Barbieri Agostino

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono Agostino Barbieri, sono nato il 30 marzo 1915 ad Isola della Scala in Provincia di Verona. Sono stato arrestato in una frazione di Isola della Scala che si chiama Tarmassia perché facevo parte di una missione militare che aveva lo scopo di fornire informazioni agli eserciti alleati e organizzare gruppi di partigiani.

Sono stato arrestato il 22 novembre 1944 dalle Brigate Nere di Verona con l’ausilio della polizia tedesca perché quando sono venuti ad arrestarmi di notte i fascisti non erano riusciti a portare a termine l’operazione e hanno chiesto l’aiuto della polizia tedesca.

La difficoltà dei fascisti era dovuta al fatto che io e il contadino che mi affittava l’alloggio, perché andavo a dormire solamente da questo contadino, abbiamo reagito al fuoco e c’è stata una sparatoria.

Durante la sparatoria, siccome vicino alla cascina dove io andavo a dormire qualche volta c’era un comando tedesco, sono partiti i tedeschi e hanno completato l’operazione dell’arresto.

Dopo l’arresto siamo stati portati alla Brigata Nera di Verona che allora aveva le carceri della scuola di avviamento Sanmicheli. Siamo stati lì una settimana naturalmente sotto gli interrogatori, i soliti interrogatori a base di botte, di sevizie, di maltrattamenti di ogni genere.

Dopo una settimana siamo stati portati al comando delle SS che aveva la sede nel palazzo delle Assicurazioni in Corso di Porta Nuova a Verona.

Siamo stati lì una settimana, ma non ci sono stati interrogatori. Dopo una settimana di detenzione in questo carcere, siamo stati portati al campo di Bolzano.

D: Un attimo, signor Agostino, quando Lei parlava di organizzazione, cos’era? Militare, si ricorda come si chiamava.

R: Sì, la Missione Rye.

D : Ma lì com’era organizzata questa Missione Rye. Innanzi tutto si ricorda il significato di Rye?

R: A dir la verità Rye è una sigla, deriva dal greco, non ho mai chiesto il perché, la ragione. Era una sigla che si davano tutte le organizzazioni clandestine, specie quelle militari. Ogni missione aveva una sigla che derivava o dall’alfabeto greco o latino o da altri generi di letteratura, di idiomi.

D: E come eravate organizzati? Il reclutamento per esempio come avveniva?

R: Il reclutamento da parte mia per quanto mi riguarda è avvenuto perché io avevo fatto il servizio militare di prima nomina come ufficiale al 79° Reggimento Fanteria e il comandante della Missione, il professor Teruzzi, aveva fatto il servizio militare con me nel 79° Fanteria, perciò mi conosceva.

Mi ha fatto avvicinare tramite due ragazzi, i fratelli Corlà, che erano ragazzi che seguivano l’Azione Cattolica perché Teruzzi era stato anche Presidente dell’Azione Cattolica a Verona.

Loro mi conoscevano, non perché io fossi dell’Azione Cattolica. Io non ero niente. Io ero lì, stavo a Isola della Scala dopo aver fatto però una certa attività col Comitato di Liberazione dell’Alta Italia per la messa in salvo dei prigionieri alleati che sono stati sorpresi dall’ armistizio. Era un primo impegno che aveva preso il Comitato di Liberazione.

Finita questa operazione che si faceva portandoli col treno da Venezia a Milano, poi a Milano io li davo in consegna ad altri compagni che li portavano al confine svizzero, finita questa operazione perché a un certo momento l’organizzazione era polizia fascista che si era organizzata, perciò non era più possibile farli viaggiare in treno, mi sono ritirato a Isola della Scala dove vivevo, avevo mia madre, mio fratello.

Lì sono stato raggiunto da uno di questi fratelli Corlà, mi ha parlato della Missione, mi ha parlato di Teruzzi e compagnia bella e allora abbiamo cominciato ad operare in quella zona.

Io ho avuto la responsabilità di una vasta zona del basso veronese, poi ho avuto il comando di un battaglione di partigiani.

D: Un’altra cosa sempre a proposito della Rye. La zona operativa della Rye dov’era? A Verona solo o anche in provincia?

R: Verona e tutta la provincia e anche confinava per una certa parte della Provincia di Vicenza. La provincia era divisa in zone. Ogni zona aveva un comandante. Io avevo il comando della zona della pianura insomma.

Altri ufficiali come il Colonnello De Miglio per esempio che era stato Capo Aiutante Maggiore al 79° Reggimento Fanteria dove io avevo fatto servizio, che conoscevo, il suo comando era a Cologna Veneta. Io l’avevo stabilito invece a Tarmassia, nella canonica di Tarmassia. Perché nella canonica?

Prima di tutto perché il comandante della Missione, come ho detto, faceva parte dell’Azione Cattolica, era molto dentro in quest’ambiente. Lui aveva la radiotrasmittente, ricetrasmittente che collocava sempre o nei seminari, o nei conventi, insomma in zone che almeno sembravano sicure.

Ho avuto una grande collaborazione dal parroco di Tarmassia, il quale s’è dimostrato partigiano veramente attivissimo. Ha lavorato moltissimo con me, mi ha dato molto aiuto.

Abbiamo ospitato lì in canonica un corso per l’addestramento all’uso dell’esplosivo plastico che noi non conoscevamo, né io come ufficiale di Fanteria, né nessuno dei fratelli Corlà che era appena stato nominato ufficiale, ma che aveva appena abbandonato il servizio.

Teruzzi, il comandante, ci ha mandato un esperto in esplosivi, che aveva fatto catapultare dall’alto, venendo dall’Italia già liberata. Abbiamo fatto questo corso. Durante questo corso siamo stati arrestati.

Per fortuna non durante la “lezione”, ma in quel periodo, perciò non abbiamo potuto completare l’istruzione e attuare quel programma che doveva essere attuato di sabotaggio.

D: Se si ricorda, la maggior parte dei componenti eravate tutti militari della Rye?

R: No, no.

D: No?

R: No, no. C’era una rappresentanza direi di tutte le parti politiche. Non c’era la prevalenza dei militari. Anche Teruzzi era militare di complemento, non era un ufficiale effettivo. Io ero un ufficiale di complemento, Corlà era un ufficiale di complemento.

D: L’obiettivo, i compiti di questa missione speciale della Rye qual era?

R: I compiti erano quelli di segnare, indicare gli obiettivi militari in questo modo. Se si formava per esempio, un comando oppure un deposito, oppure un’officina, oppure soprattutto il controllo della ferrovia Verona/Bologna che era la dorsale che portava tutti i rifornimenti sul fronte di Bologna e io avevo il controllo da Verona fino ai ponti di Ostiglia.

Ho avuto una grandissima collaborazione anche, perché avevo mio fratello ferroviere, dai ferrovieri. I ferrovieri hanno partecipato in un modo veramente entusiasta. Io dai capistazione sapevo esattamente tutto quello che trasportavano.

D: I diversi movimenti di truppe, materiali?

R: Esattamente. Deviazioni che facevano i treni perché per esempio partivano, ma poi ad un certo momento li facevano deviare. C’era tutto questo movimento a mia conoscenza. Di tutto questo movimento era perfettamente al corrente.

D: Voi avevate quindi rapporti anche con gli angloamericani?

R: I rapporti con gli angloamericani venivano fatti direttamente dal comandante.

D: Avevate un tesserino, qualcosa?

R: No, nessuna tessera.

D: Anonimato.

R: Nessuna tessera per carità. Le tessere… Niente, io avevo dei documenti falsi perché allora c’era il coprifuoco ed era proibito circolare col coprifuoco. Tramite mia moglie, mia moglie lavorava in un’agenzia di esportazioni di frutta e verdura e per avere i permessi per mandare la frutta e la verdura in Germania doveva andare al comando tedesco.

Al comando tedesco ha conosciuto un ufficiale che era ufficiale con me al 79° Fanteria che era passato ai tedeschi. Tramite lui abbiamo avuto quasi tutti i documenti per me e anche per tutti quelli che operavano con me di essere operatori della Todt, allora c’era quella compagnia per reclutare lavoratori e il permesso di circolare di notte.

E infatti una notte sono stato fermato dalla Brigata Nera, anzi da una pattuglia di tedeschi, ho fatto vedere il documento, loro mi hanno detto: “Bravo, bravo Italiano”.

D: Durante gli interrogatori però è uscita questa vostra partecipazione nella Rye?

R: No. Non è uscita perché se fosse uscita per noi ci sarebbe stata la fucilazione, perché è chiaro, è la legge di guerra, che chi opera a livello di spionaggio, specialmente per un ufficiale in borghese, c’è la fucilazione. Non è uscito nulla, per fortuna.

D: Ancora una cosa della Rye perché è un gruppo importante. Grosso modo eravate in molti voi della Rye?

R: Ma, io avevo direttamente quattro o cinque collaboratori. Poi siccome si lavorava a scompartimenti stagni perché c’era l’obbligo preciso, non lo so. Ad un certo momento l’ho saputo dopo la Liberazione, quando sono tornato da Mauthausen ho conosciuto altri collaboratori che prima non conoscevo, non avevo conosciuto.

D: Quindi dal Palazzo dell’INA, riprendiamo la narrazione, dal palazzo dell’INA dov’è stato portato, da lì al campo di Bolzano.

R: Sì.

D: Eravate in molti su quel trasporto?

R: No, eravamo una decina per quanto mi ricordo. Poi sono stato molto poco al campo di concentramento, intanto mi avevano messo in un capannone di pericolosi non so per quale ragione, si vede che mi hanno ritenuto pericoloso.

Verso Santa Lucia mi sembra, prima di Natale sicuramente perché Natale l’ho passato a Mauthausen, sono stato trasportato a Mauthausen.

D: Dal campo di Bolzano vi hanno portato dove per infilarvi nei vagoni, nei carri bestiame?

R: Alla stazione, penso io. Siamo andati alla stazione, ci hanno messo sui carri bestiame, hanno sigillato i carri, poi siamo partiti. E’ durato sei o sette giorni questo viaggio, una roba bestiale.

D: Più o meno in quanti eravate su quel trasporto?

R: Forse una quarantina.

D: Per vagone però, quaranta per vagone.

R: Sì, per vagone. Si doveva defecare, urinare tutto lì, sedersi sullo sterco, una cosa spaventosa. Poi c’era il problema della sete. Il problema della sete gravissimo. C’è stata gente, i vicini alla parete del vagone che leccavano il piccolo ghiaccio che si formava dall’umidità e dal freddo esterno finché avevano la lingua rossa di sangue, perché la sete è stata una sofferenza atroce veramente.

D: A Bolzano non l’hanno immatricolata?

R: Quello non lo so. Non ho capito niente, mi hanno sbattuto entro questo stanzone e non sono più uscito. Mi hanno detto che non si poteva uscire perché eravamo pericolosi. Non so perché ero pericoloso. Non l’ho ancora capito.

Lì ho incontrato quello che è diventato il mio più grande amico: Piero Caleppi, Piero Caleppi che poi è diventato senatore, poi è diventato vice presidente del Senato e sotto segretario di Stato.

E’ nata questa amicizia che è durata fino al giorno della sua morte.

D: E altre persone di cui si ricorda? Che ha incontrato lì nel campo di Bolzano?

R: Nel campo di Bolzano non ricordo, non ho praticamente nessun ricordo particolare perché ero così attaccato a Caleppi. Lui era già dentro, praticamente chiamiamolo “anziano”. Io dormivo in una cuccetta, lui dormiva in una cuccetta attaccata alla mia, stavamo sempre assieme. Non ricordo altri personaggi, amicizie.

Poi più avanti ho conosciuto Pappalettera, Pappalettera che ha scritto quel bellissimo libro “Tu passerai per il camino”.

D: Si ricorda se c’erano dei religiosi anche?

R: Di religiosi ho conosciuto ma a Mauthausen, adesso mi sfugge il nome, Padre Gaggero, un filippino arrestato a Genova, un grande sacerdote che poi è stato spretato dopo la Liberazione.

Adesso invece è nata una storia in questo periodo. Io parlavo prima dei fratelli Corlà che sono stati arrestati. Ad Isola della Scala il paese della loro nascita s’è formato un comitato per la beatificazione. Erano due ragazzi molto, molto, molto religiosi. Dicono che hanno con la loro azione, con il loro comportamento, con la loro parola, con la loro convinzione hanno convinto l’avvocato Spaziani che era il Capo del Comitato di Liberazione di Isola a convertirsi. Sembra.

Però c’è una dichiarazione che io ritengo molto… che questa conversione sia avvenuta nel campo di concentramento di Bolzano. Quello che è stato scritto, è stato dichiarato che a Bolzano ha potuto assistere alla Santa Messa e fare la comunione.

Io ho chiesto, so anche la risposta vostra, a Bolzano se era possibile questo durante la detenzione, se c’erano servizi religiosi, questo è il punto interrogativo. A me non risulta, però non posso escluderlo, perché io ero dentro in questo baraccone, non potevo uscire, neanche prendere l’aria, perciò non so niente di quello che è successo.

Che ci siano state delle messe io non lo ricordo, perché non credo che i tedeschi… Non so, questo è un problema che non è ancora risolto.

D: Dopo sette giorni di viaggio e relative notti siete arrivati a Mauthausen.

R: Sì.

D: Come si ricorda l’ingresso nel Lager di Mauthausen?

R: Siamo scesi dal treno naturalmente nelle condizioni in cui eravamo, ci hanno inquadrati perché dalla stazione a Mauthausen c’era un pezzo di strada in salita anche che bisognava percorrere a piedi naturalmente.

Quando siamo arrivati lì il comandante del campo ha chiesto se c’era qualcuno che sapeva l’italiano. E’ venuto fuori uno, ha fatto l’interprete. Siete a Mauthausen, qui esiste solo la legge dell’obbedienza, perciò chi vuol tentare di fuggire, si guardi attorno e vedrà che non c’è nessuna possibilità. Bisogna solo tacere e obbedire.

Ci hanno portati dentro in un enorme stanzone. Ho fatto un bagno bollente e immediatamente dopo un bagno freddo secondo le regole perfette dell’igiene.

Poi ci hanno messi fuori sei minuti nudi, tagliato tutto, rasati sotto, sopra tant’è vero che io scrivo sul mio libro che io ho avuto la sensazione che mi tagliassero via tutto quando il Friseur prese in mano il pene. Qui resto senza niente.

Poi ci hanno messo fuori in fila ad aspettare. Intanto nevicava e noi fuori ad aspettare. S’è completata la fila, poi ci hanno portato nelle baracche di quarantena dove si dormiva in tre, qualche volta anche in quattro su un materasso a terra.

Ci mettemmo giù di fianco, la SS col tubo di gomma ci batteva finché ci si stringeva, imballati come le sardine. Lì abbiamo fatto parecchi giorni.

Poi facemmo dei comandi per andare a lavorare. Io, Caletti, Pappalettera, ho conosciuto una persona, vive ancora, purtroppo stavo dicendo perché è molto ammalato, il Dottor Calore. Non so se voi l’avete…

Il Dottor Calore per me è un dio, un bravo, bravissimo… S’è comportato veramente, abbiamo stretto un’amicizia e mi dispiace moltissimo che stia veramente male, molto male. L’ho visto un paio di mesi fa.

Lì ho conosciuto il Dottor Calore e Pappalettera. Siamo andati a Sant Aegid, nella Stiria, è un paesino bello anche, molto bello perché uscire di notte per andare a fare la pipì e vedere queste casette dove filtrava qualche piccola luce pur essendoci la proibizione dell’illuminazione, sembrava di essere in un presepio.

Io lo scrivo questo anche nel mio libro. Ti riempiva di nostalgia, di casa. Purtroppo c’era la baracca dietro, c’era la SS, ma più che le SS c’era il Kapò. I Kapò erano forse peggio delle SS, erano peggio delle SS. I Kapò tremendi.

Hanno fatto poi una brutta fine perché il giorno della Liberazione il 5 maggio sono stati malmenati, sputacchiati, qualcuno ci ha rimesso anche la pelle. Insomma, se lo meritavano.

D: Prima di andare però al comando di lavoro lì a Mauthausen vi hanno immatricolati?

R: Sì, mi hanno dato una nastrina con del filo di ferro che ho perso perché l’ho data ad una mostra e non me l’hanno più restituita. Se la son tenuta a Verona. Hanno fatto una mostra, mi hanno chiesto quello che avevo, l’unica cosa che avevo era quella lì, non me l’hanno più data. 113883 il mio numero. Quando mi sono tolto il giaccone l’ho buttato via.

Io sono tornato con un frac che ho trovato in un magazzino e un paio di braghe delle SS.

D: In questo comando di lavoro c’erano altri italiani, vero?

R: C’era Caleppi, c’era quello che ho nominato prima Pappalettera, non mi ricordo più i nomi adesso. Sì, c’erano italiani, eravamo un gruppo di Italiani.

D: Solo italiani?

R: No, ma c’era un gruppo di iItaliani abbastanza numeroso. Lì non si stava… Si stava male, intendiamoci, dire che si stava bene sarebbe ridicolo. Siccome era un campo piccolo, c’era meno disciplina. C’era da lavorare perché si andava a scavare per fare le fondamenta per le baracche per i sinistrati, lì si lavorava giorno e notte, acqua, vento. Si andava e si ritornava in baracca con la divisa, quella a righe che ci avevano dato e poi te la mettevi la mattina che era quasi ghiacciata.

D: Il vostro lavoro lì in cosa consisteva?

R: Piccone, badile, carriola per me. Mi hanno dato un piccone, era alto così. Guai se la carriola non era strapiena. Caleppi ha avuto lì il periodo più brutto della sua esistenza. Gli hanno rotto una gamba apposta di botte e doveva trascinare la carriola con la gamba rotta. Si trascinava così, con la mano trascinava la carriola.

Ha trovato per fortuna il medico, era un medico iugoslavo che parlava molto bene l’italiano che ha avuto compassione, in un certo senso direi che l’ha curato anche, se curare si può, intendiamoci, perché lì non c’era niente. Almeno per un certo periodo è riuscito a toglierlo dal lavoro.

Poi quando siamo tornati, siamo rientrati a Mauthausen, ricordo che ho vissuto il momento della Liberazione con Caleppi abbracciati a piangere tutte due in quel di maggio. Durante il viaggio del rientro Caleppi è stato costretto, è stato ricoverato in un ospedale svizzero perché è stato malissimo, molto male.

D: Il campo dov’eravate, questo sottocampo, era grande, era piccolo, c’erano molte baracche?

R: Piccolo, piccolo, 400 baracche. Sant Aegid.

D: Era recintato come tutti i campi?

R: Recintato con i fili spinati naturalmente con l’alta tensione.

D: Rispetto al paese il campo era vicino al centro abitato o era fuori?

R: No, era staccato, ma la popolazione in un certo senso ci ha aiutato, lasciava cadere delle patate, dei pezzi di pane. Io ho avuto anche un’esperienza, l’ho scritto anche sul mio libro, di una SS, di una giovane SS che mi sorvegliava. Sono stato portato da solo a fare un terzo lavoro. C’era questo giovane SS, avrà avuto diciotto anni poverino, faceva una pena. Io stavo peggio di lui, ma comunque…

Ad un certo momento ha lasciato cadere un pacchetto. L’ho visto il pacchetto, ma continuavo a lavorare. Se per caso mi muovo, quello lì mi… Lui continuava a guardarmi, poi mi ha fatto segno di prenderlo.

Allora mi sono fatto coraggio. Erano biscotti. Questa è stata una cosa stupenda. Questo ragazzino che evidentemente forse era anche lui lì per forza, non era che sia stato uno che ha avuto questa idea, forse suggerita dalla famiglia, dalla mamma certamente, da qualcuno. Ho avuto questa sorpresa.

Poi il problema era mangiarli o non mangiarli? Se sono avvelenati? Li ho tenuti in tasca. Poi la fame era fame e li ho mangiati.

D: Voi al lavoro lì, diceva prima che eravate addetti a degli scavi, a costruire dei basamenti…

R: Sì.

D: Lavoravate per qualche ditta?

R: Questo non lo so. Non lo so perché lì si vedevano solo deportati, Kapò, capisquadra, persone civili non ne ho mai viste. Può anche darsi.

D: Quando siete ritornati a Mauthausen più o meno quand’era? Quando è stato evacuato…

R: Siamo tornati… Dunque, la Liberazione è stata il 5 maggio, un mese prima circa, cioè quando le truppe russe stavano sfondando il fronte tedesco. Siamo tornati quasi quasi assieme ai profughi che lasciavano a piedi naturalmente, dormendo per terra, dormendo sui marciapiedi, dove capitava.

Poi ci hanno portati dentro nel penitenziario, è durato quattro/cinque giorni questo trasferimento perdendo parecchi amici, parecchi compagni perché non ce la facevano, si buttavano per terra, gli sparavano e morivano.

D: Era una delle tante marce della morte?

R: Una delle tante marce della morte, come quello che si temeva noi di Mauthausen, parlavano di evacuazione di Mauthausen le SS e l’evacuazione di Mauthausen, qui non ci resta più nessuno.

E invece no, la mattina del 5 maggio al posto delle SS sulle torrette abbiamo trovato i soldati della territoriale che se ne fregavano di noi. Da lì abbiamo capito che… Ma pure fino a quasi all’ingresso degli alleati ci sono state delle SS che hanno sparato, sparavano ancora, ammazzavano fino all’ultimo momento, fino all’ultimo momento, finché un carro armato ha sfondato il portone ed è entrato.

Lei deve sapere che però gli spagnoli aspettavano i russi, avevano preparato delle bandiere. Quando hanno visto che erano gli alleati, hanno fatto marcia indietro. Son cose che capitano.

D: E cos’è successo poi al 5 maggio del ’45?

R: Il 5 maggio del ’45, sentivamo da qualche giorno il rumore dei carri armati, l’aviazione che circolava sopra di noi perciò era chiaro che il fronte si stava avvicinando.

Poi c’era anche radio Fante, la chiamavano ed erano i prigionieri spagnoli, ancora della guerra civile spagnola, che avevano occupato certi posti di scrivano, magazziniere, quelle cose lì. Avevano possibilità di attingere notizie che poi riportavano a noi. Sapevamo che si stavano avvicinando le truppe alleate, nessuno però sapeva se erano alleati o russi. Erano alleati o russi? Poi quando sono entrati abbiamo visto che erano gli alleati.

Ci siamo trovati nella piazza dell’appello grande più di uno stadio tutta strapiena, c’era gente che era riuscita persino ad andare sui tetti delle baracche, non so come abbiano fatto, abbiano trovato la forza di andare.

Lì ci siamo abbracciati piangendo, urlando, siamo liberi, siamo liberi. E c’è stata la Liberazione.

D: Però lì a Mauthausen siete rimasti quanto ancora voi?

R: Un paio di mesi, non di più. Si sono organizzate subito delle commissioni tra le quali c’era anche il Dottor Calore che era proprio l’animatore. Sono andati in Svizzera, hanno preso contatto con la Croce Rossa. Subito hanno promesso gli elenchi dei sopravvissuti, poi ci hanno dato la possibilità di scrivere a casa. C’è stata la Liberazione.

D: Il ritorno invece com’è stato?

R: Il ritorno, sono tornato con un camion dell’esercito alleato. Abbiamo fatto un giro lunghissimo, siamo andati a finire… Abbiamo attraversato tutta la Germania. Poi siamo arrivati a Bolzano. Siamo andati… Non ricordo più, abbiamo fatto un lungo giro. Siamo arrivati fino a Monaco. Mi ricordo Monaco distrutta. E siamo arrivati a Bolzano.

A Bolzano, mia moglie che allora era la fidanzata, era stata a Bolzano due giorni prima ad aspettarmi assieme a mio fratello, ma invece il giorno in cui sono arrivato io non c’era.

C’era un camion organizzato dal comune di Isola della Scala per accogliere i deportati, quelli che rientravano. Sono salito, sono rientrato a casa.

D: Ed era quando questo?

R: In giugno, verso la fine di giugno mi sembra. Ho trovato mia madre che non aveva più lacrime perché aveva perso il marito in guerra. Quando è venuta ad accompagnarmi alla stazione di Porta Vescovo, quando siamo partiti per la Russia, perché io ho avuto anche questo grande onore, di partecipare anche alla Campagna di Russia, lei ha detto: “Ho perso il marito, adesso perdo anche il figlio”.

Quando son tornato invece che le ho telegrafato da Rimini. Che son rientrato a Rimini, non ha voluto venire alla stazione perché temeva di vedermi o senza una gamba o senza un braccio.

D: Al ritorno dalla Russia?

R: Al ritorno dalla Russia.

D: Era?

R: Quella era una storia…

D: Ha partecipato all’Armir, al Don?

R: Io sono stato tra i primi in Russia con il SIR, Corpo di Spedizioni Italiane in Russia. Dove siamo andati in Russia, qui è successa una cosa che Mussolini certamente non s’aspettava. Non so se voi avete letto qualche libro di storia, non quelli scolastici perché non dicono niente quelli scolastici. C’è una vecchia edizione di Einaudi dove dice che quasi tutti i comandanti partigiani erano ufficiali reduci dalla Russia.

Perché siamo partiti con la testa piena della propaganda fascista, i russi mangiano i bambini, i russi qua, i russi là e invece abbiamo trovato una popolazione di una dignità assoluta veramente.

Molti italiani, ma molti italiani nella grande ritirata si sono salvati per merito delle donne russe che li hanno raccolti, li hanno scaldati, li hanno nutriti. Molti italiani. Molti anche si sono accasati, sono rimasti lì.

Io ho avuto la fortuna di evitare questa ritirata perché mi sono ammalato. Per fortuna mi sono ammalato. E’ triste dire che è una fortuna ammalarsi, ma comunque è stata una fortuna, mi hanno rimpatriato prima. Ma lo stesso quella popolazione che ho conosciuto io aveva una dignità estrema. Povera, ma guardi, una cosa… Un rispetto, rispetto persino per noi che eravamo degli invasori. Ci davano, anche quel poco che avevano qualche volta ce lo davano da mangiare perché non arrivava il cibo.

Poi io sono simpatizzante dei russi. Adesso ho visto all’ospedale, mia moglie è tornata dall’ospedale pochi giorni fa, c’era un’infermiera russa. Il tipo di russo… Io ho scritto un racconto su un incontro che ho avuto in Russia con Capascha, era una partigiana russa.

Eravamo diventati… C’era un affetto. Poi l’ho trovata morta su un camion. Ho trovato questa russa, quando l’ho vista ho detto tu sei Capascha. Di una bellezza… Bella, bella, bella e lei ha voluto leggere il libro.

D: Agostino, del tuo trasporto della deportazione quanti siete tornati vivi da Mauthausen?

R: Questo non lo so. Dicono che siamo tornati circa l’8-10%, ma cifre esatte non ne ho. Non mi ricordo, pochi comunque, siamo tornati in pochi.

D: Di Isola della Scala in quanti sono stati deportati?

R: Di Isola della Scala siamo stati arrestati in 10 e siamo tornati in 3.

Bianco Natalina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Bianco Natalina detta Pasqualina. Sono nata a Susa il 18 Gennaio 1928. Sono stata presa dai fascisti alla Trattoria Balma”. Ero con mia sorella, ed erano venute delle persone a dirci che ci aspettavano in montagna nascosti dietro i sassi i nostri fratelli con altri partigiani. Aspettavano che portassimo loro qualche cosa da mangiare, e mia sorella, mi sembra fossimo in cinque, aveva fatto cinque sandwich con quei grandi pani di campagna e con un po’ di vino. Si vede che quando sono venuti ad avvisarmi c’erano già le spie: mi hanno presa proprio sul cancello con lo zaino in spalla. Avevo gli scarponi per andare in montagna. A quei tempi si usava il nastrino rosso ed è già tanto che non me l’abbiano fatto mangiare, perché era rosso. Di lì ci hanno portati giù in paese.

D: In quale paese, Natalina?

R: San Giorgio di Susa, perché la Balma è sotto San Giorgio di Susa. C’era pure mia sorella. Ci hanno portati alle scuole di Sant’Antonino. Ci facevano pure l’appello, c’erano dei partigiani e ci facevano stare attenti, nella piazza della scuola. Dicevo: “Qui siamo a posto, ci fucilano anche qui”. Siamo stati tre giorni nella scuola a dormire per terra sulla paglia. Dopo hanno trovato un partigiano nascosto sul sottotetto; il fatto è che avevamo della paglia, dei conigli e hanno fatto rumore, allora loro hanno voluto salire su con le baionette nella paglia, hanno trovato il partigiano nascosto e l’hanno portato con noi assieme alle scuole; poi l’hanno portato al cimitero. C’era una serie di partigiani che sono stati fucilati e noi presenti, sull’attenti, a vedere la fucilazione. Poi di lì ci hanno poi portate alle Nuove a Torino; avevamo la camera vicino ad Anna e di tanto in tanto toc toc.

D: Quando ti hanno portato a Torino? Ti ricordi?

R: Alla fine di maggio, perché era giugno quando eravamo a Torino.

D: Ti hanno mai interrogata, Natalina?

R: Sì, sì ma non alle Nuove; lì ormai eravamo già predisposte per la Germania. Lì avevamo con noi in cella Ondina, così si chiamava, mi sembra fosse biellese e poi non è rientrata più, l’hanno fatta morire nel campo di Ravensbrück; l’hanno subito fatta fuori perché mi sembra che avesse qualche disturbo, era malata. Allora quelli che erano malati venivano fatti fuori subito, eliminati. Volevano gente sana e robusta che doveva lavorare sodo.

D: Dopo le celle delle Nuove di Torino cosa è successo?

R: Siamo andate a finire a Porta Nuova sul vagone in quattordici. Per poter far capire ai miei che partivo per la Germania abbiamo fatto dei bigliettini, li abbiamo buttati fuori dal finestrino, sperando che qualcuno facesse sapere, c’era un po’ di gente, che facesse arrivare alla famiglia la notizia che noi non eravamo più alle Nuove, così che mia mamma non dovesse venire più a portare i pacchi o qualcosa alle Nuove, perché noi non c’eravamo più.

D: Tu e tua sorella.

R: Sì, siamo sempre state assieme. Eravamo in tre in cella, con Ondina. Poi è partita la tradotta. Abbiamo fatto tutto il percorso detto da Anna, attraverso l’Austria e via, con la paura di essere fermati dai partigiani. La nostra tradotta viaggiava sotto sorveglianza dei tedeschi perché lo sapevano che era piena di deportati che andavano in Germania. Allora pensavamo anche noi di subire un attentato, essere liberate, e non so se qualcuno è fuggito via e ce l’ha fatta, perché delle sparatorie ci sono state. Comunque siamo rimasti in Austria a Innsbruck per un po’ di tempo, un po’ di giorni. Poi siamo partite direttamente per la Germania.

D: Come ti ricordi il tuo ingresso a Ravensbrück ?

R: Terribile! La Carletti ha fatto tutto questo traffico per la strada, faceva la matta, si sedeva per terra, sulle valigie: ma lei era una diva, non era una poveretta come noi! Comunque a Ravensbrück come siamo entrate la prima cosa che ho visto furono le carriole piene di pietre e i prigionieri a portare queste pietre, io non lo so dove le portavano queste pietre. Dicevo: “Mamma mia, se noi dobbiamo fare dei lavori così, siamo a posto”. La prima cosa che ho visto è stato tutto quel filo spinato e poi mi ricordo che siamo entrate in quello che sembrava un bagno. Io me lo ricordo che abbiamo passato notte e giorno nudi; tutta questa roba che abbiamo tolto e tutta questa roba che abbiamo portato per cambiarci, la biancheria, io me lo ricordo che l’abbiamo messa tutta nel sacco già, tutta nel sacco, i gioielli, l’orologio, tutta nel sacco. “Verrà restituito quando andate via”, “Ce l’ha restituito?” Dovevamo lavarci, pulirci, non si poteva bere l’acqua perché c’era pericolo di tifo. Era l’acqua del lago. Senza bere, oltre che senza mangiare anche senza bere. Dopo siamo andate nelle baracche. Non so più se avevano solo due letti a castello, erano basse queste baracche. Io mi ricordo che quel cibo non potevo mangiarlo. Mia sorella mi dava il suo pezzo di pane per non vedermi morire. Comunque si mangiava quella porcheria, per me era immondizia cotta.

D: E tu avevi allora quanti anni?

R: Sedici.

D: Ti ricordi il tuo numero di matricola di Ravensbrück ?

R: 44.151, non so più se mia sorella aveva 152 e io 151.

D: Cosa ti hanno dato per vestirti dopo?

R: Ci hanno dato subito quel tipo di camicia, sembrava grigia; era d’estate, era leggera, altro che freddo. Noi eravamo dalle quattro all’appello fino alle sette, sull’attenti. Quando passavano le …noi per non farsene accorgere ci aiutiamo l’una con l’altra con la schiena così per scaldarci un po’, perché eravamo anche nude, oltre che alle quattro del mattino. É una zona fredda. Ci davano quella ciotola lì senza cucchiaio, senza niente, dovevamo noi magari cercarci qualcosa, scagliare dai letti qualche cosa per non prendere il cibo così con le mani. Mi sembra che avessimo la vasca con l’acqua, i rubinetti; nell’ingresso c’erano le baracche coi lettini. La prima cosa: guai a non essere pulite. C’erano pure le botte se non ci tenevamo pulite. A me sembrava di essere in quarantena. Non so se siamo state quaranta giorni.

D: Avete subìto delle visite?

R: Sì, eravamo sempre in coda e sempre nudi. Per visitarci, anche gli occhi o la bocca, dovevamo essere nudi, era fatta così. C’era gente anziana, purtroppo per la gente anziana è un’umiliazione forte. Di lì ci hanno destinati a Schönefeld a lavorare nel campo.

D: Lì ti hanno dato un altro numero?

R: Io non me lo ricordo questo numero della fabbrica, non me lo ricordo.

D: Tu cosa facevi in quella fabbrica?

R: Eravamo tutti allineati con i martelli pneumatici a mettere i chiodi agli apparecchi da caccia. Tutto il giorno così, facevamo dodici ore, una settimana di giorno e una settimana di notte. Comunque quando siamo arrivati lì ci hanno dato un po’ di mangiare normale, abbiamo toccato il cielo con le dita, ma era solo per il primo giorno. Ci hanno dato una caramella da succhiare, era come una caramella da succhiare, ci hanno trattato coi fiocchi il primo giorno e poi invece c’erano i bombardamenti. Mi ricordo sempre: tante volte venivamo all’appello, non c’era da mangiare per tutti perché non arrivava, noi aspettavamo il turno degli altri e poi andavamo a lavorare senza mangiare. Anche lì avevamo i letti a castello; ero al terzo piano, guai, dovevamo avere sempre il letto in ordine. Il pagliericcio che vada giù qualcosa! É successo anche che mi abbiano rubato tutti i trucioli e ho reclamato. Ho preso pure le botte. Dato che mia sorella distribuiva il mangiare là dentro ha cercato di recuperare qualcosa per aiutarmi, altrimenti io dormivo sempre sulle assi perché dovevo stare attenta a cosa mi succedesse. Purtroppo eravamo di tutte le razze. C’erano zingari, c’erano russi, c’erano slavi.

D: Natalina, anche tu ti ricordi a Ravensbrück di aver visto dei bambini?

R: Sì, erano alti così, andavano anche in fila a fare le visite. Io penso che fossero ebrei, delle famiglie ebraiche.

D: Che tu ricordi a Ravensbrück uomini non ce n’erano.

R: No, noi vedevamo in centro un tipo di torre che girava, sorvegliava, con sopra un tedesco; pensavamo che dall’altra parte ci fosse un altro campo come il nostro. Di là c’erano gli uomini e di qua c’erano le donne.

D: Natalina, come te la ricordi l’interruzione del ciclo mestruale?

R: Noi abbiamo capito subito che avevano messo qualcosa, delle polverine nella minestra, perché era tutto uguale. Io già avevo dei problemi, mia sorella che aveva quindici anni più di me aveva detto alla mamma: “Fai visitare la bambina, falle fare delle iniezioni perché non è normale che a quindici anni non abbia ancora il ciclo”. Appena fatte le iniezioni per farmi venire il ciclo me le hanno fatte per farlo andar via. Questo influisce molto sulla salute, penso. Poi c’era quella ragazza, Bice, con noi, a lei invece venivano come emorragia. Ha capito com’è? Lei doveva stare molto attenta perché a lei venivano come emorragia e allora è peggio ancora. Ad ogni modo io lì a Schönefeld avevo Bice vicina a dormire, invece mia sorella non dormiva con me. Forse Anna era in un altro padiglione dove c’era mia sorella. Anna era piuttosto robusta e ben piazzata, per quello la mandavano a prendere il rancio, diciamo rancio, magari fosse stato rancio, per me non era rancio, era schifezza.

D: Natalina, tu non ti sei mai ammalata?

R: Ringraziando il cielo, ho pregato tanto, piangevo e pregavo. Sono sempre stata piuttosto debole da quel lato. Purtroppo mi sono vista la vita distrutta, poi pensavo alla mamma da sola, e i fratelli via. Poi chissà come va a finire! Comunque è stata fortuna anche che magari, essendo giovane, uno resiste di più. Difatti mia sorella non ce la faceva, cercavo di aiutarla, l’accompagnavo fuori quando andavamo coi badili e la zappa a fare le trincee. Trascinavo lei, portavo il badile e la zappa sua per poter riuscire a fare qualcosa. Lei non ce la faceva proprio più a stare in piedi e l’hanno portata all’ospedale.

Quando è rientrata io lavoravo già alla FIAT. Pensi un po’. Noi siamo state, questo me lo ricordo, liberate anche il 25 aprile, e mia sorella è entrata a ottobre e io lavoravo già alla FIAT. A quei tempi, avendo la casa incendiata con tutto quello che è successo, avevo solo da dire “beh” e subito sono stata presa.

Proprio mi rifiuto, non voglio sentirne parlare più dei Lager. Andare a vederli per me è la morte. Mi sembra di morire. L’ho vissuta come una tragedia. Quando siamo rientrati ci hanno fatto fare una grande manifestazione in divisa al cimitero generale, con il rullo di tamburi. Io ho sempre pianto e mi ci è voluta più di una settimana per mettermi a posto. Sono già di carattere più fragile, non lo so.

D: Descrivici una giornata di quelle che hai trascorso a Ravensbrück.

R: Tutte tragedie. Per me era tutta una tragedia. Mia sorella nelle sue condizioni mi sgridava, mi faceva forza e coraggio. Lei non aveva la forza di trascinarsi e io ero fragile. Mi vedevo… io non so se sarò stata lì da dieci giorni, mangiavo il pezzo di pane che mia sorella mi faceva passare perché quella sbobba non mi andava proprio giù, mi veniva da rimettere. Come si può mangiare una cosa che è contro lo stomaco?

D: Il ricordo più negativo che hai sono le violenze, le percosse oppure la fame, il freddo?

R: La fame, anche il freddo e quell’appello da stare tre ore dalle 4.00 alle 7.00 del mattino sempre tre ore lì sull’attenti. Non è facile da mandare giù, perché dovevamo farlo, perché dovevamo farlo? Non so se avevo 44 di numero eravamo in 44 penso. 44.000? Non lo so.

D: C’erano altre ragazze della tua età?

R: Sì, ce n’erano, degli altri paesi, dell’Italia eravamo solo noi quattordici. Poi non so perché ci sono stati altri gruppi, magari altri periodi, quando siamo andati via noi sono venuti degli altri o che erano venuti prima. Non so.

D: E in fabbrica hai lavorato fino a quando?

R: Fino a che hanno capito che si sentivano già i colpi dei cannoni; quello ci dava un po’ di forza, un po’ di coraggio. “Forse ce la facciamo, forse ce la facciamo”. A noi i Meister non potevano dare tanta confidenza, quando avevamo tutti i chiodi così, facevamo il mucchio, dicevamo tra di noi: “Sta venendo avanti il fronte. “Alles kaputt”: capivano che arrivava la fine per loro, tant’è che poi abbiamo trovato anche i bagni caldi, le case ancora riscaldate, ancora a posto quando noi siamo entrate e ci siamo trovate libere.

D: Ma prima della Liberazione vi hanno riportato a Ravensbrück ancora?

R: Io questo non me lo ricordo. Mi ricordo solo che ci hanno fatte preparare per andare via, abbiamo fatto un percorso in camion, poi a piedi. Mi ricordo che viaggiavamo sembrava in una foresta. Una cosa che mi ricordo è che ho visto un bel vischio sopra un pino. Ho detto: “Questo forse è il portafortuna”. Difatti io me ne sono accorta e poi ci siamo trovate noi libere. Poi ci siamo trovate chiuse in un locale che mi sembrava una stalla. A me sembrava una cosa così.

D: E tua sorella era con te?

R: No, mia sorella era all’ospedale, mia sorella non ce l’ha fatta a venire via, era all’ospedale e non si sapeva niente. Poi è arrivata e io lavoravo già alla FIAT.

D: Avete trovato i russi in quella stalla?

R: Erano fuori, erano fuori. Lì avevamo delle russe, loro hanno capito che oramai eravamo sole. Dovevamo stare molto attente perché c’erano gli apparecchi di continuo che mitragliavano, una cosa o l’altra. Dovevamo stare molto attente a non essere prese, a scamparla. Arrivare alla liberazione e lasciarci la pelle!! Stavamo molto nascoste, il più possibile, perché gli apparecchi caccia si abbassavano a mitragliare.

D: E da quel posto lì….

R: E da quel posto lì abbiamo fatto armi e bagagli e il necessario per vestirci, cambiarci, sul carretto abbiamo fatto 300 chilometri a piedi, fino all’Elba. Tutta la parte russa l’abbiamo fatta tutta a piedi: al fiume Elba dall’altra parte avevamo gli americani e allora era tutta un’altra cosa. Ci hanno fatto attraversare di là. Ad ogni modo eravamo con Anna, in tutto quel percorso siamo state molto unite con Anna. Eravamo vestite da maschietti per mascherare che non eravamo mica ragazze. La violenza lì non mancava e dovevamo stare nascoste per la violenza, violenza sessuale.

I russi, l’abbiamo subìta dai russi la violenza sessuale. Noi ci siamo trovate in ville con bei lettini, ci siamo sistemate lì a dormire, eravamo due nella camera mia, due o tre nell’altra camera. Per quello poi siamo state molto unite e vestite da maschio: sono venuti i militari russi ubriachi, col mitra, sul tavolino da notte e dover subire. Ce l’ho fatta a sgattaiolare e scappare. C’era una pozza di sangue. Andarmi a nascondere, poi sempre stare nascosta. Da allora con Anna restavamo nascoste, andavano i ragazzi, gli amici, fuori a fare la spesa; noi facevamo da mangiare, nascoste. É guerra. Noi tutta questa violenza di cui stanno parlando adesso l’abbiamo subita, purtroppo.

D: E dopo vi hanno preso gli americani?

R: Quando poi abbiamo attraversato e ci hanno preso gli americani ci davano da mangiare la mensa buona, ci davano la cioccolata, le caramelle. Ci davano quello di cui avevamo piacere; ce l’avevano e ci rispettavano. Abbiamo dovuto passare tutto un percorso per arrivare a destinazione e raggiungere l’Italia che era molto lontana.

D: Però l’avete raggiunta l’Italia.

R: Ce l’abbiamo fatta.

D: Come avete fatto Natalina?

R: Non so dire, non so dire perché sulla tradotta non c’era posto per tutti; c’era gente sopra i treni e quando passavano sotto i ponti e sotto le gallerie ci lasciavano pure la pelle. Tutti volevano prendere il treno, tutti volevano prendere il treno, tutti volevano venire in Italia. Tutti cercavano dei mezzi il più veloci possibile per arrivare in Italia. A Milano non ho trovato un gran che di accoglienza.

D: Quando sei arrivata in Italia?

R: Ero con Anna, siamo state liberate il 25 aprile, poi abbiamo fatto tutto questo percorso: siamo arrivate a luglio, siamo arrivate a luglio.

D: Passando per Bolzano, per il Brennero?

R: Sì, ecco dal Brennero. Quanta gente ha attraversato dal Brennero e ci ha lasciato la pelle, perché tutti volevano prendere il treno. Tutti volevano venire, ma più di tanti non ci si stava, neanche accavallati.

D: Vi siete fermati a Bolzano?

R: Non mi ricordo più. Anna diceva che ci hanno dato quella roba, era appena dopo la guerra, tutti avevano dei problemi per i fatti loro, non è che abbiamo avuto un’accoglienza del tipo “Arrivano i deportati”, no, no.

Da Milano ce l’abbiamo fatta. Abbiamo fatto anche un tratto col pullman, forse da Bolzano alla stazione di Milano.

D: Tu non ti sei fermata a Pescantina?

R: No, non me lo ricordo neanche quel nome. Forse non davo tanto peso, non ci facevo tanto caso. Anna è più brava di me.

D: Poi sei arrivata a Torino.

R: Sì.

D: Tu accennavi prima alla tua casa incendiata. Lo sapevi che la tua casa era stata bruciata?

R: No.

D: Questo è avvenuto dopo.

R: Dopo; quando sono arrivata a Bussolengo ho incontrato un amico di mio fratello. E’ stato lui ad accompagnarmi, ad andare ad avvisare mia mamma che stavo arrivando per non farle venire un infarto. Essendo tutta la casa disastrata lei ha avuto anche i suoi problemi e poi non era più tanto giovane.

D: Quando vi hanno incendiato la casa e chi?

R: I fascisti.

D: E quando?

R: Quando siamo state portate via. Non so se l’hanno fatto subito. Io ho anche un fratello deportato, Bianco Romano: è stato a Trieste, alla Risiera di San Sabba.

D: E poi?

R: É stato preso più tardi in una chiesa fuori da Chivasso, mi sembra.

D: Ma è ritornato da San Sabba?

R: Sì, è ritornato anche lui. Lui ha fatto un po’ più tardi, ha fatto meno prigionia, penso.