte spietata e il Giorgio mi diceva “Guarda che è una spia tedesca”, perché ci dissero che erano tutti lì a Campione d’Italia, “Ma io sto zitto”. Poi fu lei a dirci “E’ l’ora d’andare stanotte”.

D: Lì a Campione siete rimasti poco però.

R: Sì.

D: Quindi non puoi sapere i contatti con il movimento partigiano che c’era lì.

R: No, no, si viveva soli, soli, io e Giorgio. Si aveva avuto l’ordine di non parlare con nessuno.

D: Ritornando ancora al campo di Bolzano, oltre a Vivere e a quegli altri episodi che ci hai raccontato. Che cosa ti ricordi ancora del campo? Entrava qualcuno a vendere? Tu accennavi al pane che scaricavate. C’era qualcuno che portava dentro le mele?

R: No, io mi ricordo che ho avuto delle mele, ma ce le buttavano gli italiani quando si passava. Ho scoperto una cosa che un grappolo d’uva ti leva la fame, ma una mela è come bere un bicchiere d’acqua. É vero.

D: Ti ricordi se c’erano delle officine lì vicino al campo di Bolzano?

R: Sì, perché una volta si fece una pazzia io e Giorgio. Si cercava tutti di trovare un posto fisso al campo, per non andare in Germania, perché, dico la verità, ancora non se ne sapeva nulla, però che si stava male e peggio di lì, lo si sapeva e cercavano due carpentieri, si disse noi: “Va bene”.

Ci portarono, c’era una carpenteria, per fare le baracche, e codesto che era capo, ci dette in mano due assi e se ne andò, ci disse: “Fatemi un incastro a coda di rondine”. “Ti saluto”, si pensò così. Ci si provò, dopo un po’ tornò, era un detenuto anche lui, lo guardò e ci disse: “Mischiatevi subito, più che potete e non vi fate più trovare”. Quindi c’era la carpenteria. Sì c’erano.

D: Ti ricordi se attorno al campo c’erano, c’era il muro di recinzione, poi c’erano i reticolati e delle garitte?

R: C’erano dei reticolati, mi sembra le garitte, mi ricordo i reticolati, giustamente incurvati, ma non mi ricordo se erano più di uno oppure no. Però i reticolati senz’altro, le garitte non mi ricordo.

Ripeto, io c’ero in quel periodo. Quando lo aprirono il campo di concentramento di Bolzano?

D: Nella primavera, luglio del 1944.

R: E noi si era arrivati, non mi ricordo, tre mesi dopo. Forse dopo si incattivì di più. Si incattivì.