Pedrotti Ginevra

Nota sulla trascrizione della testimonianza:
L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Pedrotti Ginevra. Sono nata a Novaledo il 26.07.1921.

D: Ginevra, quando Vi hanno arrestata?

R: Penso sia stato nell’anno 1944, prima del Natale del ’44, non mi ricordo di preciso il giorno, no.

D: Dove Vi hanno arrestato?

R: A Novaledo.

D: Perché?

R: Perché mio fratello era nella FLAK a Bolzano. Un dì moriva questo, un dì moriva quello e lui per paura è scappato. E’ scappato ma non era partigiano. Forse dopo sarebbe andato coi partigiani ma dopo l’han preso a casa. L’han preso a casa, era a letto; era nascosto ma gli era venuta la bronchite ed era tornato a casa malato e lo hanno trovato a letto. L’hanno preso e l’hanno portato fino a Campiello. A Campiello però mentre stavano arrivando per arrestarne altri due è di nuovo scappato. Gli hanno sparato dietro, ci sono ancora sui meleti tutti i bossoli. Lui e il cane, che era con lui sul camion, scappavano a zig zag e poi è scappato. Subito dopo essere scappato alla mattina sono venuti a prendere noi. Mio padre quando ha visto arrivare il camion delle SS è scappato anche lui. Hanno caricato un mucchio di roba che avevamo, una cassa di calzini nuovi, tutto quello che han voluto, poi hanno caricato anche noi e via. Ci hanno portato in carcere a Borgo Valsugana.

D: Hanno arrestato te e chi?

R: E la mamma. Io e mia madre ci hanno portato a Borgo, in carcere, e là ci hanno tenute 15 giorni prima di interrogarci. Mia madre non era neanche capace di parlare dallo spavento e le ho detto: “Noi non c’entriamo niente, che colpa abbiamo se questo ragazzo è venuto a casa! Chi è la mamma che non accoglie in casa un figlio?”. E ci hanno caricati sul camion dopo l’interrogatorio.

D: In carcere c’erano fascisti o tedeschi?

R: Italiani. Il carceriere era di Borgo. Il carceriere era uno di Borgo.

D: In cella ti hanno lasciato insieme a tua mamma?

R: Sì sì.

D: Assieme ad altre persone?

R: C’erano altre che non conoscevo. Sono venuti fuori 3 preti, 3 ragazzi, studenti preti. Sa che una volta dovevano portare la tunica, non erano preti ancora. Ecco quando poi ci hanno caricati sul camion ci siam trovati tutti assieme, ‘sti tre ragazzi, noi, e altre 4 o 5 persone che venivano da Castel Tesino.

D: Ginevra, quanto tempo siete rimasti nel carcere?

R: 15 giorni.

D: In 15 giorni avete subìto degli interrogatori?

R: Uno.

D: Chi ve lo ha fatto e cosa vi si chiedeva?

R: La SS mi domandava se avessimo dato da mangiare ai partigiani. Noi abbiamo detto: “Siamo gente che lavora e che non si preoccupa di altro”. Ecco, e la mamma continuava a piangere. Rispondevo io. Dicevo così. Loro non han capito ragione e ci han portati via.

D: Una bella mattina vi hanno caricati su un camion…

R: … camion e a Bolzano. Fino al Ponte di Vodi (a nord di Trento) e se non fosse andata bene sarei rimasta lì ma per fortuna si vede che hanno pensato che sul camion c’erano prigionieri e non hanno bombardato il camion, hanno bombardato il ponte di Vodi.

D: Sul camion in quanti eravate?

R: Saremo stati in 7, 8. Non mi ricordo bene.

D: C’eravate tu e la tua mamma.

R: E poi quei 3 preti e altre 2, 3 persone e il militare che ci faceva la guardia, 2 militari che ci facevano la guardia.

D: Tedeschi o italiani?

R: Oh, italiani e tedeschi.

D: Vi hanno detto dove vi portavano?

R: No, ci hanno caricato senza dirci niente, niente, niente, niente. Alè, andiamo!

D: Quindi quando è stato bombardato il ponte vi siete fermati?

R: Sì, dopo siamo ripartiti perché l’aereo è andato via. Siam ripartiti e siamo arrivati a Bolzano e in Bolzano ci han messo nel blocco A, nel blocco A.

D: Subito al campo di concentramento vi hanno portati?

R: Subito.

D: Cosa ti ricordi del campo di Bolzano quando sei entrata con tua mamma?

R: Un formicaio di gente. Un formicaio di gente disperata. E la paura che prendessero mio papà! Tutti i giorni guardavo fuori quando arrivavano i camion. Un bel giorno m’ha sorpresa l’ucraina, mi ha dato 2 o 3 bastonate e mi ha fatto stare tutto il giorno con la faccia al muro perché guardavo fuori chi arrivava. Invece il mio papà non l’hanno mai preso, neanche mio fratello, è stato nella tana della volpe tutti i mesi.

D: Cos’è la tana della volpe?

R: Un buco dentro nella montagna.

D: Dove? In che zona era?

R: Sempre a Novaledo, sopra vicino al Sella.

D: Nel blocco A, quando siete entrati nel campo di Bolzano, vi hanno tolto i vestiti?

R: Sì, mi han fatto spogliare e mi han dato la tuta di sacco col triangolo rosso perché noi eravamo ostaggio politico.

D: Vi hanno dato anche un numero?

R: Sì, ce l’avevo, ho un numero, l’ho scritto sul libro.

D: Te lo ricordi adesso il tuo numero?

R: No, ho il libro lì, basta andare a prenderlo. Non mi ricordo il numero, no.

D: Tu sei sempre rimasta con la mamma?

R: Io no, ero lavoratrice libera.

D: Ma quando sei rimasta e t’hanno portato lì?

R: Sì, sempre con la mamma son rimasta. Guai se mia mamma vedeva che mancavo! Non mi hanno mai staccata da lei; sono stati bravi a non staccarmi mai. Perché sennò sarebbe morta lì dalla disperazione.

D: Ricordi se c’erano altre donne nel campo?

R: Sì, certo mi ricordo. Ce n’era una di Levico con la figlia anche quella, e son già morte; c’era la professoressa Zasso di Belluno, proprio vicino al mio letto, carina, era dentro anche lei come ostaggio per il figlio.
Nel blocco E c’era uno di Levico: lo portavano fuori a prendere il sole, sembrava uno scheletro vivente e quando è finita la guerra a Vetriolo tutti gli anni mi veniva a portare le fragole. Mi han messa sì lavoratrice libera ma prima m’han messo in sartoria e lavoravo. Lavoravo? Non facevo niente, dormivo sul tavolo. E quando veniva il maresciallo a controllare, i ragazzi mi venivano a chiamare perché mi alzassi.
Sull’angolo del campo c’era la Polizia Trentina che ci guardava, e gli dicevo: “Ehi, traditore della patria, beh, domani devi portarmi pane per quei tuoi amici che dentro stanno morendo!” Mi portava filoni di pane, di nascosto, e sigarette perché ero giovane allora e ‘sto ragazzo diceva: “Guardo che vengo a trovarti dopo la guerra!”, “Sì, sì ven ti caro – dico – intanto portami il pane adesso e sigarette!”.
Guarda che avevo fame anche io, sai. Ma mi facevano tanta pena. Aveva il cuoco che mi faceva la corte. Veniva con il taschino pieno de zucchero, diceva: “Bisogna che tu mi sposi dopo la guerra”, ero bellina allora. E gli dicevo: “Non solo zucchero, portami anca qualcos’altro, il sale per salare”: Mi dava torsi di verza senza sale, senza niente.
A me le mestruazioni duravano 25 giorni al mese e sono venuta fuori dal sanatorio; le mie amiche, due, son morte in sanatorio, una di Torino e una di Levico.

D: Deportate anche loro?

R: Sì.

D: Come si chiamavano? Te lo ricordi?

R: Quella di Levico aveva un nome lungo lungo, ma tanti anni sono passati, e una di Torino, e anche di lei ho dimenticato il nome.

D: Ginevra, ti ricordi se hai visto anche dei ragazzini, dei bambini nel campo?

R: Un ragazzino si chiamava Giuseppe Maria. L’avevano messo con gli uomini, dopo lo chiamavano Maria e l’han messo con le donne. C’era dentro il rastrellamento di Bologna delle case di tolleranza, tutte lo volevano nel letto ‘sto Giuseppe Maria per vedere se era un uomo o una donna. Succedevano anche ilarità fra le lacrime e i pianti. Mi ricordo i ragazzini, i piccoli; una signora con 2 bambini, ebrea di Milano; quella è sparita, è stata dentro un po’ di tempo, poi è scomparsa come altre 2 ebree, mamma e figlia, sono state dentro un po’ di tempo e poi sono sparite. E dopo ho visto, han detto, passava fuori uno o due con una cassa sulla schiena, una cassa frugale e ha detto: “Lì ci sono dentro quelle due povere donne ebree, le hanno uccise, nel blocco chiuso.”

D: Il blocco celle?

R: Sì, le han messe nelle celle e dopo sono venute fuori morte.
Dopo hanno ucciso un uomo davanti a noi perché era uscito dalla fila andando a lavorar. Andava a lavorar in galleria: ha messo fuori un braccio per prendere un tozzo di pane da un signore e l’hanno portato in campo, l’hanno ucciso lì, col mitra, in terra morto.

D: Ti ricordi quando è avvenuto?

R: Sai che non mi ricordo, è passato tanto tempo. Sarà stato un mese che ero dentro, un mese e mezzo. Poi noi avevamo il terrore che tutte le notti ci caricassero perché tutte le notti partivano camion de uomini per la Germania, tutte le notti partivano uomini che andavano in altri campi di concentramento e noi vivevamo col terrore che portassero via anche noi.
Ma siccome dopo m’hanno messa come lavoratrice libera a fare il letto alle loro donne in una villa io uscivo dal campo, facevo il giro sulla strada che va a Bolzano, andavo dentro una stradina e andavo a fare i letti e un po’ di pulizia.

D: Tu da sola uscivi dal campo?

R: Da sola, mi dicevano: “Kaputt”: se non fossi tornata avrebbero ucciso la mamma, puoi immaginarti se scappo! mi premeva la mia mamma, l’ho sempre avuta cara, anche dopo.

D: Uscivi con la tuta?

R: Col bollo sulla schiena, col triangolo sulla schiena.

D: E le persone che incontravi ti guardavano?

R: Non c’erano mica tanti bolzanini che mi parlavano; c’era l’attendente del colonnello, c’era anche il colonnello.
Un bel giorno andando fuori mi son buttata in mezzo a un prato di margherite a dormire. Invece che andare a lavorare dissi: “Va bene, me la dormo qui in mezzo a un prato.” Mi son messa in mezzo a un prato di margherite, era tutto margherite, era di maggio, appena prima che finisse la guerra. Passa il colonnello con la macchina e mi dico: “Zitta, ormai non mi alzo, sto qui ferma”. Ha mandato l’attendente a portarmi il cuscino da mettermi sotto la testa. Ma te lo giuro, sai? E l’attendente me l’ha portato ma li giorno dopo mi ha detto: “Ginevra! Se ti prendo dopo la guerra! Era un bolzanino; ma guarda, c’è gente cattiva ma non c’è come quei bastardi di bolzanini che non sono né italiani né tedeschi, tremendi come i diavoli, è vera sai, erano figli di puttana quelli.
Sa che non mi hanno mai offerto niente, c’erano scatole grandi di caramelle buone, non mi hanno mai offerto una caramella quelle donne, mogli di colonnelli, di capitani, di tenenti, di SS: mai offerto una caramella. Ma io mi arrangiavo.

D: Ginevra, ma quando rientravi andavi sempre nel blocco A o vi hanno cambiato di blocco poi?

R: Sempre nel solito posto.

D: Sempre nel blocco A?

R: Sempre nel blocco A.

D: E mamma cosa faceva dentro?

R: La mamma stava dentro con la professoressa Zasso, anche quella non l’han messa a lavorare. Stavano assieme loro due; passeggiava tutto il giorno, sembrava impazzita, passeggiava indietro avanti, indietro avanti, nel blocco. Loro non potevano neanche uscire dal blocco; io come lavoratrice libera andavo nelle cucine, gli inglesi avevano la cucina e si facevano da mangiare, gli americani.

D: Dopo la guerra?

R: No, durante. Loro si facevano il mangiare a parte.

D: Ma scusa, nel campo c’erano degli inglesi?

R: Inglesi di quelli che cascavano con gli aerei, e americani.

D: E si facevano loro da mangiare?

R: Loro si faceva da mangiare, e io andavo a lavare i loro piatti e mi davano qualcosa; allora potevo rientrare nel campo.

D: A proposito di alimentazione, prima dicevi che il cuoco ti faceva la corte.

R: Sì.

D: Ricordi di che nazionalità era quel cuoco lì?

R: Uno di Belluno era, un bellunese. E’ arrivato a casa dopo, ah è venuto dopo la guerra e gli ho detto: “Tu credi che per una scorzella di zucchero prendi una donna?” E mia madre gli ha detto: “E’ lì mia figlia”. Sapeva che ero scaltra di carattere, non scaltra no, ma capace di difendermi alla mia maniera. Disse: “Lì è mia figlia”. Mamma poi se la rideva da morire.

D: Ginevra, anche la tua mamma aveva la tuta con un numero?

R: No, solo io. A mia mamma hanno lasciato i vestiti.

D: Senza numero?

R: Senza numero.

D: Senza triangolo?

R: C’era il numero ma non lo aveva attaccato sulla schiena.

D: Al lavoro sei sempre andata fuori da sola?

R: Sempre da sola.

D: A fare le pulizie?

R: Sì, quando ero arrabbiata le facevo come le facevo; facevo il letto, per ogni letto c’era un mitra, avevo anche paura. Qui c’è il letto, il comodino e fra il comodino e il letto, un mitra. Anche loro … avevano paura anche loro.

D: Mentre uscivi non hai avuto contatti con persone esterne?

R: Non mi parlavano, avevano paura di parlare a gente che usciva dal campo di concentramento. Si vedeva che si scansavano, i bolzanini tenevano ai tedeschi; lì erano tutti di quelli che avevano la campagna e l’hanno lasciata per seguir (Hitler). PARLA DEGLI OPTANTI PER IL TERZO REICH. Lo sa che hanno lasciato la campagna dove si erano trasferiti, poi hanno voluto venir dentro ma non l’hanno più trovata la campagna, non gliela hanno più data. Qui da noi c’è uno che ha una bellissima casa con un sacco di campagna: suo padre l’ha comperata da quelli che volevano andarsene. Abita qui nella nostra casa.

D: Ti ricordi nel campo di Bolzano di quella donna che veniva soprannominata la Tigre? E i due ucraini, te li ricordi, quelli del blocco celle?

R: Ma quelli erano quelli che davano botte! Sì mi ricordo, quelli erano quelli che davano legnate. Sì, anch’io avevo un’ucraina che mi faceva la guardia. Ma me la sono fatta buona l’ucraina. Dopo mi ha chiesto se fossi capace di lavorare a maglia, allora ho cominciato a farle le mutande di lana. “Si tenga calda, le faccio io le mutandine”. Sono sempre stata così di carattere, guai se non avessi avuto ‘sto carattere… Le facevo le mutande e dopo mia mamma e la professoressa ridevano. Le facevo due pezzi col triangolato, attaccavo il triangoletto bellino e lei mi diceva: “Oh Danke, Danke Ginevra, Danke Genf”. Genf mi diceva in tedesco. Un dì venne, mi portò della lana bianca e mi disse di farle una giacca. Beh non mi è mai riuscita così bene, glie l’ho fatta bellissima. E sai che cosa m’ha dato? Due scacchetti di cioccolata. Ho detto, un’altra volta non te la faccio più.

D: Ginevra, quando hai lavorato il primo periodo in sartoria, la sartoria era nel campo o fuori?

R: Dentro, sotto la garitta, sotto l’ultima garitta, sotto a quella d’angolo che guardava….allora erano tutti prati là.

D: Tu lavoravi sola?

R: Sì, io come donna ero sola con uomini da Torino, ero il jolly perché dicevano: “Arriva la nostra piccola”. Tutta brava gente e nessuno che mi ha mai fatto scherzo, mai. Tutta brava gente.

D: Ricordi se potevate scrivere o ricevere lettere o dei pacchi?

R: Nessuno mi ha mai mandato niente. Avevo un ragazzo che lavorava; l’unico che m’ha mandato delle mutande e dei pannolini è stato un signore che lavorava alla centrale di Albiano. Sopra Bolzano c’è una centrale.

D: Quella di Prato Isarco?

R: Lui lavorava nella centrale e aveva una forte simpatia per me, lo conoscevo prima. Dov’è?

D: Forse Appiano?

R: Appiano. (NB: è Cardano) Veniva qualche volta sulla porta a veder se mi scorgeva. Si vede che aveva dei permessi speciali, vestiva in divisa, veniva e mi portava mutande e pannolini perché ne avevo estremo bisogno, perché allora non c’erano i pannolini. Sempre lavarsi con l’acqua fredda e fuori passavano le finestrelle a questa altezza: così vedevano dentro la Polizia Trentina e le SS che passava a far guardia di notte, venivano dentro urlando. C’era da nascondersi perché c’era come un corridoio lungo con tutte fontanelle come gli abbeveratoi della bestie.

D: Da mangiare cosa vi davano?

R: Solo minestra. E il giorno di Pasqua hanno fatto la pastasciutta.

D: Il giorno di Pasqua è successo un altro fatto però, è entrato qualcuno nel campo, no?

R: E’ venuto il vescovo di Belluno a portare la comunione, ha portato pacchi a tutti i suoi bellunesi, a tutti.
E dopo era scappato uno di Levico, una persona altolocata, era un po’ maneggione dentro, non so come dirlo: aveva un compito dentro nel campo, e uno di quei giorni è scappato.

D: Ricordi se dentro nel campo voi avevate dei soldi per poter comperare qualcosa?

R: Niente, mai comprato niente mì.

D: Quindi non c’era uno spaccio dentro nel campo?

R: Io non ho mai comprato niente.

D: Non entrava un camioncino a vendere le mele?

R: Niente. Io non l’ho mai visto.

D: Ti ricordi di una deportata che veniva soprannominata “Cicci”? piccolina?

R: Ce n’erano dentro tante tante. Sì ci sarà stata ma io, siccome andavo a lavorare e dopo quando avevo tempo andavo a guardare i bambini ebrei e a giocar con sti popi ebrei. Dopo andavo sotto la garitta a prendere il pan e portarlo a quegli altri e le sigarette perché sa, uno che ha il vizio! E dopo ero sempre un po’ occupata, io e la, come si chiamava quella di Levico? Ha un nome strano, veniva anche lei insieme a me, aveva 2 o 3 anni più di me. E andavamo ma non me ricordo.

D: Ginevra, ti ricordi la liberazione?

R: Sì, me la ricordo. Mi han fatto una carta che ho perso, mia mamma l’ha persa. Per fortuna che avevo il libro io perché quando è morto il papà la mia casa è stata messa sotto sopra e mia cognata ha bruciato tutte le carte che ha trovato nel cassettone; ho una cognata calabrese, di quelle che non sanno né leggere né scrivere.

D: E alla liberazione tu e tua mamma dove eravate?

R: Eravamo in campo però fuori dal campo abbiamo trovato una famiglia di Bolzano che ci ha portate a casa sua e ci ha dato da mangiare e da dormire quella notte. Ho tanto mangiato che son stata male. E il giorno dopo noi ci siamo avviate a piedi, ma quella notte son venuti a bombardar Bolzano; un mucchio de prigionieri che dormiva sotto le porte del Duomo sono morti dopo.

D: Ma voi siete uscite dal campo, vi hanno detto che eravate libere?

R: Libere, mi han dato una carta, un biglietto così: a me e anche alla mamma.

D: E siete andate da questa famiglia?

R: C’era fuori questa famiglia. Lui era un commerciante di verdure, portava col camion le verdure dal Veneto e son venuti a prenderci e mi ricordo che c’han portati a casa loro. Abbiamo dormito lì, ci han dato da mangiare e poi la mattina presto a piedi ci siamo avviate. Siamo arrivati fino a Ora, penso. A Ora passa un camioncino di tedeschi e ci chiede dove andiamo. Abbiamo detto: “Andiamo in Valsugana”. Ci han caricati e portati fino a Levico, perché a Levico c’era ancora il comando, c’era ancora qualche rimasuglio. La mamma l’ho lasciata a Levico in famiglia a dormire e sono andata a Novaledo, 5 chilometri a piedi. Incontravo i tedeschi con buoi, con mucche, con vettovaglie che si portavano a casa.
Ma per noi è stata una distruzione: la nostra famiglia aveva 6 bestie nella stalla, 6 mucche, 2 maiali, pecore, conigli, galline, perché noi eravamo i “baccani” dicono, cioè i benestanti, prima della guerra. E’ stata una disfatta per noi. Abbiamo recuperato una mucca e era malata di polmoni, l’abbiamo dovuta vender anche lei. La mia famiglia è stata distrutta.

D: Ginevra, tu non hai mai raccontato di questa tua esperienza di deportazione?

R: Mai a nessuno, no. La racconto a qualche mia amica quando mi viene a trovare, per esempio se vado al mare, e dico: “Io sono stata anche al campo de concentramento”; allora mi chiedono qualche cosa ma non ci credono.

D: Ai tuoi figli lo hai raccontato?

R: Ai miei figli sì, e mi dicono: “E tu sei sopravvissuta?” Ma và, mia figlia ha un carattere diverso dal mio, io la sovrasto col mio carattere. Quando andiamo al mare assieme, siamo sempre andate insieme fino all’anno scorso, lei si sente più piccola perché dove vado io mi faccio il nido con il mio carattere; non so come, ma tutti mi vengono dietro: “Dov’è la Ginevra? Dov’è la Ginevra?” perché piace stare in mia compagnia.

D: Ginevra, cos’è stato per te e per tua mamma l’esperienza del campo di concentramento?

R: La disfatta della famiglia, per noi una tristezza tremenda, non abbiamo più trovato noi che eran tutte case e famiglie. D’estate venivo qua a aiutare a far da mangiare, a far le pulizie, a tener puliti gli uomini perché avevano la campagna e mio padre era capo al Genio civile. Mio papà era papà del secondo matrimonio, era della provincia di Sondrio mio padre, non è della Valsugana, e venivo ad aiutare la famiglia perché c’era bisogno di una persona.
D’inverno andavo a Novara e lavorava come commessa al Galtrucco, un negozio di stoffe, sì, sì. Tutti gli inverni trovavo il posto: “Arriva la Ginevra”. Il signor Galtrucco che era sulla via principale sotto ai portici: “Arriva!” e mi offriva il nome, non mi ricordo più come diceva, in novarese me lo diceva. E tutto contento mi dava lavoro, 3, 4, 5 mesi come volevo stare.

D: E poi l’arresto e il campo di concentramento?

R: E dopo là tutta la disfatta e dopo quando son venuta fuori: “Adesso – dico – voglio andare in Svizzera per imparar il tedesco”. E son andata 5 mesi a Laufen e lavoravo in un ristorante, ho lavorato in un ristorante. Si faceva di tutto, dalla cucina alla lavanderia, bisognava far di tutto, una settimana ci si alzava alle 7, una settimana alle 8, però mi son trovata benissimo perché erano perfetti nel modo di trattare; se facevo un’ora di straordinario la sera la pagavano subito, in contanti. Davano subito i due, com’erano i soldi là?

D: Franchi?

R: Due franchi, alla sera per un’ora davano due franchi, subito.

D: Ginevra, e tuo fratello che era in Germania?

R: E’ venuto dalla Germania a piedi, da in cima alla Germania in due; l’avevano portato vicino alla Polonia, a piedi è venuto fino a non so che città dell’Austria, sempre a piedi, sempre a piedi; l’ha attraversata tutta. Era del ’16. Pensa che è sempre stato militare tutta la sua vita, ha fatto l’attivo, stava a casa tre mesi, e poi richiamato, è sempre sta via a militare.

D: Lui era prigioniero in Germania?

R: In Germania prigioniero, sì, sì. E invece l’altro fratello che non doveva far neanche un giorno perché erano orfani di guerra, della guerra del ’14, quello è stato richiamato dai tedeschi e mandato in Sicilia, era in Sicilia. Non mi viene il nome, mi scriveva, mi metteva il nome della città. E lì è stato preso prigioniero degli americani e l’hanno mandato in Africa, in Marocco. E da là mi ha scritto una cartolina dal Marocco, ma è arrivata dopo la guerra perché non c’era il permesso.

D: Ginevra, cosa ricordi ancora del campo di concentramento di Bolzano?

R: Di male ricordo il maresciallo Haage, non l’ho mai dimenticato; stavamo ore e ore all’adunata anche fino a mezzanotte la sera. Avanti col frustino perché non gli tornava il numero, fuori nel cortile grande. E là tutti in fila passavano e contavano eins zwei drei si sbagliavano allora anche fino a mezzanotte in piedi a far l’adunata.

D: Anche se c’era brutto tempo?

R: Anche se c’era brutto tempo. Sì, sì.

D: E poi cosa ti ricordi ancora del campo do Bolzano?

R: Il letto comodo. Il letto di piume, un sacco di segature!! C’erano le stecche, le segature andavano giù e restavano le stecche.

D: C’era un’infermeria nel campo do Bolzano?

R: Ho sentito nominare era qualche medico e che qualcuno lo aiutava, gli dava qualcosa ma non ho mai voluto, non ho mai chiesto niente, avevo paura che mi avvelenassero, dico: “Mi danno la medicina e mi fanno morire quelli lì”, non son mai andata, mai chiesto niente.

D: Di mamma cosa ti ricordi, quando era nel campo con te?

R: La mamma continuava a piangere. Tutti i giorni diceva: “Tutta la vita ho lavorato” perché veniva da una famiglia benestante e il primo marito l’ha sposato povero, ha dovuto piantarlo povero con la sua roba insomma. Dopo questo è andato in guerra, ogni volta che veniva a casa la metteva incinta, ne ha avuti 4. A 26 anni era vedova con 4 figli! A 30 anni ha sposato mio padre, 5 anni più giovane, lui aveva 25 anni. Io ho 25 anni di differenza da mio padre.

Pichler Erich

Nota sulla trascrizione della testimonianza:
L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Pichler Erich Florian. Sono nato il 14 ottobre 1926 a San Leonardo in Passiria.
D: è stato in carcere a Silandro?
R: Sì. Ci siamo dovuti presentare a Silandro per evitare che a causa della Sippenhaft, arrestassero i nostri genitori (come ostaggi familiari) e li portassero nel Lager di Bolzano. Mio padre, che si era già fatto quattro anni di prigionia in Russia, dall’agosto del 1914 fino all’agosto del 1918, non voleva assolutamente essere arrestato e ha voluto che noi andassimo a costituirci.
L’abbiamo fatto e ci hanno incarcerati. Ci siamo consegnati il 19 agosto 1944 a Silandro e il 22 agosto ci hanno incarcerati nelle caserme del paese. A Malles è poi arrivato il reggimento e per un certo tempo hanno portato a Malles anche noi, ma alla fine hanno deciso di incarcerarci definitivamente e ci hanno riportato nella prigione di Silandro.
D: A Merano non c’era il carcere?
R: A Merano ci sarà stato certamente un carcere, ma noi siamo stati rinchiusi in quello di Silandro.
D: Sa per quale motivo a Silandro e non a Merano?
R: Perché noi siamo stati incarcerati a Silandro e la competenza l’avevano là. Da Silandro ci hanno portati a Bolzano per il processo.
D: Dove?
R: A Gries, nelle caserme. Là hanno condannato sia me che mio fratello a tre anni. Dopodichè ci hanno riportato a Silandro. Forse era il 10 di ottobre. Siamo rimasti lì e non abbiamo più sentito nulla fino all’11 novembre.
L’11 novembre ci è stato detto che dovevamo tornare a Bolzano per un nuovo processo, perché l’ultimo non era stato fatto bene, forse saremmo stati assolti. Sono venuti con noi a Bolzano. Ci hanno fatto un nuovo processo. Ci hanno condannato a 11 anni per diserzione, perché ci eravamo rifiutati di andare in guerra.
D: Chi erano i giudici in questo processo?
R: Erano uomini della giurisdizione speciale delle SS e della polizia.
D: Dove si trovava esattamente questo edificio?
R: Non lo so con precisione. Era a Gries, nelle caserme.
D: In piazza Gries o in un altro luogo?
R: Fuori Gries, nelle caserme.
D: In Via Vittorio Veneto? Sulla strada per Merano?
R: Sì, là fuori. Ci hanno condannati a 11 anni. Siamo rimasti per cinque giorni nel carcere di Bolzano.
D: Dove si trovava il carcere a Bolzano?
R: Dove si trova ancora oggi, vicino al Talvera. Da lì ci hanno prelevato il 16 novembre tra molti insulti: “Verrete fucilati!” “Credevate di poter disertare?” Ci hanno messo le manette, poi però ce le hanno tolte perché ci hanno portati in stazione. In quel momento è scattato l’allarme aereo e siamo entrati nel tunnel, quello dall’altra parte, per trovare rifugio. Passato l’allarme ci hanno ricondotti in stazione e spediti a Dachau. Ci hanno tolto le manette perché dicevano che non avevamo fatto resistenza e che non potevamo fare resistenza. Il 17 novembre siamo arrivati a Dachau.
D: Prima di passare a parlare di Dachau, può spiegarci cosa esattamente significa diserzione?
R: Ci siamo presentati alle armi il 2 giugno ed il 6 giugno ci siamo allontanati dalla truppa, siamo scappati e dal 6 giugno al 19 agosto siamo rimasti nascosti vicino a casa. Alla fine abbiamo dovuto costituirci per evitare che i nostri genitori finissero nel Lager di Bolzano.
D: Lei sapeva che a Bolzano c’era un Lager?
R: Sì, si sapeva che c’era un Lager, ma nessuno sapeva che aspetto avesse. Lo chiamavano Lager Kaiserau, ma noi non abbiamo avuto nulla a che farci. Noi siamo arrivati a Dachau. Arrivati là abbiamo dovuto …
D: Si ricorda di come siete arrivati a Dachau? In autobus? In treno?
R: In treno. La ferrovia era distrutta e abbiamo dovuto fare una deviazione per la Val Pusteria fino a Lienz e poi da Lienz a Dachau. È stato un viaggio lungo. Abbiamo impiegato una notte ed un giorno interi. Fino a Monaco abbiamo viaggiato in treno. A Monaco ci hanno fatti scendere e ci hanno anche dato qualcosa da mangiare.
D: Eravate su un treno o su un vagone merci?
R: No, era proprio un treno, ma con i finestrini rotti. Faceva freddo.
D: Quanti eravate su questo treno per Dachau?
R: Io, mio fratello e Haller Franz: eravamo in tre con tre guardie.
D: SS?
R: Sì, e polizia.
D: Siete arrivati alla stazione di Monaco?
R: Sì. Da qualche parte in un ristorante ci hanno dato da mangiare. Hanno mangiato anche le guardie. Con un camion ci hanno portato al Lager di Dachau, che si trovava a circa 30 chilometri di distanza. Siamo arrivati verso sera. Ci hanno consegnati davanti al portone.
Subito abbiamo dovuto correre dentro. Beninteso, noi non eravamo deportati del campo di concentramento. I deportati avevano un abito a righe bianche e blu mentre a noi, quando finalmente ci hanno dato degli abiti, hanno dato l’uniforme della fanteria italiana. Ci hanno fatto vestire così perché avevamo abbandonato l’esercito ed eravamo disertori.
D: Avete ricevuto anche un numero di matricola?
R: No, i militari processati e condannati (Strafgefangene) non avevano numero di matricola. Lo avevano solo i deportati.
D: Non avete ricevuto alcun contrassegno a forma di triangolo?
R: No, proprio nulla.
D: In quale blocco è stato portato?
R: C’era una baracca apposta per gli Strafgefangene. Si trovava in fondo al campo. C’erano anche tante celle, era una caserma o una baracca di sole celle. C’era anche un lungo corridoio. Quella sera ci hanno portati in una di queste celle.
Ci hanno fatti spogliare. Nudi abbiamo corso per circa 30 metri. Siamo arrivati in una stanza dove ci hanno dato un paio di mutande ed una camicia. Questo era tutto.
Più tardi ci hanno portato nel Bunker, nel blocco celle e ci hanno rinchiusi in una cella. La cella era larga 2 metri e lunga 3. In questa cella erano rinchiusi 23 uomini appena arrivati.
Eravamo io, mio fratello, Haller Franz e tanti sconosciuti, 20 altri sconosciuti. 23 uomini sono rimasti rinchiusi in questa cella dalla sera alla sera successiva. Da mangiare ci hanno dato una pessima zuppa. Questo era tutto.
D: C’erano solo sudtirolesi in questo blocco per gli Strafgefangene?
R: No. C’erano prigionieri da ogni dove: tantissimi croati, poi italiani, francesi, olandesi, persino norvegesi, ungheresi.
D: C’erano anche tedeschi?
R: Sì, perché era un blocco per Strafgefangene.
D: Questo blocco aveva un numero o una sigla?
R: Non me lo ricordo. Era una baracca a se stante. Aveva 15 camerate e in ogni camerata c’erano 24 uomini. Erano piene. Quando era tutto pieno, trasferivano i deportati in un campo esterno
D: Da questo blocco per Strafgefangene si poteva vedere il forno crematorio?
R: No, il crematorio no. Era separato. Noi eravamo isolati. C’era un cortile. Quando uscivamo dal cortile arrivavamo sulla strada principale. Fuori c’erano ovunque baracche del Lager. Da qualche parte c’erano anche le baracche delle SS e le postazioni di guardia delle SS. Le SS sorvegliavano anche noi, proprio come facevano con gli altri.
Non ce la passavamo tanto meglio, forse in alcuni giorni andava meglio, in altri peggio. Ci hanno tormentati e affamati nello stesso modo. Avevamo una fame spaventosa.
D: Quanto è rimasto nel blocco celle?
R: Nel blocco celle siamo rimasti un giorno, fino alla sera del giorno successivo. Poi ci hanno dato l’uniforme della fanteria italiana. Ci hanno vestiti con quella. Eravamo Strafgefangene, ognuno aveva questa divisa.
D: Le hanno rasato la testa o no?
R: No. Ci hanno rasati, ma non completamente. Nella baracca io e mio fratello siamo stati assegnati alla camerata. E bisognava innanzitutto pregare per avere il permesso di andare dove eravamo stati effettivamente assegnati. Si usava così.
Abbiamo ricevuto il posto. C’erano tre tavolacci uno sopra l’altro e letti per alloggiare 24 uomini. C’era anche un tavolino. E questo era tutto. All’esterno della camerata c’era un ampio corridoio, largo tre metri, dalla prima all’ultima baracca attraverso 15 camerate e da qualche parte c’era il lavatoio, non riesco a ricordare bene, e la latrina.
Al mattino dovevamo alzarci alle 5 per fare le esercitazioni, dovevamo anche marciare attraverso il campo di concentramento. Molto spesso c’era un uomo sul piazzale, ben visibile a tutti, che aveva tentato di scappare durante il lavoro all’esterno e reggeva un cartello con la scritta “Ho avuto sfortuna” oppure “Sono stato troppo stupido” oppure qualche altra frase simile. Rimaneva là dalla mattina presto alla sera tardi. Non riceveva nulla da mangiare. Doveva stare sempre in piedi.
Cosa hanno fatto di questi uomini non si sa, non sappiamo proprio se li hanno fucilati o se li hanno riportati dai loro camerati. Non lo so. Li riacciuffavano quasi tutti quelli che tentavano di fuggire. Anche noi avremmo avuto un’occasione per fuggire, ma era solo una fantasticheria, perché li riprendevano sempre. Noi non l’abbiamo fatto.
Uscivamo per circa 2-3 chilometri. Fuori c’era una collinetta. C’erano degli alberi. Ai piedi della collina dovevamo costruire un Bunker, un rifugio antiaereo, ma il terreno era tutto sabbioso. Si doveva rivestire tutto con blocchi. Con la carriola dovevamo trasportare fuori il materiale, zig-zag e fuori. Era un lavoro difficile. Il materiale veniva reinterrato fuori, accanto ai binari, e camuffato perché non venisse visto. Non abbiamo continuato a lungo con questo lavoro perché la caserma o la baracca erano troppo affollate, dopo pochi giorni hanno spedito Franz Haller a Norimberga e il 3 dicembre hanno portato via anche me e mio fratello. Siamo arrivati a Mosbach, nell’attuale Baden-Wüttemberg, dove c’era un Lager chiamato Goldfisch. Siamo rimasti là dal 7 dicembre 1944 fino al 27 marzo (1945). Poi hanno evacuato l’intero campo e ci hanno portati via.
Ci hanno fatti tornare a Dachau a piedi. Abbiamo marciato dal 27 marzo fino al 24 aprile. Il cibo era sempre terribile, avevamo tanta fame, eravamo estremamente deboli.
D: A Mosbach c’era un campo di concentramento o una caserma?
R: C’erano diverse baracche per Strafgefangene.
D: Solo per Strafgefangene?
R: Sì, solo per Strafgefangene.
D: Durante il trasporto da Dachau a Mosbach eravate soli, Lei e suo fratello, o c’erano anche altri Strafgefangene?
R: C’erano altri 300/400 Strafgefangene. Ci hanno caricati sui carri bestiame e ci hanno portato in ferrovia fino a Mosbach, dove ci hanno fatto scendere e ci hanno fatto camminare per una mezz’ora o forse più per raggiungere le baracche. Il campo era in costruzione.
Io lavoravo nella squadra “U”, cioè Unterkunft (alloggiamento) e dovevo coprire di ghiaia i vari sentieri, c’era un binario e dovevamo prendere la ghiaia da un vagoncino. Dovevamo anche mescolare il cemento, fare le gettate per i pavimenti e costruire i tetti delle baracche.
Quando il grosso del lavoro era stato fatto, mi hanno mandato alla fabbrica. Mio fratello aveva cominciato a lavorare alla fabbrica sin da subito. Era a un’ora di cammino dal campo. Dovevamo uscire e andare verso Neckarelz. Là scorreva il fiume Neckar e sul fiume c’era un ponte ferroviario con un passaggio pedonale. Tutti i giorni attraversavamo questo ponte.
Dall’altra parte c’erano 150 scalini da salire. Proprio in cima c’era una ripida scala in legno, con altri 35 scalini. Lassù c’era l’ingresso della fabbrica. La fabbrica era tutta all’interno di una collina. In questa fabbrica c’erano tanti stanzoni molto grandi, tutti scavati nella roccia.
Camminavamo un quarto d’ora per raggiungere la nostra postazione di lavoro. Venivamo divisi. Ciascuno doveva lavorare al proprio posto. Non ricordo più quanti stanzoni ci fossero, dieci, undici o forse anche di più. Non l’ho mai saputo perché non ho mai visto tutta la fabbrica per intero.
D: Cosa si produceva nella fabbrica?
R: Si produceva materiale bellico. Parti di carro armato, parti di aeroplano. Le parti non venivano assemblate in fabbrica, venivano mandate a Berlino e lì si provvedeva all’assemblaggio.
Mio fratello ha lavorato più a lungo di me nella fabbrica perché io all’inizio ero nella squadra “U”. È andata avanti così fino a febbraio e poi ha iniziato a cedere, a sgretolarsi. Gli aeroplani erano molto fastidiosi. C’erano molti bombardamenti e c’erano moltissimi allarmi aerei. Venne colpito anche il ponte ferroviario. La prima volta lo hanno ricostruito, ma venne subito bombardato di nuovo. La seconda volta non sono più riusciti a sistemarlo. È stato verso la fine di febbraio.
D: Nelle gallerie c’erano solo Strafgefangene o anche deportati?
R: La fabbrica era separata. Era a un’ora di cammino dal campo. Al mattino dovevamo camminare un’ora per andare e alla sera un’altra ora per tornare. Nella fabbrica c’erano dei civili, c’erano anche prigionieri italiani, altri prigionieri, civili, tedeschi. C’erano persone di diverse nazionalità.
D: Il suo preposto era un civile?
R: Si, il mio preposto era un civile, e anche quello di mio fratello lo era. Poi c’erano le SS. Il loro compito era solo di accompagnarci alla fabbrica e di restare lì tutto il giorno di guardia, ma non avevano nulla da dire sul lavoro. Per il lavoro avevamo un preposto civile e con lui dovevamo lavorare.
D: Ha notato differenze tra Dachau, Mosbach e Goldfisch per quanto riguarda la disciplina e le esecuzioni ?
R: Devo fare un distinguo. Goldfisch era il nome del Lager. Che si trovava nei pressi di Mosbach. Mosbach era solo la città. Il nostro Lager era vicino a Mosbach. Un paio di volte, non spesso, siamo andati a Mosbach per fare la doccia perché si doveva curare un minimo di igiene. Eravamo comunque sempre pieni di pidocchi. I nostri vestiti erano tutti pieni di pidocchi che ci davano il tormento.
D: Com’era la disciplina nelle gallerie? Ci sono stati dei morti?
R: Non lo so. Credo che là ci siano stati pochi decessi. Se capitava era in seguito a incidenti; forse qualche prigioniero è morto di fame. Questo è assolutamente possibile. C’erano anche dei deportati che lavoravano, perché una volta ho parlato con uno di loro.
È arrivato un sergente delle SS che non conoscevo e che mi ha visto. Ha urlato contro di me se non sapevo che non fosse permesso parlare contro i principali nemici dello Stato. Io gli ho detto: “No, non lo sapevo”. Ed io davvero non lo sapevo. Poi lui ha chiesto: “Da dove vieni?” e io ho detto: “Dall’Alto Adige”. “Che mestiere fai?” “Lavoro in agricoltura” “Come?” ha detto “Vuole sapere ancora del mio lavoro?”. Allora mi ha schiaffeggiato e insultato per un bel po’ di tempo. Alla fine sono riuscito a cavarmela. Mi ha lasciato andare. Ho avuto sfortuna. Il giorno dopo l’ho incontrato di nuovo ed è incominciato tutto daccapo. “Tu! Tu sei quello di ieri, vieni qui!”. Mi ha di nuovo preso a schiaffi. Per un bel po’. Me lo sono ben tenuto a mente e mi sono detto: “Te non voglio proprio incontrarti più!”
Non l’ho più incontrato perché lo evitavo, ho pensato che non volevo proprio farmi picchiare senza motivo. Sapevo di non avere colpe. E poi era un sergente delle SS sconosciuto, uno che non aveva nulla a che fare con il nostro Lager Goldfisch a Mosbach. Non lo conoscevo. Era un estraneo. Forse aveva a che fare con i deportati, ma non con noi Strafgefangene.
D: Quanti eravate nel Lager di Mosbach? Centinaia o migliaia?
R: Qualche centinaio, 500/600. Non lo so di preciso, all’incirca 300 / 600 / 700 Strafgefangene. Alcuni eravamo stati condannati per diserzione; altri per furto, altri per omicidio, altri ancora per storie di donne, avevano commesso crimini diversi.
D: E lei ha davvero commesso un crimine?
R: Il nostro unico crimine è stato di non esserci arruolati con i tedeschi.
D: E’ stato davvero un crimine?
R: Ai loro occhi sì. Non potevamo abbandonare la truppa. L’abbiamo abbandonata. Siamo diventati disertori ma abbiamo dovuto costituirci perché altrimenti avrebbero portato i nostri genitori in campo di concentramento. Nostro padre ha detto: “Vi dovete costituire prima che finiamo tutti nel Lager. Voi siete solo in due e noi siamo in tanti”.
D: Ritorniamo ancora per un momento alla Sua storia. Poi è tornato a Dachau?
R: Sì.
D: E poi?
R: Il 24 aprile siamo tornati a Dachau. C’era una gran confusione, perché la guerra stava finendo. Non c’era quasi più nulla da mangiare. Ricevevamo caffè da bere, ma pochissimo cibo. È andata avanti così fino al 29 aprile (1945). Il 28 aprile ci hanno scartati alla visita. Quelli come noi avrebbero dovuto prestare servizio in guerra. Io e mio fratello eravamo troppo male in arnese, secondo loro. Non ci hanno preso. Avremmo potuto offrirci volontari. Non l’abbiamo fatto. Non ci siamo offerti. Siamo rimasti nel Lager. Il 28 aprile ci hanno restituito gli abiti che ci avevano tolto in novembre, anche i soldi, non più in lire ma in marchi tedeschi. Non abbiamo saputo fare nulla di più furbo che indossare i nostri abiti civili. Oggi non lo rifarei più, perché questa decisione ci è stata quasi fatale.
Oggi mi procurerei il vestiario dei deportati. Sarebbe stato meglio anche allora, ma eravamo solo dei ragazzi e non sapevamo cosa fosse la guerra e cosa sarebbe successo.
Il 29 aprile sono arrivati gli americani. Gli americani ci hanno presi prigionieri insieme alla SS. Ci hanno catturati e messi insieme a loro semplicemente perché noi indossavamo i nostri abiti civili. Glielo abbiamo ben detto che noi eravamo detenuti nel Lager. Ci hanno chiesto se eravamo stati soldati. Si, per quattro giorni. E allora dovevano trattenerci. Ci hanno portato fuori con gli uomini delle SS e con tutti i prigionieri che avevano catturato. Improvvisamente ci siamo trovati dietro un muro, un muro di pietra, lungo forse 30-40-50 metri e alto 3 metri, o forse di più.
Fuori avevano due mitragliatrici pronte, nessun uomo accanto a loro ma tutte le guardie che ci avevano accompagnato là. Abbiamo dovuto metterci lungo il muro, con la faccia rivolta al muro e le braccia in alto. Volevano fucilarci sul posto, immediatamente. All’ultimo minuto è arrivato un ufficiale americano di grado elevato. Ha fatto fermare tutto.
Ci è stato permesso di rientrare nei ranghi. Così ci hanno fatti uscire dal Lager e ci hanno portato a Dachau, forse in un edificio pubblico. Era una casa grande a due piani, con un grande piazzale. Hanno portato lì tutti i prigionieri che avevano.
C’eravamo anche noi. Nel giro di due giorni, o forse di un giorno solo, si è riempito tutto l’edificio. C’erano forse 300 prigionieri al primo piano e 300 al secondo. Dopo due giorni ci hanno portati a Fürstenfeldbruck. Là avevano preparato un campo per prigionieri nuovo di zecca. Ai quattro angoli del campo c’era una torre con illuminazione e con sentinelle americane. Erano molto preoccupati che i prigionieri potessero scappare.
Hanno disegnato una riga bianca, un quadrato che racchiudeva il campo. Nessuno poteva oltrepassarla. Chi l’ha fatto è stato immancabilmente ucciso a colpi di fucile. Ogni mattina c’erano dei morti perché molti prigionieri credevano di potersene andare inosservati. C’erano anche dei posti di guardia intermedi, il quadrato disegnato in bianco misurava forse 150 x 150 m. C’erano continui arrivi di nuovi prigionieri. Era il primo maggio (1945). Ha nevicato e piovuto. Faceva freddo. Noi gelavamo.
I prigionieri si sono scavati delle buche, con le mani o con qualsiasi altra cosa potesse servire. Perlopiù avevamo a disposizione solo le nostre mani. Ci trovavamo in un campo in cui erano appena stati interrati i tuberi delle patate. Avevamo tantissima fame. Scavando le buche abbiamo scoperto le patate, che erano ancora fresche di semina. Le abbiamo dissotterrate tutte. La notizia si è diffusa immediatamente tra i prigionieri. In un giorno solo tutte le patate sono state dissotterrate. Le abbiamo arrostite o lessate e mangiate, perché c’era della legna che si poteva usare.
Per otto giorni gli americani non ci hanno dato assolutamente nulla da mangiare. Avevamo una fame tremenda. Eravamo io e mio fratello e poi c’era un certo Franz Thaler di San Martino in Val Sarentina, era molto debilitato, zoppicava. Era triste e disperato. Io gli dicevo spesso: “Franz, adesso che la guerra è finita, che siamo fuori dal Lager non devi disperare, riusciremo a tornare a casa”. Era molto scettico perché era malato.
Dopo otto giorni gli americani ci hanno dato due scatolette, una con biscotti e un paio di dolci e l’altra con un pasto, pasta e fagioli o roba simile. Era tutto buono, ma troppo poco. Nel campo noi abbiamo mendicato. Ma abbiamo ricevuto ben poco, perché ognuno si teneva il poco che aveva. Ogni giorno arrivavano nuovi prigionieri. Sono arrivati anche Franz Haller e suo fratello. Stavamo insieme.
Loro rubavano. Questa era la nostra unica possibilità di sopravvivere, perché altrimenti saremmo morti di fame e poco ci mancava. Rubavamo ciò che ci serviva. Però ci hanno scoperti. Hanno detto in tutto il Lager che noi eravamo ladri. Quello stesso giorno sono arrivati gli americani con dei grossi camion per trasferire i prigionieri da qualche altra parte. Noi ci siamo subito fatti avanti e siamo partiti. C’erano 12 camion in tutto.
Su ogni camion hanno fatto salire almeno 50 uomini. Correvano come dannati, in colonna, c’erano tre/quattro metri di distanza tra uno e l’altro e viaggiavano a grande velocità. Siamo poi arrivati in una città. Da qualche parte c’era un ostacolo, forse a un incrocio. Il primo camion ha inchiodato. Tutti gli altri si sono fermati in pochissimo spazio. Non ci sono stati tamponamenti. Abbiamo proseguito verso Ulma.
Siamo rimasti lì un paio di giorni, sempre senza mangiare. Prima di partire con i camion da Fürstenfeldbruck, la Croce Bianca tedesca aveva distribuito del cibo e noi ne avevamo quel tanto che ci avrebbe permesso di vivere per un giorno. Ci hanno trasferiti da Ulma a Heilbronn in un campo per prigionieri molto grande. Si diceva che ci fossero più di un milione di prigionieri, suddivisi in gruppi più piccoli. Giungemmo anche noi in uno di questi gruppi.
Gli americani erano di solito buoni e non ci stressavamo mai, ma da mangiare non ci davano nulla, quasi nulla. Almeno tre settimane abbiamo passato così. Adesso non ricordo con precisione, ma è stato all’incirca da metà maggio fino a giugno, forse fino alla metà di giugno. Ricevevamo da mangiare una volta al giorno, mezzo litro/tre quarti di litro di zuppa liquida. Così è stato all’inizio. Dopo ci è stato dato del cibo tedesco in più, prima da dividere tra 18 uomini poi tra 14, oltre a una piccola fettina di pane. Ma non bastava. Eravamo molto deboli e smagriti. Dormivamo 16-17 ore al giorno, come i bambini piccoli. Ogni tanto volevamo e dovevamo alzarci, per andare a prendere da mangiare o perché magari avevamo qualcosa da fare, ma altrimenti ci lasciavano in pace per quanto potevano.
In tutta la Germania non c’era più nulla da mangiare. Prima di tutti venivano i soldati americani, loro ricevevano tutto, come sempre. Poi venivano i lazzaretti e i campi degli ammalati. Poi veniva la popolazione civile e alla fine i prigionieri. Per noi quindi non rimaneva molto.
D: Quanto è rimasto a Heilbronn?
R: Tra le tre e le quattro settimane. Non ricordo più bene. È passato troppo tempo. Alla fine siamo andati via anche da Heilbronn. Ci hanno caricati su un treno, migliaia di uomini. Abbiamo attraversato la Germania e siamo andati in Francia. In Francia, nei dintorni di Parigi, a Soissons.
Dalla stazione partiva una strada ripida che conduceva su un’altura. Abbiamo camminato di sicuro per una buona mezz’ora, o forse di più. Non eravamo quasi più in grado di camminare. Avevamo semplicemente esaurito le forze, perché anche ad Heilbronn non riuscivamo a stare in piedi e continuavamo a cadere. Tutto diventava grigio e per breve tempo svenivamo. Cascavamo e poi riprendevamo i sensi.
Poi ci rialzavamo, sempre molto lentamente, ma non ce la facevamo. Eravamo così deboli e talmente sfiniti che proprio non riuscivamo a stare in piedi. Cadevamo di nuovo, non sempre, ma spesso. Solo al terzo tentativo riuscivamo davvero ad alzarci ed a camminare, per fare quello che dovevamo, per prendere il cibo e cose così.
Dopo che avevamo fatto tutto, tornavamo nella nostra tenda e dormivamo, dormivamo, dormivamo.
D: La vostra situazione è migliorata in Francia?
R: È migliorata perché tutti sapevano che noi, eravamo sette o otto, eravamo stati prigionieri a Dachau. Lo sapeva tutto il campo. L’amministrazione del Lager, dove c’erano naturalmente tutti prigionieri austriaci ed italiani, ci ha diviso per nazionalità. Nel nostro campo c’erano solo austriaci e italiani con la cittadinanza italiana, come noi l’abbiamo sempre avuta. Noi eravamo e siamo rimasti cittadini italiani.
A noi, quando distribuivano il cibo, che veniva preparato fuori dal campo e distribuito poi all’interno, a noi davano sempre uno/due litri di zuppa in più, perché sapevano che eravamo stati a Dachau, e se ne avanzava ce ne davano ancora. Ogni giorno ricevevamo tre, quattro, anche cinque litri di zuppa. E la zuppa non era per niente male. Ne avevamo bisogno.
Era il cibo più adatto per superare la nostra totale debilitazione, il nostro stato di denutrizione. Era una zuppa né troppo grassa né troppo ricca. In questo modo siamo riusciti a riprenderci. Avevamo cibo quasi a sufficienza. Ricevevamo anche un pane americano, le “aggiunte americane” o come chiamavamo le pagnotte. Si trattava di pane bianco. Dovevano essere suddivise in quattro parti, c’era una pagnotta ogni quattro uomini.
D: In Francia?
R: Sì, in Francia.
D: Quando è arrivato a casa?
R: In questo campo stavamo meglio e siamo rimasti fino al 17 agosto. Alcuni giorni prima, forse tra il 10 ed il 12 agosto, è arrivato un colonnello italiano. Ci ha consolati e ci ha detto che saremmo tornati a casa. Era venuto apposta. Non sapeva che nel campo ci fossero prigionieri italiani, dovevamo scusarlo, altrimenti sarebbe venuto prima.
Si è subito dato da fare. Due giorni dopo hanno fatto partire gli ammalati. Poi sono partiti i prigionieri fino alla lettera “H”, che erano proprio tanti, e poi quelli dalla lettera “H” alla “Z”. Noi, con la lettera “P”, eravamo tra gli ultimi. Siamo usciti dal campo il 17 agosto e abbiamo ripercorso la strada fino alla stazione.
Ci hanno fatto salire di nuovo sui vagoni, sempre con gli americani di guardia. Quello è stato un bene, perché i francesi ce l’avevano a morte con i prigionieri. I francesi pensavano fossimo tutti tedeschi. Venivano con le pietre e le lanciavano contro i vagoni, ma gli americani sapevano come tenerli a bada. Gli americani ci hanno accompagnato fino al confine con la Svizzera. E poi sono spariti. Ci hanno lasciati soli. Finalmente, intorno al 19/20 agosto, eravamo di nuovo uomini liberi.
Ci siamo fermati là per un giorno e mezzo. Poi siamo partiti per l’Italia, attraverso la galleria del San Gottardo siamo arrivati a Domodossola e da lì siamo andati a Novara. A Novara ci hanno dato un foglio di congedo. Abbiamo potuto proseguire, fino a Milano il gruppo è rimasto unito, da Milano a Verona eravamo ancora numerosi e poi siamo rimasti in pochi. Alla fine siamo rimasti soli e ci siamo dovuti arrangiare per tornare a casa, dove siamo arrivati il 23 agosto.
D: Finalmente.
R: Finalmente! Avevo un fratello più vecchio. Era nato nel 1922. Era nell’esercito italiano di stanza in Italia. Avremmo dovuto combattere contro nostro fratello. Non l’abbiamo fatto e non abbiamo mai voluto farlo. Mio fratello è tornato in congedo proprio quando noi siamo arrivati a casa. Ci siamo incontrati da una delle nostre sorelle. Ci ha detto “Cosa? Siete i miei fratelli? Così gracili? Così scheletrici? Macilenti? Siete allampanati, vi si può vedere attraverso”. Gli abbiamo detto: “Avresti dovuto vederci due o tre mesi fa. Allora avresti potuto dire queste cose, ora non più”. Infatti ci eravamo ripresi abbastanza. Siamo arrivati a casa il 23 agosto 1945.
D: Posso farle ancora una domanda: Riesce a dimenticare? Vuole dimenticare? Oppure non vuole farlo?
R: Ho dimenticato tante cose, ma è impossibile dimenticare tutto. È proprio fuori discussione. È un pezzo della mia vita, un pezzo crudele della mia vita. I tedeschi ci hanno martoriati e torturati e stressati e ci hanno fatto soffrire la fame.
Dormivamo poco. Alle 10 potevamo andare a dormire, ma verso le 11, le 12 partiva l’allarme aereo che durava circa due ore. Era estremamente raro che non ci fossero allarmi aerei. Forse all’inizio di dicembre, ma da febbraio in poi l’allarme aereo suonava due volte quasi ogni notte. Con l’allarme dovevamo andare nel Bunker e nel Bunker nessuno poteva dormire. E adesso Lei sa quante ore ci rimanevamo per dormire, se andavamo a letto alle 10 di sera, stavamo quattro ore nel Bunker ed alle 5 del mattino dovevamo di nuovo alzarci. Tempo per dormire non ce n’era più tanto.

(traduzione dall’originale tedesco dell’Ufficio Traduzioni del Comune di Bolzano / Dr.ssa Maddalena Rudari, giugno 2017)

Ich heiße Pichler Erich Florian. Ich bin geboren am 14. Oktober 1926 in St. Leonhard in Passeier.
FRAGE: Waren Sie in Schlanders im Gefängnis?
ANTWORT: Ja. Wir mussten uns dort zurückmelden wegen der Sippenhaft. Man wollte unsere Eltern hier nach Bozen ins Lager bringen. Das hat der Vater nicht angenommen, weil er schon vier Jahre russische Gefangenschaft mitgemacht hat von 1914 August bis 1918, vielleicht auch August. So hat er von uns verlangt, dass wir uns zurückmelden.
Das haben wir uns und dann haben sie uns eingekerkert. Wir haben uns am 19. August 1944 gestellt in Schlanders und dann haben sie uns am 22. August eingekerkert in Schlanders in den Kasernen. Das Reglement kam dann nach Mals. Auch uns brachten sie nach Mals eine Zeit lang. Dann haben sie entschieden uns endgültig eingekerkert zu lassen und haben uns in das Gerichtsgefängnis nach Schlanders zurückgebracht.
FRAGE: In Meran gab es kein Gerichtsgefängnis?
ANTWORT: In Meran wird es schon ein Gefängnis gegeben haben, aber uns haben sie in Schlanders eingekerkert im Gerichtsgefängnis.
FRAGE: Wissen Sie warum genau in Schlanders und warum nicht in Meran?
ANTWORT: Weil wir eigentlich in Schlanders eingekerkert wurden und dort zuständig waren. Von Schlanders hat man uns nach Bozen gebracht zu einem Prozess.
FRAGE: Wo?
ANTWORT: In Gries in den Kasernen. Dort haben sie uns dann verurteilt, mich und meinen Bruder, weil ich war nicht alleine. Dann haben sie uns drei Jahre Zuchthaus gegeben. Dann brachten sie uns wieder nach Schlanders zurück. Das war vielleicht um den 10. Oktober. Dann blieben wir wieder in Schlanders, haben nichts mehr gehört bis zum 11. November.
Am 11. November hieß es wir müssten noch einmal zu einem Prozess nach Bozen, weil das letzte Mal ist nicht richtig gewesen, vielleicht werden wir freigesprochen. Dann sind sie mit uns nach Bozen. Dann haben wir noch einmal einen Prozess gehabt. Da haben sie uns 11 Jahre Zuchthaus gegeben für die Fahnenflucht, weil wir uns geweigert haben, Kriegsdienst zu machen.
FRAGE: Wer waren die Richter bei jenem Prozess?
ANTWORT: SS und Polizeigerichtsbarkeit war das.
FRAGE: Wo war genau dieses Gebäude?
ANTWORT: Das kann ich nicht genau sagen. Draußen in den Kasernen, hier in Gries, Bozen.
FRAGE: Am Grieserplatz genau oder an einem anderen Ort?
ANTWORT: In den Kasernen draußen.
FRAGE: In der Vittorio-Veneto-Straße? Auf der Straße nach Meran?
ANTWORT: Ja, dort draußen. Dann haben sie uns die 11 Jahre gegeben. Dann brachten sie uns ins Gerichtsgefängnis hier in Bozen für fünf Tage.
FRAGE: Wo war dieses Gerichtsgefängnis hier in Bozen?
ANTWORT: Wo es auch heute noch ist, draußen an der Talfer. Von dort haben sie uns am 16. November geholt mit viel Schimpfen: “Ihr werdet erschossen! Was glaubt ihr Fahnenflucht zu begehen?” Sie haben uns dann in Handschellen gelegt. Später haben sie sie uns wieder abgenommen, weil man hat uns hinausgebracht zum Bahnhof.
Dann war gerade Fliegeralarm und wir mussten dann in das Tunnel, das auf der anderen Seite um Luftschutz gehen. Wenn der Fliegeralarm vorbei war dann haben sie uns auf die Bahn gebracht und nach Dachau abgeschoben. Sie haben uns die Handschellen abgenommen, weil sie sagten, dass wir eigentlich uns ja nicht wehrten oder wehren konnten. Dann sind wir am 17. November in Dachau angekommen.
FRAGE: Bevor wir von Dachau sprechen. Können Sie uns genau erklären was Fahnenflucht bedeutet?
ANTWORT: Wir sind eingerückt am 2. Juni und am 6. Juni haben wir uns von der Truppe entfernt, sind geflohen und dann haben wir uns zu Hause in der Nähe oder so aufgehalten, vom 6. Juni bis zum 19. August. Dann haben wir uns stellen müssen damit die Eltern nicht ins Lager nach Bozen gekommen sind.
FRAGE: Wussten Sie, dass es ein Lager in Bozen gab?
ANTWORT: Ja, das wusste man schon, dass es ein Lager gab, aber wie das aussah wusste eigentlich niemand. Das Lager Kaiserau hat man es geheißen, aber wir haben mit dem nichts zu tun gehabt.
Wir sind nach Dachau gekommen. Dort angekommen mussten wir…
FRAGE: Erinnern Sie sich wie Sie nach Dachau gekommen sind? Mit einem Bus? Mit dem Zug?
ANTWORT: Mit dem Zug. Der Zug war demoliert worden und so mussten wir einen Umweg fahren über Pustertal nach Lienz und von Lienz nach Dachau. Das war eine lange Strecke. Somit brauchten wir die ganze Nacht und den ganzen Tag. Bis nach München sind wir mit dem Zug gefahren. In München, da haben sie uns aussteigen machen, bekamen wir auch einmal etwas zu essen.
FRAGE: Waren Sie in einem Zug oder in einem Wagon?
ANTWORT: Nein, in einem Personenzug, aber mit kaputten Fenstern. Es war kalt.
FRAGE: Wie viele ward ihr in diesem Zug nach Dachau?
ANTWORT: Ich und mein Bruder und Haller Franz, unsere drei und drei Posten.
FRAGE: SS?
ANTWORT: Ja, und Polizei.
FRAGE: Dann kamen Sie auf den Münchner Bahnhof?
ANTWORT: Ja. Dann haben sie uns irgendwo in einem Restaurant ein Essen gegeben, auch die Wache hat gegessen. Dann haben sie uns mit einem Camion nach dem Lager Dachau gebracht. Das sind circa 30 Kilometer entfernt. Dort sind wir gegen Abend angekommen. Da haben sie uns am Tor abgegeben.
Dann mussten wir schon sofort hineinlaufen. Wir waren nicht KZ-ler, wohlgemerkt. Die KZ-ler hatten einen weißblau gestreiften Anzug und wir wenn wir einmal eine Kleidung erhielten, dann war es eine italienische Infanteriemondur. Mit dem haben sie uns Strafgefangene eingekleidet, weil wir die Truppe verlassen haben und fahnenflüchtig waren.
FRAGE: Haben Sie auch eine Matrikelnummer bekommen?
ANTWORT: Nein, die Strafgefangenen hatten keine Matrikelnummer. Das hatten nur die KZ-ler.
FRAGE: Auch kein Dreieck haben Sie bekommen?
ANTWORT: Nein, gar nichts.
FRAGE: In welchen Block wurden Sie gebracht?
ANTWORT: Das war eine extra Baracke für die Strafgefangenen. Das war ganz hinten drinnen. Da waren auch viele Zellen, eine Kaserne oder eine Baracke mit nur Zellen. Es war auch ein langer Gang. In eine dieser Zellen haben sie uns an diesem Abend hineingebracht.
Man hat uns zuerst die Kleidung abgenommen. Dann mussten wir nackt, vielleicht 30 Meter laufen. Dann sind wir in eine Stube gekommen wo sie uns eine Unterhose und ein Hemd gaben. Das war alles.
Dann haben sie uns später in den Bunkerbau gebracht, in einen Zellenbau und in eine Zelle gesperrt. Die Zelle war 2 Meter breit und 3 Meter lang circa. In dieser Zelle waren 23 Mann Neuzugänge eingesperrt.
FRAGE: Waren Sie zusammen mit den anderen drei…
ANTWORT: Ich, mein Bruder und Haller Franz und dann viele Fremde, 20 andere Fremde. 23 Mann waren in diese Zelle gesperrt vom Abend bis zum nächsten Abend. Zu essen haben sie uns einmal eine schlechte Suppe gegeben. Das war alles.
FRAGE: Waren nur Südtiroler in diesem Strafgefangenenblock?
ANTWORT: Nein. Da waren von allen Ländern Gefangene, Kroaten sehr viele, Italiener, Franzosen, Holländer, sogar Norweger, Ungarn.
FRAGE: Deutsche auch?
ANTWORT: Auch Deutsche, weil das war ein Strafgefangenenblock.
FRAGE: Dieser Block trug keine Nummer oder eine Ziffer?
ANTWORT: Das kann ich mich nicht erinnern. Das war eine extra Baracke. Die hatte 15 Stuben und in jeder Stube waren 24 Mann. Da war voll. Wenn voll war haben sie die Häftlinge abgeschoben und in ein Außenlager.
FRAGE: Konnten Sie von diesem Strafgefangenenblock das Krematorium sehen?
ANTWORT: Nein, das Krematorium nicht. Also das war separat. Wir waren abgeschlossen. Es war ein Hof. Wenn wir von diesem Hof hinauskamen, kamen wir auf die Hauptstraße. Draußen waren die KZ-Baracken überall herum. Irgendwo sind auch SS-Baracken gewesen und SS-Wache untergebracht. Auch wir wurden von der SS bewacht genau so wie die anderen.
Es ging uns nicht viel besser, vielleicht in manchen Tagen besser, in manchen schlechter. Uns hatte man genauso gestresst und hungern lassen. Wir hatten schrecklichen Hunger.
FRAGE: Wie lange blieben Sie im Zellenbau?
ANTWORT: Im Zellenbau waren wir einen Tag, bis zum nächsten Tag Abend. Dann gaben sie uns die italienische Infanteriemondur. Mit der haben sie uns eingekleidet. Das waren wir Strafgefangene. Jeder Strafgefangene hatte diese Mondur.
FRAGE: Wurden Sie auch rasiert am Kopf oder nicht?
ANTWORT: Nein. Sie hatten uns wohl geschoren, aber nicht kahl. In der Baracke sind ich und mein Bruder in die Stube eingeteilt worden. Dort mussten wir uns einbettlen, weil das war so üblich, dass man erst muss bitten, dass wir hier kommen dürfen, wo man uns doch zugeteilt hat.
Dann haben wir auch den Platz erhalten. Es waren drei Bridgen übereinander und so viele Betten, dass 24 Mann untergebracht waren. Es war noch ein kleiner Tisch dran. Das war eigentlich alles. Da war draußen ein breiter Gang, 3 Meter breit, von der letzten bis zur ersten Baracke, über alle 15 Stuben hinauf und da war auch noch der Waschraum irgendwo, kann ich mich nicht mehr genau erinnern, das Klosett.
Dann mussten wir am Morgen um fünf Uhr aufstehen zum Exerzieren, mussten auch hinausmarschieren durch das KZ-Lager. Dort stand sehr oft gut sichtbar auf dem Platz ein Mann, der geflohen war bei der Arbeit aus dem Lager und er trug eine Tafel: “Ich habe Pech gehabt.” oder “Ich war zu dumm.” oder irgend so ein Spruch. Er ist immer vom frühen Morgen bis zum späten Abend dort gestanden. Er bekam nichts zu essen. Er musste immer stehen.
Was sie damit getan haben, das wissen wir überhaupt nicht, haben sie sie erschossen oder wieder zurückgebracht zu ihren Kameraden. Das weiß ich nicht. Die meisten haben sie immer eingefangen, die stiften gegangen sind. Wir hätten auch einmal eine Gelegenheit gehabt abzuhauen, aber das waren Flausen, weil die haben sie immer erwischt. Das haben wir nicht getan.
Wir mussten 2-3 Kilometer hinausgehen. Draußen war ein kleiner Hügel. Dort waren Bäume drauf. Am Fuße des Hügels mussten wir einen Bunker machen, einen Luftschutzkeller, aber das war alles Sand. Da musste alles mit Blöcken ausgefüttert werden. Da war es nur “so” breit. Da mussten wir mit dem Schiebekarren das Material herausfahren, zickzack heraus. Das war eine schwierige Arbeit. Draußen wurde das neben dem Bahngleis irgendwo aufgeschüttet und getarnt damit sie das nicht sehen konnten. Das ging so nicht lange, weil die Kaserne war voll oder die Baracke.
Den Haller Franz haben sie nach wenigen Tagen nach Nürnberg geschickt und mich und meinen Bruder haben sie auch am 3. Dezember herausgesucht. Wir kamen dann noch Moosbach in Baden. Das Lager haben sie Goldfisch genannt. Dort sind wir gewesen vom 7. Dezember 1944. Dann mussten wir dort bleiben bis zum 27. März. Da wurde das ganze Lager geräumt. Sie haben uns fort.
Wir mussten zu Fuß nach Dachau zurückgehen. Vom 27. März bis zum 24. April sind wir wieder zu Fuß in Dachau angekommen. Das Essen war immer sehr schlecht und wir hungerten sehr und wir waren äußerst geschwächt.
FRAGE: War in Moosbach ein KZ oder eine Kaserne?
ANTWORT: Da waren mehrere Baracken für die Strafgefangenen.
FRAGE: Nur für Strafgefangene?
ANTWORT: Ja, nur für Strafgefangene.
FRAGE: Bei Ihrem Transport von Dachau nach Moosbach, waren Sie nur mit Ihrem Bruder oder mit anderen Strafgefangenen auch?
ANTWORT: Mit 300 / 400 Strafgefangenen. Da haben sie uns mit Viehwagon mit der Bahn nach Moosbach gebracht und dort auswagoniert, mussten auch eine halbe Stunde oder länger zu Fuß gehen bis wir zu diesen Baracken kam. Das Lager war erst im Aufbau.
Ich musste dann im Baustab U, das heißt Unterkunft, arbeiten, Wege einschottern, da war ein Gleis gelegt, und mussten Schotter holen in einer Lore. Wir mussten auch Beton mischen, Barackenböden herausgießen und auf den Baracken Dächer draufmachen.
Wenn das Meiste gemacht war, da kam auch in die Fabrik. Mein Bruder ist sofort in die Fabrik gekommen. Die Fabrik war eine Stunde Fußweg entfernt. Wir mussten da hinausgehen nach Neckarelz. Dort ging die Neckar und über die Neckar war eine Eisenbahnbrücke und auch ein Fußweg. Wir mussten jeden Tag über diese Brücke.
Auf der anderen Seite waren 150 Stufen hinauf. Ganz oben war noch eine steile Holzstiege. Da waren auch noch so 35 Stufen. Dann kamen wir hinauf. Da war der Eingang in die Fabrik. Die Fabrik war alle unterirdisch. Das war ein Hügel. In dieser Fabrik waren viele Hallen, große Hallen, alles im Felsen herausgehauen.
Wir brauchten eine Viertelstunde hinein bis wir auf den Arbeitsplatz kamen. Dann wurden wir verteilt. Jeder musste auf seinem Platz arbeiten gehen. Ich weiß nicht mehr wie viele Hallen waren, 10-11 oder mehr. Ich habe es auch nie gewusst, weil ich nie durch die ganze Halle der unterirdischen Fabrik gekommen bin.
FRAGE: Was wurde in dieser Fabrik produziert?
ANTWORT: Da haben sie Kriegsmaterial produziert. Ich glaube, Panzerteile, Flugzeugteile. Die ganzen Teile wurden nicht zusammengestellt dort, sondern sie kamen alle nach Berlin und dort wurden sie zusammengefügt und -gestellt und aufgebaut.
Mein Bruder war länger in der Fabrik und ich weniger lang, weil ich im Baustab U war. Das ging so bis Mitte Februar. Dann hat es angefangen etwas abzubröckeln. Nicht mehr die Flieger waren sehr lästig. Es wurde viel bombardiert und es gab sehr viel Fliegeralarm. Auch die Eisenbahnbrücke wurde getroffen. Die haben sie das erste Mal wieder so zur Not herstellen können. Doch sie wurde bald wieder bombardiert. Das zweite Mal haben sie sie nicht wiederherstellen können. Das war dann so gegen Ende Februar.
FRAGE: In den Stollen gab es nur Strafgefangene oder auch andere Häftlinge?
ANTWORT: Die Fabrik war separat. Sie war eine Stunde Fußweg entfernt. Wir mussten am Morgen eine Stunde und am Abend eine Stunde zurückgehen ins Lager. Die Fabrik, da waren Zivilpersonen, da waren auch italienische Gefangene so und auch anders Gefangene, Zivilpersonen, Deutsche. Da waren auch mehrere Nationen bei der Arbeit.
FRAGE: Hatten Sie einen Zivilmeister?
ANTWORT: Ja, ich hatte einen Zivilmeister als Vorarbeiter, mein Bruder auch. Da waren die SS. Die haben uns nur hingebracht und waren den ganzen Tag als Posten irgendwie da, aber die hatten nicht rein zu reden bei der Arbeit. Arbeit, da unterstanden wir einem Zivilmeisterchef und mussten mit dem arbeiten.
FRAGE: Haben Sie Unterschiede bemerkt bei der Disziplin, bei der Todesstrafe zwischen Dachau und Moosbach und Goldfisch?
ANTWORT: Ich muss unterscheiden. Goldfisch hieß das Lager. Das war ganz nahe an Moosbach. Moosbach war nur die Stadt. Unser Lager war nahe an Moosbach. Wir konnten einige Male, nicht oft, aber einige Male nach Moosbach um zu duschen, weil für ein bisschen Hygiene musste auch gesorgt werden.
Verlaust waren wir sowieso immer. Die ganzen Kleider waren voll Läuse und die plagten uns sehr.
FRAGE: In den Stollen, wie war die Disziplin? Gab es Todesfälle?
ANTWORT: Ich weiß das nicht. Ich glaube, es sind dort wenig Todesfälle gewesen. Wenn vielleicht irgendwann ein Unglück war oder tatsächlich ein Gefangener verhungert ist. Das ist schon möglich. Es gab auch KZ-Arbeiter dort, einige wenige, weil ich habe einmal mit einem KZ-ler geredet.
Da kam ein fremder SS-Unterscharführer und er hat mich gesehen. Dann hat er mich zusammen geschumpfen ob ich nicht weiß, dass man mit diesen Staatsfeinden Nr. 1 nicht sprechen darf. Ich habe ihm gesagt: “Nein, das weiß ich nicht.” Ich wusste es auch nicht. Dann sagt er: “Von wo kommen Sie?” Ich sage: “Von Südtirol.” “Was sind Sie von Beruf?” “Ich arbeite in der Landwirtschaft.” “Was?” hat er gesagt. “Von meinem Beruf auch noch?”
Dann hat er mich geohrfeigt eine ganze Zeit lang und beschumpfen. Schließlich bin ich schon einmal davon gekommen. Er hat mich entlassen. Ich habe Pech gehabt. Am nächsten Tag begegnete ich ihm wieder. Dann ging es von vorne los. “Sie da! Sie sind ja der Mann von gestern, kommen Sie her!” Dann hat er mich wieder geohrfeigt, auch eine längere Zeit. Dann habe ich es mir gemerkt. Ich habe mir gesagt: “Mann, dir begegne ich nie wieder.”
Ich bin ihm nie wieder begegnet, weil ich bin ihm schon früh genug ausgestellt, weil ich dachte mir: Ich lasse mich nicht hauen für nichts. Ich weiß mich nicht schuldig. Dann ist das auch ein fremder SS-Unterscharführer gewesen, der mit unserem Lager Goldfisch in Dachau nichts zu tun hatte. Den kannte ich nicht. Das war ein anderer. Der hat vielleicht wohl mit KZ-ler zu tun, aber nicht mit uns Strafgefangenen.
FRAGE: Wie viele Strafgefangene ward ihr im Lager Moosbach? Hunderte oder tausende?
ANTWORT: Da waren mehrer hunderte, 500 / 600. Ich weiß das nicht genau, so herum, zwischen 300 / 600 / 700 herum, Strafgefangene. Wir waren Gefangene wegen Fahnenflucht, andere wegen Diebstahl, andere wegen Totschlag, andere wegen Frauengeschichten. Die hatten alle andere Delikte begangen.
FRAGE: Haben Sie wirklich ein Delikt begangen?
ANTWORT: Wir haben kein anderes Delikt begangen als, dass wir den Deutschen nicht gedient haben, den Soldaten.
FRAGE: War das wirklich ein Delikt?
ANTWORT: In ihren Augen schon. Wir durften die Truppe nicht verlassen. Wir haben sie verlassen. Wir sind fahnenflüchtig geworden, weil wir mussten uns stellen, weil sie sonst die Eltern ins Lager gebracht hätten. Der Vater hat gesagt: “Bevor wir alle ins Lager gehen, müsst ihr euch stellen. Ihr seid nur zwei und wir sind mehrere.”
FRAGE: Noch eine Minute zurück zu Ihrer Geschichte. Danach kommen Sie wieder nach Dachau.
ANTWORT: Ja.
FRAGE: Und dann?
ANTWORT: Am 24. April sind wir in Dachau zurückgekommen. Dann war auch alles nicht mehr in Ordnung, weil der Krieg ja zu Ende ging. Es gab kaum mehr zu essen. Man bekam sehr wohl Kaffee, aber zu essen sehr wenig. Das ging bis zum 29. April. Am 28. April haben sie uns noch ausgemustert. Die Strafgefangenen hätten sollen Kriegsdienst leisten. Sie bekamen eine Bewährung an die Front zu gehen oder auch nicht.
Ich und mein Bruder waren ihnen zu schlecht. Uns haben sie nicht genommen. Wir hätten uns dann freiwillig melden können. Das haben wir nicht. Wir haben uns nicht gemeldet. Also sind wir im Lager geblieben. Am 28. haben sie uns die im November abgenommenen Kleider zurückgegeben, auch das Geld, nicht mehr in Lire, sondern in Deutsche Mark. Wir wussten nichts Gescheiteres zu tun als unsere Zivilkleidung anzuziehen.
Heute würde ich das nicht mehr tun, weil das ist uns ziemlich zum Verhängnis geworden. Ich würde mir heute eine KZ-Kleidung besorgen. Das wäre besser gewesen, aber wir waren Kinder und wir wussten nicht was Krieg ist und was da kommt. Am 29. April sind die Amerikaner gekommen. Dann haben uns die Amerikaner gefangen genommen mit den deutschen SS und allen wie sie waren. Sie haben uns einfach mit denen zusammen gefangen, weil wir hatten unsere Zivilkleidung an.
Wir haben ihnen schon gesagt wir sind im KZ gefangen gewesen. Ja, ob wir einmal eingerückt sind? Ja, vier Tage. Ja, dann müssen sie uns behalten. Sie haben uns hinaus mit den SS-Männern und mit den ganzen Gefangenen, die sie hatten. Plötzlich waren wir hinter einer Mauer, eine Steinmauer, die war vielleicht 30-40-50 Meter lang, etwa 3 Meter hoch oder auch mehr.
Draußen hatten sie zwei Maschinengewehre stehen, aber keinen Mann dabei und die ganzen Posten, die uns dort hingebracht hatten. Dann mussten wir uns an die Mauer stellen mit dem Gesicht an die Mauer, mit den Händen hoch. Sie wollten uns da erschießen, ganz augenscheinlich. Doch dann kam ein höherer amerikanischer Offizier noch rechtzeitig. Er hat dann alles abgeblasen.
Dann haben wir wieder können in die Reihe gehen. Dann haben sie uns dort weg und hinausgebracht nach Dachau in ein Staatsgebäude wahrscheinlich. Das war ein großes Haus mit einem großen Platz, einen Stock unten und einen oben. Da haben sie die Gefangenen, die sie hatten, hineingebracht.
Wir waren auch da. Da war vielleicht innerhalb nur zweit Tagen das alles voll, ja, schon nach einem Tag. Es sind vielleicht untenauf 300 Gefangene gewesen und obenauf auch 300 Gefangene. Nach zwei Tagen mussten wir gehen nach Fürstenfeldbruck hinaus. Dort hatten sie ein nagelneues Gefangenenlager bereitet. Auf allen vier Ecken da stand ein Turm mit Beleuchtung und mit amerikanischen Posten. Sie haben zu sorgen gehabt, dass die Gefangenen nicht abhauen.
Man hatte einen weißen Streifen gezogen, viereckig. Dort durfte niemand hinaus. Wer da hinausgetreten ist, den haben sie unweigerlich erschossen. Jeden Morgen gab es dort Tote, weil viele Gefangene glaubten sie kommen fort, sie können sich fortschleichen. Es waren auch Zwischenposten, weil das war vielleicht 150 m x 150 m eingekreist mit diesem weißen Band. Dort haben sie dauernd neue Gefangene gebracht. Das war am ersten Mai. Dann hat es geschneit und geregnet. Es war kühl. Wir froren.
Die Gefangenen haben sich dort Löcher herausgemacht mit den Händen oder mit was immer. Wir haben meistens nur die Hände gehabt. Es war dies ein Acker. Dort waren gerade Kartoffel gesetzt. Hunger hatten wir sehr. Mit Löchermachen haben wir entdeckt, dass Kartoffeln angepflanzt sind und die waren erst frisch da. Die haben wir alle herausgegraben. Das wussten die Gefangenen sofort. In einem Tag sind die alle herausgegraben gewesen. Die haben wir uns gebraten oder gekocht und gegessen, weil es war auch ein bisschen Holz herum.
Die Amerikaner haben uns acht Tage überhaupt nichts zu essen gegeben. Wir hatten großen Hunger. Ich und mein Bruder, wir waren nur wir zwei, auch ein gewisser Thaler Franz aus Sarnthein, aus Reinswald, der war sehr behindert, er hinkte sehr. Er war trostlos und verzweifelt. Ich habe ihm oft gesagt: “Franz, jetzt wo der Krieg zu Ende ist, wo wir aus dem Lager heraus sind, darfst du nicht verzweifelt, wir werden schon nach Hause kommen.” Er war sehr skeptisch, weil er war krank.
Dann haben uns die Amerikaner nach acht Tagen zwei Dosen gegeben, eine mit Kekse und ein paar Süßigkeiten und eine mit einem Essen, Nudeln und Bohnen und so. Das war gut, aber viel zu wenig. Wir haben wohl im Lager gebettelt. Doch da haben wir kaum etwas bekommen, weil ja jeder das bisschen, das er hatte, nicht hergeben wollte. Es kamen täglich Neuzugänge, neue Gefangene. Da kam auch Haller Franz und sein Bruder. Dann sind wir zusammen gegangen.
Sie haben geklaut. Das war eigentlich die einzige Überlebenschance für uns, sonst wären wir verhungert. Wir wären es ja schon so fast.
Wir haben dann geklaut was wir gerade brauchten. Doch dann haben sie uns erwischt. Dann haben sie das im ganzen Lager veröffentlicht, dass wir Diebe sind. Da kamen die Amerikaner genau an dem Tag mit großen Camion um Gefangene aus dem Lager anderswo hinzubringen. Wir haben uns sofort gemeldet und sind mit 12 Camion weiter gefahren.
In jeden Camion haben sie zumindest 50 Mann hineingepfercht. Sie sind gefahren wie die Neger, im Tempo und alle kurz hintereinander mit drei-vier Meter Abstand, großer Geschwindigkeit. Dann kamen wir in eine Stadt. Dort war irgendein Hindernis, vielleicht an einer Kreuzung. Der erste hat schnell abgestoppt. Alle anderen haben sofort in kürzester Strecke abgestoppt gehabt. Sie sind nicht aufeinander aufgefahren. Als es wieder weiter ging, sind wir weiter gefahren nach Ulm.
Dort sind wir ein oder zwei Tage gewesen, auch ohne Essen, aber bevor wir in Fürstenfeldbruck fort sind mit den Camion hat das weiße Kreuz Deutschlands Essen ausgeteilt und wir haben gerade soviel zusammengebracht, dass wir auch tatsächlich einen Tag leben konnten. Dann haben sie uns von Ulm nach Heilbronn in ein großes Gefangenenlager dort. Da waren, so sagte man, mehr als eine Million Gefangene in vielen kleinen Abteilungen. In so eine Abteilung kamen auch wir.
Die Amerikaner waren sonst sehr gutmütig und haben uns nie gestresst, aber zu essen gab es nichts, fast nichts. Das ging mindestens drei Wochen so, wenn nicht länger. Ich weiß es nicht mehr genau, von Mitte Mai herum bis ein Stück in den Juni hinein, vielleicht bis Mitte Juni. Einmal am Tag haben wir zu essen bekommen, eine dünne Summe zwischen einem halben und einem dreiviertel Liter. Das war alles am Anfang.
Später gab es dann einen deutschen Kommis zu 18 Mann am Anfang, dann zu 14, drauf nur so ein kleines Schnittchen Brot. Das reichte einfach nicht aus. Da waren wir so schwach und so ausgehungert. Wir haben von den 24 Stunden so 16-17 Stunden geschlafen wie die kleinen Kinder. Als wir aufstehen wollten und auch mussten zum Essen holen oder was immer, irgendwas wurde verlangt von uns, von den Gefangenen, sie haben uns gewiss in Ruhe gelassen soviel sie konnten, aber irgendetwas war eben manchmal.
Ganz Deutschland hatte nichts mehr zu essen. Zuerst kamen die amerikanischen Soldaten, die haben alles bekommen wie immer. Dann kamen die Lazarette und die Krankenlager. Dann kam die Zivilbevölkerung und dann kamen erst die Gefangenen. Für uns ist nicht viel übrig gewesen.
FRAGE: Wie lange blieben Sie in Heilbronn?
ANTWORT: Das muss so drei bis vier Wochen gegangen sein. Ich weiß es nicht mehr genau. Es ist zu lange her. Dann sind wir von dort weiter gekommen. Sie haben uns auf die Bahn gebracht, einen ganzen Zug voll, mehrere tausend Mann. Dann sind sie mit uns durch Deutschland hinaus, nach Frankreich gefahren. In Frankreich, so in die Nähe von Paris, nach Soissons.
Dann ging dort vom Bahnhof ein bisschen ein steiler Weg hinauf auf eine Anhöhe. Wir hatten dort sicher eine halbe Stunde oder mehr Fußweg. Wir waren auch kaum im Stande dort hinaufzugehen. Wir waren einfach am Ende unserer Kräfte, weil in Heilbronn wenn wir aufstehen wollten, sind wir immer hinunter gefallen. Es wurde alles grau und das Gedächtnis hat uns verlassen für kurze Zeit. Wir sind hinunter gefallen, dann sind wir wieder zum Bewusstsein gekommen.
Dann sind wir wieder aufgestanden, immer sehr langsam, aber es reichte einfach nicht. Wir waren so schwach und so herunter gekommen, dass es nicht ging. Auch ein zweites Mal sind wir herunter gefallen, nicht immer, aber oft. Erst das dritte Mal ist es gelungen wirklich aufstehen zu können und gehen zu können und das zu tun was wir mussten, unser Essen holen und so.
Sobald wir das alles wieder hatten, gingen wir wieder in unser Zelt um zu schlafen, schlafen und schlafen.
FRAGE: In Frankreich wurde Ihre Lage besser?
ANTWORT: In Frankreich wurde die Lage besser, weil da wussten sie schon, es waren unsere sieben-acht aus Dachau, Gefangene. Das wusste das ganze Lager. Die Lagerführung, es waren alles Gefangene natürlich, Österreicher und Italiener, die haben uns nach Nationen sortiert. In unserem Lager waren nur Österreicher und Italiener mit italienischer Staatsbürgerschaft, weil die hatten wir immer gehabt. Wir sind italienische Staatsbürger gewesen und geblieben.
Dort sind wir gewesen. Uns haben sie immer dann, wo sie das Essen ausgaben, in der Küche, es war nicht die Küche, gekocht haben sie draußen, aber sie haben das ins Lager gebracht, zur Obrigkeit, dort wurde es verteilt, weil sie wussten, dass wir in Dachau waren, haben sie stets um ein-zwei Liter Suppe mehr gegeben und wenn noch eine übrig war noch den Rest, einen Nachschlag. So haben wir am Tag drei, vier, auch fünf Liter Suppe erhalten. Die Suppe war nicht gerade schlecht. Man konnte sie schon gebrauchen.
Das war eine passende Kost zum Übergang von unserer Heruntergekommenheit, von unserer Unterernährung. Sie war nicht zu fett oder zu üppig. So haben wir uns erholen können. Wir haben annähernd genügend zu essen gehabt. Wir bekamen auch dort ein amerikanisches Brot, die amerikanischen Militärkommiss oder wie man die hieß, die Brote. Es waren weiße Brote. Sie mussten in vier Teile geteilt werden und zu vier Mann bekamen wir ein solches Brot.
FRAGE: Das in Frankreich?
ANTWORT: In Frankreich.
FRAGE: Wann kamen Sie endlich nach Hause?
ANTWORT: In diesem Lager ist es uns besser gegangen und dort sind wir gewesen bis zum 17. August. Einige Tage vorher, so vielleicht zwischen 10. und 12. August kam ein italienischer colonnello. Er hat uns getröstet und hat gesagt wir kommen nach Hause. Er ist deswegen hier. Er wusste nicht, dass hier italienische Gefangene waren, wir sollen entschuldigen, sonst wäre er früher gekommen.
Er hat dann alles in die Wege geleitet. Die Kranken haben sie schon zwei Tage später fort. Dann haben sie die Gefangenen bis zum Buchstaben H genommen, weil ja viele waren und dann zuletzt vom H bis Z. Ich mit “P”, wir waren bei den Letzten. Wir sind am 17. August aus diesem Lager herausgekommen und wieder den Weg hinunter auf den Bahnhof, wo wir herauf waren.
Man hat uns wieder einwagoniert, immer mit den amerikanischen Posten. Das war gut, weil die Franzosen waren sehr erpicht auf die Gefangenen. Sie glaubten wir waren Deutsche. Sie sind dann auch mit Steinen gekommen, haben die Wagons gesteinigt, aber die Amerikaner haben sich schon gewusst fernzuhalten. Die Amerikaner haben uns begleitet bis an die Schweizer Grenze. Dann sind die Amerikaner verschwunden. Dann haben sie uns allein gelassen. Endlich waren wir freie Menschen, so um den 20. August herum, 19.
Dort hatten wir eineinhalb Tage Aufenthalt. Dann ging es nach Italien durch den Gotthardtunnel, nach Domodossola, von Domodossola nach Novara. In Novara haben sie uns einen Entlassungsschein gegeben. Dann haben wir können, bis Mailand ist die Gruppe noch zusammen gewesen, von Mailand bis Verona sind noch einige wenige gewesen und dann sind nicht mehr viele gewesen. Dann sind wir auf uns alleingestellt gewesen und mussten sehen wie wir nach Hause kamen.
Wir sind am 23. August nach Hause gekommen.
FRAGE: Endlich am Ende?
ANTWORT: Endlich am Ende. Ich hatte einen Bruder, der älter war. Er war 1922 geboren. Er war beim italienischen Heer in Italien unten stationiert. Wir hätten sollen gegen unseren Bruder kämpfen. Das haben wir nicht getan und auch nie wollen. Der Bruder kam gerade auch in Urlaub als wir nach Hause kamen. Wir haben uns bei einer unserer Schwestern getroffen. Er sagte: “Was? Ihr seid meine Brüder? So dünn? So dürr? So mager? Ihr seid wie eine Laterne, man kann durch euch durchsehen.”
Wir haben ihm gesagt: “Da hättest du uns müssen vor zwei Monaten sehen oder drei. Dann könntest du das sagen, aber jetzt nicht mehr.” Wir hatten uns ziemlich erholt. So sind wir nach Hause gekommen am 23. August 1945.
FRAGE: Noch eine kurze Frage? Können Sie das vergessen oder möchten Sie das vergessen oder wollen Sie das nicht vergessen?
ANTWORT: Ich habe vieles vergessen, aber ich kann unmöglich alles vergessen. Das ist ganz ausgeschlossen. Das ist ein Lebensstück und ein böses Lebensstück. Die Deutschen haben uns sehr gequält und gepeinigt und gestresst und Hunger leiden lassen. Schlafen konnten wir wenig, weil um zehn Uhr durften wir schlafen gehen, aber um elf Uhr-zwölf Uhr war Fliegeralarm, der dauerte durchwegs zwei Stunden. Das war äußerst selten, dass kein Fliegeralarm war. Am Anfang im Dezember noch, wenn aber Februar wurde, dann war fast jede Nacht zweimal Fliegeralarm. Wir mussten immer in den Bunker gehen und im Bunker konnte niemand schlafen. Dann wissen Sie wie viele Stunden uns noch blieben zum Schlafen, wenn wir vier Stunden mussten im Bunker sein, um zehn Uhr abends ins Bett kamen und fünf Uhr morgens aufstehen mussten. Dann gab es Schlaf nicht mehr viel.

Thaler Franz

Nota sulla trascrizione della testimonianza:
L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Franz Thaler, sono nato il 6 marzo 1925. Negli anni Trenta, dal 1931 al 1939, ho frequentato la scuola italiana. Poi quando avevo 14 anni. Mio padre… Ci sono state le opzioni. Mio padre ha scelto di rimanere, ha scelto l’Italia. Dunque io ero italiano.
E poi la gente un pochino… “Tu sei un italiano!” (Walscher!, dispregiativo). Sono stato messo in disparte. Erano tempi brutti. Erano pochi quelli che avevano scelto di restare e sono stati un poco angariati. Dicevano: “L’italiano!” (“Der Walsche!”)
Poi è arrivato un maestro tedesco che doveva insegnare il tedesco ai ragazzi e ai bambini. Una domenica siamo andati tutti a scuola. Il maestro si scriveva i nomi e quando è stato il mio turno anch’io volevo dirgli il mio nome. Però sono intervenuti alcuni ragazzi che hanno urlato “Lui è un Walscher!”
Allora questo maestro mi ha guardato per un po’ e poi mi ha detto che dovevo andarmene, lui voleva insegnare solo ai bambini tedeschi. Questo è stato, per dire, il primo colpo. È andata avanti così. Avevo dei bravi compagni. Se qualche volta non andavamo d’accordo allora mi dicevano “maiale italiano!”.

D: In che paese abitava Lei all’epoca?

R: A Valdurna. È una frazione di Sarentino, proprio in fondo alla valle. Poi vennero tempi in cui molti dei tedeschi dovettero arruolarsi, anche degli italiani. Poi presto si cominciò a sentire che dei soldati erano caduti in guerra. E allora il grande entusiasmo per la Germania cominciò a scemare. C’erano quelli che imprecavano contro Hitler e che prima avevano gridato “Heil Hitler!”. Avevano visto che non andava bene.
Nel 1943 ci fu la capitolazione di Mussolini. Da lì in poi Hitler ha avuto tutto il potere su di noi. Si sono gettati su di noi. Abbiamo dovuto fare la visita di leva, tutti insieme, gente dai 16 ai 50 anni. Ovviamente la maggior parte era abile all’arruolamento. E anch’io lo ero.
Poi ho pensato che presto avrei dovuto arruolarmi. Sono scappato. Poi un accanito nazista del nostro paese ha detto a mio padre: “Se il Franz non si presenta, verranno messi in carcere suo padre e sua madre”. Allora mio padre mi ha cercato. Sapeva più o meno dove mi nascondevo. Stavo in montagna, non potevo farmi vedere da nessuno.
Quando volevo prendere qualcosa da mangiare dovevo muovermi di notte, senza luce. Avevo un fratello dall’altra parte (della montagna), andavo da lui. Mi dava burro e formaggio, lassù faceva il malgaro … la notte potevo andare a prendere qualcosa. C’erano anche un paio di altri compagni, da cui potevo andare.
Così la vita è andata avanti. Era estate. Mi sembrava di essere un animale selvatico. Appena sentivo un rumore mi spaventavo molto, volevo scappare
Un giorno passavo per il bosco, ho visto due uomini dietro un albero e volevo già scappare. Poi uno mi ha chiamato: “Fermati Franz! Non ti facciamo nulla!” Allora ho subito riconosciuto la voce. Era un collega di Vilandro. Ci conoscevamo da tanto tempo. Mi sono fermato, mi sono avvicinato un po’ a loro, abbiamo parlato e poi loro sono andati per la loro strada. Non è successo nulla..
Dovevo spostare continuamente il campo. Una volta sono stato forse tre settimane in una distilleria di pino mugo, ma me ne sono dovuto andare. Sono stato in un fienile, forse per due-tre settimane, e poi di nuovo in un altro fienile. Avevo tre fienili e la distilleria. Lì trascorrevo le notti.
Non era bello, tuttavia più bello di quello che è venuto dopo. Poi mio padre mi ha cercato e mi ha pregato: “Ti prego Franz, consegnati, altrimenti rinchiudono me e la mamma”. E tu cosa fai, allora? Volevo risparmiare un dolore ai miei genitori e mi sono consegnato. Sembrava che se mi fossi consegnato non sarebbe successo niente a me e ai miei genitori.
Io non ci credevo, ma la sera sono andato a casa. Poi è arrivato il comandante del posto (Ortsleiter), il nazista, e ha detto: “È bello, Franz, che tu adesso ti arruoli. Aiuti a combattere per Hitler.” Il giorno dopo sarei dovuto andare a Bolzano. Poi hanno chiesto un po’ e quindi mi hanno dato un foglio, una convocazione a Silandro per il servizio militare.
Sono arrivato là. C’erano molti conoscenti delle mie parti. “Come mai sei venuto qui?” Ho raccontato loro come era andata. Ho fatto due mesi di addestramento.

D: Quando sono stati questi due mesi?

R: Dal 21 settembre fino a due mesi dopo, in novembre. Terminato l’addestramento gli altri sono stati mandati giù in Italia, a Belluno ed io sono stato messo in prigione. Sono dovuto andare dal comandante del battaglione e lui mi ha letto una lettera: “Dovevi arruolarti a giugno e sei rimasto a gironzolare in montagna”. Mi ha chiesto se era vero. Ho pensato che ormai non potevo più negare.
Poi mi ha detto: “Domani andrai a Bolzano al Tribunale di Guerra!”. Il sergente (Wachtmeister) della mia compagnia mi ha portato a Bolzano. Sono entrato in una grande sala. C’era un tavolo. Dietro al tavolo sedevano otto/dieci SS. Erano i giudici. Uno di loro ha letto un foglio, il codice penale: “Per coloro che rifiutano il servizio militare c’è la pena di morte”. Ho pensato “In nome di Dio, qui mi fucilano.”
Le cose sono andate in modo diverso. Hanno guardato un po’. Pensavano che sarei svenuto, ma non l’ho fatto. Ho sorriso loro. Poi un SS ha preso un altro foglio e ha letto la sentenza: “Poiché l’imputato è minorenne”, perché allora si diventava maggiorenni a 21 anni ed io ne avevo solo diciannove, “e poiché si è presentato volontariamente, egli non viene condannato a morte, ma a 10 anni nel campo di concentramento di Dachau“.
In un primo momento ho pensato che mi fosse andata di nuovo bene, visto che non venivo fucilato. La parola Dachau non mi diceva nulla, non l’avevo mai sentita prima.
Sono rimasto altre tre settimane in prigione a Silandro. Quindi mi hanno portato a Dachau. Già il viaggio è stato un po’ duro, in viaggio verso Dachau, ho visto e vissuto tante cose. Quando siamo arrivati a Dachau un gruppo di lavoratori usciva proprio in quel momento dal portone, tutti magri, pallidi. Ho pensato a cosa si dovesse vivere in quel posto per avere quell’aspetto. L’ho capito più tardi.
Mi sono dovuto togliere i vestiti. Mi hanno chiesto perché ero lì, qual era la mia pena e la mia religione. Io ho detto: “Sono cattolico!” L’uomo delle SS allora mi ha risposto: “Qui da noi imparerà a pregare in modo diverso”.
Sono stato fotografato da tutti i lati. Ho ricevuto una camicia logora e un paio di mutande. Poi un SS mi ha portato nel bunker. È un edificio lungo, a destra e sinistra lungo il corridoio si aprono le celle, l’SS ha aperto una porta nel mezzo, mi ha dato uno spintone e buttato dentro. Mi sono guardato intorno. In alto c’era una finestra a bilico. Era stata verniciata di bianco, poi un castello, due letti. Non c’erano letti, solo… Non c’erano coperte, non c’era proprio niente.
Volevo sedermi. Era pressoché impossibile. Mi sono seduto sul coperchio del gabinetto e ho pensato: “Cosa mi succederà adesso?”. Erano già un paio di giorni che non mangiavo nulla. Mi sembrava che mi succedesse quello che accadeva alle bestie dei contadini, forse ai maiali, anche i maiali non venivano più nutriti al mattino. Mi sembrava di essere così: Oggi mi affamano e domani mi fanno fuori. Poi ho sentito dei passi nel corridoio. Ho sentito che veniva aperta la cella accanto alla mia e ho sentito urlare: “Fuori subito”. Ho sentito un uomo che usciva in corridoio. Poi è stata aperto la mia cella: “Fuori subito!”. Abbiamo dovuto pulire il lungo corridoio. All’ingresso c’era un lavatoio. Dovevamo prendere le pezze, un secchio con l’acqua, la paletta e la scopa. Ho pensato che la cosa più semplice era lavorare con la scopa e la paletta.
Allora l’uomo delle SS mi ha subito urlato addosso: “Fannullone! Imparerà con cosa si inizia!”, perché si doveva sempre iniziare dalle cose più pesanti, poi si passava a quelle più leggere. Quando vedevano che tu iniziavi dalle cose più facili, per loro eri il fannullone che voleva cavarsela.

Mi ha preso a ceffoni. Io avevo la paletta e la scopa, l’altro un secchio con l’acqua e le pezze. Mi sono dovuto accucciare e ho dovuto dare la paletta e la scopa all’altro. Poi mi ha dato una scopa. Accucciato ho dovuto saltellare due volte su e giù per tutto il corridoio. Alla fine ero stremato. E poi pulire in fretta il corridoio. Tutto doveva avvenire a passo di corsa.
Finito il lavoro abbiamo riportato indietro le cose e siamo rientrati nelle celle. Ho avuto tempo di pensare a quello che avevo fatto di sbagliato. È andata avanti così. Per cena mi hanno versato in una ciotola di alluminio un po’ di zuppa di cavolo. Sulla porta della cella c’era uno sportello che si poteva aprire e formava una specie di tavolino. Lì bisognava appoggiare la ciotola che veniva riempita. Ho mangiato quello che mi hanno dato, ma era troppo poco. Col dito ho pulito bene tutto.
Era ora di dormire. Non sapevo dove mettermi. Sulla cosa di legno, che era lunga ma nel mezzo aveva una trave, non ci si poteva quasi sdraiare. Quando hanno spento la luce mi sono messo sul pavimento. C’era un termosifone con due elementi ma sicuramente non scaldava. Io gelavo.
Al mattino presto ho sentivo che veniva distribuito il caffè. Si è aperto lo sportello, ci ho messo la ciotola e ho pensato: Mi daranno ben del pane. Sono rimasto così. Allora l’altro mi ha chiesto urlando che cosa aspettavo, mica il pane, vero? Io ho detto “Si.” “No, non c’è pane”. Allora ho bevuto il caffè, era solo acqua sporca. Sono rimasto tre giorni nella cella.
Una volta, finito di pulire il corridoio, dovevamo consegnare le cose e abbiamo sentito urla provenire dal bunker. Poi si è aperta la porta e sono entrate 8-10 persone, rasate a zero, in camicia e mutande. Abbiamo sentito: “Mamma mia!” e abbiamo capito che erano italiani. Li hanno rinchiusi tutti insieme nella stessa cella.
E di nuovo si doveva pulire il corridoio. Sono passati davanti alla mia cella e hanno aperto quella dopo. E l’SS ha urlato “Due uomini subito fuori!”, ma loro non capivano che cosa aveva detto. Così l’SS è entrato nella cella, ha buttato due ragazzi in corridoio e li ha picchiati duramente. Loro hanno dovuto pulire il corridoio.
Da quel giorno la pulizia del corridoio la facevano gli italiani. Dopo tre giorni ho ricevuto dei vestiti. Non era un abito a righe, era un’uniforme dell’esercito italiano. Mi hanno messo in una baracca. C’erano quattro/cinque diversi …Come si dice? Francesi, svizzeri, russi, appunto diversi.
È arrivato il Natale. Abbiamo detto, forse potevamo suonare qualcosa per Natale. Abbiamo persino fatto un alberello con appesi un paio di pezzi di carta colorata.

D: Ha ricevuto un numero di matricola a Dachau?

R: No. Eravamo un pochino separati dal campo principale. Per noi era previsto che andassimo in un campo esterno e avevamo “Frontbewährung”, cioè se avevano bisogno di noi potevano mandarci al fronte. Noi non abbiamo ricevuto l’abito a righe.

D: La sua baracca aveva un numero?

R: No, era separata, ma annessa all’edificio del bunker

D: Accanto al grande muro del campo di concentramento?

R: Ben dentro, dietro il muro. Ho visto come era fatta la recinzione. Prima c’era un fossato con l’acqua dentro. Poi c’era il filo spinato, in rotoli. Poi c’era anche il muro, con filo spinato sulla sommità. Tutto aveva la corrente ad alta tensione, perché non si poteva scappare, non c’era possibilità.
Ci hanno detto che il 27 saremmo andati in un campo esterno, a Hersbruck. Al mattino presto ci hanno detto “Preparate tutto per il trasporto“. Non avevamo tanto da preparare: la ciotola e il cucchiaio e una coperta, no, nessuna coperta. Poi ci hanno stipati in un carro bestiame, hanno chiuso le porte. Sulla parte alta c’era una finestrella con una grata.
Siamo partiti. Quando c’era l’allarme aereo il treno si fermava. In qualche modo ci mettevano al riparo. Stavamo fermi anche una mezza giornata, una mezza nottata o una notte intera. Poi si proseguiva. Penso che ci abbiamo messo due giorni ed una notte per arrivare a Hersbruck. Siamo arrivati di sera. Nevicava.
Le SS ci stavano aspettando. Siamo scesi dal treno. In fila per tre ci siamo avviati per un sentiero ripido e dovevamo camminare svelti, le SS ci davano addosso con i manganelli ed i calci dei fucili. Abbiamo camminato un bel po’ sotto la pioggia e la neve. Eravamo stremati. La notte non avevamo dormito e non avevamo mangiato. Ci avevano dato un pochino di rancio, che ognuno di noi aveva divorato subito. Abbiamo continuato la salita. Abbiamo visto delle luci. Allora era lì che saremmo andati? E invece no, siamo passati oltre. Poi siamo arrivati in un avvallamento. C’era un grande edificio. C’era un torrente. Abbiamo attraversato un ponte. Poi hanno distribuito delle fettine di pane che dovevano essere suddivise tra quattro persone: dovevamo stare attenti a dove andava l’uomo che aveva ricevuto il pane, altrimenti saremmo rimasti senza… Siamo arrivati.
Nel grande edificio, mi hanno mandato al secondo piano. Erano già passate le tre di notte. Hanno acceso le luci. C’erano dei tavolati a tre piani. Con la luce qualcuno ha guardato giù dalle cuccette e ha urlato. “Franz, sei qui anche tu adesso?” Con lui ero stato in prigione a Silandro. Mi ha fatto piacere trovare persone conosciute.
Mi hanno assegnato un giaciglio e mi sono potuto sdraiare. C’erano un pagliericcio sottilissimo ed una coperta. Ho preso la coperta, mi sono sdraiato, mi sono infilato sotto la coperta, mi sono tolto i vestiti e li ho messi sopra la coperta. Ero così stanco. Mi sono addormentato subito.
Al mattino ci svegliavano i fischietti. Tutti fuori in fretta dalle cuccette per andare a lavarsi. Bisognava togliersi la camicia e scendere al lavatoio al piano di sotto. Era andato tutto bene. Il giorno dopo lo stesso. C’era un italiano, era più giovane di me di un anno, che nella fretta dimenticò di togliersi la camicia. Arrivò al lavatoio con la camicia addosso. Le SS non aspettavano altro che arrivasse qualcuno con la camicia addosso. L’italiano ha dovuto spogliarsi completamente. Con un tubo gli hanno gettato addosso acqua gelata ed un altro con uno spazzolone lo ha spazzolato fino a che non era tutto rosso di sangue. Non lo abbiamo più rivisto. Abbiamo pensato che fosse morto …
Il giorno dopo ancora una visita. Ho dovuto raccontare perché ero lì e per quanto tempo. Poi siamo stati pesati. Pesavo ancora 45 chili. Prima di costituirmi ne pesavo 69.

D: Ho capito bene? Lei è stato pesato a Hersbruck?

R: Si.

D: Dalle SS?

R: Si. No, c’erano anche dei prigionieri. Ho pensato: Più giù di così non può andare. E invece è andato ancora tanto più giù. Per il lavoro pesante, il cibo scadente, al mattino l’acqua sporca senza pane, senza zucchero, a mezzogiorno la zuppa di cavolo o forse una volta la zuppa di piselli o se tutto era andato davvero bene, a Pasqua abbiamo ricevuto due patate lessate, se erano piccole tre patate, se erano grandi due. Non si toglieva la buccia. Si riceveva anche un cucchiaio. Si mangiava tutto insieme. Questo era il cibo buono.
Oggi non riesco più a immaginarmi com’era con quel cibo, quel lavoro. Si faceva il possibile per sopravvivere…
Ero contento che ci fossero tanti italiani con me, italiani, croati, la maggior parte erano però italiani, ho imparato un po’ di italiano. Il mio miglior compagno era uno che veniva dal Trentino. Si chiamava Filzi, credo, Giovanni Filzi.
Più di tanto non potevamo parlare durante il lavoro. Solo quando tornavamo alle baracche avevamo forse una mezz’ora libera. Allora potevamo parlare. Di cosa volete che si parlasse? Di cosa sarebbe successo? Si parlava del cibo. Era sempre il primo pensiero. Avevamo tutti una tale fame.

D: Che lavoro faceva?

R: Ero alla cava.

D: Andava a piedi alla cava?

R: A piedi. Fino alla cava ci si metteva circa 10 minuti. Abbiamo costruito noi un Lager vicino. Era mezzo finito quando siamo arrivati. Dovevamo sistemare le pietre.
Un prigioniero francese con una slitta ed un cavallo trasportava le pietre al Lager. Era un lavoro tremendo senza guanti. Le pietre coperte di neve… Era duro. Avevamo pessime scarpe, senza calze. Stavamo tutto il giorno nella neve.
Era tremendo alzarsi al mattino e infilare i piedi nudi nelle scarpe gelate. Non era piacevole. Così è andata avanti.
Poi mi è venuta la scabbia. È una malattia che comincia tra le dita. A me è venuta su tutto il corpo, ero tutto ulcerato. Se si faceva pressione, dalle ulcerazioni uscivano sangue e pus. Stavo sempre peggio, e la scabbia è una malattia contagiosa. I miei migliori compagni mi evitavano. Questo non l’ho più sopportato.
Ho detto al kapò: “Per favore, domani mi dia malato.” Non ci si dava malati volentieri, perché se si era malati troppo poco la si sarebbe pagata cara. Io non ce la facevo più. C’era anche un italiano, quasi con la stessa malattia. Il giorno dopo ci siamo presentati. Dietro la scrivania sedeva un SS. Ci siamo spogliati. Mi ha guardato. Cosa c’era che non andava? “Guardi lei stesso!”
Allora mi ha guardato da capo a piedi: “Porco! Perché non l’ha detto prima?”. E così sono stato mandato via. Poi si è presentato il prossimo. Gli ha subito gridato addosso. Ci hanno cosparso tutto il corpo con un liquido. Sembrava olio da cucina.
Poi dovevamo tornare al lavoro. Dopo una settimana eravamo quasi guariti. Ho trovato di nuovo il coraggio per vivere ancora. Si andava avanti così. Un mattino avevo brividi tremendi. Ho pensato che non potevo più darmi malato. Poi ho pensato che se avessi ricevuto un caffè caldo e acqua calda mi sarei scaldato. Sono andato al lavoro. Dovevo continuamente andare di corpo. Avevo la dissenteria. Cioè, dovevo andare sempre alla toilette. Lo stomaco, tutto andava fuori.
Il kapò della squadra di lavoro se ne accorse. Dovevo sempre chiedere. Uno delle SS mi ha urlato “Vuoi forse scansare il lavoro?” Il kapò mi ha detto che non dovevo più lavorare, mi potevo sedere. Dovevo comunque svuotarmi continuamente.
A mezzogiorno tornavamo sempre alla baracca per mangiare.
Ho detto al kapò che non c’era niente da fare, doveva darmi malato. Allora qualcuno mi ha portato un termometro. Avevo la febbre ben oltre i 39°. Ero idoneo all’infermeria. Ci sono andato. Nella cuccetta c’erano già tre uomini. Non sapevo se erano ancora vivi o no. Erano pallidi. I vivi si distinguevano dai morti per il respiro e per gli occhi che si muovevano.
Alla sera stavo malissimo. Ci hanno portato una zuppa. Ero talmente debole che non ero neppure in grado di mangiarla. Il mio vicino si era già un pochino ripreso e continuava a guardare la mia zuppa. Ho detto “La puoi mangiare. Io non ce la faccio.”
Era il giorno del mio compleanno, il 6 marzo. Ho pensato che fosse la fine, in nome di Dio, adesso mi addormento e non mi sveglio più. Poi ho perso conoscenza. Il giorno dopo quando mi sono svegliato stavo un pochino meglio. Ho mangiato metà della zuppa. lentamente ho cominciato a stare meglio. È venuta un’infermiera e ci ha dato un cucchiaio pieno di carbone macinato. Questa era la medicina per la dissenteria. Poi ci ha prelevato il sangue, per cosa poi non sono ancora riuscito a capirlo.
La volta dopo è venuta un’infermiera della Croce Rossa. Non so se era un’infermiera della Croce Rossa o meno. Doveva farci un prelievo di sangue. Quattro, cinque volte ha mancato la vena, non l’ha trovata. Allora è andata da un altro. È successa la stessa cosa. È un po’ arrossita e se ne è andata. È tornata allora l’altra infermiera. Era vecchia, non ha detto assolutamente niente. Lei ce l’ha fatta.
Ho dimenticato qualcosa. Abbiamo pregato l’infermiera… Io dovevo ancora svuotarmi. Ho pensato “Come faccio?” Non ero in grado. In quello stesso momento me la sono fatta addosso. Non si poteva chiamare nessuno per fare pulire. Sono rimasto nei miei escrementi.
Il giorno dopo abbiamo chiesto all’altra infermiera se ci portava un vaso da notte. Si, ce l’ha portato. Però non l’abbiamo usato. Dovevamo restare nei nostri escrementi.
Miglioravo. Il terzo giorno al mattino ho visto che due uomini non c’erano più. Ho chiesto al mio vicino cosa fosse loro successo. Non sapeva se erano morti o se li avevano solo portati via, probabilmente erano morti. Siamo rimasti 16 giorni all’infermeria. Poi siamo tornati al lavoro.
Con la coperta sotto il braccio, il cucchiaio e la ciotola in mano… Da una parte tornavamo volentieri dai nostri compagni, dall’altra avevamo già di nuovo paura della vita del Lager, di quanto accadeva. Eravamo così deboli che potevamo stare appena in piedi e fare qualche passo.
Non siamo più andati al lavoro fuori nella cava, nel Lager c’erano diversi lavori da fare. C’erano un francese ed un tedesco. Non avevano alcun interesse a maltrattarci. Se solo avessimo ricevuto cibo a sufficienza ci saremmo ripresi più in fretta. I tempo era bello, il sole splendeva. Eravamo alla fine di marzo.
Se solo avessimo ricevuto cibo a sufficienza ci saremmo ripresi più in fretta, purtroppo il cibo era scadente. Poi ci hanno detto che tornavamo a Dachau. Il fronte si avvicinava sempre più, arrivavano gli americani. Hanno sgomberato il Lager. Non so più con precisione se il 4 o il 5 aprile ci hanno detto: “Prepararsi per il trasporto a Dachau”. Anche quello fu un brutto viaggio.
Arrivavano gli aerei americani a bassa quota. Quando vedevano un treno sparavano. So che una volta dovevamo andare al bagno, abbiamo bussato alla parete. Ci hanno urlato dentro: “Fatela come la fanno tutti i maiali!”. Ognuno l’ha fatta nel posto dove si trovava. C’era una puzza tremenda.
Una volta stavamo mangiando, siamo potuti scendere e abbiamo ricevuto da mangiare. Mentre eravamo fuori sono arrivati gli aerei americani, sono passati oltre ma hanno visto che c’era qualcosa. Allora sono tornati indietro. Su una strada c’erano 5-6 uomini delle SS. Gli hanno sparato…
Due erano feriti in modo grave, abbiamo visto, ed un paio feriti in modo più leggero li hanno caricati nel vagone, noi ci hanno chiusi di nuovo nel carro bestiame. Siamo ripartiti.

D: Purtroppo il tempo passa molto in fretta. Abbiamo ancora cinque minuti. Può raccontarci dove è stato liberato? Quando? Cosa Le accadde dopo la liberazione ufficiale?

R: Giunse il 29 aprile. Avevamo sempre il fronte … sentivamo gli spari e vedevamo tutto. Eravamo contenti che arrivavano gli americani, ma avevamo anche paura, cosa avrebbero fatto di noi prima di lasciarci liberi?
Giunse il 29 aprile. La guardia era un po’ sparita. Abbiamo pensato, io e due della Val Passiria e diversi italiani, adesso guardiamo in cucina. Non c’erano guardie da nessuna parte.
Uno ha detto: “Guardiamo se la porta del Lager è aperta”. Siamo andati e era aperta. Siamo usciti dal Lager e siamo arrivati agli alloggiamenti delle SS. È stato uno sbaglio. Ho pensato di cercare qualcosa da mangiare. Non abbiamo trovato nulla.
Siamo entrati in una baracca. C’erano divise delle SS. Uno ha detto: “Cambiamo le nostre camicie sporche e piene di pidocchi”. Detto fatto. Dopo che ci siamo cambiati sono arrivati due americani e ci hanno fatto segno di seguirli. Siamo andati. Abbiamo sorriso loro. Erano i nostri liberatori! Abbiamo camminato un po’, c’era un grande cortile, un grande portone. Abbiamo visto che avevano fucilato un gran numero di SS, gli americani.
Abbiamo pensato: “Giusto che vi succeda questo!”. Siamo andati avanti ancora per 25 m. Poi ci hanno messo al muro, con la faccia verso il muro e le mani sopra la testa. Abbiamo pensato, adesso fanno a noi quello che abbiamo visto hanno fatto agli altri. Siamo rimasti lì un bel po’.
C’erano due o tre ufficiali americani ed un paio di soldati. Ci hanno detto: “Abbassate le mani e giratevi!” Discutevano su cosa fare di noi. Eravamo vestiti per metà da SS e per metà da prigionieri. Ne siamo usciti vivi. Non ci hanno rimandato nel Lager, bensì con i soldati tedeschi prigionieri. Il sesto giorno abbiamo ricevuto per la prima volta da mangiare.
Ancora una volta mi sono lasciato andare. Avevo perso i miei compagni della Val Passiria. Pioveva e nevicava. “Così” alto era il sudiciume. Non ci si poteva sdraiare. Il quinto giorno ho pensato: non ce la faccio più, mi lascio cadere, mi addormento e non mi sveglio più. Quelli della Val Passiria mi hanno visto, hanno detto: “Franz, alzati! Così muori!” Io ho detto: “Non ce la faccio più”.
Mi hanno aiutato ad alzarmi: “Si, ce la farai!” Ho pensato che a casa sarei tornato volentieri. ma non ci credevo proprio tanto. Gli altri: “Certo. Ce la faremo. Ora siamo pronti”. Poi ci è stato detto che il giorno dopo avremmo ricevuto di sicuro qualcosa da mangiare. Ero contento, forse era vero che avremmo ricevuto qualcosa da mangiare.
Si, è successo. Il giorno dopo abbiamo visto dei furgoni davanti al Lager, era tutto all’aperto, hanno scaricato delle scatole di cartone, hanno cominciato a distribuire, due piccole scatolette. In una c’erano fagioli, un po’ d’olio e nell’altra un paio di biscotti e delle caramelle. Io ero l’ultimo. Guardavo continuamente. Chissà, forse non ce n’era abbastanza anche per me.
E invece ce n’era abbastanza! Mi sono seduto con le gambe incrociate, ho cominciato a mangiare, ho pianto. Poi è andato tutto meglio. Sono rimasto quattro mesi prigioniero degli americani. Ci davano poco da mangiare, ma quello che ci davano era buono.

D: In quali Lager, in quali città ha trascorso questi quattro mesi?

R: Dapprima un mese in Germania in diversi Lager, sempre all’aperto, e poi in Francia, in un grande campo di prigionia. Lì i malati o i deboli avevano una tenda separata… C’erano grandi tende. Io sono finito in una tenda per malati. Poi è andata un pochino meglio.

D: L’ultima domanda. Quando è arrivato finalmente a casa?

R: Il 19 agosto.

D: Di che anno?

R: 1945.

D: Si è pesato?

R: Poco dopo essere uscito dal Lager mi sono pesato. Pesavo poco più di 30 kg, forse 31.

D: Grazie infinite, signor Thaler.

(traduzione dall’originale tedesco dell’Ufficio Traduzioni del Comune di Bolzano)

Ich heiße Franz Thaler, bin geboren am 6. März 1925.
Dann bin ich den 30er Jahren, von 1931 bis 1939 in die italienische Schule gegangen. Da war ich dann 14 Jahre alt. Mein Vater… Da kamen die Wahlen. Mein Vater hat sich für das Hierbleiben, für Italien entschlossen. Dann war ich ein Italiener.
Da haben die Leute dann ein bisschen… “Du bist ein Walscher!” Da war ich auf die Seite geschoben worden. Das waren damals schlimme Zeiten. Es waren wenige, die für das Dableiben gewählt haben und die hat man schon ein bisschen schikaniert. Es hat geheißen: “Der Walsche!”
Dann kam ein deutscher Lehrer in die Ortschaft und er sollte die Jugendlichen und die Kinder Deutsch unterrichten. An einem Sonntag gingen die Jugendlichen und die Kinder alle zur Schule. Der Lehrer hat den Namen aufgeschrieben und als er zu mir kam wollte ich auch meinen Namen sagen. Dann kamen schon welche vor und schrieen: “Das ist ein Walscher!”
Da hat mich dieser Lehrer ein bisschen angeschaut und hat gesagt ich soll gehen er möchte nur deutsche Kinder unterrichten. Es war so zu sagen der erste Schlag. Dann ging es so weiter. Ich hatte gute Kollegen. Wenn wir einmal nicht gut auskamen dann war ich “Der walsche Schwein!”.
FRAGE: In welchem Dorf wohnten Sie zu jener Zeit?
ANTWORT: Durnholz. Das ist eine Fraktion von Sarnthein, ganz hinten drein. Dann kamen die Zeiten, es mussten ziemlich viele einrücken von den Deutschen, auch Italiener. Dann hörte man bald einmal, dass Soldaten gefallen sind. Da war dann die große Begeisterung für Deutschland schon ein bisschen gesunken. Da waren schon manche, die über Hitler geschimpft haben, die vorher “Heil Hitler!” geschrieen haben. Sie haben dann gesehen es geht nicht gut.
Im Jahre 1943 hat Mussolini kapituliert. Dann hat Hitler die Macht gehabt über uns. Dann ging es auf uns los. Da wurden wir gemustert, von 16 Jahre bis 50 Jahre alte Leute, alle zusammen. Natürlich waren die meisten tauglich zum Einrücken. Ich eben auch.
Dann habe ich mir gedacht ich werde müssen bald einmal einrücken. Ich bin geflüchtet. Dann hat ein großer Nazi von unserem Dorf zum Vater gesagt: “Wenn sich der Franz nicht stellt, wird der Vater und die Mutter eingesperrt.” Dann hat mich mein Vater gesucht. Er hat ungefähr gewusst wo ich mich aufhalte. Ich war am Berg droben, durfte mich von niemandem sehen lassen.
Wenn ich etwas zum Essen holen wollte oder so, habe ich immer nachts gehen müssen ohne Licht. Ich hatte einen Bruder auf der anderen Seite, bin zu dem hingegangen. Er hat mich mit Butter und Käse, er war Senner droben… habe ich können nachts hingehen ein bisschen etwas holen. Es waren noch ein paar Kollegen, zu denen ich konnte hingehen.
So ist das Leben weiter gegangen. Es war Sommer. Ich bin mir irgendwie vorgekommen wie ein wildes Tier. Wenn ich ein Geräusch hörte, bin ich immer aufgeschreckt, wollte davonlaufen.
Einmal bin ich durch den Wald gegangen, da sah ich zwei Männer hinter einem Baum stehen und ich wollte schon die Flucht ergreifen. Dann hat mir einer nachgerufen: “Halt Franz! Wir tun dir nichts!” Dann habe ich gleich die Stimme erkannt. Es war ein Kollege aus Villanders. Wir hatten uns vorher schon lange gekannt. Da habe ich gehalten, bin ein bisschen näher zu ihnen gegangen, haben ein bisschen gesprochen und sie sind ihre Wege gegangen, ich meine. Es ist nichts passiert.
Ich musste immer das Lager wechseln. Einmal war ich in einer Latschen Brennerei, war vielleicht drei Wochen, musste wieder gehen. Ich war in einem Heuschuppen, vielleicht zwei-drei Wochen, dann wieder zum nächsten Heuschuppen. Ich hatte drei Heuschuppen und die Latschen Brennerei. Das war mein Nachtlager.
Es war nicht schön, aber trotzdem schöner als nachher. Dann hat mich mein Vater gesucht und hat mich gefunden und hat mich gebeten: “Bitte Franz, stell dich, sonst sperren sie mich und die Mutter ein!” Was machst du dann? Ich wollte den Eltern ein Leid ersparen, dann habe ich mich gestellt. Dann hat es noch geheißen wenn ich mich stelle passiert mir nichts und auch den Eltern nichts.
Geglaubt habe ich es nicht, aber ich bin abends nach Hause. Dann kam der Ortsleiter, der Nazi, hat gesagt: “Das ist schön Franz, dass du jetzt einrückst. Hilf für den Hitler kämpfen.” Am nächsten Tag hätte ich sollen nach Bozen gehen. Da haben sie ein bisschen gefragt und nachher einen Zettel gegeben, eine Einberufung nach Schlanders zum Militär.
Dann bin ich da hingekommen. Da waren viele Bekannte aus meiner Ortschaft. “Wieso kommst du da her?” Ich habe ihnen erzählt wie es gegangen ist. Dann habe ich zwei Monate Ausbildung gemacht.
FRAGE: Wann waren diese zwei Monate?
ANTWORT: Das war vom 21. September, zwei Monate weiter dann war November. Als die Ausbildung fertig war, die anderen kamen in Einsatz in Italien unten, Belluno und mich haben sie ins Gefängnis getan. Da musste ich dann zum Bataillonskommandeur gehen und der hat mir dann einen Brief vorgelesen: “Du solltest im Juni einrücken und hast dich im Berg herumgetrieben.” Er hat gefragt ob das stimmt. Ich habe mir gedacht jetzt kann ich auch nicht mehr leugnen.
Dann sagt er: “Morgen kommst du nach Bozen auf das Kriegsgericht!” Da hat mich dann mein Wachmeister von meiner Kompanie, wo ich vorher war, nach Bozen gebracht. Da kam ich in einen großen Raum hinein. Da war ein Tisch. Dahinter saßen 8-10 SS-Männer. Das waren die Richter. Dann hat einer einen Zettel herunter gelesen, das Strafgesetz: “Für diejenigen, die den Kriegsdienst verweigern ist die Todesstrafe.” Ich habe mir gedacht: “In Gottesnamen, werde ich eben erschossen.”
Da kam es ein bisschen anders. Sie haben ein bisschen geschaut. Sie haben gemeint ich werde in Ohnmacht fallen, aber das bin ich nicht. Ich habe ihnen entgegen gelächelt. Dann hat einer einen anderen Zettel aufgeklaubt, hat das Urteil herunter gelesen. Da hat es geheißen: “Weil der Angeklagte minderjährig ist”, weil damals warst du mit 21 Jahren volljährig und ich war erst 19, “und, weil er sich freiwillig gestellt hat, wird er nicht zum Tode verurteilt, sondern zu 10 Jahren KZ Dachau.”
Im ersten Moment habe ich mir gedacht es ist noch einmal gut gegangen, dass ich nicht erschossen werde. Mit Dachau wusste ich nicht was anfangen, habe ich noch nie gehört davor.
Dann war ich wieder in Schlanders im Gefängnis drei Wochen. Nachher haben sie mich nach Dachau geführt. Das war schon ein bisschen ein harter Weg, schon der Weg nach Dachau, habe ich viel gesehen und erlebt. Als wir in Dachau ankamen, da ging gerade eine Gruppe Arbeiter heraus beim Tor, alle mager, blass. Ich habe mir gedacht was wird man da erleben müssen damit man so aussieht? Das bin ich später draufgekommen.
Ich habe müssen die Kleider ausziehen. Sie haben mich gefragt warum ich hier bin und welche Strafe ich habe, welchen Glauben ich habe. Ich habe gesagt: “Einen katholischen.” Dann sagt der SS-Mann: “Hier bei uns werden Sie einmal anders beten lernen.”
Dann wurde ich fotografiert von allen Seiten. Dann bekam ich so ein abgenutztes Hemd und Unterhose. Dann hat mich ein SS-Mann in den Bunker geführt. Das ist ein ganz langes Gebäude, links und rechts die Zellen und mitten drinnen hat er aufgesperrt und hat mir einen Schubs gegeben und hinein. Ich habe einmal geschaut. Dann war oben ein Klappfenster. Es war mit weiß überstrichen gewesen, dann ein Stockbett, zwei Betten. Es waren keine Betten da, nur… Keine Decke und gar nichts war da.
Dann wollte ich mich niedersetzen. Das war fast nicht möglich. Dann habe ich mich auf den Klosettdeckel hingesetzt und nachgedacht: “Was wird jetzt gehen mit mir?” Ich hatte schon ein paar Tage nichts mehr gegessen gehabt. Ich kam mir vor wie früher beim Bauern, vielleicht ein Schwein, den hat man auch nicht mehr gefüttert am Vormittag. Ich bin mir so vorgekommen: Heute werden sie mich aushungern und morgen wird es drüber gehen.
Dann hörte ich auf dem Gang draußen Tritte. Ich habe gehört neben meiner Zelle hat er aufgesperrt. Dann hat er geschrieen: “Sofort heraus!” Ich habe gehört, dass ein Mann auf den Gang hinausgeht. Dann hat er bei meiner Zelle aufgesperrt: “Sofort heraus!” Dann sollten wir den langen Gang putzen. Beim Eingang war ein Waschraum. Wir sollten Waschlappen, einen Eimer mit Wasser, Kehrschaufel und Besen nehmen. Ich habe mir gedacht leichter ist es mit dem Besen und der Kehrschaufel.
Da schrie mich der SS-Mann an: “Sie Faulpelz! Sie werden schon noch lehren was man zuerst anfängt!”, weil man musste immer auf das Schwerere hingehen, dann kamst du eher auf das Leichtere. Wenn sie sahen, dass du auf das Leichte gehst, bist du der Faulpelz, wolltest dich sträuben.
Dann haut er mir schon links und rechts eine herunter. Ich hatte die Kehrschaufel und den Besen und der andere einen Eimer mit Wasser und einen Waschlappen. Ich musste in die Hocke gehen und den Besen und die Kehrschaufel dem anderen lassen. Dann gab er mir einen Besen. Dann musste ich zweimal den ganzen Gang in der Hocke abhüpfen. Da war ich total fertig. Danach schnell den Gang putzen. Da musste alles im Laufschritt gehen.
Als wir fertig hatten haben wir die Sachen zurückgetragen, dann wieder in die Zelle hinein. Da hatte ich Zeit nachzudenken was ich falsch gemacht hatte. Da ging es so weiter. Zum Essen kam am Abend so eine Aluminiumschale, ein bisschen eine Krautsuppe bekommen. In der Tür war eine Luke aufzuklappen. Sie hat einen Tisch gebildet. Da hat man müssen die Schale hinstellen. Da haben sie reingeschöpft. Ich habe dies gegessen. Es war viel zu wenig. Ich strich mit dem Finger sauber aus.
Dann kam es zum Schlafen. Ich wusste nicht wo hinlegen. Auf der Holzding, der war recht lang, aber inzwischen war ein Balken durchgezogen, dass man fast nicht liegen konnte. Als das Licht ausging, habe ich mich am Boden hingelegt. Da war eine Zentralheizung mit zwei Streifen, aber bestimmt nicht zum Verbrennen. Ich habe gefroren da.
In der Früh habe ich gehört, dass man Kaffee austeilt. Dann ist das Ding aufgegangen, habe die Schale hingestellt und habe mir gedacht: Da wird schon noch ein Brot kommen. Ich stand da. Dann schrie der andere auf was ich warte, etwa nicht auf Brot? Ich habe gesagt: “Ja.” “Nein, da gibt es kein Brot.” Ich habe dann den Kaffee getrunken, es war nur ein trübes Wasser. Dann war ich da drei Tage drein in der Zelle.
Einmal nach dem Putzen des Ganges als wir fertig hatten, haben wir müssen die Sachen abgeben, dann haben wir schreien hören aus dem Bunker. Dann ging die Tür auf. Dann kamen so 8-10 Leute herein, kahl geschoren, Hemd und Unterhose. Dann haben wir gehört: “Mamma mia!” Dann haben wir gewusst es sind Italiener. Die haben sie alle zusammen in der gleichen Zelle hinein getan.
Dann kam wieder das Putzen des Ganges. Dann gingen sie bei meiner Zelle vorbei und in der nächsten aufgesperrt. Dann schrie der SS-Mann: “Sofort zwei Mann heraus!” und die verstanden nicht was er gesagt hatte. Dann ging er hinein, warf zwei Bursche auf den Gang hinaus, hat sie richtig hin- und hergeschlagen. Dann haben sie den Gang putzen müssen.
Von nun an haben dann müssen die Italiener den Gang putzen. Nach drei Tagen habe ich Kleider bekommen. Das wird nicht ein gestreiftes Kleid, sondern ein italienisches Militärgewandt. Dann kam ich in eine Baracke hin. Da waren für vier-fünf verschiedene… Wie sagt man? Franzosen, Schweizer, Russen, eben verschiedene.
Dann kam Weihnachten. Wir haben gesagt ob wir vielleicht etwas spielen für Weihnachten. Ja, da wurde sogar ein kleines Bäumchen aufgestellt und ein paar farbige Papierfetzen drangehängt.
FRAGE: Hatten Sie eine Matrikelnummer bekommen in Dachau?
ANTWORT: Nein. Wir waren vom großen Lager ein bisschen abgeschlossen. Für uns war vorgesehen wir kommen in ein Außenlager und wir hatten Frontbewährung, d.h. wenn es uns braucht kann man uns auch an die Front schicken. Wir bekamen nicht das gestreifte Gewandt.
FRAGE: Hatte Ihre Baracke eine Nummer?
ANTWORT: Nein, das war ganz separat im Bunkerbau angebaut.
FRAGE: Neben der großen Mauer des KZ?
ANTWORT: Schon drinnen, hinter der Mauer. Da sah ich wie die Umzäunung ausgeschaut hat. Zuerst war ein Wassergraben und Wasser drinnen. Dann war ein Stacheldraht, Rollen. Dann ist die Mauer gewesen und mit oben hinauf auch Stacheldraht. Das war mit Starkstrom alles, weil da abhauen das gab es nicht, keine Möglichkeit.
Dann hat es geheißen am 27. kommen wir in ein Außenlager nach Hersbruck. In der Früh hat es geheißen: “Alles packen zum Abtransport.” Wir hatten nicht viel zu packen, die Essschale und den Löffel und eine Decke, nein, keine Decke. Da haben sie uns in einen Viehwagon hinein gepfercht, haben die Türen geschlossen. Auf der Seite oben war ein ganz kleines Fenster vergittert.
Dann fuhren wir los. Wenn einmal Fliegeralarm war hat der Zug gehalten. Uns haben sie irgendwie auf die Seite geschoben. Wir haben manchmal einen halben Tag gewartet, eine halbe Nacht oder eine ganze Nacht. Dann ging es wieder weiter. Ich glaube, wir haben zwei Tage und eine Nacht gebraucht nach Hersbruck zu kommen. Da kamen wir abends an. Es hat geschneit.
Dort haben sie schon auf uns gewartet, die SS-Leute. Wir sind ausgestiegen. In 3er Reihen mussten wir steil über einen Weg hinauf und es sollte immer schnell gehen, die SS-Männer hinter uns mit den Gummiknüppeln oder Gewährkolben. Wir sind eine Zeit lang gegangen, geregnet, geschneit. Wir waren ein bisschen fertig schon. Wir haben eine Nacht nicht mehr geschlafen, kein Essen. Wir haben schon Marschverpflegung bekommen, ganz wenig. Das hat jeder schon gleich aufgegessen. Wir sind hinauf. Dann sahen wir auf der Seite Lichter. Dann werden wir da hinkommen.
Nein, da sind wir vorbei. Dann kamen wir in einen Graben. Da war ein großes Haus. Da war ein kleiner Bach. Wir mussten über eine Brücke gehen. Da hat dann jeder vierte einen kleinen Laib Brot bekommen. Das war zu teilen gewesen für vier Mann. Da hat man müssen aufpassen wo der Mann mit dem Brot hingeht, sonst wärst du leer ausgegangen. Wir sind da hingekommen.
Ich bin dann in dem großen Haus da, mich hat man in den zweiten Stock hinauf. Es war schon nach drei Uhr. Dann haben sie Licht gemacht. Da waren dreistöckige Bridgen. Die anderen, als wieder Licht war, hat der eine und der andere ein bisschen herunter geschaut, und schreit: “Franz, bist du jetzt auch hier?” Ich war mit dem in Schlanders im Gefängnis. Mich hat es gefreut, dass da auch Bekannte sind.
Dann haben sie mir eine Bridge gegeben, habe mich können reinlegen. Es war ein ganz dünner Strohsack und eine Decke zum Übernehmen. Ich habe die Decke genommen, habe mich nieder gelegt, habe die Decke übergenommen, habe das Kleid ausgezogen, auch über die Decke gelegt. Da war ich so müde. Ich habe gleich geschlafen.
In der Früh gingen große Pfeifen. Da musste alles schnell heraus aus den Bridgen zum Abwaschen. Man hat müssen das Hemd ausziehen und in den Waschraum hinunter. Alles gut gegangen. Am nächsten Tag wieder dasselbe. Da war ein Italiener, er war um ein Jahr jünger als ich, der in der Eile vergaß das Hemd auszuziehen. Dann kam er mit dem Hemd im Waschraum unten an. Da haben schon SS-Männer gewartet sollte jemand mit dem Hemd an kommen, dann fehlt es.
Der Italiener hat müssen die Hose und alles ausziehen. Sie haben ihn mit einem Schlauch und eiskaltem Wasser abgespritzt und ein anderer mit einer groben Bürste abgerieben bis er blutig rot war. Dann haben wir den nie mehr gesehen. Wir haben uns gedacht er wird zu Grunde gegangen sein.
Am nächsten Tag wieder einmal Visite. Ich habe müssen erzählen warum ich hier bin und wie lange. Dann wurden wir noch gewogen. Ich hatte noch 45 Kg. Bevor ich mich gestellt habe, habe ich 69 Kg gewogen.
FRAGE: Habe ich richtig verstanden? In Hersbruck wurden Sie gewogen?
ANTWORT: Ja.
FRAGE: Von der SS?
ANTWORT: Ja. Nein, da waren schon auch Häftlinge. Ich habe mir gedacht: Weiter runter kann es nicht mehr gehen. Es ging aber noch viel weiter hinunter. Durch die schwere Arbeit, das schlechte Essen, in der Früh das trübe Wasser ohne Brot, ohne Zucker, zu Mittag Krautsuppe oder vielleicht einmal eine Erbsensuppe oder wenn es ganz gut gegangen ist zu Ostern hat man drei Pellkartoffeln bekommen, wenn es kleinere waren drei, wenn es größere waren zwei. Da hat man nicht die Schale herunter getan. Man bekam noch einen Löffel. Das hat man alles zusammen gegessen. Das war das gute Essen.
Ich kann mir das heute nicht mehr vorstellen mit dem Essen und die Arbeit noch. Man hat getan was möglich war um zu überleben.
Mich hat es gefreut, es waren ziemlich viele Italiener bei mir, Italiener, Kroaten, meistens Italiener, da habe ich ein bisschen Italiener gelernt. Mein bester Kollege war einer von der Trientner Gegend. Er schrieb sich Filz, Filzi, glaube ich, Giovanni Filzi.
Mehrer reden durften wir nicht bei der Arbeit. Nur als wir in das Lager der Baracken kamen, hatten wir vielleicht eine halbe Stunde frei. Da durften wir zusammen reden. Was redest du dann? Wie wird das weiter gehen? Man hat über das Essen gesprochen. Das war das Erste immer. Alle haben so einen Hunger gehabt.
FRAGE: Was für eine Arbeit machten Sie?
ANTWORT: Ich war im Steinbruch.
FRAGE: Kamen Sie zu Fuß zum Steinbruch?
ANTWORT: Zu Fuß. Ungefähr 10 Minuten zu Fuß zum Steinbruch. Da haben wir uns selber ein nahes Lager gebaut. Es war halb fertig als wir da ankamen. Wir mussten die Steine herrichten.
Ein gefangener Franzose hat mit einem Pferd und einem Schlitten die Steine zum Lager hingefahren. Das war eine harte Arbeit ohne Handschuhe. Die schneeigen Steine… Es war hart. Wir hatten schlechte Schuhe, ohne Socken. Man hat den ganzen Tag im Schnee herum müssen.
Ganz schlimm war in der Früh als man aufstand, da musste man in die gefrorenen Schuhe barfuß hineinschlüpfen. Es war kein Vergnügen. So ist es weiter gegangen.
Dann bekam ich die Krätze. Das ist eine Krankheit. Das fängt zwischen den Fingern an. Das habe ich auf dem ganzen Körper bekommen, alles ein Geschwür, der ganze Körper. Wenn man gedrückt hat ging Blut und Eiter heraus. Ich wurde immer schlechter und das war eine ansteckende Krankheit. Da haben mich die besten Kollegen gemieden. Das habe ich dann nicht mehr vertragen.
Ich habe zum Capo gesagt: “Bitte, möchten Sie mich morgen krank melden.” Man hat sich nicht gerne krank gemeldet, weil wenn man zu wenig krank war, der hat drauf gezahlt. Ich habe es nicht mehr ausgehalten. Es war noch ein Italiener, fast mit derselben Krankheit. Wir sind hingekommen am nächsten Tag. Da war ein SS-Mann hinter dem Tisch. Wir haben ausgezogen gehabt. Dann schaut er mich an. Was mir fehlt? “Das sehen Sie doch.”
Dann hat er mich von unten bis oben angeschaut: “Sie Schwein! Warum haben Sie es nicht früher gemeldet?” Dann war ich entlassen. Dann kam der nächste dran. Den hat er gleich angeschrieen. Dann hat man uns mit einer Flüssigkeit bestrichen, den ganzen Körper. Man hat ausgesehen wie ein Kochöl ungefähr.
Wir mussten dann wieder zur Arbeit gehen. Nach einer Woche waren wir fast heil. Da habe ich wieder Mut bekommen zum Weiterleben. Da ging es so weiter. Einmal in der Früh habe ich so einen Schüttelfrost bekommen. Ich habe mir gedacht krank melden kann ich mich nicht. Dann habe ich mir gedacht wenn ich einen warmen Kaffe bekomme und warmes Wasser werde ich schon wieder warm bekommen. Dann bin ich zur Arbeit hin. Ich musste dann immer wieder austreten. Ich hatte die Ruhr. Das ist, eben immer auf die Toilette gehen. Der Magen, ging alles nach außen.
Das hat der Arbeitskapo gesehen. Ich habe immer fragen müssen. Dann war ein SS-Mann, der schrie mich an: “Willst du dich vielleicht von der Arbeit drücken?” Der Capo von der Arbeit hat gesagt ich brauche nicht mehr arbeiten, darf mich hinsetzen. Ich habe trotzdem immer wieder müssen austreten. Zu Mittag haben wir immer zur Baracke zurück müssen um zu essen.
Da habe ich zum Capo gesagt es geht nicht mehr, er soll mich krank melden. Dann brachte mir einer einen Fiebermesser. Ich hatte ein Stück über 39 Grad Fieber. Dann war ich für das Krankenrevier tauglich. Dann kam ich dahin. Es waren schon drei Männer in der Bridge. Ich habe nicht gekannt: Leben sie noch oder nicht mehr. Sie haben ausgeschaut blass. Da hat man nur von Lebenden und Toten den Unterschied gekannt durch das Atmen und die suchenden Augen tief drein.
Dann am Abend war ich ganz schlecht beisammen. Man hat uns eine Suppe gebracht. Ich war so schwach. Ich war nicht mehr im Stande die Suppe zu essen. Mein Nachbar hat es schon ein bisschen überstanden gehabt, hat immer auf meine Suppe geschaut. Ich habe gesagt: “Die kannst du essen. Ich schaffe es nicht.”
Das war mein Geburtstag. Der 6. März. Ich habe mir gedacht jetzt wird es am Ende sein, in Gottesnamen, schlafe ich ein und wache nicht mehr auf. Dann verlor ich das Bewusstsein. Am nächsten Tag als ich aufwachte ging es ein bisschen besser. Dann habe ich die Hälfte von der Suppe gegessen dann. Da ging es langsam aufwärts. Dann kam eine Krankenschwester. Sie hat uns einen Löffel voll gemahlene Kohle gegeben. Das war die Medizin gegen den Durchfall. Dann hat sie uns Blut abgenommen, für was weiß ich heute noch nicht.
Das nächste Mal kam eine andere Schwester vom Roten Kreuz. Ich weiß nicht war es eine Schwester vom Roten Kreuz oder nicht. Sie sollte uns Blut abnehmen. Sie hat vier-, fünfmal die Ader abgefehlt, nicht getroffen. Dann ging sie zum nächsten. Da war dasselbe. Dann bekam sie ein bisschen einen roten Kopf und ging fort. Dann kam wieder die andere. Es war eine alte, die hat überhaupt nicht gesprochen. Die hat es schon gemacht.
Ich habe vorher etwas vergessen. Da haben wir die Krankenschwester gebeten… Ich musste wieder austreten. Ich habe mir gedacht: Wie mache ich das? Ich bin nicht im Stande. In dem Moment ging es schon in die Hose. Man konnte niemanden rufen um vielleicht auszuräumen. Dann lag ich im eigenen Kot.
Am nächsten Tag haben wir die andere Krankenschwester gefragt ob sie uns einen Nachttopf bringt. Ja, hat sie uns gebracht. Wir sind trotzdem nicht raus gegangen. Im eigenen Kot haben wir liegen müssen.
Dann ging es ein bisschen aufwärts. Am dritten Tag in der Früh habe ich gesehen, dass zwei Männer weg sind. Ich habe meinen Nachbar gefragt was mit denen los gewesen ist. Er weiß nicht waren sie tot oder haben sie sie sonst weg, wahrscheinlich waren sie tot. Dann waren wir 16 Tage im Krankenrevier. Dann hat es geheißen wir müssen wieder zu den Arbeitern zurück.
Mit der Decke unter dem Arm, dem Löffel und der Essschale in der Hand sind wir… Einerseits sind wir gerne zu den Kollegen zurück gegangen, aber andererseits hatten wir schon wieder Angst vom normalen Lagerleben was alles passiert ist. Wir waren so schwach, gerade so, dass wir stehen haben können und ein bisschen gehen.
Dann haben wir nicht mehr zur Arbeit gebraucht hinaus in den Steinbruch, aber im Lager waren so verschiedene Arbeiten zu tun. Es war ein Franzose und ein Deutscher. Sie hatten auch kein Interesse uns zu sekkieren. Wenn wir genug zum Essen hätten bekommen, hätten wir uns schneller erholen können. Es war damals schönes Wetter, die Sonne hat geschienen. Es war so Ende März.
Wenn wir genug zu essen bekommen hätten, hätten wir uns können erholen, aber leider war das Essen schlecht. Dann hieß es wir kommen wieder nach Dachau zurück. Da kam die Front immer näher, die Amerikaner. Da haben sie die Lager geräumt. Ich weiß nicht mehr genau, am 4., 5. April hat es geheißen: “Packen zum Abtransport nach Dachau zurück.” Das war auch eine schlimme Fahrt.
Es kamen immer wieder die Tiefflieger, die Amerikaner. Wenn sie einen Zug gesehen haben, haben sie meistens herunter geschossen. Ich weiß einmal, da haben wir austreten müssen, haben an die Wand geklopft. Da haben sie herein geschrieen: “Scheißt hin wie ein normales Schwein!” Jeder wo er gestanden ist hat er hingemacht. Es war ein Gestank.
Einmal waren wir beim Essen, haben wir können aussteigen, haben wir ein Essen bekommen. Während wir raus sind kommen wieder die Tiefflieger, sind sie vorbei gewesen, haben aber gerade gesehen, dass da etwas los ist. Dann haben sie umgedreht und sind die gleiche Richtung her. Da auf einer Straße standen vielleicht 5-6 SS-Männer. Dann haben sie auf die hingeschossen.
Zwei waren schwer verletzt, haben wir gesehen, und ein paar weniger verletzte haben sie in den Wagon hinein getan und wir schnell wieder in den Viehwagon hinein. Dann ging es wieder weiter.
FRAGE: Leider geht die Zeit sehr schnell weg. Wir haben noch fünf Minuten. Können Sie uns erzählen wo Sie befreit wurden? Wann? Was geschah nach der offiziellen Befreiung für Sie?
ANTWORT: Es kam der 29. April. Wir haben schon immer die Front… schießen gehört und alles gesehen. Wir hatten uns gefreut, dass die Amerikaner jetzt kommen, aber wir hatten noch Angst was würden sie mit uns machen bevor sie uns frei lassen?
Da kam der 29. April. Der Wachmann ist ein bisschen verschwunden. Dann haben wir uns gedacht, ich und zwei Passeirer und etliche Italiener, jetzt schauen wir in der Küche. Es war nirgends eine Wache.
Es hat einer geschaut: “Schauen wir ob das Lagertor offen ist.” Wir sind hin, ja es war offen. Wir sind beim Lagertor hinaus, da kamen wir ins SS-Lager hinaus. Das war ganz falsch. Ich denke mir da herum auch etwas zum Essen suchen. Wir haben nichts gefunden.
Da sind wir in eine Baracke hinein. Da war SS-Bekleidung. Da hat einer gesagt: “Tauschen wir unsere verlausten und schmutzigen Hemden aus.” Gesagt getan. Während wir das gemacht haben kamen zwei Amerikaner bei der Tür herein, haben uns gewunken wir sollen mitgehen. Dann sind wir mitgegangen. Wir haben ihnen entgegen gelächelt. Das sind ja unsere Befreier! Wir gingen ein Stück hinaus. Da war ein großer Hof, ein großes Tor. Wir haben gesehen da haben sie eine menge SS-Leute erschossen gehabt, die Amerikaner.
Wir haben uns gedacht: Recht geschieht euch! Dann ging es vielleicht noch 25 Meter weiter. Da haben sie uns an die Mauer hingestellt, mit dem Gesicht zur Mauer, den Händen über dem Kopf zusammen. Wir haben uns gedacht jetzt machen sie es gleich wie wir die anderen vorher gesehen haben. Wir sind eine Zeit lang gestanden.
Da sind zwei-drei amerikanische Offiziere gewesen und ein paar Soldaten. Es hat geheißen: “Hände herunter und umdrehen!” Sie haben beraten was sie mit uns machen. Wir sind halb SS-bekleidet gewesen und halb Sträfling. Wir sind dann davon gekommen mit dem Leben. Dann haben sie uns nicht ins Lager zurück, sondern zu den Gefangenen, den deutschen Soldaten. Da haben wir am sechsten Tag das erste Essen bekommen.
Da habe ich noch einmal aufgegeben. Ich habe meine Kollegen verloren, die Passeirer. Da hat es geregnet und geschneit. “So” tief war Kot gewesen. Man hat sich nicht können hinlegen. Am 5. Tag habe ich mir gedacht ich packe es nicht mehr, ich lasse mich fallen, einschlafen und nicht mehr aufwachen. Die Passeirer haben mich gesehen, haben gesagt: “Franz, steh auf! Da gehst du zu Grund!” Ich habe gesagt: “Es geht nicht mehr.”
Sie haben mir aufgeholfen: “Doch, es wird schon gehen!” Ich habe mir gedacht nach Hause käme ich gern wieder. Ich glaube nicht mehr recht. Die anderen: “Doch. Das werden wir schon. Jetzt sind wir soweit.” Dann hat es geheißen morgen bekommen wir bestimmt etwas zum Essen. Ich habe mich gefreut: Vielleicht stimmt es, dass wir etwas zu essen bekommen.
Ja, es ist dann gegangen. Am nächsten Tag haben wir gesehen Lastwagen vor dem Lager herum, es war alles im Freien, haben Kartons abgeladen, haben angefangen auszuteilen, zwei kleine Dosen. In einer waren Bohnen, ein bisschen Öl und in der anderen Dose waren ein paar Kekse, ein paar Bonbons. Ich war der Letzte. Ich habe immer geschaut. Vielleicht reicht es für mich nicht mehr?
Doch! Es hat gereicht. Ich habe mich hingesetzt im Schneidersitz, angefangen zu essen, geweint. Dann ist es wieder aufwärts gegangen. Ich bin noch vier Monate in amerikanischer Gefangenschaft gewesen. Wir haben wenig zu essen bekommen, aber was wir bekommen haben war gut.
FRAGE: In welchen Lagern, in welchen Städten wurden Sie in diesen vier Monaten…
ANTWORT: Zuerst ein Monat in Deutschland in verschiedenen Lagern, immer im Freien, nachher in Frankreich in einem großen Gefangenenlager. Dort haben sie diejenigen, die krank oder schwach waren, separat ein Zelt… Dort waren große Zelte. Ich kam dort in ein Krankenzelt hinein.
Da ging es ein bisschen besser dann.
FRAGE: Die letzte Frage. Wann kamen Sie endlich nach Hause?
ANTWORT: Am 19. August.
FRAGE: Des Jahres?
ANTWORT: 1945.
FRAGE: Haben Sie sich gewogen?
ANTWORT: Als ich vom Lager herauskam habe ich mich bald einmal gewogen. Da wog ich noch ganz wenig über 30 Kg, vielleicht 31 Kg ungefähr.

Bergamasco Elvia

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Mi chiamo Bergamasco Elvia, sono nata a Manzano nel 1927, il 18 agosto in provincia di Udine. All’età di 18 anni sono andata a lavorare in un campo di munizioni. Dopo un paio di mesi che stavo lavorando là, c’era già nella provincia di Udine la formazione di partigiani, una sera lì è venuto un signore che mia madre conosceva e ha chiesto se per piacere consegnavo una lettera a un capitano dell’aeronautica che stava lavorando in questo deposito di munizioni insieme con me.

Io lo conoscevo, ho detto di sì. Mia madre ha chiesto: Vediamo che cos’è” perché allora avevo 18 anni, e ai nostri tempi c’era molta severità. Mia madre ha letto, ha visto che era una lettera d’amore più che altro, era scritto: “Amor mio, ci troviamo alle cinque, alle sei si parte…” e tutte queste cose.

Era invece una lettera scritta in codice, l’ho scoperto dopo quando mi hanno detto che cos’era. Io sono andata al lavoro, ho consegnato queste lettere; un paio di volte l’ho fatto. Ho scoperto che c’erano i partigiani che consegnavano. Laggiù c’era questo capitano dell’aeronautica che lavorava lì e un maresciallo della Wehrmacht, un nobile di Vienna, non ricordo come si chiamasse questo maresciallo.

Queste lettere erano scritte in codice, nel momento in cui venivano trasportate nei camion delle munizioni, invece di caricare questi camion con delle bombe di cannone, si caricavano questi signori, anch’io delle volte, si caricavano munizioni piccole, bombe a mano, cartucce, queste cose.

Questi camion dovevano attraversare dei boschi, venivano trasportati in un altro deposito. Questi boschi erano quasi vicini al confine jugoslavo. Così c’era l’appuntamento. Queste lettere non so come poi venivano trasferite, fatte arrivare ai partigiani sloveni, loro scendevano, quando si trovavano tra questi boschi, lì prendevano le munizioni, si armavano.

Così abbiamo fatto un paio di volte dal mese di gennaio al mese di giugno. Un giorno i primi di giugno sono capitati con il camion delle SS e si erano spaventati un po’. Ho detto in Friulano: “Sono arrivate le cagne”, vuol dire è arrivato un macello, davano il nome alle SS. Cercavano soltanto me, erano tutti spaventati gli operai che erano lì naturalmente.

Invece sono arrivati nel capannone dove lavoravo io, sono venuti vicino a me, mi hanno chiesto se mi chiamavo Bergamasco Elvia, ho risposto di sì. Loro avevano una foto in mano. Mi hanno ordinato di seguirli. Mi hanno scortato, io lavoravo in fondo a questo campo, mi hanno scortato con un mitra davanti e uno di dietro. Mi hanno fatto salire su una specie di jeep tedesca, mi hanno portato a Cormons, una cittadina in provincia di Gorizia.

Lì ho trovato i miei compagni, chiamiamoli compagni, delle persone di una certa età che io conoscevo soltanto di vista praticamente.

Eravamo in sette/otto di noi, ci hanno messo in fila, hanno chiamato fuori il comandante. Difatti era il commissario della zona, del battaglione Garibaldi.

L’hanno chiamato fuori. L’avevano già percosso quando l’avevano arrestato. Sono andati a prelevarlo a casa durante la notte perché gli hanno detto: “Senti, sta per morire tua madre. Vai a trovarla”.

Lui è sceso dalle montagne, era su dalle parti di Castelmonte, nelle colline di Cividale. Lui è sceso a trovare sua madre, invece c’era la spia, c’erano già i nazisti e i fascisti lì ad aspettarlo.

Per salire su un camion bisognava appoggiare le mani perché il portellone non era stato tirato giù. Mentre saliva gli hanno picchiato con il manico del fucile sulle mani.

Poi lì ritornando a Cormons lui è uscito fuori quando lo hanno chiamato per nome, lì ho avuto il primo impatto con le cose che dovevano succedere.

Davanti a noi gli hanno tolto le unghie con le tenaglie. Però dalla sua bocca non è uscito un grido. S’è trasformato dal dolore, ben s’intende.

Poi finito il loro lavoro, ci hanno caricato su una corriera, ci hanno portati a Gorizia, nelle carceri di Gorizia. Nelle carceri di Gorizia siamo rimasti quaranta giorni. In una cella eravamo venticinque donne.

Si dormiva per terra. Gli animali che c’erano lì ci facevano compagnia durante la notte. Abbiamo subito cinque processi. Io fra tutte noi che eravamo sette, soltanto io non sono stata picchiata o torturata. Le altre donne le hanno anche psicologicamente tartassate anche negli interrogatori. Nell’interrogatorio non era che si continuasse a parlare come un libro aperto, perché magari quello che mi avevano chiesto il primo giorno me l’hanno richiesto il quinto giorno.

Poi abbiamo avuto la condanna a morte. Poi è intervenuto il Vescovo di Udine e una Baronessa austriaca che abitava nel paese dove abitavo io, a Manzano. L’hanno tramutata nei lavori forzati.

Poi dopo quaranta giorni, un giorno è venuta una chiamata di prepararci che si andava a lavorare in Germania. Il nostro trasporto è un po’ anomalo anche perché veniva dall’Ungheria, avevano caricato sloveni, ungheresi, tutta la gente dell’est, ragazzi, donne, bambini.

Ma hanno bombardato, stavano bombardando in Ungheria, il nostro treno lo hanno dirottato verso Trieste, così hanno fatto i carichi prima a San Sabba, poi a Gorizia, poi alla volta di Udine. Poi siamo partiti alla volta di Tarvisio. Siamo partiti.

D: Eravate in tanti sul tuo Transport?

R: Sì. Quando ci hanno fatto salire sui carri bestiame, ci siamo guardate in giro. Eravamo tutte in piedi, ammucchiate. Quando abbiamo avuto il tempo di contarci eravamo in centoventi donne. Ce n’erano anche che venivano da Trieste sul nostro carro bestiame.

C’erano delle donne, ragazze anche, che le avevano torturate a San Sabba. Abbiamo chiesto loro cosa avevano fatto. Loro ci hanno raccontato che avevano messo loro l’elettricità nei capezzoli e nel di dietro e poi delle torture psicologiche.

Abbiamo viaggiato dodici giorni. Su questo carro bestiame c’era un po’ di paglia e due mastelli. Uno pieno di acqua e uno per i servizi igienici.

Potete immaginare, dodici giorni di viaggio senza mai aprire. Gli odori, le cose che erano lì. Il mese di agosto. L’acqua si spartiva un po’ per ciascuno, pianino.

Il mastello si svuotava soltanto durante la notte, quando il treno si fermava. Il nostro viaggio è stato lungo dodici giorni perché? Perché durante la notte fermavano la tradotta. Caricavano e scaricavano carne umana, delle persone.

Io penso che si siano fermati negli altri campi, a Mauthausen, a Buchenwald, Dachau, negli altri sottocampi. Si sentiva nel treno quando attaccavano e quando staccavano gli spintoni.

Finalmente dopo dodici giorni siamo arrivati dove si doveva arrivare. Mi ricordo una cosa. La stazione che ho visto, era scritto in una lingua che non capivo, ora lo so che si chiama Oswiecim, siamo scesi allo scalo merci. E’ stato il nostro l’ultimo trasporto che è sceso a Oswiecim.

Dopo dodici giorni si sono aperti questi vagoni. Ci hanno investito con un gran fascio di luce. Si sono sentite molte urla in lingue che non si capivano e un grande abbaiare di cani.

Gridavano: “Schnell, Los, Los, Los”. Abbiamo capito che si parlava polacco e tedesco. Poi altre lingue forse. Gridavano di scendere in fretta, in fretta, di scendere in fretta. Lì siamo scese, ci siamo girate, ma quante persone sono rimaste su quei carri, non si sa il numero.

So che eravamo una marea di gente. Il treno era talmente lungo tra bambini, donne, anziani, uomini; chi gridava, chi cercava la madre, chi cercava il figlio, la moglie, “Dov’è mia moglie…” Però con le urla dei nazisti s’è fatto tutto un silenzio, questo abbaiare di cani anche.

Poi hanno cominciato con l’ordine secco di metterci in fila per cinque. Poi mentre si passava dicevano: “Questo sì, questo no”. In più l’hanno detto nelle lingue in modo da farci capire che chi era stanco, non poteva camminare o era anziano, poteva salire su quei camion che erano a disposizione lì.

Molta gente che era stanca ha detto, vado col camion, faccio più presto. “Ma è qui vicino”, dicevano. Poi hanno cominciato a fare due file, una a destra e una a sinistra. A sinistra venivano gli anziani, i bambini che venivano strappati dalle braccia delle madri. Dovevano andare con la fila degli anziani o con quelli che non stavano bene.

Poi ci siamo incolonnati e a piedi ci siamo camminati. Non potrei dire quanto tempo abbiamo camminato perché io non sapevo quanti chilometri… Siamo arrivati davanti ad un cancello con la famosa scritta: “Arbeit Macht Frei, “Il lavoro rende liberi”.

Ci hanno detto che eravamo arrivati ad Auschwitz, nelle lingue, ognuno ha capito che eravamo ad Auschwitz. Eravamo stanchi, sfiniti, senza valigie, senza niente. In più ci scortavano lo stesso. C’è sembrato un po’ strano.

So di essere arrivata ad Auschwitz e di essere entrata in un gran capannone, lungo, fatto in mattoni. Lì dopo che erano entrate tutte le donne separate dagli uomini senz’altro, ci hanno dato l’ordine di spogliarci immediatamente.

Io non lo so, oggi come oggi di spogliarsi davanti a una bambina, a una ragazzina, una nonna, una madre, non lo so se riesce a capire la gente che cos’era a quel tempo. Poi qualcuna ha tenuto le mutandine, le sono state strappate in un modo talmente violento, cattivo. E’ difficile spiegare, dire che senso era.

Poi sempre in fila per cinque, nude, ci hanno fatto la prima cosa, ci hanno fatto un numero al braccio sinistro, il tatuaggio. Il mio numero al braccio sinistro è 88653. Poi sempre in fila per cinque, non era uno solo, erano in tanti, tante persone che facevano il numero, si andava in fila, poi si passava in un’altra stanza. C’era una vasca, si doveva mettere i piedi dentro.

C’era un’acqua bianca. In quest’acqua io credo c’era un disinfettante, un odore, come quello con cui si disinfettava una volta gli animali, la creolina si chiamava. Non so se si chiama anche adesso così.

Poi siamo passate alla doccia finalmente. Abbiamo detto: “Finalmente ci laviamo dopo dodici giorni”. C’e’ stata anche la rasatura. Ritorno indietro. Dopo il numero ci hanno fatto salire su degli sgabelli in fila, c’era una fila di sgabelli, anche lì una cosa realmente brutta è stata per noi.

Perché quando ci hanno detto di toglierci il vestito, di piegarlo, di metterlo bene, di toglierci gli ori, gli orecchini, le collane, quello che si aveva e di appoggiarlo lì perché ce lo avrebbero dato dopo, dopo aver fatto le docce, tutto.

Loro ci hanno fatto salire su questo sgabello, ci hanno guardato anche nei posti che non andava bene per vedere se si era nascosto qualche gioiello. E’ stato il primo impatto della vista schifosa della mia vita, chiamiamola così, è una brutta parola dire schifosa, ma era oltre lo schifoso questa cosa.

Poi ci hanno rasate dappertutto, ci hanno fatto alzare le mani, gambe al largo, ci hanno rasato i capelli e per tutto il corpo. Poi finalmente ci hanno portato alle docce.

Alle docce abbiamo detto, “Finalmente ci rinfreschiamo, ci laviamo”. Cos’è successo? Che ci hanno aperto l’acqua bollente, poi tutto in un momento, quando eravamo sotto che si gridava hanno aperto quella ghiacciata.

Poi tutto finito. Siamo uscite fuori nude com’eravamo. Intanto sono passate le ore, è venuta mattina, ci hanno consegnato il vestito, ci hanno dato il vestito zebrato.

Poi ci hanno incolonnate. Ci hanno dato la targhetta, da attaccare il numero sul vestito, il numero del braccio sul vestito ci hanno fatto mettere.

Poi inquadrate per cinque, ci siamo incolonnate, siamo partite alla volta di Birkenau.

D: Scusa, Elvia, con l’immatricolazione oltre al numero ti hanno dato qualche altra cosa?

R: No, no.

D: Vi hanno dato per caso anche un triangolo?

R: Ah, sì, il numero, si capisce, da mettere sul vestito e il triangolo rosso con la I e D. Voleva dire italiano, il triangolo rosso era segno di politico, che ero una deportata politica.

D: Parlavi di vestito. Oltre alla zebrata vi hanno dato biancheria intima?

R: No, solo il vestito e basta, senza biancheria. Niente, né mutandine, né camicia. Ci hanno dato le scarpe. Chiamiamole scarpe. Ci hanno dato gli zoccoli olandesi, quelli in legno, sopra e sotto tutti in legno. Di lì ci siamo incolonnate e siamo partite a piedi verso il campo di sterminio di Birkenau. Si trova a quattro/cinque chilometri di distanza da Auschwitz.

Siamo arrivate là. Era intanto mattina presto. Ci hanno messo in fila, ci hanno assegnato le baracche, ma non siamo entrate subito. E’ giunta l’ora di pranzo.

Ci hanno dato una qualità di minestra bianca, era come un gries, una cosa così. Ci hanno consegnato la Miska, la famosa Miska, la scodella. Non era nuova, era color mattone, erano in smalto, però erano vecchie, già tutte ammaccate.

Noi abbiamo detto: “In queste cose dobbiamo mangiare?” Eravamo un po’ schifate. Delle persone che erano lì già da un po’ di mesi, italiane anche, ci hanno detto: “Pregate Iddio che le avete voi, noi ce la siamo dovuta procurare”. Hanno risposto così passando: “Vi accorgerete presto quello che c’è”.

Ci hanno dato in queste scodelle, questo gries bianco l’ordine, in tutte le lingue l’hanno detto, che dobbiamo berlo, hanno gridato molto forte, di berlo senza mai lamentarci e tutto in un fiato, che se lo rifiutavamo, dovevamo pentirci molto, rimpiangerlo.

Infatti è stato proprio così, l’abbiamo rimpianto quel gries famoso, era un dolciastro schifoso, era cattivo da mandar giù. Poi s’è scoperto cos’era col tempo.

D: Che cos’era Elvia? Che cos’era?

R: Nel gries c’era bromuro. Il bromuro a cosa serve? A non far venire le mestruazioni alle donne. A quel punto, dalla rasatura al numero e avendo tolto anche questo, hanno tolto proprio la femminilità completamente a una donna.

Io dico sempre che la donna è stata molto più umiliata dell’uomo. Nel senso che… Io non so se era soltanto a Birkenau, le cose che sono successe a Birkenau in sei mesi, se ne sono viste moltissime.

D: Dopo ti hanno messo in baracca?

R: No, siamo state tutto il giorno in piedi fuori per cinque. Eravamo giovani, ragazze donne giovani, quarant’anni, cinquant’anni la più anziana del nostro gruppo.

Siamo state tutto il giorno. Verso le sei alla sera ci hanno fatto entrare in baracca. Le baracche sono fatte in mattone. Dentro nel muro delle baracche sono fatti i castelli. I castelli, non i letti che si vedono a castello, erano fatti di semimuratura anche quelli, con delle assi, a tre piani ben s’intende. Si doveva stare in otto per ogni piano.

Quando si girava una, si dovevano girare tutte le altre. Non si dovevano mai tenere fuori i piedi. L’ordine era che si dovevano avere i piedi interni nel posto da dormire.

Io ero al secondo piano, le nobili, le laureate le mettevano nel sotto, nella terra nuda a dormire. Per quello erano a tre piani, perché mettevano anche sulla terra nuda. Forse per farle umiliare ancora di più.

Quando si girava una, si dovevano girare tutte. Noi avevamo anche una ragazza incinta tra le nostre otto. Non si poteva stare nemmeno sedute, si doveva stare sempre distese o scendere giù. Erano talmente basse, c’era come un buco da infilarsi, nient’altro. Poi abbiamo scoperto che la sveglia era alle quattro la mattina, poi si usciva. Grida in polacco, in tedesco “Schnell, schnell, schnell”…

Si doveva in fretta e furia scendere da questi letti. Poi abbiamo fatto la scoperta del famoso Gummi. Il Gummi che cos’era? C’era un tubo di gomma con un filo dentro in rame e questo lo facevano girare tutto il santo giorno.

Siamo uscite fuori per cinque allappello, alla distanza delle braccia allungate una dall’altra si doveva stare. Lì siamo state dalle quattro di mattina, ci si alzava alle quattro.

Poi ci hanno portato ai famosi bagni, chiamiamoli bagni. Era una baracca con settantadue buche doppie. Si facevano i bisogni schiena con schiena. Fare in fretta, tutta la baracca doveva fare in fretta perché subentrava l’altra.

Col tempo, coi mesi che sono passati, dovete pensare che la dissenteria era facile e non si aveva il tempo per lavarsi. Non c’era l’acqua perché a Birkenau, se Birkenau è come adesso, era tutta una palude.

Queste strade, questi fossi sono stati fatti da noi prigioniere stesse, non solo io, centinaia e migliaia. Dico tante volte mentre penso ai ricordi, se ci fosse stato un elicottero a sorvolare, quando eravamo tutte all’appello, tutte rasate, con questo vestito zebrato, io non lo so quello che veniva, queste teste rapate di tutte le età. Una cosa…

Io a Birkenau non ho mai visto i bambini. Li ho incontrati solo una volta. Per tre giorni hanno fatto nella fila… Io non lo so. E’ stata una scelta proprio di questi bimbi che hanno portato lì. Nella nostra fila delle baracche c’era una distanza che vi si faceva anche l’appello.

Hanno fatto un serraglio con una rete. Hanno messo un trenta e più bambini, non lo so, praticamente. Però sapevano che questi bimbi erano figli di queste donne che erano in quella baracca.

Hanno detto alle madri, fatto capire che questi bimbi sarebbero stati trasportati a Cracovia, abbiamo scoperto di essere in Polonia, che li avrebbero portati a Cracovia dove sarebbero stati molto bene.

Queste madri… Ritorniamo indietro, il pranzo. Parliamo del mangiare. Di mattina ci davano un caffè, chiamiamolo caffè nero, da bere. A Birkenau era proibito bere l’acqua, assolutamente, perché veniva fuori l’acqua color marrone essendo una palude. Era proibito bere l’acqua.

La mattina ci davano un mestolo di questo caffè. A mezzogiorno ci davano un mestolo di rape grattugiate e bollite non so con quale acqua. Nemmeno le lavavano. Dopo col tempo abbiamo detto, la terra e la sabbia che si trovavano sotto erano la vitamina B, abbiamo detto fra noi.

La sera ci davano un altro mestolo di minestra. In più ci davano il pane. C’era un pezzo di pane. Loro lo chiamavano la strunza. Questo serviva per dodici persone. Veniva segnato con un dito mignolo, si facevano i piccoli segnetti, poi si tagliava a pezzettini.

Serviva per dodici persone, si segnava col dito mignolo, si facevano dei segnetti, poi si tagliava. Loro portavano il tavolino fuori le Kapò. Questo non ho detto. Cosa abbiamo trovato lì.

In questa baracca non so quante eravamo, non ci siamo contate, ma penso che eravamo in quante… Abbiamo fatto i conti tempo fa, eravamo quasi in quattromila. Hanno fatto i conti i ragazzi tempo fa quando eravamo ad Auschwitz calcolando in quante eravamo.

Avevamo le Kapò, le comandanti. Le Kapò erano tutte donne polacche. Erano delle persone della feccia più cattiva che poteva esistere in Polonia. Gli uomini uguali, i polacchi.

Non sentirete mai un deportato parlare bene dei Kapò, delle donne e degli uomini polacchi. Quelli che erano dentro come Kapò. Dovete pensare che la nostra comandante, la nostra Kapò aveva ucciso il marito e i due figli a coltellate.

D: Scusa Elvia, a proposito di figli, prima stavi parlando del recinto dei bambini.

R: Sì, giusto, scusa. Ritorniamo. Hanno portato i bambini in questo recinto. Hanno fatto capire alle madri che li hanno scelti realmente perché le madri ogni sera non mangiavano il loro pane. Il terzo giorno hanno detto che all’indomani i bambini partivano verso Cracovia.

Sono sgusciate fuori queste madri come dei serpenti, come delle bisce. La sera non si poteva uscire dalle baracche, era proibito. Loro sono scivolate fuori. Hanno consegnato a ogni bambino un pacchettino col pane che non avevano mangiato. Se questi bambini vanno là, così hanno per qualche giorno un pezzettino di pane in più.

All’indomani, il quarto giorno, la mattina presto… La mia baracca era nella terza fila delle baracche, la terza baracca. Sono venuti tutti tirati a lucido i capi delle SS, in nazisti, il comandante a capo del campo. Tutti sorridenti, tutti tirati a lucido, dei visi cattivi, quella mattina andando fuori all’appello non abbiamo trovato i bambini.

Si sapeva che erano partiti per Cracovia. Allora arrivano lì a fare la conta nella nostra fila, non c’entrava di venire nella nostra fila a far la conta, sono venuti lì realmente. Allora le madri hanno chiesto con l’interprete.

Hanno detto: “Madri, ricordatevi che i vostri bambini stanno bene, sono usciti per i camini”. Io non ho visto una lacrima sui volti di quelle donne, però ho visto i loro volti trasformati. Ho visto il dolore, realmente cosa vuol dire il volto di una persona che ha un dolore enorme.

Erano contraffatti. Hanno cambiato sembianze. E’ difficile capire, si sono scurite, gli occhi… E’ difficile spiegare come sono diventati i volti di queste donne. Non so se sono tornate o se sono rimaste lassù a Birkenau.

Raccontare quello che succedeva a Birkenau… Io purtroppo ho avuto la sfortuna di essermi ammalata due volte. Una volta mi sono ammalata, la seconda volta sono stata scelta. A Birkenau c’era il dottor Mengele, non solo lui, tutta l’equipe insieme, però lui era il capo di tutti, Mengele

La domenica dovete pensare che ci facevano spogliare nude con la scusa che portavano il vestito alla disinfezione e ci facevano passeggiare per cinque tutta la lunghezza del nostro percorso che avevamo da una baracca all’altra, nude tutto il giorno perché portavano alla disinfezione. Non so se è vero.

C’era il tavolino in fondo alla strada, c’era Mengele e tutti gli altri. Si marciava davanti a lui. Diceva: “Questa, questa, questa no, questa sì”.

Purtroppo un giorno sono stata scelta anch’io con l’ordine di darmi il vestito e di trasportarmi al campo B. Io ero al campo A appena all’entrata di Birkenau, c’è il campo A, poi c’è il campo B.

Sono andata al campo B. Al campo B c’era il blocco delle Krezze chiamato. Era il blocco delle malattie infettive. Era il blocco dove Mengele faceva i suoi esperimenti.

Lì io ho visto con i miei occhi le donne su cui lui ha fatto gli esperimenti. Col gran dolore, tutte le cose che lui faceva non le faceva con l’anestesia, assolutamente. Così queste donne erano anche impazzite, camminavano in giro su se stesse, nude completamente, facevano il giro.

Dentro nel campo B c’era un altro campo con una grande muraglia e un gran cancello in legno. Mi ricorderò sempre questo cancello enorme, non si doveva sentire né vedere niente.

Lì mi hanno fatto entrare in un’infermeria, chiamiamola così, Revier. In questo Revier mi hanno fatto spogliare, mi hanno dato su con un pennello delle qualità di colore. Uno verde, una pomata bianca col pennello che bruciava da morire.

Sono stata quattordici giorni, ogni giorno cambiavano colore e bruciava da morire. Stando lì questi quattordici giorni ho visto le donne, di cui altre compagne lì mie parlavano e raccontavano. Io chiedevo cos’è successo a quelle donne? Io ho visto delle donne bruciate davanti alla pancia e alla schiena.

Mi hanno detto che erano le donne che mettevano incinte, poi lui le faceva abortire con una piastra. Metteva una piastra davanti e una di dietro, poi attaccava l’elettricità, non lo so a quanti volt, so che queste donne erano bruciate. Per il gran dolore, le ho viste nude che giravano in giro per questo piccolo campo.

Poi ho visto le donne con gli sfregi nelle gambe, nei piedi, in altri posti, nel viso. Lì penso che sia stata… Io la lebbra non l’avevo mai sentita nemmeno nominare, ma credo che lì dentro ci sia stata anche quella.

Quando portavano da mangiare a mezzogiorno soltanto, portavano una volta al giorno, quel mastello non veniva portato, veniva gettato dentro e queste povere donne si buttavano sul mastello come degli animali.

Infatti eravamo diventati degli animali. Si buttavano, si picchiavano l’un l’altra. Con questa gamella che avevano, Miska, si davano giù per la testa, così si vedeva magari saltare un pezzo di naso, un orecchio, perché erano talmente piene di croste dappertutto per il corpo, perché avevano fatto degli esperimenti, delle cose che le avevano infettate tutte.

Lì sono stata quattordici giorni. Poi si vede che non hanno fatto effetto su di me, mi ha rispedita al campo A. Prima di uscire da questo grande cancello mi hanno detto in italiano di non raccontare mai a nessuno quello che avevo visto e sentito lì dentro.

Poi mi hanno accompagnata alla mia baracca. La mia Kapò quando sono arrivata quasi non mi voleva più. Invece si sono parlate con quella che mi ha scortata e ha detto che si vede che non avevo preso malattie infettive assolutamente, perché noi a Birkenau abbiamo fatto gli anticorpi grandi come il mondo.

Poi mi sono riammalata un’altra volta, credo che mi sia venuta la bronchite. Avevo un febbrone talmente alto. Io mi ricordo di essermi alzata, di essere andata fuori all’appello in fila e poi di aver gridato molto forte e di essere caduta.

Sono stata quattro giorni al Revier, mi hanno dato delle pastiglie. Sono rientrata dopo quattro giorni la sera dopo l’appello. Entrando nella baracca si doveva passare davanti alla Kapò.

Io ho fatto l’inchino perché bisognava inchinarsi e rispettarla questa Kapò. Non avevo fatto in tempo ad inchinarmi che mi ha dato, aveva un randello in mano come una mazza da baseball, mi ha dato tre randellate per la schiena che io non ho avuto il tempo di gridare. Hanno gridato le mie compagne che mi hanno sentito.

Il lavoro a Birkenau in cosa consisteva. Come ho detto prima, la sveglia alle quattro. Alle sei si partiva per il lavoro. Il lavoro. Veniva consegnato a chi il badile… C’era una carriola. Su questa carriola c’era il badile, il piccone e poi nel posto dove ci hanno accompagnato abbiamo trovato anche il rullo, quello con cui si batte la terra, la strada.

Questo a turno, quelle che facevano il fosso, questo fango che si faceva mentre l’acqua scolava, in questi fossi il fango che si toglieva con il badile si buttava per fare la strada. Poi col rullo passavano sopra.

Dieci spingevano e cinque tiravano. Lì si doveva tirare, per forza perché il Gummi volava a tutta forza sulle schiene. Quando c’era il turno invece dei nazisti, allora loro avevano un altro tipo di frusta. Avevano il frustino. C’era un manico in cuoio lungo, poi c’era un mucchio di cordoni in cuoio e loro quando passavano così senza dire niente davano giù. Non andava quella persona, le davano giù una frustata.

Poi le punizioni. Abbiamo subito noi delle punizioni che non avevano niente a che fare, che siano state comandate dai nazisti. Erano le Kapò stesse che ci facevano delle punizioni, loro proprio non c’entravano niente.

A Birkenau essendo una palude c’era il fango, quegli zoccoli famosi di cui ho detto prima ci sono durati tre giorni. Il quarto giorno sono rimasti lassù. Mi è venuto il turno di andare a prendere il caffè di mattina, sono andata. Mentre sono ritornata dalle cucine a prendere il caffè, lo zoccolo è rimasto là, si è aperto e poi ho camminato sempre scalza.

Lì a Birkenau ci facevano accovacciare con due mattoni o un pezzo di pietra con le mani alzate su così, oppure nel braccio ci facevano rotolare nel fango. Non c’era il posto per lavarsi. A Birkenau non abbiamo mai fatto una doccia, mai, non ci siamo mai lavate in nessun posto.

Forse l’acqua era proibita, noi abbiamo bevuto più di qualche volta essendo il mese di agosto/settembre. Bevuto anche quell’acqua che era nei fossi, non si badava a tante sottigliezze. La Nerina ha detto che lei non ha mai bevuto.

Io invece, noi con la mano si prendeva su. Si diceva una preghiera. Ai miei tempi si diceva: “Beve il serpente, beve Iddio, che berrò anch’io”. Si dicevano queste parole e si beveva l’acqua.

Purtroppo qualcuno ci ha chiesto quando si va nelle scuole se si pregava là. Io ho detto che abbiamo imparato le preghiere più belle che non esistono in nessun vocabolario. In meno di otto giorni abbiamo imparato le più belle che possono esistere su questa terra, tutto al contrario.

Queste funzionavano. Non so perché scattavano. Se una mia compagna mi toccava che cosa si diceva… Queste preghiere venivano a sfilza, una dietro l’altra e in tutte le lingue, queste parole si capivano in tutte le lingue, italiano, tedesco, ci sono centoventun lingue, però quelle lì si capivano in tutte le lingue.

Cosa devo dire? Birkenau cos’era? A Birkenau ci avevano tolto la parola. Il ricordo di Birkenau è come una nebbia. La nebbia a Birkenau si toccava con le mani, se la prendevi in mano la sentivi. Dovete pensare che a Birkenau c’erano dodici forni crematori, erano ventiquattro bocche, ne cremavano ventiduemila al giorno. Funzionavamo ventiquattro ore al giorno.

A Birkenau avendo fatto sei mesi, essendo al campo A, si vedevano tutti gli arrivi di quei carri bestiame che arrivavano di carne umana.

Si sentivano le grida, le urla ogni giorno e ogni notte. Durante il giorno scaricavano nella parte dove c’erano le baracche dei cavalli. A Birkenau avevano fatto i binari ed entravano direttamente fino vicino ai forni crematori. Di notte scaricavano dalla parte dove erano le nostre baracche.

Durante la notte si sentivano i pianti, le urla, le grida, chiamare mamma, chiamare la sposa. Quello che era successo a noi, così succedeva o di giorno, o di notte, arrivavano a tutte le ore questi treni.

A Birkenau c’erano più campi. C’era il campo A, il campo B, poi c’era la casa rossa, chiamata così. Che cos’era la casa rossa: Canada in principio serviva come primi esperimenti per le camere a gas. Poi hanno fatto i forni, le camere ingrandite servivano per deposito, dove venivano depositati tutti i vestiti e gli ori, la selezione.

In più c’era il parcheggio il Canada. C’è ancora un boschetto di betulle, venivano parcheggiati quelli che non riuscivano a portarli a forni crematori.

Quelli servivano per quando bombardavano, i treni non arrivavano. Allora andavano a prendere quelli, li chiamavano e venivano eliminati quelli che erano lì in attesa in questo boschetto, seduti lì aspettavano due o tre giorni.

Oppure durante la notte succedeva quando non avevano al parcheggio più nessuno, c’erano degli ebrei purtroppo, delle donne, loro sapevano che dovevano andare là ai forni, era il modo che chiamavano, perché dicendo io non dice quasi niente.

Chiamavano durante la notte: “Le Jude, le Jude”. Loro sapevano, si alzavano, toglievano il vestito, andavano davanti alla Kapò sulla porta della baracca, glielo consegnavano piegato, loro nude queste donne si mettevano in fila e andavano su al campo B dove c’erano i forni.

Loro sapevano di andare. Un’altra cosa. Siccome era tolta la parola, era tolto un po’ tutto, completamente la femminilità, non esistevi e basta, infatti in sei mesi si riesce a diventare come volevano loro. Si camminava, si sentivano gli ordini, secchi, imperiosi come si sentivano e si andava avanti.

Forse un animale si rivolta, invece ci hanno fatto diventare realmente… Forse era la vita stessa che lottava da sola, forse il tuo cervello o che non funzionava più, non lo so quello che ci avevano tolto, anche quello.

Si andava avanti come dei robot realmente. Il robot va con il clic, noi con le loro urla. Si andava avanti al lavoro, si ascoltava, ci si guardava in giro. Andando, facendo questi lavori di scavo, di fossi, è capitato che io sono andata tra la fine del campo A al campo B, adesso non c’è più lì a Birkenau, c’era più bosco.

Abbiamo visto le pire chiamate, le cataste delle donne morte, perché non riuscivano i forni a smaltirle, allora quelle che erano morte lì, le mettevano, ma le mettevano a regola d’arte una sopra l’altra. Questa catasta era ben fatta. Poi davano fuoco.

Noi abbiamo detto: “Oddio, ecco perché nevica a Birkenau fuori stagione”. Ci sono tante cose…

D: Quanto tempo sei rimasta tu a Birkenau?

R: Sei mesi. Dopo sei mesi nel mese di dicembre è venuto un gruppo d’ingegneri tedeschi a chiedere dei pezzi. Mi occorrono cinquemila pezzi.

Allora un giorno di mattina ci hanno fatto spogliare nude cinquemila donne, è stata fatta una selezione, ci hanno selezionate, ci hanno messo su una scalinata e ci hanno lasciato tutto il giorno lì. Era il mese di dicembre.

Noi siamo partite il 2 gennaio. Il 31 dicembre ci hanno messo su questa scalinata, siamo state tutto il giorno. Mi ricordo che c’era un termometro in fondo sul muro dell’entrata di Birkenau, grande era, rosso, mi ricordo di questo, che segnava dai 20 gradi in su, poi non si riusciva a vedere, sotto zero, eravamo già agli ultimi di dicembre.

Quando siamo scese la sera alle sei, quando ci siamo girate ne abbiamo lasciate molte là. Poi ci hanno dato il vestito, fatto rientrare in baracca. Credo che sia stata la minestra più buona, più calda che io abbia mangiato in un anno di campo di sterminio quella sera.

Abbiamo detto: “Siamo ancora vive”, abbiamo sentito il caldo della Miska. Una cosa, il dottor Mengele di domenica… Noi abbiamo calcolato che c’era la domenica, perché ogni quei tanti giorni, li abbiamo contati, si contava sette giorni e il settimo si riposava, si diceva, perché ci facevano spogliare e camminare nude.

Era il fatto che si doveva passare davanti al dottor Mengele, era il modo in cui lui ti toccava. Poi sceglieva lui le donne. A me purtroppo mi hanno tolto non solo la donna, il mio io, il mio essere, mi hanno tolto tutto, il modo con cui toccava.

Dovete pensare che quando si andava nel suo ambulatorio, era enorme. Quando ti metteva là, prendeva una ragazzina che non sapeva cosa vuol dire nemmeno il ginecologo, quelle cose lì, ti metteva là, lui si sedeva davanti e guardava. Io penso che, porca miseria, a me sembra che le donne siano fatte tutte uguali più o meno. Non so che cosa guardava.

Prendeva una ragazzina di quindici anni per vedere la differenza, la grandezza forse di quella di quindici e di quella di venti. Poi un’altra cosa schifosa anche. Quando eravamo nude, non sempre, ogni quel tanto tempo, io non so cosa gli serviva, la temperatura corporea. Ci facevano piegare nude, c’erano le donne addette e c’infilavano di dietro un termometro. Non il termometro con cui si misura la febbre, era molto più grande.

Avevano un modo per infilarlo, zum zum. Lo toglievano ad una e lo infilavano all’altra e via così. Queste erano le cose schifose, brutte che è difficile far capire alla gente raccontando queste cose.

Non solo io, tutta la baracca, tutte le donne che erano lì di tutte le età. Un altro fatto a Birkenau. Un giorno è venuto lì Mengele e ha scelto una ragazzina di Gorizia, si chiamava Gabriella, mentre eravamo in fila, non eravamo nude, eravamo vestite, è venuto lì, ha guardato in giro, questa no, questa no, ha scelto questa ragazza.

Era insieme a sua zia. La zia ha detto: “No, no, non lei”, gridava questa donna perché avevamo scoperto che a Birkenau c’era la casa delle bambole. Si sapeva che sceglievano le ragazzine vergini di quindici, sedici anni e le portavano in questa baracca che serviva per i loro piaceri.

Ha preso tante di quelle botte quella donna, tante di quelle botte quel giorno. L’hanno portata via la mattina, è ritornata alla sera. Siamo andate vicino a chiederle, pianino, non si poteva parlare durante la notte. “Cosa ti è successo? Cosa ti hanno fatto?” Lei tutta vergognosa ha detto: “Mi hanno fatto un’iniezione là”. Puoi immaginare a quei tempi, una ragazzina di quindici/sedici anni.

Poi finito così. Soltanto che noi con i mesi che passavano si dimagriva, si diventava così. C’erano tre ragazze, una di Firenze, si chiamava Wanda, una di Venezia, poi un’altra milanese anche. Loro dicevano, perché si era, non credo ormai disperate, non si ragionava, non penso alla disperazione, chi era disperata andava nel filo spinato.

Invece noi eravamo ridotte che non eravamo nemmeno disperate, eravamo lì e basta. E’ un po’ difficile spiegare come ci si sentiva, pensando anche adesso, una nullità realmente, completa, noi eravamo una nullità anche dentro di noi.

Queste che avevano un venticinque e più anni, anche trenta credo quella di Venezia, andavano fuori quando erano nude, ragazze, “Cosa vi disperate, siamo ritornate delle ragazzine”, dicevano.

Soltanto questa Gabriella abbiamo scoperto che i suoi seni, i nostri invece erano spariti, i suoi si arrotondavano. Poi è stata scelta anche lei tra le cinquemila, dopo l’esperimento ci hanno detto che dovevamo partire per un altro trasporto, per un altro posto di lavoro.

A questi ingegneri occorrevano cinquemila pezzi. Noi eravamo diventati dei pezzi, non eravamo più né dei numeri, né delle persone. Eravamo dei pezzi e basta. Siamo il 2 gennaio, siamo partiti alla volta di Buchenwald.

Anche lì abbiamo fatto un po’ a piedi fra i boschi della Polonia finché abbiamo trovato un binario morto dove c’era il carro bestiame, ci hanno fatto salire su questi carri bestiame e siamo partiti verso la Germania, chiamiamola così.

Dopo sei giorni abbiamo incontrato una stazione che si chiamava Dresda. Abbiamo detto, allora siamo in Germania. Poi siamo finalmente arrivati… Poichè bombardavano hanno deviato un po’ i treni. Siamo arrivati a Buchenwald. Veramente siamo arrivate a Weimar, nella stazione di Weimar, nello scalo merci di Weimar, passando col treno abbiamo letto Weimar.

Ci hanno fatto scendere allo scalo merci di Weimar, ci hanno incolonnate per cinque. Lì mi hanno dato un paio di zoccoli da infilare finalmente, zoccoli che erano chiusi, non aperti e mi hanno dato quelli più piccoli. Mi hanno fatto infilare col tedesco vicino, nazista, che dovevo infilare questi zoccoli.

Infatti ho messo dentro i piedi. Se io non avessi avuto due mie compagne che mi hanno trascinata su, perché andando a Buchenwald c’era una salita, adesso c’è la strada asfaltata, ma quella volta non c’era la strada asfaltata. Quelle che non riuscivano a fare la salita, c’era il fosso, un colpo di pistola e finito.

Così non so in quante siamo arrivate lassù a Buchenwald. Io so soltanto di essere entrata una volta sola per il cancello normale di Buchenwald e di aver trovato un albero, di averlo abbracciato che è ancora là secco nel mezzo.

Ho detto: “Oddio”, quando sono ritornata dopo un dieci/dodici anni, ho trovato il mio albero. “Che tuo albero?” diceva la gente che era insieme a me.

Ci hanno portato in fondo a Buchenwald. Lì l’indomani siamo andati, la sveglia sempre la solita, sempre i soliti Kapò, sempre le solite Stubowe,Blockowe. Sempre la sveglia alle quattro. Dopo due giorni ci hanno detto che eravamo pronte per andare a un altro lavoro.

Siamo uscite, fatta la scelta, ci siamo trovate… Perché sulla scalinata a Birkenau quando siamo scese non eravamo più in cinquemila, però alla partenza ci siamo trovate sempre in cinquemila. A Buchenwald però non so in quante siamo arrivate. Siamo morte un po’ camminando, un po’ sulla salita.

Ci siamo alzate. Hanno fatto i comandi, unite tante persone scelte. Poi ci hanno portato, fatto scendere in un sentiero da Buchenwald giù a basso, ci hanno fatto salire su un camion, ci hanno portato… Non so quanta strada, quanti chilometri distante. Mi ricordo di essere arrivata in questo posto che c’era una gran scalinata dove si scendeva, poi c’era la galleria.

Un ricordo che non dimenticherò mai. Eravamo nella galleria a Dora dove facevano la V2. Dice qualcuno che non hanno visto le donne, però ci sono dei signori invece che ci vedevano ogni giorno entrare.

Io mi ricordo a Dora che nell’entrata della nostra galleria davanti c’era una grande bomba, enorme, a noi sembrava enorme enorme, era grande, immensa, nera con una fascia rossa sotto.

Ci hanno fatte entrare in questa galleria, noi donne eravamo addette alle cariche. Si lavorava negli esplosivi, nel tritolo, balestrite, tutte queste cose. C’era come una specie di mulino, veniva macinata e mischiata la miscela di esplosivi.

C’era una qualità che bruciava anche le mani. Eravamo diventate tutte gialle. Ci facevano delle iniezioni ai seni. Si era lì nude completamente, loro passavano, avevano talmente ormai la praticità, passavano di corsa a fare queste iniezioni. Non so in cosa consistevano, per il fatto che eravamo diventate gialle forse.

Non era cambiato. Era cambiato qualcosa per noi che a Buchenwald abbiamo ricominciato a riprendere la vita, a cercare di sopravvivere Lì si capiva che si doveva lottare per sopravvivere. Poiché la domenica gli ingegneri non lavoravano, abbiamo riscoperto la domenica, si rimaneva in baracca.

Si poteva parlare. Quante cose ci siamo raccontate, quante ricette abbiamo scritto solo col cervello. Io quando vado a casa faccio così, quando vado io, allora eravamo di tutte le nazioni e di tutte le regioni del nord: Milano, Torino, ognuna aveva le sue ricette.

Lì ci si scambiava solo idealmente, solo si parlava. Forse questo ci ha aiutato molto anche per il ritorno. In più ci ha aiutato molto schivare tutte le punizioni possibili. Si cercava sempre di schivare ogni cosa.

Quando siamo andati a Kamnitz, abbiamo lavorato due mesi lì, facevamo pezzi di aerei, prima di arrivare a Buchenwald. C’è stato il bombardamento, allora ci hanno riportato un po’ in blocco. Un po’ ne hanno scelte, siamo andate a sbucciare patate, a pelare, non a sbucciare, a pelare, perché la buccia si poteva mangiare, invece pelarle era solo grattarle.

Eravamo lì che si parlava fra noi, ci siamo girate, abbiamo visto in vetro dei filoni di pane, non il nostro, un’altra qualità di pane. Come faremo? Lì si parlava di questo pane che era là. Ci sembrava già di mangiarlo, di averlo mangiato.

Lì abbiamo avuto la fortuna grande che c’era uno di Milano che si chiamava Marcello, un bellissimo ragazzo, non so di cognome, mi ricordo solo il nome, so che era un bel ragazzo, era un militare italiano. C’era quella di Firenze la Wanda. C’era solo una tedesca con noi di guardia. Ha fatto in modo di portarsela via. Si vede che sapeva il tedesco. Quando lei è ritornata era talmente svampita, talmente sognante, ha fatto un lavoro formidabile il nostro italiano, è stato bravissimo e noi abbiamo preso il pane, l’abbiamo nascosto sotto un braccio.

Quella sera quando siamo entrate in blocco si doveva alzare le braccia, ne abbiamo alzato uno solo. Non so com’è stato che ci siamo passate. Abbiamo mangiato tutta la notte. Ognuno un pezzo per ciascuno, si sono buttate su di noi quando hanno visto questi filoni di pane lì.

L’indomani sono venuti a cercare il pane. In una notte. Venire a cercare il pane l’indomani mattina? Abbiamo goduto noi quella notte, mamma mia. Non abbiamo fatto la spia.

“Guardate che avete mangiato quel pane. Il pane serve per i tedeschi, era per i nazisti, per i comandanti”, ci hanno detto. Nessuna ha parlato perché ognuno ha avuto il suo pezzo. Loro sapevano quelle che eravamo, ma loro dovevano punire tutte assieme.

Sono venuti a cercarci, hanno rovesciato i letti, non hanno trovato nemmeno le briciole. L’indomani mattina hanno cercato il pane. Non l’hanno trovato, ci hanno detto che se avessimo raccontato non ci avrebbero fatto niente, ci dicevano che dovevamo avvertire perché ci sarebbe venuta la dissenteria per aver mangiato questo pane.

Invece è successo che quelle che avevano la dissenteria sono guarite avendo mangiato questo pane. E’ successo che è venuta punita questa tedesca, cosa strana. Non so cos’è scattato. Noi ci abbiamo goduto se è stata punita questa tedesca. Realmente.

Un’altra cosa a Buchenwald. Abbiamo cantato. A noi è sembrata festa. Non abbiamo capito a cosa si andava incontro. In fila ci hanno fatto scendere da Buchenwald, ci hanno portato all’ospedale a Weimar a fare i raggi.

Mentre si passava, abbiamo attraversato il centro di Weimar. La gente ci sputava vedendo queste donne sporche, rasate, ci hanno fatto uguale a Buchenwald come ci hanno fatto ad Auschwitz, c’erano sempre i soliti dottori, altri dottori, altri nomi, però sempre le solite visite schifose, sempre le solite cose.

Noi quel giorno che siamo andate a fare i raggi abbiamo cantato per la strada per il fatto che non abbiamo lavorato. Questo fatto è stato bellissimo per noi. Per forza che i tedeschi uscivano nella città di Weimar a guardare chi era che cantava. Come si faceva a cantare? Non ci si rendeva conto che facendo i raggi si poteva… non abbiamo mai pensato di essere ammalate, assolutamente. Nemmeno l’idea lontanamente di ammalarsi. Nemmeno quando eravamo tutte gialle, non si pensava che si fosse malate, ci sembrava che era normale essere così. Questo è il fatto. Giusto per ritornare a quando ero al Revier, quando sono stata dimessa dal Revier, passando per uscire sono passata davanti a un bagno.

Dio, c’era un bagno. Ho guardato così mentre passavo, ho visto una persona nello specchio. Quando sono rientrata in baracca ho detto: “Dio, ragazze, che brutta donna che ho visto. Ho visto una ragazza talmente brutta”. E una signora: “Ti sei mai guardata allo specchio? Dove lo hai per guardarti?”.

Ero io quella che ho detto che era brutta. Dopo ritornando a Birkenau dopo tre mesi, tanto quella che aveva sessanta anni e quella che ne aveva venti eravamo tutte uguali. Una cosa a Birkenau, ritornando indietro a Birkenau, quando veniva gridata: “Oggi selezione, oggi selezione”, le donne, quelle che avevano una certa età o per la paura anche i capelli diventavano bianchi prima del tempo prendevano del fango e se lo davano su nella testa.

Quando si passava nude davanti, nel viso anche, quando si passava davanti al tavolo dei dottori molte riuscivano a passare senza venire scartate, perché purtroppo chi veniva scartato si sapeva dove si andava direttamente, ormai non era un mistero per noi. Poi un’altra cosa a Birkenau che non ho detto prima che mi è rimasta molto nella memoria. C’era una ragazzina a dormire sopra di me che avrà avuto quindici o sedici anni, era di Firenze, non lo so come si chiamava. So quello soltanto. Anche quella signora, Wanda, che era di Firenze non la conosceva, però sapeva che era di Firenze, l’ha detto lei che era di Firenze. Cantava, aveva composto una piccola canzone su “Dorme Auschwitz” e la cantava sull’aria di “Dorme Firenze”. Diceva: “Dorme Auschwitz sotto un cielo di cenere, dorme Auschwitz, si vedono tante fiammelle. Sono le anime dei bambini che escono per i camini. Dorme Auschwitz, non si vedono le stelle, soltanto cenere”. Poi ci sono altre parole, ma non mi ricordo. Solo la prima strofa mi è rimasta un po’ in testa. Anche la canzone “Mamma”, la Vittoria Gargianti la sa tutta lei, se la ricorda tutta. Io mi ricordo un pezzo, ma soltanto… Ad Auschwitz c’era l’orchestra delle donne, c’è lo spiazzo ancora dove suonavano, dove tenevano i concerti. Quest’orchestra ci accompagnava sempre nel lavoro, nel rientro e quando si usciva, uguale, sempre. In più se avveniva un’impiccagione era accompagnata dall’orchestra sempre. C’erano donne che suonavano, c’era una baracca dove andavano a fare le prove anche per loro. Di fatti stavano un pochettino meglio, non andavano al lavoro, non erano nel freddo e non avevano il vestito zebrato. Quelle che venivano scelte nel gruppo, chiedevano se sapevano suonare e andavano in questa baracca a fare le prove. Loro gli davano gli strumenti e suonavano sempre, anche per loro dopo, anche per i nazisti. Dovete sapere che la Kapò non dormiva mai nella nostra baracca, c’era la Stubowa, la Blockowa non dormiva mai.

C’era la Stubowe, le Kapò andavano a fare la bella vita. C’erano due di guardia, erano di una cattiveria incredibile, veramente.

D: E questa ragazzina di Firenze?

R: No, è rimasta ad Auschwitz. Allora ritornando a Buchenwald, mentre un giorno eravamo in galleria che si stava lavorando, perché la galleria era lunga non so quanti chilometri, mi avevano detto quanti gli uomini, adesso… Ma c’erano tante deviazioni. C’erano dei reparti, i laboratori c’erano in queste gallerie. Un giorno lì nel nostro laboratorio dove eravamo noi le è preso male a questa ragazzina di Gorizia, questa Gabriella, che ho detto che si arrotondava i seni, così. Era arrotondata anche lei. L’hanno portata via, le è venuta un’emorragia, l’hanno portata via. Dopo quattro giorni è ritornata, la ragazzina ha detto: “Mi hanno operata”. Dopo ha avuto la forza di ritornare, però abbiamo saputo che le avevano fatto la totale. Questa sperimentazione della fecondazione artificiale credo che l’abbiano messa insieme il dottor Mengele e tutta la sua equipe. Non era perfetta come è adesso, ben si intende, però credo che sia partita da lì e che veramente gli esperimenti siano stati fatti a Birkenau.

D: Eleonora chi era?

R: Eleonora era una ragazza, una sposina di Cormons, in provincia di Gorizia. Adesso vive a Belgrado. Lei quando è salita sul nostro trasporto era incinta. A Birkenau ha partorito durante una notte, dopo tre mesi che eravamo lì. Lì è stata coperta un po’, le grida, le urla, questo bimbetto che era nato lì. Si vede che l’indomani mattina la cosa… O la Kapò o la Blockowa, è stata avvertita. So che è arrivato il dottor Mengele e ha dato l’ordine di non allattarlo. Ma io non lo so dove il latte sarà stato dopo tre mesi che eravamo già lì. Noi abbiamo detto: “Se non hai il latte tu, noi metteremo un po’ di pane bagnato”. Ci avevano già tolto un po’ le cose proprio essenziali, come fa a vivere un bambino col pane bagnato in quell’acqua marrone che c’era? Dopo quattro giorni credo che un pulcino pigolasse molto più forte di quel bimbino . Mi ricordo qui una cosa, che si dormiva in otto, come ho detto prima, si cercava di lasciare il posto a lei col bambino sopra sulla pancia. L’avevano avvolto in una specie di coperta color nocciola, non lo so dov’è che è stata trovato questo pezzo di coperta. L’aveva avvolto lì questo bambino. Durante la notte sul quarto giorno, andando al quinto, è arrivata una dottoressa polacca, per forza doveva lavorare là. E’ venuta lì e ha detto il nome finalmente, perché dovevamo dimenticare anche i nomi. Difatti eravamo ridotte a chiamarci per numero, realmente. O 53 o 52, secondo il numero, non i primi due, 88.000, si chiamavano i due ultimi. Ci si capiva. E’ stata chiamata Eleonora, “Bisogna sopprimere il bambino”. Ci siamo un po’ rivoltate tutte, anche quelle nobili che dormivano sotto di noi, realmente sono saltate su, parlando austriaco, tedesco dicevano: “Far morire un bambino?”. Lei ha detto: “Queste cose le faccio per salvare la madre, perché domani mattina verrà il dottor Mengele e porterà via la madre e il bambino”. Allora lei ha messo una mano sopra e un minuto dopo il bambino non piangeva più. Lo ha preso, lo ha portato nello stanzino dove si mettevano le donne che morivano di notte. C’era uno stanzino in fondo alla baracca apposta in cui si mettevano le morte. Quel giorno nell’insieme abbiamo avuto una fortuna che il carretto della morte è arrivato molto prima, il bambino è stato caricato. Il dottor Mengele e la sua equipe sono arrivati dopo l’appello. Essendo arrivato dopo l’appello la dottoressa ha detto che il bambino era morto, e che era stato portato nel mucchio dei morti. Sapete che è andato a cercarlo tra quelle due o tre che erano morte dopo morto il bambino, è andato a vedere se c’era lì. Questa Eleonora ha avuto la forza, è ritornata, il figlio forse se lo sarà ricordato dopo, quando è ritornata forse. Non l’ho incontrata più perché essendo sposata con uno sloveno è andata a vivere là e non ci siamo più incontrate. Non lo so se è viva ancora, so che era andata là sposa a Belgrado. Dopo non lo so.

D: Elvia, la liberazione, dov’eri tu alla liberazione?

R: Alla liberazione? Dice qualcuno che hanno gridato di gioia, così, anche nei film che vedo si vede così. Io non posso dire… Non ho avuto il tempo di godermela. Perché? Perché quel giorno, il 7 maggio, che era già finita, ci hanno portato in galleria. In galleria eravamo tutti, uomini, tutti. Questo perché la loro idea era di far saltare la galleria, è questo il fatto. Se non che si vede che il fronte è avanzato molto prima della preparazione per fare queste cose. Mi ricordo che è entrato un altro gruppo di uomini, lì abbiamo avuto molto aiuto dai militari italiani.Poi le cose che si facevano per loro erano tutte sabotaggio, se mentre eri all’appello ti scappava la pipì, poiché per farla c’erano gli orari, c’era la mattina e basta per andare ai bagni, Se facevi la pipì magari lì, perché non si avevano né mutande né niente, era sabotaggio. Prendevi tante di quelle botte, prendevi dalle dodici alle venticinque frustate anche. Chi le prendeva? Io non le ho prese queste, io ho preso solo le tre legnate della Kapò, però chi le prendeva doveva anche contarle. C’era un seggiolino, le piegavano e le davano giù lì.

Poi se ci sono le russe, mettiamo quelle due che hanno cercato di fuggire a Buchenwald… Perché noi avevamo un momento quando si scendeva dal camion, sulla strada in cui ci mettevano c’era un ponte che si doveva attraversare. Non so se c’era un fiume perché durante la notte e il giorno non si aveva tempo di guardare. C’era un momento che ci si mischiava con le persone civili e queste russe devono aver fatto amicizia con delle russe lavoratrici che erano prese dalla Russia e portate a lavorare. Hanno tentato la fuga. Dopo tre giorni le hanno riprese, le hanno portate in blocco. Quando siamo ritornate dal lavoro le abbiamo trovate lì, distese per terra che le avevano bastonate, si può, all’infinito. Noi eravamo lì in piedi in fila, e il comandante ha camminato sopra. Non so il comandante di Buchenwald come si chiamasse. Ha camminato con gli stivali sopra queste due ragazze. Erano due sorelle. Le hanno prese. Dentro nella baracca c’era un Bunker, una botola in cemento armato con una porticina più un buco rotondo. Le hanno prese e le hanno messe lì dentro con l’ordine a noi di non andare a guardare né niente. Una cosa strana, fra tutte le nazionalità che eravamo, noi italiane avevamo legato con le russe, non lo so come mai c’era questo legame fra noi. Dovete pensare, mettiamo, io sono di Udine e quelle sono di Gorizia, siamo a venticinque chilometri di distanza, ma parlavano sloveno e loro si spacciavano per slovene, non si sentivano più italiane. Non si riusciva ad andare d’accordo.

Pensandoci anche adesso ci si chiede il perché di questa cosa, che abbiamo legato con queste russe. Allora a turno si montava di guardia in modo che le Kapò o le comandanti non ci vedessero. Noi si toglieva un pezzettino del nostro pane, si bagnava nell’acqua e si buttava dentro per questo buchetto. Dopo sei giorni hanno aperto il Bunker e hanno tirato fuori una viva. Io dopo cinquant’anni l’ho rincontrata questa russa a Mosca. Lei mi ha riconosciuta, io non l’ho riconosciuta, perché poi abbiamo seguito tutta la trafila insieme fino alla liberazione. Per ritornare e raccontare il giorno della liberazione…. Per noi è venuto dentro questo con un Ape che si guidava allora, quella volta, in piedi gridando: “I russi alle porte, i russi alle porte!”. Perché c’era il corridoio della galleria enorme. Noi non c’eravamo nemmeno messe al lavoro, si diceva: “Non c’è nessuno qui”, non hanno acceso il motore del mulino. Piano piano sentendo questo siamo uscite, ci siamo trovate in un grande spiazzo e c’erano… Allora quando si era in baracca si diceva sempre: “Quando andrò a casa, mi toccherà incominciare a mangiare col cucchiaino, non si potrà mangiare tanto perché il nostro stomaco si è ristretto”. Questi erano i discorsi quando eravamo su in baracca. Ma al momento che eravamo fuori e abbiamo visto le case dei comandanti cosa si è fatto? All’assalto alle case a cercare da mangiare, non si è ragionato più. Lì si aprivano tutti i sacchi, si assaggiava cos’era. Questo l’ho trovato io, sono stata molto brava. Io ho aperto, era di carta questo sacco, sono arrivata a strapparlo e ho assaggiato questa polvere, era color verdolino. Ho assaggiato, mamma mia, sapeva di fagiolo. “Sono fagioli macinati”, tutte queste ragazze che non ci siamo contate mai dopo, ci siamo buttate sopra. Lì abbiamo acceso dei fuochi in queste gamelle che avevamo, ognuno faceva la crema. “Che buono, che buono, mamma mia, che buono”. Quando abbiamo finito di mangiare tutto abbiamo scoperto che era colla. E adesso? Cosa facciamo? Ci ha fatto bene, ci sentivamo sazie, se anche era colla noi abbiamo pensato: “Ci ha fatto bene”. Adesso da che parte si va? Dove si va adesso? Dove siamo? Non si sapeva dove si era, non si vedeva dove si andava. Abbiamo cominciato a ragionarci sopra, abbiamo detto: “La strada sarà sempre in alto, mai sotto, perché qui è la collina, le strade sono sopra. Non possono essere qui dove hanno fatto le gallerie. Se venivano coi camion e con le macchine…”. Abbiamo attraversato questo bosco e difatti fuori da questo bosco sempre in salita abbiamo trovato la strada. Non ci si rendeva conto che le Katiusce sparavano sopra le nostre teste, non si sentiva. Si sentiva di andare, finito. Quando siamo arrivate in questa strada abbiamo trovato dei furgoncini rovesciati nei fossi. Via a cercare anche quello che c’è lì. Lì abbiamo trovato dei maiali già puliti, già tagliati, dei pezzi di lardo. Io non lo so se avete visto i leoni nei deserti quando prendono la preda, così è stato per noi. Tutti assieme, tutto un mucchio, lì eravamo di tutte le razze, eravamo tutte sorelle.

Coi denti si strappava. Questo purtroppo ci ha salvato, questo lardo ci ha salvato. Poi abbiamo detto: “Da che parte andiamo?”, le russe e le polacche hanno detto: “Noi andiamo verso dove sparano che là ci sono i russi”. “Noi andiamo giù di qua. Dove andiamo da questa parte? Si andrà in Italia, noi italiane”.

Anche le altre, le greche, quelle delle altre nazioni, anche le ungheresi ci avevano detto: “Andiamo da questa parte, si andrà in Ungheria”. Difatti loro indovinavano giusto, ma noi italiane si andrà in Italia di qua, loro vanno dalla parte dei russi. La Russia è la via, si diceva, vieni da quella parte.

Ci siamo incamminate e siamo arrivate in una cittadina chiamata Erfurt. Lì ci hanno visto arrivare, queste donne in quelle condizioni che eravamo, si camminava ormai che si trascinavano così i piedi, non si camminava normalmente. Ci hanno detto che stavano arrivando i russi, ci hanno fatto capire che ci avrebbero ucciso tutte.

Allora noi che eravamo rimaste ci siamo riunite anche se non ci si capiva, anche quel piccolo gruppo di italiane. Abbiamo detto: “Andiamo là dove mettono il fieno ad asciugare, andiamo a dormire in un fienile, vediamo domani”, perché erano già venute le sette di sera ormai.

Quando ci siamo avviate nei campi finalmente vediamo arrivare due carri armati con la stella rossa che era l’Armata Rossa. Sono scesi, mi ricordo che c’erano un capitano e un colonnello. Il capitano russo parlava l’italiano.

Prima ci hanno chiesto nella loro lingua di che nazioni fossimo, chi eravamo. Noi abbiamo detto, il nostro gruppetto di poche italiane che eravamo, abbiamo detto: “Siamo italiane”. Allora è sceso questo capitano, parlava l’italiano e ha detto di ritornare a Erfurt che là c’era la truppa che ci avrebbe dato di cui mangiare, lavarci, vestirci.

Difatti siamo ritornate indietro e lì ci hanno separate, le italiane da una parte, le greche, le cecoslovacche… Ci hanno messe in tante case sequestrate che avevano loro, ci hanno messo lì.

Non saprei nemmeno oggi come oggi dire cos’è stata la liberazione per me, non è che abbiamo alzato le braccia, niente. Perché abbiamo dovuto lottare ancora, perché poi si viveva sempre quei quattro o cinque giorni che siamo rimaste lì… Perché?

Perché ogni giorno di mattina presto eravamo talmente ormai abituate ad alzarci a quell’ora, si era sempre in strada. A ogni gruppo che passava si chiedeva: “Sei italiano? Sei italiana?”, alle donne e agli uomini. Erano già quattro giorni, cinque che eravamo lì.

Un giorno è arrivato un gruppo e ci hanno detto che erano italiani, mamma. Forse lì abbiamo conosciuto un po’, non nel senso di essere liberati, no, di avere trovato delle persone che erano uguali a noi, italiane insomma. Non per razza, perché hanno detto che erano italiani.

Forse questo nome ci ha dato… Allora hanno detto: “Dove andate?”. “Andiamo in Italia”, abbiamo detto. “Unitevi a noi che andiamo”. Erano un gruppo di ragazzi, c’era il corridore Monti anche.

Hanno detto: “Unitevi a noi che andiamo verso l’Italia”. Invece viene lì vicino un colonnello russo che aveva visto un po’ di gente raggrumata lì, c’erano anche altre prigioniere che chiedevano, è venuto, ha detto: “No, voi lasciate le biciclette qui, vi diamo un carro e un cavallo e tutti i viveri. Andate sempre dritti per questa strada fin quando arrivate a Praga, dovete arrivare a Praga” ci ha detto.

Ci siamo incamminati, abbiamo dormito all’albergo delle stelle, abbiamo camminato per altri cinque o sei giorni. Mi ricordo di essere arrivata entrando dalla Germania a Praga, mi ricordo di essere arrivata sul ponte di San Stanislao e poi di essere caduta lì. Poi non mi ricordo nulla per due o tre mesi, li ho persi completamente, cancellati completamente.

D: Però lì sul ponte a Praga cos’è successo?

R: E’ successo che mentre io ero caduta e avevo perso i sensi passava il Console italiano, sua moglie e una contessa cecoslovacca che faceva la crocerossina, andavano in cerca di queste persone coi vestiti zebrati.

Lei è scesa dalla macchina: “Fermati” ha detto “che c’è una ragazzina per terra”. “E’ viva ancora, questa non è morta”. Mi hanno caricata in macchina, mi hanno portato alla Casa d’Italia.

Dopo due mesi, tre che ero lì mi ricordo di essermi svegliata e quando ho guardato ho visto un viso talmente bello, talmente sorridente, come una visione. Ho detto: “Oddio, sarò in paradiso, questo è un angelo”.

Mi hanno raccontato che ho avuto il tifo, che ho avuto la malaria, poi mi è ritornata la malaria, che pesavo 25 chili, che mi hanno pesata in un lenzuolo, mi hanno legata e messa nel lenzuolo che ridevano tutti quando mi hanno pesata.

Lei non mi ha abbandonato né giorno né notte, mai mai mai. Allora si vede che avevo la febbre talmente alta, lei bagnava le lenzuola, mi avvolgeva dentro nell’acqua fredda perché ghiaccio dove? Avendo il figlio dottore forse ha…

In più mi ha curato la pelle della schiena, perché con gli esperimenti che mi ha fatto il dottor Mengele la mia pelle era come un cartoccio di carta, quella carta di una volta. I pidocchi difatti non stavano vicino a me assolutamente, perché se ti trovavano un pidocchio c’era anche la punizione.

Tanti parlano che erano mangiati dai pidocchi, dalle cimici. Non solo io, il nostro gruppo non aveva queste bestie, realmente non le abbiamo mai avute. Anzi, c’era una punizione.

D: Dopo questi tre mesi di Praga cos’è successo?

R: E’ arrivato un altro gruppo di italiani e hanno detto: “Dove andate?”. “Andiamo in Italia coi camion, andremo in Italia. C’è un treno che parte dalla stazione di Praga che va verso l’Italia”.

Invece siamo partiti coi camion, abbiamo attraversato un ponte di barche che avevano fatto i russi perché i ponti erano distrutti e ci hanno bloccati a Bratislava. A Bratislava ci siamo trovati in una caserma militare, eravamo in 17.000 persone italiane tra donne, bambini e militari, ufficiali.

Erano tutti ufficiali italiani che erano prigionieri del ’43. Quelle donne e quei bambini non erano prigionieri, loro erano delle persone che erano andate emigranti in Germania. Si sono trovati nel giro di tutte queste cose. Lì siamo stati altri tre mesi, fino al mese di ottobre.

I russi, io devo dire solo bene di loro, ci hanno dato i generi alimentari che ci si doveva fare da mangiare da soli, sbrigarsi da soli. C’era l’ordine però, si viveva come in caserma, uguale. Non c’era il permesso di uscire, perché si potevano fare dei brutti incontri, perché si ubriacavano come tutti, come gli americani, come gli inglesi e tutti, anche i russi uguale agli altri.

Allora poteva succedere, cercavano di evitare queste cose. Siamo stati fino al 30 ottobre. Un giorno è arrivato mentre eravamo lì il generale da Vienna russo, è entrato lì. Ci hanno fatto schierare gli ufficiali, i nostri italiani bravissimi, lui ha camminato in mezzo, è andato fino in fondo, si è girato.

“Italiani fascisti” ci ha detto. Me lo ricorderò sempre per il modo in cui l’ha detto. “Questa volta”, ha detto, “vi abbiamo perdonato. Se per caso ritornate in guerra un’altra volta non vivrà nessuno”. Ma in un modo ce l’ha detto, veramente.

Poi un’altra cosa: “Io non posso mantenervi più, perché non siete soltanto voi”, ha detto, “non siete solo voi 17.000. Ne ho altre migliaia a cui dare da mangiare, da vivere. Se entro tre giorni l’Italia o qualcuno non viene a cercarvi… Impossibile che in Italia non ci sia nessuno che non sappia che mancano 17.000 persone, non è una”, ha detto.

Ricordo realmente, era proprio anche un po’ incavolato questo generale. Ha detto: “Mi dispiace, se entro i tre giorni non viene nessuno a chiedervi, sono costretto a mandarvi via a Odessa”. Gli ufficiali, i militari che erano tanti anni ormai che erano lì hanno detto: “Ci mandano in Russia, se andiamo via a Odessa andiamo in Russia e non ritorniamo più”.

Invece alla quarta giornata la mattina presto abbiamo visto dei camion inglesi arrivare. Su quei camion chi c’era? C’erano gli inglesi, ma chi c’era a cercarci? C’erano i frati di Padova. In ogni camion c’era un frate, erano i frati di Padova che cercavano i deportati in giro. Non lo so come abbiano scoperto, o i russi hanno fatto sapere agli inglesi, hanno trasmesso così.

L’indomani siamo partiti finalmente con questi, ci hanno caricati nei camion abbastanza, eravamo un po’ strettini, ma il fatto di andare a casa… Invece ci hanno fermato a Vienna Noistar.

Io l’impatto l’ho avuto brutto con gli inglesi, non per me, un po’ per tutti. Abbiamo detto: “Siamo ritornati indietro”, perché ci hanno accolto in questo campo di smistamento a Vienna Noistar, a quaranta chilometri venendo sempre dalla Cecoslovacchia prima di Vienna.

Ci hanno accolti come degli appestati, ci hanno disinfettati con del flit, con delle cose che bruciavano. Siamo stati due giorni lì, poi siamo partiti finalmente. Ci hanno messi su una tradotta e siamo partiti finalmente verso l’Italia.

Mi ricordo che quando abbiamo attraversato il Brennero la gente, gli ufficiali più di tutti, sono scesi e hanno baciato il suolo italiano. Siamo arrivati a Pescantina e lì c’erano i frati di Padova ad aspettarci, c’era un campo con delle tende. Lì ci hanno dato i viveri.

Ho dormito lì, l’indomani ci hanno chiamati e hanno detto: “Guarda, c’è un treno che parte alla volta di Udine. Non so quando arriverete a Udine”. Io so di essere partita sola, perché dopo quindici mesi che ero via ci hanno arrestati assieme, una mia compagna del mio paese, siamo andate ad Auschwitz insieme, poi ci siamo perse ad Auschwitz.

Poi non l’ho vista più, l’ho incontrata a Pescantina dopo quindici mesi. Ha detto: “Elvia, andiamo a Udine, andiamo a Udine, andiamo a casa dalla mamma”. “Aspetta”, ha detto, perché lei era ritornata con un altro gruppo di italiani, “che vado a salutare quegli amici che mi hanno aiutata”, perché lei è stata liberata a Melk. “Vado a salutare”.

Il treno è partito e io sono andata, per la fretta di andare a casa non l’ho aspettata. A Udine ci hanno accolto tanto bene, mamma mia, l’impatto, il ritorno in Italia, in patria, mamma mia, il tuo paese, favoloso, da piangere anche oggi come oggi dopo cinquantacinque anni. E’ da piangere anche adesso.

Hanno detto che avevamo avuto un figlio coi tedeschi e lo abbiamo lasciato a Udine nell’orfanotrofio, non sapeva nessuno che noi siamo ritornate, dove eravamo, se eravamo vive o morte, però avevamo fatto un figlio. In più quando siamo arrivate le donne cosa ci hanno chiesto? “Vi hanno violentate?”.

Non come eravamo, già pesavo un trentacinque chili, per la mia altezza ero ancora magra. Non mi hanno detto… I capelli erano appena così, non erano ricresciuti in tre mesi, quattro della liberazione. No, queste cose.

Poi avevamo bisogno di cure ancora, di tante cose. No, niente, non si è fatto avanti nessuno, nessuno ci ha chiesto. E’ stato un professore che era amico del ragazzo che avevo che mi ha curato, mi ha fatto delle iniezioni, delle punture lombari per togliermi delle infezioni, delle cose così.

Avrà provato anche lui, non lo so, so che mi ha fatto delle iniezioni lombari contro la tubercolosi, perché quelli che sono ritornati prima di me erano tutti nei sanatori. Questo è il mio ritorno.

D: Quando sei ritornata?

R: Il 30 ottobre del ’45.

Emer Luigi

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Luigi Emer. Il mio nome di battaglia è “Avio” perché ero dell’aviazione. Sono nato a Dermulo il 27 agosto 1918, nel comune di Taio in provincia di Trento.

D: Perché sei stato arrestato?

R: Sono stato arrestato in seguito ad un combattimento contro un presidio nazifascista che si trovava a Cavalese. Abbiamo ricevuto l’ordine da parte del Comitato di Liberazione di Trento, che era organizzato dall’ex senatore Mascagni e dal professor Fabio Visentini. In seguito ebbi anche contatti a Trento col povero Manci. Da lì fui destinato prima in Val di Non poi in Val di Cembra, poi di nuovo in Val di Non sui Crozi Carlini; poi in Val di Cembra, sopra il lago di Pinè, ricevemmo l’ordine di attaccare il presidio nazifascista di Cavalese.

Partimmo di notte e arrivammo nel villaggio vicino a Molina di Fiemme; fummo ospitati da una nostra staffetta, una certa Sabina, per una notte e un giorno. In quella circostanza arrivammo stanchi e affamati e ci diedero, se è il caso di dirlo, un cane da mangiare, cosa che abbiamo saputo 5 anni dopo. All’indomani sera ci unimmo ad un’altra formazione di partigiani, comandata dal povero Iseppi Aldo ed incontrata in Val di Fiemme, e ad altri compagni, tra cui Franco Franch e Corradini Quintino, per attaccare il presidio.

Era verso le 10 di sera quando una bomba a mano mi scoppiò fra le gambe e mi fratturò completamente la gamba destra, l’ulna del braccio sinistro; le schegge mi riempirono tutto il corpo, provocandomi profonde lacerazioni e ferite.  Quando caddi, i compagni volevano sospendere l’azione; chiesi loro se avessero ultimato l’azione, dissero: “Ancora no”; allora diedi l’ordine di proseguire e di portare a termine l’azione. Portarono a termine l’azione e cercarono di portarmi in salvo, caricandomi sopra un carretto; mi trascinarono fino al villaggio di Stramentizzo.

C’era una regola fra di noi: i feriti gravi che si rendevano intrasportabili dovevano essere fatti fuori con un colpo di pistola.  Un compagno, tuttora vivente a Bolzano, si preparò per spararmi il colpo di pistola alla testa, ma disse: “Ma no, è inutile sparare, questo è morto”. Avevo infatti perso i sensi. Convinti che fossi morto, se ne andarono di notte attraverso le montagne e mi abbandonarono sul carretto. Durante la notte del 26 agosto del 1944 ripresi i sensi, cercai aiuto: nessuno rispondeva. Silenzio assoluto, buio pesto, cielo sereno: guardavo le stelle. Verso l’alba si avvicinarono alcuni partigiani paesani del posto, di Stramentizzo, fra i quali una ragazza, una certa Sabina che fungeva da staffetta. Vedendomi in quelle condizioni chiamò un medico che arrivò, mi fasciò la gamba destra e scappò subito via in motocicletta per paura di essere catturato.

Questa ragazza cercò di alimentarmi dandomi un bicchiere di latte e una coperta che prelevò dalla stalla. Avevo soldi e armi addosso, li buttai su un cumulo di legna. Dopo, notai che la gente curiosa che si era avvicinata si stava allontanando. Alzai il capo e vidi che immediatamente venni accerchiato dalle SS; fui preso e catturato.

Ma nel frattempo c’è un particolare importante. La ragazza riuscì a mettersi in comunicazione con l’ospedale di Bolzano, dove c’era una nostra cellula; dall’ospedale di Bolzano partì un’autoambulanza col dottor Lucenti, con la scusa di andare a prelevare un paziente in Val di Fiemme; l’autoambulanza venne bloccata perché se ne servirono per caricarmi sopra; contemporaneamente caricarono anche un altro giovane e mi portarono alla caserma di Cavalese. Lì dalla mattina fino alla sera fui sottoposto a lunghi interrogatori, senza essere curato, fasciato, alimentato.

Alla sera con la scorta armata mi portarono nel carcere di Trento, e la prima sera passai la notte in una stanza di detenuti comuni, qualcuno dei quali si offrì di darmi qualcosa da mangiare.

All’indomani fui posto in segregazione in una cella dove nessun altro metteva piede; neanche il cappellano delle carceri poteva entrare nella mia cella. E lì fui sottoposto a continui interrogatori, torture, sevizie; continuamente svenivo, e allora mi facevano rinvenire con delle iniezioni, poi, appena rinvenivo, altre scudisciate. Gli interrogatori si protrassero per giorni e giorni, anche di notte. Non resistevo più, spesso svenivo, invocavo la morte per porre fine a questo supplizio.

Alla mattina nella cella entravano i carcerieri a sbattere i ferri della finestra; mi diedero come alimentazione una ciotola di roba soltanto verso mezzogiorno; altro non potevo mangiare. Non potevo muovermi né spostarmi, ero completamente nudo, lacero e ferito, sporco di terra e sangue, non mi diedero neanche un indumento.

Quelle condizioni si trascinarono dall’agosto fino ai primi di ottobre; ad un certo momento alla vigilia di un giorno dei primi di ottobre, si presentò in cella un detenuto politico, un ex maestro che fungeva da infermiere. Mi sbarbò, mi lavò, mi pulì, mi diede una casacca da indossare; a quelle condizioni tutti sospettavano che io venissi condannato a morte. Quello era il nostro destino, poiché erano qualificati come ribelli tutti coloro che venivano catturati con le armi in mano, e che facevano parte delle formazioni partigiane; venivano fucilati, impiccati e quantomeno torturati. Io ebbi la fortuna di essere portato nel carcere di Trento, dove fui continuamente sottoposto a interrogatori e torture, sevizie, fintanto che una sera, dopo essere stato lavato e pulito, prevedendo che all’indomani mi avrebbero portato di fronte ad un plotone di esecuzione, entrarono nella mia cella alcune donne del carcere femminile, donne detenute politiche, che mi portarono parole di conforto, qualche frutto da consumare e nient’altro.

All’indomani mattina presto nel corridoio del carcere sentii dei passi ferrati: erano quelli delle SS che entrarono nella mia cella e chiesero subito: “Tu stare in piedi?”, dico: “No, non ce la faccio a stare in piedi in queste condizioni”. Mi caricarono sopra una barella, mi portarono fuori, nell’attraversare i corridoi del carcere altri detenuti cominciarono a battere le gavette ed i piatti di alluminio contro la porta in segno di protesta. Mi portarono nella fureria del carcere, mi diedero un panino e una coperta, da lì mi caricarono sopra un motofurgoncino e mi portarono alla stazione di Trento. Alla stazione di Trento mi caricarono sopra un vagone merci, e io ero piantonato sempre dalla polizia; entrarono altri cittadini, tra i quali un parente che, non appena mi ebbe riconosciuto, scese dal treno e scappò via.

Premetto una cosa: il giorno dopo che fui incarcerato mi portarono all’ospedale civile di Trento al pronto soccorso, per ottenere le prime cure. Al pronto soccorso c’era il dottor Franco Visentini, il quale mi riconobbe; rimasi stupito e lui disse: “Questo bisogna ricoverarlo”, e loro risposero che non era il caso; nel contempo entrarono nella sala del pronto soccorso Mascagni, con Nella Mascagni, ignorando che io fossi stato catturato, perché pensavano che fossi morto. Vedendomi in barella rimasero stupiti e feci cenno col capo ad indicare che non avevo parlato. Loro se ne andarono via subito, scapparono.

Riprendendo il discorso, caricato sul vagone merci, fui trasferito alla stazione ferroviaria di Bolzano. Lì mi scaricarono in una sala d’aspetto sempre piantonato dalla polizia; in quelle condizioni non potevo né muovermi né parlare; ricordo un particolare: un soldato polacco fece per offrirmi un frutto, ma questi delle SS reagirono in malo modo e lo picchiarono di santa ragione con i calci dei mitra.

Dopo di che ci fu l’allarme. Nel frattempo ero già passato di competenza al Tribunale Speciale di Bolzano. Quindi l’autista ricevette l’ordine questo di trasferirmi all’ospedale civile in via Fago, nel quartiere di Gries.

Fui messo in una stanza assieme ad altri detenuti politici, fra i quali il povero Francesco Rella, l’avvocato Ferrandi, il dottor Lubich, lo studente ora avvocato, Giorgio Tosi, l’avvocato Steiner di Lana; qualche giorno dopo mi trasportarono in sala operatoria e mi fratturarono la gamba destra e l’ulna del braccio sinistro. Rimasi ingessato per alcuni mesi, sempre poi sottoposto ad interrogatori da parte del procuratore del Tribunale Speciale, che era abbastanza burbero ma non osò mai usare metodi violenti.

I medici dell’ospedale, ai quali va tuttora il mio sincero e vivo ringraziamento, cercarono di protrarre il più possibile la mia degenza: mi trovavo con la gamba in trazione e dopo alcuni mesi mi ingessarono la gamba.

Tra i medici posso ricordare il professor Chiatellino, il professor Settimi, il dottor Bailoni, il dottor Lucenti e tutto il corpo infermieristico che mi assistette, sia me che altri con molto senso di umanità, di solidarietà e con molta comprensione. Questo è un ricordo che mi trascinerò sempre per tutta la vita.

Dopo il secondo giorno che avevo la gamba ingessata mi fornirono un paio di stampelle; due agenti di scorta l’indomani mattina mi accompagnarono verso i servizi, quando uno mi disse: “Tra poco verranno quelli delle SS”, al che riuscii appena a lavarmi. Non appena mi ebbero scortato in stanza, con le stampelle, entrò un ufficiale delle SS con altri quattro, sempre delle SS, e chiese: “Tu Luigi, tu Emer Luigi?” “Sì” e rivolgendosi all’altro: “Tu Francesco Rella?” “Sì” “Tutti e due condannati a morte”: il Tribunale Speciale il 12 dicembre del 1944 aveva confermato la nostra condanna a morte.

Ci prelevarono dall’ospedale ai primi del febbraio del 1945. Feci per prendere le stampelle, ma mi dissero: “Queste non servono più”; feci per prendere qualche indumento da portare con me, ma mi dissero: “Non serve più”. L’altro, Francesco Rella, aveva gli occhi bendati, era mezzo cieco. Ci prelevarono e ci sollevarono tutti e due; ci caricarono sopra una macchina, la quale macchina, con la scorta, arrivò fino al Corpo d’armata. Al Corpo d’armata fecero scendere Francesco Rella; lì poi il povero Francesco Rella venne fucilato, massacrato negli scantinati. Sapendo la nostra destinazione io aspettavo il mio turno; nonostante le invettive da parte di altri militari tedeschi, rimanevo sempre fermo in macchina: vidi che stavano trascinando per terra il corpo di un giovane, pesto e sanguinante, lo caricarono in macchina. Questi era un certo Walter Pianegonda da Schio, aveva la mamma con tre sorelline deportate nel campo di concentramento; il papà, che era capo partigiano, era stato fucilato.

Chiesi se potevo parlare, e il comandante disse: “Parlate pure”, chiesi dove ci potessero portare. L’ufficiale non rispose, ma Walter Pianegonda disse: “Io vengo dal campo di concentramento, chissà che non ritorniamo lì”. Noi pensammo subito che ci avrebbero portato sotto Castel Flavon, dove avvenivano le fucilazioni. Questo è quanto si sapeva allora.

Invece ci portarono nel campo di concentramento, io fui ricoverato all’infermeria, ma prima fui portato all’ufficio della fureria, e lì mi presero in forza, mi consegnarono un triangolo rosso col numero da portare obbligatoriamente sulla casacca. Mentre ero in fureria, una donna, soprannominata La Tigre, sapendo che ero partigiano – almeno per loro ero un ribelle – cercò di farmi avventare contro due cani poliziotto che erano pronti ad aggredirmi, sennonché intervenne un sottufficiale delle SS, la bloccò, e in tedesco la rimproverò molto, facendo capire che non poteva agire così. Questo stesso sottufficiale mi accompagnò all’infermeria e mi raccomandò, parlando in uno stentato italiano, di stare alla larga da quella donna.

All’infermeria fui messo in un lettino dove ebbi occasione di conoscere il professor Meneghetti, rettore dell’Università di Padova, e il professor Virgilio Ferrari, che era primario degli ospedali di Garbagnate e di Milano, il colonnello Andreoli da Verona, e altri deportati politici. I primi giorni mi guardavano con un certo sospetto: allora ero giovane, con tutti i miei capelli, biondi, occhi azzurri e pensavano che fossi una spia. Quando nell’infermeria stava passando un altro deportato politico per distribuire un po’ di sale e chiesi di darmene, questi fece scena muta e se ne andò. Dopo, tramite Laura Conti ed un’altra dottoressa, poiché avevano contatti con l’esterno, seppero effettivamente chi ero; allora avvertirono gli altri e da lì in poi ebbi tutto il conforto, l’aiuto ed il sostegno da parte di tutti i compagni dell’infermeria e di altri amici politici del blocco E.

Poi un amico che lavorava nella falegnameria del campo, mi fornì due stampelle; intanto avevo la gamba ingessata, ed un prigioniero pilota italoamericano di origine trentina, saputo che ero trentino, poiché poteva ricevere dei pacchi, mentre noi non potevamo ricevere niente, mi fece avere un paio di uova.

E’ un particolare a cui tengo: prima di consumarle, qualcuno mi disse: “Guarda che nel blocco E c’è il conte Wolkenstein che sta per morire di fame, potresti portarle a lui?”. Gli portai le uova, e fu come se fosse stato un lingotto d’oro. Siano state le uova, o che altro, il conte Wolkenstein di Castel Toblino si rimise bene in sesto e uscì anche lui dal campo! Lo ricordo tuttora: mi ospitò nel suo castello al lago di Toblino, mi fece conoscere anche suo figlio. Mentre ero ricoverato all’infermeria, dovevo stare molto attento e nascondermi alla vista dei famosi aguzzini, i due ucraini. I due ucraini erano sempre ubriachi, e quando vedevano uno di noi, quello veniva torturato, massacrato, picchiato … scene strazianti che è doloroso e triste rievocare.

La gente era intimorita, un po’ paurosa, ma in gran parte era anche rassegnata al proprio destino; il nostro destino era quello.

Il Tribunale Speciale, saputo della morte del partigiano Francesco Rella, infermo e cieco, chiese alle SS: “Avete fucilato un infermo; volete fucilarne un altro?”. Il Tribunale Speciale – storia ricostruita poi in seguito – commutò la mia pena di condanna a morte nell’ergastolo, destinato ai blocchi di eliminazione in Germania.

Però la mia sopravvivenza la devo soprattutto a loro, perché a loro interessava conoscere l’organizzazione clandestina della lotta partigiana.

D: Quando tu parli del campo, quale campo di concentramento intendi?

R: Il Lager di Bolzano, in via Resia.

D: I tuoi interrogatori erano per capire l’organizzazione partigiana?

R: Io soltanto ho sempre negato e taciuto tutto ciò che sapevo, però di fronte alla morte ho dovuto dare le mie vere generalità. Dopodiché una pattuglia si spinse fino al mio paese d’origine, volendo quasi incendiare la casa dove risiedevano mia madre con i miei fratelli e sorelle; questo non avvenne per intercessione di altri. La mia povera madre per ben tre volte apprese che io ero morto: la prima quando mi catturarono, la seconda dal carcere di Trento, la terza quando ero nel campo di concentramento di Bolzano.

Quello che è stata la vita nel campo del Lager di Bolzano di Via Resia è indescrivibile; la gente soffriva, penava, era affamatissima, si andava a rovistare persino nelle immondizie per cercare qualche buccia di patata. Bisognava cercare di evitare l’incontro con gli ucraini o La Tigre, perché sapevi quale sarebbe stato il tuo destino. Un giorno ci fu la partenza di qualche centinaio di deportati, politici soprattutto, che vennero caricati su carri bestiame alla stazione di Bolzano. Vi rimasero per un giorno e una notte, e poi ritornarono nel campo, perché la linea del Brennero era continuamente martellata. Da lì non ci furono poi più passaggi attraverso la Germania e l’Austria. Forse qualche camion con deportati politici, quello sì riuscì a passare.

D: Ti ricordi quando eri nel campo di Via Resia se c’erano anche dei religiosi deportati?

R: Sì, c’erano dei frati, c’erano dei religiosi, soprattutto Don Antonio Pedrotti, Don Longhi, Luigi Longhi mi pare si chiamasse, e altri frati che erano stati catturati non so esattamente dove, ma c’erano diversi religiosi.

D: Don Pedrotti non era Don Guido, per caso?

R: Don Guido Pedrotti, sì.

D:  E Don Daniele Longhi?

R: E Don Daniele Longhi.

D: Anche loro deportati?

R: Sì, nel campo di concentramento.

D: Luigi, ti ricordi il tuo numero di immatricolazione?

R: 9861, ho qui con me il triangolo rosso. E nel campo un giorno incontrai un mio carissimo amico, che è riuscito a sopravvivere, il quale rimase anche lui ferito ad un occhio, un certo Corradini Quintino, soprannominato Fagioli, destinato al blocco celle. Nel blocco celle era detenuta anche Nella Mascagni.

D: Sei stato testimone di atti di violenza all’interno del campo?

R: Personalmente non sono stato testimone, personalmente non ho visto … però voci correvano e si conoscevano atti di violenza, di pestaggi, di torture, che venivano regolarmente eseguiti. Ma si aveva anche paura di parlare e di tacere; essere presenti era molto pericoloso, perché venivi coinvolto nel fatto e andavi a fare la fine di tanti altri, venivi massacrato anche tu. Perciò si cercava di sfuggire a queste azioni.

D: Ti ricordi se nel campo c’erano anche delle donne deportate?

R: C’erano moltissime donne. Oltre alla famiglia di questo Walter Pianegonda c’era Laura Conti e un’altra dottoressa della quale mi sfugge il nome, poi c’era anche una certa Cicci, che faceva da capogruppo alle donne, che era poi diventata la moglie di un certo Novello; un particolare curioso: c’era anche la moglie di Indro Montanelli. Con Indro Montanelli ebbi un fugace incontro subito dopo la guerra perché voleva sapere del comportamento di questa donna all’interno del campo. Io naturalmente dissi che il comportamento era stato veramente esemplare, come da parte di tutte le donne.

Poi c’erano famiglie di ebrei dentro, con dei bambini. Delle tre ragazzine di Schio, le Pianegonda, ricordo la più giovane Noemi, una bambina dalla treccia bionda, che alla mattina usciva per lavorare, e rientrando la sera passava davanti all’infermeria, cercava di offrirmi una banana di pane perché la popolazione delle case Semirurali alle colonne di lavoratori e lavoratrici davano qualche cosa da mangiare. E io dissi: “Hai la mamma e due sorelline dentro, dai a loro da mangiare”, e lei rispose: “No, la mamma mi ha detto di dare a te il pane”. E’ rimasto con questa famiglia un legame molto profondo, fraterno, di sincera amicizia; è un’amicizia indissolubile che non si può così materialmente concepire perché fra noi c’era un particolare legame, cioè il destino che ci accomunava tutti quanti, il destino della morte che ci si aspettava, attraverso i blocchi di eliminazione in Germania o attraverso quello che poteva accadere all’interno nel campo stesso.

Noi col triangolo rosso, politici e partigiani, eravamo i più perseguitati e presi di mira. Io riuscii a nascondermi più volte, ma altri furono picchiati, torturati, seviziati. Personalmente non ho assistito, non posso ricordare altri episodi.

D: Nel campo c’erano anche forme di solidarietà tra voi deportati?

R: Sì, c’era molta solidarietà, anche se fino ad un certo punto. La solidarietà consisteva nel conforto morale, spirituale, era un sollievo al nostro destino che tutti ci aspettavamo, quello di essere condannati da un momento all’altro, o attraverso i campi di concentramento e i blocchi di eliminazione in Germania o attraverso i forni crematori, di cui correva voce. Noi eravamo considerati i più pericolosi, i più esposti, pertanto la solidarietà per noi era guardarsi con un occhio quasi di compatimento e di sopportazione, no, non di sopportazione ma di incitamento e di conforto.

D: All’interno del campo i deportati cosa facevano?

R: Alcuni erano destinati, quelli che potevano, alla falegnameria; altri quelli che potevano uscire, uscivano alla mattina per andare a lavorare; le donne andavano a pulire le stanze dei militari fuori o gli alloggi. Alcuni andavano verso Gries, non so cosa facessero esattamente; non ricordo a distanza di tutto questo tempo, per me è difficile dover ricordare e rievocare questi episodi.

D: Sei rimasto nel campo di Bolzano fino a quando?

R: Sono rimasto dentro fino alla Liberazione. La Liberazione è avvenuta tramite l’intervento della Croce Rossa Internazionale in accordo con il Comitato di Liberazione Nazionale di Milano e di Bolzano.

Prima uscirono politici, ebrei, ed altri tipi di deportati, renitenti al lavoro, tedeschi disertori, tedeschi renitenti che rifiutavano di prestare servizio nella Wehrmacht. C’erano diversi tedeschi, specialmente della Val Passiria, tra i quali ho conosciuto anche il dottor Pitschiller, che cercava di aiutarci, era un deportato anche lui. Per primi uscirono tutti quelli che non avevano niente a che vedere con noi. Per ultimo uscimmo noi, ma correva voce che ci avrebbero eliminati, perché dalla torretta una mitragliatrice era puntata sul nostro gruppo. Uscendo camminavamo all’indietro, perché aspettavamo che ci falciassero, e invece riuscimmo ad uscire. Da lì cominciò poi il periodo della Liberazione.

D: Come ricordi  il giorno in cui vi hanno liberato?

R: Eravamo tutti increduli, sembrava di affacciarsi su un altro mondo, di fronte alla realtà che non conoscevamo più, che avevamo dimenticato. Vedere altra gente, vedere movimento … Fui ospitato da una famiglia delle semi rurali a consumare un pasto, ricordo che questo pasto fu molto abbandonante e stetti male per tre giorni, comunque ringrazio lo stesso. Si consigliava a tutti quanti di non mangiare tanto, i primi giorni, perché lo stomaco non era più abituato ad assorbire tanto cibo.Poi fui ospite per qualche giorno della famiglia Carlini a Gries, e poi trovai modo di sistemarmi in una stanza in piazza Walther; poi ci furono dei retroscena nel dopoguerra.

D: Quando sei stato deportato nel campo di Bolzano, tu o altri deportati, potevate ricevere posta dall’esterno, pacchi?

R: No, noi non potevamo ricevere niente. Dall’esterno arrivavano solo messaggi. C’era un contatto con l’esterno, che teneva soprattutto Laura Conti e l’altra donna di cui mi sfugge il nome, tramite ad esempio il CNL esterno, fra i quali c’era Franca Turra. Ci mandavano dei messaggi. Qualche cosa facevano avere ad altra gente, ma noi come politici e partigiani non potevamo ricevere niente; solo il blocco degli italoamericani potevano ricevere pacchi.

D: Potevate comunicare con l’esterno?

R: Noi non abbiamo mai avuto occasione di comunicare con l’esterno, almeno io personalmente, ma neanche altri. Tra i tanti, centinaia e centinaia, senz’altro qualcuno riusciva a comunicare e mandare delle lettere ai suoi familiari e conoscenti, che facevano pervenire attraverso i collegamenti clandestini con quelli che erano addetti all’esterno.

D: Quindi tu non hai mai potuto scrivere?

R: No, soltanto nel carcere di Trento l’ultima notte mi diedero la possibilità di scrivere; scrissi alla mia povera madre, feci quasi un testamento spirituale chiedendole perdono di tutte le sofferenze che le avrei potuto provocare e perdono per altre eventuali cose che la videro preoccupata; ha avuto una vita abbastanza avventurosa e tormentata, perciò scrissi alla mia povera mamma, a cui confidavo tutto quello che potevo, aiutandola  a sopportare e lenire queste sofferenze; questa lettera mi risulta che non sia mai pervenuta a casa mia.

D: Ritorniamo indietro, a prima del tuo arresto. Facevi parte di una formazione partigiana?

R: Sì, era il battaglione Fabio Filzi. Per risalire alle origini, io ebbi contatti a Bolzano con il povero Pedrotti, per primo con il povero Marco Zadra, il quale mi mise in contatto con Pedrotti e Pedrotti mi mandò a Trento a prendere contatti col povero Manci. Trento mi mandò con altri compagni, che eravamo già riusciti a mettere insieme, in Val di Fiemme a Cavalese, per prendere contatti con Ariele Marangoni. Ma quando mi presentai, la mia prima funzione fu quella di commissario politico, poi quella di comandante di formazione. Quando presi contatto con la famiglia Marangoni si affacciò alla porta una signora piangente, disse: “Ma ragazzi, cosa cercate?” “Cerchiamo suo figlio” “Mio figlio è scappato, ma scappate anche voi perché ieri c’è stato un rastrellamento nella valle adiacente a Cavalese”. C’era stato un rastrellamento in cui rimasero feriti diversi partigiani della Val di Fiemme. Noi allora a piedi scendemmo giù attraverso la Val Floriana verso Trento a riprendere contatti con il povero Manci, da cui fui ospite, e che poi ci destinò come formazione in Val di Non. In Val di Non cambiammo più volte posizione perché eravamo continuamente segnalati e dovevamo sfuggire ai rastrellamenti. Siamo riusciti a sfuggirvi per ben 3 / 4 volte; c’erano sempre delle spie in giro che segnalavano ai tedeschi le nostre posizioni. Anche nella nostra formazione si era inserita una spia, che scappava di notte, andava ad informare sulla nostra posizione; poi quale spia fu condannata a morte.

D: La vostra zona di operazione come partigiani era la Val di Non?

R: Per prima era la Val di Non, poi i Crozi Carlini sopra il Lago di Pinè, poi la Val di Cembra. Dopo aver fatto alcuni atti di sabotaggio alla ferrovia del Brennero, scendemmo dalla Val di Non, ma non potemmo più risalirla, perché i tedeschi ci stavano alle costole; allora scendemmo verso Mezzocorona, bloccammo con le armi alla mano il trenino che proveniva dalla Val di Non e scendemmo a Lavis. Da lì entrammo in Val di Cembra. Al nostro passaggio, ricordo specialmente il paese di Albiano, si chiudevano tutte le finestre. Dalla Val di Cembra salimmo fin sopra a Baselga di Pinè e Miola e ci attendammo sui Crozi Carlini. Avevamo poche tende, si dormiva all’aperto, si mangiava quello che si poteva, e spesso soffrivamo la fame, soprattutto la fame. Qualche volta andavamo nelle malghe e lasciavamo dei buoni di sequestro per prendere qualche pezzo di formaggio e qualche pezzo di burro; erano contenti, tutti ci aiutavano, e c’è stata molta solidarietà da parte dei malgari e dei contadini, che cercavano di aiutarci in ogni modo. Da lì ci trasferimmo, appunto, in Val di Fiemme, per compiere questa azione contro il presidio nazifascista. Avevamo altri compiti per il dopo, cioè quello di spostarci verso il Veneto, ma tutto fu troncato con la mia cattura: la formazione si sciolse, qualcuno entrò a far parte delle formazioni venete, qualcun altro entrò nella missione speciale che è stata paracadutata dagli alleati, che operavano con delle ricetrasmittenti; insomma la nostra formazione fu quasi sciolta, altri si sbandarono e entrarono a far parte di altri gruppi.

D: Del campo di concentramento ti è rimasto qualche documento? Accennavi al triangolo.

R: Sì, il triangolo rosso con il relativo numero di matricola. Inoltre ho anche il foglio di rilascio della liberazione dal campo di concentramento. Questo è il fazzoletto dei deportati politici con sopra il numero originale di matricola del campo di concentramento del Lager di Bolzano.

D: Quello era il tuo numero?

R: Questo era il mio numero.

D: E dove lo avevate questo numero?

R: Appuntato al petto; poi l’ho attaccato sul fazzoletto.

D: All’appello ti chiamavano per numero?

R: Per numero sì, si doveva rispondere col numero.

D: Vi chiamavano in tedesco?

R: Eh sì, ci chiamavano in tedesco.

D: E chi non capiva?

R: Doveva capire per forza, c’era qualcuno che parlava anche mezzo italiano fra i tedeschi, c’era qualche elemento che conosceva anche l’italiano.

D: Accennavi alla motivazione della medaglia.

R: La motivazione della medaglia d’argento fu di aver resistito alle torture, alle sevizie del carcere prima e del campo di concentramento poi, di non aver parlato, di non aver fatto nessun nome, nessun accenno; ho sempre resistito, ho fatto sempre scena muta, a costo di rimetterci la pelle perché preferivo che mi ammazzassero, nelle condizioni in cui ero. Tant’è che in cella, quando mi capitò quello delle SS, chiesi: “Se avete da fucilarmi, fucilatemi” “Non ti preoccupare – disse questo maggiore … di Merano – le tue gambe stanno facendo cancrena”. Allora mi diede quattro scudisciate, io gli sputai in un occhio; mi diedero tante di quelle scudisciate che svenni. Secondo loro sarei dovuto morire per le ferite che non erano mai state curate, di cui porto tuttora le tracce; porto tuttora nel corpo e nelle ossa schegge della bomba a mano che si sono ossificate o incarnite.

D: Quelle medaglie le porti sempre con te, Avio?

R: Quando ci sono le celebrazioni del 25 aprile.

D: Altri documenti non ne sono rimasti del campo?

R: Sì, li ho lì nascosti.

D: La dottoressa a cui accennavi era forse Ada Buffulini?

R: Buffulini, sì, Laura Conti e Buffulini, proprio lei.

D: Era lei che ti ha aiutato?

R: Sì. Ecco qui la motivazione della medaglia d’argento.

D: Cos’è che hai in mano adesso?

R: Un notes, ecco qui: “Comitato di Liberazione Nazionale, campo di concentramento Bolzano, il signor Emer Luigi, matricola 9860 è un ex detenuto politico proveniente dal campo di concentramento di Bolzano; egli merita perciò l’aiuto di tutte le autorità civili e militari e di tutti i cittadini dell’Italia liberata, riconoscimento ecc. ecc. Il possessore di questa tessera deve essere subito munito del documento di scarcerazione”, che ho qua. Questo è un santino che conservo ancora del campo di concentramento, distribuito in occasione della Pasqua 1945, con sopra i nomi di altri deportati, c’è anche un tedesco.

D: Chi te lo ha dato, ti ricordi?

R: Il santino me lo ha dato il prete, quando è venuto a celebrare la Pasqua.

D: All’interno del campo?

R: All’interno del campo, e sopra vi sono le firme di alcuni detenuti politici.

D: Quel notes lì l’avevi tu nel campo?

R: Sì, me lo avevano dato nel campo quelli che lavoravano alla tipografia. Qua c’è il nome del dottor Leoni, del colonnello Andreani, poi c’era Padre Ghino Andreani, direzione generale società Ilva di Genova. Qui ci sono le monete che sono riuscito a recuperare all’uscita del campo di concentramento, alcune monete da 10, 50 e 100 lire, che erano di carta.

Questa era una tessera della cellula clandestina del partito comunista del campo di concentramento. Qui ci sono il dottor Leoni, il Colonnello Andreani, Ada Buffulini, il professor Baroncini Ciro di Verona, Brunner Giuseppe da Corvara, Rabenstein Moser di Passiria, il dottor Antonio Dalle Mule da Belluno, l’avvocato Ducci Luigi di La Spezia, Deria Cesare da Torino, tutti con i rispettivi numeri di matricola, Dossi Giovanni via Tasso Bergamo, il professor Virgilio Ferrari senatore in Garbagnate Milano, il dottor Franco Ferrazzi da Castelfranco Veneto Treviso, Polivotto Carlo Perearolo di Pieve di Cadore, Pisciotta Frank. Questo Pisciotta Frank era un italo-americano, era dottore, catturato con gli americani, nel Lager fungeva da dottore, Zuliani Bianca da Longarone, Zusso Mario di Milano, Sardi Alberto da Asti, Bonifaci Beppi da Valdastico, è quello che mi ha fatto avere le stampelle, lavorava in falegnameria; poi c’è l’avvocato Ferrandi Giuseppe, il dottor Lubic Gino, quelli che erano all’ospedale, l’avvocato Steiner Massimiliano di Lana.

E devo aggiungere un particolare: dopo che mi hanno portato via dall’ospedale con il povero Francesco Rella, il procuratore del Tribunale Speciale, persona degnissima, per quanto fosse compito condannare in base alle leggi che vigevano allora, commutò la mia pena di morte nell’ergastolo. Trasferì questi altri detenuti politici, fra i quali Ferrandi, Lubic, Steiner, un certo Tosi Giorgio da Riva e il professor Doglioni da Belluno, nelle carceri mandamentali della provincia, dove la vigilanza era esercitata soltanto dalla Wehrmacht, per sottrarli alle eventuali vendette della SS o della Gestapo.

Hudson Giorgio di Genova, Calter Antonio di Vicenza; insomma qua ci sono vari indirizzi. Ecco qua … Montanelli Margarita si chiamava, era di origine austriaca lei. E poi Tomba Antonietta da Riva del Garda, Di Giovanni Renzo da Predazzo, non li guardo mai, Pianegonda da Valli Sant’Antonio, è quella di cui parlavo prima; questa è di Vicenza, Antonella, Bianconi Valentino di Vittorio Veneto, Roncoletta Giuseppe era impiegato alla Cassa di Risparmio di Belluno. Poi c’era dentro un tale Fabbro Rinaldo, Dino del Bo di Milano, il dottor Ribotto Lionello di Garbagnate Milano matricola 9664, Massetti Piero da Milano, Segno da Torino, Lubic Luigi, il dottor Luigi. Il conte Tonetti di Roma, lo ricordo, Marianna Scola di Torino. Luciana Feratro di Roma.

Poi basta, mi ero stufato di scrivere a penna i nomi.

Mocai Ugo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Ugo Mocai, nato a Bologna il 3 marzo 1915.

D: Ugo, tu quando sei stato arrestato?

R: Io sono stato arrestato nel ’44.

D: Nel ’44?

R: Sì, di preciso il…

D: Forse il 10 luglio?

R: Penso di sì, luglio, insomma, non era ancora agosto. O la fine di luglio o metà.

D: Del ’44?

R: ’44.

D: Chi ti ha arrestato?

R: Mi ha arrestato la GNR, che era la Guardia Nazionale Repubblicana, fascisti.

D: Perché ti hanno arrestato, Ugo?

R: Perché io facevo parte della brigata Matteotti di città, c’era quella di città e quella di montagna. Io facevo parte della brigata Matteotti di città.

D: Il vostro compito come brigata partigiana qual era?

R: Prima di tutto reclutare dei ragazzi, dei giovani. Poi tutto, cominciare a fare qualche sabotaggio, poi c’era volantinaggio, il giornale, era “La squilla”, mi pare, il giornale. Tutto quello che riguardava la lotta clandestina.

D: Sei stato arrestato dove?

R: A casa, a Bologna proprio dove abitavo. Sulla porta di casa, proprio lì.

D: Erano in due?

R: Erano in due, sì.

D: Oltre a te hanno arrestato altri tuoi compagni?

R: Quella sera hanno arrestato quasi tutto il gruppo. Hanno arrestato i due fratelli Boschetti, tutti e due, Gabriele e Luigi. Poi hanno arrestato tanti altri che non conoscevo nemmeno, perché i nomi non si facevano.

D: A proposito di nomi, il tuo nome di battaglia, Ugo, qual era?

R: Non l’ho mai avuto il nome di battaglia.

D: Come scelta?

R: Sì, come scelta.

D: Vi hanno arrestati e vi hanno portati dove?

R: Ci hanno arrestati e ci hanno portati agli uffici della GNR, della Guardia Nazionale Repubblicana a Bologna, vicino a casa fra l’altro, perché avevano requisito una villa in Via Laldini e lì interrogavano, tenevano prigionieri, ecc.

Poi lì mi hanno fatto il primo interrogatorio, a schiaffoni anche, oltretutto schiaffoni. Però ad un certo momento è venuto dentro un ufficiale mentre mi menava, mi pareva almeno un ufficiale, che ha detto: “No, questi metodi non li dovete usare”.

Allora hanno smesso di picchiarci, non so chi era, se mi conosceva, non lo so. Lì siamo rimasti una notte. La mattina dopo, invece, ci hanno portati alla caserma, come si chiamava… Dove adesso c’è una chiesa.

Ci hanno portati lì. Però io ero rimasto praticamente da solo, perché gli altri che erano con me non li conoscevano perché venivano da altri gruppi. Poi c’era qualcuno di Giustizia e Libertà, c’era qualche comunista, pochi.

Lì siamo rimasti due giorni mi pare in questa prigione di questa caserma della Milizia. Dopo ci hanno portato a San Giovanni in Monte, dove c’erano le prigioni normali. Lì mi sono trovato con un altro che era già stato arrestato prima di me ed era il dottor Didomizio, che io avevo conosciuto perché nuotavo ed eravamo della stessa società di nuoto, Rarinantez.

Ci siamo rivisti lì, ma lui era stato arrestato per un’altra ragione. Non come noi, era stato arrestato perché faceva parte di Giustizia e Libertà, non so cosa facesse di preciso, perché poi nessuno diceva niente. Non si parlava quasi mai, anzi molte volte si faceva finta di non conoscersi.

Tant’è vero che veniva dentro uno nuovo, diceva: “Guarda chi si vede”. Lì rimasti a San Giovanni in Monte, mi hanno interrogato un’altra volta o due portandomi questa volta non nella stessa villa, ma in una via fuori Mazzini, adesso non mi ricordo, fuori Porta Mazzini.

C’era un altro nucleo loro, una specie d’ufficio anche quello, ufficio investigativo, non so come lo chiamassero.

D: L’UPI, quello dell’UPI?

R: UPI mi pare, sì. Era ufficio… Non so cosa volesse dire, investigativo. Lì mi ha interrogato sempre prima il colonnello, si chiamava Bucci, credo che sia morto. Mi ha interrogato sempre lui, mi chiedeva dove avevamo le radiotrasmittenti, le riceventi, ecc… Io dicevo: “Non so niente”. Diceva: “Lei però stia attento perché ha i genitori, quindi noi li teniamo d’occhio”. Dico: “Non c’entrano niente”. Infatti non c’entravano niente. Dopo parecchi interrogatori mi disse un giorno: “Va bene, noi ti denunciamo al Tribunale Speciale per la difesa dello stato”. E basta. Poi mi riportarono a San Giovanni in Monte. C’è stato un altro episodio, c’è stato il fatto che è arrivato dentro un gruppo di partigiani che ha liberato tutti quanti. Una notte da San Giovanni in Monte ci hanno liberati tutti quanti, però ci siamo trovati in mezzo alla strada, perché la nostra cella l’hanno aperta per ultima. Io e un altro che avevo conosciuto lì, Balboni, che è ancora vivo, poi un altro che veniva dalla Puglia, un certo, aveva il nome di battaglia, Maggio, però lui veniva dalla Puglia. Non so cosa facesse, lui si era arruolato con gli inglesi perché doveva sposarsi, voleva sposare quella donna. Comunque era arrivato fina a qui, San Giovanni in Monte. Siamo venuti fuori, però questo è un episodio così. Siamo usciti dal carcere, sono andato a casa, dove dovevo andare? Sono rimasto a casa un giorno. Poi hanno cominciato a telefonare e a venire a casa, a dire: “Guardi che se lei non si riconsegna noi mettiamo in galera i suoi genitori”. Mia madre dice: “Allora tu riconsegnati” e io tornai in carcere. Ma non mi volevano. Io bussai a San Giovanni, io e un altro. “Cosa volete?”. “Siamo due evasi che rientriamo”. Hanno detto: “Non si può, perché se non c’è un mandato di cattura o lei non è accompagnato da qualcheduno, anche un cittadino qualsiasi, non possiamo ricevere nessuno”. E ci chiuse fuori. Io con quell’altro lì sui gradini della chiesa diciamo: “Che cosa facciamo?”. Non sappiamo dove andare, la città, Bologna, era piena di fascisti, poi avevano saputo di questa irruzione dei partigiani nel carcere, quindi erano tutti lì. Vedemmo passare uno, un cittadino qualsiasi, che si fermò e noi dicemmo: “Per favore, guardi, ci vuole portare dentro?”. E’ così, se lo fai in un film uno non ci crede. “Ci vuole portare dentro, perché sennò non ci ricevono”. “Come non vi ricevono?”. “Perché non siamo accompagnati”. Quello bussò, poi scappò. Si fece vedere e disse: “Questi due vogliono rientrare”, allora la guardia aprì la porta e andammo dentro. Tornai in prigione. Non mi ricordo più quando, i tedeschi, chissà per quali loro problemi che non ho mai capito, un bel giorno arrivarono lì in prigione, un ufficiale delle SS e disse: “Questi, questi, questi”, faceva leggere i nomi all’interprete, “Questi e questi fuori, via con noi”. Ci portarono fuori, ci portarono lì in carcere, aspettammo un bel po’, perché non avevano il mezzo dove metterci, dove caricarci. Ci fecero salire su questi camion, un camion veramente. Poi ci portarono via, passando naturalmente tra due file di parenti piangenti. Passammo e ci caricarono su questi mezzi, poi andammo, almeno mi pareva, perché ci avevano chiuso, che ci portassero verso Modena. Assieme a quegli altri, soprattutto con Didomizio, che era stato nuotatore con me, dissi: “E’ una buona giornata perché se passiamo il Po’ ad un certo punto saltiamo fuori, saltiamo in acqua e andiamo”.

D: Questo più o meno quando è stato?

R: Ottobre, era ottobre. Metà di ottobre.

D: Sempre del ’44?

R: No, era già il ’45. No, è vero, ’44.

D: Scusami, Ugo.

R: Dimmi.

D: Tu sei stato accusato di cosa?

R: Di un sacco di roba. Di intelligenza col nemico prima di tutto. Poi di formazione di un gruppo partigiano, comunista dicevano allora, per loro erano tutti comunisti. Invece erano socialisti.

Poi di aver fatto attività di spionaggio, un attentato facemmo noi, uno solo. Qui c’è una birreria, non so se l’avete vista, è qui vicino, “Da Mamma”, dove tutte le sere i tedeschi si radunavano. C’erano delle finestre a pian terreno come questa con le inferriate.

Noi mettemmo delle bombe carta che ci avevano regalato, ne mettemmo due o tre e le facemmo scoppiare. Non successe niente, purtroppo non ammazzarono nessun tedesco. Però bloccarono la strada e fecero un rastrellamento lì.

Però io fui arrestato più che altro perché uno dei nostri, che era Luciano Proni, che poi è morto durante un rastrellamento in montagna, Luciano Proni faceva l’amore con una ragazza bellissima, molto bella, che contemporaneamente però faceva l’amore anche con un dirigente fascista.

Noi gli avevamo detto, gli dicevamo: “Guarda che se fossimo i comunisti ti avremmo già fatto fuori oppure ti avremmo allontanato”. “No, è una ragazza fidatissima che non dice niente”. Lui le aveva fatto i nomi di tutti e lei ha fatto i nomi di tutti, persino di mio fratello che era in Sardegna. Infatti mi chiedevano di mio fratello. Dico: “Andatelo a prendere in Sardegna, è prigioniero là, è rimasto là”. La causa fu lei che si chiamava Laura, non mi ricordo, Anna no, Laura mi pare.

D: Scusami, ti hanno portato alla GNR, no?

R: Sì, prima.

D: Sì, dopo…

R: Dopo i tedeschi mi hanno prelevato, eravamo tutti politici quelli che prelevarono i tedeschi. Lungo la strada, mentre ci portavano a Bolzano, eravamo un gruppo di quattro o cinque tutti pigiati in questo camioncino più due prostitute, due di quelle che avevano rastrellato.

Io ero rimasto indietro nel camioncino, quindi ad un certo momento passava un aereo che bombardava e mitragliava la strada. Dietro noi avevamo la scorta, c’era una specie di jeep con sopra dei tedeschi. Il camionista nostro si è fermato quando ha sentito l’aereo, poi è sceso.

Allora noi abbiamo approfittato, abbiamo tentato di scappare. Solo che io sono stato bloccato in fondo al camioncino e non sono riuscito a scendere, né io né Balboni né Maggio, mentre Didomizio e un altro, che è morto adesso, scapparono attraverso la campagna e i tedeschi della camionetta dietro gli spararono. Poi non l’hanno preso volontariamente, perché a sparare coi mitragliatori che avevano loro ci potevano benissimo fare fuori, erano lì. Si vede che sparavano in alto per vedere se si fermavano. Invece non si sono fermati. Da lì ci hanno portati, dopo siamo stati fermi, ci hanno portati ancora e siamo scesi a Verona. A Verona ci hanno portato in un altro posto che non so cosa fosse, era anche quella una caserma, ma non so come si chiamasse. Ci hanno portati dentro…

D: Ma era una caserma in città o in periferia?

R: Penso che fosse in città da quel poco che ho visto.

D: Germanica però? Era gestita da tedeschi?

R: Loro?

D: No, la caserma. Le guardie erano tedesche o italiane?

R: No, erano italiane.

D: Italiane?

R: Erano tutte italiane. Infatti poi venne dentro un prete. Lì ho avuto un po’ paura, ad un certo momento alla mattina prima ci diedero da mangiare benissimo, cosa strana, poi venne dentro questo prete, che era uno di quei preti che erano passati dall’altra parte, era un prete loro.

Disse: “Voi siete partigiani, avete ammazzato, avete fatto un sacco di peccati. State tranquilli perché vi assolvo da tutti i vostri peccati”. E buonanotte, ci ha assolto. Allora io ho detto a quell’altro: “Qui ci fanno fuori, perché ci danno da mangiare bene, ci mandano il prete, cosa vuoi di più?”.

Invece no. Alla mattina ci misero su un camion e ci hanno portato a Bolzano. Prima ci hanno portato vicino a Innsbruck, a Bolzano. Non so cosa fosse. C’era un campetto anche lì.

Però lì ci hanno lasciato pochi giorni. Poi da lì ci hanno portato a Bolzano, a Gries, che adesso non c’è più.

D: Scusa, Ugo. Ma sempre il vostro gruppetto, quelli partiti da Bologna o hanno aggregato altre persone?

R: A Verona hanno aggregato qualcuno, c’erano altri che non conoscevo. Fra l’altro erano veneti, con noi non c’entravano. Poi li ho rivisti a Bolzano anche questi.

D: Quindi sosta ad Iseo hai detto?

R: No.

D: Dopo Verona?

R: Dopo Verona direttamente a Bolzano.

D: No, dopo Verona?

R: Prima ad Innsbruck.

D: Ad Innsbruck?

R: Sì, c’era un piccolo campo lì, si vede che era di smistamento, non so. Poi siamo tornati indietro, da Innsbruck siamo tornati a Bolzano.

D: Come ti ricordi il tuo ingresso nell’area di Bolzano?

R: Nel campo? Prima di tutto pioveva e nevicava già, veniva giù nevischio così. Lì erano tutti tedeschi, erano SS tutti quanti. Ci hanno lasciati tutti in fila lì, poi ci hanno contato, ricontato, i soliti conteggi.

Poi ci hanno tosati tutti a zero, un freddo alla testa. Poi ci hanno fatto togliere il cappotto, ci hanno lasciato la maglia, se uno aveva la maglia sotto teneva la maglia. Ci hanno dato una tuta tutta blu, io ce l’avevo a casa, l’ho data per una mostra e non l’ho più riavuta. C’era un triangolo rosso con scritto 5855, che era il mio numero.

5855 ed è rimasto sempre quello. A Bolzano la vita del campo…

D: Ti ricordi il tuo blocco?

R: Non mi ricordo più. Balboni se lo ricorda di sicuro, io non me lo ricordo. Erano parecchi i blocchi lì. C’erano le donne da un’altra parte. C’erano gli ebrei da un’altra parte.

Lì era una questione, non so neanche io l’impressione, come dicevi, che mi ha fatto, brutta impressione. Fra l’altro non sapevamo lì niente dei campi in Germania, Mauthausen ecc. Eravamo lì, dopo un po’ di tempo che eravamo lì, un mese, abbiamo fatto varie esperienze.

Hanno provato a farci lavorare, io non me la sentivo di lavorare per loro. Il primo lavoro che ci hanno fatto fare, lì stavano scavando una galleria che adesso credo che sia autostrada, lì hanno poi portato una fabbrica di cuscinetti a sfere.

Noi dovevamo preparare tutto, c’era chi scavava, chi… Ci mettevano in quadrati alla mattina, ci portavano su un camion e da lì ci portavano dove era la galleria. Tunnel, come dicevano loro. Alla galleria si scendeva, ti mettevano in fila un’altra volta, ti ricontavano un’altra volta con un freddo cane, perché ai piedi ci avevano dato degli zoccoli di legno da portare.

Un freddo cane. Lì chiedevano cinque falegnami. Andavano fuori cinque che volevano fare i falegnami. Io, Maggio, che era stato invece studente di medicina, Balboni, ecc… alzammo la mano e dicemmo: “Veniamo noi”.

Ci presero, ci portarono lì in un reparto sotto le gallerie, ci diede, mi ricordo sempre, un mazzo di cavicchi di legno così da fargli la punta. Però non ci ha mai più richiamato, segno che le punte non erano venute bene a mio parere. Non ci ha più richiesti quello lì.

Poi lui ci mandò via alla sera quando suonava il fischio per partire, ci disse con disprezzo proprio: “Raus, Scheisemann, Italiener Scheisemann”, uomini di merda, qualcosa del genere.

“Questo non ci vuole più, cosa facciamo?” Io feci per lo meno la domanda per un gruppo di elettricisti. Ho imparato a fare qualche cosina, ma credo che da quelle gallerie non sia mai uscito un cuscinetto a sfera, mai sicuramente. Perché il lavoro dei prigionieri, poi soprattutto eravamo quasi tutti politici, in più c’erano parecchie donne, non era possibile che…

Visto che non avevamo voglia di fare niente o quasi, c’è stata una parentesi che mi hanno messo ai martelli pneumatici. Ci sono stato una mattina poi basta.

D: Questo sempre nella galleria? Questi lavori sempre in galleria?

R: Sempre in galleria, sempre in tunnel, sì.

D: Ascolta…

R: Dimmi.

D: Quando tu andavi dal campo alla galleria ti portavano in macchina?

R: In camion. Anche a piedi molte volte.

D: A piedi?

R: Non è lontano il campo.

D: Alla sera tornavate indietro?

R: Indietro, sì.

D: Sempre?

R: Sempre, si dormiva al campo.

D: Al campo dormivi?

R: Sì.

D: Quindi tu nel campo sei rimasto per tanto tempo?

R: Sono rimasto finché non è finita la guerra.

D: Oltre, accennavi, alle donne c’erano gli uomini nel campo.

R: Sì.

D: Di provenienze e di regioni diverse?

R: Sì, molti, in maggioranza erano veneti però. Friulani, di Belluno, quei posti insomma.

D: C’erano donne?

R: Insieme a noi no.

D: Ma c’era la baracca delle donne?

R: Sì, molte venete anche lì.

D: Tu le hai viste?

R: Sì.

D: Ti ricordi se hai visto anche dei bambini nel campo?

R: No, bambini non ne ho mai visti. Donne ed ebrei, quelli sì. Però se ti prendevano vicino agli ebrei erano calci nel sedere e botte, non volevano che comunicassimo con gli ebrei. Erano in un campo per conto loro e in maggioranza erano donne ebree.

D: Tra gli uomini ti ricordi se c’erano dei religiosi, dei sacerdoti?

R: C’è stato anche uno che chiamavano “il vescovo”, non so se poi fosse vescovo veramente. Dicevano: “Adesso vado dal vescovo”, ma non era nel mio blocco. Era un altro blocco.

D: Nel periodo che tu sei rimasto lì nel campo di Bolzano sei stato testimone d’atti di violenza?

R: Tanti, anche per delle sciocchezze. Soprattutto per quelli che non lavoravano. Io ho provato a non lavorare, a stare circa una settimana, un mese in giro per il campo. Prima di tutto tutte le volte che dovevi incontrare… Avevano dei berretti fatti di stoffa, tutte le volte che incontravi un soldato ed erano così, dovevi alzare e vedere.

Se non lo facevi, io ho provato una volta perché ho detto: “Voglio provare a vedere cosa succede”, ho preso tanti di quei calci nel sedere, quei piedi così.

D: Ti sei fatto un giro d’amicizie lì nel campo?

R: Sì. Prima di tutto Balboni, perché quello era lì. Poi questo nostro amico delle Puglie, pugliese.

D: Quel pugliese famoso?

R: Quel pugliese, sì. E’ stato sempre con noi, anche perché era un ragazzo simpaticissimo. Degli altri che adesso non ricordo neanche.

D: Ti ricordi l’episodio che ti ha legato a dei russi?

R: Sì, quello dei russi. Sono stati loro che ci hanno convinti a lavorare. C’erano due russi che dormivano nel castello sopra di me. A un certo momento dicevano anche loro: “Ma perché non volete lavorare? Noi lavoriamo, mangiamo di più”.

Infatti, una fetta di pane in più si poteva mangiare. Hanno detto: “Provate, provate”. Ci hanno spinto ad andare appunto fra quelli che dovevano lavorare, a alzare la mano. Sono stati loro a convincerci, a spingerci.

Ho tenuto rapporti coi russi poi, ho tenuto rapporti con i russi fino a dopo, tornato a casa. Mi scrivevano da Modena, perché loro erano due ufficiali dell’esercito sovietico. Li avevano tutti internati, messi a Modena per poi mandarli in Russia.

D: Ritornando invece alla galleria, al tunnel, che tu lavoravi là, eravate in tanti a lavorare?

R: Eravamo parecchi. Il mio blocco c’era quasi tutto, quindi erano parecchi. Adesso non lo so ogni blocco quanti potevamo essere, quaranta, cinquanta. Venivano poi anche dagli altri blocchi. Eravamo in tanti in galleria. Poi finalmente ad un certo momento in galleria cominciammo a stare bene, perché i tedeschi mandarono lì a lavorare, quando erano già arrivate le macchine, i torni e le frese per i cuscinetti, mandarono gli operai della IMI, che erano industrie meccaniche italiane, di Ferrara.

Li mandarono ed erano tutti borghesi quelli, erano normali e lavoravano lì. Ognuno di loro prendeva uno di noi.

D: Quindi tu come gli altri avete avuto rapporti con i civili anche?

R: Solo con quelli.

D: Sì, ma avete avuto rapporto anche con questi?

R: Sì, con quelli che venivano in galleria.

D: Sì, sì. C’erano anche le donne, dicevi, a lavorare in galleria?

R: Sì. Non so cosa facessero, però c’erano. Più che altro erano addette a pulire, le pulizie. Poi con le donne era utile fare amicizia, perché lavoravano quasi tutte per gli ufficiali tedeschi. Si fregavano la roba da mangiare e allora ce la portavano. Era importantissimo.

D: Scusami, Ugo.

R: Dimmi.

D: Una volta finito il turno di lavoro in galleria, voi tornavate nel campo?

R: Nel campo, alle sei di sera.

D: Tutti tornavano nel campo o restava qualcuno a lavorare, a fare il turno di notte?

R: No, almeno dei miei compagni.

D: O lì vicino c’era un posto dove stavano, delle baracche dove stavano lì a dormire?

R: No.

D: Non ti risulta?

R: Non mi risulta per niente, no. Noi tornavamo tutti al campo, tutti. O a piedi o in macchina.

D: Col camion?

R: Col camion, sì.

D: Sei mai stato a Bolzano in città a raccogliere macerie, a spostare macerie?

R: No. Siamo stati varie volte alla ferrovia di Bolzano, perché l’avevano bombardata e ci portarono a mettere a posto, sistemare.

D: Sgombero di macerie?

R: Sì, sgombero di macerie, mettere a posto i binari, che è fatica, le traversine, ecc… Sempre guardati da loro naturalmente. Guai a fermarsi, bisognava sempre fare in modo di far vedere che si lavorava.

D: Sia quando tu eri in carcere a San Giovanni in Monte che lì a Bolzano sei riuscito a metterti in contatto con i tuoi familiari, con la tua famiglia?

R: Sì, venivano una volta o due al mese qui. A Bolzano no, a Bolzano niente scrivere e niente. Davano una sigaretta a quelli che fumavano. Io la scambiavo con le patate, perché m’interessavano di più.

D: Né hai mai ricevuto dei pacchi di generi alimentari?

R: Mai. In San Giovanni in Monte sì, qui.

D: Mentre a Bolzano?

R: A Bolzano niente. A proposito di civili, c’era una signora di Bolzano, la moglie di un ferroviere, la quale faceva della beneficenza. Ci portava qualche cosa ogni tanto dentro il campo, la lasciava lì e la guardia ce la dava. Tutto lì.

D: Scusami, una giornata tipo del campo come ce la descrivi?

R: Quando si lavorava o quando non si lavorava?

D: Sia l’una che l’altra.

R: Perché sono stato un mese quasi che non ho lavorato. Non ho voluto.

D: Quindi cosa facevate?

R: Niente, il giro per il cortile stando attenti che i cani non ti annusassero. Poi o ti facevano pulire i gabinetti, quei lavori lì, oppure ti prendevano così. Dicevano: “Tu, vieni qua”.

Era pieno, c’erano tutte le guardie che in genere purtroppo erano quasi tutte sud-tirolesi, erano state arruolate nelle SS tedesche. Erano piuttosto cattive.

Il tempo passava abbastanza bene, insomma, senza fatica. Poi ci sono state delle evasioni dal campo, diverse evasioni.

D: Anche dal tunnel qualcuno è riuscito a scappare?

R: Due donne sono riuscite a scappare dal tunnel, attraverso i gabinetti.

D: Ma c’era un collegamento con qualche gruppo esterno?

R: Io credo di sì. Non dicevano niente, però per forza. Se uscivi vestito in quel modo dove andavi? Probabilmente a Bolzano c’era un Comitato di Liberazione, qualche cosa del genere che aiutava.

Noi non l’abbiamo mai cercato, ma c’era. Molti sono riusciti, queste due donne sono riuscite ad andarsene.

D: Lì non è successa nessuna rappresaglia quando si sono accorti i germanici?

R: La rappresaglia era già abbastanza, perché facevano la conta subito dopo. Anche se erano le due di notte dovevi stare lì in piedi e aspettare che finissero. Conta e riconta.

D: Il tuo regalo del Natale ’44 cos’è stato?

R: Regalo di Natale ’44? Regalo in campo di concentramento? Una cosa brutta, che a me faceva una certa impressione era che avevano fatto l’albero di Natale.

D: Dove?

R: In mezzo al campo nel cortile, nel campo. Era una cosa tristissima. Non per l’albero di Natale, non m’importava niente, però era tutto questo ambiente.

D: Allora, due russi vi hanno convinti a lavorare, ma erano due russi deportati, no?

R: Sì.

D: Però nel campo c’erano anche degli ucraini che non erano dei deportati. Te li ricordi tu?

R: Erano soldati quelli. Ucraini, sì. Ma credo che fossero ucraini, non sono sicuro, ma credo che lo fosse anche il comandante del campo, non lo so. Si chiamava Titho. Mi ricordo la firma, Titho.

Era un maresciallo credo. I marescialli erano, non è come da noi che erano marescialli. Il loro maresciallo era importante. Ogni tanto facevano l’appello come sempre i tedeschi. Anche lì non era un bel momento, chiamavano fuori 5856, il mio era 5855, oppure 5854.

Quelli li mandavano tutti o a Mauthausen o Buchenwald o quell’altro, cos’era? Dachau. Li mandavano tutti lì.

D: Però voi non lo sapevate?

R: Non lo sapevamo, è vero.

D: Non sapevate la destinazione?

R: No, no.

D: Appunto.

R: Però siccome sono morti tutti… Dopo abbiamo realizzato.

D: Questi partivano senza sapere quale destinazione….

R: No, no. Nessuno sapeva la destinazione, neanche noi partendo da qui sapevamo. Io non sapevo che c’era il campo di concentramento a Bolzano, né io né gli altri.

D: Ugo, qui a Bologna a quei tempi in un giardino c’era un comando germanico. Ti ricordi come si chiamano i giardini? Come si chiamano quelli lì?

R: Giardini Margherita.

D: C’era mica il comando germanico lì? Il comando della SS?

R: Mi pare di sì. Lei c’era, sì. Sì.

D: Te lo ricordi, Giardini Margherita?

R: Sì, non proprio dentro ai giardini. In una strada laterale che fiancheggiava i giardini c’era una villa che avevano occupato questi della SS.

D: Non ti ricordi il nome di quella villa?

R: No.

D: Mentre il nome di villa Paradiso te lo ricordi?

R: Quello è una mia invenzione.

D: Cioè?

R: Forse non l’ho detto perché mi sono dimenticato. A un certo momento, come dicevo, visto che fare gli elettricisti e i falegnami neanche per idea, uno lo misero al tornio, quello se la cavava bene, uno che non mi ricordo come si chiamasse.

Però noialtri, io, Balboni e anche questo pugliese, questi pensarono: “Cosa facciamo?” Allora mi chiesero: “Tu cos’eri? Cosa facevi? Studente?”. “No, studente no”. Ero già laureato, sono laureato in legge. Allora scosse la testa e poi disse: “Vieni con me”. Prese me, Balboni e quell’altro.

Ci portò in un magazzino sempre dentro alla galleria. In questo magazzino c’erano delle gran casse piene di cuscinetti a sfere. Disse: “Qui c’è una cassa, vedete?”. Bisognava togliere le sfere grandi e piccole e metterle nelle altre casse, un bel lavoro quello.

Stavamo lì, ogni tanto spostavamo una cassa, erano sopra degli scaffali. Poi dietro andavamo a dormire per esempio. Alla mattina ci alzavamo alle cinque, alle quattro. Poi lì venivano per esempio tutte le donne, non si sentivano bene allora andavano dentro, chiudevamo dietro. Erano tutte contente.Allora io dissi: “Questa è villa Paradiso” e lo scrissi anche sulle aste di fuori, tanto che venne un ispettore, un ufficiale tedesco tipo Himmler e guardava dappertutto. Arrivò davanti e lesse: villa Paradiso. Si vede che chiese chi l’ha scritto e quello disse: “L’hanno scritto loro”.

Allora lui credeva che stessimo benissimo nel campo. Guardò, era contento.

D: Dicevamo, una giornata tipo del lavoro.

R: Il lavoro?

D: Sveglia al mattino?

R: Sveglia al mattino erano le quattro e mezza, cinque. Poi …., ci facevano uscire dal blocco perché andavi a lavarti, a lavarti la faccia. Poi era sempre gelata perché c’era un freddo cane, era sempre gelata. Di lavarci i denti avevamo smesso ad un certo momento, perché si vede che molti ci facevano la pipì dentro l’acqua.

Allora lavarsi i denti non era una cosa… Poi ci riportavano dentro, c’era l’appello per quelli che andavano a lavorare. “Galleria”, dicevano, “fuori”. Il gruppo, dividevano in vari gruppi e ci portavano in galleria.

Mangiare a mezzogiorno, ti davano una fetta di quel pane, quello nero. Non è cattivo quel pane, adesso l’ho mangiato a Bolzano con le noci, è buonissimo. Una bontà. Una fetta di pane e una specie di brodaglia, di brodo. Facevano queste grandi caldaie di questo brodo con dentro o il miglio o l’avena. Allora dicevo sempre: “Qui ci hanno preso dei canarini”. Ci davano questo miglio che diventa bello grosso e poi sopra ci buttavano della farina cruda in queste caldaie. Faceva una specie di crostina sotto buonissima. Poi basta, non c’era secondo, c’era un piatto, una gavetta di quello e basta. Una volta al giorno, alla sera niente. Tant’è vero che la fetta di pane la tenevamo per la sera.

D: Frutta no? Le mele?

R: Mele sì, non ce le davano loro. Quando ci portarono a chiudere le buche a Bolzano, si vede che con le bombe avevano colpito un carro di mele, un carro ferroviario di mele, allora c’erano tutte queste mele dentro le buche.

Ne mangiammo una quantità, un mal di pancia pauroso, si vede che erano mele, non so, sporche. Allora lì abbuffata di mele. Un’altra volta all’imbocco della galleria bombardarono, bombardavano l’imbocco e l’uscita. Bombardarono e ammazzarono un cavallo attaccato ad un carro.

Ce lo lasciarono il cavallo, morto. Lo aprirono e tutti quanti a prendere pezzi di carne. Però non l’abbiamo cotta, l’abbiamo mangiata cruda. Siamo stati malissimo, un male da morire.

Le uniche due volte che abbiamo visto cibo esterno.

D: Ti ricordi il giorno di Pasqua del ’45 cos’era successo, cos’è successo nel campo?

R: Non mi ricordo. Però qualcosa è successa. C’è stata un’evasione?

D: Una celebrazione di una messa.

R: No, questo non me lo ricordo.

D: Non te lo ricordi?

R: Non mi ricordo. Poi alla fine del ’45, quando oramai… Ci levarono dal campo e ci portarono in una scuola, ex scuola di Bolzano che non ho più rivisto.

D: Questo in che periodo?

R: Era sul finire della guerra oramai, era nel ’45.

D: Aprile, maggio?

R: Sì, non era cattivo tempo quindi doveva essere maggio, penso.

D: Ma tutti voi o solo un gruppo?

R: No, il gruppo che lavorava in galleria. Ci portarono lì e ci portavano da lì in galleria, che era più vicino.

D: Stavate lì a dormire?

R: A dormire, ci avevano messo su, si vede che c’erano già i castelli e si dormiva lì.

D: C’erano anche le donne con voi?

R: No.

D: Lì a fare la guardia chi c’era? Sempre germanici?

R: Sempre, sempre. Sempre SS.

D: Era più una scuola, secondo te, o una caserma?

R: Ma secondo me era più un’area da scuola, almeno dentro, dai colori. Poi forse l’avevano ridotta a caserma.

D: Era molto più vicina alla galleria questa?

R: Era più vicina. Noi ci andavamo a piedi tranquillamente, in quadrati a piedi.

D: Ascolta, Ugo, invece la liberazione come te la ricordi?

R: La liberazione. Siamo usciti una mattina da questa scuola, eravamo io e Balboni. Non ci guardavano più, avevano tolto le guardie, avevano tolto tutto. Si andava lì per dormire come un albergo, si andava dentro e fuori, non si andava più in galleria.

Passeggiavamo lì a Bolzano, no, a Merano o un’altra cosa, c’è un portico a Bolzano. Noi camminavamo lì sotto il portico. A un certo momento abbiamo visto una jeep con sopra tre americani, un negro e due normali.

Si sono fermati, hanno tirato fuori una carta topografica, guardavano. Hanno preso appunti e poi sono andati via. Poi non ho più visto americani.

D: Ma la liberazione? Vi hanno rilasciato un documento?

R: Sì.

D: Dove? Lì in questa scuola?

R: Nel campo.

D: Siete ritornati al campo?

R: Sì, ma per conto nostro. Avevamo saputo che facevano questo documento. Io ce l’ho ancora a casa. E’ un fogliettino stampato. Ci misero in fila anche lì, poi c’era una delle SS che faceva la dattilografa e ci chiese tutto, cosa avevamo fatto ecc, dove volevamo andare.

Siccome conoscevamo questa ragazza di Belluno, noi dicemmo: “Andiamo a Belluno”. No, non siamo andati a Belluno, siamo tornati a Bologna. Un viaggio prima in treno fino a Ora, a Ora finiva la ferrovia. Un po’ a piedi, un po’ così ci siamo fermati a Verona, mi pare. Non sapevamo cosa fare, bisognava avere dei soldi, perché sennò…

D: Avete fatto la strada dell’Adige o quella del lago?

R: Quella del lago. A Gardone c’era mio zio, mi venne in mente che c’era un mio zio che era direttore della banca, non so. Allora dissi: “Andiamo da mio zio”. Andammo su da mia zia Rosa e da mio zio che aveva sposato una sorella di mia madre. Stettimo lì due giorni, ma non avevano da mangiare niente neanche loro, poco. Patate e basta.

D: Quando sei arrivato a Bologna?

R: Io sono sempre arrivato ultimo, come all’8 settembre, lo stesso. Sono arrivato a Bologna che erano già iniziati i bombardamenti credo, no, erano già finiti i bombardamenti da un pezzo. Cos’era? In ottobre? No, non mi ricordo più. Maggio, sì.

Era caldo ancora. Devo essere arrivato in maggio, maggio o giugno a Bologna. La guerra era finita.

D: E a casa tua?

R: A casa mia?

D: Sì, mamma e babbo? Quando ti hanno visto?

R: Mio padre non c’era, era fuori. Quando è tornato… Mia madre.. Le è venuto uno smalvino, uno svenimento.

D: I tuoi compagni del partito, i tuoi compagni di brigata?

R: Quelli non ne ho visti neanche uno lì per lì.

D: Dopo hai ricostituito il gruppo, vi siete ritrovati?

R: Sì, dopo sono tornato al mio partito, che era il partito socialista d’unità proletaria. Lì sono rimasto fino a che il partito si è diviso, allora sono passato al partito comunista, più tardi però.

D: Ugo, cos’è stato per te il segmento dell’esperienza del Lager, per la tua vita dopo, per le tue scelte, le tue amicizie?

R: Ti dirò, essendomela cavata sia prima in guerra come dopo, quella è tutta questione di fortuna, l’esperienza non è brutta, non è una brutta esperienza quella del campo di concentramento.

E’ tutto un mondo a sé, è tutta una repubblica che è per conto suo. Lì il capo blocco comanda, fa quello che vuole.

D: Il capo blocco che è un deportato come te?

R: Sì. Però gradito ai tedeschi. Per quello che io sapevo e so un po’ di tedesco, perché l’ho studiato al liceo, un po’ di tedesco. Non ho mai detto però: “Io so il tedesco”, perché dicevano: “Chi vuole fare l’interprete?”.

L’interprete per i compagni e tutti era una spia sempre, anche se non era vero. Non ho mai voluto farlo. Avevo sempre una paura di rispondere in tedesco.

D: Però stavi dicendo una cosa molto importante, il Lager non è una cosa brutta perché è un mondo a parte…

R: Parlo per me.

D: Certo.

R: Ci sono quelli che ci sono morti.

D: Certo.

R: Però io sapevo già quando ci hanno deportato lì che con noi c’era uno nel camioncino che ci portò a Verona, c’era un certo Canè, che era un allievo ufficiale dell’aeronautica, abituato con la cioccolata alla mattina, quelle cose lì.

Io dicevo: “Quello non torna indietro” e non è tornato. C’erano molti anche che si demoralizzavano, molti, insomma abbastanza. Si buttavano a piangere tutto il giorno.

Io invece mi sono trovato con questi altri due con i quali si scherzava sempre. Abbiamo preso anche delle botte.

D: Ugo, sia durante il periodo del carcere che durante la tua permanenza del campo lì a Bolzano, nella galleria ecc. la tua scelta ideale, la tua scelta politica, i valori per i quali stavi combattendo, stavi lottando ti hanno aiutato, ti hanno dato quella forza?

R: Moltissimo. Però bisogna essere convinti di quello, bisogna che sia vero questo, non che fai finta.

D: Ne parlavi con gli altri tuoi compagni?

R: Certo.

D: Con Balboni per esempio?

R: Sì.

D: Con il pugliese?

R: Sì. Anche con altri friulani che erano quasi tutti comunisti.

D: Vi confrontavate anche su queste scelte importanti di valori, di lotta, del movimento resistenziale?

R: Sì, c’erano di quelli, per esempio Orel, era un friulano, giovane, avrà avuto sedici o diciassette anni, che l’avevano arrestato e messo lì. Lui mi chiedeva: “Tu mi devi spiegare”, siccome sapevano che ero laureato, “tu mi devi spiegare perché Carlo Marx ecc…”. Allora lì tutto…

D: Volevo farti una domanda su Verona. Quando dici che ti hanno portato forse in una caserma in città, poteva essere anche un forte militare o era una caserma?

R: No, non era una scuola quella, per me era una caserma.

D: O un forte? No, una caserma?

R: No, i forti li conosco a Verona.

D: Non era un forte. Invece a Bolzano dentro il tuo blocco avevate i gabinetti oppure i rubinetti?

R: C’erano dei gabinetti appena fuori dal blocco. Quella è la porta del blocco, fuori c’era una specie di baracca piccola con due porte di gabinetto. Lì dovevi chiedere se potevi andare. Una guardia veniva con te e stava lì fuori mentre tu facevi la cacca.

D: Ce li puoi descrivere? Com’erano?

R: I gabinetti com’erano? Erano un buco in terra. Siccome lì vicino c’è l’Isarco mi pare, andava a finire tutto lì.

D: Il tuo capo blocco chi era?

R: Non mi ricordo. Quando sono arrivato era uno che non ho mai più visto, non so.

D: Ti ricordi se nel campo venivano celebrate delle messe?

R: Delle?

D: Messe, da parte di preti, servizi religiosi. Ti ricordi?

R: Oddio, io non te lo posso dire perché siccome io a messa non ci vado non ci sono mai andato neanche lì. Però sapevo che facevano la messa ogni tanto, sentivo.

D: Ascolta, dicevi prima, hai fatto un accenno, volte in cui venivano chiamati dei numeri che potevano essere vicini, prima o dopo il tuo. Erano appelli per le partenze?

R: Sì.

D: Come avvenivano questi appelli per le partenze?

R: Non l’ho mai capito neanche io questo. Avvenivano quando gli pareva, quando si vede che loro avevano bisogno. Allora dicevano: “Facciamo l’appello”, facevano quest’appello e quei numeri che chiamavano andavano in Germania.

D: Ma venivate messi tutti sulla piazza?

R: Tutti, tutti nel cortile.

D: Tutti insieme o blocco per blocco, se ti ricordi?

R: Tutti i blocchi, tutti.

D: Poi venivano letti dei numeri?

R: Sì, i numeri di matricola che avevi qua.

D: Venivano letti in italiano o in tedesco?

R: In italiano, c’era l’interprete.

D: Alla sera quando vi portavano dentro nel blocco, il blocco veniva chiuso dall’esterno?

R: Sì. Non si poteva uscire, finestre non ce n’erano. C’erano dei finestrini in alto.

D: Ascolta, se dovevi andare in bagno di notte come facevi? In bagno di notte ti capitava? C’era un bugliolo dentro?

R: Un bugliolo.

D: Un’ultima domanda sulla galleria, se cerchi di ricordartela, era ad un piano, i macchinari e i posti di lavoro, o c’era anche un piano rialzato?

R: No, tutto un piano diviso in varie parti, magazzini, tornitori, fresatori, uffici, una galleria tutto al piano terra.

Bozzini Luigi

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono Luigi Bozzini, sono nato a Pavia, il 24 gennaio 1927, allora ero studente, frequentavo l’istituto tecnico Bordoni, per geometri. Dopo il 25 luglio e l’8 settembre, con i miei compagni dell’oratorio, di giochi dell’oratorio, abbiamo costituito questo gruppo, senza avere conoscenze e idee precise sul da farsi.

Abbiamo visto il comportamento dell’esercito italiano l’ 8 settembre, che è stata una cosa tragica ma sotto certi aspetti, anche un po’ comica. Io avevo sedici anni, giravo per la città in bicicletta e mi era capitato di vedere sull’argine del Ticino, appena fuori da un ponte coperto, un camion dell’esercito con una mitragliatrice, cinque militari e un capitano.

Dovevano fronteggiare i tedeschi che arrivavano dalla statale e il camion era posizionato in modo che la mitragliatrice potesse sparare sulla statale dei Giovi e davanti alla mitragliatrice c’era una squadra di ragazzini del borgo curiosi e alcune lavandaie e il capitano impazziva perché diceva: “Se devo sparare voi dovete togliervi da qui”. La cosa, anch’io ero lì ma mi sono spostato subito, era addirittura un po’ buffa, perché pretendere con cinque uomini di far fronte ad un carro armato era una cosa assurda, anche se avevo sedici anni e non avevo cognizioni militari, avevo capito che era una cosa impossibile. Allora abbiamo deciso di costituire questo gruppo e di resistere, in che modo non sapevamo, non avevamo mezzi. Conoscevo Monsignor Luigi Gandini, che abitava vicino casa mia.

Ci ha dato i primi stampati ciclostilati e noi, questi fogli, li appiccicavamo di sera, con l’oscuramento, approfittando dell’oscuramento, sui bandi di chiamata del maresciallo Kesserling e del maresciallo Graziani che invitavano i giovani a costituirsi e a presentarsi alla leva nel nuovo costituendo esercito della Repubblica di Salò.

Più avanti, io ero stato nominato capo del gruppo, in un primo momento Devoti e poi io e come capo dovevo tenere i contatti con gli elementi esterni alla nostra cellula. Don Gandini mi mise in contatto con l’avvocato Marchetti e da questi io ricevevo copie del giornale clandestino ” Il ribelle ” che era stato fondato da Teresio Olivelli. Su “Il ribelle” verso l’estate del ’44 trovammo la notizia che Olivelli era stato arrestato e c’era anche una foto.

Facevamo azioni di sabotaggio, i tedeschi mettevano delle indicazioni stradali per indicare dove c’era il tal reparto e noi approfittando del buio, strappavamo questi cartelli, cercavamo anche di rifornirci di armi.

Nella casa di Devoti, le donne quando andavano nel rifugio, dicevano che lì abitava un carabiniere che era scappato e che avevano paura perché probabilmente nella cantina ci dovevano essere delle armi, allora una volta abbiamo aperto il lucchetto e siamo entrati e c’era una catasta di legna, l’abbiamo smontata, effettivamente c’erano le armi, abbiamo trovato un fucile, un moschetto 91 con diverse scatole di cartucce.

Abbiamo prelevato qualche scatola di cartucce, abbiamo lasciato il fucile in attesa di poterlo usare nei momenti più adatti, perché in città non era certo facile operare in mezzo a tutti i fascisti e i tedeschi

D: Scusi Luigi, il vostro gruppo aveva un nome?

R: Sì, l’abbiamo chiamato Sirio e noi tenevamo un quaderno con un diario delle nostre azioni, in codice. Erano numeri, era un codice semplicissimo, bastava alla A, dare un numero e poi tutti gli altri seguivano.

Era un lavoro compilare anche quelle poche note perché bisognava far riferimento e qualche volta cambiavamo anche il corso, poi dopo il mio arresto, questi documenti sono stati distrutti ma quando sono venuti ad arrestarmi non hanno trovato niente perché erano bene nascosti. Più tardi, al nostro gruppo, eravamo quattro, Devoti, Chiappino, Masara, si è unito Giovanni Tavazzani che veniva da Torino, la mamma era di Pavia e dopo l’8 settembre il papà era generale, è scappato e si è trasferito a Milano. A Milano è stato il primo comandante del Comitato Nazionale di Liberazione Alta Italia, è stato catturato a dicembre e internato a Mauthausen dove è morto nella primavera del ’45.

Un giorno, sono stato contattato da un partigiano, era uno studente del Bortoni, più anziano di me che mi disse, mi ha fatto una confidenza, mi disse che era un partigiano che era sceso e che però voleva ritornare e che cercava armi. Io avevo una rivoltella a tamburo, nascosta e temporeggiai perché volevo essere sicuro. Da ottobre sono arrivato a dicembre però non avevo mai rivelato che eravamo un gruppo di resistenza, chi erano i componenti, ero stato sulle difensive, appena prima di Natale gli consegnai questa rivoltella

D: Natale di che anno?

R: Del ’44. La mattina del 3 gennaio, presto, alle sei del mattino, arrivarono a casa mia cinque agenti in borghese delle SS, mi prelevarono, mi perquisirono e mi portarono alla Villa Triste, così chiamata, di Piazza Castello, mi lasciarono lì nell’anticamera un paio d’ore e poi mi chiamarono per un interrogatorio.

C’era un tizio seduto a un tavolo e i quattro altri agenti, ai lati, pronti a battermi. Io avevo intuito che il delatore poteva solo essere quella persona e difatti dissi che, mi dissero chi conoscevo, cosa facevo, dissi che avevo consegnato questa rivoltella a questo tizio. Mi portarono in una stanza vicina dove c’era l’arma sul tavolo e mi fecero fare il riconoscimento dell’arma.

Questo aveva parlato anche di altre persone, ormai sapevano già tutto e poi fui associato al carcere di Pavia, subito nella stessa giornata.

D: Senta, questa Villa Triste, esiste ancora l’edificio della Villa Triste?

R: No, è stata demolita subito dopo la guerra e al suo posto è stato costruito un condominio.

D: E le persone che l’ hanno trattata a Villa Triste, era italiani?

R: Erano italiani, ricordo, c’era un certo Ferrarini che era il capo e tra questi c’era un certo Gemelli.

D: Erano vestiti in divisa militare?

R: In borghese, in borghese, avevano un cappotto scuro, nero, grigio e il cappellaccio nero tutti quanti, il cappellaccio tipo…

D: Erano quelli del GNR?

R: Come?

D: Erano quelli della Guardia Nazionale Repubblicana?

R: No, erano delle SS, dipendevano dal comando SS, infatti io sono stato associato al carcere a disposizione delle SS

D: Al carcere di Pavia?

R: Sì. Mi han messo in una cella, la numero 4, dove c’erano già degli altri prigionieri.

D: Non c’erano le celle di isolamento?

R: Eravamo un po’ sospettosi perché ci potevano essere delle spie, infatti c’era un tizio che chiamavano Maresciallo, in borghese, che era sempre sul letto, io non l’ ho mai visto alzato, un tipo strano e però c’era Bonzanini Mario, Carlo Cuoccini, i più giovani, coi quali ho familiarizzato e poi c’era Zampieri che era un cronista di Pavia che io conoscevo di vista, che era molto più anziano. Gli altri, c’era una guardia di una riserva di Vigevano che portava la divisa della guardia di riserva con tanto di …, era una persona anziana.

Eravamo in 8, 10. La cella era quel che era, piccola, al piano terra, un grande finestrone in alto, davanti alla finestra c’era un paravento e dietro c’era il paiolo di legno.

Per servirsene bisognava salire su due cavalletti, era una cosa un po’ disagevole, comunque a Pavia ci davano un pasto solo, a mezzogiorno, una minestra e una pagnotta.

Durante la mia prigionia ricorderò sempre quel piatto di minestra perché aveva una certa consistenza, c’erano rape, cavoli e riso ed era piuttosto abbondante.

D: Quindi lasciavano portar dentro la roba da fuori?

R: No. Uscivamo al mattino per un’ora d’aria nel cortile, dove scendevano tutti, anche gli altri prigionieri che stavano su nel camerone. Tra questi ho trovato un mio compagno delle scuole elementari, Aurelio Bernuzzi che poi è stato un mio compagno anche a Bolzano e anzi, dormivamo nella stessa cuccetta perché bisognava stare in due per ogni cuccetta.

D: E nel carcere di Pavia siete rimasti?

R: Siamo rimasti fino al 23 gennaio.

D: Dopodiché?

R: Dopodiché una mattina ci hanno trasferito a San Vittore con una corriera, scortati dalla Guardia Nazionale Repubblicana. Molti della mia cella non sono venuti, ricordo che poi era arrivato anche il Dottor Giulio Perri che era un medico e quando siamo arrivati a Bolzano, ci hanno rapato i capelli a zero.

D: Aspetti, prima a San Vittore, a San Vittore siete rimasti per un lungo periodo?

R: Ho sbagliato, ho detto Bolzano, volevo dire San Vittore. Ci hanno rapato i capelli a zero e siamo stati sistemati nelle varie celle e Perri è stato mandato in infermeria, come medico, in aiuto ai medici, civili credo.

D: Si ricorda il raggio di San Vittore?

R: Doveva essere il sesto raggio, io era al terzo piano, in questo momento non ricordo la cella ma l’ ho segnata nelle mie memorie.

D: Lei lì ha ricevuto un numero di matricola a San Vittore?

R: A San Vittore sì, no. Non ho avuto numero di matricola, ho segnato il numero della cella al terzo piano, che era l’ultima verso il finestrone e noi vedevamo una strada di Milano dove passava il tram e sotto c’erano le guardie che non volevano che ci avvicinassimo al finestrone, se uno si avvicinava più di tanto, quando uscivamo per andare all’ora d’aria, sparavano, sparavano

D: E dal giorno del suo arresto alla permanenza San Vittore, era riuscito a comunicare con la sua famiglia?

R: Ho mandato una cartolina, una cartolina prestampata che ci hanno dato

D: A San Vittore?

R: A San Vittore sì

D: E non ha mai ricevuto visite o?

R: No, una mia sorella ha portato una valigia con dentro degli indumenti. Era stata perquisita però nelle calze son riuscito a trovare una coscia di pollo o qualcosa del genere, non hanno spogliato tutto, qualcosa han lasciato

D: Quindi, a San Vittore è rimasto fino?

R: Fino al 15 di febbraio del ’45

D: E poi lì cos’è successo?

R: La mattina ci hanno fatti scendere tutti nel corridoio centrale, siamo stati sottoposti ad uno spoglio accurato e poi rinchiusi in un altro reparto, in celle, celle che erano cieche, non avevano finestre e spoglie, mi son trovato con altri nove prigionieri che non conoscevo.

A metà mattina, attraverso uno spioncino, una suora ci ha dato un filoncino di pane a testa e un poco di soldi che abbiamo diviso fraternamente.

Nel pomeriggio poi la cella si è aperta e ci hanno avviato al piazzale. Il piazzale era fortemente presidiato da forze tedesche e fasciste e c’erano anche delle autoblindo e c’erano quattro autocorriere con rimorchio.

Una di questa faceva il servizio Pavia-Binasco-Milano ed era della Lombarda. Io mi son diretto verso quella corriera insieme a Bernuzzi che avevo trovato di fuori e lì ho trovato gli altri miei compagni di cella, Perri, Bonzanini e Cuoccini e altri ancora di Pavia. Perri mi disse di stargli vicino perché c’era la possibilità di scappare, eravamo in fila per salire sulla corriera.

Sulla corriera c’era l’autista che era di Pavia e fermava la nostra fila mentre lasciava salire un’altra che si era formata accanto alla nostra soltanto che un soldato tedesco si è spazientito del fatto che noi eravamo fermi e ha colpito Bernuzzi alla schiena, esortandolo a salire e allora siccome noi eravamo i primi ci siam sentiti a disagio.

“Questo qui se tira il grilletto ci fa fuori”, allora ci siamo incamminati e siamo saliti, ma lo scopo era quello di prendere la corriera vicino al soffietto, invece noi ci siam trovati, io e Bernuzzi, seduti sul pavimento del corridoio, impossibilitati a muoverci. Gli altri sono riusciti a prendere posizione sul rimorchio ma vicino al soffietto, sempre a terra. E poi quando è venuto buio la corriera si è messa in moto e siamo andati in direzione, non si sapeva allora, era Bolzano ma non lo sapevamo.

Ha fatto la Gardesana Orientale e sulla Gardesana l’autista ha accusato un guasto ai freni e ha rallentato sensibilmente allora la corriera è stata fermata, è seguita una discussione molto animata coi tedeschi, con la scorta e poi il gruppo ha ripreso, le altre corriere sono partite speditamente, la nostra è rimasta staccata in fondo.

Dimenticavo che prima di partire erano salite delle guardie nazionali repubblicane di presidio davanti alla motrice e passando sopra le nostre teste hanno preso posto negli ultimi posti riservati a loro in fondo alla corriera.

La corriera era bloccata, le luci spente, si viaggiava al buio per paura degli attacchi aerei e i mezzi, le macchine, i pullman avevano le luci schermate e c’era una piccola fessura dove passava quel tanto di luce per potere vedere la strada. L’autista d’accordo con Giulio Perri, perché Perri stando in infermeria aveva potuto parlare con membri esterni del Comitato di Liberazione e organizzare questa fuga; facendo dei segnali, diceva che si poteva scappare, aveva detto che la scala della motrice che portava sopra, alla corriera, era sul lato destro, allora loro han tagliato, Perri ha avuto un bisturi della suora dell’infermeria e una spilla da balia, ha tagliato il soffietto e uno alla volta si son gettati giù.

Bonzanini m’ ha detto che la ruota è passata a quattro dita, perché buttandosi giù è caduto sulla strada e la ruota è passata a quattro dita dal suo corpo e poi è rotolato in una cunetta e però dietro dice che c’era ancora un autoblindo. Naturalmente la strada era sterrata e passando la corriera ha sollevato un gran polverone e lui se l’è cavata e poi è scappata, tutti e cinque sono riusciti a fuggire, nessuno si è trovato con l’altro.

E dice che nel punto dove lui è caduto, poco più avanti, ha visto le luci di un posto di blocco, comunque sono rientrati tutti e noi, poi è venuto giorno e non c’è stata più possibilità di fuga. Siamo arrivati a Bolzano alle 14 del pomeriggio e ci hanno portati in una zona del cortile recintata e il maresciallo Haage ha proceduto all’appello della nostra corriera.

Il primo nome era Bonzanini e Bonzanini non c’era più e lui continuava a chiamare Bonzanini e poi chiamò Bozzini, ero il secondo e ho fatto un passo avanti ma lui tornò a chiamare Bonzanini a allora io rientrai poi chiamò nuovamente Bonzanini allora io mi sono spazientito e ho detto quel poco tedesco che sapevo: …”Luigi Bozzini” e allora lui m’ ha fatto segno di spostarmi dall’altra parte del cortile, del recinto e poi continuò con l’elenco e man mano venivano fuori quelli che mancavano.

Dopodiché ci hanno rinchiuso nel blocco H. Il blocco era vuoto e c’erano dei castelli a tre piani, a tre livelli e ammassati lungo le pareti del capannone e una parte in centro.

La porta venne chiusa e noi prendemmo posto e spenta la luce prendemmo posto nei castelli, senza coperte, senza pagliericcio, senza niente.

Il mattino seguente sono arrivati altri viaggi di prigionieri e ormai in questo blocco eravamo in 400, c’ erano anche gli ebrei.

D: Nel Blocco H?

R: Nel Blocco H sì, ci mandarono nel magazzino, ci tolsero i nostri abiti civili e ci diedero delle divise militari grigio-verde di vari eserciti e a me toccò una divisa di tela grezza degli avieri italiani, era una divisa estiva di fatica degli avieri italiani. Mi diedero il numero di matricola con il triangolo rosso, il mio era 9695, un paio di zoccoli di legno, una bustina militare, un bicchiere di bachelite e un cucchiaio, mancavano le gavette, non ce n’erano per tutti.

Quindi quando c’era la distribuzione del caffè al mattino o del brodo a mezzogiorno, e del brodo alla sera, con un panino, dovevo cercare qualcuno che aveva la gavetta e che era disposto a mangiare con me. Una sera ci trovammo in 4 a mangiare nella stessa gavetta e devo dire che è stata una cena bellissima che ricorderò sempre, perché ognuno intingeva il proprio cucchiaio nel brodo, e prendeva quel tanto che gli bastava senza cercare di approfittarne.

D: E questo è durato fino a quando lì a Bolzano?

R: Ecco io ho capito, dopo quando son tornato e ho visto i racconti di quelli che ci hanno preceduto, la razione allora era più abbondante e gli davano anche un po’ di margarina e qualche volta della marmellata ma lì eravamo alla fine, eran proprio gli sgoccioli.

E ho capito che perdevamo un po’ le forze e ho capito che ci avrebbero eliminato molto presto e poi se ci mandavano in Germania la cosa sarebbe stata triste.

Avevo conservato la carta d’identità, l’ avevo nascosta perché essendo del ’27 in caso di fuga, se fossi stato fermato, non avevo obblighi di leva e quindi non ero perseguibile.

Solo che c’erano delle squadre che uscivano al lavoro regolarmente tutte le mattine e anche noi che non eravamo inquadrati in queste squadre ci mandavano nel magazzino posto vicino al campo per operazioni di carico e scarico, oppure in città a caricare del materiale, anche delle munizioni, erano magazzini nascosti nella città.

Allora andai dal capo blocco che era un prigioniero come noi, che teneva l’elenco dei prigionieri e dissi che io volevo uscire per il lavoro perché volevo scappare, e mi mandarono a fare diversi servizi fuori. La prima volta alla Villa Stravinsky, mi sembra di ricordare, che praticamente era una casermetta delle SS, a fare un lavoro di scavo.

Poi, altre volte, mi mandarono sulle colline, dove avevano tagliato un bosco e dovevamo raccogliere i rami in fascine, non avevamo attrezzi, con le mani dovevamo arrangiarci. Un giorno poi fui spostato in un’altra squadra e proprio quel giorno lì, due toscani, due giovani toscani hanno tentato la fuga. Quando la guardia se ne è accorta, radunarono gli altri prigionieri in un anfratto, sotto una roccia, perché il terreno era molto accidentato e l’altro andò a cercare i prigionieri, si trovò faccia a faccia con uno di questi, quello per difendersi imbracciò l’arma e lui sparò e lo uccise.

Alla sera l’ hanno gettato nella piazza dell’appello, per terra, a dimostrare che scappare era pericoloso.

Poi sono andato, mi hanno mandato alla caserma dell’artiglieria di Bolzano dove ero in aiuto a un muratore civile, doveva confezionare la calce, pulire dei mattoni e portarli al primo piano dove facevano dei tavolati perché una camerata veniva divisa in tante celle, poi veniva chiusa la finestra e in alto si mettevano delle inferriate.

Quando bisognava posizionare questi ferri, il muratore si spostava e i ferri li mettevamo noi, li mettevamo in modo che se uno se ne accorgeva, in sommità, sull’alti trave, entrava quel tanto della calce, poteva essere piegato e quindi poteva scappare.

Questo muratore qualche volta mi portava un uovo, un uovo crudo che noi bevevamo, andavo lì con un certo Bolzanini di Lungavilla, un partigiano di Lungavilla.

Poi sono stato mandato in una fabbrichetta in costruzione, sempre lavori di manovalanza e lì alla caserma avevamo la possibilità di acquistare del castagnaccio; veniva un tizio dietro il reticolato e ci vendeva questo castagnaccio.

Ne mangiavamo e io ne portavo un po’ ai miei compagni del campo. Alla sera rientrando, il nostro blocco era completamente vuoto; erano stati spostati tutti in un campo, in un altro blocco che era isolato dalla recinzione, il cortile era isolato dalla recinzione perché quelli erano pronti alla spedizione in Germania e io fui spostato al blocco G con Bonzanini e altri.

D: Come pagavate il castagnaccio?

R: Con i soldi che ci aveva dato la suora, con i soldi che ci aveva dato la suora e con i pochi soldi che avevo io, nel portafoglio quando mi hanno arrestato avevo delle am lire, non erano una gran cifra ma qualcosina c’era.

D: Mentre tu eri a Bolzano, hai potuto comunicare con casa. Scrivere o ricevere?

R: Dunque, quando tornavamo dalla caserma, qualche volta se le guardie erano brave perché le guardie fuori non erano le SS erano della Wermacht. Andavamo allo stabilimento Lancia, che era sulla strada.

Noi eravamo a Gries e la caserma dell’artiglieria era sì alla periferia ma dovevamo passare tangenzialmente al centro di Bolzano, dalle parti della stazione penso, so che percorrevamo un grande viale.

Andavamo alla Lancia dove rientrando dopo le cinque c’era sempre il rancio, una minestra pronta, che mangiavamo. Noi andavamo fuori sempre con la gavetta, dopo abbiamo avuto la gavetta perché a mezzogiorno ci portavano il brodo dal campo di concentramento e la mangiavano anche le guardie perché avevano fame anche loro.

E lì in quell’occasione c’erano degli uomini e anche delle impiegate che venivano, ci chiedevano di dove eravamo, l’indirizzo e dove eravamo nel campo di concentramento.

Io ho dato in due o tre occasioni il mio indirizzo però non ho mai ricevuto posta, i miei avevano saputo che ero a Bolzano, hanno dato a un taxista che doveva venire a Bolzano dei pacchi ma io non ho mai ricevuto niente.

D: Ecco tu nel campo di Bolzano fino a quando sei rimasto?

R: Dunque nel campo di Bolzano sono rimasto fino alla fine di marzo perché i miei compagni che erano stati rinchiusi nel blocco, pronti per la spedizione, sono stati portati sul treno, pronti per la spedizioni, sarà stato un venerdì, o un sabato ma ricordo che la domenica, dalle dei del mattina alla sera, passarono sul cielo di Bolzano formazioni di bombardieri di 18 o 36, erano sempre o 18 o 36 le formazioni, a pochi intervalli l’uno dall’altro.

E si sentivano a distanza, a volte, gli scoppi delle bombe. Hanno bombardato, distrutto la ferrovia, il treno non è più partito e miei compagni sono potuti rientrare in campo. Allora è sorta la necessità di creare dei campi ausiliari perché Bolzano era sovraffollato ormai.

E io fui mandato, anche con altri di quelli che erano stati sul treno, in Val Sarentino, dove c’era un campo con baracche di legno allestite nel greto del torrente Talvera, circondato con filo spinato e torrette e con mitragliatrici.

E al mattino dovevamo salire la strada e raggiungere le gallerie dove c’erano queste macchine che dovevamo scaricare dai camion, a volte, oppure prendere dalle piazzole e portarle sotto le gallerie, la galleria, metà era destinata al transito, l’altra metà avevano fatto dei piani di calcestruzzo dove venivano posizionate queste macchine.

Poi arrivavano dei carri, degli autocarri con lingotti di piombo e fasce di lamiere di ottone perché volevano far una fabbrica di munizioni.

Abbiamo scaricato un maglio, a mano, unto di grasso, qualcuno c’ha lasciato sotto un piede, una volta è arrivato un SILO dalla Germania, un SILO metallico e dietro questo trasporto c’erano due prigionieri politici, stranieri, e uno di questi, lo dico nel mio racconto, si è avvicinato a me, forse perché ero il più giovane della squadra.

Noi lavoravamo in squadre di 15 elementi e ha estratto dalla tasca una scatola di sigarette e mi ha offerto delle piccole patate, quelle che si spigolano… ma io ho fatto capire che non potevo accettare perché non avevo niente da potergli offrire per ricambiare, lui ha insistito, io ho preso due patatine e me le sono mangiate, allora lui ha sorriso e ci siamo abbracciati, doveva essere un ungherese, un polacco, non ho capito anche perché non c’era molto tempo per scambiarci delle parole, la guardia che ci sorvegliava, ci esortava a lavorare.

D: Luigi scusa, come te lo ricordi tu il campo di Sarentino, della Val Sarentino?

R: Dunque lo dico nella mia memoria, in un primo tempo ci hanno ospitato in un campo che era fatto di baracche di legno prefabbricate, costruite abbastanza bene e sul tetto c’era il simbolo della croce rossa, per gli aerei, che avvertivano che era un campo di prigionia. Dopo una settimana, neanche, fummo trasferiti più a monte, qualche chilometro.

Abbiamo preso il nostro pagliericcio con la paglia, questa volta avevamo il pagliericcio, e la nostra coperta e scortati dalle SS abbiamo preso posto nel nuovo campo. Lì, il capo del campo era un maresciallo della Wermacht però ai suoi ordini aveva le SS.

C’era un brigadiere delle SS e poi dei soldati e sulle torrette c’erano tutte le SS, però era una persona abbastanza umana e lo si è capito subito perché quando ha fatto le consegne c’era un altro maresciallo delle SS che doveva essere Titho e c’era un interprete, prigioniero, belga e aveva tenuto un atteggiamento non ostile e il maresciallo, io dico Titho, penso che sia stato lui, lo voleva punire, allora il maresciallo si è opposto, ha detto: “Ormai hai fatto le consegne, sono io il comandante del campo, se è da punire lo punisco io”.

E quello là non ha avuto più niente da fare, m’ ha salvato praticamente.

D: Ecco, ma c’erano molte baracche?

R: Adesso non ricordo il numero, erano baracche dislocate, il terreno era coltivato con le piante di melo, erano mimetizzate sotto questo campo di melo.

D: E come deportati eravate tanti?

R: Saremmo stati un centinaio, 150.

D: E tutti impegnati a scaricare camion?

R: Tutti sulla strada, ma poi, quando sono stato al Congresso a Mauthausen, ho conosciuto un compagno di prigionia attraverso il numero di matricola perché io l’avevo e me lo sono portato, lui l’aveva ormai smarrito ma ricordava il numero e diceva: “C’ero anch’io a Bolzano in quel periodo lì e son stato mandato anch’io a Sarentino”.

Però lui doveva fare l’aiuto del muratore da qualche parte e quindi non veniva nelle gallerie.

D: Ascolta un attimo; tu parlavi di macchine che scaricavate e avevi detto che avevate anche una macchina dalla Germania?

R: Un silo

D: Un silo, le altre invece, il maglio per esempio?

R: Venivano da Torino, da Bologna e da Milano

D: Ecco, come fai a sapere queste cose?

R: Sulle macchine c’erano delle etichette e poi mentre noi le mettevamo su un carro di ferro, la strada era sterrata, il carro aveva delle ruote che avranno avuto 20 centimetri di diametro quindi dovevamo trascinare questi carri in salita con dei fili di ferro e delle sbarre di legno perché come i buoi, a due a due spingevamo il carro fin sotto le gallerie.

Le guardie erano lì però appena giravano l’occhio noi svitavamo un bullone, un volantino o qualcosa che finiva giù dal burrone.

La strada era a mezza costa, c’era la roccia a monte e un precipizio a valle, quindi prima di metterla in funzione ci sarebbero stati dei problemi.

D: Sabotaggio?

R: Sabotaggio

D: E non hanno mai preso nessuno?

R: No

D: Ascolta, lì quando vi hanno portato in Val Sarentino, vi han portato su…

R: A piedi, dal campo di Bolzano a Sarentino, abbiamo attraversato la città per vie secondarie, per delle viette.

D: E siete arrivati in Val Sarentino a piedi?

R: Sì.

D: Ti ricordi qualche particolare del paesaggio, non so la presenza di un castello?

R: Sì, castello Ronco, appena all’imbocco della valle c’è il castello Ronco e anzi una domenica ci hanno fatto scaricare un rimorchio di cemento e abbiamo dovuto portarlo sul al castello per il sentiero nel bosco.

Al mio compagno che stava sul camion, gli ho detto di pulirlo bene prima perché alcuni sacchi si erano rotti e c’era cemento dappertutto e me l’ ha messo bene sulla schiena. Allora, tenendolo e con l’altra mano sotto e salendo tutto curvo, l’ ho portato intatto fin al castello.

D: Ma questo dalla Val Sarentino?

R: Sì, in Val Sarentino

D: Quindi vuol dire che il campo in Val Sarentino era vicino al Castello Ronco?

R: No, siamo andati più giù sulla strada dove c’era il camion e l’abbiamo portato sopra.

D: Ma vicino al campo cosa c’era? C’erano delle case?

R: No, non c’era niente, oltre il Talvera, dall’altra parte del Talvera c’era una batteria contraerea, tedesca, dove c’erano anche dei serventi italiani, che vestivano la mia divisa di tela grezza.

D: Ascolta, quindi di abitazioni non ce ne erano?

R: No, c’erano dei masi alti ma non abitazioni lì vicino. C’era una casa poco più avanti, una villetta poco sopra.

D: E quindi c’era questa galleria qui

R: No, erano 25 le gallerie sulla strada. Poi io sono tornato in Val Sarentino, sono stato una decina di anni fa, forse quindici anni fa e ho visto che hanno fatto delle variazioni della strada, hanno fatto delle opere, dei viadotti e nuove gallerie perché la strada era molto impervia in mezzo a questa zona e hanno eliminato forse delle vecchie gallerie e hanno fatto una rettifica del vecchio tracciato stradale.

D: Sei riuscito però a individuare più o meno il luogo del campo?

R: No, non mi sono fermato lungo la strada, sono arrivato al paese, anche perché c’è stato un episodio.

Noi lavoravamo in una galleria vicino alla piazzola, un magazzino stradale e lì c’era una baracca in legno dove facevano servizio dei giovani della territoriale, di presidio a tutto il materiale, ce n’era prima, c’ era dopo e c’era a metà.

Un giorno, un ragazzo di questi qui mentre noi prendevamo posto sulla piazzola dove poi ci veniva distribuito il nostro brodo dal campo, mi ha offerto con un piatto.

Mi ha detto se volevo mangiare della pastina che avevano sbagliato la quantità di sale, il nostro brodo era assolutamente senza sale e la cosa mi ha un po’ ingolosito e allora ho assaggiato ma ci aveva orinato dentro, non era sale in eccesso allora ho ringraziato e ho rifiutato senza imprecare.

Il giorno successivo, a mezzogiorno è arrivata una guardia della territoriale, un uomo che avrà avuto cinquant’anni, è venuto a cercarmi sotto la galleria e in quel momento lì c’era una guardia che era abbastanza brava, era un viennese, doveva essere un musicista, un violinista e quando c’era aria chiara diceva: ” Non lavorate, passeggiate”; appena sbucava qualcuno si metteva ad urlare. Allora questo qui è venuto lì, mi ha chiamato e dallo zaino ha tirato fuori 15 focaccette, noi eravamo in 15, quindi ci hanno contato, con dentro una pressata di uva e allora sono andato sulla piazzola e abbiamo fatto una per ciascuno.

D: Ho capito, ascolta, lì a lavorare per posizionare queste macchine, macchine utensili, lavoravate durante il giorno e basta?

R: Sì, sì avevamo dei paranchi, paranco è un cavalletto di metallo, è un aggeggio con due catene, una che solleva il peso e un’altra catena che fa da frizione, che gira dei denti e moltiplica lo sforzo.

Quindi giravamo quelle catenelle lì, veloce e il peso che era imbragato si alzava, lo mettevamo sul carro e poi lo portavamo sotto la galleria e lì l’operazione inversa, si metteva sul piano

D: Ecco, lavoravate, dicevi, nell’arco della giornata, di sera dentro nel campo?

R: Tornavamo in campo

D: L’appello?

R: Sì, sì sempre l’appello al mattino e alla sera, anzi l’appello lì, veniva fatto dentro la baracca, ognuno si posizionava davanti al proprio castello a tre piani e veniva un SS a contarci. Di notte succedeva che si apriva la porta con un calcio, accendevano la luce, perché toglievano la luce di notte e ci comandavano per qualche servizio, a volte pioveva a dirotto, un temporale, e così, fuori a caricare la legna, scaricare la legna.

Io ero vicino a Pisani Renzo che era un partigiano della Brigata Giustizia e Libertà ed era di Casteggio e questo qui mi svegliava, io dormivo sodo, non sentivo il calcio alla porta, non sentivo niente, mi svegliava ed eravamo all’ultimo piano, al terzo piano in cima allora ritiravamo i piedi e le coperte e il tedesco metteva la mano, sentiva vuoto, quelli sotto poverini erano sempre alle prese e noi l’abbiamo sempre scampata.

Ognuno cercava di salvarsi come poteva, tra l’altro aveva ricevuto un piccolo pacco, con dentro un pezzo di lardo, l’unica cosa che era rimasta era un pezzo di lardo.

Allora abbiamo scoperto che puntando i piedi sul soffitto che era fatto di pannelli di faesite, si alzava, e al centro della baracca c’era come una trave fatta di tavole, un cunicolo insomma e noi mettevamo lì il pacco, quando toglievano la luce, mi dava una spinta, io puntavo i piedi e con una lima di ferro ormai consumata avevamo fatto dei coltelli, lui tagliava questa fettina di lardo, me la passava e masticava e come sentivano la carta qualcuno diceva: “Mangiano, mangiano”.

D: Ascolti, lì lavoravate sette giorni su sette?

R: No, la domenica eravamo fermi.

D: E cosa facevate?

R: Niente, giravamo per il campo liberamente, non potevamo uscire di sera dalla baracca, anche se avevamo necessità fisiologiche, perché quando era la pipì, aprivano la porta e fuori, usavano la gavetta, sì, sì, per non sporcar la baracca.

D: Ascolta…

R: Perché poi, i servizi, c’era un ramo del Talvera e sopra questo ramo avevano fatto un ponte, coperto, in legno ma fatto bene e dove c’era un vuoto al centro e due panchine laterali e ci sedavamo lì e il bisogno era lì.

Una mattina mi sono sentito male, ho vomitato, dopo aver bevuto il caffè ho vomitato perché non ci davano più il pane ma ci davano delle gallette. Dei crackers integrali che mettevano acidità e bruciore di stomaco era una cosa normale, c’era sempre, i crampi allo stomaco, i bruciori c’erano sempre.

Quella mattina lì ho vomitato e allora c’era un prigioniero che fungeva da medico che mi ha detto, “Bene, stai a casa”. Per mia sfortuna quel giorno lì avevano marcato visita sei o sette prigionieri e allora è venuto il capo campo con il brigadiere e il medico a guardarci e loro hanno detto che era sabotaggio e allora ci hanno mandato a recuperare la giornata la domenica, un lavoro inutile perché mi hanno mandato con un camion su in alta montagna, un freddo della miseria, a caricare delle pietre che poi è andato a scaricare.

D: Scusa una cosa, eravate solo politici?

R: Sì solo politici.

D: Donne non ce ne erano?

R: No, a Bolzano sì, c’era una zona delle donne.

D: No, lì in Val Sarentino.

R: In Val Sarentino solo uomini e solo politici ed ebrei.

D: E la liberazione come te la ricordi?

R: La liberazione è venuta la notte tra il 28 e il 29 di aprile. C’è stata un’incursione area.

Hanno lanciato dei bengala, hanno illuminato la valle a giorno e poi i cacciabombardieri hanno mitragliato e spezzonato, l’indomani non siamo usciti per il lavoro.

C’era una strana atmosfera di quiete e ci chiedevamo cosa poteva essere, c’erano ancora le guardie sulle torrette ma le guardie trentine, i ragazzi di leva della zona di Trento e di Bolzano erano inquadrati nell’esercito tedesco però avevano una divisa tedesca con un colore con un panno leggermente azzurrato e sull’elmetto portavano lo scudo con i tre colori, bianco, rosso e verde.

Questi qui avevano disertato, non c’erano più e verso mezzogiorno è venuto un comandante che aveva una divisa marrone, ci ha fatto cenno di portarci vicino al cancello e ha detto che eravamo liberi di rientrare alle nostre case perché praticamente la guerra era finita, ci ringraziava per la collaborazione e ci ha esortato di passare dal campo di Bolzano a prendere il foglio di licenziamento. Potevamo prendere tutto quel che volevamo.

Allora io e Pisano abbiamo raccolto le coperte e con il pagliericcio abbiamo fatto uno zaino e poi ci siamo incamminati, siamo andati in quella villa dove una donna ci ha dato la polenta, ha fatto la polenta e c’erano dei tedeschi che stavano facendo il ragù.

Noi abbiamo mangiato la polenta a piombo ma non mi sono abbassato a chiedere un cucchiaio di ragù al tedesco.

D: E sei arrivato a Bolzano a piedi?

R: Siamo arrivati a Bolzano a piedi passando vicino al campo più a valle, era distrutto.

Il bombardamento c’era stato perché qualcuno aveva segnalato che quello lì non era un campo ma c’era il comando tedesco per la fabbrica delle armi leggere.

D: Ecco scusa, tutte le macchine che voi avete scaricato sono poi mai entrate in funzione?

R: Ma non credo proprio, no, no, non ha avuto tempo.

D: Ecco, e sei arrivato a Bolzano.

R: Siamo arrivati a Bolzano e siamo andati prima in duomo e il caso vuole che lì c’era il canonico Piola che era l’assistente del campo di concentramento.

Questo canonico veniva la domenica a Bolzano a celebrare la messa.

D: Dentro nel campo?

R: Dentro nel campo. Metteva un tavolo e lì celebrava la messa.

D: Ma all’interno o all’esterno?

R: Nel cortile, nel cortile.

D: Nella piazza dell’appello diciamo…

R: Sì, nella piazza dell’appello o nell’altro cortile perché il campo erano due capannoni e poi in centro c’era una baracca di legno dove inizialmente c’era la mensa dei tedeschi poi c’era la cambusa, poi c’era la doccia.

Qualche volta, quando avanzavano l’acqua, invitavano qualcuno a fare la doccia, io ci sono andato un paio di volte. Era una doccia collettiva, allora prima cosa alzavamo dei graticciati di legno e sotto trovavamo scaglie di sapone perché noi di sapone non ne avevamo e usavamo quelle scaglie di sapone per pulirci alla meglio insomma. Quando finiva l’acqua calda scappavamo fuori.

D: E lui veniva ogni domenica?

R: A celebrare la messa sì.

D: Dentro nel campo?

R: Dentro nel campo.

D: E potevano partecipare tutti i deportati?

R: Quelli che volevano e c’era un tenore ebreo, bravissimo, dicevano che aveva cantato anche alla Scala, che cantava l’Ave Maria di Gunot, non quella di Schubert, Gunot, e cantava molto bene, benissimo.

D: Ecco, allora siete andati in duomo.

R: Siam andati in duomo e il sacrestano ha chiamato questo sacerdote e noi lo abbiamo ringraziato perché a Pasqua ci aveva fatto avere un pacco a tutti i prigionieri, era un pacco così, c’era dentro poco, anche perché forse aveva raccolto tra la popolazione. Ma tutti avevano dei problemi d’alimentazione, d’approvvigionamento e quindi questa gente aveva messo quello che aveva potuto. E allora ci ha ritirato un momento e poi ci ha portato una galletta bianca, di farina bianca e una scatoletta di carne Simmenthal per ciascuno che noi abbiamo messo in serbo per il viaggio.

E poi, proseguendo nel nostro cammino, siamo arrivati a una cascina, lì, proprio dentro Bolzano, una zona un po’ agricola e abbiamo trovato un tizio che ci ha detto: “Se state qui vi do da mangiare stasera”. Nel cortile infatti, ci ha portato fuori un piatto, in piedi in mezzo al cortile con una braciola di maiale, senza pane né niente e poi lì vicino c’era un capannone dove c’era un magazzino e voleva che noi prendessimo delle scarpe.

Erano le scarpe dei militari italiani ma noi abbiamo rifiutato perché se i tedeschi ci trovavano con le scarpe nuove avrebbero detto che le avevamo rubate e magari ci avrebbero fucilato.

Però non siamo andati in campo quella sera lì, volevamo star fuori e saremmo andati l’indomani mattina, lui ci ha detto che se volevamo dormire potevamo dormire nella cascina, nel fienile e così abbiamo fatto, abbiamo dormito nel fienile.

Poi al mattino Pisani mi ha svegliato perché nel fienile c’erano i prigionieri che rientravano dalla Germania o quelli di Sarentino ma c’erano anche i fascisti che scappavano e già erano sorte delle discussioni, solo che i fascisti erano armati e allora lui m’ha svegliato e ha detto: “Luigi andiamo, andiamo perché qui si mette male” e siamo scesi e ci siamo avviati verso il campo.

Durante la strada abbiamo trovato Colomia che era uno di quelli addetti alla disciplina, quello che bastonava quando uscivamo dalla baracca.

Ci ha fermati subito: “Voi da dove venite?” “Noi veniamo dal Sarentino” e allora ci ha lasciati andare e lui scappava con una bici nuova di zecca e uno zaino sulla canna, era a piedi, ricolmo di roba che portava via dal campo.

D: Voi andavate in giro con la divisa?

R: Sì, sì.

D: E col numero?

R: Col numero, sì, sì; non avevamo altri abiti.

D: Siete arrivati nel campo…

R: Siamo arrivati nel campo e siamo entrati, lì davanti all’ufficio matricola, c’era un gruppo di prigionieri che aspettava di ritirare il foglio e allora noi ci siamo accodati.

E in quel mentre lì è arrivato il maresciallo Haage e ha chiesto agli altri: “Voi perché siete qui?” E loro hanno detto: “Noi siamo quelli che hanno scaricato la legna questa notte sotto il temporale”. Erano tutti bagnati, zuppi e a noi non ha detto niente, noi ci siamo infilati, ci siamo messi in fila, ci hanni dato questo foglio di via.

Il foglio era già prefirmato e datato, aveva la data del giorno prima, lo utilizzavano ugualmente.

Dovevamo dare le generalità e a me ha chiesto: “E la carta d’identità?” “L’ ho persa” gli ho detto io, l’avevo in tasca e poi ha scritto il mio nome, me l’ha sbagliato perché ha messo una zeta sola, lasciando lo spazio, forse l’ha fatto di proposito, allora gli ho fatto aggiungere a mano una zeta, “Io sono Bozzini, con lì due zeta”.

C’era lì una donna che non riusciva ad avere il foglio di licenziamento, era vestita di stracci, era una donna di mezza età, molto debilitata e io ho cercato di aiutarla e non riusciva a dire il suo nome, le sue generalità, piangendo così, non si capiva, forse era anche straniera, non lo so, purtroppo è entrata una guardia, perché ormai il camion era pronto per partire, è entrato una SS urlando di far presto e non abbiamo potuto far niente e l’abbiamo lasciata così.

D: Quindi vi hanno messo su un camion dopo?

R: Ci hanno messo su un camion da rimorchio, ci hanno portato fuori da Bolzano un dieci chilometri e ci hanno detto di non tornare a Bolzano ma di andar giù perché temevano una rappresaglia, se tornavamo ci facevano fuori.

D: E sei arrivato a casa quando?

R: Il 6 maggio. Ho fatto in tempo nella piazza del duomo di Milano a vedere la sfilata, era una domenica e sfilava il Comitato di Liberazione Nazionale, in testa.

Minarelli Atos

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io mi chiamo Minarelli Atos, nato il 19.2.1923 a Vigarano Mainardo in provincia di Ferrara.

Sono stato arrestato il 15 dicembre 1944 nelle Langhe in Piemonte come partigiano. Avevo una squadra a mia disposizione. Mi ero fermato in una cascina per prendere dell’acqua perché eravamo in ritirata, ci dovevamo ritirare sulle montagne. Mi sono accorto che la mia compagnia era andata avanti, io mi ero fermato in quella cascina per prendere dell’acqua.

Mi sono visto tutto in una volta circondato dagli arditi del Duce che avevano una testa da morto sul berretto. Io potevo difendermi, ma non ho potuto perché in quella famiglia c’erano quattro/cinque donne, cinque o sei bambini, si sono messi a piangere.

Io sapevo che se avessi reagito loro avrebbero distrutto la famiglia e allora mi sono dato prigioniero. Ho consegnato le armi, mi sono dato prigioniero. Dopo lì ne hanno feriti altri sette o otto in quel combattimento in quel momento.

Dopo tutti quei feriti li hanno caricati su un camion con due mucche, li hanno trasportati in un piccolo paese in provincia di Cuneo eravamo, non mi ricordo bene il paese come si chiamasse.

Quei piccoli feriti che si lamentavano su quel carro… Loro dicevano: Senti i tuoi amici come cantano bene”, mi prendevano anche in giro. Arrivati a quel paese c’era un certo Boni, un boxeur, Massimo e allora per dare spettacolo alla compagnia mi ha preso fuori e poi ha cominciato a darmi dei pugni nella faccia, dappertutto, mi ha spaccato tutta la faccia. La compagnia che rideva al mio spettacolo.

Poi dopo ci hanno messi in una piccola stanza, la sera ci hanno comandati alla morte, hanno fatto dei verbali, che ci avevano presi armati e condannati a morte. Eravamo andati in un paesino in provincia di Cuneo, dovevamo essere fucilati di mattino alle sette.

Lì ho trovato due o tre miei paesani anche. Ce n’era uno di Cento, un certo Fiorino del battaglione Mussolini che io volevo che facesse sapere qualcosa alla mia famiglia, invece lui aveva soddisfazione di uccidere un suo paesano con la sua pistola stessa.

Il maggiore non gli ha dato l’ordine, dice: “Dopo fai il palo per l’esecuzione, non puoi ucciderlo da solo”. Siamo stati due ore davanti ad una piccola chiesetta, picchiati, torturati. Infine è arrivato verso le undici, è arrivato un camion di tedeschi. Io credevo che fosse la fine. Me l’aspettavo la fine.

Invece ci hanno portato in un paese che si chiamava Canelli in provincia di Asti che era stato occupato da loro, prima eravamo lì noi. Lì la notte ci hanno ammanettati, caricati su un camion, ci hanno portato alle carceri Nuove di Torino.

Alle Nuove di Torino dopo cinque giorni, tutte le mattine una battutina ci davano, dopo cinque giorni una notte ci siamo cambiati i numeri, il mio numero era 777, dopo mezzanotte, si aveva paura, ci hanno messo lì soltanto per ostaggio, se c’erano dei morti venivamo fucilati. Pensavo fosse la fine.

Invece siamo andati nel salone, c’erano delle suore, ci hanno dato delle sardine, ci hanno caricato su due corriere e ci hanno portato a Bolzano.

Dalla mattina siamo arrivati a Bolzano verso le cinque di sera, era già buio. Arrivati a Bolzano…

D: Scusa, Atos, quando questo, ti ricordi quando?

R: Il 22 dicembre.

D: E ti hanno portato a Bolzano, vi hanno portato con degli autobus?

R: Sì. Con due autobus. Da una parte eravamo ammanettati, quelli che erano segnati in rosso, col triangolo rosso. Invece gli altri erano liberi, anzi si sono fermati, avevamo avuto un bombardamento, invece noi eravamo legati là, sono fuggiti, ma noi eravamo fermi là.

Dopo arrivato a Bolzano il 22 dicembre alla sera, ci hanno tagliato i capelli, ci hanno mandato nelle baracche. Prima di noi erano arrivati quelli di Bologna, che venivano dalle carceri di Bologna quel giorno.

Il giorno dopo ho trovato degli amici, c’era il mio capo Costa qui di Bologna, c’erano degli amici di Milano che conoscevo da qui perché eravamo un po’ parenti, erano del mio paese.

Dopo tre giorni ho fatto la mano ad andare fuori a lavorare perché c’era un Laimi di Ferrara. Io speravo di andare a lavorare nella Imi di Ferrara perché lì avevo degli amici. Invece mi hanno mandato a fare il manovale, a chiudere una caserma. Portavo su dei massi di pietra che chiudevano la finestra per fare una prigione. Era una caserma militare. Lì a Bolzano, sempre vicino Bolzano, andavamo a piedi alla mattina e tornavamo alla sera.

D: Ti hanno immatricolato a Bolzano?

R: Sì, 777 come eravamo là nelle carceri di Torino, portavo lo stesso numero. Ci hanno dato una tuta di tela, poi ci hanno mandato fuori a lavorare.

D: Ti ricordi il numero o la lettera del tuo blocco di Bolzano?

R: Non mi ricordo bene perché era dentro subito lì dietro, adesso il blocco non me lo ricordo più. Davanti nel cortile c’era il blocco E dove c’erano le donne. Noi eravamo dietro, la casermetta, il numero non me lo ricordo.

D: E lì a Bolzano hai fatto solo quel lavoro lì di manovale?

R: Solo quel lavoro lì.

D: E sei rimasto fino a quando a Bolzano?

R: Fino alla partenza per Mauthausen.

D: Cioè quando è avvenuta la partenza?

R: E’ arrivata l’8 gennaio, siamo arrivati l’11 gennaio a Mauthausen. Siamo partiti l’8 gennaio.

D: E hanno chiamato tutto il tuo gruppo?

R: No, io avevo chiesto di andar fuori a lavorare il mattino perché sapevo della partenza. Allora il mio capogruppo era Costa qua di Bologna, l’avvocato Costa. Ho fatto chiedere al capo campo se potevo andare fuori a lavorare, chissà che mi scansa la partenza, ho tentato di scansare la partenza.

Infatti, mi hanno mandato fuori a lavorare. Hanno detto alle due partono, erano già le cinque, ero già contento, alle cinque rientravo, sono già partiti, mi sono salvato la partenza.

Invece mancavano dieci minuti alle cinque, si è fermato un camion lì davanti dove lavoravo, hanno chiamato il mio numero. “Sali sul camion”. “Dove mi portate?” “Ti portiamo alla caserma lì al campo che ti prendiamo la tuta e poi ti portiamo in stazione”.

C’era un tedesco, gli ho chiesto dove mi portavano. “Qui vicino, qui in Austria a Mauthausen ti portiamo”. Io non sapevo cosa voleva dire Mauthausen in quel momento. “Ti portiamo qui vicino a Mauthausen”.

Mi hanno portato in caserma, mi hanno preso la tuta. Io avevo un paio di pantaloni e una maglietta. L’avevo messo su alla braga perché era piena di pidocchi, era nevicato, era sotto la neve. “Io sono nudo”. “Via, fuori nudo come sei”. Allora son corso a prendere i miei pantaloni di tela, le mie magliettine.

D: Allora, sono venuti a prenderti mentre tu eri a lavorare?

R: Ero a lavorare. Mi hanno caricato in fretta, ci hanno portato al campo, ci hanno preso la divisa e poi ci hanno caricato di nuovo e ci hanno portato in stazione. Non era ancora partita la tradotta, ne mancava ancora otto o dieci, ci sono venuti a prendere sul lavoro.

Verso le cinque e mezzo, le sei di sera siamo partiti. Quando sono salito sul treno i miei amici, i miei compagni mi hanno chiesto da dove venivo, cosa facevo. “Io ero un partigiano”. “Allora sei disposto a fuggire?” “Come fuggiamo?”

C’era una dottoressa di Milano, mentre ci ha salutati ci ha messo due scalpelli e martelli in segno dei milanesi. Avevamo uno scalpello e un martello; abbiamo tentato di aprire un buco lì vicino a dove si poteva aprire il vagone.

Abbiamo cominciato a lavorare. Prima di arrivare al Brennero dovevamo rompere il buco. Infatti, abbiamo fatto questo. Una parte cantava, una parte bucava, ma su con noi nel vagone c’erano due slavi.

Un bel momento siamo arrivati in una stazioncina, noi avevamo già fatto il buco, pronti come partiva ad aprire e fuggire prima che prendesse la corsa. Ma questi due slavi si sono affacciati al finestrino e hanno fatto la spia.

Io il tedesco lo capivo perché ero già stato sei mesi in Germania. Ho detto: “Ragazzi, hanno fatto la spia che abbiamo rotto il vagone”. Grandi colpi, i tedeschi urlavano di qua e di là. Sono entrati nel vagone. Io sapevo quello che facevano, mi sono buttato a terra subito, ci uccidono.

Invece un ragazzo di diciassette anni, a lui non importava niente, è andato lì, io non sono un partigiano, mandatemi indietro, mandatemi a casa. Gli hanno spaccato le ossa a forza di botte. Poi hanno voluto sapere chi stava bucando. Erano due ragazzi milanesi. Gli hanno dato tante botte col caricatore del mitra; gli hanno tutti scarnati i nervi delle braccia. “Adesso rompetele”. Ma non avevamo niente, un po’ di carta igienica, li abbiamo impaccati così e abbiamo continuato il nostro viaggio dal giorno 8 gennaio, siamo arrivati l’11 a Mauthausen. Al mattino, siamo arrivati l’11, senza mangiare, senza bere, senza niente.

Quando ci hanno fatto scendere dal vagone alla mattina presto ci hanno dato una pagnotta di pane che era tutta bagnata e due o tre sardine di sale. Ma io avevo ventuno anni e la fame c’era.

Ho spezzato la mia pagnotta sulla ferrovia perché era gelata e poi mi son messo a mangiare. Abbiamo continuato, in poco tempo l’ho mangiata. “Non mangiare, non mangiare, è tutta gelata, ti fa male. Quando saremo al campo.” La fame a ventuno anni è grande. Io mangiavo.

Poi quando abbiamo cominciato a salire il Danubio a me piaceva cantare. Lì c’era anche un vecchietto con una valigia che era il Senator… come si chiama, quello che ha fatto il libro “Si fa presto a dire fame”. Come si chiamava quel senatore lì?

D: Caleffi.

R: Caleffi, c’era il senator Caleffi, io non conoscevo questo vecchietto, aveva una valigia, gli ho dato un aiuto a portare la valigia, gli ho detto, “Cantiamo, ragazzi, cantiamo”. Lui l’ha messo anche su un libro che c’erano quegli alpini che cantavano.

Ma nessuno più ormai aveva voglia di cantare. Quando abbiamo cominciato la salita del Danubio tutti hanno smesso di cantare. Io ho portato la valigia del senator Caleffi per un pezzo fino a là.

Quando siamo arrivati dentro nel campo, ci hanno fatto fare un bel giro davanti a dove c’erano i bagni, ci hanno fatto buttare via le valigie, gli orologi, tutto quello che contenevano, tutto in terra.

Poi ci hanno messi tutti in fila per il bagno. Io ero in fondo. Tutti i miei amici: “Vai giù, vai giù”, perché pioveva. Io senza una maglietta, nudo così, mi facevano compassione gli altri. Il secondo scaglione sono fuggito giù anch’io.

Non l’avessi mai fatto perché quando sono stato là sotto, nessuno se n’era accorto. Ci hanno dato il rasoio dai capelli fino alle unghie dei piedi, tutti col rasoio così che faceva sangue. Tutti col rasoio dalla testa fino alle unghie dei piedi, tutti i peli.

Poi ci hanno dato una pennellata con della roba che bruciava e poi dopo sotto il bagno, acqua bella calda, bollente che si stava bene, poi acqua fredda e noi siamo saltati fuori, fuori, fuori.

Mentre si usciva ci davano due pezzi, un paio di mutande, una camicia, una magliettina, due pezzi, fuori, fuori, vestirsi in mezzo alla neve, fuori perché non c’era tempo da perdere. Siamo andati fuori, ci siamo vestiti un po’ lungo la scala, un po’ mentre uscivamo, un po’ fuori.

Poi abbiamo aspettato che facessero il bagno tutti gli altri, poi siamo andati nelle baracche, là fuori in mezzo alla neve, non so quanti gradi ci fossero, 12, 13, 14, 15 gradi sotto zero. Nevicava, c’era la neve in terra e poi ci hanno portato nelle baracche della quarantena.

Qui abbiamo fatto quaranta giorni di quarantena. Tutte le mattine si andava fuori a lavorare, prendevano cinque, sei, sette di qua e di là, li mandavano fuori a lavorare. Dopo tre giorni sono andato fuori a lavorare, a spalare la neve, no, a portare via dei sassi che portavano, alcuni dalla cava li portavano lì vicino, dietro noi c’era un muro con due baracche, non entrava nessuno, entravano soltanto i tedeschi, l’ufficiale tedesco, SS.

Non si sapeva cosa c’era perché lì delle mattine sono andati a portar via dei morti tutti massacrati, li portavamo davanti al forno crematorio. Ci sono andato per una mattina o due anche.

Quelle mattine lì mi portavano fuori a lavorare con quei sassi lì. Arriva uno. Io avevo un paio di mutande senza cintura, senza niente, mi cadevano sempre giù, ogni sasso mi cadevano sempre giù le mutande. Una botta, una legnata sul sedere. Arriva uno, “Dammi uno”. “Prendi questo maccherone italiano”. Ha preso questo maccherone italiano che ero io. Eravamo chiamati maccheroni noi.

“Vieni con me”. Con una carrettina a due ruote. Siamo partiti. Con una mano portavo la carretta, con l’altra mi tenevo su le mutande. Quando siamo arrivati lì, siamo andati a prendere gli abiti che erano arrivati dei borghesi, perché gli abiti dei borghesi dovevano andare in disinfezione. Siamo andati lì e quello che mi portava era uno spagnolo.

Ha cominciato a parlarmi, a chiedermi da dove venivo. Io gli ho detto che ero italiano; si capiva abbastanza bene lo spagnolo. C’era una cintura, l’ho presa subito. Lui aveva già fatto per darmi le botte. Ho detto: “Guarda, mi cadono i pantaloni”, le mutande allora mi ha lasciato prendere la cintura.

Tutti questi abiti, in quel momento c’era un carico, c’erano degli ebrei, c’erano dei bambini, delle donne e degli uomini, perché eravamo in gennaio, ad Auschwitz non potevano più entrare perché Auschwitz era già stata invasa.

Li hanno fermati lì, poi li hanno divisi, i bambini da una parte. Era una cosa che spezzava il cuore, vedere questi bambini, prenderli dalle madri, le madri che urlavano, i bambini che urlavano e loro gridavano: “Giudei, giudei”, delle botte.

Li hanno portati via. Io poi ho portato via quegli abiti, li ho portati fuori dal campo, Io ero nudo con un freddo.

Poi il giorno dopo si è fotografato il giorno prima, siamo stati fuori tutta la giornata che ci fotografavano uno per uno. Io non so il motivo, uno per uno, ci fotografavano uno per uno. Siamo stati fuori dalla mattina fino alla sera. Alle cinque, siamo rientrati alle cinque, con un freddo, ci ammucchiavamo, ci facevamo i massaggi, qualcuno sveniva in terra. Tutto il giorno così.

D: Quando ti hanno immatricolato lì a Mauthausen?

R: Quasi subito, due giorni dopo.

D: Il tuo numero te lo ricordi?

R: Sì: 115.616.

D: E lì a Mauthausen fino a quando sei rimasto?

R: Per una ventina di giorni, venti, ventidue giorni. Qualcosa così, poi siamo andati a Gusen.

D: Quale Gusen?

R: Uno.

D: E da Mauthausen a Gusen con cosa vi hanno portato?

R: A piedi.

D: A Gusen ti ricordi il blocco dove ti hanno messo?

R: Sì.

D: Che blocco era?

R: Il blocco 40, adesso ho un poco dimenticato. Aspetta che mi ricordo…

D: Se te lo ricordi dopo. A Gusen 1 cosa facevi?

R: La Styr.

D: Lavoravi?

R:Alla Styr.

D: Ed era esterna al campo?

R: Sì, esterna, ma si andava a piedi. C’erano circa duecento metri, neanche.

D: E tu cosa facevi?

R: Facevo il tornitore e il fresatore.

D: La Styr costruiva per l’industria bellica?

R: Sì, mitragliatrici e fucili.

D: E tu eri addetto alla costruzione di armi?

R: Sì, la costruzione delle armi.

D: Ci spieghi una giornata di lavoro?

R: Sì. C’erano due turni, dalle sette di mattina alle sette di sera. O dalle sette di sera alle sette di mattina. Noi facevamo i turni. Alle sette di mattina noi uscivamo dal campo per andare al lavoro, gli altri venivano fuori dalla fabbrica e rientravano. Ci davamo il cambio lungo la strada. Si cominciava il lavoro. Mezzogiorno un mestolo di zuppa. Mezz’oretta, un mestolo di zuppa, bisognava partire di nuovo. Alle sette di sera si rientrava.

Lo stesso ci si dava il cambio lungo la scalinata, usciva il turno, noi scendevamo. Sempre così.

D: Ma le officine erano dentro in capannoni?

R: Tutte baracche di legno. C’erano tre, quattro file di macchine. Tre, quattro file di macchine ogni baracca e lavoravamo in settanta, ottanta, cento dentro ogni baracca.

D: Una volta che i pezzi erano finiti… Scusa un attimo. Stavi dicendo?

D: Ah, certo. Quando eravamo in quarantena quelle due baracche che erano dietro noi una notte s’è cominciato a sentire sparare di qua. Allora il Kapò che era spagnolo ha detto: “Guai chi si muove. Guai chi si muove”. Al mattino abbiamo preso, abbiamo portato fuori. Prender su tutti quei morti che avevo visto il gesto che avevano fatto, hanno buttato e che c’era la corrente. Hanno preso i pagliericci li hanno buttati sui fili per poi fuggire. Era una carneficina perché il sangue correva, ne hanno uccisi un mucchio. Poi dicevano che li avevano presi tutti.

Là nel cortile li prendevamo e li portavamo nel forno crematorio, non dentro il forno crematorio. Lì davanti c’era una scaletta, li mettevamo lì davanti, loro li prendevano dietro. Li portavamo lì davanti, tutti insanguinati. Ho visto cosa c’è in quelle baracche. Davano da mangiare come davano da mangiare ai maiali. Gli vuotavano la zuppa lì dentro, loro dovevano mangiare con la bocca così. Ho visto tutto.

Dopo otto, dieci giorni ci siamo vestiti e ci hanno portato a Gusen a piedi. Siamo arrivati a Gusen. Lì al mattino ci hanno dato tre numeri, uno al braccio e due ai pantaloni. Prima ne avevamo soltanto uno al braccio. Invece lì ci hanno dato i tre numeri, uno al pantalone, uno alla giacca e uno al braccio.

D: Ma sempre il tuo numero di Mauthausen?

R: Sempre il numero di Mauthausen 115.616. Ci hanno dato i tre numeri. Lì abbiamo cominciato il lavoro. Io sono stato fortunato, sono andato alla Styr. Una grande paura perché io non avevo visto mai una fabbrica, ero un contadino che lavorava in campagna.

Quando sono arrivato là solo con il rumore io stavo impazzendo. Fortunato che ho trovato un russo che mi ha voluto bene subito, mi ha insegnato il trucco perché se rompeva più frese al giorno, era sabotaggio, mi facevano male. Al mattino lui ha rubato tre frese al campo, ha aperto gli sgabuzzini, poi ha messo sotto il pattume e diceva, quando ne rompo una ne metto su un’altra.

Allora ho preso la mano, andavo bene. Poi lui ha preso la mano e andava abbastanza bene. Quel russo è stato la mia fortuna. Quel ragazzo russo. Lì incominciavamo il lavoro dalle sette del mattino alle sette di sera, c’era il turno, un mestolo di zuppa a mezzogiorno e così.

D: Atos, quando le parti che voi facevate erano finite, chi le portava via? Con cosa venivano portate via?

R: Le portavano fuori, lì c’erano i prigionieri che erano addetti al trasporto. Lì fuori c’è anche il mio amico di Bologna, avvocato Costa. La sera quando faceva buio veniva in baracca, veniva là un po’ a scaldarsi. Se lo vedeva il Kapò erano botte. Alle volte doveva fuggire di corsa perché se arrivava il Kapò lo picchiava. Lui era al trasporto fuori alla pioggia o al vento. Invece noi eravamo coperti almeno.

D: Se tu ricordi Atos, lì a Gusen 1 hai visto dei treni, c’erano dei treni?

R: C’erano i trenini che andavano su alla cava delle pietre e che andavano sotto le gallerie. Quando suonava l’allarme, ci facevano andare tutti dentro una galleria di corsa a piedi. Noi ci andavamo volentieri, perché quando era andata via la neve c’era un prato con l’erbetta. Quello era il nostro mangiare. Tutti correvano volentieri. Ero sempre là davanti perché lavoravo alla quarta baracca, andavo a Styr, c’erano trenta baracche, ero alla quarta, sono stato fortunato, quando suonava l’allarme, fuggivo e potevo mangiare un po’ più d’erba degli altri, ero tra i primi.

D: E quando tu sei rimasto a Gusen 1 hai sempre lavorato lì alla Styr?

R: Sempre lavorato alla Styr.

D: Fino a quando?

R: Fino al giorno della liberazione, al 5 alla sera. Il 5 maggio alle cinque alla sera.

D: Il tuo lavoro esattamente com’era? Cos’era?

R: Il tornitore percussori delle mitragliatrici oppure il mio lavoro è sempre quell’incastro … espulsore della cartuccia. E’ sempre stato quello. Lavoravo su due macchine.

D: E dovevate fare un certo quantitativo?

R: 700 pezzi al giorno. Si facevano sempre continuamente, non si poteva perdere tempo a parlare, discutere. Uno doveva andare sempre avanti a continuare il suo lavoro.

D: C’erano anche dei civili lì nella fabbrica?

R: Civili, c’erano più che altro, io vedevo solo partigiani. Non so se ci fossero dei civili. Il mio capoblocco era un tedesco, triangolo verde, un criminale tedesco, capoblocco.

D: No, dico in fabbrica a lavorare?

R: Lì non si può tanto parlare. Non si poteva parlare in più di tre. Se si parlava, al massimo con quello con cui lavoravi lì perché non si poteva uscire o fermarti nel gruppo a parlare. Anche quando ci si fermava la mezzora per mangiare, tu dovevi mangiare, parlare al massimo col tuo vicino, non si poteva parlare in più di tre.

Era difficile, perché anche al mattino prima di andare al lavoro c’erano due ore dalle cinque, un po’ fuori fino alle sette. Lì stavi in fila un’ora, un’ora e mezza sotto la pioggia. Per andare a lavorare, ci dovevamo mettere in coda, come quando rientravamo che anche i morti dovevano sfilare. Quelli che morivano, li facevi sfilare per la conta, non doveva mancare nessuno. Lì venivano contati tutti. Lì ho avuto tre episodi a Gusen.

Mi sono salvato dalla morte tre volte, il destino è così. Mi sono salvato quando mi hanno condannato gli artefici del Duce alla fucilazione là a Ponti in provincia di Cuneo che sono arrivati i tedeschi, mi hanno portato allo stadio e poi al carcere di Torino. Quella è stata la prima salvezza.

La seconda un giorno, non so se fosse una festa internazionale, dovevano uccidere due per baracca. Quel russo che lavorava con me, lui sapeva tutto quello che doveva succedere nel campo. Io non so chi fosse, lui sapeva sempre tutto.

Dice: “Stai attento quando rientri questa sera, ne devono uccidere due per baracca”. Allora io prima di entrare faccio un giretto. Infatti c’era una baracca alla 35 che era un criminale, era là che uccideva a furia di botte. Io stavo a guardare, dovevo pur rientrare. Se vedono che manco e mi cercano, vado alla finestra, dormivo davanti alla finestra.

Eravamo un gruppo di italiani, eravamo quattordici, quindici italiani. Allora busso nel vetro. “Cosa fai lì fuori? Vieni dentro, non succede niente”. Vado dentro, come rientro c’è il Kapò, mi preleva.

C’era un ragazzo di Asti, ha trovato la scusa che mancava un po’ di rosso dal triangolo rosso. Era una scusa perché avevamo il boccettino, potevamo darlo. Quel ragazzo di Asti viene a prendere le mie difese, “Vai via, vai via che devono ucciderne due, che non ti prendano. Ne devono uccidere due oggi ogni baracca”.

Invece ne hanno preso un altro, un russo e mi hanno portato via. Fuori dalla baracca un russo tutto infangato. Il destino lo manda dietro di me, prende il russo. Mi porta nella baracca dove andavamo a fare il bagno la mattina, dove c’erano i gabinetti.

Li ha legati con una corda dietro le mani, poi ha tirato su le travi, tirati così vivi, lasciati morire così. Si muore lentamente. Alla notte quando sono andato in bagno erano attaccati e guardavo che doveva essere la mia fine, quella doveva essere la mia fine. Anche quella volta lì m’è andata bene.

Il 22 aprile quello russo mi dice: “Stai attento, è arrivato il comandante nuovo. Quegli scheletri che sono in infermeria non vuole lasciarli agli invasori, agli americani”. Allora dico: “La camera d’aria l’abbiamo, si dà una gonfiatina, prendo una pompa si dà una gonfiatina, diventiamo belli grossi”. Si scherzava.

Alla sera quando sono rientrato avevamo cinque, sei, sette amici in infermeria. “Dai che andiamo a vederli”. Le due infermerie erano due baracche, si era formata una sola, tutti cadaveri. Sono andato a vedere tutti questi cadaveri, ma una cosa incredibile, non si può descrivere. Tutti questi scheletri, uno che morsicava l’altro, che era diventato pazzo. Una cosa… Io sono venuto via subito.

Alla notte verso le undici sono uscito a prendere un po’ d’aria. Quando stavo per rientrare davanti all’infermeria c’era tutti i tedeschi con gli elmetti e le maschere a gas davanti alle finestre chiuse, hanno dato il gas a tutti.

La mattina quando sono uscito sono andato a vedere, hanno dato il gas a quattrocento, quattrocentocinquanta, non so, una baracca, nella baracca stessa hanno dato il gas. A più di quattrocento, quattrocentocinquanta hanno dato il gas nella baracca.

Dopo quei giorni i forni crematori, perché a Gusen c’erano due forni crematori, andavano giù la notte per bruciarli; dovevano eliminarli.

Il 27 aprile io monto al mattino, quello che ha montato alla notte si conosce che la morte è il suo lavoro, tutti pezzi sbagliati. Dico col Kapò ci sono tutti i pezzi sbagliati. Meglio, dice, che tu sei un italiano, tu vai al Krematorium.

Quello era un polacco, per lui era una soddisfazione mandare al Krematorium un italiano. Allora non li poteva vedere nessuno gli italiani. Si sfregava le mani, questa volta vai proprio al Krematorium.

Il giorno dopo c’era una SS che quando facevamo l’appello a mezzanotte anche c’era quella SS lì, un ragazzo grande, lui non parlava mai. Una notte s’è rotta la cinghia… è quasi mezzanotte, c’è l’appello, vai, vai, il Kapò, quando diceva vai doveva andare.

Quella notte lì veniva un’acqua, una pioggia, lo fai per baracca. Quando arriva fuori nel cortile, la mia baracca è la quarta, lì c’è già la SS che mi aspetta. Via di corsa.

C’era un Kapò che era un polacco, un uomo che era centoventi chili che ammazzava la gente come niente, ammazzava anche i suoi paesani, non importava niente. Anzi un giorno c’erano due che dicevano: “Quando andiamo a casa te la facciamo pagare”. Li ha uccisi tutti due a colpi di zoccoli, due polacchi suoi amici. Era un criminale.

Quando arriva dentro questo criminale mi salta addosso, botte. Il tedesco dice, “Gut, basta”. Mi ha salvato il tedesco, mi ha salvato dalle botte. Quella notte lì è andata così.

Il 27 aprile come già detto viene questo sabotaggio. La mattina dopo il 27 aprile arriva questo tedesco alle cinque di sera, il Kapò dice: “Guarda”, mi picchia in una spalla, mi dice “Vai, vai che c’è il tedesco che ti aspetta”. C’era quel ragazzo con gli stivaloni sulla porticina che mi aspettava.

Mi porta davanti a quel comandante nuovo che era arrivato sei giorni prima. La paura che io avevo. Quando sono entrato comincio a parlare un po’ in tedesco, un po’ in italiano. “Mi parli italiano che io so bene l’italiano”. Era un italiano di Bolzano, dell’Alto Adige, uno dei nostri italiani.

Ho pensato, per quello forse mi ha salvato quella sera, perché ero italiano anch’io. “Parla con l’italiano”. “Guarda, quando sono rientrato stamattina tutti i pezzi erano sbagliati. Si conosce che quello che lavorava con me è morto, bisogna che sia morto, perché sbagliare tutti i pezzi, ha lasciato un mucchio, c’erano ancora tre pezzi da rifare, bisogna che sia morto. Il Kapò mi ha detto di lasciarmi andare così mi manda al forno crematorio se ci sono i pezzi sbagliati, prendo la colpa io, invece io non ho nessuna colpa, anzi ho lavorato tutto il giorno per disfare il mucchio, anche per fare tutti i pezzi ho lavorato”.

Lo dice al comandante, il comandante dice: “Vai a vedere se è la verità”. Tutti i morti, non scappava un morto, venivano registrati tutti i morti, registrati uno per uno, lì non scappava niente. Se mancava uno si stava fuori finché non veniva ritrovato.

Infatti, è andato a vedere, dice, “Sì, kaputt”. Mi ha detto: “Puoi andare”. Siamo usciti. Mi ha messo la mano sulla spalla. “Di dove sei?” “Di Ferrara”. “Ferrara è stata occupata, liberata dagli americani”. Dico: “Almeno la mia famiglia si fosse salvat!”. “No”, dice, “non c’è stata nessuna resistenza, tutto è andato bene”. Dico: “Lei lo sa che è tanto tempo che lotto per vivere? Ringrazio per quella sera che mi ha salvato dalle botte”. “Lascia stare. Mi raccomando, tra pochi giorni vedrai che ce la fai e andiamo a casa”.

Il 27 aprile ho saputo che Ferrara era già libera, che l’Italia era già stata liberata.

L’Italia è libera, l’Italia è libera, allegria con tutti i miei amici che lavoravano là dentro. Siamo stati liberati il 5 maggio alle cinque di sera. Quelle notti quando uscivo di notte per andare in bagno mi fermavo a guardare quel forno crematorio che buttava fuori quelle lingue di fuoco, un po’ si sentivano delle cannonate, un po’ speravo che arrivassero presto. Sono arrivati il 5 prima delle cinque di sera.

D: E dov’eri tu?

R: A Gusen. No, ero in riposo, non ero a lavorare. Eravamo lì che si doveva fare l’appello che si doveva andare a lavorare. Gli altri stavano lavorando, lavoravano, ma non c’erano più le SS, erano due giorni che erano fuggite. C’erano soltanto quei vecchietti della Wermacht e i Kapò che comandavano.

D: E cos’è successo alla liberazione?

R: Alla liberazione, quando ci hanno detto “Ci sono gli Americani, ci sono gli Americani”, alè, specialmente sono partiti i russi, io mi sono nascosto perché non mi prendessero per sbaglio, mi sono salvato fino adesso, mi sono ritirato nella mia baracca a guardare.

I russi e quegli altri sono corsi al forno crematorio, tutti quei Kapò che hanno trovato li hanno fatti fuori. Dopo un’oretta sono uscito, c’erano morti dappertutto, tutti i Kapò, specialmente i russi, addosso, li hanno massacrati tutti, tutti i Kapò sono stati massacrati. Sono stati massacrati tutti.

Dopo lì con delle carrette li hanno presi tutti, in un’oretta e li hanno portati fuori. Hanno chiuso la porta, non sono potuti rientrare subito gli americani finché non hanno ucciso tutti i Kapò, dopo hanno aperto la porta, sono entrati gli americani a girare. Anzi dopo che è entrato un italo-americano, abbiamo dato l’assalto alla cucina, l’assalto alle patate, chi bolliva di qua, chi cucinava qualcosa di là.

Chi ha mangiato molto è morto il giorno dopo. Ne sono morti un mucchio. Io il giorno dopo sono andato al forno crematori, ce n’era un mucchio, oltre quattrocento, perché c’erano dei miei amici di san Giovanni Persiceto che cercavano i fratelli, perché c’erano delle famiglie intere.

Poi sono andati a vedere questi cadaveri per trovare i loro fratelli, non li hanno trovati. Sono stati bruciati, io sapevo che nell’infermeria erano già stati bruciati.

C’era uno che cercava il fratello, un ragazzo di 18 anni, io pensavo che fossero stati entrambi bruciati quella notte che hanno dato il gas, invece uno s’è salvato dopo che è venuto a casa, non era neanche più normale.

Invece quel ragazzo di 18 anni è morto dopo là. Dopo fuori dal campo hanno fatto un’infermeria gli americani, un capannone per prendere i malati. Dopo che seguivano noi c’erano due dottori, un dottore che non so come si chiama, un dottore di Modena anziano che veniva nelle baracche, perché noi italiani eravamo tutti assieme, eravamo andati insieme ai russi.

Lì i malati venivano a prenderli, venivano nelle baracche quelli che avevano bisogno di essere curati, gli urgenti. Dopo trovai un italo-americano la mattina dopo, voleva vedere tutto il campo. Gli ho fatto vedere il forno crematorio, la ghigliottina dove li attaccavano, dove li mettevano col laccio al collo, ha preso giù le fotografie.

“Venite a trovarmi, sono a Gusen paese, più avanti. Vieni a trovarmi al mattino che ti do tutto quello che vuoi da mangiare”. Io avevo dei buchi così dappertutto, nella schiena, buchi nelle gambe perché dormivo sulle assi, nelle gambe delle piaghe così, dei buchi avevo dappertutto. Sono andato a pesarmi, ero 37 chili vestito, con i vestiti, con due zoccoli, con gli scarponi, tutto. Il mio peso era 35 chili al massimo. Quando mi hanno arrestato ero 102 chili.

Il mattino dopo sono partito, sono andato a trovare quell’italo-americano. Quando sono arrivato era lì che consumava il rancio. Allora mi sono nascosto. Fette di pane, i pezzi di carne in una botte. Come ho visto che non c’era più nessuno, sono andato nella botte per cominciare a mangiare. Mi sono visto circondato.

Allora ho cominciato a dire il nome di quel sergente italiano. Sono andati a chiamarlo. “Cosa fai? Non vedi che sono rifiuti?” “Rifiuti questi! Non mangio da sei mesi, non vedo un pezzo di pane, solo rape bollite”.

“Adesso vieni con me, ti porto fuori io”. Mi porta fuori dove facevano il mangiare loro. Due gavettoni, mi porta fuori della carne, ma per me era porcheria, era salata. Erano sei mesi che mangiavo queste rape. Per me era carne salata che restavo a bocca aperta. Dicevo, “Ma cosa mangiano, così salato?” Invece era normale, era normale, ero io che mi ero abituato a mangiare solo delle rape. Per me un po’ di salato mi sembrava una cosa salata.

Allora mi ha dato del pane, dei salami. Mi ha caricato. Sono andato dentro con cinque chili di zuppa, con lo zainetto di pane, di salame, di tutto. “Vienimi a trovare che ti do tutto quello che vuoi”.

Poi mi ha presentato il suo generale che mi ha dato anche un pacchetto di sigari. Poi ha raccontato tutto quello che aveva visto nel campo al suo colonnello, il colonnello non era ancora venuto a vedere.

Così dopo sono rientrato. Dopo ho messo su il burro, ho messo su un fornellino con un tegamino. Di notte mi svegliavo, mettevo del pane a friggere, la margarina, lo mangiavamo. I due o tre amici uno di Parma che gli ho salvato la vita, era in infermeria. Non era più capace di alzarsi. Se tu lo prendi su tutte le sere e poi lo fai camminare, è tornato a casa. E’ morto per un brutto male a Parma.

Due o tre di Milano, più anziani di me che erano dell’età di mio padre. Lì c’erano tutti quelli di Milano. C’era il professor… quello dei succhi, delle doghe di Milano… Carpi, c’era Carpi, c’erano due avvocati di Milano, c’era un certo Rossi, c’erano tutti quelli lì.

C’era Pedrazzoni che ha fondato il Comitato di Liberazione lì, tutti quei tesserini che abbiamo li hanno firmati loro, avevamo un tesserino noi.

D: Atos, scusa, a proposito di tesserino, al triangolo. Tu dicevi che avevi il triangolo rosso. Avevate dell’inchiostro?

R: Sì, se per caso andava via, nel triangolino rosso in mezzo salta via il triangolo, noi avevamo un pennellino dove c’era il barbiere, perché ogni otto giorni ci davano il rasoio sulla testa, una riga sulla testa, erano obbligati a darla.

Lì c’erano degli spagnoli, c’era quel ragazzo di diciassette anni, … qualche mestolo di zuppa in più, gli spagnoli perché facevano quel lavoro, anche quel ragazzo che gli dava una mano, qualche mestolo di zuppa in più gli davano.

Avevamo un vasettino di rosso se a uno saltava via lo smalto, si doveva dare subito lo smalto che saltava via. Lì saltava via lo smalto soltanto in un angolino. Era stata una scusa quella. Questa è una scusa perché doveva uccidere due per baracca.

D: E tu a Gusen uno dopo la liberazione fino a quando sei rimasto?

R: Siamo rimasti un quattordici, quindici, venti giorni. Poi dopo ci hanno portato a Mauthausen perché lì sono venuti i borghesi. Anzi, noi abbiamo fatto una rivolta. Non volevamo andare a Mauthausen. “Portateci al confine d’Italia e poi portateci a casa. Portateci a Bolzano, quando siamo sui camion portateci a Bolzano.”

Invece no, abbiamo fatto una rivolta perché non volevamo andare. Sono venuti gli americani con l’elmetto in tasca, un maggiore italo-americano che era un maggiore medico, ha fatto un grande discorso. C’era l’avvocato Costa. Dice: “Noi vogliamo andare in Italia perché noi siamo quei partigiani. Dicevate partigiani sabotate le ferrovie, fate sabotare qui, fate sabotare là, c’è andata male, siamo qui per quello”.

“Ma cosa volete voi Italiani? Vent’anni fa avevate bisogno degli americani per liberarvi, adesso dopo vent’anni… Fra vent’anni avrete ancora bisogno degli americani. Fuori”. Ci hanno caricato sui camion, ci hanno mandato a Mauthausen.

Dopo circa un mese che eravamo a Mauthausen il 2 luglio siamo venuti in Italia. Io sono venuto a casa il 2-3 luglio. Il 2 luglio sono arrivato a casa.

D: Ma come sei arrivato? Come hai lasciato Mauthausen?

R: Ci hanno portato col camion e caricati, ci hanno portati alla stazione. Alla stazione ci hanno caricato su un treno, quando è arrivato ad Innsbruck s’è fermato. Poi siamo partiti e siamo andati a Bolzano. Da Bolzano poi c’erano i camion che portavano alle città. C’erano i camion di ogni paese, si saltava su, ci caricavano, ci portavano a casa.

D: E sei arrivato a casa a luglio quindi?

R: In luglio.

D: A Ferrara?

R: A Ferrara, il 2 luglio.

D: Ascolta, durante il tuo periodo di deportazione a Bolzano, a Mauthausen e a Gusen 1 hai visto per caso se c’erano anche dei religiosi?

R: Eh, con me c’era il prete, don Narciso. Ce n’erano due. Don Narciso, quello di Milano, poi ce n’era un altro, non mi ricordo più come si chiamasse. Con don Narciso, eravamo sempre insieme. Anzi, una sera lì a Mauthausen, quando sono andato a Mauthausen il primo giorno ci hanno dato un pezzo di pane e della zuppa a volontà con delle patatine con semolino, non erano proprio rape, semolino.

Io che ero già stato militare in Germania sapevo che quello era un rancio per i militari. Allora dico con l’avvocato Costa e gli altri ragazzi, se ci danno questa roba siamo dei signori, gli ho detto.

Infatti l’avvocato mi dice sempre, avevi ragione. Non abbiamo più mangiato di quel semolino e patate. Si mangiava senza cucchiaio e ci hanno dato un bel pezzo di pane.

Io sono andato a Gusen 1, don Narciso è andato a Gusen 2. Mi sono informato, lui portava gli occhiali. Siccome sapeva il tedesco, si procurava qualche giornale. I Kapò l’hanno visto con un giornale in mano, gli hanno dato tante botte, via gli occhiali, non ci vedeva più. Il mio amico che era lì, partigiano con me, lui l’ha visto, l’ho visto morire, è morto a Gusen 2, è morto.

Tibaldi Italo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

La testimonianza è stata realizzata con il contributo delle Amministrazioni Comunali di Cassago Brianza, Cremella, Monticello Brianza e Sirtori.

Mi chiamo Italo Tibaldi, sono nato il 16 maggio 1927 a Pinerolo in provincia di Torino. Mio padre era ufficiale di Cavalleria alla scuola di Cavalleria di Pinerolo; dopo il disgregamento dell’esercito mio padre si unì alle formazioni della Resistenza sopra la Val Maira nel cuneese. Io sono diventato automaticamente staffetta, andavo su Torino per riferire le attività della Seconda Divisione Alpina Giustizia e Libertà della Valle Maira.

L’impatto che mi ha portato all’arresto e alla deportazione è avvenuto il 9 gennaio 1944 quando scendendo a Torino per riferire a quelli che avevano la gestione anche economica della struttura sono stato fermato su una delazione, di cui sarò poi informato al rientro, pertanto, il mio arresto è stato molto semplice perché a sorpresa la cosa diventa molto semplice.

Devo dire che il fatto che il mio arresto abbia comportato delle conseguenze successive molto pesanti non era assolutamente nei miei ragionamenti; non pensavo assolutamente a quello che poteva avvenire, sapevo che scendendo dalla montagna, avendo questo tipo di discorso potevo essere richiesto e potevo essere approfondito per i compiti che venivano svolti in montagna.

Sono stato trasferito poi all’ufficio della SD dove c’era il capitano Smith che interrogava, era un dipendente delle SS e dopo il suo interrogatorio il giorno 10 sono stato trasferito al carcere Le Nuove di Torino.

D: Italo, scusa, chi ti ha arrestato, erano italiani o germanici?

R: Erano italiani ma in borghese e altra gente in borghese probabilmente germanici.

D: Tu eri armato?

R: Ero armato, avevo una gioiellino che consentiva lo sparo semplice e anche la raffica. Purtroppo non ho mai più trovato una macchinetta del genere, sarebbe stato un simpatico ricordo.

D: Quando dici che sei stato interrogato da Smith, è successo in un posto ben preciso?

R: All’Albergo Nazionale in via Roma a Torino dove ci sono le due fontane, al primo piano. Vi era già un bel gruppo quando sono arrivato, vi erano personaggi di tutte le categorie; questo ha comportato il fatto che per me fosse una grossa novità vedere gente in borghese, mi sembrava che arrivando da una zona di ribelli dovessimo essere tutti pronti, invece, persone molto a modo, così mi sembrava, erano state prese nelle aziende, nelle fabbriche, infatti vedrò poi anche nella deportazione che vi è un mondo sociale molto eterogeneo e tutte le categorie rappresentante.

Il trasferimento dopo l’interrogatorio che avviene alle nove e mezza di sera e che mi lascia abbastanza grondante di sangue perché cazzottamenti vari, mi comporta il trasferimento alle carceri Nuove, verso le nove e mezza, via la cinghia dei pantaloni, la cravatta, le stringhe delle scarpe e vengo inserito al n. 60 del secondo braccio.

Quando entro trovo già altre persone che mi accolgono anche con diffidenza perché così sistemato posso aver fatto pensare che fossi stato buttato dentro come un infiltrato. Quindi, ho vissuto lì tre o quattro giorni, perché sono partito il 13 mattina, in una situazione che era per loro e per me di disagio. Saprò poi che erano due appartenenti al partito comunista, Montrucchio e Porcellana, avevano messo della dinamite sul tratto che viaggiava sulla ferrovia che da Pinerolo portava a Lusello San Giovanni.

A Lusello San Giovanni nella Val Pellice vi era una sezione staccata della Microtecnica, quindi il compito era conseguente.

L’altro era un barbiere il quale dirà: “Non ho fatto niente, magari facendo una barba mi sono espresso in termini negativi e mi sono trovato deportato”.

Il 13 mattina verso le tre e mezza sentiamo aprire le celle, sveglia, alzarsi, scendiamo nell’emiciclo del carcere. Siamo in 45, mancano 5 persone e il fatto che avviene conseguentemente all’attentato fatto da Pesce a un gruppo di ufficiali tedeschi, c’erano stati anche dei morti, hanno calcolato che i cinque ufficiali erano 50 nominativi ed esce un bando dal comando di Torino che dice: “Saranno deportati”. Parlano per la verità di Koncentration Lager, nel senso del concentramento, l’operazione sarà poi un’altra perché diventiamo KZ, un campo di eliminazione, differisco sempre fra eliminazione e sterminio perché considero che l’eliminazione è più quella di Auschwitz che è diretta per nuclei famigliari, Mauthausen è un campo politico per cui il trasferimento ha un significato più pesante, vi è un problema di stare molto attenti nel campo per quanto riguarda le varie nazionalità e dirò anche il perché.

Nel carcere mancano cinque persone e vengono raccolti cinque nominativi che sono cinque ebrei, i due Segre, padre e figlio, Trevese, due fratelli e Diaz che vengono conteggiati quindi abbiamo raggiunto i 50 e il numero è completo.

Si parte per andare alla stazione Porta Nuova dal lato dove sempre vengono caricati i carcerati, sulla via Sacchi. Arriviamo alla stazione e veniamo messi su questo carro bestiame e lì vi era il campo di sorveglianza, la SS di Torino cede alla polizia di frontiera la responsabilità di questo gruppo.

Il gruppo viene messo sul carro bestiame, 25 su un angolo e 25 su un altro angolo, sistemano in mezzo una di quelle panchine che chiamo dei giardini perché hanno la spalliera doppia, due da una parte e due dall’altra con il Machinenpistolen, la voce è che tutti dobbiamo stare seduti, che nessuno si muova perché sono pronti per procedere.

Il treno viene spedito in termini molto veloci perché alle cinque e mezza finisce il coprifuoco, cominciano ad arrivare altri treni, altra gente e questo dà fastidio, questo che parte dal binario 19 è un vagone un po’ strano, ci sono strani destini al binario 19, poi spiegheremo.

Viene agganciato ad una linea per Milano, il percorso lo conosciamo ma lo vediamo quando siamo al Brennero dove arriviamo alla sera, quasi a mezzanotte. Già ci accorgiamo che a destra e a sinistra ci sono le SS che camminano davanti e dietro con i cani, quindi, non è vero che non ci sia stato durante il trasporto qualche tentativo per tentare una fuga.

Vediamo dal trasporto, è composto da gente non giovane, quindi, il ragionamento fatto dal più anziano ha il suo significato, cioè: “Guardate ragazzi che questi hanno i nominativi, le famiglie, fanno rappresaglie per cui è inutile che facciate dei tentativi”.

In questa discussione, “andiamo, non andiamo”, qualcuno dice anche: “Questi quattro ce li mangiamo”. Tenete conto che avevo sedici anni ma avevo lo spirito di chi scendeva dalla valle e avevo questa reazione, io e gli altri anche, quel gruppo di giovani, finisce per accettare questa soluzione e in questo modo passiamo il Brennero ed arriviamo verso le 11,30 del 14 a Mauthausen.

E’ una stazione di confine, una fine corsa, passiamo il ponte sul Danubio e arriviamo a questa stazioncina. Leggere Mauthausen a noi non dice nulla ed io contraddico tutti coloro che dicono “Io ero stato destinato a…” perché non c’è nessuna destinazione in origine, non sai mai dove vai a finire perché possono anche cambiare in corsa, arrivano a Monaco e invece che a Dachau mandano in un altro campo.

Qualche anziano ricorda che nel ’15 – ’18 esisteva già un campo militare, infatti, troveremo poi il campo militare dove ci sono le salme di alcuni militari, le targhette, dove sono stati aggiunti dei deportati che ancora non erano in condizione di essere rintracciati nominativamente.

Penso che l’arrivo a Mauthausen per noi crei non una novità da paese a paese ma crea novità il fatto che dobbiamo attraversarla, cittadina molto bella, oggi lo posso dire perché sono anni che ci ritorno con tanti amici, lungo il Danubio, posizione splendida, noi passiamo in mezzo alla strada centrale e vediamo queste persiane che si chiudono, vediamo questi momenti che ci sembrano strani, noi che siamo scortati stiamo camminando su cinque, questo è il termine che ci porteremo dietro sempre, quando entriamo, quando usciamo siamo sempre per cinque, ed è anche più facile contarci. Il trasferimento avviene partendo dalla stazione per salire su fino al campo, non è molto lontano tuttavia è in salita e qualcuno è in difficoltà, stiamo viaggiando con il sacco, la valigia, siamo a gennaio del 1944, con la neve anche discretamente alta per cui il percorso è difficile, con le scarpine che abbiamo ma sarà altrettanto difficile camminare con gli zoccoli sulla neve perché lo zoccolo in legno si attacca per cui cammini sempre in bilico.

Si arriva a Mauthausen e veniamo dati in consegna alla gendarmeria di Mauthausen. Entriamo nel campo e l’impressione che ho avuto io è quella di essere in difficoltà iniziale che è quella di capire dove sei perché vedi questa fortezza ma non ti rendi conto del significato, non ti rendi conto di queste baracche se non quando vedi venire avanti in mezzo al piazzale dell’appello uno di questi carri da cavalli, con la barra in mezzo tirata da gente che ha la casacca a righe e sopra questo carro sono buttati un mucchio di cadaveri per cui cominci a pensare che la vita sia un’altra cosa. L’impatto che hai iniziale è che potresti anche affrontare in termini di condizioni soggettivamente forti, poi ti trovi in un impatto dove resterai coinvolto, poi lo sarai decisamente e bisogna adattarsi ad imparare la vita del campo, non è più la tua possibilità o la tua soggettività che conta ma sei coinvolto, qui si parla di globalità e in questa globalità ci sono 23 nazionalità, quindi difficoltà di capire, difficoltà di immaginare e attenersi anche a un comportamento che sia consono al campo. Sembrerà strano questo discorso ma se non capisci il campo non ce la fai.

Penso anche che il fatto di avere questo impatto così immediato, così forte crea due momenti, una reazione che è abbastanza naturale, quella di dire ci sono ancora quindi forse reagirò e dall’altra cominci a pensare che devi acconciarti a questa situazione.

Il fatto di arrivare subito a questa scelta è quella che ti dà una motivazione in più per continuare, diversamente, dopo poco tempo ti accorgi che non saresti uscito.

Pertanto, entri, ci siamo messi in queste file da cinque, viene chiamato un interprete, c’è un ragazzo che conosce bene il tedesco, Renato Orniotti, il quale fa da interprete e spiega quello che il comandante riferisce: “Siete in un campo di rieducazione, quindi, saprete che siete entrati da quella porta e quasi sicuramente uscirete di là”. Quando dice uscirete di là istintivamente guardiamo ma forse pensiamo che vi sia un’altra uscita, non ci rendiamo conto di che cosa vuole significare questa cosa, poi ci accorgiamo che in quella direzione c’è il camino dei forni crematori e impariamo dove è l’uscita e per troppi sarà l’uscita. Siamo messi con tutto a terra, tutti puliti, nudi, andiamo sotto, ci fanno la doccia dopo di che passiamo su un banchetto dove c’è il barbiere che, povero Cristo, con questa specie di rasoio che ormai ha tutti i denti, ci toglie tutti i peli davanti e dietro, prende questa cosa lo bagna, poi ci dà una pennellata di creolina poi ti giri e te ne dà una di dietro, in questo modo sei disinfettato perché tutto può esserci ma tutti disinfettati e tutti puliti.

Penso che questo impatto comincia a dirci qualche cosa, comincia a farci capire che il mondo lì è un altro, ci sono altre risposte.

Attraversiamo la piazza dell’appello e arriviamo alla baracca di quarantena.

D: Scusa, Italo, dopo la disinfezione siete andati nelle docce?

R: Prima della disinfezione andiamo alle docce, dal Friseur, poi ci danno la pennellata e andiamo alla baracca e quando adiamo alla baracca di quarantena non ci sono …

D: Siete sempre nudi o …

R: No, la vestizione arriva nella baracca, io ho avuto così …. attraversiamo, siamo subito alla baracca e veniamo immatricolati e registrati perché in quella sede ci chiedono che mestiere facevamo. Lo scrivano della baracca penso che sia polacco e insiste nello scrivere, io dico “Studente” e lui mette studente, così come ho nel certificato, mette vicino “manovale”.

Io dico “Sono studente non sono manovale”, “Vai, vai vai”, mi dice, forse quel “vai” è stata la fortuna perché lo studente non si sarebbe certo salvato, il manovale in qualche modo era utile. Ci viene assegnata la qualifica con il triangolo rosso dei politici e la scritta che viene messa sulla matricola, sopra il triangolo rosso sulla giacca e anche sul pantalone dove abbiamo solo la matricola. Ci viene dato un cinghietto in ferro con una cosina molto leggera in lamiera con il numero di matricola, questo mi sarà tolto poi … mi viene assegnata la matricola, sono il 42307 di Mauthausen e mi porto questo triangolo rosso di politico fino alla fine.

Vi è l’ingresso in questa baracca che non ha i letti a castello, ha solo per terra dei materassini di iuta che sono pieni di segatura, una cosina molto leggera, molto piccola, siamo 50 quindi abbiamo una numerazione che parte da 42.000. Abbiamo prima di noi un trasporto arrivato da Roma, 40.000 di matricola che ha fatto un percorso un po’ strano, è partito da Roma, Valenzano, ecc. due o tre superstiti che sono rimasti, oggi dovrebbero essere cinque o sei e vi è un amico a Roma che sta facendo questa ricerca.

Ne ho contati 257 che sono quelli che da Dachau sono stati mandati a Mauthausen, partiti da Roma il 5 gennaio sono arrivati a Dachau il 7, sono stati mandati al Wäscheraum, senza immatricolazione e poi 257 di questi me li sono trovati nella immatricolazione di Mauthausen quindi li ho inseriti. Li troviamo nella baracca quando arriviamo alla registrazione; erano arrivati il giorno prima, per cui noi arriviamo il 14 e loro erano arrivati il 13, dirò che la registrazione viene poi rilevata dal campo il giorno 15, questo per dirvi che se qualche volta trovate delle date che spostano un giorno non impressionatevi perché basta che siano arrivati alla sera magari li mettono il giorno dopo.

Qualche volta sul problema della numerazione hanno dei dati previsti, prevedono un trasporto di 540 persone, mantengono 500 numeri vuoti per poi inserirli, questo vale per le donne che vanno a Flossenbürg, i 60.000 di matricola.

La vita del campo di Mauthausen: siamo in baracca, non usciamo, non abbiamo compiti esterni, non andiamo in comandi esterni, il 28 viene questo trasporto abbastanza pesante, circa 500 che andiamo a Ebensee, lo sapremo poi. Veniamo chiamati per matricola anche perché siamo dei pezzi ed è più facile contare i pezzi che non nomi e cognomi ed è anche più facile come tempo, vi è un problema sempre di tempo, tempo, dobbiamo sempre correre.

Arriviamo in questa cittadina, posizione stupenda, c’è il lago, una cosa veramente stupisce, che cosa andiamo a fare? Ci sembra una stranezza questo trasporto ma la stranezza è che andiamo verso la parte di montagna e lì costruiamo il campo, ci sono quattro baracche, è arrivato prima di noi un altro trasporto che comprendeva tedeschi, polacchi, jugoslavi. Ci facciamo il campo nel senso che ci costruiamo tutto, mettiamo su le baracche, facciamo la recinzione, facciamo le guardiole per il personale di sorveglianza e qual’é la destinazione di questo campo?

La destinazione è la velocità che bisogna assolutamente adoperare per fare delle grosse gallerie che consentano il trasferimento di materiale utile alla missilistica perché vi è stato il bombardamento di Peenemünde da parte della RAF, è Alto Baltico per cui il senso di studio viene smantellato da questo bombardamento della Royal Force quindi la necessità di trasferire questo materiale rimanente in altri campi.

L’idea viene automatica perché è l’ultimo campo, quello più a sud visto da Peenemünde e si trova quasi al confine con l’Italia perché Salisburgo è a pochi chilometri dal Brennero.

La zona è bellissima, noi siamo lassù in questa zona, ci costruiamo il campo, abbiamo pochi rapporti con la cittadinanza perché non abbiamo un transito continuo se non attraverso due strade che vanno direttamente alle cave e ci vedono andare avanti e indietro e non c’è nessun atteggiamento particolare anche perché in quel momento avevano paura delle SS non di noi che eravamo messi in una condizione di non nuocere.

Arriviamo alle gallerie e cominciamo questo lavoro che farò dopo due lavori esterni, un lavoro al comando legno, dovevamo tagliare le piante per pulire la roccia e iniziare a fare la galleria.

Il secondo lavoro sarà sempre in galleria e la vita in galleria ad un certo punto era fatta su tre turni, mano a mano che si finiva il turno si faceva l’esplosione, c’era il crollo, quando si entrava si puliva con la pala per mettere fuori e liberare la zona. Dovevamo sempre arrivare a fine turno per cui 24 ore e lavoravamo con dei mezzi non ancora automatizzati se non dei perforatori che arrivavano ed erano utilizzati con i fioretti per bucare la roccia e che erano ad aria e potevamo indirizzarli abbastanza e ci aiutavano a perforare.

Devo dire che nei primi tempi i buchi venivano fatti in modo diverso; ci mettevamo questa macchina in spalla in due, spingevamo in su e facevamo il buco oppure siccome lavoravamo a un piano che distava sì e no cinque metri dal piano del suolo e sopra mettevamo una tavola verticale in modo che ci permetteva di essere uno contro l’altro con la schiena appoggiati, quello davanti con i piedi guidava, indirizzava la macchina che faceva il foro, quello dietro spingeva.

Questo contatto creerà quella che chiamo “la globalizzazione della solidarietà” perché se così non fosse stato anche nelle piccole cose, le piccole cose sono grandi cose, teniamo conto che è uno sguardo, un modo di comportarsi, nel comando legno, dico una banalità, ma se vengono destinate quattro persone, due sono 1,80 e due sono 1,50 e quei due di 1,50 si mettono in mezzo non portano niente mentre se c’è una scaletta in qualche modo si cerca di portare un po’ tutti, anche perché parlare non ci capivamo per cui non dovevamo fare lunghi discorsi, potevamo solo indicarci sull’opportunità, normalmente si trovava una soluzione che consentiva a tutti quanti di fare la propria parte.

Avevamo anche dei casi dove la gente non intendeva, il più esposto normalmente era l’italiano perché è una figura che viene discussa … Avremmo dovuto discuterne prima di iniziare l’intervista, la figura dell’italiano è belligerante, gli iugoslavi che ti dicono “Perché siete venuti in Jugoslavia?”, i russi che dicono “Chi te l’ha fatto fare di venire in Russia?”. Vi è poi questa frammistione fra l’internamento generalizzato, sarà poi un internamento militare e poi ci sono i lavoratori militari in Germania che sono altre figure, è difficile per loro cogliere, capire, la domanda che corre è “Come mai ti trovi nel campo?”

Torno una sera in baracca come le altre sere avendo lavorato al comando legno, sono all’interno del campo e vengo destinato dal capo baracca ad andare a lavorare con un gruppo di russi che hanno uno di loro che non ce la fa più e rimane in baracca.

Io li conosco come russi perché loro hanno la “R”, quindi, sono politici, poi ci sono degli “SU” che sono della Repubblica Sovietica; forse non è nemmeno giusto dire repubblica ma chiamiamola così, sono termini impropri ma … pazienza.

Questo impatto mi crea il fatto nuovo di incontrarmi con gente che parla un’altra lingua, sono isolato e studiato, evidentemente hanno questa sensazione di questo individuo nuovo che si inserisce e non riescono a capire perché ma per me è una normale sostituzione, non ho scelto, mi hanno buttato lì e vado, non puoi dire al capo “preferirei andare …”.

L’atteggiamento iniziale è di studio e io che sono il più giovane del gruppo non ho che da ubbidire, quindi, capito con la schiena con uno, un’altra volta sono io a spingere.

Dopo qualche tempo, abbastanza breve, vedevo che quello che avevo di schiena voleva parlare, anch’io ma … dice di essere stato in Italia, di essere stato a Roma, probabilmente, una persona che faceva parte di certi servizi che già avevano anche loro, scatta questo meccanismo strano per cui la domanda loro viene abbastanza immediata “Perché sei qua?”

Subito non ho una risposta perché mi sto chiedendo perché questo chiede “Perché ci sono, loro perché ci sono?”

Se me lo ha chiesto ci sarà una motivazione.

Dopo qualche giorno la domanda ritorna più sostanziosa “Mussolini, Badoglio, che cosa sei, con chi sei?” … “Non sono né con Mussolini né con Badoglio, sono un partigiano …. “

“Partisan” è un temine che impressiona e lascia sorpresi nell’interpretazione, noi li conosciamo i partisan, i russi li avevano avuti, sapevano come si erano battuti, Stalingrado, sapevano molto bene ma questa parola non riuscivano molto a … partigiano dove, quando?

Cercavo di spiegare che non essendo né questo né quello eravamo un’altra cosa, combattevamo il nazismo, loro hanno chiacchierato, è passato di nuovo qualche giorno e ho avuto la sensazione che per me era naturale, potevo dirla subito ma non ho mai pensato che potesse avere un impatto del genere, li ha molto interessati e ho visto un cambiamento di comportamento. Sono diventato il piccolo italiano, sono stato inserito in questo inserto e devo dire che mi sentivo protetto anche perché non dimentichiamo che i russi hanno pagato molto, i russi nel campo erano i russi ma la verità vera è questa, i tedeschi, i Kapò nel campo quando avevano a che fare con i russi avevano dei seri problemi perché avevano la velocità di espressione, tu oggi sei Kapò ma domani …. questi atteggiamenti erano molto pericolosi.

Ho creduto questo che sta avvenendo, a un bel momento non avremmo più parlato e la mia esperienza rimane la mia esperienza, finito e chiuso, ma se parlo noi c’eravamo, ecco il perché del discorso di cercare, approfondire, trovare, perché l’esigenza era di dire che eravamo tutti insieme, vi è stato anche un momento di pressione come succede in quelle condizioni dove ti abbruttisci a un punto tale per cui non ti rendi conto se sei o non sei perché il discorso della sopravvivenza ti pone dei vincoli precisi, cioè dire che puoi anche sopravvivere ma hai il dovere di essere uomo, avere un minimo di dignità e questa ritengo che sia una necessità primaria.

D: Vieni accolto nel gruppo dei russi …

R: Nel gruppo dei russi, cambia l’atteggiamento e durerà fino alla liberazione, il 6 maggio 1945, l’ultimo campo liberato, abbiamo il terzo cavalleria meccanizzata con il Capitano Timothy, con i due sergenti che entrano con l’auto blinda.

I russi mi hanno accompagnato fino alla fine e a loro devo anche un pezzo di pensiero, di ricordo perché la liberazione è una sola, se non è corroborata da tutti non ce la fai, non ti puoi salvare da solo, egoisticamente potresti pensare anche così ma quando ti accorgi che quando il campo è aperto per tutti siamo tutti pronti ad uscire ma non abbiamo la capacità, non abbiamo la forza, perché quando arrivi a 36 kg, tubercolosi polmonare bilaterale non hai nemmeno la forza di stare in piedi ma devi pensare che se sei arrivato fino a lì forse riuscirai ancora ad arrivare più avanti e ad andare a casa.

D: Avete costruito il campo di Ebensee, contestualmente oltre alle baracche avete costruito anche il forno?

R: Sì, il forno giù in fondo, l’ho indicato anche in quella piantina che ho fatto, ho rifatto in assonometria perché originariamente ho fatto anche il geometra, tanti destini in questi mestieri, adesso vi porto indietro poi vado avanti poi ti arrangi tu a collocare i pezzi …. il problema è che quando ho fatto il geometra nel Comune di Torino e mi hanno dato una zona un po’ in periferia, molto bella, ho seguito due scuole, poi mi hanno mandato al teatro Regio che è stato per me il biglietto da visita che mi porto dietro perché di teatro Regio se ne fa uno solo con un pazzo come l’architetto Monlino che è un personaggio eclettico e dice “Posa la macchina che prendo l’elicottero”, sono grato a tutti perché ho imparato sempre qualche cosa.

Vengo destinato in un momento di ferie alla zona centro dove ci sono le carceri, vado in Segreteria dal Direttore che mi dice: “Geometra se ci vediamo perché abbiamo alcuni servizi, la manutenzione ordinaria la fate voi, la straordinaria la facciamo noi, se potete darci una mano”. Dico: “Va bene ma è importante che parli prima con l’ingegnere perché voglio capire bene”. Parlo con l’Ingegnere Brizio e l’Ingegnere Capo Piasco e dico: “Ingegnere non si offenderà, vado dove vuole, faccio anche il giro di tutte le zone ma non mi mandi alle carceri perché è un ricordo troppo sulla pelle”. “Non ci abbiamo pensato!”, “Non potevate pensarci ma siccome ho transitato in quel luogo in condizioni un po’ diverse abbiate la bontà ….”

Per dire il destino, come il binario 19 è il binario che viene da Torino-Ivrea, come il discorso di dove sono stato portato subito quando mi hanno arrestato, alla caserma del genio che è diventato l’ufficio leva, passano gli anni, nel 1980 il Sindaco porta giù i ragazzi della leva e dove vado a finire? Vado a finire lì dove mi hanno portato qualche anno prima, ci sono delle botte di destino …

Primo incarico al Comune di Torino, Ispettore ai mercati generali … ero impiegato giornaliero, mi chiama il capo del personale e dice “Tibaldi lei è nelle condizioni ideali per fare questa funzione, faccia un salto ai mercati generali e dia un’occhiata”. Arrivo ai mercati generali, c’è una tettoia grande e sotto ci sono montagne di patate, e altre patate buttate lì, devo dire che gli impatti nella vita quando non hai più visto le patate, vedevi qualche volta la pelle, arrivi lì e vedi le montagne, allora dico che il mondo mi sta dando tanti di quegli schiaffoni che non finiranno mai, il destino ti porta queste cose.

D: A proposito di patate, nel campo l’alimentazione come era?

R: Il problema è che si tratta di fare la corsa alla gamella che è quella che hai dietro il sedere che hai appesa con il gancio che è questa di ferro smaltato rossa, con questa vai per prendere la zuppa che è un momento interessante e preoccupante per tanti versi perché quando entri e vedi il bidone in fondo cominci a metterti in fila e finisce che i primi non vogliono andare avanti perché prendono l’acqua, gli ultimi non vogliono stare indietro perché non prendono più niente, vedi che questa fila si spancia nel mezzo, a questa altezza tutti che spingono e gli altri che rallentano per cui si forma questa fascia che è feroce nel senso che sono quelli che sperano di beccare metà bidone.

Ti metti in questa cosa e vai avanti lì e ti arriva quello che ti arriva sperando che vada bene. Qualche volta c’è la fettina di pane, la domenica c’è il pezzettino di margarina, c’è questa specie di brodaglia non capisci bene se vuole essere un caffè o che cosa, le calorie sono talmente basse per quel tipo di lavoro, ma se vuoi la gente che lavora devi dagli da mangiare, non puoi pretendere di fare questi lavori pesanti. Cominci ad alleggerirti, ti inventi qualche cosa, mentre becchi il vagoncino che va ad attaccare i vagonetti dentro la galleria a lato hai i ciuffi d’erba, raccogliamo questa erba; lateralmente le locomotive hanno queste come dell’acqua, mettiamo questo batuffolo di erba dentro l’acqua, quando ha fatto due volte il tragitto è cotta per cui siamo dei furbetti, poi prendiamo dei pezzi di roccia che hanno sopra una patina che sembra margarina, la puliamo bene solo che questa ci crea nello stomaco un canale perché siccome è grassa, ha una funzione solo di riempirti la bocca, alla lunga questo sarà quello che creerà le grandi dissenterie per cui diventa un tubo solo, butti giù un bicchiere d’acqua e già va.

La vita del campo di Ebensee è una vita che non vivi perché non ci sei, alla mattina vi è sempre qualche problema perché o la visita dei pidocchi o qualche altra storia, a qualcuno mancano gli zoccoli, comincia che quelli che sono in condizioni così tolgono il nastrino e gli scrivono sulla pelle il numero di matricola e lo mettono fuori così già ci sono i gradi che ci sono e sei sicuro che rimane lì, quindi si alleggerisce il peso.

Alleggerendo il peso delle presenze, parlo di materiale umano in termini molto semplici. Per largo tempo noi subiamo i triangoli verdi che sono i delinquenti comuni, per la maggior parte tedeschi, qualche polacco, sono quelli usciti dalle patrie galere che avevano commesso uxoricidio o parricidio, cose di questo tipo, condannati a trent’anni ai quali è stata data un’ipotesi alternativa. Avevano una baracca con 500 persone, la gestivano, la dovevano mantenere in ordine, puntuale, precisa; la gente mangiava, dormiva, erano fatti del capo blocco, la gestivano come volevano, li legnavano, li ammazzavano, facevano quello che gli pareva ma dovevano tenerli sempre in ordine, funzionali che devono lavorare, soprattutto puliti, la pulizia prima di tutto.

Questo crea quel massacro che succedeva anche nei blocchi. Non si possono ricreare i gruppi nazionali perché sono fraintesi con gli altri, non solo, ma l’esigenza di non aver messo solo un gruppo nazionale nel blocco è dato dal fatto che lì forse si può studiare la fuga mentre se siamo blocchi di nazionalità diverse come dici a un russo “Andiamo via”?, Anzi, devi stare attento che la frase non circoli, ci sono anche questi timori e loro opportunamente fanno in questo modo di frammischiare le lingue per cui nasce il glossario del campo, questo linguaggio interno che è fatto un po’ di tutte le lingue dove abbiamo i termini più strani e dove ci sono poche parole e tanti sguardi.

Un’esigenza era quella di non lavorare, di osservare molto, di stare sempre con gli occhi aperti; purtroppo, tante volte non te ne accorgevi, ti arrivavano dietro e ti legnavano ma ogni minuto che guadagnavi era un minuto guadagnato.

Poi ci si accorgeva che si andava verso la fine; abbiamo lavorato come matti per andare avanti in queste gallerie, quando si usciva dalle gallerie si era distrutti la polvere rimaneva sui polmoni e di qui il fatto che tornando molti di noi sono andati al sanatorio.

L’operazione in galleria ha però un vantaggio, sembra strano, perché lavorando a 5 mt. e di notte quando la SS entra di là, con il cane, tutto bello pulito, gli apri l’aria per la nuvola di fumo e tu vedi la SS e lui non vede sopra, il cane le scale non le sale perché sono a pioli quindi è difficile, è un modo per salvarsi.

Questo per me è un nucleo molto importante, devo dire che ci si rende conto piano, intanto arrivano i pezzi per i missili, la zona dove fanno l’acqua sintetica, cercano di portare laggiù quello che loro hanno perso a Peenemünde. Arriva anche un gruppo che arriva da Sachsenhausen che viene direttamente a Ebensee e vengono poi mandati a Redl Zipf che sono quelli che fanno le monete false, un gruppo di falsari, poi ne conoscerò uno alla fine, l’ho visto ancora due anni fa che dice: “Io non esisto, non mi chiamo, mi chiamano gli altri e io mi chiamo “nessuno”, con delle mani d’oro che fanno queste monete intanto per poterle buttare sugli altri mercati, gli inglesi fanno monete inglesi, il discorso della moneta buttata in un discorso di questo tipo vuol dire falsare anche tutti i problemi economici.

Cominciano a passare come delle rondini sulla testa, apparecchi, le fortezze volanti che cominciano ad andare, vanno avanti e vanno a finire su Vienna, vanno a bombardare un po’ dappertutto. Ad un certo punto ti accorgi che il giro diventa quasi continuo perché si muoveranno con gli americani di giorno, questo è uno studio che ho visto dopo, e con gli inglesi di notte. Difficilmente gli americani viaggiavano di notte,gli americani avevano i grossi bombardamenti, gli Spitfire, i più piccoli giravano di notte perché facevano opera diversa come quella del lancio dei manifestini a firma di Truman, Stalin, Churcill che dicono negli ultimi mesi: “Attenzione perché vi consideriamo criminali di guerra, quindi l’umanità che avete a vostra disposizione salvatela, stati attenti”; cercano di intimorirli anche in questo modo e fanno capire che hanno finito.

Queste cose le recepiamo anche dall’atteggiamento del personale civile che ci segue nelle gallerie perché lì ci sono le ditte che ci hanno affittato, chiaramente il costo nostro non lo ricordo più, la trattativa avviene sempre con la società della SS per questi compiti e noi lavoriamo alla dipendenza di un Meister che ha premura perché viene sollecitato, trasferisce al Kapò questa sua esigenza, le SS invitano il Kapò a reagire e il Kapò mena anche perché deve far vedere alle SS che lui c’è. Qui nasce il discorso del rapporto tra le SS e il Kapò e i deportati; nei processi la SS dice: “Noi non eravamo nel campo, eravamo attorno al campo, facevamo sorveglianza”. Questo è falso primo perché ogni blocco aveva un responsabile delle SS che faceva la conta e parlava con il Kapò. Poi vi era l’appello e quando c’era l’appello c’erano tutti. Loro tentano questo marchingegno che non riesce, il Kapò si trova nella condizione che avendo accettato una soluzione deve comportarsi di conseguenza, non dico che lo giustifico ma dico che se già poteva maltrattarci in un modo, ci maltratta di più perché davanti alle SS doveva far vedere che è uno che osserva quello che gli è stato imposto, quindi, chi prende le legnate è sempre il deportato, non ne prende una ma ne prende 25 per volta che non sono date sul sedere perché forse le avresti anche accettate meglio, ma sul fondo schiena, cioè sui reni; quando le becchi sui reni ti alzi e fai la pipì con il sangue, non vi è altra soluzione perché i reni si sfasciano, le becchi una volta, le becchi due, la terza volta non ti tiri più su.

Il fatto è che ti corichi, ti metti giù e comincia questa legnata,le contano, tu le conti, quando hai finito ti tiri su, dici “Grazie”, atto più distruttivo che puoi dare perché già non ce la fai più e devi anche ringraziarli e da quel momento pensi di essere tranquillo per una qualsiasi stupidaggine. Quando hai il castello a tre piani, dormiamo tre per letto, due se siamo più fortunati, quindi due di piedi e uno con la testa, quello che è sull’ultimo piano quando deve salire mette i piedi sul primo, quindi nel salire schiaccia quel letto che non è a posto, quindi guai a prendere un letto a terra. Prendere un letto sopra: non aspettano tanto, ti chiamano due volte e poi ti tirano giù e vai per terra da due metri e mezzo. Se imbocchi il letto di mezzo sei controllato perché è chiaro che se ti muore uno vicino e sei nel letto di mezzo non puoi non dirlo, se sei lassù mangi anche la sua parte poi cerchi di andare avanti … lo dico onestamente: mi trovo una zuppa in più la mangio, vado a prendere le legnate ma intanto mangio. Queste cose sono quelle che ti fanno pensare che, comunque, forse più umanità si salvava, se ci fosse .. se ci fosse … 63 anni dopo parlarne con disinvoltura vuol dire anche fare a se stessi un grosso impegno perché onestamente la memoria tradisce tutti e tradisce anche te. La prima domanda che ho fatto non più tardi di 15 giorni fa che ero a Saint Vincent e ho incontrato i ragazzi, ho chiesto “Credete alla nostra memoria?”, hanno risposto “Sì” e sono andato avanti, ma è facile dire, “Quando si arriva a 81 anni mi vuoi dire che sei così limpido? Perché ricordi questi particolari?” Perché la scienza, non io, dice che io ricordo quei tempi e non ricordo che cosa ho mangiato ieri, è la meccanica della memoria, quindi, sotto questo aspetto mi sento abbastanza sereno anche perché non voglio mai fare una testimonianza né da protagonista né da vittima, non mi sento né vittima né protagonista, è stata una scelta così, ho creduto in quello che ho fatto, ho pagato per quello che ho fatto, ritengo di non essere un eroe, molti altri ce ne sono stati e non li abbiamo neanche conosciuti, non li abbiamo neanche ricordati, dell’oggi poi parleremo.

La liberazione il 6 maggio del 1945: verso le 14,30 del pomeriggio vediamo grosse nuvole di polvere … c’è il passaggio del giorno prima importante.

Il 4 il Comitato di Resistenza del campo di cui facevo parte con Ferrante, Dragoni e altri, riesce a far capire che siamo allo sbando delle SS per cui dobbiamo regolarci sul comportamento, non sappiamo se entreranno nelle baracche, non sappiamo il comportamento, il comandante del campo ci riunisce tutti, siamo in 18.00 sul campo di Ebensee, arriva con il suo cane, ha insieme le SS schierate con le mitragliette, dalle garrite vediamo gli altri che sono piazzati e noi siamo lì tutti schierati.

Sale su questo sgabello e inizia il discorso, tutto silenzio, e dice “Herren”, vuole dire “Signori”, siamo rimasti tutti, “Per un giorno siamo signori”, poi dice “Siccome noi abbiamo sentore che le truppe alleate arriveranno vogliamo salvaguardarvi, quindi, vi invitiamo ad andare in galleria e noi cercheremo di salvarvi il più possibile, vi garantiamo che faremo quello che dobbiamo fare e ci auguriamo che questo vi porti alla libertà, ecc. ecc.”

Il problema che lì parte l’impostazione del Comitato, tutti quanti rispondono “No”, subito non sanno perché rispondono no, il discorso è che davanti alle gallerie, specialmente all’imboccatura di un paio ci sono le locomotive … queste locomotive che servivano quei vagonetti che andavano avanti e indietro le hanno piazzate davanti all’imboccatura delle gallerie in modo che all’esplosione si chiudeva la galleria e morivano dentro come topi. Solo questo lavoro, far parte del Comitato di Resistenza di un campo era una cosa impossibile, voleva dire avere la pelle sulla corda ogni momento, se per caso si dovesse pensare che hai una funzione diversa. Ho sempre ammirato Franco Ferrante perché il fatto che sia stato spinto da noi a fare lo scrivano del blocco è stata una cosa per lui dolorosa ma per noi importantissima perché è l’unico modo per poter evitare di mandare qualcuno nei comandi più negativi per cui il lavoro che ha fatto questo uomo è stato immenso e gli va riconosciuto. Ricordo anche Morgante, e ce ne sono altri, li ricordo un po’ tutti perché li ho anche citati nella pubblicazione. Quindi, lì rimane fermo sullo sgabello, la cosa non lo ha reso felice più di tanto, poi scende, raccoglie le SS e vanno via.

Questo fatto ci fa pensare: “Perché adesso rientriamo nei blocchi e che cosa succede?”

Siamo tutti quanti in attesa di vedere che cosa succede. Succede che questi si cambiano e se ne vanno, lasciano gli abiti militari, si mettono in abiti borghesi e se ne vanno. Il comandante del campo viene beccato, gli americani arrivano, aprono la porta, le sentinelle non ci sono più ma hanno insieme la gendarmeria, i pompieri, questi ometti anziani con le bande rosse e blu, con dei fucili 91 alti così e ti fanno segno di stare lì, abbiamo tolto corrente ma siamo tutti nel campo, gli americani anche hanno paura perché 18.000 che scendono a Ebensee se la mangiano, non so con la pazzia che c’è in giro che cosa succede per cui il timore è anche questo.

L’arrivo degli americani è prima lo studio, questa punta avanzata che viene e entra, vede l’ambiente e poi spiegheranno, abbiamo avuto paura perché la gente si è avvicinata all’autoblinda e non potevamo sparare, siamo usciti subito, abbiamo rinchiuso la porta. Poi si sono dati da fare, sono stati a Ebensee, hanno requisito le panetterie, arrivano, impiantano il campo della sanità e lì quando arriva il blocco ci sono tanti di colore, entrano e dopo dieci passi che hanno fatto hanno tutti la mascherina perché al fondo del campo, vicino al forno, non hanno più bruciato, devo dire che la maggior parte tornavano a Mauthausen, li mandavano indietro a Mauthausen. Erano più veloci i forni di Mauthausen, a un certo punto non ce la facevano più e hanno fatto le cataste: corpi umani, legna, corpi umani, legna, poi bruci, sono le pire. Chiaramente queste cose creano odori, dalla pelle umana esce un odore che non è sopportabile ed è quello che diciamo quando parliamo con quelli che ci dicono che la gente non sapeva, spieghiamo che quelli dei comuni vicini lo dovevano sapere anche se non volevano perché quegli odori li avevamo noi e li avevano anche loro in casa, il vento non restava lì, si muoveva, sono risposte implicite che ti vengano.

Quando arriva la sanità si preoccupano di vedere che siamo tutti messi come siamo messi e comincia a cercare di salvare il possibile. Commettono anche loro un errore nella bontà, nella volontà di salvare il tutto arrivano con questi carri enormi con sopra dei mastelli in legno, che sono di marmellata, cioccolata. La gente corre e si mette con la testa dentro, dopo di che non avevamo più mangiato nulla … lo stomaco non ha potuto accettare tutto, quando è arrivata la sanità queste cose le hanno subito regolate perché i medici hanno subito detto: “Non si può fare queste cose” Io avevo una palandrana addosso perché era quella che mi andava bene, che poi ho lasciato non so più a chi, a chi era peggio di me.

Sono rientrato alla fine di giugno o a metà luglio e la prima cosa è la disinfezione, quindi, queste tendopoli dove ci mettono sotto doccia e poi viaggiano con i DDT, grandi pompate, poi sotto, poi dicono che fa cadere i capelli, so che me lo hanno dato dappertutto, davanti dietro sopra sotto, poi sono cominciati i ritorni.

Restiamo non dico come, non voglio dire come sempre perché non so altre situazioni, ma restiamo i buoni ultimi, restiamo con gli jugoslavi perché volevano farci rimpatriare insieme, “Vi portiamo a Tarvisio, voi andate di là e loro vanno di là”.

I russi sono partiti allineati e coperti, i francesi sono partiti in aereo, restiamo noi, 283 italiani che siamo così e dico: “Se non ci muoviamo …” ero malmesso perché ero già con il coso scritto qua per cui stare in piedi era dura. Parliamo con l’americano e gli diciamo che anche noi vogliamo rientrare, “Se non viene qualcuno a prendervi come rientrate?” bisogna organizzare questo rientro, possiamo anche accompagnarvi, ma siamo a Linz. Poi vi era una diatriba nel comando americano perché quelli di Mauthausen dipendevano dalla Undicesima Divisione che aveva un comandante e che naturalmente diceva: “Essendo Ebensee un sottocampo di Mauthausen lo dobbiamo gestire noi”.

L’altro di Linz diceva: “Siccome Ebensee si trova a pochi metri dobbiamo gestirlo noi”. Volevano gestirci tutti ma restavamo lì.

Siccome l’ospedale americano era stato fatto in una caserma a Salisburgo, siccome eravamo tutti messi così abbiamo detto: “Liberiamo il campo e li portiamo lì”, per portarci via arriva Monsignor Leonzio Nicolai, cappellano dei civili italiani liberi lavoratori della zona di Linz. Monsignor Leonzio viene con una signora che traduce per parlare con gli americani e i tedeschi perché anche se non ci sono più sei nel loro territorio, devi sapere le strade.

Gli americani come sempre raccolgono tutti e ci imbarchiamo su questi camion con Monsignor Nicolai, andiamo all’ospedale di Salisburgo e lì vediamo il personale della Croce Rossa americana, vediamo le dottoresse che hanno la croce rossa dietro, mi visita un medico cinese o giapponese che ha delle tavolette nere e dice “Qui dobbiamo fermare la diarrea, prendi questo tavolette e avanti, poi aspetta a rientrare perché ti dobbiamo mettere in condizioni …”, “Io vorrei solo andare a casa” … Chiedere di andare a casa non è così facile, poi non sai nemmeno se trovi casa e che cosa trovi, il ritorno è lungo.

Passiamo questo periodo a Salisburgo e rientriamo attraverso il Brennero e troviamo sulle Alpi ancora dei gruppi di SS che sparano sui vagoni per cui è andata bene anche lì.

Arriviamo a Bolzano e ci portano tutti all’ospedale militare, vengo ricoverato con uno che sembravamo Cric e Croc, perché io ero stilizzato e questo era piuttosto corposo, un caro amico, che vive a Trieste, un tenore, qualche volta abbiamo mangiato anche la zuppa perché lui cantava, bisognava fare di tutto, “Italiano cantare”.

Arriviamo a Bolzano, siamo all’ospedale militare di Bolzano, siamo insieme noi due, visita, credo che sia il responsabile dell’ospedale che dice “Ragazzi voi due … “, quello che era così gli facevo così e restava il bollo perché era tutta acqua, aveva conservato l’acqua, una cosa allucinante, io stringatissimo e dice: “Dobbiamo fare degli esami, ecc.”, ci bloccano subito.

Dice: “Non puoi viaggiare”, ma rispondo che vorrei solo andare a casa, perché devo andare in mezzo alla gente, “Vado a casa”.

Un bel giorno arriviamo sotto e vi era del personale utilizzato come autisti con le macchine. Un giorno scendiamo e vediamo uno di questi che si stava facendo una cotoletta sulla pietra, noi due guardavamo pensando: “Noi non abbiamo visto niente, questo che dovrebbe essere un nemico gli danno delle sberle di carne di questo genere, qui è un altro mondo”, e l’idea che questo ci potesse portare via con la macchina mi è venuta subito.

Siamo saliti su questa specie di macchina e abbiamo avuto la fortuna di non trovare nessun gruppo partigiano perché con questa macchina con gli stemmi magari ci sparavano dentro, avrebbero detto che eravamo dei fuggiaschi ed eravamo noi due lì sopra, immaginate che fine triste andavamo a fare, poi si dice “il fuoco amico”.

Arriviamo a Milano alla stazione, poi lui è andato, un mucchio di giri per la ferrovia per i bombardamenti, poi mi chiedo perché prima non hanno mai bombardato le linee del Brennero e di Tarvisio, hanno bombardato a Peenemünde, abbiamo avuto il primo trasporto ebreo che è partito da Merano due mesi dopo, potevano bombardare anche le linee sul Brennero, probabilmente avremmo bloccato il discorso della deportazione, sono considerazioni che fai oggi dopo tanti anni.

Arrivati a Milano messi nella stanza dei reduci e lì sono tutti seduti su carrozzelle, sulla brandina, ci mettono su due carrozzelle e l’altro dice: “Devo andare a Trieste”, e dico: “A Milano ci sei”. Dall’ospedale non potevamo andare a Trieste e poi a Milano.

Comincia il primo impatto, duro, arrivano i famigliari che ci chiedono notizie: “Eri a Mauthausen, hai visto mio figlio?”, ma è già difficile ricordare una persona nella figura originale o vedere una fotografia ma quando devi vedere una persona che non ha capelli, ha tutto quanto rasato è difficile individuarlo, anche gli occhi cambiano, le figure si trasformano, non riesci più a individuarli, qualcuno che ha avuto la fortuna di camminare insieme all’ultimo minuto può dire: “L’ho lasciato a Salisburgo”, ma andare a spiegare …oppure anche il discorso di spiegare a una madre che hai visto il figlio andare al forno crematorio e alla camera a gas, come si fa? Intanto la camera a gas non sapevi che cosa era, poi quando hai cominciato a capire che cosa era fortunatamente eravamo già da un’altra parte ma le cose sono successe, le cose ci sono, la camera a gas è lì, non è che non si vede, certo si vedono altre camere a gas molto più importanti per l’eliminazione diretta che è quella di Auschwitz ma qui quanti ne sono passati a Mauthausen anche all’ultimo minuto che si poteva evitare! Il discorso della falcidia anche sui politici doveva esserci perché era gente che doveva sparire, soprattutto austriaci.

Arrivo a Milano e vi è questo impatto molto difficile. Quando vai su non sai dove vai ma quando torni indietro non sai che cosa trovi, non hai corrispondenza, non hai mezzi di comunicazione. Se hai famiglia magari dopo due anni c’è gente che ha fatto scelte diverse, magari hai perso i figli, hai perso la casa con i bombardamenti, un mucchio di cose che ti portano a dire: “Voglio andare a casa”, sapendo che ci possono essere sorprese ma te le poni come qualche cosa che può succedere, tanto quello che è successo l’hai sulla schiena.

Un giorno fanno un trasporto su Torino-Milano, mi viene a prendere un ragazzone che aveva il vestito di cachi e che aveva la bandiera tricolore, faceva il servizio volontario; mi prende come prendere un sacco, mi prende leggero, ero 36 kg, mi mette sul vagone, siamo io e lui seduti tranquilli e questo vagone parte destinazione Torino.

Arriviamo a Porta Susa a Torino, si ferma e non partiva più. Vi era questo capo stazione che andava avanti e indietro, ad un certo punto dico: “Non parte più questo treno, devo andare a casa”. Non ho fatto partire il treno io ma mi sentivo di arrivare, arrivati a Porta Nuova mi prende in braccio e mi mette lì alla Croce Rossa.

Siccome siamo in estate sulla porta vi sono queste tende fatte di tanti piccoli cosini di lamiera che tintinnano, mi è rimasta impressa questa cosa.

Entro, mi mettono sulla sedia a rotelle, una coperta sulle gambe e sto seduto, poi mi chiedono chi sono, spiego le cose e dico: “Devo fare degli esami… ti mandiamo in sanatorio oppure ti mandiamo dove sono finiti un po’ tutti quelli della Lombardia”.

Questo discorso di andare in sanatorio …Mi chiedono come ti chiami, mi chiedono se ricordo il numero di telefono, mi danno il telefono, faccio il numero e qui arriva una scena un po’ così e dico “Pronto, casa Tibaldi? Ho conosciuto un certo Italo Tibaldi che era in campo di concentramento, sta bene e tornerà quanto prima”, mia sorella prende il telefono e sviene.

Arriva mia madre che era stata fuori e chiede che cosa è successo. “Sai, mamma, ha telefonato uno dicendo che ha conosciuto Italo … “Dove è?” “Non so dove è, non ho capito” “Come non hai capito!” Volano quattro ceffoni sono volati perché non aveva capito, mia sorella me lo ricorda sempre, ho preso quattro schiaffoni per te e dico: “Mettili insieme a quelli che ho preso io”.

Lei era andata al comando da Smith, padre ufficiale, quindi, militare, lei parte e va da Smith e vuole avere notizie di suo figlio. Smith aveva detto: “Non so dove è, ma se torna sarà un uomo”.

Non so se sono tornato uomo, voglio dire che certamente sono tornato vecchio perché otto mesi così ti mettono fuori dalla tua generazione, diventi immediatamente vecchio anche per il campo perché essendo uno dei primi arrivati, pur essendo una matricola bassa nel campo sono già un anziano per cui il campo l’ho conosciuto per tutto il periodo.

E’ un momento difficile, un bel momento vedo muovere le tendine e vedo mia madre: “Allora?” “Sono qua!” “Non hai le gambe?” “Sì, le ho però ho la scabbia” “Cretino! La scabbia cosa vuoi che sia”. Dicono: “Dobbiamo portarlo su perché lei capisce…” e lei risponde: “Io me lo porto a casa, garantisco quello che vuole, ho un medico di fiducia, poi se deve andare da qualche parte, faremo gli esami”.

Per essere sicuri dicono: “Lei deve andare almeno all’ospedale militare”.

D: Scusa, Italo, mamma ti porta a casa come?

R: Siccome non c’era benzina, c’era la carrozzella con il cavallo, mi mettono sopra lì e rivedo Torino, via Sacchi… Ad un certo punto facendo un pezzo di strada vi sono le rotaie del tram che accompagnano per andare verso la zona dove vado io. Vicino alla carrozzella vi è uno dei ragazzi del panettiere che hanno davanti la ruota più piccola con la cesta da mettere e dietro la ruota più alta, questo sta fischiettando, infila la rotaia e il pane per terra. Istintivamente mi sono tirato in piedi e ho trovato la forza, questo tira il cavallo e dice: “Che cosa è successo?” “Non ha visto tutto quel pane?” “Sì c’è pane, ne vedrà” …

Sono arrivato a casa e non c’erano ancor ai condomini, ma c’erano i quartieri, “Italo, Italo”, il medico dice: “Abbiate pazienza ma dobbiamo fare altre cose all’ospedale militare”, tubercolosi polmonare bilaterale, mandano l’ufficio leva e quando chiamano la mia leva mi chiamano e gli mando l’atto di riforma, mi riformano, sono riformato. Poi mi arriva il brevetto, ero comandante di squadra partigiana perché ne avevo 15 con me in montagna; mi arriva l’avviso che sono Sergente Maggiore per cui a 16 anni sono Sergente Maggiore, i casi della vita … riformato … A casa è complessa per me perché mi rendo conto che nessuno ha visto e pensato a cose di questo tipo, spiegare cosa c’era nel campo … un giorno mi giro di colpo e vedo che uno fa all’altro “E’ fuori di testa, cosa vuoi stare lì a fare domande”.

Ho conosciuto parecchie opportunità, ho cominciato a girare con Primo Levi che mi voleva insieme forse perché ero un po’ sbarazzino, non mi piace affrontare questo tema in termini truculenti, non è questa la strada per andare nelle scuole, con i ragazzi. Devi partire con la convinzione che loro sono interessati a capire e che hai il dovere di testimoniare.

Se così è il dovere della testimonianza ti porta quasi naturalmente a essere in mezzo, non credo di essere un caso particolare ma credo che il lavoro che abbiamo fatto l’abbiamo seminato in tanti anni, abbiamo lavorato e mi permetto di dire con qualche serietà abbiamo lavorato, senza erosimi e senza atteggiamenti che sono solo demagogici.

Purtroppo, oggi il numero dei sopravvissuti è molto esiguo perché è una legge naturale. A Mauthausen eravamo circa 8.200, alla liberazione eravamo 856, oggi siamo 200 e poi vi è il problema che non è questo il numero giusto ma il numero giusto è quello di quelli che ancora qualche cosa riescono a dire o a scrivere su questo argomento.

Sono esperienze che vanno collegate una all’altra. Parlare della deportazione in senso stretto si può concludere in tre secondi, parlare di trasporto forse anche, dare una visuale più ampia, neppure suggestiva, neppure emozionale, non mi interessa l’emozione, mi interessa quel poco di emozione che serve ad entrare in argomento dopo di che il giovane deve sapere lui leggere e vedere, capire, se è così lui stesso diventa un testimone perché porta avanti quello che ha visto, non quello che gli ho detto io.

Temo fortemente che l’oblio cerchi di superare un po’ tutto, penso che non ce la farà se sapremo tenere fermi i campi, se li difenderemo per quello che sappiamo. Devo dire che la Resistenza internazionale si è fatta viva anche nella deportazione internazionale. Credo che per alcune situazioni che conosciamo più approfonditamene ci sarà comunque, piaccia o non piaccia, il ricordo, parlo di Marzabotto, parlo della Risiera di San Sabba, parlo di Fossoli, perché no anche di Borgo San Dalmazzo. Sono esperienze legate a te ma se non le trasferisci in tempo… Se abbiamo un torto è quello di aver dovuto cominciare tardi perché prima non siamo stati creduti e forse anche a ragione, forse abbiamo faticato noi a inserirci perché l’umanità camminava, noi siamo rimasti indietro, abbiamo perso due anni e due anni nella vita di una persona contano.

Per me è stata una fetta di gioventù che mi sono bruciato così, non mi rimprovero nulla, un’esperienza che ho vissuto e devo dire che dall’accoglienza che trovo ancora adesso vuol dire che in qualche modo l’abbiamo spiegata con serenità.

Se hai questa tua visuale di globalità, di solidarietà che è stata espressa in tanti sensi, anche religiosi, e hai soprattutto la tranquillità di sapere che non hai fatto nulla per tornare, non so se mi spiego, ma sei tornato, forse il destino ha previsto così, voglio dire che vi è ancora una forza, una capacità di dire che passa ormai da testimone a testimone.

Braini Vilma

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

La testimonianza è stata realizzata con il contributo delle Amministrazioni Comunali di Cassago Brianza, Cremella, Monticello Brianza e Sirtori.

Sono Vilma Braini, nata il 14.06.1928. Sono Vilma Braini ma Brainic, i miei nonni e anche genitori, poi trasformati in Braini perché sotto il fascismo era così. Sono di origine slovena, cittadinanza italiana, nata qui a Gorizia, residente sempre a Gorizia Sant’Andrea. Ho già detto che sono di origine slovena, ho iniziato a collaborare con i partigiani già nel luglio 1943 alla caduta del fascismo e poi ho iniziato a capire qualche cosa.

Sono stata arrestata due volte, una prima volta nell’aprile del 1944 quando è stata fatta una spiata e sono venuti ad arrestarci in casa alle quattro e mezza del mattino, hanno arrestato me a casa mia e anche mio zio, ci hanno portato in carcere …

D: Scusa, Vilma, chi ti ha arrestato?

R: La prima volta sono venuti le SS con un interprete sloveno, qui a Gorizia.

Sono entrati in camera, dormivo con mia madre e un’altra sorellina più piccola nello stesso letto perché mio padre è stato portato via ai battaglioni speciali come sloveno, nel gennaio 1943. Sono entrati in camera senza bussare, hanno chiesto “Chi è Braini Vilma?”, ho risposto “Io”, “Vestiti e vieni con noi”.

D: Quanti anni avevi allora?

R: Avevo quindici anni!

D: Quando dici che eri nelle formazioni partigiane, intendi italo slovene o solo slovene?

R: Italo slovene e slovene perché qui il paese era sloveno ma si lavorava anche con gli italiani oltre l’Isonzo.

D: Ricordi le tue azioni, portavi ordini, facevi la staffetta?

R: Portavo ordini, biglietti e bigliettini, nel paese facevo la raccolta di viveri e medicinali, tutte queste cose che erano necessarie per i partigiani. Discutevamo anche delle questioni, imparavamo a parlare lo sloveno. Le scuole slovene non le abbiamo fatte, c’era qualcuno che ci insegnava le canzoni partigiane e per noi era un rinascere perché fino ad allora non si è capito perché si parlava solo l’italiano e i genitori a casa dicevano: “Qualsiasi cosa ti domandano, se ti dicono cosa parli a casa devi rispondere l’italiano”. Mia nonna non sapeva parlare l’italiano, mia mamma poco o niente, mio padre sapeva poco di più perché aveva fatto dei corsi di meccanica.

D: Ricordi se davanti ai negozi c’era la scritta famosa “Qui si parla …”

R: Non davanti ai negozi, nei locali pubblici, dappertutto “Qui si parla solo l’italiano”. Qualcuno ha ancora quelle scritte ma sono negli archivi, nei musei; in Slovenia credo che vi siano ancora certi manifesti che dicevano “Qui si parla solo l’italiano”. Non dovevi esprimerti in sloveno ma fra noi quando si giocava succedeva, fra ragazzi alle elementari nel momento della ricreazione avevamo un parroco che chiamavano “Spinacia” perché era brutto e cattivo, se ci sentiva parlare ce le dava per le mani.

D: Se vi sentiva parlare sloveno?

R: Sì!

D: Quando dicevi raccoglievamo viveri, medicinali, servivano per quell’ospedale partigiano?

R: Dappertutto servivano, non sapevamo dove andavano, non si sapeva nulla né dell’uno né dell’altro, anche nelle varie riunioni dove si andava non ci si chiamava mai per nome.

D: Il tuo quale era?

R: Il mio era “Belzostrelka”

D: Tradotto vuol dire?

R: Vuol dire “Mitragliatrice”. E’ stata fatta una mostra a Villa Manin con dei ritratti enormi, ve la farò vedere dopo!

D: Sono venuti quella notte, quella mattina prestissimo, le SS che erano stanziate qui a Gorizia e ti hanno detto di seguirle e ti hanno portato dove?

R: Mi hanno portato dietro la Chiesa, lì vi è una piazza e ci hanno messo uno distante dagli altri in modo di non poter parlare, vi erano dei soldati, delle SS che ci guardavano. Nel frattempo sono andati a prendere altra gente e quando hanno preso tutti quelli che erano nella lista, è stata fatta una spiata, hanno preso me, mio zio e altri di Sant’Andrea. Ci hanno portato in via Barzellini, in carcere.

D: In quell’arresto vi era anche Elvira?

R: No!

D: Ti hanno portato in carcere?

R: Lì sono stata per due mesi.

D: Ti hanno interrogata?

R: Mi hanno interrogata, ho sempre negato tutto perché alla mia amica hanno trovato un tappo con il simbolo della stella rossa che serviva da timbro, alla sera invece di portarlo via dove doveva portarlo lo ha messo nel cassetto del comò e lì è stata la sua condanna. Poi sono stati portati in Germania gli altri che erano arrestati con me. Sono stata l’unica ad uscire, in carcere ho conosciuto anche un signore che era amico di mio padre, erano della Pro Gorizia e quando mi ha visto ha chiesto: “Che cosa fai qui?”, ho risposto: “Non so”. Anche a lui non ho detto la verità perché non sapevo e questo signore ha fatto tanto, tramite un avvocato, e sono uscita dopo due mesi di carcere. Il 13 giugno il trasporto è partito per la Germania portando mio zio, questa mia amica e altri. I miei sedici anni li ho compiuti in carcere e poi sono uscita, sono stata ferma poco tempo perché mi hanno detto: “E’ meglio se stai ferma, non venire agli appuntamenti”. Si sapeva dove, anche se hanno cambiato tutti i posti di incontro, ci incontravamo anche lungo l’Isonzo dove vi erano boschi, caverne.

Il periodo dal giugno del 1944 fino a settembre 1944 avevano bisogno di me per portare certe cose nei paesi vicini, a Ranziano… quando arrivavo a Biglie vi era la staffetta che aspettava, se dovevo attraversare il Vipacco me lo facevano attraversare con una barca, per non andare sul ponte perché era pericoloso. Capitava qualche volta che bisognava correre sempre in bicicletta ma devo premettere che andavo molto fuori anche perché mio padre faceva il commerciante di frutta e verdura e abbiamo continuato questa attività, poi si è formato un gruppo ma mia sorella e mia zia lavoravano ancora e io anche ho continuato a fare queste cose.

Avevo un lasciapassare tedesco, avevo due lasciapassare, i partigiani sapevano che avevo quello tedesco e quello partigiano. Sapevo la parola d’ordine e ci portavano oltre il Vipacco per andare a Ranziano dove si dovevano portare queste cose ma solo biglietti, per la merce vi erano dei posti di riferimento dove portavano tutte queste cose. Un giorno mi vengono a dire che dovevo andare ad un appuntamento per ritirare dei medicinali e questo alla fine del 1944, sarà stato fine novembre, ho detto: “Va bene, dove devo andare?”, mi hanno risposto: “Devi andare ai giardini, lì ti avvicinerà un signore e ti darà dei medicinali, lui sa chi sei”. Troppe domande non si potevano fare, qualche volta meno si sapeva meglio era. Vado ai giardini ma non trovo nessuno, torno a casa e contatto questo signore avvisando che non c’era nessuno, “Ci sarà stato qualche disguido, vedremo”. Dopo pochi giorni viene questa persona e mi dice “Ora puoi andare”. Era dicembre, verso la fine. Vado per prendere questi medicinali e di nuovo non trovo nessuno e poi viene di nuovo questa persona per dirmi che sarebbe stato meglio che io fossi andata via perché lì non ero più sicura perché questa cosa era un po’ strana, “Fammi passare il Natale a casa poi vengo”. “D’accordo passa Natale e Capodanno ma dovresti andare…” “Va bene, vado”, dovevo prendere dei medicinali anche per mia nonna che aveva settanta anni. Vado e aspetto e cammino e arriva l’allarme, prendo subito l’autobus per andare verso casa senza aver trovato niente. Quando arrivo alla Stazione Centrale di Gorizia scendo dall’autobus perché non arrivava a Sant’Andrea e vado verso casa.

C’è un ponte dove passa la ferrovia, vengo giù per la scaletta, oltrepasso il ponte, guardo verso la città e vedo un gruppo di giovani che quasi conoscevo. Nel frattempo l’allarme era cessato, vado verso Sant’Andrea, vedo da via Fatebenefratelli, Sant’Andrea e la via Barca altri gruppi di ragazzi. Vado verso Sant’Andrea: questi vengono verso di me tutti in borghese, e mi chiedono se sono Vilma Braini, “Sì” ho risposto e mi hanno detto di seguirli.

Io in mezzo e loro una quindicina tutti intorno attraverso tutto il corso di Gorizia fino a via Barzellini e chi passava mi ha visto. Non salutavo nessuno, nel momento in cui ti trovavi in difficoltà era meglio non conoscere nessuno perché non si sapeva quello che poteva succedere.

Mi portano in via Panzeriti di nuovo e lì aspetto dopo Capodanno e mi vengono a chiamare per l’interrogatorio. Mi hanno detto che collaboravo con i partigiani e che ero andata in cerca di medicinali; ho detto che li cercavo per mia nonna, il tedesco ha cominciato ad urlare, gli interrogatori li facevano tutti in tedesco con l’interprete, qualche tedesco sapeva anche l’italiano, ho detto di no che non era vero. Mi hanno portato in carcere …

D: L’interrogatorio dove lo facevano?

R: La prima volta in via Bagni, erano le SS in via Bagni nella Villa Marpurgo, la seconda volta in via Crispi dove c’era la SD, un altro gruppo di SS. Vi era un ufficio collocamento e c’erano lì le SD, l’interrogatorio lo facevano sempre i tedeschi.

Ho detto di no, questo tedesco ha incominciato ad urlare e a dire di tutto, non le ho prese, era solo infuriato e cattivo. Mi hanno mandato di nuovo in carcere ma mi hanno portato in cantina dove c’era una cameretta con una tavolata e un bussolotto in un angolo e sono stata lì per tre giorni e tre notti.

D: Sola?

R: Sì, sola!

D: A sedici anni?

R: Sì, a sedici anni. Ogni giorni veniva la Madre Superiora perché nelle carceri femminili c’erano le suore. Veniva a trovarmi la Madre Superiora, entrava … c’era la guardia che apriva la porta … lei entrava. Le suore una volta avevano le maniche larghe; sfilava una mano e me la porgeva, solo con gli occhi mi faceva cenno di prendere quello che aveva in mano, una caramella o uno zucchero, senza carta, senza niente, io lo prelevavo e lo mettevo in bocca.

D: Ti ricordi il nome? Era Suor Pierina?

R: No, quella per me era la suora più in gamba di tutte e poi vi era un’altra suora buona, Anna, una cuoca.

D: A volte ti dava uno zuccherino senza dire niente?

R: A volte una caramella, solo mi chiedeva come stavo e mi diceva di pregare. Il secondo giorno che ero lì verso l’imbrunire, saranno state le quattro o le cinque, sento chiamare il mio nome, mi guardo in giro, in quella cantina vi erano quelle finestrelle che davano sul cortile dei condannati a morte, non so dirti chi era ma vedo che stava facendo qualche cosa e vedo delle ombre, alza la rete di questa finestrella e mi getta qualche cosa e dice: “Metti subito in bocca e vai sotto il tavolaccio, tocca, vedrai che si sposta il mattone, leva quel mattone e metti quella cartina lì”, così ho fatto. Ti aiutava a vivere, la solidarietà che c’è in quei momenti non si può descrivere.

D: C’erano cose da mangiare?

R: Sì, zuccherini, caramelle, qualche cosa c’era, questo per tre giorni e tre notti. Il terzo giorno sono venuti a prendermi ma avevo la bocca tutta arsa, non riuscivo più a parlare, mi si è gonfiata anche la lingua.

Mi hanno portato alla SD, ho atteso. Nel frattempo che aspettavo in corridoio è venuto un gruppo di donne, c’erano una mamma e una figlia con una borsa, ero seduta e questa mamma mi guardava, apre la borsa, prende un pezzettino di pane, chiede se può andare in bagno e torna con il pane tutto bagnato e mi dice: “Metti questo pane in bocca e non inghiottirlo”. Queste donne erano di Aidussina, era gente che avrà provato chissà quante cose brutte nella loro vita e mi ha alleviato l’arsura della bocca, della lingua, non riuscivo nemmeno a parlare.

Quando mi hanno portato dalle SS per interrogarmi hanno visto che non potevo parlare e hanno cominciato ad urlare e il cane ad abbaiare, avevano sempre il cane vicino, ad imprecare. Mi hanno tenuto ancora un po’ poi mi hanno riportato in carcere.

Quando arrivo in carcere trovo delle ragazze di Sant’Andrea. Anche se avevo i nomi illegali di tutte le ragazze ho solo guardato, ho fatto finta di non conoscere nessuno e sono andata nel mio angolo e lì sono rimasta senza dire niente.

Passa un giorno, passano due, ero sempre appartata, non volevo parlare con nessuno. Viene vicino a me una signora di Sant’Andrea e mi dice “Vilma, perché sei così?” “Ti prego non venirmi vicina”. “Non ti preoccupare, hanno ucciso un tedesco a Sant’Andrea e c’è stato un rastrellamento“. E’ stata come una libertà perché pensi sempre al peggio. Sentire queste cose anche se erano brutte, hanno rastrellato tanta gente, tanti giovani, poi mi ha raccontato la faccenda e ho detto “Sapete che non sono così ma purtroppo devo fare così” e poi ho raccontato qualche cosa e basta. C’era anche l’Elvira …

D: Avevano portato in piazza anche loro?

R: No, questo è il secondo arresto, questo era il rastrellamento, non so come sono state arrestate perché chi è andato a lavorare quel giorno, verso la fine di gennaio, li hanno lasciati ma chi non è andato a lavorare li hanno portati tutti via.

D: E lì hai incontrato l’Elvira!

R: Elvira la conoscevo già prima, ho incontrato in carcere l’Elvira che era amica di mia sorella, ci conoscevamo bene. Nella cella, quando sono tornata, ho trovato anche mamma e figlia e mi è rimasto in mente, non so se era il suo vero nome, si chiamava Diana Varallo. Nel frattempo hanno organizzato un trasporto per la Germania ma non ero inclusa io né Elvira ma quelle che era là prima di noi, ecco perché le celle erano piene. Giornalmente arrivavano donne, ragazzi, uomini ma loro erano sotto, noi eravamo all’ultimo piano.

Il tempo si è poi normalizzato, non venivano a cercarmi, tutti erano d’accordo che andava a lavorare in Germania. Venivano delle notizie in carcere, chi andava a fare le pulizie nei comandi delle SS sentiva qualche cosa poi ci raccontava, la guerra andava verso la fine, ma il 24 febbraio non mi hanno più interrogato, e ho saputo poi che è stato mandato via quel comandante, qualche cosa è successo per cui non sono stata più interrogata.

Il 24 febbraio era l’ultimo trasporto da Gorizia, Trieste, Pola, ma non più in treno da Gorizia bensì con i camion e le corriere e ci hanno portato fino a Pontebba.

D: Durante il trasferimento chi faceva la guardia? Erano germanici o anche italiani?

R: Anche italiani, gente che si conosceva. Uno mi guardava perché lo conoscevo bene, lo guardavo non di buon occhio ed era quasi triste. E’ venuto vicino perché durante il viaggio da Gorizia a Pontebba ci si doveva fermare perché vi erano i bombardamenti. In uno di questi posti, nei boschi, ci hanno fatto fermare per andare dove si doveva andare, questo ragazzo è venuto vicino a me e mi ha detto “Se scappi ti cercherò”. Io l’ho guardato così, è stato un attimo, “Se scappo mi spara” ho pensato, invece, forse lo avrà fatto veramente per aiutarmi, non ho mai saputo niente di lui.

D: Prima di ritornare al trasporto ci racconti di Suor Pierina?

R: Suor Pierina era tutto fare nel carcere, anche se c’era la superiora che non ricordo come si chiama. Suor Pierina mi chiamava quando c’era da portare il caffè ai minorenni, l’aiutavo; facevamo il giro del carcere delle donne. Mi trattava con autorità ma il suo cuore era buono, era autoritaria, imponente ma era buona d’animo, generosa. Facevo il giro con lei, in carcere ha avuto anche qualche amore.

D: Ti coccolava un po’?

R: Sì, ma anche lei aveva una simpatia per un uomo.

D: Ti ha fatto anche un po’ da mamma!

R: Sì, era una cosa inverosimile perché lei c’era e non c’era, vi era un corridoio enorme, con le celle di quelle che non dovevano parlare con nessuno e quando si portava a questa persona il pranzo, la portella si apriva e davi …

D: Nei confronti dei germanici come era Suor Pierina?

R: Per lei non c’era differenza, non si sottometteva, non so poi che fine ha fatto perché tornando dalla Germania non so se c’era ancora, non saprei dire!

D: Era lei che comunicava la lista dei Transport?

R: Sì!

D: Quando siete partiti il 24 quanti eravate?

R: Duecento, duecentocinquanta, non saprei dire esattamente. Io ero sulla corriera di allora, ma la maggior parte degli uomini erano sui camion.

D: Arrivati a Pontebba che cosa è successo?

R: E’ successo che nelle stazioni vi erano questi vagoni merci aperti e lì dentro, dentro, dentro. Se ci fosse stato un fiammifero o uno stuzzicadenti non ci stava.

D: Poi hanno chiuso il Transport … Vi avevano dato delle cose da mangiare o da bere?

R: Quello che avevamo portato da casa perché tutti i genitori hanno cercato di portare il massimo, lo zaino con pane, burro fuso nei vasetti, tutte quelle cose.

D: Perché tutti eravate convinti di andare in Germania!

R: In Germania a lavorare!

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Tanto, non c’era mai fine, siamo arrivati fino a Monaco, poi gli uomini li hanno distaccati e poi hanno agganciato un treno di cose per militari, ricordo dei vagoni, c’erano anche dei camion sui treni. Andavamo verso Berlino verso il fronte, non sapevamo esattamente ma era così.

D: Non vi hanno mai fatto scendere dal treno?

R: Nei boschi, ci hanno fatto scendere, andavamo a fare i bisogni poi si mangiava la neve bella fresca.

D: Avevi diciassette anni, c’erano persone più anziane?

R: Tante persone anziane.

D: Sia italiane che slovene?

R: Poche italiane, la maggior parte slovene; escluse l’Elvira tutte le altre erano dei paesi vicini.

D: Finalmente arrivate ad una stazione dove vi fanno scendere.

R: Ci fanno scendere e ci fanno avviare verso questo Lager. C’era un lago da una parte, cammini, guardi e non capisci che cosa è, si spalancano queste porte con tante urla e ci mandano nelle baracche con tutta la nostra roba e lì siamo stati due giorni e una notte.

D: Il Lager era quello di…

R: Ravensbrück . Quando passavamo oltre la rete vi erano delle deportate vestite così, noi le guardavamo e ci chiedevano di dove eravamo, noi rispondevamo che eravamo italiane, slovene, dicevamo sempre di essere italiane ancora quella volta. “Ma di dove siete, Gorizia, Trieste, Postumia? Se avete da mangiare vi preghiamo, dateci qualche cosa perché vi toglieranno tutto!”

Noi ci guardavamo e dicevamo: “Come ci toglieranno tutto, perché?”

Qualche piccola cosa l’avevamo. Poi ci dicevano: “Non vi avvicinate alla rete perché la rete è tutta elettricizzata”. Qualche cosa abbiamo dato ma poco perché diventi cattiva, egoista, e siamo state lì per due giorni. Il secondo giorno ci hanno di nuovo messe in colonna e fatte ripartire.

D: Quando siete arrivate a Ravensbrück non vi hanno fatto la spoliazione?

R: Niente, noi avevamo tutto, siamo partite da Ravensbrück di nuovo e siamo andate verso Bergen Belsen.

D: A Ravensbrück non vi hanno fatto nulla?

R: Nulla!

D: Vi hanno lasciate in una baracca?

R: Sì!

D: Tutte del vostro trasporto?

R: Sì! Tutte donne perché Ravensbrück è un campo di concentramento di donne.

D: Lì non vi hanno fatto niente?

R: Niente!

D: Dopo due giorni vi hanno rimesso in colonna ancora in treno?

R: Ancora in treno sui vagoni e ci hanno portate a Bergen Belsen!

D: Come ti ricordi l’ingresso a Bergen Belsen?

R: Non so come descrivere. Tu camminavi per entrare in questo Lager e vi era come una polvere, qualche cosa che si muoveva, non capivi che terreno era, non c’era nemmeno la neve, ma non capivi che cosa erano… Ci hanno portati fino in fondo al Lager dove c’erano queste baracche, ci hanno portati in una baracca dove ci hanno detto di lasciare le nostre cose bene ordinate, piegate su delle panche, le scarpe con i lacci allacciati e ci hanno detto: “Andrete a fare la doccia e all’uscita troverete tutte le vostre cose che avete lasciato”. Questo è stato detto in tedesco, polacco, la maggior pare erano polacche quelle che ci bastonavano e imprecavano, le Kapò.

D: Arrivate a Bergen Belsen vi fanno lasciare lì tutto, la doccia, e la Veronesi era con te?

R: La Veronesi era con me, sempre con me.

Lì ci hanno fatto le procedure di ingresso, la spoliazione, le docce, uscite fuori dalla doccia all’aperto, era fine febbraio, primi di marzo, entrate in un’altra baracca dove come entravi ti consegnavano e non capivi che cosa era, vestiti sporchi, laceri, non erano i tuoi vestiti e ti sei vestita come potevi. Io avevo un vestito celeste di lana, tutto liso, un cappuccio arancione e un cappotto che non era verde, grigio… Non avevamo le casacche zebrate ma i vestiti che hanno trovato, sulla schiena la stoffa zebrata e il triangolo rosso scritto in italiano. Ci siamo vestite ma siamo rimaste scalze perché le scarpe non c’erano. Uscite da questa baracca c’era il nostro mucchio di scarpe, pazzesco, come poter trovare un paio di scarpe che ti andassero bene. Vedo i miei scarponi e più giudizio che fortuna vedo questi scarponi e me li metto, li ho avuti per tutto il tempo …

D: Senza calze!

R: Stracci, come si poteva, poi ci hanno dato una Miska con un cucchiaio e hanno detto che quello era per il cibo. Se lo perdevi … ci hanno mandati poi nelle baracche. Cercavamo di stare più unite, eravamo tutte di queste parti, ci conoscevamo, tutte slovene, e siamo state più insieme possibile, siamo entrate in questa baracca dove c’era altra gente, ucraine, francesi …

D: Accennavi prima al triangolo, ma oltre al triangolo ti hanno dato anche un numero?

R: Quella era una tragedia nel senso che quando ci hanno dato il numero ti hanno fatto capire che si doveva impararlo a memoria ma non in sloveno o in italiano ma dovevi impararlo a memoria in tedesco. Quelle che c’erano già ci hanno aiutato a impararlo a memoria, non lo puoi dimenticare né in sloveno, né in italiano né in tedesco. Il mio numero è 36.848, dove vado lo dico in tutte e tre le lingue … è bello così!

D: Perché è giusto … anche voi avete subito la depilazione?

R: No, noi non abbiamo subito né depilazione né altro perché non c’era tempo, non c’erano i mezzi, c’era tanta gente… a Bergen Belsen c’erano tante donne.

D: Nel blocco più o meno in quante eravate?

R: Tanti, tanti, era enorme … per terra non più sulla paglia ma sulla polvere, ormai era quello che era e si dormiva per terra.

D: Siete entrate in una baracca dove c’erano già altre deportate? Vi hanno accolte bene?

R: Non c’era un saluto, ognuno faceva quello che poteva fare. Il grande lavoro era pulirsi i pidocchi, cercare di eliminarli. Ci si aiutava l’una con l’altra sulla testa perché non potevi farlo da sola, ma i vestiti, era indescrivibile come da un giorno all’altro ci si trovava addosso tutti questi pidocchi che ti succhiavano il sangue.

D: Con le russe come è andata?

R: Con le ucraine non avevamo problemi, con le polacche sì. C’erano tante ucraine ma non tante nel blocco. La maggior parte erano polacche e quelle caso mai se potevano te le davano, se non stavi in riga, se volevi uscire, ti guardavano ore e ore ad aspettare le SS che ti controllavano e ti dicevano: “Queste sono tante, 10 morte e 10 vive”. Erano davanti alle baracche perché doveva passare prima la SS, poi il carro per portare via le morte.

D: Quante volte al giorno all’Appelplatz?

R: Una sempre e durava ore e ore. Se c’era qualche cosa che non andava anche alla sera, o perché era successo qualche cosa nel Lager o per punizione ci mettevano all’appello e lì stavi ore e ore al freddo a calpestare questa terra che non capivi che cosa era. Dopo pochi giorni ci hanno detto: “Questa è la nostra cenere” perché dalla baracca dove eravamo noi poco più lontano vi erano i crematori che fumavano giorno e notte. Poi abbiamo capito, vi era questa brutta terra nera, cenere, e si calpestava, non c’era altro da fare.

D: Che cosa è la “cumba”?

R: “… e noi cantiamo la bella cumba, cumba, cumba”; tutte noi slovene ci mettevamo tutte vicine e si cercava di cantare le canzoni partigiane.

D: La cumba che canzone è?

R: Non è una canzone slovena …

D: Non te la ricordi adesso?

R: No!

D: E’ un canto partigiano?

R: Sì, era serbo …

D: Vi mettevate nel blocco …

R: Sì e cantavamo le nostre canzoni partigiane, cantavamo anche “Mamma” in italiano perché fino a Lubiana tutti si cantava in italiano e le polacche un giorno hanno sentito che cantavamo “Mamma” e ci hanno detto “Italiano … mamma”. Le abbiamo guardate e non sapevamo cosa fare, poi Elvira (che aveva una voce bellissima) ha detto “Ragazze cantiamo, fa bene anche a noi”. Abbiamo cantato “Mamma” e poi ci hanno dato un pezzetto di pane per ciascuna, le polacche, le Blockowe

D: Le Blockowe italiane non le avete viste?

R: No, non posso dirlo …

D: La maggior parte erano polacche …

R: Anche ucraine ma poche, la maggior parte polacche.

D: Al mattino appello lunghissimo …

R: Lunghissimo, ore e ore sull’appello, se avevi bisogno di andare in qualche posto dovevi chiedere il permesso e correre, correre, per arrivare prima che arrivasse la tedesca perché c’era la SS tedesca che veniva a guardare. Una volta non sono riuscita ad andare fino a dove dovevo andare, mi sono fermata dietro a una baracca e c’era la SS lontano che mi vedeva. Sono scappata di nuovo … lei mi ha visto con il cappuccio arancione e non potevo dire che non ero io … non mi hanno bastonato né castigato … solo una volta le ho prese da una Blockowa polacca perché le polacche avevano all’entrata della baracca il loro angolo ed era con dei fusti… Dormivano più in alto di noi, io e l’Elvira abbiamo chiesto se si potesse andare sotto lì, ce ne hanno date tante che metà basta, “Italiani, traditori!” Ci dicevano di tutto, fascisti no ma traditori si. Quelle Blockowe … I politici avevano un rispetto in più perché vi erano tanti altri criminali, c’era di tutto, non nel nostro blocco, nella nostra baracca ma negli altri posti c’era gente, ucraini, tanti rom, ungheresi, quelli erano di una dignità enorme, avevano la loro regina…

D: Cosa ti ricordi dell’alimentazione?

R: Prima non ho finito nel dire che la SS mi ha individuata e sono stata castigata nel senso che quel giorno il pane non mi è stato dato, ma ci davano la pagnotta e doveva essere tagliata in dodici pezzi e quel giorno solo in undici. Chi doveva tagliarla ha fatto lo stesso dodici pezzi così il pezzettino di pane l’ho ricevuto anch’io e le altre una briciola in meno. Qualcuna il pane non se lo mangiava tutto subito e qualche volta qualche briciola scappava ma c’erano tragedie per un pezzettino di pane. Quello che mi davano lo mangiavo subito, non dicevo “Dopo”, tutto subito. Quando c’era la fila per andare a prendere questa minestra ti dovevi mettere subito in fila. Le ucraine, quelle che erano già più anziane andavano sempre per ultime e chi dava la minestra … qualcuno dava l’acqua e le altre avevano la parte più densa, cosa c’era? C’era una brodaglia con bucce di patate con la rapa nella Miska e guai se la perdevi e quando finivi di mangiarla la pulivi e mangiavi con le dita; qualche volta la lavavi e qualche volta no, non c’era il tempo …

D: Al mattino vi davano Caffé Ole?

R: Ci davano un pezzettino di pane… non so se cosa era, qualche cosa ci davano.

D: Poi la zuppa.

R: A mezzogiorno.

D: Alla sera?

R: Basta! Non era proprio mezzogiorno …

D: Anche tra voi donne c’era qualcuno che faceva la conta per dividere la fetta di pane?

R: Si faceva il giro.

D: Questo a chi … questo a chi …

R: No, non c’era più quell’entusiasmo perché eravamo sfinite.

D: Al lavoro non vi hanno mai mandate?

R: Mai mandate! Chi ha lavorato in quel campo ha lavorato per il campo dentro ma per due o tre giorni. Verso la fine il campo si stava evacuando e i magazzini erano pieni di roba nostra e i tedeschi ci hanno fatto fare la colonna da Belsen, dal campo di concentramento fino a Bergen, alla stazione ferroviaria. C’era tutto un giro di prigionieri che portavano la merce alla stazione e lì ne sono morti tanti perché qualcuno non ce l’ha fatta.

D: Quando siete arrivati a Bergen Belsen c’era già il tifo petecchiale?

R: C’era già il tifo petecchiale, c’erano gli ospedali … e chi era dentro raccomandava: “Se vi sentite male, se vi sentite qualche cosa non andate mai, non chiedete, cercate di aiutarvi come potete ma non chiedete di andare in infermeria”.

D: Nessuna di voi ci è andata?

R: No, per fortuna. Se andavi là non ti davano nemmeno quello che ti dovevano dare, restavi lì e basta.

D: Come ti ricordi la liberazione?

R: La liberazione è stata cosa … eri talmente sfinita che non riuscivi nemmeno a pensare e a credere, non c’erano più tedeschi, non c’era più l’appello, ti davano da mangiare qualche cosa, chi c’era, chi non c’era, però ricordo che vi erano degli uomini in civile con la fascia bianca. Ci hanno fatti sgomberare le baracche, hanno fatto delle immense tende e ci hanno portato lì, ero già ammalata e l’Elvira mi curava, se non c’era lei non so se sarei stata qui, questo lei lo sa. Quando mi portava fuori dalla tenda guardavamo in giro e le dicevo “Elvira per cosa serve tutta quella legna, perché non fanno fuoco?” avevo freddo. “Vilma, mi diceva, non è legna, sono cadaveri”. Un giorno si sentono dei camion, dei rumori e c’erano i soldati inglesi ma questi uomini li hanno fermati, non li hanno lasciati entrare perché vi era l’epidemia e non so dopo quanto tempo è arrivata la Croce Rossa, in tuta, maschere antigas, ci spogliavano del tutto, ci mettevano delle coperte da dove veniva fuori la polvere, e ci hanno portati negli ospedali militari di Bergen e lì sono stata tanto tempo, non ricordo nemmeno quanto tempo. Ci hanno curato bene perché tanti sono morti quando è arrivata la Croce Rossa e hanno dato da mangiare le scatolette, il pane. Devo dire che le slovene erano provate e hanno detto: “Non dovete prendere niente”. Le addette di quella baracca andavano a ritirare il mangiare, prendevano le scatolette di carne, una volta vi erano dei limoni di celluloide, il succo di limone. Quelle hanno portato a ceste quelle cose, scatolette di carne, hanno trovato delle pentole, hanno messo questa carne dentro e poi andavano a raccogliere lontano dal Lager delle erbe, le lavavano e cucinavano questa carne con quelle erbe da mangiare liquido, erano delle donne meravigliose, sapevano il fatto loro.

D: Sei rimasta in ospedale fino a quando?

R: Fine maggio perché la prima volta che mi sono alzata, non ricordo quando, sono andata alla toilette da sola, mi sono guardata nei vetri e non mi sono conosciuta perché ero trasformata, magra, avevo la bocca così, le orecchie … guardavo le altre e non erano così … Piano piano siamo rinsavite ma quando ero ancora all’ospedale è venuta una delegazione di partigiani jugoslavi, della Croce Rissa, ed è stato un bene anche per noi, hanno chiesto se c’erano delle slovene croate, ci hanno detto che il 1° maggio i partigiani erano arrivati a Trieste e questo per noi era una cosa meravigliosa, abbiamo lottato per questo, abbiamo vissuto per questo, nel male era bello sentire parlare di queste cose e poi ci hanno detto che chi era guarito dall’epidemia sarebbe stato portato nei paesi vicini. Noi ci hanno portato vicino ad Hannover, in una cittadina nelle scuole, in infermerie dove c’erano quelle che stavano poco peggio e lì siamo stati fino a che non ci hanno fatto partire, sono venuta a casa con le jugoslave. E’ la Croce Rossa jugoslava che ha organizzato tutto …

D: Che percorso hai fatto al ritorno?

R: Tutta la Germania, l’Austria, Lubiana, Postumia e a casa.

D: Quando sei arrivata a casa, mamma …!

R: Vorrei dirti una cosa prima del trasporto. Nel trasporto partito da Gorizia vi erano anche due donne incinta di cui nessuno sapeva, nemmeno nel Lager. Finita la guerra hanno partorito, a Bergen, una bambina e un bambino. Erano in una scatolina, una cosa inverosimile e sono ancora vivi, la ragazza si chiama Mira e il ragazzo Boris.

D: Erano slovene?

R: Sì, uno di Ranziano e uno di San Basso. Una cosa indescrivibile.

D: Quando sei arrivata a casa?

R: Sono arrivata a San Pietro in treno, mia madre era di San Pietro. Sono andata da mio zio, ho lasciato le cose che avevo con me e gli ho chiesto la bicicletta e sono venuta a casa da San Pietro. Qualcuno mi ha visto ed è andato più forte di me e quando sono arrivata vicino alla caserma degli Alpini, una volta vi era la Campagnuzza ora vi è il Villaggio degli Esuli, lì c’era la Campagnuzza dove una volta andavamo a pascolare le capre. Ho incontrato mia nonna con la mia sorellina piccola che aveva due anni, mi sembrava di vedere qualche cosa di bellissimo, mia sorellina bionda bionda e la nonna, poi mi è venuto incontro mio papà, la mamma mi ha aspettato a casa, era una donna riservata …. sono momenti che non si possono descrivere, passano gli anni e non puoi dimenticare.

D: Il Lager è brutto per tutti, gli uomini ma anche per le femminucce, ad esempio, il ciclo mestruale …

R: Niente, cessato completamente dall’oggi domani, ma anche a casa non c’era più niente. Il corpo era tutto una vescica, ci hanno curato, io camminavo così, sulla spina dorsale avevo una crosta.

D: Per una donna soprattutto il ritorno, l’umiliazione del corpo, la violenza ma anche non fisica, ad esempio la spoliazione, non è uno scherzo.

R: Io ero giovane, tante erano giovani, ma quelle madri e quelle nonne che avevano il petto che gli veniva giù, non sapevano come celare… Anche noi, non si sapeva dove mettere le mani, come coprirti, attorno a te vi erano solo uomini, nelle baracche le donne.

D: Questo oltraggio della persona …

R: Il non parlare più per tanti anni, il non accettare questa cosa anche nel senso che tu sei tornata, la mia amica non è tornata. Era quasi una colpa perché anche se non ero con questa mia amica, andavo a trovare la mamma, e non era piacevole.

D: A tua mamma non hai mai raccontato che cosa è stato Bergen Belsen?

R: Ho iniziato a parlare di qualche cosa con mio figlio….

D: Vent’anni dopo? Quindici?

R: Mi sono aperta con i nipoti che sono stati il mio toccasana, sono nipoti meravigliosi, raccontavo a loro queste cose come una storiella, la bambina mi diceva quando aveva cinque o sei anni: “Nonna, ancora, ancora, la tua guerra voglio”. Raccontavo un poco di questo, un poco di quello, un poco di quell’altro, qualche cosa dico anche adesso, ti dirò che con i miei nipoti ero ad Auschwitz, io ero Kiascia e lei era Vilma perché lei mi portava, sono delle esperienze meravigliose. Con il nipote ero a Mauthausen e a Ravensbrück, ho chiesto a mio figlio e alla nuora se potevo chiedere a loro di venire. Mio figlio dice “Che cosa chiedi a me, chiedi a loro”, “Se siete d’accordo, c’è la scuola”, “Chiedi a loro, se vogliono venire”.

D: Quanti anni avevano quando li hai portati?

R: La ragazza quattordici, anche David aveva quindici anni ma la seconda volta ne aveva diciotto.

D: Quando sei ritornata dopo tanti anni a Ravensbrück …

R: Era nel 1985, ero dappertutto con la delegazione jugoslava. La prima volta nel 1985 ero con loro, ci siamo guardate perché vi erano i russi, a Ravensbrück si poteva vedere il lago, i Bunker, i crematori, il grande muro ma nel Lager non potevi entrare perché vi erano i russi e allora ci guardavamo e dicevamo “Dobbiamo entrare”.

Con un gruppo siamo andate davanti a questo protone e ci hanno aperto. Quando ci hanno aperto ci hanno fatto un effetto … non avevamo il coraggio di oltrepassare questo portone, poi ci siamo fermate, abbiamo ringraziato, salutato e siamo andate via, questa la prima volta che ero a Ravensbrück. C’era un incontro internazionale, ci hanno fatto un’accoglienza inverosimile, hanno parlato tutte le delegazioni, la musica. Alla fine di tutto questo sono partiti dei palloncini di tutti i colori, tanti, tanti e una scia di bambini con la camicetta bianca e blu e un fiorellino in mano è venuta verso di noi. Erano tedeschi, non sapevamo cosa fare, eravamo esterrefatte, li abbiamo abbracciati, erano bambini, non avevano colpa ma era dura, tremendo. Con questi gesti ti liberi di qualche cosa …

D: Sempre al ritorno, il sospetto che una donna sia sopravvissuta all’altra, hai avvertito qualche cosa?

R: Il sospetto in che senso?

D: Nel senso soprattutto legato al corpo femminile.

R: Il sospetto no, il corpo femminile no perché non ho subito violenze …

D: La gente di qua quando sei arrivata …

R: Non parlavo, “Sei tornata, stai bene?”mi dicevano nel paese, ma quando andavo in città mi sputavano in faccia. Andavo tutti i giorni in città perché facevamo i commercianti, mio padre era un commerciante, andavo ogni giorno al mercato e i fascisti mi sputavano, mi dicevano “Titina e sciava”, questo per anni.

D: E’ importante che i giovani conoscano queste cose?

R: Sì, io parlo tanto con i giovani, ero con il Treno della Memoria ad Auschwitz. Quest’anno eravamo in treno, l’anno scorso con le corriere e si è parlato tutta la notte, avevi a disposizione tanto tempo, hanno fatto anche un DVD, tutti hanno elaborato queste cose. Era un treno di 700 giovani, da Torino a Bari… poter parlare, poter dire le tue opinioni, rispettare quelle degli altri e anche gli altri rispettano le tue.

Ho parlato con tanta gente, vi era gente che non capiva, io sono sempre stata comunista, da quando ho iniziato, non ho fatto scuole slovene, il pensiero di potermi esprimere liberamente! Abbiamo lottato per questo, per me è un ideale, anche se qualcuno mi dice che è un’utopia spero di mantenere sempre questo mio ideale.