Gasiani Armando

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io mi chiamo Gasiani Armando, nato a Castel di Serravalle provincia di Bologna il 23.1.1927. Eravamo una famiglia di contadini, dopo dieci anni abbiamo traslocato, da Castel di Serravalle siamo venuti ad Anzola Emilia e siamo rimasti fino a dopo che sono arrivato Bologna, però il rastrellamento è avvenuto in questa zona. Prima del rastrellamento io e mio fratello, senza che i miei genitori sapessero, eravamo collaboratori della Resistenza, nella nostra campagna c’era una base partigiana. Ad un certo momento la Resistenza ha avuto un periodo molto grave, ha avuto un po’ di relax e ci hanno consigliati di andare a lavorare perché noi eravamo già una famiglia molto grossa, avevamo altri fratelli, eravamo in ventidue in famiglia, una famiglia molto grande, allora hanno consigliato a noi due di andare perché ci dicevano: “Voi da là potete ancora continuare la vostra attività, dicendo magari qualcosa che a noi può interessare”.

Durante questo è venuto proprio il giorno del rastrellamento del 5 dicembre del 1994. Questo rastrellamento io direi che è stato un rastrellamento politico guidato, pilotato da una spia, questa spia era un partigiano, è andato in mezzo alle SS e lui l’ha pilotato, praticamente lui sapeva tutta Anzola com’era messa, tutte le famiglie, le basi partigiane. Chi erano i partigiani e lui piano piano questo rastrellamento l’ha guidato, l’ha pilotato e l’ha accompagnato per tre, quattro giorni, chi non era dentro il rastrellamento è andato a prenderlo a casa. Noi eravamo tra quelli che hanno preso, perché il mattino si andava a lavorare. Sono arrivati all’improvviso.

Noi si sentiva qualcosa di diverso, sentivamo qualche abbaio di cani, ma era una mattina un po’ nebbiosa, un po’ piovosa, non era una bella mattina, però a quel momento devo dire siamo arrivati… siccome con questo documento che ci avevano dato in mano, secondo loro noi potevamo girare tutta l’Italia che eravamo in regola con questo documento firmato da Kesserling, noi forse non abbiamo badato a questo rastrellamento. Può darsi che fossimo anche fuggiti, però eravamo già messi in maniera che ormai di fuggire non era più tempo. Ci hanno presi su e ci hanno portati ad Anzola Emilia, dentro nelle scuole. Dentro nelle scuole hanno fatto questa retata di cittadini giovani, non più giovani, partigiani, non partigiani e li hanno portati in questa scuola che eravamo circa duecento. Alla sera verso le nove in questa scuola c’era una lampadina.

C’erano due tedeschi di dietro, c’era questa spia che ci mandava destra o a sinistra in modo che da una parte andavano a casa e dall’altra parte li tenevano. In quel momento noi siamo rimasti lì in sessantasette di Anzola e dopo un’oretta ci hanno caricati su due o tre camion, non ricordo, siamo partiti verso Bologna e siamo andati in Villa Chiara che lì c’era il comando della Gestapo e dopo tre o quattro giorni, hanno cominciato a fare questo processo. É per quello che dico, questo rastrellamento diventa politico per me perché era pilotato. Io, per esempio, sono stato preso un’altra volta prima del 10 settembre, però quello non era un rastrellamento, sono andato a finire a casa di un contadino e da lì sono riuscito a scappare. La differenza da quello a questo per me, infatti lo dice anche nelle condanne che loro hanno…

D: Scusa, lì in Villa Chiara vi hanno interrogato e processato?

R: Sì. Abbiamo avuto tutte le nostre condanne. Più o meno, loro hanno dato le condanne, però non si sapeva che condanne, perché abbiamo avuto anche delle persecuzioni, hanno dato dei calci. Hanno usato anche della violenza contro di noi, volevano sapere chi era qui, delle basi partigiane e tutte queste cose, ma in quel momento nessuno ha fiatato, magari cercava di tenere possibilmente il suo riserbo per non fare danno alle famiglie che erano rimaste fuori da questo rastrellamento.

D: Durante il rastrellamento hanno preso solo uomini o anche donne?

R: Anche donne. Quelle che avevano preso lì sono andate a prenderle a casa. Allora volevo tornare su Villa Chiara. Lì abbiamo avuto veramente il processo. Eravamo mica solo noi, eravamo più di duecento dentro, perché è molto grande. Questo processo è durato sette o otto giorni. C’era uno, interrogava però di dietro c’erano i picchiatori che magari pensavano loro di darci… magari per poter avere più informazioni di queste basi partigiane che ad Anzola c’erano state. Nonostante che avevano questa spia, però non erano convinti abbastanza e volevano anche sapere da noi magari quali erano le informazioni anche più sicure perché noi eravamo in zona, abitavamo lì. Dopo sette o otto giorni, finito questo processo verso l’11, 12 di dicembre, siamo partiti. Siamo andati in San Giovanni in Monte. Hanno portati tutti dentro a San Giovanni in Monte con dei catenacci avanti e indietro. Però si vedeva un po’ tutti, anche gli altri ragazzi, a un bel momento sono spariti una gran parte di questi ragazzi che erano stati processati con noi. Il 13 o il 14, non si sa la data precisa, sono partiti, sono quelli che hanno fucilato ….

La loro condanna è stata quella. Invece la nostra condanna era di venire, abbiamo capito poi dopo perché non è che a quel momento si sapesse dove si andava a finire, perché eravamo in mano sua, però nel momento che noi abbiamo avuto questa spia abbiamo dubitato qualcosa anche di grave, infatti, la condanna nostra era quella di venire in Germania. Però sempre questo viaggio ignoto, da Bologna noi siamo partiti il 23 dicembre e siamo andati a Verona, Verona, Bolzano.

D: Siete partiti con cosa?

R: Tre camion. Eravamo novantuno uomini e nove donne, cento persone.

D: Tutte di Bologna più o meno?

R: Sì, Bologna o provincia.

D: Quindi Vi siete fermati a Verona…

R: A Verona perché era giorno, viaggiavano di notte, loro viaggiavano solo di notte. Comunque tanti hanno avuto la fortuna che qualche partigiano, magari i partigiani li andavano a liberare, invece noi non abbiamo avuto nessuna… niente di questo. Siamo arrivati a Bolzano il 24, il 25 e lì siamo arrivati in questi campi. Però in quel momento non ci trovavamo in un campo di concentramento personalmente perché si vedevano i civili, si vedeva il comportamento non violento, si vedeva che chi aveva dei soldi magari poteva anche andare a comprare qualcosa. Con i civili qualcosa si poteva anche avere, però noi non avevamo nemmeno la valigia perché noi eravamo rimasti, ci avevano presi andando a lavorare, eravamo solo coi vestiti e questo continua, 7, 8, 10 giorni però non si sapeva da che parte…

D: Scusa Armando, quando siete entrati nel campo di Bolzano vi hanno dato un numero?

R: Per me agli uomini no, alle donne sì. Perché secondo l’altro, lui dice: “A me lo hanno dato”, allora ieri ci guardavamo e invece non c’è il numero degli uomini, l’hanno dato solo alle donne, si vede che loro avevano già un programma che loro rimanevano, invece noi dovevamo andar via da lì. Infatti siamo partiti dopo il 6 gennaio. Non so quanti eravamo, cinquecento o settecento non so di preciso quanti eravamo, ci hanno presi tutti e ci hanno portato alla stazione. Lì c’era un carro merci pronto per caricare il vagone. Avevo un fratello con me, come Le ho detto anche prima, io e mio fratello eravamo sempre assieme e allora in quel momento ci hanno messi su questi vagoni, sessanta ogni carro. Poco mangiare, niente da bere, poco di niente. Io in quel momento ho preso anche la febbre, non sono stato bene, forse era la commozione, non so come, debbo dire, perché allora avevo diciassette anni, non è che poi fossi tanto anziano, allora pensavo ai miei genitori o forse non sono stato bene durante due o tre giorni, però con mio fratello ci siamo rinfrancati. Lui aveva già un’esperienza di guerra, aveva fatto il soldato. Era già andato al fronte, aveva già un’esperienza e lui aveva sempre detto, è per quello che abbiamo aderito alla Resistenza, perché diceva: “Io alla guerra non ci voglio più andare. Se difendo, difendo i miei interessi, non quelli degli altri, la libertà mia, non quella degli altri”. Questo l’ha sempre detto ed è per quello che noi abbiamo fatto forse un atto contro i nostri genitori, diverso da quello che loro pensavano, invece noi pensavamo poi alla libertà di tutti.

Su questo mio fratello mi è sempre stato vicino e siamo partiti, durante il viaggio c’era con noi, mi ricordo che si chiamava… adesso non mi viene il nome, comunque diceva che se andiamo a Mauthausen a casa non ci andiamo più nessuno. Diceva cosa, Costa, mi è venuto, e diceva questo. Noi si domandava: “Cosa sai te di queste cose?” E invece lui diceva sempre: “Se andiamo a Mauthausen…” senza dire dove l’aveva imparato o no. E arriviamo proprio alla stazione di Mauthausen, eravamo in vagone assieme, perché nel vagone ce n’era più di uno. Dice: “Se non viene la Liberazione, noi qui in Italia… e non sapranno nemmeno da che parte saremo”. Io mi sono messo a piangere. E poi dopo siamo saltati giù.

L’aspetto del paese di Mauthausen. C’era la gente, quando hanno visto noi, scappavano tutti via. Ho detto a mio fratello: “Guarda che aspetto noi diamo a questa gente, cosa siamo noi nei loro confronti. Cosa vuol dire questo fuggi, fuggi, guardavano qualcosa, cosa siamo nei loro confronti! O siamo delinquenti o qualcosa del genere”. Infatti loro ci hanno sempre considerati nella politica del razzismo che noi eravamo avversari, non abbiamo aderito alle truppe alleate quando sono venute là, che prima eravamo alleati, però noi siamo stati degli avversari anche politicamente. Ma allora non è che si sapesse cos’era il comunismo o il socialismo, più che altro abbiamo avuto tante riunioni che venivano… però parlavano sempre di questa libertà perché la Resistenza non è stata fondata solo dai comunisti e dai socialisti, c’era tutto il popolo, era il corpo di Liberazione che era tutto il popolo che diceva cosa si doveva fare per essere liberati da questo. Questo è un esempio dell’impatto quando siamo arrivati in questo paese.

Pian piano andiamo su per la mulattiera, tutti pieni di fango, era il 12 o il 13 gennaio con un freddo, poi eravamo vestiti senza paltò, senza niente. Allora mio fratello mi diceva: “Vedrai…”, anzi direi che molti di noi lo pensavamo, perché quando presero l’8 Settembre i militari, li portavano in Germania, però si sapeva che andavano a lavorare. Invece anche loro hanno fatto… comunque noi si sperava di andare ad un lavoro. Allora andiamo su con queste SS con i cani, che se si sbagliava… eravamo già stanchi, perché quattro o cinque giorni con poco da mangiare avanti e indietro, però l’esperienza mi dà anche questo, che loro, secondo me, facevano questa cosa perché, saltando giù dal treno, eravamo deboli, non c’era una reazione di una fuga, di qualcosa perché eravamo tutti deboli, in maniera che nessuno aveva il coraggio magari di fare una … le hanno studiate tutte queste cose per riuscire bene nel loro programma, andiamo e arriviamo. Quando si apre il portone, ecco, io e mio fratello ci siamo abbracciati e abbiamo detto: “Ma qui è la fine del mondo”.

Vedere questo spettacolo, tutti questi prigionieri, tutti così magri, poi c’era qualche morto qua e là. Chi chiamava aiuto. Mi ricordo che sotto a Mauthausen c’è un muro dove ci sono delle catene e c’erano due o tre che chiamavano aiuto, legati alle catene. Aveva ragione Costa quando diceva: “Se andiamo lì forse non riusciremo più nemmeno a ritornare” e ci siamo abbracciati tutti e due e poi ci hanno messi in fila e pian piano abbiamo fatto tutto il giro. Il primo ti toglieva i vestiti, il secondo ti depilava e poi al terzo stadio ti segnavano un numero e poi ti facevano una fotografia a mezzo busto.

Questi erano i tre stadi, il quarto è quello di andare a fare la doccia. Là tutti assieme e poi si veniva fuori con due zoccoli. Anche lì bastonate, due zoccoli con un panno in spalla, non il vestito, un panno in spalla. E in mezzo alla piazza c’era un freddo! Allora io mi ricordo che con mio fratello pensavamo: “Cosa abbiamo fatto per venire qui, cosa abbiamo fatto di male?” Si diceva. Comunque l’abbiamo purgata abbastanza bene. Dopo due o tre ore arrivano. Ecco il numero. Ci danno il numero con il vestito, perché loro dovevano cucire, attaccato alla giacca e poi i pantaloni. E siamo partiti, lì siamo stati fermi un’oretta, neanche, e siamo andati per un’altra scala e ci hanno portato alla quarantena.

D: Armando, il tuo numero te lo ricordi?

R: 115523.

D: Ascolta, assieme al numero ti hanno dato anche un triangolo?

R: No, il triangolo è quello lì, attaccato al numero, il triangolo è rosso, solo che era un po’ sbiadito, l’ho lavato, l’ho messo a posto, però man mano che si consuma, era da tanti anni…

D: E lì ti hanno mandato poi alla quarantena.

R: Alla quarantena eravamo tutti … l’impatto è stato questo, che era pieno in una maniera! Ci siamo messi in mezzo ad un baracca larga come da qui a lì, a dei materassi, sei per ogni materasso. Era lunga 100 metri, eravamo cinquecento, seicento, settecento noi, tutti in fila come le sardine. Qualche volta si divertivano: il Kapò da una parte e uno correva sopra di noi. Correre un Kapò e in due si correva e se uno si lamentava, chiamava aiuto, davano delle grandi legnate. Chi prendevano, prendevano. Questo è durato … perché lì a Mauthausen è un campo che prende la manodopera e la dà fuori e la manda in questi altri quarantotto sottocampi, non è che vadano là, muoiono lì. Man mano che le fabbriche volevano della manodopera e Mauthausen dava questa manodopera, di carne umana che eravamo noi, le cavie. Lì siamo stati fermi un venti giorni, però durante questo periodo non è che si lavorasse… si lavorava saltuariamente, però più che altro ci facevano tribolare. Alzarsi alla notte, se uno faceva dei rumori in mezzo alla piazza anche se pioveva, nevicava, bagnava, non bagnava, era uguale Loro si divertivano anche a fare questo. Per loro era un divertimento, ma per noi era un grande sacrificio, anche psicologicamente era una cosa che quando sto pensando delle volte, dico: “Io non saprei come ho fatto a venir fuori da questo coso”. Comunque siamo riusciti e abbiamo fatto questi venti giorni, più o meno e da lì mi pare che una mattina siamo partiti un bel gruppo e lì eravamo assieme io e mio fratello.

Torno indietro un passo. Io ho compiuto gli anni a Mauthausen il 23 gennaio, sono arrivato il 15. Mio fratello in quel momento non era lì. Dopo un pezzo arriva, “Oh”, dice, Armandin compi gli anni oggi?” “Sì”. “Guarda mo’ qui”, eravamo in mezzo alla piazza, “Guarda mo’ qui in che condizioni compi gli anni”. Ci sono stati tanti morti e poi chi chiamava aiuto, chi bastonava, era un delirio. Gli dico: “Io li compio oggi, tu li compi il 20 luglio. Tu non so in che modo li compirai e che terra pesteremo in quel momento”. Ci siamo andati ad abbracciare e poi abbiamo fatto un gran pianto, perché pensavamo ai nostri genitori, che loro non sapevano questo viaggio che si faceva, in che condizioni eravamo, voglio dire questo. Da lì, verso il 2 o il 3 di febbraio fanno questo gruppo perché …. a 5 chilometri e noi siamo partiti a piedi, siamo andati a … so che sono due campi e in mezzo c’è la divisione. In quel momento mi hanno diviso da mio fratello. Questo per me è stata la cosa che non posso dimenticare questa cosa perché eravamo più che fratelli, poi anche dal lato umano. Delle volte uno aveva qualcosa, magari aveva preso delle botte e aveva bisogno di sfogarsi, non avevi nessuno al quale potevi riferire queste cose, questo malumore.

In quel momento mi sono stato …. e andiamo in baracca e cominciamo a… nel frattempo che sono fuori, senti anche questo è un atto di fortuna, dice: “Non dire che sei un contadino, digli che sei un meccanico”. Di corsa, un italiano che è passato lì, perché quando ha visto che eravamo italiani, ha detto: “Non dite che siete contadini, siete dei meccanici”. Allora andiamo dentro, arriva un tedesco, non capivo niente, che avevo già il sangue che mi andava in fondo ai piedi. Dice: “Italiani… meccanico”. Al mattino dopo partiamo in treno perché … rimane sotto … e … te sai che si andava in treno coi vagoni merci. Si parte, si va a questa stazione che era distante, 500, 600 metri, a piedi sempre a piedi. Mettevano un centinaio di prigionieri ogni vagone e poi dopo uno fischiava. Chi andava su rimaneva… lì non c’era niente. Mi ricordo una volta che ho cercato di dare una mano a uno per venir su, mi è arrivata una legnata qui sopra e mi ha spaccato il labbro qui, che ho pianto. Non si poteva aiutare. In quel momento diventa difficile anche per noi il lato umano, non si era più … però se avevi un italiano vicino, un fratello vicino, quando riuscivi magari a collegare il discorso, qualche cosa poteva aiutarti per il morale e tutte queste cose. Andiamo in questa fabbrica, tu sai quanti chilometri di galleria aveva e poi, prima di arrivare lì anche questa strada, perché si saltava giù 500 metri prima.

Questa strada tutta piena di fango, sempre continuamente si doveva girare, non potevi andar sui margini perché arrivavano coi cani, con le botte. Sempre fango, era un delirio. Arriviamo in questa fabbrica. Dopo sei un numero, l’avevo imparato un po’ abbastanza nei venti giorni che siamo stati su a Mauthausen, avevi imparato il numero.

Il tedesco non lo so nemmeno ancora, però un po’ lo capivo. Mi chiamano, mi mettono vicino … dico: “Meno male che almeno siamo coperti dal fango, dalla pioggia, dal freddo”; era abbastanza caldino. Mi fa partire una macchina elettrica, io dico: “L’ho vista”, era una sega, so che tagliava i tubi. Metto giù la mano, trovo l’interruttore, proprio l’ho preso al volo. Non ho mai più avuto problemi con loro perché lì dentro magari il lavoro non era faticoso, era noioso, però non era faticoso. Primo non avevi i Kapò ai calcagni, ce n’era uno ogni cento metri, però nelle baracche invece ne avevi tre, erano continuamente in giro, invece lì non avevi … e poi avevi la protezione dall’acqua, dal freddo…

D: Quando tu dici sono stato lì in fabbrica, ma queste fabbriche erano quelle dentro le gallerie?

R: Sì.

D: Lavoravi nelle gallerie?

R: Lì si lavorava intorno e si facevano degli aeroplani. Nel nostro banco si saldavano dei tubi, le misure, si sbavavano e poi c’erano i saldatori che, man mano che noi si provava, li mettevano e poi saldavano, non so cosa facessero. Questi saldatori sapete quant’acqua hanno … per noi a rischio, perché l’acqua era avvelenata. Non si poteva bere e non davano l’acqua loro. Era avvelenata, veniva il tifo. Allora bisognava stare attenti anche a questo. Durante questo lavoro, col tegamino a rischio, si dava ai saldatori con la fiamma ossidrica la scaldavano e tutti sentivano questa bollente, ti sentivi bene. Il lavoro non era molto pesante, era … anzi tutte le mattine passava in ingegnere austriaco. Veniva da fuori perché la fabbrica era gestita da civili. Allora questo ingegnere veniva da fuori e passava, non ha mai detto che ho sbagliato qualcosa. Guardava, ogni tanto diceva: “Italiano gut”. Andava bene perché il lavoro non era poi così difficile. Le misure con tutti i suoi stampi, ho sempre incontrato … questo voglio dirlo forte e piano, questo tedesco per me era anti hitleriano. Era una brava persona, perché si confidava. Noi avevamo giorno per giorno la cosa della guerra e lui veniva dentro, era amico con uno, non so se era un tedesco, non so cosa fosse e lui gli dava le notizie del fronte della guerra. Questo era per me uno degli uomini, posso dire anche sul lavoro non ha mai detto niente a nessuno di noi, veniva dentro… poi andava via. Si vede che … l’unico che potrei dire che è stato un tedesco buono.

Vado avanti con la fabbrica. In un giorno si doveva fare un aereo, perché 12 o 14 chilometri di gallerie tutte attrezzate, alla fine veniva fuori un aereo. Fuori c’era il collaudo. Man mano che andavano su, nove su dieci venivano mitragliati dagli americani e venivano messi giù un’altra volta. Ma loro andavano avanti lo stesso. Comunque lì si stava, forse anche la gioventù, ma lì forse mi ha salvato la vita. Mi ricordo uno che era con noi, loro adoperavano tutte le cattiverie per demoralizzarti, per andare in bagno dovevi domandare al Kapò, delle volte ti facevano andare sopra una scalinata che era un freddo da cani anche se pioveva, nel frattempo che vado sopra di lì trovo un nostro amico di Bologna, si chiamava Bruna. Mi fa: “Gasiani, come sei magro”. Gli dico: “Ma tu ti sei guardato? Sei l’ombra”. Sono andato per un bel po’ di tempo, dopo pochi giorni non l’ho più visto, si vede, lavorando fuori alle gallerie, alla pioggia, ma scherzi? Era un lavoro… Era il mangiare che non c’era, non era tanto il lavoro, la fatica, ma era il vitto che era poco, le sostanze che erano poche che non potevi tirare avanti.

Un fisico ha bisogno delle sue sostanze per sopravvivere, sennò … e poi man mano che si andava avanti, calava sempre il menù del mangiare. Perché? Perché a Mauthausen arrivavano quelli dei campi che sgomberavano da Dachau, Auschwitz. A Mauthausen non saprei quante migliaia c’erano e il mangiare era quello che era e calavano sempre. Invece di dartene un litro, te ne davano tre quarti, poi il pane, invece di dartene un etto e mezzo, te ne davano un etto, la margarina mai più. Calavano anche e il lavoro, uno che lavorava fuori era molto pesante, allora ci volevano delle sostanze molto buone. Il lavoro non era… però il Kapò era cattivo, era cattivissimo. Tutte le sere che noi si veniva fuori, si dovevano caricare i morti che morivano dentro o che facevano morire. Perché bisogna dire anche questo, o che li mettevano in un forno, o che li impiccavano o che li ammazzavano di botte, tutte le sere ogni tanto toccava anche a te. Chiamava il numero, non dovevi mica rifiutare. Quando chiamava il numero non sapevi mai cosa dovevi fare, andare incontro a questi Kapò o alle SS dovevi ascoltare quello che dicevano, se indovinavi a capire bene, sennò erano dei guai. Alla sera si caricavano tutti questi morti che venivano durante le dodici ore di lavoro e si portavano al treno per portarli nel campo Gusen che lì c’era il forno crematorio che magari li cremavano. Direi di fare un appunto, questa è una cosa molto … il Kapò era molto cattivo.

Lo spiego questo perché una cosa che è capitata e sono andato vicino alla morte in questo caso. Lui aveva la corda, il banco delle bastonate, lo sgabello. Una mattina era un giorno che avevamo dormito poco perché siccome lì si facevano dei turni di dodici ore e si cambiava turno, allora quando si lavorava di giorno, si andava in baracca di notte e qualcosa riuscivi magari a riposare, ma quando di notte andavi suonava sempre l’allarme. Non è che se tu dovevi riposarti, ti lasciavano riposare, ti mandavano fuori sotto a quella montagna dove c’era il , c’era una galleria, ti mandavano su. Da noi, andare da Gusen 1 a Gusen 2, ci saranno stati 500, 600 metri e ci mandavano. Quando c’era l’allarme tu dovevi stare fuori. Un giorno non abbiamo chiuso occhio. Allora quel giorno … adesso abbiamo interrotto. L’allarme non è finito e siamo andati a lavorare al mattino. Ti puoi immaginare, ci alzavamo alle quattro, quattro e mezza e si andava al lavoro e in quel momento andare dentro in questa galleria un po’ il caldo, un po’ la stanchezza, io mi sono messo lì… così. Il Kapò mi ha visto, è corso di volata lì … me ne ha dette, di qua e di là avevo un russo e un polacco, mi hanno dato un colpo, perché loro si sono immaginati che veniva contro di me perché avevano visto la mossa. Però un colpo da non credere… questi due ragazzi parlavano un po’ il tedesco, chissà loro erano riusciti a capire o che lo sapevano prima perché erano prigionieri anche da prima, si vede che loro avevano capito, io no. Parlavano con questo Kapò e dicevano: “Non è vero” e mi hanno portato fino al suo banco. … Questa era stata la cosa più umana che nella vita abbia avuto da gente che non conoscevo, questi due ragazzi che cercavano di tirarmi indietro e poi piangevano in un modo proprio di compassione, un modo umano. Lì c’era lo sgabello e la corda, ero vicino allo sgabello e la corda era alta così, era in terra lo sgabello e di là c’era lo sgabello da appendere, il bastonato anche portare alla fine della vita perché non aveva remissioni quello lì. Ad un bel momento, continuavo a piangere, loro hanno fatto proprio così… penso che sia venuto solo io indietro, penso che sia solo io venuto indietro da lì. Nessuno ha mai visto tornare indietro. Li hanno sempre finiti.

Questo lato umano si vede che nel momento … e i ragazzi quando vado a scuola me la domandano questa cosa, il perché. Io ho i miei dubbi che lui l’abbia fatto umanamente. Secondo loro dovevano bere quando venivano in officina, avevano un mezzo litro di grappa, loro dovevano avere, perché non si può infierire su una persona che non ti ha fatto niente così terribilmente a bastonate o finirlo. Lui secondo me, il mio giudizio, non aveva bevuto, era sano di mente e si è sentito … il lato umano in questo caso l’ho capito in questo modo, lui non aveva bevuto, perché sennò non si scappa. Quando ti prendevano erano feroci in una maniera che lo deve vedere per credere … che facevano sulle persone, quando le prendevano in che modo le facevano finire. Bisogna vedere queste cose per capire. Questo lato ai ragazzi dico: “Per me è stato un attimo di compassione”. Avrà detto: “Vivrà cinque o sei giorni, poi morirà da solo”, perché eravamo già alla fine di marzo.

Con questo io direi di aver finito qui, andiamo avanti ancora? Questo il campo e poi il ritorno. Il ritorno…

D: No, aspetta. Quindi ritornavi a Gusen 2 e alla Liberazione dov’eri?

R: Viene dopo.

R: Adesso torniamo al ritorno della fabbrica. Come ho detto prima chiamavano delle volte il mio nome per caricare questi morti per portarli nella baracca perché là c’era il forno crematorio per poterli bruciare. Ma quando si entrava dentro questa piazza, non è che facessero subito in modo per andare a riposare, mancava sempre qualcuno. O lo facevano perché mancava, o lo facevano per diminuire le ore di riposo, qualcosa che per noi era molto grave perché eravamo stanchi anche dodici ore e poi al mattino tre ore prima e poi andando avanti le ore cominciavano anche ad essere molte, in piedi e non finiva mai. Poi quando si rientrava c’era la barba, la riga dei capelli si dovevano fare tutte queste cose e dovevi stare in fila che molte volte dormivi… si riposava molto poco. Questo è il rientro, perché loro non riuscivano mai a trovare il conto che volevano, secondo me era una scusa sempre per diminuire, tanto la nostra vita in questo campo doveva durare dai quattro ai cinque mesi al massimo e dare più la possibilità di guadagno, di manodopera e noi come durata era questa. Perché il loro compito era questo qui, noi eravamo dei politici, degli avversari, allora noi dovevamo finire in questo modo, finire in una tragedia molto triste.

Bisogna aver visto queste cose per capire, perché anche spiegando, andremo dopo, cinquant’anni di silenzio che ho passato senza dire queste cose, però queste cose caricano in un modo la persona, che, saltando fuori da lì, non è che poi sia… è una cosa eccezionale, non so come sia che sono riuscito a saltarne fuori. Quando vado con i ragazzi, vedo questo qui, mi domando: “E’ tutto di guadagnato dal ’45 in poi la mia vita è tutto di guadagno”. Nonostante adesso che sto parlando è ancora meglio. Questa è stata la giornata che ho spiegato anche nel mio libro, delle mie esperienze, della mia testimonianza e arriviamo alla Liberazione.

La Liberazione è avvenuta il 5 maggio, però erano quattro giorni o cinque giorni che non si andava più a lavorare. I Kapò non c’erano più. A noi hanno detto che i Kapò li hanno fatti fuori i tedeschi a Gusen 2, li hanno fatti fuori loro, però di sicuro non so. Non c’erano, c’erano tutte le guardie, si erano cambiati i vestiti, dalle SS si erano messi i vestiti del Wermacht, tutti cambiati, si erano cambiati di divisa tutti i militari. Quando il 5 maggio era una giornata abbastanza bella, io mi sono messo da una parte vicino a un muretto perché io ormai ero agli estremi, perché se mi metto in mischia qui rimango schiacciato come tanti dopo. Stavo verso le 11 così, vedo una strada lunga 200 metri, vedo un’autoblindo con questa bandiera che arrivava. Tutti contenti e sono andati tutti perché le SS erano di fuori, da noi, erano nella villa fuori dal campo, erano lì tutti i capi della SS, allora tutti, io no, sono corsi vicino a questa rete, perché eravamo ancora chiusi e loro quando sono arrivati hanno domandato chi erano i responsabili. Uno ha tentato di fuggire, l’hanno fatto fuori, gli hanno sparato e l’hanno fatto fuori. Poi il resto hanno detto: “Questo, questo” e ne hanno presi sei o sette, li hanno caricati sull’autoblindo e poi hanno detto con il microfono che c’era chi spiegava, “Gli ammalati vadano negli ospedali che noi arriveremo poi per curare, perché adesso dobbiamo mettere a posto tutte le cose”.

Dopo mezz’ora capita questo, mi giro verso la cucina, ho visto uno spettacolo mai immaginabile. Tutta questa gente che andava a prendere qualcosa. La fame è brutta, si sono dati tutti ad andare a prendere qualcosa e come una valanga. Chi rimaneva sotto rimaneva schiacciato. Finito questo, dopo due ore non c’era più niente. Io non so quanti morti che ci saranno stati là sotto, chiamavano anche aiuto ancora i viventi. Io non giravo perché ero lì messo in una maniera che non giravo più, però sentivo, eravamo distanti 150 metri, ho visto bene questa scena. Io prima ho riso quando sono arrivati gli americani, ma in quel momento mi sono messo a piangere e ho detto: “Guarda in che modo vanno a morire proprio all’ultimo momento”. Quando sono crepati dal mangiare un po’ in fretta.

Ecco questa è la Liberazione e nel frattempo che ero lì, sono arrivati degli italiani che venivano da Gusen 1 e ho cominciato a fare indagini per mio fratello. Infatti trovo uno e mi dice: “Tuo fratello c’è ancora, è vivente e ti cerca”. Ma c’erano tante migliaia di persone, andare a sapere, poi c’erano due strade, una a destra e una sinistra. Bisogna vedere se uno ha preso quella sopra o quella sotto, l’abbiamo cercato un bel po’, ma non l’abbiamo trovato. Il giorno dopo arrivano cinque o sei bolognesi fra i quali Corazza, e ci siamo uniti a loro e abbiamo deciso di venire a Linz a piedi. Abbiamo girato un paio di giorni, in quel momento mi è venuta una dissenteria che non stavo più in piedi. Allora Corazza è andato in mezzo alla strada, si sentiva una motocicletta arrivare. Infatti arriva, era un inglese. L’ha fermato, cercava di farsi capire, io ero messo in condizioni… diceva: “Sta morendo”. Mi ha caricato e mi ha portato a Linz vicino all’ospedale. A 50 metri dalla porta alle 9 di mattina mi sono accorto che era ancora buio, non mi sono mosso. In quel momento ho detto: “Sarà meglio che provi ad andare a bussare da qualche parte”. Lui mi ha scaricato lì, perché si vede che lui aveva fretta e ha detto: “Adesso poi si arrangerà anche lui”.

Ho visto questa porta dell’ospedale, sono andato ad aprire. Due infermieri mi hanno preso a braccio, mi hanno fatto fare il bagno, mi hanno messo a letto, mi hanno dato qualcosa da mangiare, ma è stata roba da poco. Comunque è stata un’accoglienza buona, però si moriva anche lì. Ti davano da mangiare poco, poco serviti, perché forse avevo bisogno anche di medicine che loro o non avevano, o eravamo già, come ho detto prima, noi italiani eravamo ancora forse sotto il mirino dell’odio, perché eravamo un po’ odiati. Dopo 4 o 5 giorni passa la Croce Rossa. Davano un po’ di zucchero, un po’ di cioccolato e poi ci faceva firmare un librone grosso così. Sfoglio, scrivo, c’era anche un italiano, dice: “Hai un fratello qui?” “Sì”, allora sfoglia, era mio fratello. Ma dov’è, dove non è. Ho domandato, “Se vieni giù te lo insegniamo”. Io vengo giù, non giravo, facevo fatica ad andare in bagno. Allora dopo che ho firmato, mi hanno dato questa roba, mi fanno andare fuori dalla porta dell’ospedale. Saremo stati in linea d’aria a un chilometro e mezzo. “Meno male, come sta?” “Sta meglio di te”. Il morale c’era, dico: “Andiamo bene, ci salviamo tutti e due”. Passo questo, qui si muore lo stesso, qui non si vive. Passano tre o quattro giorni, passa una crocerossina di Trieste, sembrava mia mamma. C’era un professore, hanno detto che era un russo e l’autista. E dice: “Se volete venire con noi, noi abbiamo preparato una gran baracca e vi daremo da mangiare e da curare per potervi mandare ai vostri paesi”. “Se mi date una mano, vengo giù”. Infatti mi danno una mano, andiamo su questo camion, eravamo una trentina e ci portano dentro una baracca, saremo stati in duecento o forse più, ognuno con il suo lettino, il lenzuolo. Sembrava tutto un altro mondo. Poi ha cominciato a darci da mangiare sei volte al giorno e una puntura un giorno sì e un giorno no. Ogni puntura che mi facevano, io mi alzavo che andavo avanti così.

Dopo sette o otto giorni dico: “Adesso vado a trovare mio fratello”. Una mattina dico al professore: “Guardi che io vorrei andare a trovare mio fratello che è qui e lo vorrei prendere, è qui a un chilometro e mezzo”. Mi guarda il professore: “Non è che sei messo male, ma quanto ti ci vuole?” “Io penserei in giornata di farcela”. “Ma vai, vai”. Allora parto, avevo un passo discreto, mi ero messo abbastanza in forza come energia, però come chili no. Parto. A 500, 600 metri c’era il comando americano. Mi chiedono: “Dove vai?” “Niente, voglio andare a trovare mio fratello che è là”. “Qui i prigionieri dei campi di concentramento non possono girare”, c’era una malattia che avevano paura che infettasse magari i cittadini. Prova una volta, prova due, prova tre. Non c’è stato niente da fare.

Una volta c’era un italiano gli dico: “Vallo a prendere tu”. “Non possiamo muovere nessuno se non hanno l’ordine di andare a casa”. Loro dopo si divertivano, quando mi hanno visto, si divertivano a venirmi a prendere, mi davano della cioccolata, allora fumavo qualche sigaretta e mi facevano le fotografie. Mi piacerebbe avere quelle fotografie, ne avranno fatte migliaia. Tre o quattro volte sono venuti a prendermi e poi mi chiamavano “la morte vivente”. “Non abbiamo mai visto uno così brutto vivente, proprio pelle e ossa e basta”. Mi chiamavano “la morte vivente”. Passa questo, non sono stato capace. L’unica cosa che mi è dispiaciuto è questa qui per mio fratello, di non potergli dare una mano, poter riuscire a venire lì. Secondo me se veniva lì può darsi che riusciva anche… ma dopo che sono arrivato a casa è venuto uno di Imola che aveva una lettera scritta da lui che diceva che era impossibile per il momento venire in Italia perché era in condizioni non molto belle. É stato lì a mangiare con noi, eravamo una famiglia di ventidue, poi siamo andati fuori. “Vedi adesso come sono, ero là anch’io, tu mi dici la verità”. Mi ha detto: “Tuo fratello quello che mangia non tiene dentro più niente. Sarà difficile che rientri. Secondo me la tubercolosi lo ha ammazzato completamente”.

Se non c’era una cura subito dopo, allora questa era stata la malattia che l’ha stroncato e questo è finito…

D: Armando, tu invece…

R: Il ritorno.

D: Quando sei rientrato?

R: Allora torniamo sul ritorno. Finito questo io sono stato lì un bel po’. Sono partito il 24 giugno che ero in condizioni abbastanza… ho domandato al professore: “Posso andare via?” “Ma sei tanto spiritoso che ce la fai”. Ho fatto una fatica. Partiamo, mi caricano in camion e mi portano alla stazione e là c’era un treno merci. C’erano sei, nove lettini per ogni vagone, si stava da Dio, poi l’assistenza, c’erano i dottori, c’era la Croce Rossa, c’era tutta l’assistenza per poter fare questo viaggio e partiamo. Un treno lunghissimo. Nel primo tempo tutti urlavano, quando il treno è partito ci siamo messi tutti a piangere per la contentezza di sentire il treno, di tornare e siamo arrivati a Bolzano dopo quattro o cinque ore. A Bolzano ci siamo fermati due giorni. Anche lì sono andato all’ospedale, lì c’è poi anche quell’affare che mi hanno dato e poi da lì quando siamo arrivati eravamo in maniera anche già… io sono stato all’ospedale poche ore. Mi hanno detto: “Tu puoi andare, non hai niente, puoi girare, puoi andare a prendere da mangiare e lì c’era tutta roba in bianco, tutta roba di riso”.

Per il microfono dicevano: “Se uno ha fame o qualcosa, venga qui e gli diamo il buono”. Allora non andavo a prendere il buono, dappertutto dove andavo, mi davano qualcosa. Avevo una valigetta grande così piena di pane di riso. Dappertutto me ne davano perché dicevano: “Questo è uno che ha fame veramente”. Lì sono stato benissimo perché ho mangiato abbastanza bene, però non ho sforzato tanto, me l’hanno detto anche loro, non è che deve sforzare perché ancora lo stomaco, era già venti giorni o più che si mangiava un po’ di più, però bisogna stare attenti. Lì c’era tutto pane di riso. Finito questo, c’è una partenza per Modena, non per Bologna, per Modena, ma noi avevamo fretta di arrivare a casa per vedere la famiglia che non sapeva niente. Parte un’autocolonna di venti camion, nel nostro c’era un tedesco a guidare, dopo due chilometri ha cominciato a dire che il camion non andava. Eravamo una trentina su questo camion, nessuno era capace di guidare, perché sennò penso che lui non sarebbe tornato indietro. Perché eravamo tanto imbestialiti, l’odio viene da queste cose perché lui voleva tornare indietro. Arriva un americano con una jeep. E dice: “Gli altri sono già avanti tanti chilometri, com’è che siete qui?” “Non vuol portarci avanti perché ha detto che il camion non va”. Gli punta la pistola dice: “Parti”. Allora è partito e siamo riusciti ad arrivare dietro gli altri. Quando siamo arrivati a Modena, c’era il campo di quarantena e noi eravamo in due e non siamo voluti andare. Abbiamo detto: “Vogliamo andare per la strada, troveremo ben qualcosa da poter…” Erano le 11 di notte, finalmente passa un camion carico di carbone. Uno con l’autista e io sopra il carbone, tutto nero. Arriviamo a Castelfranco. Lui doveva fermarsi, passa un altro, era carico di gesso. L’autista lo conosceva, si chiamava Luppi. Mi ha detto: “Ma sei tu?” Come dire che prima mi conosceva. Dico: “Sì, sono io”. “Salta su”. Anche lì perché ero più leggero mi mettono sul gesso e tra nero e bianco, tra il pelo della barba, perché a diciotto anni si ha la barba, tra la riga, tra lo sporco, avevo un giaccone tutto sporco.

Prima di Anzolo ci mette giù. Poi noi due piano piano siamo partiti. Ad un certo momento ci fermiamo su un argine, c’era una montagnetta e lì abitava una famiglia che erano sfollati a casa nostra. Sente la voce e mi chiama per Serafino. “No, dico, sono Armando”. “Aspetta che ti porto a casa io con la bicicletta”. Viene giù, erano le due e mezza di notte e andiamo a casa mia. Quando sono arrivato a casa, la debolezza, si vede, c’era la casa che sembrava grandissima, le siepi alte, la strada larga. Si vede che la debolezza che avevo addosso, la vista la faceva grande. Suono, dice: “Chi c’è?” “Guarda che ho portato a casa Armando che è arrivato dalla Germania”. Vengono giù, erano in ventuno, il ventiduesimo sono io. Allora non c’era la luce, c’erano le candele o i lumini a petrolio. Cominciano a guardare, ma no, e poi avevo perso la voce che non parlavo, parlavo male perché tra l’aria, il viaggio, avevo perso la voce. Non avevo la voce. Non mi conosceva. Io dicevo: “Sono io”, si vede che ero proprio brutto più del normale, così magro, sporco, avanti e indietro. Ha capito la mamma. “Anche voi”, allora si dava del voi alla mamma, “anche voi non mi conoscete? Sono vostro figlio”. “E Serafino è arrivato?” “No”. Sono rimasti male che non era arrivato, comunque pensavo che fosse arrivato. Mangiamo un po’, mi lavo un po’. Dopo arriva il dottore, arriva dopo un’ora, un’ora e mezza. Era il mio dottore di condotta. Dice: “Dove sei andato? Cosa hai fatto?” “Niente, è capitato un tragitto così, così”. Ho spiegato. Mi ha visitato. Ha detto: “Io non trovo più niente qui. Ti trovo esaurito in una maniera, disfatto”. Lui mi ha cominciato a curare e pian piano ho cominciato a mangiare, in un mese sono cresciuto otto chili. Io penso che fossi sempre dietro a mangiare. Passa questo, vado alla visita del dottore, perché dopo sono stato via altri due anni. A questo campo di concentramento all’arrivo ero malato di polmoni, il dispensario ad un certo momento dice: “Guarda che c’è un viaggio per malati dei campi di concentramento in Svizzera. Se vuoi andare, c’è un posto anche per te”. Allora mio babbo dice: “Sei tu che devi guarire, io penso che tu fai bene ad andare”. Sono andato in Svizzera, sono rimasto là due anni lontano dalla famiglia e questo dottore svizzero faceva per i prigionieri dei campi di concentramento, per curare mille persone. Io sono andato in questo… Da allora non ho mai avuto dei problemi come salute. Veramente sto bene.

Allora per i cinquant’anni… andiamo avanti?

D: Cosa volevi dire dei cinquant’anni?

R: Il silenzio. Forse lo volevo dire prima, va bene anche adesso?

D: Sì.

R: In casa con gli amici di questa tragedia non si poteva parlarne, perché io praticamente non ero io che ero disponibile troppo a dire perché non riuscivo magari a dire. Anche i miei genitori, quando cominciavo a dire, per esempio: “Mi è capitato questo” dicevano “É impossibile”. Allora io emotivo, mi mettevo a piangere e mi chiudevo, fermo lì e soffrivo. Ho sofferto tanto per questa cosa. Anche gli amici, quando con gli amici eravamo ragazzetti insieme e cominciavo a raccontare “La guerra l’abbiamo passata anche noi” dicevano. “Questa non è una guerra, questo è uno sterminio che abbiamo avuto noi, non è una guerra. Io non sono diventato magro così ad andare al fronte, è stato in campo di concentramento, che lì si doveva morire e scomparire completamente”. “É impossibile”. Allora ti dava questo senso di non essere creduto e sono andato avanti per quarantotto, cinquant’anni anni sempre con questo. Io sono venuto a Mauthausen, ma io ho sofferto tanto a venire. Lo facevo anche per accontentare gli altri e poi anche per mio fratello che sapevo già che era morto, anche per andarci, perché se non andavo io, magari, cercavo sempre di mandare i miei fratelli per fargli capire queste cose e per cinquant’anni anni ho avuto questo terribile… io ho passato una gioventù silenziosa, monotona, vivevo da solo, la solitudine. Questa è stata… poi il cervello è rimasto bloccato. Chi mi ha sbloccato è un po’ mia moglie che ha cominciato a dire: “Vedi che per televisione cominciano a dire queste cose, perché non vai anche tu a dirle?” “Se riesco”. “La vita è bella” di Benigni mi ha dato la via d’uscita, “La vita è bella” di Benigni, quella mi ha dato il benestare, perché ho detto: “Finalmente al mondo c’è uno che ha detto la verità senza provocare delle fratture”, anche i ragazzini possono ascoltare e possono fare anche dei calcoli su quello che ha detto e ragionare, senza essere violenti. Da quel momento andare all’associazione, ho cominciato ad andare con Corazza alle scuole e adesso dicono tutti che sono diventato molto più giovane. Si vede che è scattato un meccanismo in me che è stato una cosa e sono contentissimo adesso. Sono l’uomo più contento del mondo.

Komel Maria

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io sono Komel Maria, nata a Loca, Gorizia…

D: Quando Maria?

R: 01.06.1927

D: Prima della deportazione quando sei stata arrestata, perché e da chi sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata dai tedeschi insieme con i fascisti, il 25 giugno 1944

D: Dove ti hanno portata?

R: A Loca, dove sono nata, ma ci hanno portato a Moncorona, un paese vicino a Gorizia, ci hanno portati in una casa, in uno spazio grande, presso una casa e là hanno scelto gente per Germania, gente per torturare, hanno preso anche i partigiani, li hanno torturati … pazzesco!

D: Tu, Maria, perché sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata perché tutto il paese Loca, compresa Moncorona, hanno fatto un rastrellamento, hanno portato via tutta la gioventù, non solo, anche persone anziane che non sono più tornate, sono andate a finire, come noi, in campo di sterminio e non sono più tornate.

D: Un paese di quanti abitanti?

R: Moncorona è abbastanza grande, non saprei dire quanti perché è molto larga, non sono fitte le case, sono sparse di qua e di là, ma il mio paese, proprio dove sono nata, allora erano trentatre case, Moncorona non so dire quante.

D: Lì hanno arrestato tutti?

R: Tutti, anche i genitori, solamente i genitori li hanno mandati a casa ma a me hanno portato in campo di sterminio.

D: A Moncorona ti hanno interrogato?

R: No, ci hanno portato insieme con altri del mio paese, la mamma di un bambino di tre anni, nelle prigioni a Gorizia dove sono stati solo una notte perché si sono accorti che era uno sbaglio, il mio nome corrispondeva con il nome della signora che era con me. Mi hanno trasferito con le altre ragazze nella caserma dei fascisti sloveni, Domobranzi Belagarda, una notte. Il giorno 28 giugno con trasporto siamo andate a finire ad Auschwitz, il 1 luglio siamo arrivate.

D: Tu sei partita da Gorizia.

R: Da Gorizia!

D: In quante eravate sul tuo Transport?

R: Un Transport pieno perché non era solo la gente di Moncorona ma anche di altri posti, era pieno.

D: Vi erano anche uomini?

R: Sì, uomini e ci hanno divisi dopo, in Germania, noi donne siamo andate a finire ad Auschwitz mentre gli uomini in un altro posto, vi era anche un ragazzo della mia età, del mio paese, vicini di casa, non ricordo in che posto ci hanno divisi.

D: Nel vagone con te eravate tutte donne?

R: Sì, tutte ragazze!

D: Vi erano anche ragazze giovani, dei bambini?

R: No, vi era una ragazza incinta e non lo voleva dire perché suo marito era austriaco militare tedesco. Quando ha saputo cosa fanno in Germania è scappato ed è andato con i partigiani e i tedeschi lo sapevano, per quello questa ragazza non voleva dire con chi era sposata ed è andata a finire in campo di sterminio con me, ha partorito il bambino nel mese di gennaio con la neve alta, il bambino aveva dieci giorni ed è morto.

D: Avevate cibo e acqua a mangiare durante il trasporto?

R: Niente! Ci hanno portato solo acqua.

D: Quando dici che sei arrivata ad Auschwitz con il treno, intendi direttamente nel campo?

R: Sì, direttamente in campo, siamo arrivati ad Auschwitz, questo camino grande si pensava fossero fabbriche, ci siamo dette qua ci sarà da mangiare e faranno il pane, invece, proprio questa che era incinta incominciava a piangere, le abbiamo chiesto perché e ha risposto “Ragazze mie non sapete dove siamo arrivate”, infatti, sotto vi erano i militari SS che ci aspettavano per accompagnarci (siamo arrivate di notte), Auschwitz era suddivisa in tanti posti e uno di queste SS sapeva il serbo-croato e ci ha domandato a che religione appartenevamo e abbiamo risposto che appartenevamo alla religione cattolica. Ci ha risposto “Siete fortunate perché vedete quel fuoco? Se foste state ebree questa notte sareste andate dritte lì “.

Ci hanno portate dritte in una baracca, per terra era piena di acqua e ci hanno detto di distenderci per terra. “Come si fa?” .. “O così o resti in piedi”, questa gente che era nella camera che dormiva ci camminava di sopra di notte perché doveva anche andare alla toilette così abbiamo passato la prima notte.

Il giorno dopo ci hanno portato in un’altra baracca e lì ci facevano i numeri ……. Scusate, devo tornare indietro, quando siamo arrivati ci hanno fatti andare in questa baracca, in un grande salone, ci hanno spogliati nudi, tagliati i capelli, ci hanno tagliati dappertutto, ci hanno fatto andare su un lungo corridoio e alla fine ci hanno tagliato i capelli e là si doveva entrare in una vasca ma non si sapeva quanto era profonda per cui si aveva paura di entrare.

Dietro vi era un ufficiale tedesco che ci scortava, era una specie di disinfettante e di lì si passava dentro in un bagno grandioso con le docce e là ho visto delle ragazze senza i capelli, a me li hanno lasciati corti, senza capelli, e abbiamo preso paura perché si pensava che ci avrebbero messo insieme con gli uomini, invece, erano le ragazze con i capelli tagliati a zero e lì ci hanno aperto l’acqua un po’ calda e un po’ fredda e appena insaponate hanno chiuso l’acqua e si doveva passare avanti.

Nello spazio da dove siamo venuti vi era un mucchio di abiti sporchi di sangue e di tutto e ci si doveva vestire, più avanti un mucchio di scarpe, il paio nemmeno a parlarne, ti dovevi scegliere subito, di lì ci hanno portato in questo reparto e ci hanno fermati per dormire di notte.

Il giorno dopo ci hanno messi in fila e ci hanno tatuati i numeri e certe hanno stretto per cancellare ma se cancellavi erano botte perché loro ti chiamavano per numero, il nome non esisteva, tu eri un numero come le bestie per il macello perché là si aspettava la morte.

Ci hanno disinfettato sotto le braccia e sotto, un disinfettante che era una tortura, tanto male e non avevi niente per pulirti e lacrime che venivano giù, era veramente una tortura.

D: Ti hanno tolto tutto?

R: Tutto, tutto, non mi hanno lasciato nemmeno uno spillo, nemmeno un fazzoletto, hanno tolto tutto dicendo di mettere nelle nostre valigie tutte le cose che poi verranno restituite, chi le ha mai viste?

D: Maria, ti ricordi il tuo numero?

R: 82453

D: Ti chiamavano sempre con quel numero?

R: Sì, in appello, dappertutto quel numero, se non lo sapevi potevi anche finire male.

D: Lo chiamavano in tedesco?

R: Sì, in tedesco, anche in polacco perché le polacche erano tremende, erano veramente cattive forse più dei tedeschi.

D: A te che vestito hanno dato?

R: Mi hanno dato una specie di vestaglia tutta sporca ma disinfettata, dietro era una striscia, gli ebrei mettevano la striscia con la croce e a noi la striscia lunga.

Volevo precisare che insieme a noi c’erano anche gli ebrei per cui il trattamento era preciso, la differenza era che loro più facilmente andavano in crematorio.

D: Ti hanno dato anche un numero da mettere sul vestito?

R: Sì, sempre questo, il triangolo rosso “IT” Italia, erano diversi triangoli, triangolo rosso significava politica, triangolo nero criminali, triangolo verde prostitute, se non sbaglio.

D: Poi ti hanno mandato nel blocco?

R: Sì, nel blocco n. 8, nel reparto A vi erano i bambini, nel reparto B eravamo noi ecc., ogni giorno si doveva fare il bagno. Si doveva stare sempre nudi in file fuori e dall’altra parte del reticolato c’erano uomini nudi, ormai ci eravamo abituati altrimenti si prendevano botte, appena davanti al bagno ci facevano spogliare nudi e là si aspettava la fila dove si andava a fare i bagni, acqua calda bollente e non si arriva mai a sciacquarsi, si era sempre insaponati, se si aveva il sapone, altrimenti niente perché distribuivano le saponette ma non si portavano in baracca, si dovevano lasciare lì per gli altri e là vi erano altri vestiti, sempre sporchi ma disinfettati, per quello erano bravi perché se vi era sporco arrivavano le malattie.

D: Come ti ricordi il blocco, era grande, eravate dentro in tante donne?

R: Era grande, con le camere da letto, erano al piano, era uno spazio di pochi metri, 1,5 x 1,5 e si dormiva in dieci come sardelle, quando si alzavano le coperte si doveva mettere a posto perché poi passava il controllo, se una coperta era malmessa si prendevano legnate.

D: Maria, non sei mai stata punita?

R: Non solo io, con il gruppo. Dove si lavorava si andava fuori, un giorno ci distribuivano i coltelli per tagliare gli alberi grossi, era vicino al fiume e si tagliavano questi alberi; un giorno a queste SS mancano le sigarette e non si sapeva chi era stato ma ci hanno fatto inginocchiare su una sabbia fine per due ore, quando ci siamo alzati il sangue veniva fuori dalle ginocchia. Fino a che non è venuto fuori chi ha preso le sigarette, notte e giorno si doveva stare lì o andare tutti a finire in crematorio, è venuto fuori che le sigarette le ha prese una signora che non so se era ebrea o cattolica, quella è andata finire in crematorio. Dove si lavorava distribuivano la mensa …. Quelle pignatte grandiose che ci facevano portare a noi, facendoci ogni tot metri cambiare per non stancarsi troppo, solo che quella persona tutto quel tratto di strada doveva portare la pignatta da sola senza cambiare e non appena siamo arrivati al portone ci hanno fatti andare avanti e l’hanno portata via di là immediatamente in crematorio. Ora non importava se era cattolica, per venire nel campo la banda suonava e ci accompagnava, erano tutte le donne che suonavano…

D: Lasciavate il campo per andare a lavorare, a tagliare questi alberi lungo un fiume ?

R: Vi erano anche altri posti perché ogni tanto ci cambiavano posto, era bruttissimo, erano 27° sotto zero d’inverno senza mutande, senza calze, senza cappotti, come siamo rimasti vivi non lo so!

Il lavoro era di scaricare nella stazione i treni, portavano queste grandiose pietre, si doveva scaricare questi sassi, sono scivolata e mi sono tagliata qua, il tendine, infatti non posso piegare il dito. Lì c’era una baracca dove vi erano anche operai civili, il comandante degli operai mi ha fatto andare in baracca, mi hanno disinfettato e accompagnato e a questo comandante gli sono venute le lacrime agli occhi.

D: Quanto tempo sei rimasta in questo comando di pietre che dicevi a meno 20°?

R: 27° sotto zero, tutto il giorno, per andare a mangiare si andava in un grande spazio, una baracca e là si veniva da tutte le parti, deportati da tutte le parti, uomini e donne e là ci davano da mangiare. Un giorno abbiamo visto da lontano una fila di uomini e uno era messo in parte, non era insieme agli altri. Appena siamo arrivati là ci hanno fermati, non hanno distribuito da mangiare, quel giorno da mangiare è tornato tutto dentro il campo. Questo giovane già era pieno di sangue, come esempio per tutti hanno incominciato a picchiarlo, questo SS era ufficiale, prima ha spaccato le sedie, pezzi di legno, poi schiaffi, calci, è caduto per terra ….. mi viene da piangere …. Faccio uno sforzo per dirvi questo, è caduto per terra tutto insanguinato, non aveva più forza per muoversi ma lui ha spaccato le sedie, i tavoli, era tutto un sangue, poi sono venuti con una barella e l’hanno portato direttamente nella camera del forno e l’hanno finito solo perché ha preso due patate. Quel gruppo ha lavorato Kartofell bunker che era da fare con patate, perché loro mettevano le patate sotto terra e questo poveretto ha preso due patate per mangiarle e questo ufficiale ha detto “Che questo vi sia da esempio a tutti”.

D: Una volta hai preso il Gummi? Perché?

R: Quando non serviva portarci fuori a lavorare si restava dentro in campo e si andava in cerca di qualche cosa da mangiare. Ho visto in un fosso non profondo, ogni tanto vi erano dei fossi per buttare le immondizie, ho visto questo biscotto … avevo una fame! … sono andata dentro e ho preso questo biscotto. Come sono uscita la capa SS del campo di sterminio, aveva un manganello sempre qua legato, era di gomma e con quello bastonava ed è corsa dietro a un’ebrea che non so che cosa ha fatto.

Disgraziatamente sono arrivata davanti ai suoi piedi, mi ha dato uno di questo sulla schiena e sono caduta per terra con un dolore pazzesco, le mie compaesane mi hanno tirata su e mi hanno fatto sedere e mi hanno calmato. E’ stato terribile!

Quando non si andava a lavorare si andava a veder che portavano i morti, era una baracca solo per questo, per portare questi morti e noi curiose siamo andate a vedere dentro, vi era un mucchio di morti e questa ragazza era giovane, una bella ragazza e ha messo giù questo braccio, era ancora viva, loro sono andati via, se non eri morta morivii lì perché ti portavano altri cadaveri di sopra.

Vi dico le torture più impressionanti: quando finivano di distribuire il mangiare che non bastava mai perché era pochissimo, si andava in giro quando mettevano fuori questi bidoni grandi, si andava a cercare di prendere qualche cosa, vi era una mia compaesana anche lei giovanissima come me, si guardava in giro per mangiare, dopo viene fuori il capo del blocco e ci ha cacciato via ed è caduta per terra su una pietra rompendosi un ginocchio e non so quanti punti hanno dato in ambulatorio, punti di ferro. Nel frattempo, otto giorni, che doveva togliersi i punti sono venuti nel campo a scegliere le ragazze più forti ed è stata scelta sua sorella. Dalla disperazione che sua sorella è andata via ha pianto tanto, non voleva nemmeno tirarsi via i punti, l’abbiamo sforzata tutti e ormai andava già in cancrena. Nel frattempo ci hanno trasportati sempre ad Auschwitz ma in un posto dove vi erano gli ebrei che sono rimasti e li hanno messi in crematorio e noi in quel campo. Questa ragazza non è più tornata, lì è morta, l’hanno portata in una specie di ospedale sempre dentro in campo ma abbiamo saputo dopo dalle ragazze che hanno lavorato lì che hanno portato i fiori. In questo campo un’altra tortura, si vedeva ogni giorno passare i camion pieni di cadaveri ma tutti questi cadaveri erano pieni di lividi, grandi, blu, neri, non si sa se li torturavano. Si stava male, veramente male, il mangiare era sempre meno e non si desiderava altro che saziarsi e morire perché loro ti riducevano in una maniera che desideravi la morte, la tua liberazione, la morte che venga prima possibile per morire. Quante volte ho detto “Mamma, perché mi hai fatto, se sapevi quanto soffro!”

D: Maria, parli di mangiare, ma in realtà che cosa vi davano?

R: Con rispetto parlando, io sono contadina ma i maiali a casa mia mangiavano meglio di noi. Le patate con il mestolo, con la sabbia te le buttavano là, non vi erano forchette, cucchiai, magari di notte, con rispetto parlando, certe che non andavano lontano al gabinetto perché era lontano la facevano là, magari tu mangiavi senza acqua, senza niente, l’acqua era come avvelenamento perché se la lasciavi lì un quarto d’ora venivano gocce di ruggine di sopra. Infatti, era proibito bere l’acqua, si mangiava neve in inverno e si calmava anche la sete.

Volevo dirvi questo del campo, ho dimenticato gli appelli, si stava ore e ore dritti su un appello, in estate che era caldo cascava per terra chi era più debole, non vi era via di scampo, si tentava di tenere su la persona ma non appena venivano a contarti vedevano subito, magari si metteva dietro la persona seduta e loro vedevano subito, la tiravano fuori e poi di quella persona non si sapeva più niente.

Un giorno vi era un rastrellamento, quel giorno si andava a lavorare. Un ufficiale con la tavola, quelli più sani li mandava da una parte, gli altri andavano a finire in crematorio. Vi era una mia amica che è di qua, di Trieste, fuori Trieste e prima di venire su era da 15 giorni a Trieste torturata dalla banda Collotti; ora non vogliono dire queste cose ma vogliono nasconderle. Questa donna mandava ogni giorno i vestiti a mamma a casa pieni di sangue. Quando l’hanno trasportata in campo ad Auschwitz, dopo tanto tempo le sono venute vesciche e croste. L’hanno vista e messa da una parte per il crematorio. la capa del blocco ha visto, dopo questi ufficiali consegnava alla Blockowa le liste e ha visto questo numero e l’ha scelta fuori, a rischio suo l’ha presa fuori da quella fila ed era cecoslovacca, non polacca altrimenti andava a finire dentro, oggi vi era solo cenere di lei e così l’ha salvata.

D: Maria, sei rimasta tutto il tempo ad Auschwitz, la Liberazione come te la ricordi?

R: Volevo dire ancora una cosa: negli appelli era una tortura perché venendo dal lavoro si veniva ancora con il chiaro e si restava ore e ore in quell’appello, d’inverno al freddo, ci si stringeva una con l’altra per farsi caldo, nevicava, eravamo già inzuppate dall’acqua, freddo ai piedi, quando i signori comandanti ci venivano a contare se mancava uno si poteva stare anche tutta la notte fino a che non trovavano la persona. Quando siamo arrivati in baracche, la tortura che era dei piedi, prima ghiacciati poi si scaldavano perché erano al riparo, era tutto un piangere dal tanto dolore e quello che era peggio è che il giorno dopo dovevi mettere i vestiti bagnati e stare sugli appelli ore, ore e ore, era una grande tortura, si diceva “Quando finirà questa tortura?”. Vi dico le cose che mi ricordo.

D: Come lavoro a Birkenau sei uscita dal campo per tagliare quegli alberi?

R: Poi scaricare quelle pietre, nei campi si lavorava, lavori brutti, pesanti ma quello era tutto sopportabile, quello che non si arrivava a sopportare, quando passavi vicino a qualcuno che pendeva, l’impiccavano. Ho visto una ragazza mancare, l’hanno trovata i cani, si era nascosta sotto le radici di un albero e i cani l’hanno trovata e sbranata, era tutto un pezzo di carne che pendeva di qua e di là.

D: Maria, la Liberazione?

R: Il 20 gennaio del 1945 ci hanno portati via da Auschwitz, hanno distribuito i viveri, a ognuno hanno dato una pagnotta di pane, poi un salame dolce, non so che cosa era, poi una specie di margarina e basta. Si portava una pignatta del latte per l’acqua per strada e abbiamo camminato tre giorni. Di notte ci fermavano sul posto e per strada ogni tanto alle fontanelle dell’acqua e le signore aspettavano con i mastelli di acqua per darcela. Chi era fortunato ma le SS le mandavano via e le bastonavano anche, erano civili di campagna, per strada ogni tanto vedevi sulla neve del sangue perché chi cascava per terra non si poteva tirarlo su, lo fucilavano sul colpo e lo spingevano fuori dalla strada dove vi erano dei fossati e lì finiva.

Per fortuna di notte ci fermavano, altrimenti, non si poteva perché tra indeboliti di tutto, mancava l’acqua, si arrivava a mangiare un po’ di neve ma non lasciavano fare nemmeno quello. Dopo tanti giorni si arrivava finalmente in una stazione ferroviaria, si aspettava il treno e si prendeva l’acqua che si riempiva per i treni, per i macchinari e lì ci hanno fatto andare sul treno, vagoni aperti dove trasportavano carbone, legna, e veniva giù neve ma si stava insieme, ci si scaldava e ogni vagone aveva il suo comandante, il suo militare che ci faceva la guardia. Da un vagone si è buttata una ragazza, questo ha sparato e finalmente siamo arrivati a Ravensbrück dove siamo stati tre settimane dove ci hanno dato solo tre volte da mangiare, per fortuna avevamo roba ancora da Auschwitz ed eravamo abituati a mangiare pochissimo, lì vi era quella giovane sposa che ha partorito sul treno, era sul vagone insieme a me, incominciava con le doglie e questo militare non sapeva che cosa fare, eravamo fermi alla stazione di Ravensbruk, un campo di sterminio solo di donne. Incominciava a perdere acqua e sangue, l’hanno portata dentro e ha partorito questo bambino, diceva che era un bambino bellissimo ma dopo dieci giorni è morto. La sua preoccupazione era cosa dire a suo marito quando sarebbe tornata a casa, se fosse tornata.

Quando lei è tornata a casa ha saputo che hanno fucilato il fratello, il marito e il papà non è più tornato a casa, ha perso tre persone care, infatti, non è più normale.

Dopo Ravensbrück siamo andati a Neustadt-Glewe

D: Scusa, a Ravensbrück siete rimaste tre settimane?

R: Tre settimane, e ci hanno dato tre volte da mangiare.

D: Ti hanno dato anche un altro numero?

R: Sì, ma non me lo ricordo, 73 o 79 …. Non lo ricordo.

D: Andavate a lavorare a Ravensbrück?

R: No, sempre dentro, baracche chiuse, ci hanno lasciato solo visitare qualche baracca, infatti, ho visto una famiglia che era di un paese vicino al mio, tutta la famiglia, mamma e tre figli, la mamma è morta lì, mi ha chiamata e mi ha detto “Dove siamo venuti?”, piangevamo insieme e non ho più visto questa mamma. Una è tornata erché le altre due sono morte dopo libere, hanno mangiato roba con diarrea, con rispetto parlando, e sono morte.

Non è finita ancora, siamo andate a Neustadt-Glewe che era in un posto più che brutto pericolosissimo perché le nostre baracche erano proprio messe in un posto, dietro di noi vi era l’aeronautica, nel nostro campo vi era un magazzino di armamenti, dall’altra parte vi era un campo aeronautico…

A Neustadt-Glewe la distribuzione del mangiare, quello che ad Auschwitz distribuivano per quattro persone lì per dodici persone, era un quarto di acqua, nemmeno, un bicchiere di acqua sporca e una fettina di quel pane sottilissimo che si poteva vedere oltre, ogni ventiquattro ore, ci mancava tutto.

Ci facevano anche andare a lavorare. All’appello ci si aiutava una con l’altra, pieni di cimici e di pidocchi, una cosa impressionante, non ci si lavava mai perché non vi era acqua, di corpo, con rispetto parlando, non si andava, prima di tutto perché era fuori, era fatto a pali e vi erano questi militari che camminavano di qua e di là, l’intestino non funzionava più.

Per andare all’appello eravamo tutte sedute per terra, queste SS erano donne, capivano che non si poteva stare su e dicevano “Tutte sedute”. Ci facevano alzare, andare nei boschi a lavorare e a scavare le trincee. Quando vi erano le SS facevano lavorare, ma quando vi erano i militari e altri no; dicevano di stare seduti e lui diceva sempre “Come volete che Hitler non vinca la guerra, guardate cosa ci danno da mangiare!”

Quello che ci davano ad Auschwitz davano i militari, le patate buttate per terra ma da mangiare era una cosa, nemmeno ai maiali davano cose così cattive da mangiare, quando ad Auschwitz davano da mangiare una certa cosa bianca, nessuno la mangiava, non so che cosa fosse, con tutta la fame ma veniva da rimettere, non abbiamo mai saputo che cosa fosse.

Finendo con Neustadt-Glewe quando si usciva, si vedevano per strada uomini ma non si arriva a capire se erano nel nostro campo o in altri campi, si vedeva questa gente, civili che portavano pagnotte di pane sotto le ascelle. Figuriamo questi uomini affamati, una volta li hanno assaliti e hanno preso questo pane, erano senza mangiare da non so quanto tempo e hanno preso questo pane, tutti senza mangiare da non so quanto tempo per castigo.

Un giorno di aprile, maggio, hanno fatto uscire tutti dalle baracche e ha parlato il capo del campo perché Neustadt-Glewe era comandata sempre da Ravensbrück ma il nostro comandante aveva l’ordine di mettere tutta la gente nelle baracche, sparpagliare la benzina e dare fuoco sul vivo. Lui ha risposto che non avrebbe mai fatto questo e noi siamo stati contenti di salvarlo perché se voleva poteva anche ammazzarci e ha detto “State tutti in appello e vi distribuiremo tutto il mangiare che abbiamo in magazzino”.

Quando ha detto così chi restava fermo con tutte le nostre forze andava, ma se si cadeva per terra nessuno ci salvava perché ci si calpestava. Siamo arrivati nel magazzino, ho mangiato miele, carne e zucchero, tutto era asciutto dentro e poi ho avuto terribili dolori di pancia, un dolore pazzesco, con rispetto parlando sono andata al gabinetto delle cape che era dentro, sono stata dentro più di due ore e non riuscivo poi finalmente mi ha preso, con rispetto parlando, la diarrea per non so quanto tempo. Tutti questi tre giorni tutti con questa diarrea fortissima e tanti sono morti, tantissimi, dopo liberi, tutte quelle sofferenze durante la guerra per poi morire lì ma volevamo solo saziarci, nemmeno sognarci più di andare a casa, solo saziarci.

A mio marito fa tanta pena quella donna, l’ha conosciuta per parte mia. Fa veramente pena a tutti perché ha sofferto, ho sofferto io, lei ha sofferto il massimo dei massimi perché a lei non bastava perché aveva il latte e non potendo allattare marciva dentro, una cosa pazzesca, quella donna ha sofferto terribilmente.

D: Maria, dopo che sei andata a mangiare il miele in magazzino che cosa è successo?

R: Non eravamo ancora liberi, era verso sera, tutto ad un colpo si vedeva il portone dove sono venuti tanti uomini in aiuto con picconi perché il portone non era ancora aperto e dopo incominciava ad aprirsi ma loro spaccavano i fili elettrici, a parte che non c’era più l’elettricità, per farci uscire più presto possibile. Poi ci hanno trasferiti dall’altra parte nelle baracche degli aviatori, eravamo liberi dai russi perché nemmeno loro avevano da mangiare. il comandante ci ha fatti andare a Neustadt-Glewe città, eravamo cinque persone con un militare russo, ci accompagnava per non lasciarci soli, perché era tutto vuoto, non vi erano persone, si cercava da mangiare. Siamo capitati in un appartamento, vi era un vecchio, una giovane, non so se figlia, con un bambino piccolo in culla, a questo militare è venuto da piangere nel vedere questo bambino piccolo, ha pensato ai suoi a casa, e ha detto “Se avete da mangiare dateglielo”. Si è messo in ginocchio per lasciare in vita questa giovane, non per me ma per loro, ha detto, infatti, abbiamo dato il nostro mangiare.

Ci ha ringraziati tanto, ci ha stretti e baciati, poi siamo andati via, ad un colpo mi sento sola, sono entrata in un appartamento, ho visto l’armadio aperto, ho preso paura perché sono rimasta sola, sono corsa fuori e finalmente ci siamo ritrovati e siamo andati via e siamo tornati in campo e abbiamo dormito, abbiamo cucinato sole, sempre nella baracca, in una stanza dove vi era un militare russo, siamo stati tre giorni poi ci hanno trasferite in un posto sotto gli americani, siamo stati quindici giorni e ci hanno dato bene da mangiare e poi di nuovo sotto gli inglesi a Lubecca, il 3 maggio, giugno, luglio, agosto, siamo stati tre mesi e mezzo, ed eravamo insieme con gli ex militari italiani, era veramente bello perché ci invitavano queste donne a pranzo, abbiamo anche ballato, era veramente, veramente bello, ho bellissimi ricordi dei nostri ex militari …. Veramente bello perché ci guardavano come fossimo sorelle e lì si nascondevano anche degli SS. Ogni tanto veniva il rastrellamento, sotto gli inglesi era tremendo e avevano ragione. Sotto la finestra della nostra camera si fermavano sempre in due perché noi si parlava lo sloveno, questi erano croati istriani, nessuno li lasciava entrare perché era anche ordine degli inglesi di non lasciare nessuno dentro, venivano i nostri ex militari italiani a trovarci ma altri non lasciavano entrare nessuno. Con i nostri ragazzi eravamo come fratelli e sorelle, era tutto un ben volersi, non amori ma una fratellanza bellissima, andavamo veramente d’accordo.

Tutto a un tratto uno degli ufficiali ha detto “Sapete quello che veniva sotto alla vostra finestra cosa era? Un militare ma non sapete che militare era”, poi ha detto “era in camera degli altri compagni di camera, quell’ex ufficiale italiano …” non ricordo i nomi, solo di uno che si chiamava Gianni. Questo ufficiale ha detto “Ecco perché non si spogliava mai la maglietta di sotto, aveva il tatuaggio SS” e così sono andati a finire… perché se erano sotto gli americani potrebbero essere ancora vivi.

Ci sarebbero altre cose ma dopo libere non credo che abbia tanto …..

D: Quando sei rientrata in Italia?

R: Non avevano i mezzi per portarci via, Amburgo era tanto lontano, questa era Lubecca ma doveva portarci fin su, finalmente hanno riparato i binari e si poteva rientrare a casa con il treno.

Sono tornata a casa il 1 settembre del 1945, il viaggio era molto lungo, non ricordo nemmeno quanti giorni ma era un viaggio felicissimo.

D: Ti ricordi che viaggio hai fatto?

R: Siamo venuti nel nord Italia dall’Austria, dal Brennero, ci siamo fermati al confine con l’Austria parecchie ore e mi ricordo che vi era un fiumicello stretto, siamo andate a fare il bagno, non si vedeva il fondo ma almeno per lavarsi un po’. Dopo tanto tempo ci siamo finalmente lavate dopo che siamo state liberate, pensate quanti mesi senza lavarsi, come può una persona stare così sporca, piena di cimici, di pidocchi.

D: Sei poi arrivata a Trieste?

R: No, Trieste, a Gorizia perché sono nativa di là, poi siamo rimasti sotto la Jugoslavia, il mio territorio era sotto la Jugoslavia, poi sono andata a Capo d’Istria dove ho conosciuto mio marito, ci siamo sposati e siamo venuti a Trieste nel 1956 perché si voleva andare in America ma non vi era più spazio, in Australia era troppo lontano ma mi dispiace non essere andata.

Sordo Albino

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sordo Albino, nato a Castel Tesino il 24/7/1924.

D: Albino quando ti hanno arrestato?

R: Mi hanno arrestato il 1 gennaio 1945 a Castel Tesino, in casa, perché era appena arrivata la sera e alla mattina …

D: Tu eri arrivato da dove?

R: Dal Pader perché lavoravo a Pader perché dopo lo sbandamento mi sono ridotto solo a Pader e la sera dell’ultimo dell’anno rientro a casa…

D: Ma chi ti ha arrestato? Erano italiani o tedeschi?

R: Tedeschi, tutti tedeschi.

D: E ti hanno accusato di che cosa?

R: Di essere partigiano.

D: E tu eri partigiano?

R: Sì.

D: Con quale formazione?

R: Quella…, sono passati tanti anni, l’unica formazione che c’era qua nel tesino che veniva da…

D: Da via Glenda?

R: Sì, che la comandava il comandante Cumo.

D: Il tuo nome di battaglia qual era?

R: Nina.

D: Perché Nina?

R: Perché era la morosa.

D: Quando sono venuti in casa e ti hanno arrestato, dove ti hanno portato?

R: Ho visto che passano i tedeschi e allora ho guardato la porta della casa e ce ne erano due sulla porta della casa e allora ho chiuso la porta della casa e sono andato nella sala, ho aperto la porta della sala e ce ne erano altri due.

Mi hanno arrestato e mi hanno portato in municipio e là mi hanno fatto l’interrogatorio, ho preso anche qualche bella legnata.

Là ho passato la giornata e mi hanno fatto l’interrogatorio come a tutti, eravamo in undici e mi hanno messo su un camion e mi hanno portato a Strigno, là a Strigno ci siamo fermati…e poi siamo andati a Roncegno, in piazza a Roncegno.

Là, il giorno dopo, sono venuti a prenderci due alla volta alla caserma e ci portarono giù.

La c’erano dentro diversi tedeschi tra i quali Egendat e altri.

Uno alla volta mi interrogavano…

Dopo di me andava dentro un altro; hanno passato la giornata a interrogarci tutti e poi tornavano e li portavano su dai carabinieri.

Si pregava, si bestemmiava e non si sapeva la fine che si faceva; dopo un giorno o due, non mi ricordo, mi mettono alla mattina presto sul camion, destinazione ignota e siamo arrivati a Bolzano .

D: Nel campo di Bolzano?

R: Nel campo. Ci hanno scaricati dal camion, c’era un po’ di confusione.

Dopo hanno cominciato a domandare quelli che era capaci di fare i calzolai, falegnami, elettricisti, sarti e allora io e il Marietto siamo andati in calzoleria.

Non si stava neanche proprio male; c’era un capo della calzoleria che era un veronese. Ho fatto un po’ di amicizia con il capo calzolaio e siamo andati avanti a sistemare…… gli zoccoli di legno.

Passava un mese e intanto facevano le partenze, ne hanno fatte due intanto che eravamo là: una è andata a Mauthausen , l’altra invece li hanno portati alla stazione, alla notte c’è stato un bombardamento e li hanno riportati nel campo, dopo quella volta non ne hanno più fatte perché la linea del Brennero era sempre rotta.

Quelli che avevano avuto la fortuna nostra, che orami eravamo alla fine della guerra, abbiamo fatto quattro mesi noi, e di partenze non hanno più potuto farne.

D: Albino ma la tua immatricolazione te la ricordi? Il tuo numero di matricola te lo ricordi?

R: 8048, mi pare che era.

D: E ti hanno dato anche il triangolo ?

R: Il triangolo rosso.

D: Ti ricordi il nome del tuo capo calzolaio, quello lì di Verona?

R: Era Veronesi di cognome, ma il nome…

D: Veronesi di cognome?

R: Veronesi di cognome, me lo ricordo sempre.

D: Albino, ti ricordi quando tu eri nel campo se c’erano delle donne?

R: Sì c’erano, c’era il blocco delle donne.

D: Ma c’erano anche donne della Valsugana?

R: Sì ce ne erano due della Valsugana, madre e figlia, che erano di Novaredo.

D: E altre donne invece non te le ricordi della Valsugana?

R: No.

D: Tu non te le ricordi Albino?

R: No. Di giorno si era sempre lì in calzoleria che si lavorava e la domenica, che non si lavorava e c’erano libere anche le donne nel cortile, però io ero sempre dentro in branda e non…

D: Ti ricordi se hai visto anche dei bambini?

R: No, non ricordo di avere visto dei bambini.

D: Ti ricordi dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, di sacerdoti ce n’era uno di Castel Tesino, che lo avevano portato a Bolzano, però dopo quando eravamo arrivati noi era già partito per la Germania.

D: Come si chiamava?

R: Don Narciso Sordo.

D: E perché era stato arrestato lui?

R: Per la questione che diceva che era dei partigiani, che sovvenzionava i partigiani ma nessuno era sicuro, non si sapeva niente. In agosto del ’44 e in ottobre del ’44 è venuto lo sbandamento, il rastrellamento , hanno portato via diverse persone qua, bruciavano le case perché ….un certo Marietto che era il padre del Renata, che poi è passato comandante dei partigiani, perché prima c’era Cumo poi con il rastrellamento … Cumo è morto e allora ne hanno fatto un altro che era…, adesso non mi ricordo più il nome.

Dopo, verso primavere, è restato un gruppetto di partigiani qua della zona, tra i quali c’era questo Renato Menefreo di Castello.

E’ restato un gruppetto e allora quando c’è stato l’ Armistizio si è formato di nuovo il gruppo e c’era il commissario, uno di …, nome di battaglia Adeo, il comandante era Marietto Celestino che era Renato.

D: Albino, ma tu con don Sordo siete parenti?

R: No.

D: Non siete parenti?

R: C’era un altro don Sordo dopo che era nei partigiani, che il nome di battaglia era Corvo ed era un prete, che dopo io con lui ho fatto una staffetta dalla malga qua dentro di Rabbiosa a Pietena dove c’era il comando a Pietena.

Il comandante che è ancora vivo, abita a Varese, era un capitano degli alpini di Varese.

Dopo è venuto il rastrellamento. Io con questo Corvo siamo partiti da Pietena, siamo arrivati a Rabbiosa, ha detto la messa e poi siamo venuti a Castello che qua si faceva il voto, il famoso voto dell’8 ottobre.

Noi eravamo in diciotto al Castello, il prete è andato su in chiesa ma io non sono andato. E’ arrivato uno e dice: “Io arrivo adesso da Grigno e la strada è tutta di tedeschi che vengono in su”.

Io sono andato ad avvisarlo e anche il Marietto e siamo scappati via dall’altra parte; quella sera sono andato ad avvisare anche ……, che era via con il vice comandante che era Nazzari di nome di battaglia e siamo scappati in Val Busa che c’erano delle gallerie…

D: Albino a proposito di sacerdoti, ti ricordi nel campo, a Pasqua, quando è stata fatta la messa?

R: Sì.

D: Hai partecipato anche tu?

R: Sì, si partecipava.

D: Ma ascolta, è entrato questo frate, questo sacerdote a celebrare la messa e dove l’ha celebrata? Te lo ricordi?

R: Sul piazzale, là sul piazzale in piedi.

D: Hanno distribuito qualche immaginetta sacra quel giorno lì?

R: No, io non mi ricordo di aver preso delle immaginette sacre, no, non le ho viste.

D: Ti ricordi, quando tu eri a Bolzano, se hai visto azioni violente?

R: No, là nel campo no. Però avevo sentito dire che quando non si poteva più portare dal Brennero per andare in Germania, mettevano della gente sul camion e li portavano fuori, però io non li ho mai visti.

D: E nel campo tu non hai mai visto azioni violente?

R: No. C’è stata una sera che hanno fatto un bombardamento gli americani e avevano centrato il magazzino della mensa e là quelli che erano di guardia intorno al campo …sono venuti giù dabbasso, perché se no tentavano di scappare, non facevano scappare nessuno.

D: Ma ci sono stati tentativi di fuga dal campo?

R: Sì, avevano fatto anche un box sotto che passava, però non sono riusciti a scappare, sono stati scoperti prima. Perché non c’era da avere neanche tanta …, perché se avevi paura…, perché se li vedevano le spie li portavano ai tedeschi.

Dopo c’era il comitato dei comunisti, non si capiva più niente.

D: Tu eri nel blocco A?

R: Blocco A.

D: Ti ricordi il tuo capo blocco come si chiamava?

R: Ermanno Trasferini.

D: Gigi Novello, non ti dice niente questo nome: Gigi Novello?

R: Era partito Gigi Novello, prima.

Era il fidanzato della Cicci, ma non era nel blocco A, veniva dal blocco B o C.

Nell’A che comandava era Pasqualini, che se si avevano soldi si poteva comprare della roba.

D: Ma dai, si poteva comprare?

R: Scatolette di sardine, roba di vestiario…

D: Quando tu sei arrivato nel campo a Bolzano, nei giorni dopo hai potuto scrivere a casa?

R: No, no.

D: E neanche ricevere pacchi?

R: Sì, è venuta mia mamma e sua mamma del Marietto e un’altra, Donata, a portare i miei pacchi; dentro mi hanno portato il pacco e me lo hanno consegnato.

D: Come avvenivano le partenze? Te lo ricordi?

R: Li mettevano tutti in fila e poi passavano due, terzo…, tre, quattro, terzo…, avevano quel sistema là.

D: Ma tu ne hai viste di partenze?

R: Io ne ho vista una di partenza e dopo la seconda li hanno portati al blocco perché la linea era saltata.

D: Tu quindi sei sempre stato in calzoleria a lavorare?

R: Sempre in calzoleria. Lavoravo in calzoleria e dopo hanno mandato via il magazziniere e mi hanno passato anche magazziniere della calzoleria. Si andava a prendere della roba su in magazzino, la portavo in calzoleria e si dava a chi lavorava.

D: Dove era il magazzino della calzoleria?

R: Si entrava ancora nel campo e dopo si andava in su, c’era una baracca con due della polizia davanti alla parta e ti stavano dietro, si prendeva la roba, li contava e poi li portavo in calzoleria.

D: Che materiali c’erano nel deposito?

R: C’era tutta roba di cuoio, a quegli zoccoli di legno si metteva su il cuoio e si facevano anche le scarpe per le SS, quelli che erano capaci di farle.

Io dall’inizio alla fine ho sempre avuto quel paio di scarpe che mi hanno consegnato, che erano ancora da finire ancora da principio e le ho portate a termine e le ho portate anche a casa, le avevo nello zaino.

D: Albino quindi, al mattino la sveglia, appello e poi andavate in calzoleria?

R: Sì e poi si andava in calzoleria.

D: E a mangiare a mezzogiorno?

R: Quello che ci davano.

D: Ma in calzoleria o nel campo?

R: No, si andava nel campo a mangiare.

D: Ritornavate nel campo e poi al pomeriggio?

R: Ritornavamo a lavorare.

D: Ancora in calzoleria? Quattro mesi così?

R: Quattro mesi così.

D: Tu fuori dal campo non sei mai andato a lavorare?

R: No, mai.

Quelli con il triangolo rosso non li facevano andare fuori dal campo.

D: Albino come ti ricordi la Liberazione?

R: La liberazione me la ricordo che alla mattina, alla sveglia, quando ci siamo alzati ho guardato fuori dal finestrino e non c’erano più le guardie sulle garritte, le mitragliatrici erano a terra.

Io ho pensato: “Qua Albino è successo qualcosa”!

Dopo è arrivata la voce che c’era la Croce Rossa Internazionale che pochi alla volta hanno mandato via tutti.

Qualcuno è stato fortunato che è andato via di qua il giorno prima, anche due e noi altri cinquanta alla volta; cinquanta li mettevano sul camion e anche se dovevano andare a Trento lo portavano in Val di Non, cinquanta li portavano da una parte, cinquanta fuori a piedi.

Toccava a tutti di andare fuori a piedi dopo.

D: Ma ti hanno dato un lascia passare?

R: Sì e dopo ci siamo trovati fuori a Ora e c’erano tutti i tedeschi che scappavano in su con le biciclette e con i carretti.

Io sono andato giù verso Trento, ho preso la strada che andava in Val di Fiemme e ci ho messo cinque giorni ad arrivare a casa, a piedi.

Volevamo fare il passo del Manghe, siamo arrivato al passo Manghe.

Alla mattina per andare fuori dalla porta c’era tanta neve fresca così.

C’era il biglietto, c’erano dei posti di blocco dove davano qualcosa da mangiare, a quelli che fumavano gli davano un pacchetto di tabacco da tagliarselo in due e piano piano siamo arrivati a Borgo.

Prima di arrivare a Borgo c’erano i contadini… a Borgo c’erano ancora i tedeschi che si stavano ritirando e ….i partigiani a Castello e siamo andati dall’Eugenio e là c’erano questi partigiani che io non avevo mai visto.

C’era uno che era un comandante dei partigiani …che prima era maresciallo delle SS.

D: E non gli hai detto niente tu Albino? Non gli hai detto niente a questo qua?

R:No, è venuto fuori un caso, mi ricordo benissimo.

Gli ho chiesto se era il comandante dei partigiani. Non mi ha neanche risposto.

Il municipio era pieno di armi, ho tirato fuori un fucile e un mitragliatore e ho preso una macchina.

Siamo andati via e siamo arrivati fino a Borgo con questa macchina e dopo da Borgo mi hanno portato fino a Pieve.

A Pieve abbiamo trovato mia mamma, sua mamma e compagnia che erano venuti a cercarmi, Marietto era già arrivato…

Siamo scesi dalla macchina … e a piedi sono arrivato qua.

D: Nel maso?

R: Avevamo le bestie, c’era mio papà con le bestie, mia mamma…, avevo un fratello più giovane, non mi ricordo neanche dov’era e siamo arrivati qua.

Le botte che abbiamo preso e la paura che abbiamo avuto in quei quattro mesi.

Dopo non sai più organizzare niente, dopo.

Quella volta c’era una cartolina da …, la Polizia Trentina o se no ..a nascondersi da qualche parte.

E io non avevo molta voglia di andare nella Polizia Trentina.

Poi avevo vent’anni, a vent’anni si ragiona anche poco.

D: Albino ti ricordi nel ’47, se non mi sbaglio, che qui in un paese vicino era stato ucciso uno che dicevano che era un fascista della decima Mas?

R: Non me lo ricordo.

Qua in Valsugana?

D: Sì.

R: No.

D: Non te lo ricordi? Era stato ucciso da ex partigiani uno.

Che poi avevano fatto un processo. Non te lo ricordi?

R: Mi sa che non è successo a Pieve

Massari Giovanni

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Come ti chiami?

R: Massari Giovanni.

D: Nato?

R: A Castiraga Vidardo. Provincia di Milano.

D: Quando sei nato?

R: 2 Aprile 1925.

D: Giovanni ci racconti la tua storia da quando sei stato arrestato?

R: Incominciamo dalla montagna. Eravamo in montagna; un grosso rastrellamento, allora ci hanno chiesto di aiutare tutti, di aiutarci a vicenda per far fronte a quelli che arrivavano, tedeschi o… Ve bene. Non volevano che andassi, ad ogni modo ho voluto andare. Vado anche io, vado anche io e siamo andati. Siamo andati su di una montagna dalla parte di Pradleves Val Grana. Sono circa 1000 – 1200 metri circa, lì c’era una casetta, dovevamo fare la guardia a tutto quel costone di montagna. Due ore per ciascuno di notte.

Lì si vedeva tutta la pianura tranne che quel mattino lì c’era nebbia. Ad ogni modo di notte non è successo niente. Viene il mattino, finito i nostri compiti Lì si vedeva tutta la pianura tranne che quel mattino lì c’era nebbia. Ad ogni modo di notte non è successo niente. Viene il mattino, finiti i nostri compiti siamo scesi, eravamo, del mio distaccamento eravamo in due, poi c’era un altro di un altro distaccamento, poi c’erano altri due di altri distaccamenti e siamo scesi tutti assieme. Diretti alla centrale.

D: Scusa Giovanni, quando avveniva questo, in che periodo, in che mese, in che anno?

R: Nel periodo di novembre principio di dicembre.

D: Di che anno?

R: Del 1944.

D: Ma quando tu parli di distaccamenti, sono distaccamenti militari o erano formazioni partigiane?

R: Partigiani. Formazione partigiana.

D: Quindi tu eri un partigiano?

R: Esatto.

D: Di che formazione eri?

R: Giustizia e Libertà.

D: Quanti anni avevi allora Giovanni?

R: 19 anni.

D: Allora siete scesi dalla montagna.

R: Siamo scesi e siamo andati al comando. Al comando non c’era più nessuno, sono andati via. Cosa è successo? La gente fa “Ma siete ancora qua? Sapete che ci sono in giro i tedeschi?” Va bene, noi andiamo al nostro distaccamento.

Strada facendo, a fianco di solito c’erano quei tronchi di albero che loro mettevano attraverso la strada per qualche incursione tedesca. Non c’erano più. Erano spostati. Se si trovava la gente diceva “Andate su per i sentieri perché ci sono in giro i tedeschi”. Noi su per il sentiero siamo andati su al nostro distaccamento. Quello là è andato al suo distaccamento che era più in alto di noi e noi due siamo andati al nostro posto al nostro distaccamento. Là non c’era più nessuno. La gente del posto ci ha detto “Hanno lasciato un biglietto, se volete raggiungerli sono al tal posto così e così, Città del Fieno”. “Dov’è?”. Il mio amico che era di Cuneo, dice “Io l’ho fatta una volta, andiamo?”. Ma sul biglietto c’era scritto “Partite di notte”. “Ma no, dice, partiamo di giorno perché altrimenti io la strada non la so più”. Come si fa? Già sparavano in giro, sparavano. Porca miseria.

Allora che cosa si fa, su per la montagna, dobbiamo cavalcare la montagna e andare giù dalla parte di là. E su, e su, e su questa montagna, quando siamo arrivati in cima non c’era più vegetazione, non c’era più niente. Non so l’altezza di preciso. Si sentiva sparare da tutte le parti, ma dove sparano. Noi andiamo giù di là, e chi si è visto, si è visto.

Strada facendo per andare giù dal costone della montagna abbiamo sentito dire “Mani in alto. Mani in alto”. Ma io sono rimasto pietrificato. “Cosa state facendo”, dicevo. Credevo erano partigiani, invece erano tutti tedeschi. Una raffica di mitra per aria, avevano quella mitraglietta lì ed abbiamo alzato le mani. Non c’era niente da fare. Sono saltati fuori, saranno stati un centinaio. Nel bosco e nei dintorni lì. Sono venuti là e prima di tutto ci hanno tolto il fucile, la cintura, che cadevano persino i pantaloni. Mi hanno preso per qua e mi hanno detto “Adesso venite con noi”. “Dove sono i partigiani, dove sono i banditi?”, loro non chiamavano partigiani, “Dove sono banditi?” Ed io “Guarda, a dire la verità arriviamo qua adesso”. Ad ogni modo lì sono venuti tutti, tedeschi, fascisti, brigate nere, ce ne erano di tutti i colori…venivano da Milano. Quei fascisti lì erano collegati con i tedeschi e venivano da Milano.

D: Giovanni ti ricordi che giorno era quando ti hanno arrestato?

R: Quando mi hanno arrestato non lo so. Lì ho perso tutte le bussole.

D: Era inverno però?

R: Sì. Era il mese di novembre, la fine di novembre. Perché mi ricordo che il 28 novembre, anzi, ottobre è nevicato e dopo un po’, eravamo in dicembre, adesso non lo so.

D: E dopo da lì dove ti hanno portato?

R: Lì ci siamo incamminati e si andava giù dalla montagna e dicevano “Tutti Kaputt”, via tutto e siamo rimasti là con i pantaloni e la giacca e basta. Porca miseria. E siamo andati giù al comando. Giù al comando c’erano radunati tutti i fascisti e tedeschi, un disastro di militari.

D: Ma dove, in che paese?

R: Era Pradleves, Val Grana. Lì hanno incominciato l’interrogatorio. “Dov’è la benzina, dove sono i banditi, da dove venite…” ed hanno incominciato a picchiare. Lì insieme ai fascisti che c’erano lì e che venivano da Milano ce ne era uno che conoscevo e mi ha detto “Ma io ti conosco, tu sei di San Donato”. Perché io abitavo a San Donato. “Sei di San Donato” e lui era di Noceto, Porto di Mare e dalle parti di Piazzale Corvetto a Milano, Cascina Grande verso Chiaravalle. Abitava lì lui. “Ma io ti conosco, sei venuto là ad aiutare a buttar giù il fieno dalla cascina quando c’erano i bombardamenti ed ha preso fuoco la cascina”. “E sì, ho detto, eravamo sbandati”. “Va bene, fa, hai fame?” “Altroché, gli ho detto” “Hai le sigarette?” “Non ho niente, sono qui così”.

Mi ha dato tre sigarette, e mi fa “Adesso parlo con il comandante, se posso tirarti dentro qua, vieni a Milano, poi te ne vai, più importante è arrivare a Milano”. ” Va bene, prova”. Difatti è andato dal comandante, ed il comandante, sentivo, in quel momento è corso là uno di loro, non tedeschi, fascisti e mi fa “Cosa hai in mano?” ” Mi ha dato tre sigarette quel signore là”, ” Ma sei pazzo, gli ha detto a quello, tu sei matto a dare la roba ai partigiani”, che loro chiamano banditi. “Ma io lo conosco quello lì”, “Non mi interessa”, mi ha preso le sigarette, le ha rovinate e le ha buttate via. Intanto il mio amico parlava con il comandante, io lo chiamo amico perché abitava nelle vicinanze di San Donato.

È andato là e gli fa “Fallo venire qua”, io sono andato là, mi sono presentato, mi fa ” Di dove sei?” “Di San Donato”, mi ha guardato in faccia “Non hai vergogna, siamo tutti di Milano noi, siamo tutti di Porta Romana, non hai vergogna ad essere qui in mezzo a questa gente qua, in mezzo ai banditi?” Cosa potevo rispondere io, io ero al militare e sono scappato dal militare, per forza ho dovuto fare, però non glielo ho detto. “Vattene a posto”, mi ha sputato in faccia e fa “Ringrazia Dio che ti hanno preso i tedeschi, se ti prendevamo noi ti fucilavamo subito.” Io sono andato a posto e lì ha cominciato a prendere anche degli altri ed interrogarli, ogni tanto venivano là: “Vieni qua, dove sono i partigiani, dov’è la benzina, dove sono le munizioni, dove sono andati banditi?” Per il momento non picchiavano.

Viene la sera. Viene la sera tutti fucilati. Difatti eravamo in tredici. Tredici tutti là contro il muro, dietro l’albergo. Perché c’era il comando, era dentro l’albergo il comando di Pradleves in Val Grana, dietro c’era la mura. Volevano fucilare l’albergatore, volevano, c’era la moglie che impazziva, noi eravamo là contro il muro così. Viene là il tedesco, fa “Banditi, sì, banditi”, uno di quelli che avevano i gradi, “Te, fucilare”, arriva uno con il moschetto, con l’elmetto, fuori. L’hanno portato non so dove e si è sentito il colpo, uno è andato.

Poi “Te, dove sono i banditi, dove sono ecc,” “Non lo so”, “Fuori, fucilare”. Fucilare e quello là va fuori e si sente il colpo anche a lui. Poi fa segno a me, “Te fuori, no te, quello di fianco”; io tiro un po’ il fiato e di fatto è uscito quello di fianco a me e stessa fine. Sentito il colpo “bum”. Bene, lì così dopo un po’, dopo che hanno interrogato tutti sono venuti fuori tutti quelli là, “Non vi hanno fucilato?” “Non lo so, ho sentito il colpo, ma vedevo ancora il muro. Ci è andata bene.” Lì allora ci hanno chiusi nella cantina quella sera lì, nella cantina ogni tanto ne buttavano dentro uno. È venuto dentro un francese. Quando sentivi aprire la cantina, ne hanno buttato uno dentro per forza, era un francese. E non si capiva che cosa diceva. Tutto così.

Al mattino altro interrogatorio. Fuori dalla cantina c’era un’osteria lì vicino, eravamo nel gioco delle bocce, tutti là ad aspettare l’interrogatorio ed andava dentro uno per volta nell’osteria e là viene fuori uno con una faccia così. Ne hanno date chissà quante. Poi sotto un altro, poi sono andato io. Dentro.

Dentro erano là in quattro, uno picchiava di qua e mi buttava su quello là, quello là mi picchiava e mi buttava sull’altro. Facevano il giro, ma pugni e pedate. Volevano sapere dove era la benzina e dove erano le armi e dove erano andati banditi. Sempre questo. “Ma io non lo so, non so niente, che ne so io dove sono andati e dove era la benzina”. Noi eravamo su in cima alla montagna, non so cosa succedeva giù qua e giù botte.

Ad ogni modo dopo mezzogiorno ci hanno caricato sul camion, sul camion via, e vai e vai siamo andati a Saluzzo. Ci hanno rinchiusi nel Castello di Saluzzo al primo piano. Si vedeva in un angolo della finestra un po’ di pianura, faceva un freddo. Si vedeva tutta la campagna bianca, tutta la brina che c’era. Lì tutti i giorni interrogatori, però non picchiavano. Siamo andati in una Chiesa, nella Chiesa del Castello. Sembrava proprio Schuster, assomigliava tutto a Schuster nel parlare e diceva “Dove sono banditi? Perché sei qua? Da dove vieni?” Interrogatori così.

D: Sempre tedeschi che ti interrogavano?

R: Eh?

D: Erano sempre i tedeschi che ti interrogavano?

R: Sì, sì. Non si andava fuori dalla stanza del Castello senza la guardia tedesca. Questo sembrava un prete. Mi interrogava e dopo alla fine gli ho detto “Io ho detto tutto, cosa volete da me, non ho niente da dire.” E poi gli ho chiesto “Cosa ci faranno a noi?” “Non si preoccupi”, mi ha detto, “vi impiccano tutti.” “Vabbè, siamo a posto allora.”

Lì niente, siamo stati lì circa una settimana, circa. A mezzogiorno suonava la campana quella grossa del Castello, era mezzogiorno, quelli che c’erano dentro, i miei compagni dicevano “Ecco quando suona il campanone grosso è uno che va”, allora veniva addosso un po’ di paura. È passata circa una settimana, circa.

Un bel giorno di mattina presto presto, era ancora buio “Fuori tutti”, fuori tutti in colonna. In colonna, tedeschi a destra e a sinistra di questa colonna. Siamo andati al trenino, lì c’era un trenino, non so da dove veniva, forse da Cuneo e faceva Cuneo – Val Grana e andava fino a Torino e lì ci hanno caricato su questo trenino e siamo andati a Torino.

Siamo venuti a Torino ed in colonna abbiamo preso il Corso, e siamo arrivati alle Nuove.

D: Scusa un attimo Giovanni, su questo treno qui, i vagoni come erano? Erano vagoni passeggeri o erano carri di bestiame?

R: Era un trenino, un tram non era, era una specie di tram, ma era un trenino, aveva tante carrozze.

D: Ma c’erano anche dei civili o solo voi?

R: No, no, solamente noi. Non c’erano civili lì. I civili avevano paura. “Il primo che tenta di scappare” dicevano, “guardate che ci andate di mezzo tutti. Spariamo anche contro gli altri.” Allora “Non scappare, non scappare. Ti raccomando che noi non c’entriamo niente”. E lì siamo andati a Torino, in colonna.

Mi ricordo che era un Corso, e c’era gente a destra e a sinistra e ci guardavano e a destra e a sinistra c’erano tedeschi armati e ci hanno condotto alle Nuove.

Ci hanno messo dentro in una cella che deve essere stata la cella… non so, era uno solo che stava dentro. C’era una branda di ferro, l’abbiamo alzata perché non ci stavamo tutti dentro, eravamo in tre e non ci stavamo. Il bagno era un buco e basta, un buco così. Poi per tavolo c’era, usciva dal muro un pezzo di asse così e sopra c’era scritta la dama.

Quel legno lì, quell’asse lì che usciva dal muro, si capisce che, tornando indietro c’erano quelli che hanno tirato via dei pezzi di mattoni per fare la dama. C’erano dentro i pidocchi, c’erano dentro le cimici, cimici rosse c’erano. Erano rossi. E lì siamo stati così.

Ho incominciato a sentire le pulci, leva tutto, guarda la camicia, non erano pulci, erano pidocchi, pidocchi neri. O porca miseria. Non erano pidocchi, avevo la scabbia.

Quando venivano a portare il rancio, qualche cosa ci davano, gli dicevo “Guarda che abbiamo la scabbia”, “Arrangiatevi”. Lì da tre siamo diventati cinque. In cinque in una cella, tutti per terra, non c’era niente, né paglia né niente, tutti per terra così con la coperta e basta, ognuno aveva la sua coperta. Quello che andava in bagno, il buco era lì, perché sarà stata due e qualche cosa di lunghezza ed uno e qualche cosa di larghezza. Ci stava la branda perché si faceva su la branda. Si agganciava al muro e c’era quel pezzo lì che era piegevole. Si poteva tirare su ed il sedile lo stesso, ma sbandava tutto perché levavano tutto.

Lì quando uno andava in bagno si sentiva, no, l’odore non era niente. Si sentiva bagnare la faccia perché non era un bagno come i nostri, era un buco e basta, però c’era l’acqua corrente. Si tirava la corda, almeno andava giù. Parlando materialmente.

Lì passa un giorno, passa due, passa tre ogni tanto venivano là le suore e ci davano un tozzo con dentro le castagne lesse. Qualche cosa ci davano da mangiare.

Veniva là il secondino e gli dicevo “Guarda che io ho la scabbia, portatemi in infermeria.” Quasi tutti i giorni ci portavano giù uno per uno a fare ancora l’interrogatorio, allora “Portatemi in infermeria, altrimenti qua ce la prendiamo tutti perché attacca quella malattia.”

Il secondino era un fascista, sarà stato uno e cinquanta, uno e sessanta, sembrava Charlotte quando camminava e gli dicevo “Capo, guarda che noi abbiamo la scabbia” “A me non interessa, tanto vi impiccano tutti”, diceva sempre così. Ed io grattavo, quello là grattava, si può immaginare che cosa c’era dentro. Eravamo tutti infestati da quella malattia lì.

Lì siamo stati lì, non so, un quindici giorni.

D: Giovanni, lì ti hanno dato un numero a Torino, ti hanno immatricolato?

R: No, no, niente, niente.

D: Dopo quindici giorni che cosa è successo?

R: Ci hanno cambiato e ci hanno dato la divisa della Decima Mas, leggerissima, molto leggera. Nera. I miei li hanno buttati via, non so che cosa hanno fatto. Ma la scabbia c’era.

D: E dopo quindici giorni delle carceri le Nuove a Torino?

R: Dopo lì quindici giorni, lì perché io l’ho saputo, ci hanno caricati fuori tutti e ci hanno caricati sul camion, alle Nuove, ci hanno caricati sul camion e destinazione chi lo sa. Chi ha avuto fortuna, chi aveva un pezzo di carta in tasca ed una matita scriveva, “Avvisate tot che noi siamo partiti, partiamo e non sappiamo dove andremo”. Insomma. Ma io non avevo niente perché dopo la guerra ho saputo che mio padre e mia sorella hanno fatto di tutto per venire a Torino a trovarmi e sono arrivati lì “Sono partiti tutti” “Per dove?” “Non si sa”. Nessuno sapeva niente.

Lì con i camion, quel giorno, partiti. Preso l’autostrada e chissà, era chiuso tutto con il telone, e c’era giù anche di dietro il telone quasi tutto, non si vedeva niente, si vedeva un pochettino e basta. Si vedeva la strada in basso e basta, ed il camion andava.

Arrivammo a Milano, penso che era Milano, si sono fermati lì, guardo c’erano i fascisti così, c’era uno, come si chiama quello… Amedeo Nazzari sembrava, tutto lui. Un trench, aveva su un trench con la mitraglietta, in mezzo a tutti i fascisti per fare la guardia, se qualcuno scappa, i camion si sono fermati, forse a fare rifornimento.

D: Ecco Giovanni, i camion erano tanti?

R: Chi lo sa. Non si vedeva niente, i teloni erano giù dappertutto.

D: Sul tuo camion eravate solamente uomini?

R: Sì, sì, donne non ce ne erano.

D: Non ce ne erano?

R: No, no. C’eravamo noi, c’erano su due tedeschi con la mitraglietta e basta. Lì si capì che hanno fatto rifornimento al camion, non lo so. Ed ho visto quel tale lì in mezzo ai fascisti e sembrava tutto Amedeo Nazzari. “Ma quello là è Amedeo Nazzari”.

Lì i camion partono ancora a colonna, penso che erano a colonna, perché non si vedeva niente, era tutto chiuso. Parte ancora e si va e si va. “Ma dove si va? Dove andiamo?” Tanti dicevano “Andiamo a Verona, forse, là ci smistano ed andiamo a lavorare.” Speriamo che sia la volta buona. Vai e vai, difatti siamo andati a Verona. Verona nel Castello. Dentro nel Castello tedeschi dappertutto.

Lì siamo scesi dal camion c’era là un pullman ma era una corriera ancora di quelle vecchie, saremmo stati su, tutti pigiati così, saremmo stati su, non lo so, circa un centinaio. Tutti ammassati dentro. Su questo pullman qua, parte. Non siamo andati neanche dentro, non ci hanno dato neanche un caffè, niente da mangiare, niente niente.

Lì su questa corriera, la corriera comincia a partire, ma dove andiamo, chi lo sa, l’altro dice “Non lo so”. L’altro dice “Forse andiamo a Bolzano, là ci distribuiscono ed andiamo a lavorare”, “Speriamo, prima di qua, e poi di là, cominciamo ad andare a Bolzano, poi vedremo”. Lì ancora su questa corriera tutti chiusi dentro. Cominciava a far freddo, andare su tra quelle montagne, fino a Bolzano.

C’erano quelli feriti, c’erano quelli che volevano andare in bagno, tutto su, un odore, insomma una puzza che non si poteva respirare. Tirare giù il finestrino non si poteva perché c’erano su i tedeschi e “Guai a voi se aprite un finestrino”. Era tutto appannato e non si vedeva niente fuori. Fuori faceva freddo, dentro si moriva dal caldo.

Lì siamo andati a Bolzano, era buio oramai, non si vedeva niente, non so se era un campo di concentramento, cosa era non lo so. Era tutto buio. Giù da questa corriera, siamo andati dentro a questo campo di concentramento a Bolzano. Io non sapevo dove era, mai stato e mai sapevo che c’era un campo di concentramento, mai sentito nominare. Dentro lì. Ci hanno chiusi dentro lì. Tutta notte lì, a dormire. C’erano le brande a castello, quella sera lì.

Al mattino, su, ci hanno dato un pochettino di caffè. Ma a cosa serve il caffè. Ho bisogno di mangiare. Prima di tutto gli dico “Guarda che io ho la scabbia”, ” Bene, bene chi ha la scabbia fuori”, da uno solo che ero io, ne sono saltati fuori ancora tre. Allora “Perché non parlate?”

Allora lì dopo che cosa hanno fatto? Dopo il caffè mi hanno messo nudo ed hanno preso il pennello con…

D: Il disinfettante.

R: Come si chiama, lo zolfo. Tutto giallo. Ha cominciato da qua sotto, tutto giallo. Tutte le mattine dovevamo fare quella pennellata lì. Ma la scabbia cominciava a fare puzza, a fare l’acqua. Non era troppo bello.

Lì siamo andati avanti un po’ così. Ad un tratto una mattina c’erano quelli vecchi, perché il capannone era così, se lo ha visto quel campo lì, sembrano quei capannoni mezzo rotondi. A sapere portavo qua il libro che mi hanno mandato.

Lì le mura non andavano fino contro là, era dopo la metà. Quelli che dormivano sopra là, guardavano dall’altra parte, c’erano le donne di là o tenevano qualche cosa da mangiare. Andavo là io e non mi volevano. “Dove vai te, non si può venire qua.” Perché volevano prenderlo loro. Noi sempre lì a fare quella vita lì. Guarda a destra e guarda a sinistra, dove dormivo io, dormivo in basso, in primo piano, piano terra, sempre su un castello, ho visto un buco. Ho visto un buco grosso un dito, grosso così. Ho guardato di là ed ho visto una donna, “Signora, signora” ma lei non rispondeva, provo a chiamare più forte, perché se sentivano guai, se mi pescavano che c’era il buco lì erano guai anche per me, allora “Signora, signora”. Si sono accorti che c’era il buco, l’hanno chiuso e io sono rimasto ancora come prima.

Una bella mattina “Fuori tutti, fuori tutti, fuori tutti”, cosa c’è, cosa non c’è, tutti in colonna, un freddo. Saranno stati sette gradi sotto zero, sei sette gradi sotto zero. Un freddo, si vedeva, ma non c’era neve. Proprio quel freddo secco lì a Bolzano, terribile. Lì cosa c’è, cosa c’è, hanno scoperto che hanno cercato di scappare.

Poco lontano da me c’erano il letto a castello, hanno fatto un buco che doveva andare sotto le fondamenta ed andare fuori di là. Se andavano fuori di là c’erano i vigneti, la campagna. Mancavano ancora due metri, dicevano, e li hanno presi. è stato scoperto un mucchio di terra, tutti i castelli e noi fuori, un freddo. Io avevo su quella divisa lì, si può immaginare, gelavo.

Lì fuori “Chi è stato? I complici?” I complici nessuno voleva parlare. “Guardate che fuciliamo tutti.” I tedeschi “Se non parlate, guardate che fuciliamo tutti.” “Allora mi raccomando chi è complice vada fuori, cercheremo di aiutarvi”, nessuno vuole andare fuori. Siamo stati lì quasi tutta la giornata. Lì era successo alla mattina, subito alla mattina presto, all’appello.

Dopo mezzogiorno eravamo ancora là ed i soldati “Fuori”, ne sono andati fuori due “Siamo stati noi”, allora noi siamo rientrati, quelli là non li abbiamo più visti. Chissà se li hanno fucilati, li hanno messi, non lo so, non si sono più visti. Poi c’erano altri complici, avranno parlato e saranno saltati fuori degli altri. Lì siamo andati avanti così.

D: Scusa Giovanni, lì a Bolzano ti hanno dato il numero di matricola?

R: No. Niente matricola. Non avevamo matricole, avevamo il triangolo. Ci hanno appiccicato un triangolo colorato così sulla giacca, un triangolo rosso.

D: Senza numero.

R: Senza numero. Ed io dicevo, “Ma cosa vuol dire questo triangolo?” “Pericolosi”. Là dicevano che questi triangoli erano così perché eravamo pericolosi, ma io vedevo quelli di là perché c’erano anche degli altri, altri compartimenti, chi lo aveva rosa, chi blu, c’erano diversi colori, “Perché noi rossi?”, “Perché noi siamo pericolosi”.

Lì siamo andati avanti così, siamo andati avanti fino dopo l’ultimo e il primo dell’anno. Lì a Bolzano sono andato circa a metà di dicembre. Lì Natale, boh, è Natale sì, è Natale no, ci hanno dato un pezzettino di pane in più. Ma io non sapevo se era Natale perché abbiamo perso il filo delle date. Poi viene l’ultimo e il primo. Il primo dell’anno, i tedeschi, erano in pochi, erano tutti a far festa, solamente le guardie e basta. Ci hanno dato ancora un pezzo di pane in più, “Come mai?” “Perché è l’ultimo dell’anno”. Allora ho cominciato a dire “E’ già l’ultimo dell’anno”, perché prima non sapevo che giorno era e niente.

Lì dopo le feste circa l’8, mi pare, all’8 gennaio, sul camion ancora e siamo andati alla stazione. “Dove ci portano? Andiamo a lavorare?” “Ma chissà dove andiamo? Chi lo sa?” ed io sempre con quella divisa là morivo dal freddo. E siamo andati alla stazione, eravamo quattrocento, cinquecento persone.

D: Come fai a dire che era la stazione. Tu hai visto una stazione ferroviaria?

R: Era la stazione, non era proprio la stazione dove andavano…

D: I civili.

R: I viaggiatori così. Doveva andare il bestiame. Nei binari morti. Così. Giù dal camion lì sui vagoni. “Dove andiamo? Chissà dove andiamo. Boh”.

Siamo andati sul mio vagone, di bestiame, eravamo su in circa una trentina, lì ci hanno chiusi dentro, basta, chiusi dentro non si poteva più.

Dunque siamo partiti circa l’8 gennaio, ed abbiamo fatto tre giorni e tre notti su lì, si vedeva appena fuori, sa che ci sono quelli sportelli che si aprono, ce ne era uno di qua ed uno di là, quello di là facevamo da… e lì facevano tutto lì. Il freddo che faceva, si alzava sempre di più. Prima la puzza e poi gelava ed era un blocco solo, un disastro, paglia per terra non ce ne era, si dormiva così, senza coperte e niente, niente. Così come si andava su. L’aria quando il treno andava, l’aria veniva dentro e si moriva allora cosa si faceva? Ci si ammucchiava tutti, tanto per tenersi un po’ caldi. Facevamo il turno appoggiati al carro e tutti là a cercare di aiutarsi per il freddo che c’era.

Lì passa un giorno, ne passano due, sentivamo, eravamo già in Germania. Noi non sapevamo se era la Germania, chi lo sa. Dove andiamo nessuno lo sapeva, non si vedeva niente fuori. Appena, appena quando era chiaro si vedeva fuori e si vedeva tutta neve, tutta neve e basta e sentivamo parlare in tedesco. “Ma cosa succede?” e lì bim bum hanno aperto. Hanno aperto, sono saliti due tedeschi con la mitraglietta e uno fa “Noi vi uccidiamo tutti, fuori quelli che hanno tentato di fuggire”. Perché chi parla un po’ il tedesco, perché noi non si capiva che cosa diceva ed allora l’interprete lo diceva “No, noi non tentiamo di scappare”, “Abbiamo visto delle luci dentro”, non si capiva cosa dicevano. Cos’era? Era uno che aveva un pezzettino di candela e l’ha accesa così si scaldava un po’ le mani così. Loro hanno visto il chiaro dentro ed hanno aperto e volevano fucilarlo. Porca miseria.

Allora fuori tutti, guarda nelle tasche di tutti, allora si sono calmati e quando hanno visto che era quel pezzettino di candela lì, sono scesi hanno chiuso di nuovo e via. Il treno parte ancora, ogni tanto si fermava, sempre così. Stava fermo magari un quarto d’ora. Poi andava dieci minuti, poi si fermava, insomma è stato in ballo tre giorni e tre notti.

Siamo arrivati a Mauthausen, non si sapeva dove eravamo. Un bel momento, era mattino, cominciava a venir chiaro, si sentiva aprire il portone. Quello là non si apriva più, perché era tutto gelato, hanno aperto questo di qua, aprendo quello lì “Tutti giù, tutti giù”, “Dove siamo, dove siamo?” C’era una stazioncina come questa di Abbiategrasso e c’era scritto Mauthausen. “Siamo arrivati a Mauthausen. è buona, è buona.” “Perché?” “Perché si sentiva che quelli che ci sono già stati vanno a lavorare e stanno bene.” “Speriamo”, ho detto, “che sia quello.”

Lì tutti in colonna, c’erano quelli feriti, quelli che non potevano camminare. C’era giù la neve pestata, tutta pestata e ghiacciata, ogni tanto c’era qualche macchia rossa, questi sono tutti feriti che sono scesi e non ce la fanno più.

Lì tutti in colonna, via “Dove andiamo?” “Chi lo sa” tutti in colonna seguivamo loro, siamo andati. Strada facendo, non c’era in giro nessuno. Nessuno c’era in giro, c’era una donna vestita di nero, deve essere stata giovane, tirava lo slittino, perché c’era giù la neve ghiacciata, c’era su un ragazzino con uno zainetto a cavalcioni allo slittino o che andava all’asilo o che andava a scuola. Tutto quello che ho visto. Aveva su gli stivali, quelli neri che c’erano una volta, povera gente, insomma.

Lì niente, non si vedeva nessuno, non faceva neanche finta quella signora là. Uno ha tentato di dire “Signora, signora”, niente, orca miseria, no, no, camminando siamo andati su a piedi, dopo tre chilometri, non so, dalla stazione, siamo andati su fino alle carceri.

D: Al campo.

R: Al campo. A piedi, su, su. Lì c’è la strada provinciale, non si sapeva se era asfaltata o no, ma era tutta pestata, perché chissà la gente che è passata di lì, prigionieri senz’altro e siamo andati su. Su siamo andati dentro nel campo, varcato il portone, subito dentro a destra.

Lì seduti sulla neve contro il muro, la neve è tutta ghiacciata e tutta pestata, stavamo là ad aspettare, “Che cosa aspettiamo?” c’erano già dentro delle altre persone, lì c’erano le docce. C’erano le docce, poi c’era il crematorio e poi c’erano le cucine, tutto lì in fila a destra. E noi aspettavamo là. Aspettavamo. Lì chiedevano “Chi ha in tasca qualche cosa, qualche cosa di personale, fuori, ammucchiare, ammucchiare tutto e poi restituire, ammucchiare tutto e poi restituire”. Chi aveva l’orologio “Io darcelo a lui, no, no”, calpestavano per terra, lì c’era il muro, la buttavano di là, di là cosa c’era? Non lo so. Forse i tedeschi c’erano. Chi lo sa cosa c’era di là. Buttavano di là, o schiacciati sotto la neve. Tutto così, non c’era niente di personale.

Svestirsi tutti completamente nudi, e là c’era una porta dentro, e riparati un po’ dall’aria, tutto fuori, svestirsi tutti, e si andava a fare, ecco, facevano tutti i peli, tutti la testa così, tagliati tutti i capelli. I capelli li hanno tagliati però in mezzo ci hanno lasciato una striscia così, partiva dalla fronte ed andava fino di dietro. E passavano con il rasoio. La macchina che tagliava i capelli strappava, il rasoio non tagliava, bruciava tutta la testa, proprio tutto in mezzo qua. Facevamo la doccia, era fredda, era calda, ogni tanto era gelata. Sotto lì non c’è niente da fare. Per asciugarsi c’era un pezzettino di tela, chissà quante persone l’hanno adoperata. Cosa vuoi asciugarti con questa cosa qua, non ti asciughi niente, anzi ti bagni.

Lì ci hanno dato una camicia, un cappello zebrato, una giacca ed un paio di pantaloni. Fortunatamente ci hanno lasciato quelli che avevamo prima, le scarpe. Quelle lì le ho trovate ancora. Ho messo su ancora i miei scarponi di quando ero dei partigiani. Allora ho messo su i miei scarponi, con in mano quella roba lì “Fuori” “Ma dove andiamo fuori?” “Fuori, fuori” buttati fuori, dovevano entrare quegli altri. Fuori un freddo, dovevamo andare alla baracca. Alla baracca c’era circa trecento metri, circa.

Strada facendo c’erano le baracche, a destra c’erano i crematori, c’erano i bagni, ecc. A sinistra c’era una fila di baracche, noi dovevamo passare in mezzo e andare dietro a quelle baracche lì, al blocco 18, alla baracca 18.

Strada facendo nudi, con in mano la camicia, tutto così, i prigionieri che c’erano là ridevano, perché eravamo tutti nudi in mezzo la neve, allora prendevano delle palle di neve e ce le buttavano. E si mettevano a ridere.

Lì si camminava, a distanza si vedeva una specie di scala e della gente che camminava su. “Ma cos’è quello là?” “Boh”, non si sapeva niente. Difatti di lì siamo andati al blocco. Siamo andati alla baracca. Alla baracca non c’era niente. Per terra c’era un pochettino di paglia, quello sì. C’erano quelli che erano feriti, non potevano starci dentro. Allora tutti per terra sulla paglia così con la coperta sopra. Se uno doveva andare in bagno così, dovevano cavalcare uno sopra l’altro. “Ma che disastro che c’è qua” “E’ così”.

Lì cosa succede? Succede che siamo andati avanti un poco e gli ho detto “Guarda che io ho la scabbia”, lì c’era un prete dentro, e mi dice “Fa vedere”, mi ha guardato e fa “Tu hai la scabbia, ma non hai solo la scabbia, tu vai zoppo, sei ferito”, “No, ho una ghiandola in mezzo all’inguine che mi fa male”, un prete, io avevo un po’ soggezione. Va bene, tiro giù i pantaloni, perché abbiamo messo quelli che ci hanno dato. La camicia non aveva i bottoni, aveva un laccio così. I pantaloni erano russi, alla cavallerizza. Si capisce che i russi mettevano gli stivaloni per il freddo. Ciao sono stato fortunato in quella parte lì.

Lì siamo andati avanti così e ad un tratto si sente una sparatoria di notte “Cosa succede?” porca miseria. Venivano le pallottole dentro, perché c’era il muro. Io ero alla baracca 18 e dalla 19 e 20 di dietro c’era il muro, le pallottole passavano oltre la mura e venivano dentro sul tetto della baracca. Si sentiva pac, pac dentro. “Ma qua sparano”. Cosa è successo? Abbiamo saputo che hanno tentato la fuga trecento, non erano russi, perché io ero al blocco 18, metà noi che eravamo circa duecentocinquanta, dopo c’era dove c’era il capo, dalla parte di là erano russi, dopo le spiego il perché.

Ad ogni modo lì alla mattina mi dice “Vieni qua a vedere” attraverso la finestra, non si poteva né uscire né entrare. “Guarda là”, attraverso la finestra una montagna di morti, “Che cosa è successo?” “Ma guarda quanti morti che ci sono là”.

Cosa è successo? Era successo che avevano tentato la fuga trecento, penso fossero ebrei. Erano ebrei. Perché ci hanno preso, i tedeschi sono venuti là e quelli un po’ in forza, “Quelli che hanno un po’ di forza addosso vengono con me” e noi siamo andati là. “C’è da andare a prendere il caffè per le baracche”, “Andiamo, non si sa mai che c’è qualche cosa da mangiare”. Allora portavamo il caffè lì, partendo dove c’è la mensa, dove c’era la cucina, quei bidoni lì che saranno stati trenta, quaranta chili, trenta litri, quaranta litri, cinquanta litri, bidoni pieni di caffè. Per noi era caldo, per loro, penso che erano ebrei, per loro c’era sopra tanto così di ghiaccio. Loro se dovevano bere il caffè dovevano rompere il ghiaccio, ma aveva uno spessore di cinque, dieci centimetri, era stato fuori tutta notte. Gelava tutto. Quando si faceva il cambio al mattino dopo, si portava indietro quello avanzato e si portava quello vuoto, era ancora intatto, ancora con il ghiaccio, non lo rompevano, non erano capaci di romperlo, non lo bevevano.

Lo stesso quello che ci davano da mangiare, quella sbobba lì, era acqua, diciamo così, c’erano dentro un po’ di rape, erano barbabietole, quelle che davano ai cavalli. Erano non le bietole quelle rosse o quelle bianche, erano barbabietole, erano amare. Ad ogni modo si andava avanti. Noi prendevano il caffè che era caldo, il loro avevano sopra il ghiaccio. Ecco perché dicevo che quelli erano ebrei.

Perché un giorno, è venuto il tedesco “Venite con me e con le barelle, dobbiamo portare al crematoio quella montagna lì di morti”. Difatti quelli un po’ in gamba uno da una parte uno dall’altra, nudi, erano già nudi perché li svestivano loro, li mettevano sulla branda e li si portava al crematorio.

Al crematorio non si andava giù, c’era lo scivolo dal piano del cortile c’era lo scivolo ed andava giù direttamente dove c’era il forno crematorio e lì si metteva là, “Vrum”, andava giù, arriva l’altro con la barella, giù e poi via tutto il giorno così. Dicono che erano trecento circa. Sono fuggiti in sei che ce l’hanno fatta. In sei, il resto tutti morti.

Dunque lì finiti i morti, finito di portare via tutti i morti, andiamo bene così, andiamo avanti e sempre si dormiva per terra. Lì viene un’altra spedizione nuova. Nuova spedizione, tutti italiani. Noi dove andiamo, fuori tutti noi, fuori di notte al freddo. Quelli del blocco di là, allora, la baracca era metà e metà, noi tutti di qua, di là erano russi perché loro, io avevo su quella camicia lì, vestito malamente, così, loro avevano quei giacconi di trapunta, quelli a quadretti, stavano bene, pantaloni lo stesso, avevano su gli stivali quelli russi che tengono i piedi caldi, almeno sembra. E si camminava, perché “Fuori tutti”, sia di là, sia i russi come noi, perché arrivata la spedizione dovevano andare dentro, loro dentro con la nuova spedizione, e noi fuori tutta notte. Noi non abituati, c’erano quelli che si sono seduti sulla neve e stavano lì così sulla neve. Là c’erano i russi “Fate come facciamo noi”, si facevano capire, “Camminare sempre” tutta notte avanti ed indietro, avanti e indietro, tutta notte, tutta notte. Uno non ne voleva sapere aveva freddo poverino, forse aveva anche la febbre. Lo hanno preso, lo hanno tirato fuori e si divertivano a buttarlo in mezzo alla neve “Se non fai così, se non ti muovi, vai in fumo, muori”. Non lo volevano capire gli italiani, perché non eravamo abituati. Io facevo come facevano loro, allora la prima notte è andata bene, la seconda ancora, finché dopo, ci hanno messo i castelli, hanno messo i castelli, hanno messo a posto un po’, hanno tirato fuori anche i nuovi arrivati, li hanno messi nella baracca 17 e noi siamo stati lì ancora.

Lì abbiamo fatto la matricola, quattro, cinque per volta scortati, scortati dai tedeschi, si usciva, non era dentro dove si andava, si usciva dal campo, sempre pochi alla volta, cinque, sei o sette, adesso non mi ricordo, là c’era il fotografo, ci hanno fotografato, di fronte, di dietro, di fianco e poi ci hanno fatto l’impronta con il dito. Ecco, lì abbiamo fatto la matricola. E dopo che sono arrivati le matricole.

D: E la tua matricola qual era?

R: Ma le volete vedere. Queste sono le matricole che ci hanno dato. Siccome là non avevano niente, allora questo doveva essere appiccicato sui pantaloni, alla destra sulla coscia dei pantaloni e doveva essere visibile bene il triangolo rosso, con in mezzo IT che vuol dire italiano e di fianco c’è la matricola. Questo è il braccialetto. Il braccialetto, questo qua non è neanche ferro, è acciaio, mi pungeva tutto, tutto il braccio così, vedi quei ganci qua, sono ancora quelli, quei ganci qua mi penetravano dentro e guai se non li portavi, volevano vedere, questa è la matricola che avevamo.

D: Il tuo numero qual era?

R: 115.607, è scritto qua. Quando ci hanno dato questo allora hanno cominciato a chiamarci come numero, nome e così non se ne parla più. Tutto il numero.

Bene lì siamo rientrati ancora nella baracca e siamo stati lì, dovevamo fare la quarantena, ma che quaranta, saranno stato venticinque, dico io, venticinque giorni. Tutti in fila un’altra volta, tutti in colonna, un freddo, tutti in colonna a marciare “Dove andiamo? Chi lo sa? Dove si va?” i tedeschi di qua di là, a destra a sinistra, però non avevano cani, cani non li avevano. Erano armati di fucile e mitraglietta e basta. Anzi, tornando indietro un pochettino, abbiamo fatto l’addestramento con su e giù il cappello. Quando si vedeva un graduato tedesco, dovevamo tirare giù il cappello e dopo metterlo su, sempre su e giù, su il cappello, giù il cappello, su il cappello, abbiamo fatto un po’ di addestramento così nella quarantena.

Ecco dove ho visto la scala della morte. A distanza quando portavamo i morti al crematorio si vedeva da lontano, ma quella là è la scala “Cosa fanno?”, non sapevamo cos’era. Siccome là motori non ce ne era, cavalli non ce ne era, tiravano tutti con la forza delle braccia dei prigionieri, era una cava di pietra. Loro dovevano portare su dalla cava su per quella scala lì delle pietre, chi aveva il martino, lo metteva su, era fortunato, sulle spalle, chi non lo aveva. Io ho fatto un giorno solo. Ma non sulla scala, lì nella baracca. Ci hanno messo un pezzo di pietra sulla spalla e mi hanno mandato fino là al crematorio, e poi tornare indietro. Basta. Solo quello, tanto per addestrarci.

Lì in colonna, tutti in colonna, via “Dove andiamo?” “Chi lo sa”. Strada facendo, sempre di notte o mattino presto, siamo andato a Gusen, non so ci saranno tre chilometri, quattro, non lo so. Strada facendo lì, c’era ancora la neve per terra ed il ghiaccio, nessuno voleva aiutare quelli feriti. Dico “Qua bisogna aiutarci qua” perché altrimenti i tedeschi calciavano con il calcio del moschetto. Vado anche io ad aiutarli, “Mettimi le braccia al collo” e sono stato l’ultimo della colonna, stavo dietro. Sono restato indietro un po’, il tedesco di dietro, ha visto che non andavo avanti perché quello era ferito, con il moschetto, con la canna del moschetto me la ha buttata addosso alla schiena, mi ha dato una spinta sulla schiena e mi ha preso proprio la spina dorsale, ho visto le stelle, porca miseria. Sono rimasto a bocca aperta per il dolore, sembrava una scossa elettrica, ho detto “Aiutatemi, aiutatemi”, allora è venuto un paio di altri, ci hanno dato il cambio ma io l’ho sentito per un po’ però quel colpo che mi ha dato con la canna del fucile il tedesco.

Lì siamo arrivati a Gusen, arrivati destinati al blocco 14. Lì di nuovo doccia, di nuovo la doccia e così.

D: Quando tu dici Gusen intendi Gusen 1 o Gusen 2?

R: Gusen 1. Dopo siamo andati a Gusen 2 perché c’è stato un disguido. A Gusen 1 è stato.

Lì alla baracca 14, dunque io ero alla baracca 14, di fronte a noi c’era la baracca 22, e c’era dentro uno di Brescia, un corridore, era un dilettante corridore e ci siamo fatti amici. E c’era dentro padre e due figli di Bologna, un certo Cervellati.

Allora ci siamo conosciuti, italiani. Sotto di me nella baracca 14, sotto c’erano due italiani Perfumo Giuseppe e Perfumo Giovanni, erano sotto di me, a fianco. Proprio sotto di me perché io ero a metà, c’erano due russi, sopra di me c’erano altri due russi, io ero in mezzo, io ed un altro italiano, un certo Marini dalle parti di Alessandria, dopo è morto poverino, dopo le spiego perché.

Lì andiamo avanti così, hanno incominciato a darci il caffè, le prime volte.

Anzi tornando indietro, quando ero a Mauthausen, la storia dell’inguine, che il prete mi ha detto “Fammi vedere”, mi ha detto “Vai all’ospedale, ti curano, altrimenti qua, hai già la scabbia, prendi l’infezione e te lasci qua la pelle, dammi retta” mi ha detto. Allora lo ho ascoltato, sono andato in infermeria, là c’erano due dottori, e uno fa “Domani vieni qua”, ed io sono andato via, e camminavo zoppo. Avevo una ghiandola in mezzo all’inguine e la gamba nel piegarsi, un male bestia.

All’indomani sono andato dietro là. “Buttarsi sul lettino”. “Non andiamo bene, medicare, medicare. Prendi in mano il lettino, stringi forte”, mi hanno spruzzato su non so cosa, una cosa senza puntura ne niente, mi hanno spruzzato qualche cosa e poi ho cominciato a sentire “zim zam” su quei scaffali di vetro, forbici e coltelli, oh Madonna, mi veniva di sentirmi male “Mi raccomando, tieni stretto il letto, stringi i denti” ed ha cominciato a tagliare. Ed io gridavo. “Italien se non ti addormenti ti addormentiamo noi con un pugno”. Allora ho resistito. Nella bacinella è uscita tanta di quella porcheria che non so cosa dire.

Lì bene, ho riposato un pochettino, forse hanno finito, hanno cominciato ancora, prendono un altro coltello ed hanno cominciato ancora a tagliare. “Che ostrega stanno facendo?” Io gridavo, facevano segno con i pugni “Ti addormentiamo noi”, erano russi, parlavano il tedesco, si facevano capire, insomma. Bene, lì finito “Domani venire qua, medicazione”, allora ho cominciato la medicazione, sono andato indietro, hanno tirato fuori la garza dalla ferita, sembrava che aveva tirato fuori un serpente, si sentiva proprio la garza a venire fuori, o mamma mia, però il dolore è cessato.

D: Ma quando ti dicevano di tornare di lì in infermeria. Quell’infermeria dove era? Dentro nel campo?

R: Sì, lì, era poco distante dalla baracca 18, non so quale baracca era. Non era troppo lontano.

D: Ma era una baracca o era in muratura?

R: Non lo so, dire la verità era come una specie di ambulatorio.

D: Ecco.

R: Non so se era in muro o se era, mi pare in muro.

D: E’ quella sulla piazza dell’appello? Era sulla piazza dell’appello?

R: Sì, sì, da quella parte lì, insomma.

D: Dopo lì sei guarito?

R: Ad ogni modo, questo è tornando indietro. Lì la terza volta, medicazione ancora. Visto che stavo bene non sono andato più. Sono guarito. Sono guarito però la scabbia ce l’avevo ancora. Ce l’avevo ancora, allora quel prete glielo ha detto al Kapò. “Guarda che questo ha la scabbia, si infetta tutto”, “Fuori, fuori”, ed io sono andato fuori, qui adesso. Sono andato fuori “Chi ha la scabbia fuori”, non ero solo io, eravamo in sei, perché attaccava tutti. Allora c’erano là gli aiutanti, quelli che aiutavano il Kapò, hanno tirato fuori un boccettino così, come le gazzose di una volta e c’era dentro un liquido marrone, e mi hanno spalmato su un po’ su tutto il corpo nudo, tre giorni. Sa che sono guarito? Sono guarito, ha cominciato a calmare, non grattavo più, non sentivo più niente. “Ma guarda un po’, di là pennellate di qua e pennellate di là e qua un pochino di quella roba lì.

Lì dopo siamo partiti per Gusen.

D: Lì a Gusen 1 che cosa è successo?

R: Come?

D: A Gusen 1 che cosa è successo? Quando sei arrivato a Gusen.

R: Sì, niente ci hanno mandato dentro la baracca 14 e lì hanno incominciato a metterci in fila e si andava alla piazza del raduno, e c’erano quelli che comandavano e ci accompagnavano loro i primi giorni, dalla baracca si andava là, dove c’era la piazza dell’appello.

Là un disastro di gente c’era là e aspettavano il turno. C’era la scalinata di sasso, che andava su per la collina e poi c’erano le baracche che facevano da stabilimento, da fabbrica. Capannoni, ma erano baracche vecchie, grosse, più grosse delle normali.

Ad ogni modo lì ci mettevano cinque per cinque, immaginarsi una fiumana, una marea di prigionieri, cinque per cinque, tante volte è facile anche sbagliare, allora andava avanti, man mano che si passava il cancello, il cancello era di filo spinato. Aprivano quel cancello lì, c’era la scalinata poi ce ne era un’altra e poi si andava dove c’era lo stabilimento.

Lì c’erano i cani di qua e di là e pestavano, legnate. Le prime volte siamo andati là tutti insieme, si andava su, l’appello lì, facevi la scalinata, si andava ancora là davanti alla baracca dove si lavorava, altro appello. A distanza, a poca distanza, c’era un’altra cava di pietre. Quando sparavano le mine, arrivavano i pezzi lì. Bisognava stare attenti perché arrivavano anche sulla testa.

Siamo andati la prima volta su, andiamo su, bastonate a destra e a sinistra fino a che non si andava su, si andava su, ci hanno mandati dentro nello stabilimento, macchine dappertutto. “Ma cosa facciamo qua?” “Te che mestiere fai?” Uno diceva “Io faccio il contadino”, l’altro diceva “Io faccio il cuoco” “Io il pasticcere”. Tutta gente che voleva mangiare. Io dicevo “Io faccio l’operaio”, loro forse cercavano qualcuno che avesse un po’ di testa, invece eravamo tutta povera gente. Tutta gente che lavorava e basta.

D: Lì cosa costruivate? Quella fabbrica lì dove hai lavorato, cosa facevi?

R: Lì, appello, e poi aprivano il portone scorrevole e si andava dentro. Si andava dentro e là c’era il capo reparto. Il capo reparto era un polacco, “Sulla macchina, lì” mi hanno messo su di una rettifica, una specie di tornio. E lì uno che non è pratico, è dura. Ho visto un po’ come si faceva roba di meccanica e dovevo arrangiarmi a molare il ferro, ad affilare il ferro da taglio per il tornio ed io facevo le sicurezze del moschetto.

Arrivavano con la barella, i prigionieri li portavano lì, ci fornivano perché arrivava dalla fonderia, passava quello là e faceva una parte, quello là me la passava ed io dovevo passarlo alle frese.

Bene, quello che doveva passarle a me doveva farne almeno quattrocento o cinquecento al giorno. Tutti lì ne facevano seicento e gli altri li mettevano via per l’indomani, perché un domani che si guastasse il ferro o che non taglia più, tu dovevi fare la consegna la sera, dovevi fare la consegna di quello che hai fatto. Allora c’era da essere abbottonati, se non funzionava qualche cosa erano dolori.

Ed io destinato su questo tornio qua, andavo bene, fortunato, a poca distanza come verso di lei, c’era una stufa che era due volte questo tavolo qua, rossa veniva, si stava bene. Quelli che ci fornivano i materiali, venivano da fuori con le bufere, neve, pioggia, vento, freddo, come entravano mettevano giù la roba, fuori, perché altrimenti se li beccavano andare alla stufa erano botte, ma che botte. Lì andavo bene, non c’è male.

Un bel giorno si capisce che dopo come lavoro tanti morivano di deperimenti, mangiare ci davano un pezzettino di quel pane nero, la metà della metà, un pezzettino, un quarto di quella metà lì. Ma i pani non erano quelli lunghi, erano quelli corti, larghi così, saranno stati 10, o 15 centimetri per 20, così. Quei pani lì, neri, un pezzettino di quelli lì e ci davano un litro o mezzo litro di acqua e c’erano dentro un po’ di barbabietole tritate che col cucchiaio, il cucchiaio doveva farselo lei. La gamella, la davano loro, finito di mangiare la si depositava e poi si arrangiavano loro a lavarle e tutto, c’erano altri prigionieri, ed il cucchiaio dovevi arrangiartelo te, dovevi metterlo qua, altrimenti se lo perdevi o te lo rubavano, saltavi e dovevi mangiare così.

Lì sono andato avanti un po’ così a lavorare in quel modo lì, un bel giorno si capisce che mancavano gli operai perché morivano, viene là il capo reparto e fa “Domani te vai insieme e Joseph”, era un operaio che era sulla fresa. Che la sicurezza del moschetto andava dentro, incastrato dentro e la fresava, doveva essere preciso. Io facevo con il tornio e poi con la fresa lo facevano bene e preciso. “Va bene domani andrò con lui”. Un giovanotto grosso, al mio posto è andato un russo, non ha mai visto un’officina, niente, prendeva di quelle botte. Perché c’era il ferro da affilare e andava sulle mole, la mola ha la coda e doveva aspettare il suo turno, quando andava sotto non era capace, tornava indietro e metteva sul ferro e non tagliava. Allora il capo reparto botte, botte, questo ragazzo “Italien com”, io pianta lì che ero alla fresa e andavo là a fargli vedere, “Fai così, così e così”. Ma lui non capiva niente. “Ma te sei nato nel bosco o sei nato in un qualche paese”. Non capiva niente. Quello che si diceva non capiva, gli spiegavo il lavoro come doveva farlo, non lo capiva, non lo so, “Te sei nato in un bosco”.

Allora lì tutte le volte che andava ad affilare il ferro, il capo reparto prima mandava lui, e stava via un quarto d’ora perché non era capace, tornava indietro, non tagliava, doveva tornare indietro, non faceva la produzione. Botte, erano botte da orbi allora mi chiamava me, io stavo via venti minuti, lo tagliavo, mettevo a posto il ferro bene, che tagliava, stavo via venti minuti e non mi diceva niente, il capo reparto. Andava via lui dieci minuti “No, non taglia” dietro ancora e botte, sempre così.

Io ero assieme a quell’operaio, erano due frese, a poca distanza come da qua e lei c’era quella stufona lì mi diceva “Italien di dove sei?” “Milan”, “Oh, good”, diceva, “Good”, “Siete bravi a lavorare” “Milan, good”, questo giovanotto così. Sotto lì allora metteva a posto la fresa e cominciava, non ero capace “Italien tu devi imparare, altrimenti vedi questo, ti pesto, io ti tiro blu, ti cambio colore”, diceva. Poco alla volta, poco alla volta ho imparato. Erano due macchine, un po’ lui ed un po’ me alla stufa, e si andava là con su la giacchetta che non c’era e si andava contro, veniva rossa la stufa, ti tiravano indietro, ma il calore non lo sentivi, perché non avevi più grasso addosso, non hai più niente. Allora facevamo un po’ per uno.

Tornando indietro, ho avuto la fortuna di andare a svestire i feriti ed i moribondi lì dove facevano le docce. Cosa è successo? Portando via la roba per portarle alla disinfezione ho trovato un paletò che ho messo su subito, era un soprabito, però era lungo. Era lungo e dopo a Gusen l’olio chimico, l’acqua chimica mi asciugavo le mani perché non c’erano stracci e non c’era niente, però le mani erano sempre belle perché non screpolavano, sempre unte. Però il paletò pesava venti chili, perché era unto e straunto.

Lì si va avanti così. è venuto un bel giorno che, sono incominciati i bombardamenti, mandavano i manifestini ed allora quelli che prendevano il manifestino erano botte, li ammazzavano a botte. Quando suonava l’allarme bisognava andare al rifugio. Il rifugio che cos’era? Erano delle gallerie sotto la collina, lì dovevano mettere l’officina, lo stabilimento. Doveva andare sotto lì, tutto lì. Allora si andava lì, come le bestie.

Dentro picchiavano per far presto ad andare dentro, quando si usciva erano botte perché non si usciva svelti, erano sempre botte. Quando si faceva la scala per andare a lavorare, botte, c’erano due tedeschi di qua e due di là, chi aveva il Gummi, se era polacco metteva il filo di piombo, una volta c’erano i fili elettrici coperti di piombo, mettevano dentro quello lì e si facevano uno più bello dell’altro e pestavano con quelli lì. Altrimenti se era un graduato aveva il frustino, quello lì tagliava, bisognava stare attenti alla faccia perché segnava, era come una frusta.

D: Giovanni, come ti ricordi la Liberazione?

R: Adesso viene. Lì siamo andati avanti così, tagliamo un po’ corto e siamo andati fino quasi alla Liberazione.

D: Come te la ricordi la Liberazione?

R: La Liberazione me la ricordo che un mattino “Arrivano gli americani” si sentivano i cannoni sparare, sono loro, si vedeva l’apparecchio che girava per perlustrazione, quegli apparecchi piccoli con un motore solo. “Arrivano gli americani” “Americani o russi?” “Arrivano prima gli americani, i russi vanno da un’altra parte”. “Se sono americani meglio”, noi ci tenevamo più con gli americani, infatti, tagliando corto.

Quel mattino “Fuori, fuori” si rubava a destra e a sinistra, era un macello, e sono andato fuori anche io, sono andato fuori, mi sono messo dietro la strada e vedo che arrivano gli americani. Chi piangeva, chi rideva, chi bestemmiava, non so cosa dire. E morti, perché? Perché i tedeschi sono scappati tutti, allora morivano tutti dietro la strada. Perché quello che trovavano portavano via e mangiavano. E allora portavano dentro con i carri e con i camion, portavano dentro prima che arrivavano gli americani. I tedeschi sono scappati tutti, sono restati i galeotti tedeschi, ma avanzi di avanzi di galera. Quelli graduati sono scappati tutti.

Lì arrivano gli americani e di fatto è arrivata una jeep con davanti la Croce Rossa, avevano una bandiera bianca ed una bandiera della Croce Rossa, due camionette, due jeep e dietro c’erano dei camion, ma non camion con su la truppa, non so cosa c’era, non so se c’erano i rifornimenti forse.

Poi sono incominciati i primi carri armati, e dopo la truppa. I camion con tutta la truppa su, negri, bianchi, non si capiva. Ad ogni modo come sono arrivati hanno cominciato a buttare giù caramelle, sigarette, cioccolato, e buttavano giù biscotti, festa. Tutti addosso, ci ammassavamo tutti per accogliere quella roba lì. Sono entrati in Gusen 1.

La storia del Gusen 2, quando si faceva l’appello per andare sulla scala, per andare a lavorare, si passava per il cancello cinque per cinque. Si camminava marciando. Allora loro facevano cinque, dieci quindici, e via via, il tedesco li segnava tutti, per i ranci. Lì ho sbagliato fila, che ne so io, era una fiumana di gente, bisognava guardare bene con chi eri, perché se sbagli fila vai in un altro posto e difatti è stato così per me. Mi sono messo in un’altra fila, non mi sono accorto, e via passa. Invece di andare a lavorare dove andavo prima, andavo dritto “Dove vado adesso?”, mi hanno mandato a Gusen 2. Là facevano le carlinghe degli apparecchi e mi hanno messo insieme agli operai a inchiodare le lamiere delle carlinghe, a fare le carlinghe, un baccano dentro lì. Là non ero segnato, mangiare non ce n’era. Fortunatamente quegli operai un pochettino per ciascuno, c’era già poco, un poco per ciascuno mi hanno dato qualche cosa da mangiare. Alla sera sono tornato indietro, non faccio più quella stupidata, prima di passare quel cancello guardo bene. Infatti sono andato avanti così fino alla Liberazione.

D: L’ultima cosa Giovanni, quando sei rientrato in Italia?

R: Siamo stati liberati il 5 maggio, lì dopo ho fatto la congestione, mangia te, mangia te, mi sono sentito male, sono andato all’ospedale, in infermeria e sono stato lì, quanto non lo so perché non ho capito più niente perché sono stato senza sensi. Mi sono buttato su una cuccetta della SS che c’era prima e basta, mi sono sentito male, e non ho capito più niente. Chi lo sa chi mi ha portato all’ospedale. Non lo so. So che mi sono svegliato, apro gli occhi, avevo davanti due dottori e un’infermiera. Non ero capace di muovere un braccio, ero sfinito. Hanno parlato tra di loro, allora l’infermiera, mi ha detto “Italien, io avere in consegna”, lì era già finita la guerra.

Sono arrivati gli americani e via, poi ho fatto la congestione, mi sono trovato all’ospedale, lì nudo mi portava in bagno, mi teneva su, allora il bagno là era diverso, ci si sedeva, mi teneva su perché cadevo da tutte le parti. Mi portava a letto, mi accompagnava a letto e mi dava una medicina verde, sembrava menta. Questo fa venir voglia di mangiare, perché la voglia di mangiare non c’era, veniva su tutto. Infatti mi dava un cucchiaio di quelli lì, due al giorno, ed io gli dicevo “Dammene tre”, “No, no”, diceva che i dottori non volevano. Allora ogni tanto me ne dava tre. Allora ho cominciato a riprendermi un po’, ho cominciato a mangiare. Mangiavo e veniva su tutto. Lo stomaco non teneva più.

Ci davano i piselli ma non in brodo, asciutti e io “Non digerisco questa roba qua”, “Mangia, mangiare” diceva l’infermiera, caccia giù e su, caccia giù e su “Mangia sempre, fa niente se viene su, quel pochettino che rimane giù quello è il tuo buono. Ti fa bene”. E difatti mangia e butta su, mangia e butta su, fino a che sono rimasto lì un mese ed ho cominciato a riprendere, però non ero capace di camminare. Ero ancora sfinito. è venuto il momento di dire “Quelli che se la sentono li mandiamo in Italia, mandiamo a casa, ci sono le spedizioni che vanno in Italia.” Io a sentire così, malato, non malato, io vado a casa. E difatti così sono uscito dall’ospedale, sono guarito, non ho più niente, barcollando sono andato in baracca, ho preso in mano la baracca, c’erano tre gradini ad andare su, ho fatto una fatica, ma ce l’ho fatta. Lì allora ho cominciato a riprendere, ci davano i pacchi americani e c’era tutto in scatola, minestrone, pasta asciutta, risotto, riso, carne, carne con dentro la cioccolata, carne con mescolata la cioccolata “Ma chi mangia questa roba?” non andava giù “Mangia, mangia, mangia” e caccia giù, mi sono ripreso un po’ e sono riuscito a prendere. “Perché chi ha la febbre e chi non si sente lo mandiamo un’altra spedizione, non va a casa”. “No, no, io mi sento bene” invece non era troppo bene, barcollavo ancora. Però ce l’ho fatta, sul camion e via a prendere il treno con il camion, gli americani ci hanno portato con il camion e siamo venuti in Italia e ci abbiamo messo altri due giorni.

D: Vi siete fermati a Bolzano?

R: Prima abbiamo fatto la linea Linz – Salisburgo, mi pare, siamo venuti a Innsbruck e siamo stati lì una notte, abbiamo dormito lì nelle case matte di un vecchio aeroporto. Poi abbiamo preso ancora il treno e siamo venuti in Italia a Bolzano, siamo scesi a Bolzano. Lì c’erano già tutte le infermiere pronte a riceverci. Io avevo inciampato nei sassi attraversando i binari, si mettono a ridere, mi veniva voglia di prendere una pietra e scagliargliela addosso. “Voi ridete, ma io non rido. Non sono capace di camminare”.

Allora lì chi si sente dopo mezzogiorno, il giorno dopo, c’è il camion che va a Milano, chi non si sente parte dopo domani alla mattina. Ho detto ” A me non conviene”, perché partendo dopo mezzogiorno arrivi alla sera ed io dove vado a Milano alla sera? Allora aspetto l’altro giorno e parto al mattino. Gli altri sono partiti e aspetto il mattino. Aspetto il mattino e non c’è il camion. Parte subito dopo mezzogiorno, è arrivato circa alle quattro o alle cinque, va bene, l’importante è che vado a Milano. E siamo partiti sul camion, verso le quattro e le cinque, non ce l’abbiamo fatta ad arrivare a Milano, abbiamo dormito a metà lago di Garda in un oratorio, c’erano le suore e siamo andati sul cascinale, c’erano le fascine di legna, abbiamo dormito su lì, mangiare niente, non avevano niente neanche loro.

D: E poi sei arrivato a casa?

R: Allora siamo partiti al mattino presto, alle cinque sveglia, si va a Milano. Alle cinque, io non ho dormito tutta notte. Alle cinque sul camion e via, quelli che scendevano a Brescia, chi scendeva a Bergamo ed io sono sceso a Milano, eravamo in quattro o cinque.

Navasa Milo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Buongiorno. Mi chiamo Milo Navasa, sono nato a Venezia il 27 maggio 1925. Figlio unico e abitavamo a Verona da parecchi anni. Mio papà lavorava alla Telve e io ero studente, scuole normali, liceo ecc.

Il 13 dicembre 1944 di notte abbiamo sentito un fracasso infernale giù alla porta d’ingresso della casa, hanno mezzo sfondato una porta ed era una pattuglia di SS. Sono venuti dentro, hanno beccato mio papà subito e stavano per portarlo via, quando girando per l’appartamento, sono capitati anche in camera mia che stavo dormendo, mi ero svegliato un po’ di soprassalto. Hanno chiesto a mio padre, il quale parlava tedesco tra l’altro e capiva, gli hanno chiesto chi ero e lui ha detto: “E’ mio figlio”. Hanno detto: “Komm” e mi hanno preso, anch’io.

Avevo diciannove anni, dunque non c’entravo un accidente, però mi hanno portato via. Ci hanno portato al sotterraneo delle SS qui in Corso Porta Nuova. Lì è cominciata la storiella. Mio padre è stato interrogato subito, io anche, però il mio interrogatorio si è risolto in una buffonata, perché allora io cascavo talmente dalle nuvole che evidentemente anche l’ufficiale che mi ha interrogato se n’è reso conto che non capivo niente, che non c’entravo un tubero. Siamo stati lì una quindicina di giorni mi pare, adesso ovviamente la memoria al giorno non ce l’ho più, ben inteso. Però un paio di settimane.

Dopodiché tutti e due ci hanno portato al Forte di San Leonardo, qua sopra Verona. Lì siamo stati due o tre settimane anche lì. Eravamo lì in carcere, avevamo un po’ di rancio, non avevamo uscite fuori, eravamo sempre dentro nella cella. Poi ci hanno trasferito al Forte di San Mattia, che è un altro forte qui di Verona, quello più alto. Anche lì tran/tran quotidiano, mio padre era fuori dalla grazia di Dio, io che non capivo cosa cavolo mi stesse succedendo. Un bel giorno ci tirano fuori tutti, ci imbarcano su un autocarro e ci portano su a Bolzano.

Mi sono ritrovato anch’io lì. Ci hanno messo nel blocco B, non sapevo niente praticamente, un po’ spaventato, un po’ tutto. Dopo due o tre giorni, adesso il giorno preciso non lo ricordo così, hanno fatto un appello e hanno chiamato assieme a tutti gli altri mio padre, non me.

Anzi, anche lì a Bolzano mi hanno fatto un altro interrogatorio così, che si è risolto in niente, una buffonata. Credo si siano accorti che non avevo le mani in pasta né con la Resistenza né con questo né con quell’altro, com’era vero infatti. Non ci pensavo. Hanno fatto l’appello, avranno chiamato due o trecento persone, fra le quali mio padre. Di fatti noi eravamo in piedi lì così e loro chiamati dovevano mettersi dall’altra parte del cortile allineati. Quello è stato l’ultimo giorno che ho visto mio padre, non ho più saputo niente là naturalmente.

Al primo maggio hanno aperto il campo, a gruppi di una trentina di persone ci hanno caricato su un autocarro che ci portava in giù. Lo sbarco, diciamo così, avveniva, l’ho saputo dopo, a paesi diversi. Hanno avuto probabilmente paura che mollando il campo di colpo ci fosse una reazione da parte nostra, perché penso saremo stati un migliaio, era affollatissimo. Allora probabilmente l’hanno fatto per questo scopo.

Allora a me hanno scaricato a Bronzolo, mi ricordo ancora. C’era tutta la retrovia tedesca che stava andando in su in ritirata, elmetti fin qua, mitra imbracciati, un inferno, qualche autoblinda ecc. Una strizza dell’accidente, però dico: “Devo andare a casa, è inutile che mi metta qua”.

Allora mi sono strappato via il distintivo, che avevamo il triangolo rosso. Tolto via quello ho cercato di apparire uno qualsiasi e ho cominciato a camminare. A camminare ci ho messo otto giorni, sono arrivato a Verona a piedi. Tra l’altro non è che avessi una gran forza, perché là sì, ci davano qualcosa da mangiare senz’altro, però non certo pasti.

Un pagnottino così al giorno. Poi tra l’altro quando ci hanno mollato avevamo già discusso tra noi che saremmo entrati in Bolzano a pescare il panettiere, perché queste pagnottelle, una al giorno, grandi così, si faceva così con le mani e strizzava fuori acqua. Pesava di più, perciò ci faceva pagare di più. Avevamo giurato di andare là e disfargli il forno. Invece, niente. Ci hanno mollato apposta, penso, per evitare rappresaglie probabilmente.

Mi ricordo ancora un episodio. Quando sono arrivato lì a Rovereto, c’era molta gente. Ad un certo momento mi vedo arrivare un carro armato in mezzo alla strada. “Porca boia”, dico, “ancora, madonna santa”. Un bestione che non finiva più. Allora va beh, mi sono messo ai margini della strada. Passerà anche questo. Ad un certo momento ha spalancato il portello di sopra, è uscito a mezzo busto un negrone, un bestione della madonna con due mani messe così. “Paisà” ha detto.

E giù sigarette in mezzo alla gente. Ho ringraziato il padreterno, “Dio ti ringrazio, qui ci sono gli americani, i primi che vengono su”. Dopo mi sono accorto che sul carro armato c’era una stella bianca dipinta, ma io non lo sapevo. Allora mi sono rilassato e ho fatto Rovereto Verona con più calma, perché ormai c’erano le truppe americane che venivano avanti e non mi facevano certo paura. Qualcuno aveva predisposto qualche posto di ristoro durante il campo e lì ho mangiato qualche minestra, ho dormito un po’ nei fienili. Sono arrivato a casa e mia madre era lì, ha visto arrivare me e non ha visto poi arrivare il mio vecchio.

Lui so che appunto è andato a Mauthausen e dopo l’hanno ammazzato, il giorno preciso non lo so, perché non sono riuscito a saperlo da nessuno. Sono andato appunto la settimana scorsa, sono andato là in pellegrinaggio perché per tutti questi anni non ho mai avuto il coraggio di andare su, non me la sono sentita. E’ da rimproverarmi, su questo d’accordo, lo capisco, ma non ce la facevo. Stavolta no, mi sono deciso, dico: “Vecchio mio”, perché quando mangio, tra l’altro, ho la fotografia del mio vecchio, ce l’ho davanti. Io sono da solo, ho la fotografia del mio vecchio e della mia vecchia davanti alla tavola della cucina, tutti e due, così che ce li ho lì tutto il giorno.

Allora dico al mio vecchio: “Stavolta vengo, stavolta vengo” e sono contento di essere andato, anche se sono ancora un po’ nei pasticci, non sono ancora uscito. La visita è stata una roba, come se mi avessero segato a pezzetti. Quello che non ho visto dentro… Mi figuro quei disgraziati cosa devono aver subito quando sono stati presi e portati lì dentro.

Ho visto i forni crematori. Hanno messo alcune fotografie che qualcuno ha fatto e ha salvato dalla distruzione, ingrandimenti così. Carri pieni di gente magra così, morti, mezzi morti e li stavano portando verso i forni. Ecco, per dire, roba del genere, sono uscito fuori da lì che ero fuori dalla grazia di Dio. Sono andato a vedere Gusen proprio e ho visto i forni crematori, ho visto le camere a gas, ho visto l’animassa che ti porta. Dopo pochi giorni fa ho visto Hayder seguito da folle osannanti e non vi dico cosa ho pensato, perché non è il caso, il turpiloquio non va bene.

D: Milo, scusa.

R: Dimmi.

D: Perché hanno arrestato il tuo babbo?

R: Adesso ti spiego questa cosa, che fa pensare proprio alla gente come può essere a volte. Mio papà con alcuni dei suoi coetanei, aveva quarantanove anni quando l’hanno preso, si erano buttati dentro, perché mio papà aveva fatto la Grande Guerra completamente dal primo all’ultimo giorno, per cui i tedeschi gli stavano qua e si era buttato nel Comitato di Liberazione.

Erano sette od otto che avevano fatto questo gruppetto, in casa non sapevamo niente e compagnia bella. Se non che si è infilato dentro uno italiano, il quale ha finto di essere dentro così e poi li ha denunciati tutti. Allora un giorno che ancora eravamo qui alle SS in Corso Porta Nuova ci hanno portato fuori a dare una mano, perché c’era il bombardamento, tirare via un po’ di macerie. Stavamo tutti e due andando insieme con gli altri, mio papà mi ha detto: “Ehi, Milo, attento. Guarda quello lì col cane. Guarda bene”. Io lo guardo bene, fissato, fotografato. “Quello è quello che ci ha fatto la cavalletta a tutti”. Quando sono tornato a casa l’ho cercato per un anno. Non so se avete visto quel film con Sordi, quando gli ammazzano il ragazzino, che poi va fino a che becca quello che…ecc… e’ “Un borghese piccolo piccolo”, mi pare che fosse. Faceva la stessa fine. Per un anno per tutte le strade ero lì che mi guardavo intorno, ma o era andato via o… Non l’ho più visto, non ho più saputo niente. Questa è la vecchia storia.

D: Quindi il tuo babbo faceva parte del gruppo…

R: Il Comitato di Liberazione di Verona.

D: Tu invece non sapevi nulla?

R: No, non sapevo niente. Ero un tataro qualsiasi, mio padre se n’è guardato bene dal parlarne a casa, perché altrimenti mia madre gli avrebbe fatto l’inferno. Allora in casa non sapevamo niente. Li hanno beccati tutti e sono crepati tutti, li conoscevo anch’io. Per fortuna hanno fatto un interrogatorio anche stringente, ma non potevo confessare, perché non avevo né fatto né pensato né niente. Ero un ragazzotto, uno stupidotto, non è che avessi delle mire a dire… Se ne sono probabilmente accorti e ne hanno tenuto conto forse, non so, perché non mi hanno cacciato in quel pasticcio, mi hanno lasciato lì fino alla fine della guerra.

D: Milo, cosa c’era su al Forte San Leonardo?

R: Niente, c’era un gruppo di SS e basta. Noi eravamo in una cella, qualche volta ci facevano prendere un po’ d’aria in alcuni passaggi che hanno lì dentro liberi. Nel forte non c’era niente, comandi, compagnia bella. Nemmeno in San Mattia. Prigioni erano, così. Ci hanno tolto dalla città e ci hanno messo là.

D: Quando vi hanno prelevato per partire per Bolzano, dove vi hanno caricato?

R: Eravamo al San Mattia, l’autocarro è venuto lì, ci ha fatto montare e poi è partito, siamo andati fin là.

D: Siete arrivati al campo di Bolzano?

R: Sì. Siamo arrivati direttamente al campo.

D: Eravate in tanti?

R: Parecchi. Non so dirti quanti, ma credo così adesso, la stima mia può essere…ma penso che dovessimo essere intorno al migliaio. Almeno credo. Io ero il numero 8.718, mio papà 8.717.

D: Durante il trasporto su a Bolzano il camion non si è mai fermato? Era un camion solo?

R: Un camion solo e basta, c’erano un paio di motociclisti, elmetto fin qua e basta. E’ andato via così.

D: Siete arrivati di sera su a Bolzano?

R: No, c’era ancora chiaro. Pomeriggio senz’altro, però c’era ancora chiaro. Ci hanno assegnato ai vari blocchi, io ero al blocco B, c’erano due grandi capannoni, erano separati per lettere, A, B, C, D, E, F era quello delle donne. Io sono stato al blocco B fino al momento che hanno aperto il campo.

D: L’immatricolazione lì a Bolzano ve l’hanno fatta subito?

R: Il giorno dopo credo, sì, sì, immediata. Col numero, triangolo rosso e il numero in bianco, 8.718.

D: Ti hanno tolto i tuoi vestiti?

R: No, mi hanno lasciato quegli stracci che avevo. In casa non mi hanno lasciato neanche vestire praticamente, ho infilato un paio di pantaloni e qualcosa addosso, basta. Non avevamo niente, così proprio… “Weg, weg, komm, komm” e basta. Insomma, fatti cosa, a dire: “Un momento”, no, no. Come adesso, fai conto.

D: Ascolta, dentro nel campo cosa ti ricordi? Altre persone, altri amici? Parlavi delle donne.

R: Sì, il blocco delle donne era appunto il blocco F. Alla mattina per esempio avevi il momento che potevi stare sul cortile, potevi stare anche fuori dai capannoni, nessuno ti rompeva le scatole. C’è stato un solo episodio di un ragazzo di Milano, che avevano mandato fuori una squadra per pulire un po’ di macerie ed era andato fuori anche lui. Dopo al ritorno non l’avevamo visto e abbiamo sentito, c’era una specie di fabbricato in fondo vicino ai blocchi nostri, e abbiamo sentito per un paio di giorni delle urla mica male. Deve avere preso una pestata. Di fatti poi è uscito, aveva segni dappertutto. Ma è stato l’unico episodio però che ho visto.

Lì a Bolzano non è successo niente, porco cane. Non è successo assolutamente niente angherie, violenza. Niente. Alla mattina sveglia presto, tutti fuori in cortile, cappelli giù, via, cappelli giù e il momento di salutare la guardia. Poi ti davano un po’ di sbobba, mezzogiorno ancora un po’ di sbobba, questo pagnocchino infernale e la sera qualcosa d’altro. Insomma, onestamente fosse stato solo Bolzano avrei detto: “Va beh, una vacanza andata male”. Non di più, sul serio.

Non immaginavo allora che i campi di là fossero tutt’altra cosa, capisci? Dopo l’ho saputo, caspita, quando sono tornato a casa, quando cominciava a tornare della gente, ho cominciato a leggere e ho cominciato a sentire. Dio Cristoforo, dico, ma com’è possibile? A Bolzano non è successo niente. Non hanno ammazzato nessuno, non hanno pestato nessuno e non hanno messo in croce nessuno. Guarda che ci ho fatto dentro un paio di mesi.

D: Ti ricordi se assieme a te nel campo di Bolzano c’erano anche dei religiosi?

R: Erano quelli più codardi di tutti noi messi assieme. Mi ricordo che c’erano un paio di frati, era uno, un frate di Via Barana. Quello era sempre a chiedere conforto, anche a me. Lui sarà stato più anziano di me, avrà avuto a quei tempi quarant’anni. Ero un ragazzetto così. “Oddio, Milo, cosa dici, che qua, che là…”. Ma dico, padre, a un certo momento, santo cielo, doveva essere lui che consola, porca di una miseria. “Ma qui, ma là, hai visto qua, hai visto là”. Tutti i giorni una balla di questo genere. Dopo lo schivavo come la peste perché non è possibile, Sant’iddio.

Uno qualsiasi può avere le sue idee, ma non un religioso. Doveva essere lui a confortare noi o dovevo essere io a diciannove anni che consolavo lui? Porca miseria, no scusa. Di fatti lo schivavo come la peste dopo. Tagliavo corto, gli dicevo: “Si, va bene”. Bon, andavo via.

D: Ti ricordi come si chiamava questo padre?

R: No, purtroppo… Ho cercato di ricordarlo ancora, ma non sono più stato capace di ricordare.

D: Ascolta, ti ricordi se c’erano, hai visto anche dei bambini, dei ragazzetti molto più giovani di te?

R: No. Io no. Direi che fossimo tutti adulti, penso.

D: Ti ricordi del blocco celle?

R: Al blocco celle non sono mai andato. Sì, c’era, è un fabbricato in fondo. Ci sono i due capannoni lunghi messi così con A, B, C, D ecc. e poi in fondo c’era un fabbricato laterale così, quello era solo per i tedeschi. Lì so che c’erano le celle, perché quel milanese lì l’hanno suonato lì dentro. Ma lì non hanno portato nessuno, è l’unico che hanno portato dentro nel periodo che sono stato lì io. Anche non potevi fare ribellioni di nessun genere, cosa volevi fare?

D: Ma parliamo dei due ucraini. Te li ricordi?

R: Sì. C’è stato recentemente qualcuno a Verona che mi ha chiamato per vedere, perché avevano recuperato sembrava una foto di questi ucraini. Dico, a cinquant’anni di distanza non ce la faccio mica. Però erano quelli addetti al pestaggio e anche nelle piccole cose, perché per esempio la mattina in adunata, chiamiamola così, se c’era da dar qualcosa sempre grintosi con le mani.

Poi se c’era da darti un calcione, quello te lo davano volentieri, perché magari un centimetro là non è che ti dice: “Weg, weg”. No, ti dava un calcione. Quella era proprio l’abitudine. Tutti e due giovani, questi figli di buona donna, erano quelli proprio addetti. Per fortuna la politica del campo non era quella, perché se appena appena avessero avuto un po’ di libertà con quei due lì venivano fuori giostre da mettersi le mani nei capelli. Appunto due o tre mesi fa mi hanno chiamato perché mi hanno fatto vedere. “Caspita”, dico, “strano che abbiate recuperato le fotografie adesso, è passato troppo tempo, non potrei”, dico. “Non posso, mi spiace”.

Dice: “Sa, abbiamo saputo che…”. “Sì, lo so, c’ero”. Proprio sarebbero stati i due addetti che se il comandante del campo fosse stato una carogna o avesse avuto ordini diversi, gli addetti erano loro due. Proprio ce l’avevano nel sangue, li vedevi da come si muovevano, da come facevano. Comunque non è successo, lì da noi non è successo niente.

D: Milo, ti ricordi che c’era una donna soprannominata “la Tigre”?

R: No. No perché lì al blocco F qualche volta ci avvicinavamo per chiacchierare un po’ con prudenza, perché non volevano mica. Sai, scrivevamo così e non so dirti come fosse o se c’era qualcuna in particolare. Erano là tutte ammucchiate in questo baraccone.

D: Milo, attorno al campo c’era un reticolato e c’erano delle sentinelle su delle garitte?

R: Sì, sì. Agli angoli del campo sì.

D: Ascolta, tu sei rimasto lì a Bolzano, nel Lager di Bolzano per diversi mesi?

R: Per lo meno guarda, fatti i conti adesso così, dei giorni ovviamente non riesco a fare il conto totale, ma penso di avere fatto un due mesi, due mesi e mezzo lì dentro. Fino al primo maggio.

D: Cosa facevate tutto il giorno dentro nel campo?

R: Niente. Non ci facevano lavorare. Eravamo lì, eravamo dentro nel nostro blocco a ciondolare, non ci hanno fatto lavorare. Qualche volta hanno preso qualcheduno a caso, lo portavano fuori, ma quando c’era qualche bombardamento magari che c’erano macerie da portare via. Così sporadico però, ma a noi come prassi del campo non ci facevano fare niente. Eravamo lì.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno del blocco B, oltre al tuo babbo?

R: Sì, c’era Zanini che conoscevo ancora prima. Dopo, aspetta, chi c’era ancora… Accidenti, adesso dovrei fare un po’ mente locale, abbastanza difficile sai, perché di tempo ne è passato un fracco. Ricordo Zanini perché era il cosiddetto capo blocco nostro, era uno che teoricamente dava ordini a noi, va beh. Era un insegnante anche lui tra l’altro.

Dopo, un altro di Parma, un ragazzetto, Pietra, me lo ricordo ancora, un cognome stranissimo, Pietra. Ha detto: “Qui voglio scappare”. “Stai attento”, dico, “perché hai visto cos’è successo a quell’altro”. “Sì, ma io qua dentro non ci sto mica”. Avevamo fatto un po’ amicizia perché eravamo vicini di branda. Dopo, qualche altro, ma sai, è passato mezzo secolo.

D: Mentre voi del blocco B non siete mai usciti dal campo, altri uscivano dal campo per lavorare?

R: Sì, ti ho detto, qualche volta ma sporadicamente, molto poco. In generale era dopo i bombardamenti. Basta, ma non era che appunto fossero fuori per lavorare e tornare dentro alla sera, no. Episodi proprio, e basta, capisci? Magari volava una bomba, raccoglievano trenta o quaranta persone e le portavano fuori, davano una mano a pulire la strada, tirare via macerie e poi tornavano lì. Nessuno lavorava fuori dal campo di Bolzano, nessuno.

D: Ti ricordi se al campo, tu parlavi prima che avevate il triangolo rosso, c’erano altri triangoli di altri colori?

R: Triangolo giallo, che doveva essere quello degli ebrei se ben ricordo. Mi pare che fossero solo quei due colori lì. Mi pare però. Il rosso era teoricamente per loro per i politici, perciò era il nostro. Gli ebrei invece avevano il triangolo giallo, perché difatti hanno fatto un’infornata.

E pensa che dopo che hanno fatto la tradotta di mio padre, dopo dieci giorni circa hanno fatto una tradotta di ebrei, soli ebrei. Li abbiamo visti, eravamo in cortile, chiamati tutti, altre duecento persone o più. Li hanno portati, erano partiti, il giorno dopo sono tornati lì perché avevano già bombardato la linea gli americani. Da quel giorno lì hanno continuato a bombardare a Bolzano Brennero, non è più andato via nessuno. Se mio papà tardava un pelo, sarebbe ancora qui. Proprio l’ultima tradotta, porcaccia di una miseria, l’ultima. I disegni della Provvidenza sono quelli che sono, porco cane.

D: Milo, il gruppo di tuo padre ha lasciato il campo come?

R: Questo non lo so più, perché sono cose che sono avvenute dopo, io non lo so. A un certo momento li vedevi partire, tra l’altro sono morti dopo, dunque non so. Li chiamavano… Non so dirtelo questo proprio.

D: Non li hanno caricati su dei camion dal campo di Bolzano?

R: No, perché, vedi, l’ultima infornata è stata quella di mio padre e ho visto lui andare via così e basta. Non so con cosa l’abbiano portato là. Dopo non ho più visto niente, capisci? Hanno tentato qualcosa, ma non sono più riusciti a far niente, perché non potevano più. Le strade ormai erano impercorribili, perché gli americani avevano cominciato a fare sul serio, capisci? Sicché non so se li avevano portati con camion, boh. Sì, probabilmente con camion, senz’altro. Perché la distanza non è molta tra l’altro. Eri dentro, non sapevi niente.

D: Milo, durante il tuo periodo di deportazione a Bolzano tu, il babbo e gli altri compagni avevate avuto l’occasione di poter scrivere o di ricevere pacchi o posta?

R: Qualche tentativo c’è stato, ma arrivava il pacco, la carta e qualche pezzetto dentro, il resto tutto… Ti davano un cartoccetto così. Scrivere neanche a parlarne, c’è stato proprio silenzio fin quando sono tornato a casa.

D: Un’altra cosa, tu sapevi che dentro all’interno del campo di Bolzano c’era un gruppo di deportati che lavoravano per la Resistenza interna nel campo?

R: No, non te lo so dire. Anche perché io penso che sarebbe stato estremamente difficile, perché lì armi non ce n’erano ovviamente, avevi la casacchina indosso e basta. La branda era un cuccio messo lì col pagliericcio e basta, non avevi armadietti, non avevi un accidente, per cui non penso che potessero far qualcosa. Avere l’intenzione di fare senz’altro, però al lato pratico, praticamente non era possibile. Sarebbe stato come in un campo di nudisti, che vanno a scassinare casseforti. Con cosa? Con le unghie?

Per cui anche se c’era l’animo senz’altro, mi pare che c’era l’animo, ma non potevi attuare. Ogni tanto ti capitavano dentro al blocco, davano un’occhiata in giro qua e là, per cui sapevi benissimo che se ti beccavano con un pezzetto di ferro così la passavi brutta. Allora nessuno poi faceva niente. Intanto non sapevi chi te le poteva portare, perché i contatti con l’esterno… Da fuori cosa vuoi, che entrasse uno col pacchettino di roba nascosto nella tasca? No di sicuro. Per cui non c’era niente lì, eravamo così come sono io adesso.

D: Quando hai saputo della morte del tuo babbo?

R: Ce l’hanno comunicato…intanto, visto che non tornava, ho immaginato subito. Qualche mese dopo ci hanno dato la conferma ufficiale, morto a Gusen e basta. Si fermavano lì all’Adige, non mi ricordo più adesso il posto, un attimo… San Giorgio, che avevano messo fuori le fotografie di tutti quanti.

Avevano messo fuori la fotografia di mio papà, lì arrivavano dei deportati e allora si chiedeva, c’era tutta una specie di bacheca fatta così. Sono andato giù per dei mesi, fin quando si è diradato completamente il ritorno di gente, nessuno sapeva un tubo. Per cui quelli che erano con lui sono crepati con lui. La notizia precisa non l’ho avuta da nessuno, data presunta della morte e basta, niente di più.

D: Scusa, questo San Giorgio dov’è?

R: San Giorgio è in riva all’Adige. Qua a Verona, quando vieni, che so io, da Ponte Navi, tu costeggi l’Adige, ad un certo momento vieni verso borgo Trento, quella zona lì si chiama San Giorgio. Dove si aprono le strade per borgo Trento.

Lì arrivavano a volte camion di gente che era deportata là, lavoratori e compagnia bella arrivavano giù. Avevano messo…c’era un muro e avevano messo fotografie, dopo andavano là per sentire se qualcuno veniva dai campi di là. Ho fatto settimane lì, poi mi sono stufato perché capivo che non riuscivo a combinare niente, allora basta. Sono andato a sentire qualche notizia e le ho avute dopo dall’associazione.

E’ stato lì, è morto a Gusen, la data precisa non si sa ancora, perché lì facevano l’infornata, non è che tenessero conto. Probabilmente tenevano conto del numero giusto per fare un bilancio matematico, ma non di più. Adesso hanno pescato fuori sulla Gazzetta Ufficiale, la morte di mio papà col giorno, sarà vero, non sarà vero… Non lo so. Mi hanno dato un giorno, poco tempo dopo che l’avevano portato via, il giorno è risultato neanche due settimane dopo che era andato via da me.

Probabilmente sarà anche giusta, probabilmente qualche dato l’avranno trovato magari in mezzo alla fureria di questi campi, forse. Tanto lo spazio era ristretto, che fosse quella settimana o quella dopo non cambia niente, non è un anno di differenza. Purtroppo sono stati quei due mesi lì, quel mese e mezzo lì. Bastava un poco di niente e sarebbe tornato a casa anche lui, porca vacca. Scusate il termine.

D: Milo, quindi lì a San Giorgio non c’era un ufficio però?

R: No, era lo scalo di quelli che venivano giù da là. A Verona, magari portavano giù anche quelli che erano andati a lavorare, tante belle storie. Scaricavano giù lì a San Giorgio poi ognuno andava per i fatti suoi, non era una zona prestabilita. Era soltanto per abitudine, si andava lì, allora c’era sempre gente, si chiedeva, si faceva vedere la fotografia. “Per caso, eri là, hai visto qua?”. Sono andato avanti un sacco di tempo, dopo ho visto che non serviva a niente, ho smesso e si era rarefatto anche il movimento di gente che veniva in giù, ormai si era già scaricato il fiume grosso.

D: La tua Liberazione, come siete stati avvisati voi?

R: Niente, una mattina ci hanno chiamati fuori all’appello. Uno ha tradotto: “Adesso si esce dal campo, si esce a gruppi, ci sono gli autocarri che portano via”. Basta. Bene. Allora sono montato su uno degli autocarri e lì uno scaricava qua, uno di là, uno in là, uno in qua in modo da evitare l’afflusso, perché se la sono vista brutta in quel momento lì. Se la sono vista brutta veramente. Noi appena scaricati, chi si mette lì a raccogliere gente per tornare indietro? Figurati. Avevamo solo voglia di menare le tolle. Abbiamo incominciato a camminare in giù, c’era una fiumana di gente continua che andava in giù.

D: Era maggio dicevi, no?

R: primo maggio.

D: Tu sei ritornato da solo?

R: Sì.

D: A piedi?

R: Ho schivato completamente la compagnia per un semplice motivo, che quando eravamo sul mio camion, eravamo sull’autocarro scoperto, avevamo già incominciato a incrociare le prime retroguardie tedesche che venivano giù, c’è stato uno sciocco. C’è la signorina, non volevo dire la parola. “Adesso è finita, eh!”. Dio Cristoforo, come gli sono saltato addosso.

“Se muovi ancora un dito ti strangolo, cretino d’un cretino. Ma ti accorgi che sono ancora armati, hanno le armi impugnate in mano ancora, perdincibacco! Un gesto così ci sparano addosso, adesso che è finita, cretino”. “Non credevo, non credevo”. Si è messo lì in un angolo, non ha più sbuffato. Stavo strangolandolo, porca vacca. Va bene. Allora la discesa me la sono fatta per conto mio, dove c’era il gruppo o mi fermavo o andavo avanti o mi spostavo o mi sedevo da una parte della strada.

Niente, l’ho fatta tutta da solo. Almeno io vado via a testa bassa, basta. Quegli altri difatti non mi hanno mai rotto le scatole, sono andati su incavolati, perché in piena ritirata, figurati. Però perlomeno io non li ho stuzzicati. Quell’altro così gli ha fatto, madonna mia, mi aspettavo una raffica di mitra secca. Dico, crepare proprio adesso a guerra finita no ragazzi. Allora solo soletto, altri mi dicevano: “Vai giù anche tu?”. “No, no, mi fermo”. “Di dove sei tu?”. “Sono arrivato, sono qui”.

Tutto così, piano piano. Ho fatto tutta la Val d’Adige, conosco abbastanza bene la Val d’Adige. Sono centocinquanta chilometri, non è che fossi molto allenato, un po’ per la fame, un po’ per tutto, non è che fossi proprio in condizioni splendide. Però sono arrivato da mia madre, poveraccia. Era ridotta uno straccio. Mi ha visto arrivare dalla strada, perché era seduta sul poggiolo. Mi hanno detto che stava sul poggiolo delle ore tutti i giorni. Ad un certo momento: “Oddio, Miletto, oddio sei tu?”. “Sono io, sono io”. Allora un abbraccio di tre quarti d’ora.

D: Milo, ci sono degli altri particolari che adesso ti sono venuti in mente sia dell’arresto, della carcerazione o della tua deportazione nel campo di Bolzano?

R: Più o meno a grandi linee ti ho detto tutto. No, direi di no. La mia è stata… Si fosse risolta così anche quella del mio vecchio, sarebbe stato niente. Nel mio caso a parte il morale, quello che ti sentivi dentro, la bomba dentro, però fisicamente io non ho sofferto.

Fame, un po’ di fame, va beh, diavolo, capirai bene cos’è. Botte non ne ho prese, la fame vera non l’ho fatta, una cuccia per dormire ce l’avevo, non mi spaccavano l’anima per lavorare perché non mi hanno fatto lavorare. Per cui a conti fatti avevo il coso dentro, d’accordo, però sofferenze fisiologiche io obiettivamente non ne ho avute. L’ho sempre detto questo. Non è che debba vantare adesso, chi è venuto giù da Bolzano raccontando sono balle, balle sacrosante. Chi s’è fatto grande con un po’ di sofferenze, qualcuno lo conosco anch’io. “Perché noi, sapessi, ci facevano..”. Non ci facevano una madonna, non ci hanno fatto niente. E’ stata una segregazione e basta, non di più.

Geloni Italo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Italo Geloni. Sono nato a Seravezza in provincia di Lucca il 23 novembre 1924.

Ho fatto il militare nella Marina. Sono stato imbarcato su un cacciatorpediniere poi, per motivi particolari, siamo stati destinati a terra. A terra era La Spezia S. Bartolomeo. Ero in contatto costantemente con gli antifascisti perché era appena passato il 25 luglio; con gli antifascisti della località Pitelli, sempre nella provincia di La Spezia, nel comune Lerici.

Quando è arrivato l’8 settembre arrivarono nella zona di S. Bartolomeo anche i nazisti. Riuscimmo a scappare, ci volevano prendere tutti ma noi riuscimmo a scappare e andammo nelle formazioni partigiane della zona. Poi scesi giù in città ad operare.

Il 2 luglio 1944 in via XX Settembre numero 50 ci fu un’irruzione nella casa da parte delle SS e dei fascisti. Fummo arrestati, uomini e donne, e portati alla Casa del Fascio, chiusi in un gabinetto di decenza. La sera al buio fummo portati nel carcere di Villa Andreini a La Spezia.

D: Italo, dove ti hanno arrestato? In che località?

R: A La Spezia in Via XX Settembre 50, l’avevo già detto.

D: Cosa c’era in villa Andreini a La Spezia?

R: C’era il carcere; era un carcere molto brutto.

D: Stavi dicendo che era un carcere molto duro?

R: Era un carcere più che duro. Tanto è vero che, perché non avessimo noi arrestati contatti fra di noi, si veniva messi soli nelle celle al sicuro, distanti l’una dall’altra almeno di due celle in modo da non aver la possibilità di parlare. Solo uno mi chiamò e mi disse: “Italo, mi raccomando” anzi, mi disse: “Olati”, che è il mio nome anagrammato da partigiano, “Olati, mi raccomando anche se ci ammazzano stiamo zitti”. Io risposi: “Stai tranquillo che io sto zitto e non parlo”. E di fatto così fu, io non ho parlato e lui parlò. Parlò dopo e fece arrestare una seconda parte di partigiani e di antifascisti. Si è ammazzato nel ’46, si buttò sotto il treno perché la mamma e la sorella finirono nel campo di sterminio di Ravensbrück. Dopo quattro giorni che eravamo in carcere si fu interrogati dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che era stato ricostituito dopo l’8 settembre, e ci dissero che noi uomini saremmo stati condannati a morte e le donne a trenta anni di galera.

D: Poi cosa è successo?

R: Poi è successo che non ci hanno ammazzato per nulla anche in virtù di quello che aveva parlato.

Avevano preso questo impegno siccome c’era anche la mamma e la sorella. Ora la mamma è morta, da poco, aveva quasi 100 anni, poverina.

D: Ti ricordi come si chiamavano?

R: Grosso modo, ma certi nomi non posso farli, è l’impegno preso. Proprio per quello che aveva fatto il figliolo e fratello.

D: Italino, lì siete rimasti fino a quando?

R: Siamo rimasti venti giorni.

D: E poi?

R: Poi un bel giorno ci hanno radunato tutti insieme in una cella grande e la mattina alle 5 siamo partiti per Genova, a Marassi. Entrati a Marassi eravamo scortati con camionette, motocarro e motocarrozzette armate di mitragliatrici avanti e indietro perché avevano paura che quando si passava nella zona partigiana si fosse attaccati per liberarci. Invece non ci vide nessuno, ci si fermò soltanto ad un ponte, ci permisero con i soldi che avevamo di comperare frutta e verdura, per mangiare e per far colazione.

Poi arrivammo a Marassi. Marassi era tutta piena, era domenica pomeriggio.

Era tutto pieno di soldati repubblichini armati fino ai denti, sui tetti c’erano le mitragliatrici e giù c’erano anche i mortai. Arrivammo e ci diedero il numero di matricola; a me diedero il 1.121 e l’ultimo aveva il 1.133, 1.134. Nel frattempo arrivarono delle SS, degli ufficiali: dicevano di aver bisogno di due da fucilare e, dato che eravamo stati condannati a morte e poi salvati, dissero: “Ci date due di questi”. Anziché prendere i primi due presero gli ultimi due, il 1.133 e il 1.134. Li portarono alla fucilazione insieme ad altri cinquantotto di cui avevano bisogno secondo le esigenze di poterli fucilare. Non mi ricordo come si chiamavano. Poi, lì, conobbi altri compagni.

D: Nelle carceri di Marassi di Genova quanto tempo sei rimasto, Italo?

R: Una quindicina, venti giorni; non di più, ora la date non me le ricordo.

D: E dopo?

R: Dopo siamo stati portati a S. Vittore a Milano, primo raggio, che funzionava per i deportati politici, prigionieri politici. Eravamo al terzo piano, cella numero 2, eravamo in dieci.

Un bel giorno si arrivò al 15 agosto, anzi vorrei ricordarlo perché è giusto. C’era un personaggio, che anche oggi è un personaggio, che si chiamava Mike Bongiorno il quale faceva lo scopino in carcere anziché stare nella cella addetta all’infermeria, cella di cui, come cittadino straniero, avrebbe avuto diritto e nella quale si stava molto meglio. Io avevo bisogno di determinate cure per dolori che avevo nelle gambe e nelle braccia, avevo bisogno di iniezioni. Quest’uomo convinse il medico del carcere, che era sottoposto ai nazisti, a venire a farmi tutti i giorni per una settimana le punture e me le fece. E mi sono sentito bene, anche dopo quando sono arrivato al campo di sterminio.

Poi conobbi anche Indro Montanelli il quale non è che si fosse comportato un granché bene. Ci avvertiva quando le cose andavano male, questo sì, era vero; però si seppe che lui la fine che si è fatta noi non l’ha fatta. Fu liberato perché la mamma, che era la responsabile nazionale delle donne fasciste, fece liberare il figliolo dal carcere. Non è che lui abbia fatto qualche cosa per noi.

C’è stato poi quando siamo partiti da Milano. La notte c’era stato un bombardamento e noi si urlava “Arrivano gli inglesi arrivano gli inglesi”, si sentiva all’interno del carcere un trambusto. Venivano radunati tutti quelli del primo raggio, portati fuori, caricati su dei mezzi, su autopullman e su un camion 26 con rimorchio. Le ultime celle, nell’ordine di quaranta, quarantacinque persone, andammo sul camion e davanti a noi c’erano i fascisti con un fucile mitragliatore piazzato verso di noi; partimmo per Bolzano.

Arrivati a Bolzano fummo assegnati ad un capannone insieme ad altri che c’erano già, i quali erano tutti comandanti partigiani, partigiani antifascisti che erano stati in carcere. Avevano chiuso, anche davanti, col filo spinato; era il blocco B mi pare.

D: Ti ricordi il tuo numero di Bolzano?

R: Sì, 2.852.

D: Italo, quanto tempo sei rimasto nel Lager di Bolzano?

R: Dal 16 agosto al 4 settembre, il giorno che siamo partiti.

D: Ti ricordi se c’erano delle donne?

R: Sì, diavolo. Ce n’era una che addirittura mi obbligava a spogliarmi in presenza sua per lavarmi le mutande e la canottiera che avevo addosso. Maria si chiamava, era anziana.

D: Italo, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, padre Giannantonio, prima di tutto, mi ha voluto tanto bene. Dopo lì, l’ho rivisto a Dachau. Il giorno stesso che mi hanno liberato era accanto a me che mi assisteva, lui e don Fortin, parroco di Terranegra di Padova.

D: Lì sei rimasto fino a settembre?

R: 4 di settembre.

D: E poi?

R: Quindi siamo partiti per Flossenbürg.

D: Cioè tu non sapevi dove andavi?

R: No, niente, si andava in Germania.

D: Italo, dal campo di Bolzano per la partenza dov’è che vi hanno portato?

R: Ci hanno portato di fianco alla conceria dei tabacchi, mi pare che fosse questo. Comunque c’era un laboratorio e c’erano delle donne che dalle finestre, con delle pezze di canna o di ramo, ci davano sigarette, fiammiferi, pane, frutta, mele in modo particolare ce n’erano tante. E poi si partiva.

D: Dopo siete andati sui vagoni?

R: Siamo andati sui vagoni e invece queste donne dalle finestre ci davano tutto.

D: Dicevi Italo siete partiti?

R: Sì, siamo partiti.

D: Quanto è durato il viaggio, più o meno, te lo ricordi?

R: Quattro giorni. Per arrivare a Flossenbürg.

D: L’arrivo a Flossenbürg come te lo ricordi?

R: Tremendo. Si arrivò alla stazione di Flossenbürg giù in basso, Flossenbürg campo era su in alto. Ci inquadrarono e ci fecero passare; fu lì che vedemmo per la prima volta le nostre divise e i nostri compagni che lavoravano e che erano deportati all’interno del campo. Si arrivò all’ingresso, erano quasi tutti uguali, abbiamo rivisto poi anche quello di Dachau. Andammo dentro il piazzale, mano a mano che si passava c’era un SS del campo con un gran bastone, lungo lungo, che mano a mano ci picchiava in testa. Io ero fortunato perché bassino; accanto a me c’erano dei compagni che le prendevano anche per me perché io ero basso. Si arrivò nel piazzale.

Ci fecero spogliare nudi. Ci fecero mettere la roba dentro ad un sacchetto e ci fecero scrivere quello che c’era dentro. Ci dicono che poi ce l’avrebbero riconsegnata ma io non ho avuto più nulla, né visto più nulla, nemmeno i soldi che avevo; avevo 130.000 lire dell’epoca che non erano solo mie ma anche degli altri compagni: non ho rivisto più nulla. Poi così, a caso, presero dieci di noi e li impiccarono davanti al campo russo cosiddetto. Poi ci portarono all’interno delle due baracche addette al ricevimento dei deportati che per la prima volta venivano al campo, ci presentarono al capo della zona che era un ex barone tedesco che aveva ammazzato tutta la famiglia e che per punizione avevano messo a fare il guardiano all’interno delle baracche, le due baracche della quarantena.

Giù, un pochino più in basso, c’era il forno crematorio, e noi si sentiva, sempre, costantemente, il latrato come se fossero dei cani e invece erano le cornacchie cra-cra-cra-cra che sentivano l’odore della carne bruciata. Si vedevano passare, lì in fondo, le barelle con i morti che venivano portati al forno crematorio.

D: L’immatricolazione quando te l’hanno fatta a Flossenbürg?

R: Dopo una decina di giorni.

D: Il tuo numero qual è?

R: Questo: 21.569. Me lo ricordo sempre, anche in tedesco. Ogni volta che mi chiamavano mi chiamavano in tedesco e se non rispondevo erano botte. Siccome le botte non le volevo perché ammazzavano con quello a forza di legnate, avevo imparato anche a rispondere in tedesco.

D: Dopo la quarantena cosa è successo?

R: Un bel giorno ci hanno chiamati e ci hanno portati al Wäscheraum: ci hanno fatto fare il bagno. Ci hanno spogliato. Ci hanno levato tutto quello che si aveva addosso che poi era una camicia e un paio di zoccoli olandesi a barca. Ci hanno portato dove c’erano i sarti e hanno dato a tutti la divisa del deportato. Ci venne messo il numero di matricola sul petto, sul berretto e qui sui pantaloni. Il giorno dopo ci hanno fatto andare giù a Flossenbürg.

Ci hanno fatto montare sul treno e ci hanno portato a Hersbruck, a 17 chilometri da Norimberga. Quello è stato il primo vero campo di sterminio. Con me c’era padre Giannantonio, Teresio Olivelli, Becciu Salvatore, Pani Mario e altri, di cui ora magari non ricordo il nome.

D: A Hersbruck eri addetto al lavoro?

R: Sì, tutti. Il giorno dopo ci assegnarono subito un lavoro. A me assegnarono allo Stollenbau in montagna, nelle gallerie; dovevo andare nel pomeriggio. Sennonché altri, alla mattina, come Pani Mario sardo partigiano li avevano assegnati al Kartoffel: Kartoffel sono patate. Chiamavano Pani Mario e lui rispondeva: “Ma io non ci voglio andare perché c’è quel mio amico, siamo paesani, voglio stare con lui, non ci voglio andare in quel commando”. Io gli faccio: “Ma sai che lì ci sono le patate” e lui: “Non mi interessa, voglio andare con lui”. Allora venne Teresio Olivelli e mi dice: “Senti, anche se ti danno due o tre ceffoni, pigliali, ma vai al comando Kartoffel e dì che l’italiano sei tu” e così feci. Quell’italiana invece dei due ceffoni per andare al comando Kartoffel la sera avevo già mangiato sei patate così grosse, cotte, non crude.

D: Italo, per andare dal campo di Hersbruck alle gallerie con cosa vi portavano?

R: A piedi.

D: Erano vicine o distanti?

R: 8 chilometri.

D: Tu cosa facevi dentro nelle gallerie?

R: Lì ci sono andato dopo, prima sono stato al Kartoffel. Spingevo vagoncini, li caricavo e li scaricavo insieme agli altri naturalmente, quei pochi che eravamo addetti.

D: E finito il lavoro?

R: A piedi si ritornava al campo. Si veniva frugati da tutte le parti per vedere se c’erano cose che non si dovevano avere. Poi ci mandavano in baracca. Nella baracca come si entrava bisognava stare attenti a non avere nemmeno un granellino di sabbia perché si sporcava.

C’era il capoblocco con i suoi scugnizzi coi bastoni e prendeva a bastonate tutti. Poi io avevo capito che non dovevo dormire in basso ma era meglio in alto perché per arrivare da me facevo in tempo anche a scappare. Difatti stavo su al quarto piano a dormire. Poi, la mattina, quando ci si svegliava non è che dicevano: “Oh oh svegliatevi che è l’ora”! Venivano coi bastoni e con gli sgabelli e sgabellate e bastonate a tutti. C’erano anche quelli che ci morivano, per i colpi in testa. Quando erano passati tutti scendevo ed ero tranquillo, cercavo di fare il furbo.

D: A Hersbruck quanto tempo sei rimasto?

R: Da settembre fino a marzo, quando poi siamo partiti per Dachau.

D: E’ stato smobilitato tutto il campo?

R: Sì tutto il campo.

D: Stiamo dimenticando un passaggio …

R: Il Kartoffel fu molto importante per me e per i miei compagni. Con un filo di ferro piegato in cima e in fondo infilavo le patate e me le mettevo nella gamba dei pantaloni perché anche se mi avessero toccato frugavano sempre quassù sulle tasche e io le portavo dentro il campo. Poi le distribuivo a quei compagni che più ne avevano bisogno, anche sulle indicazioni di Teresio Olivelli. Era una gran brava persona. Io distribuivo le patate. Però avevo un compagno veronese che si chiamava Luciano che veniva da Torino e stava in Via Vanchiglia n. 47. Ci sono stato dopo la Liberazione e non ci ho trovato nessuno della famiglia e lui invece era morto. Una volta invece gli portai le patate e lui mi disse: “Dalle a qualche altro perché io fra mezz’ora sono morto”. Eravamo stati insieme anche in carcere, nella stessa cella, e poverino non stava bene di salute.

D: Punizioni non ne hai mai subite?

R: Tante. Tanto è vero che una volta mi volevano impiccare perché avevo cercato di fuggire. Avevo già il cappio al collo, montato sullo sgabello, tesa la corda. Il capitano delle SS, il comandante del campo, guarda e vede dal mio numero di matricola che sono un italiano; mi domanda di dove ero e perché volevo scappare e rispondo: “Perché volevo andare a casa, volevo ritornare in famiglia”. E allora mi guardò un po’ e disse a quell’altro: “Mandatelo via” e difatti mi levarono il cappio. Mi fecero scendere e io me lo sento sempre addosso questo cappio.

D: Italino, e la storia della pietra quale è?

R: No, perché mi avevano messo, appunto perché avevo tentato la fuga, un disco rosso in campo bianco così davanti e di dietro. Non ci capisco perché sai tante cose mi sono passate di mente.

Dopo che avevo tentato la fuga per punizione dovevo portare una pietra sulle spalle.

D: Lavorando lo stesso?

R: Lavorando lo stesso. Poi c’era anche un sottoufficiale delle SS che quando poi andai a lavorare allo Stollenbau mi faceva: “Tu italiano” e mi indicava il forno crematorio che era in fondo al palazzo. “Tu crematorio!” e mi faceva proprio così anche con la mano. Io dentro di me gli dicevo: “Vai, vai, aspetta che poi te lo do io”. Passava sempre in cima al cordolo della montagna e sotto c’era un precipizio di 300 metri. Un bel giorno avevo la pala in mano, gli diedi una spinta e se ne andò di sotto. Non se ne accorse nessuno e morì. I compagni miei, deportati, videro tutto però non hanno mai detto una parola. Nemmeno così, di sottinteso, in modo che gli altri non mi avessero fatto del male; anzi passavano, facevano così, mi strizzavano l’occhio come dire è andata bene.

D: E l’evacuazione dal campo di Hersbruck avviene quando?

R: Nel mese di marzo del 1945. Dopo che ero già stato a Mauthausen, però, per punizione. Insieme a Teresio Olivelli, Becciu Salvatore e ad altri avevamo fondato il Comitato di Liberazione Italiano del campo, in modo che ci si seguisse dal punto di vista politico e di aiuto l’un con l’altro. All’interno del campo c’era anche la Gestapo che funzionava in mezzo ai deportati. Scoprirono un certo numero di deportati di tutte le nazionalità e in duecento un bel giorno ci presero e in presenza a tutti ci dissero che saremmo stati mandati a Mauthausen. Difatti c’erano i camion pronti, ci caricarono sui camion e ci portarono a Mauthausen; blocco numero 8.

Poi si andava a trasporto e comando, si scendeva e si montava le scale, la cosiddetta scala della morte centoottantasei gradini, col peso sulle spalle. C’era una specie di gerla che si metteva sulle spalle, mantenendola in questa posizione con la pietra che si portava in cima in cima sotto le mura del campo. Dopo lì venivano i comuni e i civili a pigliarle e le pagavano alle SS; le SS ce ne hanno fatte tante, centinaia di milioni.

D: A Mauthausen ti hanno portato quando? Te lo ricordi?

R: In febbraio. Fine di gennaio e febbraio del 1945.

D: Poi sei ritornato ancora a Hersbruck o a Flossenbürg?

R: Dei duecento, in quindici giorni, eravamo rimasti in cinque, perché c’era la punizione cui eravamo stati destinati. Noi cinque fummo riportati a Hersbruck. Era il mese di marzo. Dopo pochi giorni, mi pare dopo due o tre, fu evacuato il campo e ci portarono verso Dachau.

D: L’evacuazione del campo come è avvenuta? Vi hanno portato giù a Flossenbürg?

R: No no, a Flossenbürg portarono soltanto gli ammalati, quelli della infermeria e poi furono fatti fuori tutti, lo abbiamo saputo dagli altri. E noi lungo la strada si arrivò a Saal an der Donau, città sul Danubio, proprio sul Danubio. Era una cava dove lavoravano i deportati. Dopo due o tre giorni si riprese la strada e ci portarono a Dachau.

Appena passata la città venne una donnetta, mi sembrava la mia nonna santa. Aveva il grembiulino e sotto il grembiulino aveva un recipiente e dentro il recipiente c’erano delle patate cotte. Mi fa: “Tschüß!” e io: “Auf wiedersehen!” Tirò fuori cinque, mi pare, o sei di queste patate e me le diede, io le mangiai con la buccia e tutto, poi mi disse di distribuirle un po’ anche agli altri. Quando un Kapò la vide, fece la spia alla SS di scorta; la SS andò giù e prese la vecchietta tedesca, la mise di fianco, le sparò in testa e la ammazzò perché ci dava le patate da mangiare.

Poi per la strada non ci portarono più nulla da mangiare le SS. C’era uno, un ufficiale dell’aviazione, che ogni giorno portava a quattro o cinque che gli si erano sempre vicino dei pezzettini di carne cruda. Noi si mangiava anche quello perché si pensava ai cavalli, vacche, cani, gatti; tutti si pensava a queste cose ammazzate coi bombardamenti e mitragliamenti. Invece poi l’ultimo giorno ce lo fece vedere. La levava nelle parti molli dei nostri compagni. “Ah” mi disse: “e te cosa dici?”. “E che devo dire, che io anche se muoio non la mangio più”. Ma almeno così loro avranno cercato di portare la pellaccia a casa sapendo quello che era stato fatto nei campi di sterminio.

D: Poi siete arrivati a Dachau?

R: Siamo arrivati a Dachau. Ci hanno portati subito al Wöscehraum. Infilato in un mastello grande, di quelli da 200 litri con l’acqua calda. Chissà, forse l’acqua calda mi fece effetto: io stavo calando sotto, stavo affogando. I miei compagni mi videro e presi piano a bambinare la cosa. Si dice così nel gergo nelle cave là dove si deve muovere una piastra, un pezzo di marmo, si dice “bambina”. Allora mi fecero rovesciare con l’acqua e camminai almeno una decina di metri con questa acqua.

D: Italo, a Dachau sei stato immatricolato ancora?

R: Sì, non era più quello di Flossenbürg, era 154.749.

D: Lì non sei più andato a lavorare? Eri in qualche comando?

R: No, hanno cercato di mandarmici ma io d’accordo coi compagni me la squagliavo sempre. C’era Ettore, un tecnico della Ansaldo di Genova, antifascista, che mi diceva: “Te prima di partire rivolgiti sempre a me e ti dico cosa fare”. Io so che lui era in contatto con il Comitato di Liberazione Internazionale del campo, insieme a Giovanni Melodia, e io così ho fatto. Poi veniva a trovarmi padre Giannantonio e don Fortin e veniva anche monsignor Behran, arcivescovo di Praga, e Carlo Manziana, vescovo di Crema. Io che non sono un credente ho sempre creduto a quello che mi hanno detto, mi sono sempre comportato così come loro hanno voluto.

D: A Dachau te la ricordi la Liberazione?

R: Come no?

D: Dove eri tu?

R: Ero sdraiato in terra, sotto la finestra.

Al fianco da una parte e dall’altra c’erano padre Giannantonio e don Giovanni Fortin. Venne un americano, anzi prima di lui passarono monsignor Behran e monsignor Manziana, vescovo di Crema.

Ci avvertirono: “Siamo in contatto con la Croce Rossa internazionale”, tramite la radio clandestina che c’era nel campo, “non vi muovete per nessun motivo perché loro vogliono ammazzare tutti”, difatti ne ammazzarono diverse migliaia, “restate nella baracca anche se non si mangia perché da un momento all’altro saremo liberati”. E difatti fu così.

Il 29 aprile alle 17.45 arrivarono a liberare il campo. Mi ricordo che venne un militare vestito da americano e invece era un italiano che si era arruolato dopo l’8 settembre con gli americani. Un italiano di Lucca che io conoscevo. Appena entrò disse: “C’è qualcuno di Lucca qui?” “No, uno di Lucca no, ma ce n’è uno di Seravezza”, e glielo disse padre Giannantonio perché sapeva tutto di me. “Oh, come si chiama?” “Così e così.” “Oh, ma io lo conosco questo. Ci siamo conosciuti a Lucca in una certa occasione.” Disse anche in quale e io qui non voglio ripeterla perché si va a finire ragazzi, mi dispiace. In una certa casa ci eravamo conosciuti e si stava ben vestiti per picchiarci per questioni di precedenza. Lui è quello che venne e mi fece portare immediatamente ad un ospedaletto 150 chilometri distante dal campo. Ci sono stato quindici giorni; mi hanno curato bene e poi volli tornare a Dachau per stare con i miei compagni, perché stavo male lì dal punto di vista personale ma non dal punto di vista delle cure. Mi hanno curato bene finché poi mi hanno dimesso e volevo tornare a casa. Giovanni Melodia, che era il presidente del Comitato Italiano di tutti gli italiani rimasti che ora sta a Roma e sta molto male poverino di salute, ma molto molto, non mi voleva mandare a casa. Diceva: “Non sei neanche a posto, la salute è quella che è, bisogna che tu abbia pazienza”. Io dissi: “Voglio fare la prova; novantatre gradini e poi ridiscenderli.” Li montai così impettito che poi cascai dall’altra parte nella discesa perché non mi vedevano e allora partii e venni a casa.

D: Questo quando era?

R: Era il 24 giugno 1945.

D: Italino, ma quando tu sei arrivato a Dachau dopo un pezzo di marcia a piedi non avete preso anche un treno?

R: Sì, per gli ultimi 80 chilometri, dopo Saal an der Donau, dopo l’episodio di quella vecchietta poverina, ci fecero montare su dei vagoni. Mentre si era lì che si aspettava la partenza cominciò a piovere roba dentro il carro: erano patate crude ma noi le mangiammo anche crude pur sapendo che ci avrebbero fatto male. Io cominciai a urlare fuori: “Chi c’è fuori? c’è degli italiani?” Mi risposero di sì ma mi dissero anche: “Stai zitto” e stetti zitto, non parlai più.

Poi si partì. Eravamo cento per ogni vagone, quei vagoni che portavano il carbone, grandi, aperti, tutti così. Ogni tanto qualcuno moriva e per ripararsi dall’acqua ghiacciata che veniva giù io prendevo due morti e me li mettevo sopra così fino a che si arrivò a Dachau. Alla stazione vicina del campo ci fanno scendere. E chi va a Dachau ha delle fotografie della ferrovia con dei vagoni con cui siamo arrivati noi con tutti morti giù lungo tutta la scarpata della ferrovia. Io, di cento che eravamo su questo vagone, ci sono. Gli altri novantanove nella nottata erano morti tutti.

D: A Dachau non sei mai stato al Revier, non ti hanno mai curato?

R: Dopo che sono ritornato dall’ospedaletto americano sì, ci sono stato una quindicina, venti giorni.

Nencioni Nedo

Nota sulla trascrizione della testimonianza :

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

R: Mi chiamo Nencioni Nedo, sono nato a Livorno il 23.12.1927 e sfollai ad Empoli, fui preso dai repubblichini l’8 marzo 1944. A noi livornesi sfollati ci avevano messo in un ricovero di vecchi, da noi livornesi vennero con la scusa di dire che c’era stato un furto e che quindi ci volevano al commissariato per vedere chi aveva rubato. Io feci presente che io avevo smesso di lavorare e che quindi non c’era bisogno che andassi. Dice: A noi chi ci dice che…?”. Dico: “Voi telefonate là alla vetreria Cesa”. Perché io lavoravo alla vetreria Cesa e mio padre alla vetreria Taddei. Mia madre, povera donna, fu sì impressionata, perché erano le cinque del mattino, si alzò dicendo: “Che c’è, che non c’è?”. “No, signora, non è niente. Sa, c’è stato un furto, così e così, ma se il figliolo non ha fatto nulla si rinvia”. Sicché la mia mamma, povera donna, dice: “Nedo, se è così vai, poi ti rimanderanno”. Tant’è vero, povera donna, quando ritornai tante volte si è mangiata le mani di dire: “La colpa è mia, te non volevi andare”. Da lì scesi le scale e uscii in strada, però fuori c’erano già i pullman che ci presero, ci fecero salire sul pullman. Non so quanti ci presero, ma diversi livornesi che erano sfollati. Ci portarono alla caserma dei repubblichini che si trova nei pressi dell’ex vetreria Taddei, lì vicino. Ora la via non la ricordo. Poi apparve anche…

D: Scusa, Nedo, in quanti vi hanno presi?

R: In tutti a Empoli penso fossimo sulle cinquanta persone. Poi ci sono aggiunte di altri che non sono stati presi a Empoli, insomma oltre cinquanta persone. Fra vetreria Taddei e sfollati e altri ritenuti un po’ degli antifascisti presi nelle case.

D: Lì hanno preso anche il tuo babbo?

R: Sì, dentro la vetreria Taddei sì.

D: Dove vi hanno portati?

R: Dalla caserma dei repubblichini di Empoli ci portarono prima alla caserma degli allievi carabinieri di faccia alla stazione di Firenze. Però il comandante della stazione dei carabinieri disse: “No, non ne voglio sapere”. Allora da lì ci portarono a Villa Triste. A Villa Triste ci misero cinquanta per cella sotto e poi a uno a uno ci fecero salire. Si entrò in una stanza e c’erano due in borghese. Ci chiesero i documenti, presero la carta d’identità e dissero: “Vada, vada”. Io aspettava a uscire fuori, perché attesi anche mio padre. Arrivato anche mio padre si uscì e si fece tanto per andare via, quando invece ci chiamarono per risalire sul pullman. Io pensai che ci riportassero a casa, invece da lì ci portarono alle Scuole Leopoldine.

D: Dove questo?

R: Sempre a Firenze, alle Scuole Leopoldine. Alle Scuole Leopoldine ci misero quaranta per aula, quindi toccò a me, perché davanti a me c’era il mio babbo, dopo il mio babbo a me mi mandavano in un’altra aula. Io urlavo: “No, no, io voglio stare col mio babbo, voglio stare col mio babbo”. Assieme ai repubblichini c’erano anche gli allievi carabinieri e quest’allievo carabiniere mi fece: “Il tuo babbo? Quanti anni hai?”. “Sedici, disgraziato!”. “Come disgraziato? No, no, vai, vai dal tuo babbo”. Così entrai col mio babbo. Però a me non mi facevano tanto la guardia, via via uscivo dall’aula, guardavo e a un certo momento venne una signora in borghese. Fece: “Sono arrivati i tavolini per dare da mangiare a questi volontari?”. Io rientrai dentro l’aula e dissi: “Ci considerano volontari, ci hanno strappato dalle braccia delle nostre famiglie, sono capaci che ci portano in Germania a questo punto”. Per questi tavolini forse si intendevano queste autoblindo. Arrivate le autoblindo arrivò un ufficiale delle SS tedesco, a quello italiano gli disse: “Ma lassm andà”. Cioè in tedesco “lassm andà” vuol dire “lasciamo andare”. Quello italiano disse: “No, no, sono tutti una massa di scioperanti”. Così ci montarono su queste autoblindo e ci portarono alla stazione. Alla stazione di Firenze, lì a Santa Maria Novella, al binario numero 6, c’è anche una targa lì. Lì ci misero quaranta per vagone. Questo fu l’otto marzo intorno a mezzogiorno, non so, o la sera.

D: Scusa, Nedo, c’erano anche delle donne?

R: No, no. Erano tutti uomini, tutti presi per il motivo dello sciopero, però più che altro si vede che dovevano fare un certo numero. Fra quelli di Prato, quelli di Empoli io credo che quando si arrivò laggiù a Mauthausen saremmo stati sulle seicento persone. Però seicento perché ci si legò a quelli di Bologna, a quelli di Milano, a quelli di Torino. L’immatricolazione partì da 56.900, si arrivò a 57.500 quasi.

D: C’erano anche dei religiosi che ti ricordi?

R: Sì, ma questo si seppe dopo. Assieme a noi c’era anche un altro che era un principe inglese, che veniva chiamato Jim. A regola lui sapeva parecchie lingue, non fu messo nel blocco assieme a noi, ma fu messo nel blocco numero 1. Perché certi personaggi gli premevano, perché forse loro li tenevano in un momento e potevano scambiarli per prigionieri su, gli interessavano.

D: Allora, ti hanno caricato a Santa Maria Novella e il viaggio è durato quanto?

R: Fino all’11 marzo. Ci davano solamente durante il viaggio una scatoletta di pasta di pesce salata, però io ero giovane e avevo appetito e mangiavo anche quella che rifiutavano gli altri e un pane in tre. Questo era il vitto di tutto il giorno senza mai bere. Quando si arrivò a Mauthausen, così in aperta campagna ci fecero scendere e salire su al campo di stermino, si prendevano manate di neve per dissetarci.

D: Arrivati a Mauthausen cos’è successo?

R: Quando arrivammo a Mauthausen ci misero un pochino di dietro al muro chiamato del pianto, tutti incolonnati. Faceva freddo, perché molti presi dalle vetrerie erano in camicia, perché in fabbrica dentro coi forni c’è caldo. Quindi immaginiamoci in maniche di camicia, lì tutti sull’attenti, gelavano. Poi arrivò un branco di russi, saranno stati duecento. Li fecero spogliare nudi e quando si videro loro nudi si pensò: “Se ce lo fanno a noi, si muore tutti. Loro ci sono abituati, sono russi”. Poi purtroppo toccò anche a noi. Si andò giù, ci fecero la visita, ci depilarono il capo, sotto le braccia, davanti dove c’è la peluria. Poi le docce, in quattro per mappa, acqua ghiacciata, acqua bollente, lì botte perché si stesse sotto. Poi ogni cento si usciva, ne entravano altri cento, però si doveva stare lì fuori nudi. Ci avevano consegnato un paio di zoccoli all’olandese, una camicia e un paio di mutande, basta. Così sotto la neve che nevicava alla sera, ci toccava aspettare che tutti fossero pronti per andare verso la quarantena. Bisognava marciare diritti per bene incolonnati, perché se uno allungava il passo ci facevano fermare disciplinatamente, dieci minuti di sofferenza lì al freddo, quindi si cercava di andare incolonnati per bene, affinché non ci facessero stare fermi. Si entrò dentro alle baracche. La baracca era composta da due stanzoni, in questa baracca c’era un tedesco che era un capoblocco, era un giovane che aveva ammazzato il babbo e la mamma. Perché i suoi genitori erano un po’ dei benestanti, però lui aveva il vizio del gioco, quindi sperperava un pochino. Sicché i genitori per tenerlo un po’ al passo, questo prese e ammazzò i genitori per spogliarli dei loro beni. Tutti i Kapò e i capiblocco, la maggior parte erano tutti delinquenti, criminali per reati comuni e Hitler aveva dato a loro una possibilità di potersi riabilitare servendo la patria, facendo gli aguzzini a noi. Loro erano i nostri carnefici, loro ci potevano ammazzare senza neppure rendere conto alle SS del perché e per come. Noi dipendevamo tutto da loro. Con le SS poi a volte ci si aveva a che fare.

D: Nedo, scusa, il tuo babbo era sempre con te?

R: Sì, perché appena si arrivò a Ebensee, questo successe perché l’immatricolazione a noi fu fatta due giorni prima della partenza per Ebensee da Mauthausen. Ci fu fatta l’immatricolazione, ci rifù fatta la depilazione e tutto, ci fu dato il vestiario, camicie, mutande, scarponi, giacca, cappotto e cappello, in tedesco Muetze. Quindi ci fecero le fotografie col numero di matricola e l’indomani si partì tutti incolonnati per Ebensee.

D: Il tuo numero di matricola te lo ricordi?

R: Sì, il mio numero di matricola era 57.302, siebenfuenfzigtausenddreihundertzwei. Mentre mio padre aveva 57.301, perché lui si chiamava Nencioni Giuseppe e io Nencioni Nedo, perché l’immatricolazione andò e andava sempre per ordine alfabetico.

D: Quindi la quarantena voi l’avete fatta a Mauthausen…

R: Noi la quarantena si fece non so se appena undici giorni. Da lì si arrivò a Ebensee.

D: Dicevi, vi hanno mandato a Ebensee?

R: Sì, e siamo arrivati a Ebensee..

D: Ma come vi hanno portati a Ebensee?

R: Col treno. Da Mauthausen fino a Ebensee in treno, però il treno sempre si fermava al di fuori della stazione, un pochino. Quindi poi tutta a piedi passeggiando per sentieri dove non c’erano persone. Si arrivò a Ebensee, al campo di Ebensee.

D: Quando questo?

R: Non so se il 23 o il 24 marzo del ’44. Mi ricordo che c’era la neve alta, perché Ebensee come hai visto è un po’ in un luogo… Il capo campo incominciò a chiamare mettendo chi a destra chi a sinistra, corsero le voci, a volte lì subito correvano le voci come il vento, sentii che i giovani venivano mandati da un’altra parte. Quando fu chiamato il mio babbo e dopo io che mi mandavano da un’altra parte, iniziai a dire: “Voglio stare insieme al mio babbo, voglio stare insieme al mio babbo”.

Il capo campo, che era un politico, capì che eravamo babbo e figliolo, perché Nencioni Giuseppe e Nencioni Nedo nelle schede, quindi mi mise assieme a mio padre, anche se lo scrivano del campo non gli stava bene a mano, dicendo: “No, lui è giovane, dieser Junge, dieser …”, dicendogli che non andava bene, perché di giovani di sedici anni, io avevo sedici anni, come me ce n’era altri, ci fu il figliolo del dottor Baroncini che fu rimesso assieme al suo babbo, ci fu il figliolo del Gasparri che anche lui fu messo assieme al suo babbo e molti dei giovani furono rimessi insieme ai genitori. Infatti io stetti nel blocco assieme a mio padre. Mentre Saffo e altri, Saffo fu messo a fare lo stubedienst subito nell’infermeria, perché quando si arrivò noi c’era un’infermeria sola, dopo nacque anche la seconda infermeria. Mentre ci furono altri di Firenze o giovani che furono messi alle cucine.

Io, come ripeto, imparai presto a parlare tedesco, perché ogni volta che davano un ordine, l’ordine lo davano in tedesco, anche se dicevano: “Gehe ins Magazin und bringt Schaufel”, non dicevano in italiano: “Vai in magazzino e prendi la pala”. Quindi fra Magazin e magazzino si capiva, quindi uno andava in magazzino e si trovava un po’ inebriato, perché non sapeva cosa prendere, cosa portare, aveva paura di toccare, perché là erano botte.

E le botte non erano un ceffone e via, ma finché non vedevano il sangue non smettevano. Poi magari quello aspetta, aspetta, arrivava il Kapò e: “Das ist Schaufel”, “questa è la pala” e così erano botte, ripeto. Io imparai presto, anche il numero era tanto importante, perché quando chiamavano non chiamavano per nome, ma chiamavano per numero e c’erano tanti, come il mio babbo, che sapevano dire solamente “ja”, “nein” e basta. Poi magari il numero lo aveva, perché io gli insegnai subito e non è che fosse un uomo che non era intelligente, per carità, però non tutti erano portati.

Ripeto, io ebbi la fortuna di cominciare presto e poi anche di incontrare persone che mi hanno aiutato. Mi ricordo la prima mattina quando ci fu la sveglia, alla sveglia ci mandarono a lavarci, dopo ci diedero il caffè, che poi era una sbroccia di acqua bollita con l’erba, però purtroppo si beveva per avere un qualche cosa di caldo in corpo. Anche l’acqua appena arrivati si beveva, venne la diarrea e tanti morirono per la diarrea, poi si trovò il verso lì a Ebensee di curarla, perché là le medicine non c’erano, il vitto nemmeno, ma si curava mangiando la legnite.

Questa legnite faceva da cemento in corpo, poi si mangiava anche per fame, poi si scoprì che questa ci guariva dalla cosa. A me toccò smettere perché non andavo più di corpo. Il primo giorno quando alla piazza dell’appello il capo campo scandì: “Arbeit Kommando formen” noi si rimase un pochino tutti inebetiti, che vuole questo? Però si videro le persone che c’erano prima di noi scappare ai lati e quindi anche noi si andò ai lati. A me un Kapò mi prese e mi infilò nel suo comando, perché c’erano i comandi che erano formati da cento persone.

Il mio comando… Arrivavano carrelli fuori dalle gallerie pieni di pietre, queste pietre poi bisognava rovesciarle e fare una strada ferrata. Io inesperto com’ero vidi sganciare il carrello e lo feci anch’io, sganciai il mio carrello, poi guardavo un pochino le pietre come fare, se buttarle di sotto, se volevano alzarle. Nel frattempo venne il Kapò, incominciò a darmi manganellate nel capo, io continuavo a buttare sangue dal naso e dalla bocca, ruzzolai per tutta la scarpata e con l’acqua, un secchio d’acqua mi fece rinvenire, mi riportò su e poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”. Io non capivo, rimasi intimorito, come? Accanto a me c’era un avvocato romano, era un ebreo e mi fece: “Ha chiesto quanti anni hai”.

Io gli dissi sedici anni e questo gli dice: “Sechzehn Jahre habe”. “Ach so” fece questo, “Ah sì” e andò via. Io però con la coda dell’occhio ogni volta che lo vedevo avvicinare prendevo la pala e mi davo da fare per dodici. Questo Kapò forse non mi avrebbe fatto più nulla, però purtroppo il timore c’era sì. L’indomani mattina quando ci rifù l’appello e fu riscandito: “Arbeit Kommando formen” io andai in un altro comando per scansarmi da questo poco di buono. Mi ricordo che in quest’altro comando si trasportava delle tavole lunghe in due. Sarà stato verso mezzogiorno, mancava poco per andare a mangiare, capita questo Kapò, mi prende, perché io ero in testa e dietro a me c’era un altro, si portava questa tavola. Mi toglie di sotto, va in terra la tavola e mi fa: “Warum kommst du nicht mit mir arbeiten?”, “Perché te non sei ritornato con me a lavorare?”. Intervenne l’altro Kapò, si presero fra di loro e io ripresi la tavola e con questa andai via. Poi mi capitò un altro comando, in quest’altro comando facevano le fosse non biologiche, ma per gli spurghi delle acque.

C’erano questi tubi di cemento grandissimi che bisognava farli rotolare e poi con dei cosi sollevarli e buttarli dentro. Io gli dissi a quest’ingegnere: “Perché non mette delle tavole così sopra a questa fossa? Si rotola ugualmente e poi si tira una tavola da destra, una da sinistra e poi si fanno scivolare”. Questo ingegnere mi guarda, mi fa: “Wiviel Jahre du?”.

“Sechzehn Jahre”, perché già cominciavo a immagazzinare tutto quello, non so, il pane “Brot”, le scarpe “Schuhe”, tutto quello che sentivo che era necessario lo immagazzinavo, ecco come ho imparato a parlare il tedesco.

Non so se tu vedi che ogni volta che vengo là parlo, per carità, non parlo come parlare l’italiano, ma mi so abbastanza difendere. Quest’uomo mi prese in simpatia, mi ritenne un ragazzo intelligente, mi disse: “Te che mestiere fai?”, io gli dissi: “Ich arbeite Glas”, io lavoro il vetro.

Mi portava rispetto. Nel mio stesso blocco c’era un Kapò che non era tedesco, era un polacco, però siccome era di quel tratto che la Germania disse: “E’ Germania” era ritenuto tedesco. Assieme a lui c’era un suo amico che era stato a lavorare in Spagna, mi disse se volevo andare a lavorare con lui, mi avrebbe messo in un posto buono. Erano già passati due mesi. Lì per lì ci pensai, perché con questo stavo bene perché ero rispettato, nemmeno il Kapò mi poteva quasi più toccare.

Solleticato un pochino da queste parole, dissi di sì. Infatti andai a lavorare con lui e questo mi mise in un magazzino. In questo magazzino conobbi questo Alexander, io che si chiamasse Alexander o come… Solamente quest’uomo quando mi vide, mi guardò un po’ perplesso, poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”, io: “Sechzehn Jahre habe”, “Bist du Jude?”, cioè “Sei ebreo?” “No, no, io, come vede, triangolo rosso, sono considerato politico”.

Questo tentennò il capo, perché sedici anni, combinazione poi l’ho saputo dopo che anche lui aveva sedici anni quando lo misero lì a lavorare, quindi tentennò il capo a sentir parlare di politico. Quest’uomo tutti i giorni mi dava un pezzetto di pane o per esempio diceva: “Sai, oggi ho fatto i maccheroni, tieni”, insomma mi dava la pastasciutta, che poi era pasta bollita nel latte. Insomma quest’uomo mi aiutava, poi mi dava sempre notizie su quello che era il fronte russo, il fronte americano, mi dava quell’incoraggiamento, anche queste notizie mi davano la possibilità di dire “Presto finisce la guerra”. Rientravo nel campo, dicevo agli altri: “Sapete…”.

Tant’è vero anche quando ci fu che Mussolini trovò l’accordo di liberare tutti i prigionieri militari, io portai la voce dentro il campo e mi dissero: “Non ti illudere, noi da qua non usciamo più. Non siamo come prigionieri militari”. Infatti fu così. Quando fu liberata Firenze mi disse: “E’ stata liberata Firenze”, mi fece vedere il giornale.

Assieme a me c’era questo amico di questo Kapò che era stato a lavorare in Spagna. La SS aveva bisogno di un posto dove mettere delle patate, perché arrivarono tante patate e non avevano il posto. Chiesero se lui le metteva nel suo magazzino, questo disse di sì. Questo che era assieme a me mi disse: “Perché non chiedi due patate? Se gliele chiedi tu, te le dà. Si mangiano, si fa a metà io, te e il tuo babbo”.

Da principio a metà io e lui non ci sarei stato, perché mi sentivo di compromettere quest’uomo, ma sentendo dire anche mio padre… Infatti gliele chiesi. Quest’uomo mi disse: “Sì, e come le mangi?”. “Così”. “Ah no”, dice, nella mia stanzina c’era una stufa, c’era una bacinella con l’acqua.

Dice: “Fai un tappo di legno, così le metti a cuocere, tu le tappi e se anche viene il Kapò o la SS non vanno a vedere cosa c’è, lasciano perdere e tu puoi mangiare”. Così si faceva tutti i giorni, si mangiavano queste patate, ne davo la parte al mio babbo. Un giorno mentre eravamo lì a sedere e si mangiavano le patate, perché tornando un passo indietro questo tedesco mi disse: “Guarda, tanto ci sono le porte a vetri, tu ti metti lì e non fa nulla.

Se poi vedi arrivare qualcheduno, un Kapò o la SS, ti metti a ungere un dado, fai qualche cosa tanto per far vedere che fai. Quindi si vedeva la gente se arrivava o no. C’eravamo messi a sedere mentre si mangiavano queste patate, arriva un Kapò, era uno zingaro sicché quest’uomo si trovò nei guai, corse per non farci picchiare, gli offrì 1.000 marchi, gli offrì sigarette.

L’indomani purtroppo questo tedesco non c’era più. Io sentii il rimorso di dire che quest’uomo era venuto a fare la fine mia, è colpa mia. Anch’io fui mandato via da lì. Quello che entrò al posto di questo tedesco, disse: “Aspettate, aspettate, lo voglio vedere”, infatti mi guardò e disse: “Sì, va bene, vai via”.

Da lì fui mandato, erano già arrivate dentro le gallerie queste botti, cisterne per la lavorazione del petrolio, per la raffinazione, però si dovevano rivestire. Si doveva mettere prima una fascia che era larga più di un metro, lunga ,che c’era la lana di vetro, si doveva tappare così, col filo di ferro poi legarli.

Quando era tutta lavorata e rivestita di questa roba si doveva mettere una rete metallica. A questa rete metallica erano appiccicati già dei cosi di stucco, di gesso. Anche questa rete poi rivestita, poi si doveva murare col cemento e fare una specie di thermos per il freddo. Lì c’era un maresciallo dell’aviazione che era un ingegnere, avevano bisogno di manodopera, con noi c’erano civili, c’erano questi dell’aviazione, ma anche della marina che ormai l’aviazione era bell’e disfatta.

Quindi furono messi lì. Questo maresciallo fumava, a me venne voglia, vidi che era quasi alla cicca e gli feci: “Feldwebel, gibt mir deine …?”, cioè “Maresciallo, mi dai la tua cicca?”. Quest’uomo incomincia a urlare, pareva che mi mangiasse. Prese e andò via, io dissi: “Mi è andata bene”.

Ritornò e mi fece: “Guarda, vai lì di dietro che ti ho messo una sigaretta, ma stai attento, pass mal auf, stai attento”. Presi, andai a fumare questa sigaretta e anche quest’uomo mi chiese quanti anni avevo. Quando gli dissi l’età, anche lui sedici anni, guardò, rimase ancora e disse: “Ma che, sei ebreo?”.

“No, io non sono ebreo”. Sarà stato verso le quattro, mi disse: “Guarda, vammi a lavare questi gambali”. Io presi i suoi gambali, ci andai anche un po’ più contento di dire “Ho trovato una persona umana”, ci andai con più enfasi per rispetto. Ci stetti anche più del solito. Quando tornai mi guardò e mi disse: “Sei tanto scemo, ritorna a lavarli”. Proprio per farmi perdere tempo e lavorare il meno possibile.

Era già passato un mese, bisognava andare a fare i rivestimenti fuori a questi tubi, perché venivano i vagoni, il treno con questi vagoni cisterna a portare il grezzo e a prendere il raffinato. Quindi c’era il succhiò per buttare e c’erano queste tubature fuori che anche queste andavano rivestite che sennò il gelo…

Capisci? Un giorno mi disse, perché ormai aveva questa confidenza con me, si parlava del più e del meno, non di politica, per carità, però si parlava magari dell’Italia, il clima, la pastasciutta, queste cose. Quest’uomo mi disse: “Guarda, io proprio mi sento male, perché qui il lavoro va a rilento, io picchiarvi non vi voglio picchiare, però io sono nei guai, perché qui bisogna che questo lavoro vada avanti”.

Io gli dissi: “Vede, maresciallo, tutt’al più Lei c’è e se ne accorge che con questo freddo lavorare fuori alle intemperie con la neve sulle spalle o gli acquazzoni, il freddo, le mani sono rattrappite, si tocca il ferro…”.

Questo maresciallo ci fece dare una specie di tuta impermeabile che arrivava fino qui. Il comandante del campo delle SS lo richiamò al dovere, quasi lo voleva ficcare dentro al campo anche lui. Disse: “Te sei un po’ buono, vuoi fare sfuggire queste persone aiutandole. Lo sai che a questi non si deve dargli nulla”.

Questo gli disse: “Senta, prima di tutto non mi interessa delle vostre cose, a me interessa che vada avanti il lavoro, perché la ditta vuole il lavoro. Siccome io ho constatato che queste persone non possono lavorare in queste condizioni, sia questi sia che ne vengono altri, sono uguali.

Io il lavoro voglio che vada avanti. Se non vi va bene, voi gli fate un disegno dietro alla tuta che sono del campo di sterminio”. Infatti ci fecero una KZ, però queste ci rimasero.

Succede che mio padre, pover’uomo, non camminava più, perché aveva subito un infortunio sul lavoro già tanto tempo prima, mi pare verso il mese di giugno. Andò a sganciare un vagoncino, andò per sganciare l’altra parte, ma l’altra parte era bell’e sganciata, quindi tutte le pietre gli vennero addosso.

Gli furono colpite più che altro le gambe. Lo salvarono russi e polacchi, erano assieme a lui a fare questo lavoro lì fuori, lo misero in infermeria. Nell’ottobre o novembre gli si rigonfiavano queste gambe, sì, nell’ottobre. Gli si rigonfiavano e quest’uomo non camminava più. Gli facevo: “Babbo” e lo aiutavo a ritornare via, ma se non si camminava a passo ci sparavano e ci ammazzavano tutti e due. Sicché gli dicevo: “Babbo, marca visita”.

Quest’uomo però a marcare visita aveva paura, perché tanti marcavano visita anche se avevano la TBC, bastava dicessero di no che gli davano venticinque bastonate e con venticinque si moriva. Poi, pover’uomo, marcò visita, infatti fu riconosciuto. Da lì fummo presi tremila e duemila da Mauthausen e mandati a Wels. A Wels c’era la ferrovia che era stata distrutta da un bombardamento.

Ci presero e ci portarono a riattivare la ferrovia là a Wels. Passò del tempo, mi ricordo una volta, c’erano dei militari e uno gli fece: “Vedete quelli lì? Sono peggio di noi”. E questi: “Ma che, ce n’è italiani?”. Io gli dissi: “Sì”, e questo gli fece: “Non gli parlare, perché è pericoloso”. Io capii che tra di loro prigionieri militari… Un giorno, perché quando ci facevano prendere le lungarine non è che prendessero una squadra e la mettessero a…

No, diceva: nove persone, una lungarina di undici metri, come va va. Se quello non ci arrivava, ci metteva la mano e la forza non ce la faceva. Una volta, mi ricordo, ero in testa. C’erano le buche, perché i bombardamenti avevano fatto delle buche. Molti ebrei facevano i furbi, io mi intrappolai e mi sbranai una mano. Quello della SS mi prese e mi portò in infermeria, perché succedeva questo, che se ti facevi male sul lavoro, lì sì, ma a Ebensee ti mettevano da una parte e finché non si ritornava al campo…

Se eri morto dissanguato, eri morto dissanguato. Finché non si ritornava al campo in infermeria non ti portavano. Però in infermeria se ti eri fatto male, sì. Ma se ti avevano picchiato te ne davano altrettante, quindi non conveniva andare in infermeria. Ci si medicava col piscio.

Ci si pisciava in mano e ci si medicava. Uno delle SS, ma era giovane, avrà avuto venticinque, ventisei anni, col mitra mi portò dentro la stazione a medicarmi. Fui medicato, si tornò via. Quando siamo all’ultima panchina della stazione, mi fa: “Achtung! Komme zurueck und sitze”, cioè “Fermati, vieni con me a sedere”. Mi metto a sedere, quest’uomo tira fuori il portafoglio e mi fa vedere la fotografia.

C’era sua moglie, il suo bambino o la sua bambina, ora io non mi ricordo. Gli feci: “Questa è tua moglie? Sì? Questa è il tuo bambino? Sì? Sono belli”. Dice: “La guerra è orrenda. Forza, forza, tanto fra poco sta per finire. Io forse la mia famiglia non la vedrò più”. Io zitto, perché temevo che fosse anche un po’ un tranello per farmi…

Quest’uomo butta giù lo zaino, tira fuori il pane, ne fa due fette, prende la marmellata, ci mette la marmellata e me lo offre. Lì per lì indugio, poi la fame, la presi e la mangiai. A volte degli episodi anche umani si sono verificati. Da lì, siccome anche la SS scappava perché aveva paura più che altro del fronte russo, perché erano più vicini i russi. I russi non li contrastava più nemmeno l’avanzata.

Avevano paura, perché sapevano che le avevano fatte. Quindi scappavano. La resistenza era più dalla parte occidentale. Prima di abbandonarci, ci riportarono a Ebensee. A Ebensee ci fecero rimontare su vagoni, non vagoni bestiame, ma questi carri che ci portano il carbone, aperti.

Mi ricordo, erano i primi di aprile, verso il 15 aprile. Quando vidi il mio babbo l’indomani, sì, verso il 20 aprile. Però nevicava, c’era ancora freddo. Mi ricordo che si arrivò a Ebensee, vivi fummo in trecento soli, gli altri erano tutti morti in treno. Se uno scendeva per orinare, poi attaccava la rincorsa e faceva in tempo a riprendere il treno, perché andava piano. La Liberazione fu un po’… Come ti posso dire?

Presero tutti, ci misero in una baracca e non ci mandarono a lavorare. Tanto siamo alla fine, quindi non ci mandano a lavorare. L’indomani mattina ci fu l’appello, ci si accorse tutti che era prima. Si pensò che c’era qualcosa di nuovo. Il comandante del campo, delle SS chiamò tutti gli interpreti, cosa mai fatta, perché se c’era un’esecuzione veniva fatta e noi tutti sull’attenti, si doveva vedere. Quella volta, invece, volle tutti gli interpreti e disse: “Da oggi sarete tutti liberi, non perché noi siamo stanchi di tenervi, ma da un momento all’altro ci saranno i vostri liberatori.

Però, come sapete, in ogni guerra i morti ci sono da ambo le parti. Però voi avete la fortuna che avete le gallerie, entrate nelle gallerie così vi salverete”.

Poi lo dissero in francese, ecc. Tutti si disse di no. Però loro il tempo materiale non l’ebbero per costringerci a portarci, quindi finito il discorso lo stato maggiore scappò tutto. Rimasero solamente le sentinelle. Le sentinelle verso le 9.00 della mattina un fischio e andarono via anche loro.

Andate via anche loro si sentì dopo poco che avevano minato le gallerie, quindi scoppiarono le mine. Da noi: “Gli americani, gli americani” e tutti a correre da una parte, “di là gli americani” e correre dall’altra. Poi da ultimo si sfondò la porta, si sfondò, io no, diciamola franca. Io se avessero tardato qualche altro giorno non ce l’avrei fatta neppure io a ritornare.

Tant’è vero, l’ultima ferita che ebbi la medicarono gli americani con la penicillina e mi dissero: “Guarda, quando ritorni in Italia sei bell’e guarito”. Infatti in Italia era bell’e secca. Sfondata la porta entrammo nelle baracche delle SS e si trovarono le valigie con vestiti civili, mitragliatrici, macina-pistole, pistole. Si rientrò dentro il campo e si incominciò ad ammazzare i Kapò che s’incontrarono, anche se qualcheduno riuscì a svignarsela.

A me a Ebensee anche il Sindaco di Ebensee mi disse che questo Kapò zingaro è stato a Ebensee parecchio tempo, capisce? Ora, non so quanto, ma mi disse che è stato lì a Ebensee lui. Questo è un pochino il tutto.

D: Nedo, ascolta, il tuo babbo?

R: Il mio babbo, ti ripeto, lo vidi quando ritornai da Wels. Quando lo vidi ci si abbracciò dicendoci: “Forza, fra poco è finita la guerra”. Dice: “Fra un po’ è finita davvero, vedrai che io…”. “Cosa che te?”. Dice: “Sai, domani mi mandano a lavorare”. Dissi: “Meglio così perché so che le razioni saranno ridotte, a noi un pane invece di darcelo in tre ce lo daranno in sei, ma a voi dentro l’infermeria ve lo daranno in nove.

Quindi anche il mangiare è sostegno, l’alimentazione… E’ bene che tu riprenda il lavoro”. Ma lui forse se ce lo tenevano era anche perché dava una mano a fare il barbiere, perché lui quando si presentò lì al blocco che chiesero se c’era nessun barbiere, il mio babbo disse: “Io”.

E gli spagnoli: “italiani no, italiani no”. Perché, come tu sai, questi spagnoli erano tutti scappati dalla Spagna per via della rivoluzione spagnola e, come tu sai, Mussolini mandò i fascisti laggiù a combattere. Questi però non si rendevano conto che tanti italiani per non andare a combattere a fianco a loro e tanti altri italiani, come per esempio mio padre, facevano le collette per mandargli i quattrini per potersi comprare le armi per combattere. Però io tutto questo non lo sapevo, sentii “italiano no, italiano no” e quindi non fu messo. Mentre poi Grazzini era veramente barbiere e lo misero come barbiere, perché sennò si sarebbe salvato anche lui.

D: Il babbo è mancato a Ebensee?

R: Sì, lui è morto a Ebensee, però nessuno mi ha saputo dire che è morto, poi io non l’ho visto. Nessuno me l’ha saputo dire. Non me lo avranno saputo dire perché forse non me l’hanno voluto dire per le condizioni in cui ero. Ti ho detto, quando fui liberato non ero in condizioni proprio…

Poi andando in giro si trovò qualcheduno delle SS, si è riportato al campo, si è ammazzato. Poi il comandante americano ci fece l’appello dicendo che o si faceva finita o anche loro mettevano le sentinelle. Noi si disse: “Lei dice bene perché non ha subito quello che abbiamo subito noi”. “Sì, avete ragione, per carità, lo so benissimo, per carità. Però se si fa ognuno giustizia da sé, sarà un odio che andrà avanti. Invece un domani ci sarà un tribunale e poi la giustizia fatta”. Lo sai anche te quello che è stato.

D: Nedo, tu sei stato liberato il 6 maggio, no?

R: Sì.

D: Del ’45?

R: Sì.

D: Quando sei rientrato in Italia?

R: In Italia dopo un mese. So di essere arrivato a casa il 25 giugno. Perché scappai dal campo di Bologna. Arrivato a Bolzano mi volevano ricoverare e io no, perché volevo rivedere il mio babbo, perché tanti mi dicevano: “Ritorna, è capace, con la confusione che c’è stata”. Ho detto: “E’ a casa”. “Quindi sono infelici perché manchi te, è capace, via, andiamo, andiamo”. Mi convinsero a ritornare, da Bolzano io che dovevo essere ricoverato anche per questa ferita, poi fu segnato che il malato di Ebensee esce….

Uno disse: “Segnali anche la ferita”. “Si, ma lasciala fare”. “No, segnala”. Ma non me la volle segnare questa ultima ferita. Da lì portarono a Verona. Ci portarono su un camion da Bolzano a Verona. C’erano gli autisti tedeschi, loro andarono a mangiare e a noi nulla. Quando si arrivò a Bologna, io andai quando ci davano il rancio, chiedevo per me, per Nencioni e per Nedo.

Ero sempre io ma ne prendevo tre, la fame… Poi sentii che c’erano persone che erano lì da quindici giorni, dodici giorni. Io assieme a quel livornese, eravamo quattro o cinque, ci si organizzò. Si poteva uscire, però non con la roba.

Allora dissi: “Guardate, voi andate fuori, io poi vi passo la roba, poi esco anch’io e si va via. Sennò qui…”. Infatti si trovò un camion che andava a Roma, da Firenze ci passa, sentiamo se ci porta. “Sì, sì” dice. Voleva dei quattrini, ma qua quattrini non ci sono, tutt’al più ci sono due stecche di sigarette americane, perché questa roba ci avevano dato. “No, no”.

Se avessi avuto la forza, avrei rovesciato il camion. Si montò sui vagoni merce lì alla stazione, da Bologna si arrivò a Firenze, da Firenze a Empoli. Mi ricordo che strada facendo ero vestito mezzo tedesco, mezzo americano e mi guardavano alla mattina prima delle 5.00. Mi fecero: “Ma che, sei Italiano?”. “Sì, sì”. “Da dove vieni?”. Gli raccontai dalla Germania. “Dove stai? Vado ad avvertire tua mamma”. Mi pare vero, infatti questo andò.

Toselli Dina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Prego, come ti chiami?

R: Dina Toselli. Sono nata a San Giovanni in Persiceto il 5 gennaio del 1926.

Se devo raccontare il perché sono andata a finire nel campo di concentramento, vado indietro al 5 dicembre del 1944.

Eravamo a letto…

D: Dove, Dina, scusi?

R: Ad Amola di San Giovanni in Persiceto, eravamo a letto, abbiamo sentito bussare. Mio padre ha detto: Non andate ad aprire”.

E io ho detto: “Anche se sono i tedeschi, bisogna andare ad aprire papà, altrimenti questi ci fanno fuori tutti subito a letto”.

Mi sono alzata, sono andata ad aprire e c’erano i tedeschi e hanno arrestato mio padre che si chiama Aldo ed era del 1903 e mio fratello che si chiamava Dino che è del 1927 e li hanno portati fuori ammanettati.

Io mi sono alzata.

Intanto i tedeschi avevano cominciato a frugare per la casa, e una cosa che mi è rimasta molto impressa nella mente, è che due tedeschi sotto il sottoscala dove mio padre e mia madre avevano messo il granoturco sgranato, cercavano qualcosa sotto.

Naturalmente non hanno trovato niente perché non c’era niente.

Poi, una mia vicina di casa mi disse: “Vieni che andiamo a San Giovanni in Persiceto e andiamo a vedere se qualcuno ci può aiutare, qualche autorità, qualcuno”.

Allora mi sono messa il cappotto su quello che avevo, sul grembiule e ricordo che avevo le ciabatte che mi aveva fatto mia madre, con la suola di copertone.

E ci siamo avviate. Come ci siamo avviate, ci hanno preso e ci hanno arrestato.

D: Chi, in questo caso, sempre …?

R: Sempre i tedeschi. Dopo avere fatto il rastrellamento ed hanno arrestato altre persone, andarono in altre case, tutti i vicini, tutti i ragazzi. Ci hanno portato nella Chiesa di Amola.

Io non ho una buona impressione della Chiesa e mi dispiace dirlo, non si è fatto vedere nessuno.

Ci hanno portato in Chiesa, e poi ricordo che mio padre lo avevano legato con le mani dietro alla schiena e la corda al collo e lo tiravano con molta poca delicatezza.

Poi io cercavo di uscire da questo imbroglio, dicendo che avevo un passaporto, infatti lavoravo presso un’azienda ad Anzalo dell’Emilia e avevo un passaporto, un lasciapassare e l’ho presentato.

Allora sembrava quasi quasi che mi lasciassero andare via. Invece è arrivato qualcuno, che io non ho neanche idea di chi sia e non ricordo neanche come fosse che disse: “No”. Così sono rimasta con gli altri.

Poi è passato del tempo e ci hanno portato a Sant’Agata in un posto, era una palestra, ci hanno messi tutti con la faccia contro il muro e lì c’erano i tedeschi con le armi spianate, e i cani. E io ho pensato che ci facessero fuori.

Eravamo in molti, siamo passati da Anzalo dell’Emilia che avevano già fatto un’altra retata ad Anzalo dell’Emilia e ci hanno portato a San Giovanni in Monte.

E lì, io con le ciabatte in mano perché si erano sfasciate queste ciabatte, e avevo messo i piedi sotto il cappotto, il 5 dicembre, dentro un camerone di una prigione, è passata una suora e mi ha detto: “Stia composta, tiri giù le gambe” e siamo rimasti lì fino al giorno che ci hanno portato a Bolzano.

D: Quella notte che ti hanno arrestato il padre, tuo fratello e poi te e la tua vicina di casa e poi hanno proseguito il rastrellamento, in quanti, più o meno?

R: Non so, non te lo so dire. So soltanto che c’ero io, mio padre, mio fratello e mio cugino.

D: C’erano soltanto i tedeschi o anche italiani?

R: Anche dei tedeschi perché una volta, quando arrivammo dentro a San Giovanni in Monte ci hanno preso e mi hanno fatto un interrogatorio, non ricordavo più…, e volevano sapere qualcosa dell’ospedale Maggiore. Allora io ho detto: “Sì, ci sono stata nell’ospedale, ma non sono stata all’ospedale Maggiore. Sono stata all’ospedale di San Giovanni in Persiceto perché avevo una pleurite essudativa”.

Allora lui mi ha guardato e ha detto: “No, tu eri all’ospedale Maggiore, tu conosci Brunello” e dissi: “No, io non conosco nessun Brunello e all’ospedale Maggiore non ci sono stata”.

“E Brunello?” “Non lo conosco”.

“E Alfredo?” Dico: “Quello sì, abita a due passi da casa mia”.

“Brunello e Alfredo sono la stessa persona”.

“Se lo dite voi, io non lo posso sapere”.

D: Queste affermazioni chi le ha fatte, un italiano o un tedesco?

R: Due tedeschi che a un dato momento uno di quelli mi ha cominciato ad interrogare e mi ha dato un ceffone e io dopo ho chiesto di andare al bagno perché tra il ceffone e tutto il resto avevo bisogno di andare in bagno e lui aveva detto: “No, non ti lascio andare” e poi è andato via.

E l’altro che è rimasto, si sa come fanno, ci sono i buoni e i cattivi, il buono ha detto: “Perché è così arrogante?” E ho detto: “Io non sono arrogante, ho risposto alle domande che mi avevano fatto e più di dire quello che dovevo dire, non so cosa…” Ho detto: “Mi fa andare in bagno” e mi ha detto: “Adesso la faccio andare in bagno”.

Poi è finito l’interrogatorio, hanno interrogato anche gli altri e la sera ci hanno riportato a San Giovanni…

D: Scusa, nell’interrogatorio non hanno fatto…

R: No, ai Giardini Margherita. Come fa a saperlo che io non lo ricordavo più?

D: Un’altra cosa: quando ti hanno portato a San Giovanni…, tuo padre e tuo fratello…

R: Anche loro, ma gli uomini erano da una parte e le donne erano da un’altra.

Noi, quando siamo partiti, perché noi siamo partiti il 23 o il 22 e siamo arrivati il 24 dicembre, dunque eravamo lì da un bel po’, da quindici giorni circa.

Io sapevo che avevo mio padre, e c’era uno degli SS, un ragazzotto come me, a cui io dicevo: “Fammi parlare con mio padre, che cosa ti costa?” E lui diceva: “No, non posso”.

E io dicevo: “Fammi parlare con lui”.

Sembrava quasi che fosse convinto e poi avrà chiesto a qualcuno se potevo, se non potevo, non me l’ha fatto vedere.

D: Neanche tuo fratello?

R: Io non li ho più visti neanche da Sant’Agata, non ho mai più visto nessuno dei due.

D: E tu hai subito solo un interrogatorio?

R: Solo un interrogatorio.

D: E sei stata accusata di che?

R: Di fare parte dei partigiani.

D: E tu facevi parte dei partigiani?

R: Se devo dire proprio la verità ero su quella strada, ma ero su quella strada, non avevo ancora fatto niente. Mio padre era un vecchio antifascista, mio fratello sì, invece, faceva parte di un gruppo.

Mio padre era un vecchio antifascista, quando veniva su Benito Mussolini, lo prendevano e lo cacciavano in galera. Tant’è che lui non trovò mai da lavorare, in Italia, era sempre fuori a lavorare.

Prima hanno bonificato l’Agro Pontino, poi è andato in Africa, poi è andato in Albania, insomma lui poveretto non era mai a casa.

Lui voleva mantenersi, che poi in effetti…, era sempre via, stava via due anni, tre anni, poi veniva a casa e stava a casa due o tre mesi, poi tornava via, la sua vita era questo…

D: Lì, a San Giovanni …, in carcere sei rimasta quindici giorni?

R: Circa. Siamo stati arrestati il 5, siamo partiti verso il 22. Al 24, la vigilia di Natale eravamo a Bolzano il 23, adesso con esattezza le date non le ricordo molto bene.

Nel lasso di tempo siamo rimasti sempre lì.

Io non ho avuto niente altro che questo interrogatorio.

Non ricordo agli altri cosa sia successo, se hanno interrogato anche gli altri, perché non lo ricordo assolutamente, però lì ci siamo stati un po’.

D: Hai avuto contatti con i tuoi parenti?

R: No. Avevo solo la mia mamma, e la mia mamma aveva un bambino piccolo, perché fra me e il mio fratello più piccolo ci sono sedici anni di differenza e allora il bambino piccolino aveva due anni, non avrebbe neanche saputo fare, perché mia madre era una donna di una certa epoca, e non era mai andata fuori da San Giovanni in Persiceto.

Siamo stati anche a Nettuno perché papà lavorava in quei paraggi, ci siamo stati per sei mesi e poi siamo tornati a casa.

D: Dopo circa quindici giorni di carcere a San Giovanni in Monte, cosa è successo?

R: E’ successo che siamo andati a Bolzano in un camion, dove c’erano gli uomini e le donne, tutti assieme, un camion unico.

Erano più camion perché eravamo in novantanove, novanta uomini e nove donne.

D: Mentre invece durante il rastrellamento le donne erano tante?

R: No, durante il rastrellamento le donne erano sempre molto poche. Io ricordo Maria e poi un’altra, sempre dell’Amola che si chiamava Nina, noi tre e basta. Le altre erano o di Antolla o di Calderano di Reno, come la Torrini.

D: Se tu ti ricordi, sul camion con voi, c’erano delle sentinelle, delle guardie?

R: Probabilmente sì, ma anche se non ci fossero state, dove saremmo andati? Il camion correva sempre, giorno e notte.

D: Chiedo scusa, … al mattino, al pomeriggio, alla sera?

R: Non mi ricordo. Io credo di pomeriggio perché abbiamo viaggiato anche di notte.

Non ricordo con esattezza.

D: Però non ti hanno detto dove vi trovavate?

R: No, non ce l’hanno detto.

Siamo arrivati in campo di concentramento, gli uomini li hanno messi da una parte, le donne le hanno messe da un’altra parte perché erano separati i blocchi.

E poi siamo stati lì, ci hanno numerati, poi ci hanno tolto tutti i vestiti. E gli uomini sono stati tosati per bene, le donne no.

Ci hanno dato un paio di pantaloni, quelli da marinaio grigi, una mantella grigio verde, un paio di zoccoli, un paio di calzini, e la biancheria intima no, l’avevamo noi, non avevamo niente altro, solo quello che indossavamo, non avevamo niente. Poi siamo stati lì…

D: Ti ricordi di che blocco?

R: Dovrebbe essere il blocco “T”, però non ci giurerei sopra.

Il mio numero è 6998.

Io poi ero una prigioniera politica, mentre c’erano delle altre persone che erano gli ebrei l’avevano diverso. Il nostro era rosso, mentre quello degli ebrei era giallo.

C’erano delle persone, donne anche, che invece di avere il triangolino l’avevano rotondo ed erano le pericolose.

D: Questo, sempre nel tuo blocco?

R: C’erano due blocchi di donne, non ce n’erano molti.

Erano più i blocchi degli uomini.

Poi, di quello che io posso ricordare è che tutte le mattine si faceva la conta, gli uomini da una parte, tutte le donne dall’altra e il tedesco dopo avere contato i prigionieri faceva tenere i berretti in testa, e poi diceva: berretti giù.

Allora, se il rumore del berretto sulla gamba era bello, fatto bene, tutto andava bene, altrimenti si ripeteva fintanto che non veniva soddisfatto il tedesco.

Siamo stati lì e poi hanno chiesto se volevamo andare a lavorare per un’azienda, e io ho detto di sì perché non ne potevo più perché stavo impazzendo, non avevo niente da fare, io pur essendo giovanissima ho sempre lavorato, nel senso che già ero stata impiegata in un’azienda e avevo un buon impiego, ma ho sempre lavorato con le mani, e lì tutto il giorno senza fare niente, senza leggere, senza fare niente è la cosa più brutta e per me è la tortura che uno possa infliggere a una persona, perché a non fare niente si muore e io ho detto: “No, non voglio morire”. Così sono andata. Mi hanno preso e sono andata in una galleria dove passava il treno e questa galleria era stata trasformata in una fabbrica, dove c’erano molte macchine utensili.

Mi misero sopra questa macchina e ho cominciato ad usarla. La usavo bene. Era una macchina che faceva cuscinetti a sfera e io facevo l’incavo dove stava il cuscinetto e ne dovevo fare seicento al giorno. E ne facevo di più.

Allora quando vedevo che ero quasi alla fine, davo una spintina di più all’ago, che così si rompeva, aspettavo che me lo venissero ad aggiustare, poi ne facevo seicento uno, seicento due, mai più.

Per paga ci davano un pezzo di pane in più.

Siccome si mangiava tutto insipido, in quello che ci davano non c’era sale, e non era neanche sufficiente a campare, invece lì ci davano un pezzo di pane e poi eravamo in mezzo ai civili, non si vedevano mai i soldati o la SS, perché facevano la guardia ai due portoni, alle due entrate e praticamente eravamo liberi di parlare, di gestire e stavamo lì, lavoravamo e a me piaceva.

Sinceramente non posso dire che lì mi trovavo male, mi trovavo bene perché avevo fatto delle amicizie, avevo fatto delle amicizie con delle altre persone, con delle altre donne che venivano da un’altra città, tant’è che non ci si chiamava più con il nome, ci si chiamava per la città di provenienza, Bologna ci chiamavano. Quell’altro era Belluno, quell’altro era Torino, si stava bene e poi le persone che erano dentro come i civili, che erano quelli che quando noi rompevamo la macchina ce la venivano ad aggiustare, ci portavano sempre non proprio da mangiare, però i dadini per insaporire la minestra e lì ci siamo stati fino alla Liberazione.

Io però ho saltato un episodio che vorrei dire: quando eravamo nel blocco, una notte le donne ebbero lo schiribizzo di fare le cretine, ovverosia di darsi alla pazza gioia.

Una ragazza trovò un manico di scopa, un fazzoletto rosso e ci mettemmo a cantare come delle dannate “Bandiera rossa” e tutto quello che ci saltava fuori dalla mente. Una cagnara… Nessuno disse niente.

La mattina dopo, la capo blocco fu chiamata dai tedeschi, si chiamava Cicci la capo blocco.

Venne di nuovo da noi, ci radunò, ci parlò e ci disse: “Per questa volta lasciamo perdere, quest’altra volta gli uomini andranno fuori e staranno fuori senza cappello per dei giorni e dei giorni”.

Non l’abbiamo più fatto.

Questo era un episodio che mi ero dimenticata di dirvi.

D: Quando tu eri nel campo, nel blocco, insieme alle altre donne, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi?

R: Sì, c’erano anche dei religiosi e io quella volta lì sono stata una persona molto cattiva perché quando me lo sono visto davanti, ho detto: “Guarda che bellezza, c’è un prete anche con noi”.

Non sta mica male…

Sono stata cattiva, l’ho detto con lui, non l’ho detto di dietro. Dopo mi sono pentita moltissimo perché poveretto, lui ha fatto il suo dovere, e io sono stata maleducata.

Infatti era nel blocco “E” dove c’erano quelli che dovevano partire.

Mi è dispiaciuto molto.

Non gli ho mai chiesto scusa, perché poi non l’ho più visto.

D: Ti ricordi se c’erano anche dei bambini per caso?

R: Sai che non me lo ricordo, però non credo dei bambini.

Ricordo che c’erano delle persone di una certa età, ma dei bambini no. Non lo ricordo. Non credo però.

D: Nel periodo che sei rimasta lì a Bolzano, hai assistito ad atti di violenza verso altri…

R: Nel blocco, devo dire una cosa, la Cicci mi aveva regalato un gomitolo di lana con due ferri e io lì facevo i ferri.

Poi quando avevo finito la lana, lo guastavo, tornavo a fare il gomitolo, ricominciavo da capo, perché come ho detto prima, senza fare niente si muore.

Un episodio di violenza l’ho visto, ma io non ricordo che l’abbiano picchiata. Hanno picchiato una ragazza che non ricordo cosa avesse fatto. Perché il blocco E con il blocco…, ma non credo che fosse il nostro blocco, era tagliato là sopra, e io lo so che molte donne andavano di là dagli uomini, ma ero tanto piccolina che non ci pensavo neanche.

Non so se è stato per quello o se lei ha fatto qualcos’altro. So soltanto che l’hanno ripresa e l’hanno anche bastonata e io mi sono presa una sberla sola.

Due sberle mi sono presa dai tedeschi, dalla donna che chiamavano la tigre. Ero andata fuori dal blocco, non so cosa dicesse, brontolava in tedesco, non capivo una parola di tedesco, poi una grande sberla e io sono tornata nel blocco con tutte le mani attaccate alla faccia e poi lo sa lei cosa avevo fatto. Probabilmente avrò avuto non attaccati molto bene i numerini di riconoscimento. Non ricordo più, però mi hanno picchiato.

D: Alla sera, il blocco veniva chiuso?

R: Il blocco veniva chiuso, bombardamento, non bombardamento, noi venivamo chiusi dal di fuori.

Quando era chiuso era chiuso, nessuno entrava e nessuno usciva.

D: I servizi….

R: Avevamo, come i soldati, una sfilza di lavandini, acqua fredda.

Poi qualcosa qualcuno ce l’avrà dato. O io avevo qualcosa che mi hanno mandato, io non ricordo molto bene questa cosa, però so che mi lavavo tutte le mattine e mi cambiavo.

La cosa più grave era quando tu avevi il mestruo che non avevi il cambio, quindi tu lavavi la cosa, e la mettevi sotto per asciugarla la notte, insomma ti davano qualcosa per tenerti pulita.

Magari l’avranno data anche lì, me l’avrà data la Cicci.

D: Il trasferimento dal campo a quella galleria che dicevi…

R: Oltre che essere andata a lavorare, ci portavano con il camion le prime volte, poi è avvenuto che c’è stato un incidente con il camion e una donna è andata a finire in ospedale perché si è fatta male, l’altra si era rotta una spalla. Allora, per essere più vicini alla galleria, ci avevano messo dove mettono i soldati, in una caserma, e in campo non ci andavamo più, soltanto noi che lavoravamo. No, non eravamo stretti. E lì avevamo anche contatto con gli uomini.

D: Era vicina la galleria?

R: Era vicina sì.

D: Andavate a piedi?

R: Andavamo a piedi.

D: Non ti ricordi se era una caserma ancora attiva?

R: No, c’eravamo noi, era una caserma, ma c’eravamo solo noi.

Eravamo divisi però alla sera, io ricordo che si andava fuori, si andava a vedere il cielo, non era più il campo. Era leggermente più aperta la cosa.

Era più umano, direi.

Poi, alla mattina, ciascuno andava dove aveva il suo banco, faceva la sua roba, poi a mangiare a mezzogiorno e alla sera si mangiava dentro alla caserma…

D: Volevo chiedere questo: era una caserma dove c’erano ancora dentro dei militari?

Era abbandonata la caserma?

R: No, c’eravamo solo noi.

Almeno che io mi rammenti, c’eravamo solo noi. Non c’erano civili.

D: E chi faceva la guardia?

R: Sempre la SS, ma non solo la SS, la facevano i militari.

Poi, una volta, visto che erano dei russi che probabilmente, poverini, erano giovani giovani, saranno stati arrestati, che poi loro avranno detto: “Va bene…”, per salvare la pelle si fa di tutto, e noi lo prendevamo in giro, noi bolognesi, lo chiamavamo “cipolla”, e lui ci guardava sorridendo, e noi tutte le volte lo chiamavamo “cipolla”… Ma avevamo diciotto, diciannove anni!

D: In questa caserma qui, quanti eravate fra uomini e donne deportati?

R: Non te lo so dire, ma non moltissimi.

D: Non tutti quelli che lavoravano?

R: No, perché poi c’erano quelli che erano andati da un’altra parte.

Noi siamo andati…, poi c’erano delle persone che erano andati anche in case private a fare i servizi.

Sai, non si sapevano le cose…

D: Nel periodo che tu sei rimasta a Bolzano, tu hai ricevuto da casa tua, da mamma qualche pacco, una lettera?

R: Qualche lettera sì, ma il mangiare no.

D: E tu hai potuto scrivere?

R: Io sì, non so poi se lei le ha ricevute, io credo di sì.

Ma come ti ho detto, la mia mamma non era quella che conservava le cose, la mia mamma era una donna che aveva quaranta anni, è nata nel 1903, è diversa una donna di quel periodo.

Lei teneva le fotografie quelle sì, ma gli scritti non credo, però io scrivevo.

Io ho un episodio da raccontare: io non ho mai pianto, io sono una persona che non piange mai, posso avere il terrore ma non piango mai.

Non è una bella cosa, perché se uno non piange, dopo sta male.

Per Pasqua, io ho pensato a mio fratello, non a quello grande, che quello era già andato, a mio fratellino piccolo che mi chiamava Dada, e come mi è venuto in mente mio fratello, lì ho mollato, ho cominciato a piangere come una pazza.

Allora è passato un ragazzo che era in borghese, che faceva la manutenzione degli utensili e mi ha chiesto: “Perché piangi?”

E io gli ho risposto: “Perché mi sono ricordata di mio fratello…”, perché era mio il bambino, non era di mia madre. Mia madre aveva quaranta anni, lei si credeva una donna vecchia a quaranta anni e praticamente me lo tiravo dietro sempre io se andavo io, poi in quel periodo non si andava…, e lui attaccato alla gamba… “Dada, Dada”, insomma pensare a mio fratello…, mi è sembrato che dietro alle mie spalle qualcuno mi abbia chiamato e mi abbia detto: “Dada, vieni a casa.” Mi sembrava di sentirlo.

Da quel giorno lì, quel ragazzo, sopra alla mensolina dove tenevo gli attrezzi, con un gesso “Buon giorno Dada. Stai bene Dada?” fintanto che non siamo venuti a casa.

Siamo stati liberati il 1 maggio, e non ha mancato una giornata senza mai scrivere una cosa del genere.

D: Come ti ricordi la Liberazione?

R: In un modo molto confuso perché siamo tornati nel campo di concentramento, e le due capo blocco, perché la Cicci era rimasta al campo grande e il capo blocco era un’altra ragazza e quelle del campo con quelle di fuori si erano rivoltate contro la Cicci in un modo confuso, in un modo strano.

Comunque ci hanno chiamato uno per uno e ci hanno dato una dichiarazione dove si diceva che ero entrata nel campo di concentramento il giorno tale ed ero uscita il giorno tal altro.

E poi, quando tu avevi in mano questa cosa, ti hanno messo fuori, ci siamo arrangiati noi…

Il primo tratto è stato in treno.

Poi siamo arrivati in un posto, queste sono cose molto confuse perché io mi ricordo così, un tipo aveva una macchina e ci ha detto: “Perché non ci fai venire in macchina?” Però eravamo in tanti.

E io sono andata a finire dove c’è la ruota che se si rompeva…, e siamo arrivati a Verona.

Da Verona, gli americani ci hanno portato con gli americani a Bologna.

C’era un’infinità di prigionieri che venivano dalla Germania.

Era una cosa non più come prima, c’era tutta questa gente che tornava dalla Germania, ci si incontrava per la strada e i camion erano tanti, il posto di smistamento era a Bologna, poi li mandavano…

Allora, arrivare a Verona , io sono stata sopra quell’affare che non so come si chiama, e ci hanno caricato da Verona e io ero in cabina con l’americano.

Io ho provato a chiacchierare perché sono una bella chiacchierona, ma non ha aperto bocca. Un viaggio lunghissimo Verona – Bologna, perché il camion non è che vada molto forte, e poi siamo andati a Bologna io e la Maria.

La Maria abitava a Bologna, ma ci dovevano portare in ospedale per la verifica di come eravamo, come non eravamo. Però noi abbiamo sgattaiolato via, e abbiamo detto con Maria: “Andiamo a casa tua?”

Intanto che andavamo a casa, non ci imbattiamo in una pattuglia?

Così ci hanno detto: adesso vi portiamo in prigione.

“In prigione?” abbiamo risposto. “Ma se siamo appena venute fuori dalla prigione, ci volete portare ancora in prigione?”

Ci hanno detto: “C’è il coprifuoco”.

E io ho replicato: “Ma scusate, veniamo dal campo di concentramento da Bolzano, stiamo andando a casa, e voi ci volete portare in prigione perché c’è il coprifuoco. E’ lì a due passi. Siete tutti matti?”

Quelli lì si sono guadati e hanno detto: “Siete venute dal campo di concentramento?”

E noi abbiamo detto: “Non vedete come siamo messe?”

“Però fate presto…”, hanno ancora detto, “non state sulla strada, noi vi lasciamo andare ma davvero vi tirano addosso le schioppettate”.

Così siamo andate lì, abbiamo dormito lì, ed io, il giorno dopo sono andata a casa in treno, e poi quando sono stata a San Giovanni ho trovato uno che mi aveva filato dietro, allora gli ho detto di portarmi a casa.

In bicicletta, sul cannone…., ho detto: “Poche storie perché io vengo dal campo di concentramento”.

Quello, quando mi ha sentito se l’è fatta addosso e poi mi ha portato a casa in bicicletta e mi lì mi sono vendicata tutta…

D: E la mamma?

R: La mia mamma ha perso tutto, ha perso il marito, il figlio e sei mesi di campo di concentramento della figlia. Non era molto…

D: E tuo fratello?

R: La mia Dada…

D: L’hai trovato?

R: Sì che l’ho trovato. Infatti ancora adesso mi chiama “Dada”.

D: E il babbo?

R: Il babbo l’hanno ucciso ai Colli di Paderno e anche i miei fratelli.

D: Assieme?

R: Assieme. Solo che mio fratello è stato riconosciuto da un pezzo di stoffa, mio padre no.

Siccome c’erano delle salme nude, mio padre è risultato disperso, ma l’hanno ammazzato là.

D: E quando questo?

R: E’ avvenuto il 14 dicembre circa, prima che ci portassero via. Ne hanno ammazzati tanti…

Io sono arrivata a casa a maggio e l’abbiamo scoperto ad agosto perché chi aveva visto uccidere questa gente l’avevano portato in campo di concentramento e quando è venuta a casa ha detto: “Lì ci sono dei morti”.

Li avevano uccisi e buttati giù dai calanchi. Infatti io ho visto mio fratello, c’era solo lo scheletro.

Infatti, da dicembre ad agosto…, non era la sepoltura normale…

D: E’ vicino…

R: Sì. Lì c’è nome, cognome di tutti e due. Anche poi di mio cugino.

D: Anche lui è stato fucilato?

R: Sì.

D: E si è saputo perché il babbo e tuo fratello sono stati arrestati?

R: Perché li hanno accusati di essere dei partigiani.

Io, di mio fratello sono quasi sicura che lui faceva parte…, ma io credo che si stessero organizzando delle gran cose… Non è che voglio denigrare mio fratello, ma non mi sembra che loro si stavano organizzando…, e c’erano fra loro due tedeschi e tutta la storia viene da questi due tedeschi, perché i due tedeschi hanno disertato, poi sono stati presi e loro hanno fatto la spia.

Io non ho niente altro da dire.

D: Ascolta, ti ricordi…, quando eri a San Giovanni in Monte, oltre a quella suora che ti ha detto: “Stai composta”, se c’era anche un sacerdote che parlava con voi?

R: No, io non mi ricordo di sacerdoti.

Ricordo solo che eravamo in mezzo alle prostitute. Però le suore facevano portare via dalle prostitute il buiolo, ma soltanto quella suora lì mi fece quell’osservazione.

D: Un’altra cosa: quando sei partita in camion con gli altri novantotto, da San Giovanni per andare a Bolzano, dicevi che sei partita di pomeriggio, avete fatto un viaggio unico o avete fatto delle soste?

R: Io non lo so, so soltanto che c’è un ponte sul Po che lì bombardarono, che poi non presero…, sarà stato Pippo…, quello me lo ricordo.

Ma non credo che abbiamo fatto delle soste, non lo so, non lo ricordo proprio, mi dispiace. Io credo che sia stato un viaggio unico.

D: Cioè delle soste, e magari durante le soste sono state caricate della altre persone?

R: No, questo no. Non credo.

Non ricordo neanche più se abbiamo mangiato, come abbiamo fatto per andare…, magari se scappava la pipì. Io ricordo che mi scappava la pipì e ho detto: “Mi scappa la pipì”. Allora i ragazzi hanno fatto un bel cerchio e l’ho fatta lì. Si impara ad essere maleducati, senza vergogna, tu pensi solo a te stessa, finita lì.

D: Quando eri in quella caserma, vicino a quella galleria, che andavate lì a dormire e a mangiare, ti ricordi se qualcuno raccontava che in quella caserma avevano fatto violenza, avevano picchiato?

R: E’ una cosa che io sinceramente non ho mai sentito, a parte quella ragazza…, mi sono dimenticata un’altra cosa che mi è venuta in mente.

Una notte, perché c’erano anche i turni di notte nella galleria…, una notte arrivarono i partigiani, hanno legato le due guardie che poverette…, e poi sono entrati nella galleria e hanno chiesto se c’era qualcuno che voleva andare via.

Io facevo il turno di giorno, e so che lì una ragazza aveva tanto di quel coraggio, doveva essere di Imola, non ricordo più neanche come si chiamava, e andò via, andò con i partigiani.

Se ero io non so se avrei avuto il coraggio, perché bisognava avere un grandissimo coraggio.

Dove vai? Con chi vai? Ci hai cercato? Non lo so… Lei andò via.

Anche lì ci chiamarono, ci radunarono non in campo di concentramento, poi dissero: “Stanotte è scappata una persona. Noi non facciamo niente, però ricordatevi una cosa: chi scappa ancora, uno su dieci li ammazziamo”.

Non è mai più scappato nessuno.

D: Dina, quando dicevi che siete stati portati alla Chiesa di Amola, e poi vi hanno portato a Sant’Agata, è un paese Sant’Agata?

R: Amola è una frazione di San Giovanni in Persiceto, è una frazione, invece Sant’Agata è un paese.

D: Perché vi avevano radunato in questa chiesa di Amola?

R: Pure questo non l’ho mai capito. Tant’è che poi, finita la guerra, io non so se è stata una cosa ben fatta, hanno ammazzato il prete, l’hanno fatto fuori.

D: E anche il motivo per cui vi hanno portato a Sant’Agata non è chiaro?

R: Io non lo so. So soltanto che eravamo tutti…, credevo sul serio che ci facessero fuori e basta. Invece no. Non davano spiegazioni.

D: Ascolta, anche dopo la guerra, parlando con altri, hai mai capito perché i tedeschi erano interessati all’Ospedale Maggiore? Cosa c’era di così…?

R: Perché all’Ospedale Maggiore c’era stato un tafferuglio con i partigiani, che non so se avevano…, Otello lo deve sapere più di me.

Allora, loro chiedevano se io facevo parte di quel gruppo e io dissi di no.

Perché poi io rispondevo…, ho detto: “Non ho molta paura delle cose, magari una paura feroce e folle, ed ho la faccia tosta e sono timidissima fra le altre cose. Voi non ci credete, ma è vero. Io mi sto facendo la pipì addosso”.

D: Dada, questa tua storia non l’hai mai raccontata a nessuno?

R: L’ho raccontata, ma non molto.

D: A chi l’hai raccontata? In famiglia?

R: Non molto, infatti mio fratello mi dice: “Non mi racconti mai niente”, e non so come mai sono saltate fuori tante di quelle cose. Il mio medico curante ha detto che io sono una di quelle persone che sono capace di cancellare le brutture. Infatti è vero, se sono in campo di concentramento sono in campo di concentramento, sono a casa, il campo di concentramento non c’è più. Sono in ospedale, faccio un intervento, faccio l’intervento sono in ospedale, vengo a casa, l’ospedale non c’è più. Non so spiegarvi com’è la cosa, come scatti, però è così.

D: Però questa esperienza di questi sei mesi di campo ti ha pesato nella tua vita? L’esperienza del babbo?

R: A me sinceramente quello che ha disturbato…, poi è passato tanto di quel tempo che sembra qualcosa che sia successo a qualcun altro, che io l’abbia sentita raccontare e io ve la racconti.

Quello che mi ha ferito moltissimo è la morte di mio padre e mio fratello.

Io ero legatissima a mio padre.

Con questo non voglio dire che non volevo bene a mia mamma, perché non è vero.

Mia madre è stata una donna eccezionale.

Avevo due genitori, ma non so se io sono stata una genitrice come lo era mia madre.

Mia mamma, quando mio padre era via in Africa o da qualche altra parte, non ha mai speso un soldo di quello che lui mandava a casa, lo prendeva, lo metteva via e diceva: “Quando viene a casa compriamo la casa” e ci ha sempre mantenuti lei.

Mia madre era questa donna.

A sessanta anni è morta.

Lei è morta di crepacuore.

D: Quando tu sei tornata ti ha chiesto del campo?

R: Poco e io poco ho detto.

D: E le tue amiche? La Maria?

R: Un’altra cosa che descrive come sono. Maria diceva sempre: “Ti ricordi la tal cosa?” E io dicevo: “No, non me la ricordavo”. Mi faceva venire una rabbia che l’avrei ammazzata.

C’ero io, Maria e in genere c’era anche mia cugina, mia cugina ha otto anni meno di me… e mi diceva: “Non ti ricordi?” Non mi ricordavo più e poi magari mi veniva in mente, ma io l’avevo dimenticato.

Io ho mangiato quello che ha mangiato lei. Lei quando è venuta a casa, non faceva altro che mettere delle grandi…., io no, io ero rimasta quella di sempre, seppure che ho patito la fame come ha patito lei. Non so come sono fatta, sono fatta in un modo molto strano.

D: Dina, qui a Bologna, ai giardini Margherita cosa c’era?

R: C’erano le SS, è stato lì dove mi hanno schiaffeggiato, è stato uno schiaffeggino piccolino….

D: Ascolta, se ricordi, se ti viene in mente la galleria del Virgolo, ti ricordi…, non so se c’era un portone…, in questa galleria dove andavate a lavorare per questi cuscinetti a sfera…, ti ricordi c’era un portone…

R: Prova ad immaginare questa stanza lunga lunga, poi di qua e di là c’erano due portoni che si chiudevano e basta, finita lì.

Si chiamava Virgolo…?

D: Virgolo….

R: Io non lo sapevo. Magari me l’hanno anche detto…

D: Non ricordi neanche il nome della ditta?

R: Non me lo ricordo.

Ma ero diventata brava, sapete.

D: Ascolta, visto che sei tanto brava, ti ricordi il nome di qualche altra tua campagna di deportazione?

R: No.

D: Neanche quelli del Virgolo?

R: No.

D: Ti ricordi se c’erano dei milanesi?

R: Io ricordo che c’era una ragazza di Belluno. Però, non mi ricordo come si chiamava…

D: Teresa forse?

R: Non ricordo niente.

Perché poi, fra le altre cose, come ho detto, non ci si chiamava per nome, ci si chiamava Bologna, Torino, Milano o Genova.

D: Di un milanese non ti ricordi?

R: No, non ricordo niente.

Io ricordo solo questo ragazzo, che non ricordo neanche più come si chiamasse.

D: Ascolta, ma lui era un civile?

R: Sì, era un civile.

D: Se dovessi ripensare alla galleria, all’interno, a tutte le macchine, ai macchinari, più o meno quanti potevate essere dentro a lavorare?

R: In molti. Eravamo in parecchi.

D: Parecchie decine o centinaia?

R: Centinaia forse non arrivavamo.

Però era una bella…

D: E parecchie donne, o metà donne e uomini?

R: No, le donne erano poche, erano più gli uomini.

Però facevamo lo stesso lavoro.

D: Come te la ricordi, ad un piano solo o…?

R: No, era una galleria dove passava il treno. Era una galleria.

Dunque una galleria alta, ma niente, poi era arredata….

D: Era scavata nella montagna?

R: Sì, sotto la montagna. Se queste sono le porte, lì la galleria e c’erano tutti i banchi e le macchine e qui si passava.

D: E non c’erano due piani?

R: No, non c’erano due piani.

D: Una cosa: quando tu facevi i tuoi seicento cuscinetti al giorno, li mettevi in una cassa probabilmente. Poi chi veniva a raccoglierli? Come riusciva a raccoglierli?

R: I tedeschi non c’entravano niente con il lavoro, erano tutti civili. Veniva il ragazzo, l’uomo a prenderli, quando noi andavamo via. Ne dovevamo fare seicento… Un’altra volta fecero sciopero dentro alla galleria i prigionieri, però io avevo paura perché pensavo che le prendessimo…, allora, come al solito, ho rotto la punta, e quando è arrivato il tedesco incagnato perché nessuno lavorava, ho detto: “Si è rotto, si è rotto…”, allora è passato quell’altro…, prendere delle botte non avevo voglia, ero anche una fifona…

Cassani Giorgio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Cassani Giorgio, nato ad Imola il 19 Agosto 1923.

D: Dove eri l’8 Settembre?

R: Dunque, ero con le truppe d’occupazione in Francia. Quindi dopo l’8 settembre io ed un mio amico siamo andati nei partigiani francesi, eravamo nelle formazioni francesi.

Abbiamo fatto le formazioni, eravamo gran parte italiani e francesi. Per noi c’era un comandante, un ex fuoriuscito che aveva fatto la guerra di Spagna, era quello che ci comandava.

Al 6 aprile 1944 fummo attaccati dai tedeschi, in parte morirono, in parte furono feriti e furono uccisi dopo, e parte furono presi e mandati – tra i quali c’ero io – nella caserma di Digne.

D: Scusa Giorgio, quando tu ti sei aggregato a questa formazione di partigiani francesi la vostra zona di operazione qual era?

R: Noi eravamo sopra Tolone, poi ad un certo momento, siccome ci cercavano, eravamo in continuo spostamento, lo spostamento più grosso in attesa dello sbarco fu fatto… venimmo a Nizza. Venimmo a Nizza in treno, a piccoli scaglioni. Venimmo in treno. Da Nizza ci portarono su a Lambrois, e lì siamo stati attaccati, presi dai tedeschi.

D: Solo tedeschi?

R: Tedeschi e francesi. Poi lì, dopo gli interrogatori e vari colpi ecc… ci hanno mandato a Marsiglia nelle prigioni. Prigioni nuove che hanno rinnovato sia i francesi che noi altri.

Dopo ad un certo momento ci hanno portato a Compiègne. Di lì il campo di smistamento per la Germania. Di fatti ogni lunedì c’era un trasporto per la Germania.

A Compiègne ho trovato l’organizzazione del Partito Comunista.

D: Clandestino?

R: Clandestino. Siccome io parlavo bene il francese perché l’avevo studiato a scuola, allora si parlava un po’ con i francesi, anche quando eravamo nei partigiani. C’era un antifascista italiano di Trieste che mi prendeva tutte le mattine, facevamo il giro della piazza del campo e mi dava lezioni di cultura politica.

Solo che ad un certo momento è toccato il trasporto per noi altri. Siamo andati a Dachau.

D: Scusa un attimo, quando sei entrato a Compiègne vi hanno immatricolato?

R: No.

D: Niente?

R: Lì non ci sono, non c’erano immatricolati perché Compiègne era il centro di smistamento per la Germania, venivano da tutte le parti della Francia.

D: Cosa ti ricordi del campo di Compiègne? C’erano dei blocchi? Delle baracche?

R: Sì, c’erano le baracche e poi c’era lo spiazzo, c’erano le cucine, poi c’era lì vicino un altro campo aggiunto che fu occupato da gente che veniva dalle prigioni della Francia del nord, perché si avvicinava lo sbarco, quindi…

D: Lì a Compiègne tutto il giorno… tu quanto tempo sei rimasto a Compiègne?

R: Lì, ricordarsi adesso… Aspetta…

D: Più o meno, un mese, dieci giorni?

R: Sono stati giorni, perché sono arrivato a Dachau in giugno, dove ho fatto la quarantena.

D: Un bel giorno vi chiamano…

R: Avevano già le liste, ci accompagnano alla stazione, ci caricano nei carri bestiame, voi sapete i carri bestiame chiusi ecc… Poi noi si guardava dal finestrino, ci avevano dato un pezzo di pane, uno di quei salamini tedeschi, che non avevamo però la possibilità di bere, quindi…

D: Eravate solo uomini?

R: Eravamo… eravamo uomini che venivano da Compiègne. Però quando siamo arrivati a Monaco, eravamo appena arrivati, è suonato l’allarme, c’erano già gli apparecchi sopra, allora stavano per contarci, ci hanno messo sotto un sottopassaggio vicino alla stazione, e lì c’erano altri. C’era una famiglia di Fiume… C’erano i due figli giovani, giovanissimi. Erano venuti da altre parti.

D: Poi da Monaco vi hanno portato a Dachau.

R: A Dachau.

D: Come ti ricordi il tuo ingresso a Dachau?

R: Ci siamo, eravamo lì davanti al piazzale, nel piazzale ci hanno spogliato tutti, abbiamo depositato la nostra roba e poi ci hanno mandato ai bagni. Ai bagni, che erano praticamente…veniva giù l’acqua dall’alto, nudi, e poi c’era … tutto. L’altro con un bidone ed un pennello da imbianchino che ti disinfettava tutto.

Solo che il Friseur qui ti lasciava la Strasse, che noi chiamavamo Hadolf Strasse.

Poi dopo abbiamo fatto la quarantena nel blocco della quarantena, e ci hanno anche fatto i raggi X. Siamo passati attraverso i raggi X per vedere chi era adatto al lavoro, e chi non era adatto al lavoro veniva…

D: Ti ricordi il numero del tuo blocco di quarantena?

R: Quello lì non me lo ricordo, è un 40 ma… Quello lì l’ho già perso.

D: Lì quanto tempo sei rimasto, in questo blocco in quarantena, a Dachau?

R: Non certo 40 giorni perché dopo lo sbarco la situazione diventava critica perché tutti i prigionieri li raccoglievano nei campi. Sono andato a finire ad Allach che è un sottocampo vicino a Monaco.

D: Scusa, quando ti hanno immatricolato?

R: Subito.

D: Ti ricordi il tuo numero?

R: Non mi ricordo, ce l’ho lì nella cartella.

D: Ascolta, come ti hanno vestito?

R: Avevamo, dopo il bagno, quando ci hanno mandato in baracca, camice, giacca, pantaloni rigati blu, ed un paio di zoccoli.

D: Biancheria intima?

R: Niente.

D: Ti hanno dato anche un cappello?

R: Sì, il famoso Mütz tondo, rigato. Avevamo la targhetta qui con il numero stampato, triangolare.

D: Ed anche un triangolo ti hanno dato?

R: No, il triangolo è quello che aveva la nostra sigla, ed il numero di matricola.

D: Giorgio, ti ricordi se il triangolo era colorato?

R: Era rosso. Rosso.

D: Quindi da Dachau, dopo il periodo di quarantena, ti hanno mandato ad Allach, e ad Allach che cosa hai fatto?

R: Ad Allach ci facevano più che altro fare delle … e delle grandi… Poi è arrivato il momento di mandarci in una fabbrica, stavano costruendo una fabbrica in cemento armato a prova di bombe. Era nei dintorni di Allach, in un bosco. Lì io ho fatto di tutto, manovale, ho fatto…

D: Ecco, ma che fabbrica era questa?

R: Credo, lì c’era… parlavano della Messerschmitt che faceva i cilindri degli apparecchi.

Poi dopo siamo tornati, da lì ci hanno tolto e siamo andati sempre ad Allach. Da Allach siamo andati su per giù nel mese di novembre in un altro comando, anzi prima di novembre, molto prima di novembre, un altro comando, siamo andati nel campo di Natzweiler ai confini con la Francia, c’era un tunnel e lì si lavorava un’altra volta penso per la Messerschmitt, perché si facevano i motori proprio degli apparecchi. Io ho lavorato un po’ alla macchina, poi dopo mi hanno cambiato e mi hanno messo con un vecchio, anziano, a spingere il carrello del ferro grezzo per portarlo alle macchine.

D: Scusa Giorgio, come te lo ricordi il campo di Natzweiler?

R: Natzweiler era tra le montagne, perché il tunnel era proprio dentro la montagna. Lì abbiamo assistito purtroppo alla mattina, alle cinque abbiamo assistito all’impiccagione di un italiano.

D: Ma nel campo o nel tunnel?

R: No, fuori, lì davanti alle baracche.

D: Nel campo?

R: Sì, era un campo per modo… C’erano le baracche, poi c’era lo spazio, perché quello lì non mancava mai. Era buio, noi non abbiamo visto chi era, solo che lui disse il nome e dalla parlata mi sembrava un meridionale.

D: Il nome non te lo ricordi però?

R: No. Disse il nome, si rivolse agli amici.

D: Non sai il motivo, perché?

R: Probabilmente aveva tentato di fuggire.

D: Ritornando ancora lì al campo di Natzweiler, questo campo dicevi che era in montagna?

R: Era in mezzo ai monti perché la galleria, il tunnel era dentro la montagna. Noi non eravamo molto distanti da entrare in galleria. Poi c’era la stazione, perché arrivavano i treni e caricavano il materiale lì.

D: E dal campo alla galleria come vi portavano?

R: Incolonnati cinque per cinque. A piedi, sempre con i cani lungo il tragitto.

D: Giorgio, ti ricordi se il campo aveva delle mura, delle recinzioni, oppure c’era il reticolato?

R: Penso che… Non ho visto perché lì si lavorava dodici ore. Di notte, noi vivevamo di notte perché di notte andavi a lavorare, di notte venivi fuori e già non vedevi un tubo di niente.

D: Non ti ricordi quindi se c’era…

R: Non ho visto proprio la sagoma del campo di Natzweiler.

D: Ti ricordi se c’erano delle garitte, delle torrette di guardia?

R: Quelle c’erano dappertutto, perché l’unica volta che non c’è stato è stato l’ultimo comando, quando siamo ritornati indietro, perché naturalmente il fronte veniva avanti ed allora ci hanno riportati un’altra volta ad Allach, e poi lì ci hanno cambiati, fatto il bagno, disinfettati, e poi ci hanno dato un altro paio di… Avevamo il cappotto, sempre della stessa stoffa, e le stesse righe.

D: Ritornando sempre lì a Natzweiler, ti ricordi se le baracche erano tutte sullo stesso piano, oppure erano…

R: Come ti dico, lì…

D: Non te lo ricordi.

R: Non me lo ricordo.

D: Tu più o meno quanto tempo sei rimasto a Natzweiler?

R: Non molto. Non molto perché in novembre eravamo, siamo partiti e siamo andati a Rosenheim in un altro comando, quindi in ottobre eravamo a Natzweiler, sarà stato un mese e mezzo dopo, al massimo.

D: Il tuo lavoro nelle gallerie, nel tunnel di Natzweiler, in che cosa consisteva?

R: Io facevo all’inizio la parte esterna del cilindro rigato. Poi dopo mi hanno cambiato perché c’era un olandese, che era il capo reparto, che mi dice: “E’ meglio che tu… se no vai nei guai” e mi mise, c’era una persona anziana che spingeva il carretto del… ed allora io andai lì ad aiutarlo.

D: Le gallerie quindi erano già state scavate?

R: Quando siamo arrivati noi c’era già un’officina avanti, avanzata, in quel…

D: Lavoravate sempre di notte voi?

R: Generalmente sì.

D: Dopo un mese che siete a Natzweiler… Scusa, a Natzweiler ti hanno cambiato il numero?

R: Sì, hanno cambiato il numero, perché lì c’è scritto il numero, che non me lo ricordo, era più lungo.

D: Poi da Natzweiler ti hanno portato in un altro comando?

R: No, da Natzweiler mi hanno mandato un’altra volta ad Allach. Ad Allach siamo stati lì discretamente perché c’erano i bombardamenti. C’erano due postazioni di antiaerei attorno al campo…

Poi c’è un fatto, dopo, quando sentivi… Ci hanno mandato in un comando a Rosenheim, lì eravamo un po’ più liberi perché avevamo come guardie i riservisti, quelli a cui avevano messo addosso la divisa delle SS, però i giovani erano andati alla famosa offensiva, lì si respirava un po’ di più perché c’era gente che quando capitava il bombardamento a Rosenheim ci faceva scappare. C’è stata una volta sola che non sono riusciti a farci fuggire, ci hanno mandato nella cantina della mensa civile, dove c’era la mensa di quelli che erano in Germania a lavorare. È l’unica volta che ci hanno mandato in un ricovero.

D: Il campo di Rosenheim?

R: Rosenheim non era un campo proprio, perché eravamo affiancati dalla scuola della contraerea. Allora lì infatti io ebbi un ascesso in bocca e fui curato dal loro dottore, perché non c’era mica altro lì. Era già bancarotta. Per Natale bombardarono l’officina in cui lavoravamo. La disfecero completamente.

Dopo ci mandarono a raccogliere le macerie in città, ed anche delle volte a chiudere le buche dei contadini. Per noi era la manna, perché in città tu arrivavi sempre di nascosto, perché cercavi sempre dove i tedeschi tenevano i vasi dove ci mettevano la carne, ci mettevano la roba, per vedere di mangiare.

Quelli che andavano in campagna, una volta ci sono andato anche io, il contadino ti cucinava un bel paiolo di patate, e ti dava le patate.

Ma lì erano già cambiati i sistemi. Infatti il comandante del campo, ai francesi, ai belgi, agli olandesi arrivavano i pacchi della Croce Rossa, allora lui cosa fece? Un bel giorno si stancò e prese tutti i pacchi, fece fare da mangiare, lo diede a tutti.

D: Lì a Rosenheim …

R: A Rosenheim abbiamo praticamente avuto la Liberazione. Ma non lì, perché prima di farci liberare ci hanno fatto fare una marcia non indifferente lontano dalla città. Di fatti noi incontravamo le truppe tedesche che si ritiravano.

D: Marcia in direzione di cosa?

R: In direzione dei confini dell’Austria. Perché dopo, finito il baccano, quando sono spariti i tedeschi e poi l’8 maggio è finito… Praticamente noi siamo stati senza sentinelle, siamo stati dai primi di maggio fino all’8 maggio. Ci siamo arrangiati un po’ per mangiare, perché lì vicino c’erano anche degli italiani vestiti da tedeschi che erano a scuola.

Poi dopo sono arrivati gli americani.

D: Quando tu ti sei accorto di essere stato liberato?

R: Quando sono sparite le guardie. Sono sparite le guardie.

D: Voi avete cercato la fuga?

R: Sì. Perché dopo l’abbiamo cercata, eravamo in quattro o cinque, abbiamo cercato ed abbiamo trovato un camion che era un’autobotte, con della benzina dentro. Con quello lì siamo arrivati, siamo partiti e siamo andati a finire in Austria. Siamo arrivati ad Innsbruck il giorno in cui gli americani non facevano più le tradotte per il momento, perché chi arrivava prima poteva entrare direttamente dal Brennero in Italia, perché poi c’erano – dicevano – che c’erano ancora … dispersi che potevano anche fare dei gesti… Allora ci hanno fermato ad Innsbruck in attesa di fare le tradotte da portare in Italia.

Il 25 giugno io sono arrivato a casa.

D: Quindi sei rimasto lì da maggio fino a giugno ad Innsbruck?

R: Sì.

D: Dove eravate? In giro liberi?

R: Io sono stato anche ricoverato in ospedale ad Innsbruck perché lì si mangiava di più, e poi non è che ti curassero, perché non avevano praticamente niente, ti facevano degli esami. Sono stato un dieci, dodici giorni lì, poi quando mi hanno avvisato che stavano facendo le tradotte… e via.

D: Dopo Innsbruck quando sei arrivato in Italia dove ti sei fermato?

R: Ho fatto Bolzano, fermo. Poi dopo a Verona, fermo. A Verona ci hanno caricato sui camion, c’erano i tedeschi prigionieri che guidavano i camion. Però c’erano le camionette americane che venivano, e siamo arrivati a Modena.

D: Ascolta Giorgio, a Bolzano sei rimasto fermo quanto?

R: Poco tempo, poco, perché dopo ci hanno fatto partire. Non so, neanche un giorno. Ci hanno fatto partire per Verona.

D: Sei rimasto a Bolzano alla stazione o…?

R: Sì, eravamo fermi.

D: Perché invece a Verona dove sei rimasto fermo?

R: A Verona sempre in stazione. Poi dopo, quando ci hanno portato fuori c’erano già, arrivavano i camion e ci caricavano sui camion per portarci a Modena.

D: I camion che erano degli alleati?

R: Sì, erano degli alleati.

Poi quando sono stato a Modena, a Modena ci hanno scaricato e ci hanno messo nella piazza, allora cercavamo un mezzo per venire a Bologna. Passa un camion alleato con un negro, eravamo in cinque o sei, io avevo addosso il vestito civile preso da dove ci avevano liberati, mi avevano dato un vestito civile. Poi avevo fatto un sacco con tutta la roba, quella roba lì. Fortuna che avevo la giacca ed il berretto che dopo si è perduto, avevo la giacca, il pastrano ed i pantaloni.

Nel camion quando abbiamo caricato la nostra roba avevo ancora un piccolo fagotto, avevo poi la giacca ed anche della roba da mangiare, la tenevo sempre. Il negro ha messo la marcia nel camion e poi è partito, ci ha portato via tutto.

D: Quindi tu hai lasciato su il tuo zaino?

R: Ho portato a casa solo la giacca ed il berretto.

D: Ascolta Giorgio, ma quando sei arrivato a Bolzano ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente, lì non c’era niente, ancora, perché era ancora da organizzare.

D: Neanche ad Innsbruck ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente.

D: Quindi tu della tua deportazione…

R: Io ho il foglio di Rosenheim, che è lì. Ci mancano alcune date di Natzweiler.

D: E poi hai la giacca…

R: La giacca con la targhetta. È qui nel museo. Il berretto nel fare san martino due o tre volte il berretto è smarrito.

D: Ascolta Giorgio, tu non sei più ritornato a Compiègne per esempio?

R: Mai.

D: A Natzweiler?

R: Neanche.

D: A Dachau?

R: In Francia ci è andato invece quello con cui ero insieme, in Francia, il partigiano, quando ci attaccarono lui morì. Lui morì ed allora c’è stato un altro, un toscano, amico, quando siamo stati liberati lui era in un altro campo, era andato a finire non ad Allach ma era andato a finire a Kempten, perché lui veniva su con i partigiani da Marsiglia, ed a Marsiglia aveva una zia, è venuto su lui ed un suo amico perché si erano rifugiati da sua zia. Sua zia ad un certo momento poiché diventava pericoloso, gli ha indirizzato la strada dei partigiani, è venuto da noi.

Così quando è rientrato non è rientrato in Italia, è rientrato in Francia, allora mi hanno mandato la documentazione per me e per il mio amico. Tutta la documentazione del partigianato.

D: Tu eri nell’organizzazione del partigianato francese? 

R: Sì.

D: Facevi parte, eri assieme…

R: Sì, noi facevamo parte della formazione organizzate dal Partito Comunista Francese. Erano… Force Francaise Interrier, FFI.

D: Quindi neanche a Dachau tu sei più ritornato?

R: No, fortuna. Per fortuna.

D: No, dico dopo da libero, in questi anni.

R: No. I ricordi non… Anche perché a raccontare tutto quello che si è passato, perché io ho fatto il racconto dove sono stato, ma la vita interna era un inferno. Quindi tra gli appelli, il conteggio, tutto quello che veniva fatto appositamente per farti perdere completamente il senso del…

Cressina Letizia

Nota sulla trascrizione della testimonianza: L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Letizia Cressina, sono nata a Parenzo, il paese è Radmami dove sono nata io. Hanno arrestato me e mio papà…

D: Scusa, Letizia, quando sei nata?

R: Io sono nata il 16 giugno 1924.

D: Dicevi, ti hanno arrestata a te e al tuo babbo.

R: A me e al mio babbo, alle 3.304.00 di mattina sono venuti col rastrellamento e ci hanno portati via dal letto.

D: Chi ti ha portato via?

R: I tedeschi.

D: Perché?

R: Non lo so.

D: Dove ti hanno portato?

R: Ci hanno portato in un paesino che era la caserma dei carabinieri una volta, si chiama Sbandati. Siamo rimasti là tre giorni, poi ci hanno portato a Paenze in caserma, poi siamo andati in un albergo che era il comando delle SS. Poi da là sia io sia mio papà siamo andati in carcere e il mio ragazzo dentro in questo albergo. Poi di nuovo in caserma, siamo andati a Pola in carcere e ci siamo stati due mesi in carcere a Pola.

Ero con una suora là che mi voleva un bene di vita, la aiutavo a nettare le carote così almeno mi dava un po’ di mangiare, le carote. L’amico di mio papà era cuoco dentro dei tedeschi e ci portava. Però io pregavo la suora che mandi a mio papà e a questo ragazzo questo mangiare su in caserma, perché loro non potevano arrangiarsi come mi arrangiavo io.

Siamo rimasti là non mi ricordo quanti giorni per dire la verità. Siamo andati con la nave da Pola a Trieste sempre durante la notte. Siamo venuti a Trieste nel Coroneo e là volevo a tutti costi domandare per quale motivo mi hanno arrestato. Perché poi io avevo tre fratellini piccoli a casa, mio nonno cieco di novantaquattro anni e papà invalido della prima guerra mondiale, quindi non potevo far niente di male a nessuno.

Quando siamo venuti a Udine dal Coroneo siamo partiti per la Germania. A Udine di nuovo sono andata, là c’erano i fascisti e anche i tedeschi. Volevo parlare con mio papà, prima con questo SS, questo capitano che mandi a casa mio papà, perché gli ho detto: “A casa io ho tre bambini piccoli. Chi li guarda a casa? Lui è invalido”. L’hanno preso per detto e l’hanno portato in corriera un’altra volta. Ho detto: “Fate quello che volete di me”. Poi noi siamo stati imbarcati su questo treno merci e ci hanno portato via da Udine. Siamo partiti, per dove non sapevamo. Siamo venuti a Salisburgo mi pare, sì.

Là mi hanno fatto scendere, solo noi donne. Siccome io avevo cinque lire, quella volta cinque lire valevano soldi, che mio papà mi aveva dato, ho preso questi pomi, ho alzato su la gonna così perché non avevo dove metterli e ho portato questo ragazzo in vagone, che era quell’altro.

Quella volta noi siamo partiti per Auschwitz e loro non so per dove, non l’ho mai più visto. Non ho saputo più niente di lui, neanche del suo babbo.

D: Ascolta, Letizia, quindi ti hanno portato a Trieste al Coroneo?

R: Al Coroneo, dal Coroneo siamo partiti per Udine e da Udine siamo andati col carro merci, siamo partiti per la Germania, ma non sapevamo dove andavamo. A Salisburgo c’era un croato, c’era una mia compagna che sapeva parlare in croato, ha detto: “Se avete i soldi, guardate, io vi do la cartolina, scrivete a casa dove siete, una roba e l’altra”.

Io non potevo scrivere, mi tremavano le mani, allora ha scritto questa mia amica che adesso penso che si trovi a Sidney, se è viva ancora. In questa cartolina ho scritto solo: “Saluti, siamo fermi, così e così, non sappiamo dove andiamo e saluti cari, bacioni. Vostra Letizia”. Dopo per un anno non ho sentito né visto nessuno.

D: Eravate in tante sul tuo vagone?

R: Come le sardine eravamo. C’era un buco dove dovevi fare pipì e tutto quello che c’era giù e andava per la strada. Non dovevi neanche pensare a questa roba, di mangiare. Quando siamo venuti ad Auschwitz dopo tanti giorni mi hanno portato in una stanza grande, mi hanno portato via tutto l’oro quei mascalzoni assassini, scusatemi se dico queste parole, hanno portato via tutto l’oro alle ragazze, tutti i soldi che si avevano.

Per questo oggi sono ricchi, si sono rifatti, ma non con il loro lavoro, il loro oro, ma con i nostri sacrifici, col nostro oro. Ce l’hanno portato via. Noi pensavamo di andare a lavorare là e basta, invece non era vero. Io avevo ottantasei chili quando sono andata in Germania, ero un tocco di ragazza.

Poi siamo andati in questa stanza, ci hanno denudati tutti completamente, ci hanno sbarbati tutti. A me i capelli no, solo un poco, ma non tutti i capelli, perché hanno visto che ero pulita. Dopo ci hanno messo sotto la doccia fredda che veniva sopra di noi e ci hanno dato questo unico, senza avere mutandine, senza niente, zoccoli e questo vestito con questa giacca, l’unica roba che c’era. Praticamente quando c’era freddo e neve andavamo in giro così, fino alla pancia, tutti dentro nella neve con gli zoccoli, senza calze, senza niente.

Lavoravamo, io lavoravo proprio vicino alla mia baracca. C’era un canale grande, dovevo, scusatemi, slargare le gambe abbastanza bene e tirare fuori il fango di questo canale, con questa palla pesante. C’era tipo graia, ma era fatto tutto di frasche, capisce cosa sto dicendo? Come un muro, dentro c’era cric, cric, cric facevano le ossa della gente che bruciavano.

Bruciavano la gente, perché vedendo che c’erano due carneri, quando venivano specialmente questi ebrei dentro, due carneri che parte per parte li prendevano per le spalle e per le gambe, giù dal camion e li portavano dentro.

D: Scusi un attimo, Letizia. Quando tu sei arrivata ad Auschwitz con il treno, con il Transport, il treno dove vi ha lasciati?

R: Dritto dentro in Auschwitz, dritto dentro nel campo è andato.

D: Dopo la spogliazione?

R: Siamo andati in baracca.

D: Ti hanno immatricolata?

R: Sì, prima di tutto mi hanno messo subito il numero sul braccio, poi mi hanno messo qua un numero, 120, e anche qua sul braccio. Sì, sì, me l’hanno messo.

D: Qual è il tuo numero?

R: Questo, 87062.

D: Quando ti chiamavano, come ti chiamavano?

R: Zweite Reihe italienish.

D: Poi ti hanno mandato in baracca?

R: Poi ci hanno portato in baracca. Dormivamo sulla paglia per terra, le russe avevano la loro baracca a piani, noi dormivamo per terra sulla paglia che si bagnava due o tre volte al giorno questa paglia. Quindi dormivamo in acqua. Capisce? Iole e Emma, ci credo, loro avevano lavorato nei campi però, quella che ha parlato ieri con loro.

D: Tu invece dove hai lavorato, oltre a quel fosso?

R: Vicino alla baracca, in questo canale lavoravo. Io non sono andata in campo.

D: Sei sempre stata lì a lavorare?

R: Fino a che è venuto un signore di Kirchenberg, è venuto e mi ha guardato le mani bene, così, avevo le mani forti. Poi mi ha portato lì per andare a lavorare in fabbrica di munizioni.

D: Quanto tempo sei rimasta ad Auschwitz Birkenau?

R: Penso un due mesi e qualcosa. Guarda, questa è una domanda che non mi ricordo più niente. Perdo i colpi adesso. Sul serio, sa? Perdo colpi. A Kirchenberg siamo rimasti abbastanza, camminavamo per andare dove lavoravamo dodici ore, sia di notte sia di giorno.

Cosa che non dava quel pochettino di patate marce che bollivano in acqua. Io aspettavo quando vedevo un tedesco che spellava le patate, speravo che andava via presto che le andavo a ingrumare, le mettevo in vaso tipo di conserva in cui si tiene la salsa, questa roba qua, per poterle lavare e cucinarle, mettere un goccio di sale e mangiarmele.

D: Le bucce delle patate?

R: Le bucce delle patate, sì. Quando andavamo anche a tirare fuori, perché loro facevano un fossato e dentro mettevano un tubo per dare aria alla patate dentro, un fossato grande e le patate erano marce. Però erano come impuzzate dentro queste patate, però noi facevamo così e le mangiavamo. Per non morire.

D: Ascolta, a Birkenau…

R: Non so cos’è Birkenau.

D: Auschwitz.

R: Allora parlami di Auschwitz, non di Birkenau.

D: Quando tu sei rimasta lì a Auschwitz…

R: Sono stata poco là. Siamo restati poco perché poi è venuto quel signore che mi aveva scelto e siamo andati subito là a Wittenberg.

D: In questa fabbrica di munizioni.

R: Fabbrica di munizioni.

D: Il Lager dov’era rispetto alla fabbrica? Era vicino?

R: No, la fabbrica era sul monte e giù in pianura c’era il Lager. Quando c’era il coprifuoco e quando volevano bombardare, noi eravamo in un bunker che era tutto munizioni sotto. Noi pregavamo Dio e la Madonna che mi ha salvato la vita, perché tutto in giro avevamo le munizioni e se scoppiava la bomba scoppiavamo anche noi tutti per aria.

D: Quindi voi ogni giorno lasciavate il Lager per andare in fabbrica?

R: Sì, ogni giorno. Durante il giorno dovevamo pulire intorno quando c’eravamo, dopo andare a lavorare. A me m’avevano fatto questa bua, allora le russe maledette, cattive come il diavolo, loro non volevano fare, le capisco, e quando veniva il controllo dentro e non era fatto, davano addosso a me. Ero ventiquattro ore coi miei ginocchi, che oggi non posso camminare, sulla giarina, inginocchiata finché veniva fuori il sangue con un tedesco collo schioppo davanti.

D: Questo per punizione?

R: Per la punizione. Prima le ho prese col manganello, dopo mi hanno messo a fare per punizione quella roba là, inginocchiata ventiquattro ore.

D: Ma tu cos’avevi fatto, Letizia?

R: Io ho nettato tutto sotto i nostri Lager, di Emma, di Iole, perché eravamo insieme e questa signora Anna che prima ti dicevo che è in Australia, eravamo insieme. Io e Emma eravamo sempre state insieme nella stanza. Però queste disgraziate non volevano pulire niente, allora noi le prendevamo per loro. Dopo è venuto questo signore, che siamo andate a Kirchenberg. Là avevo trovato un vecchio, povero, che faceva la guardia in fabbrica. Noi per settimana prendevamo sette sigarette per paga, allora questo tedesco vecchio mi diceva che se io gli davo le sigarette, lui mi lasciava tutto il suo mangiare. Beato Dio, che almeno ho portato trentacinque chili a casa, trentacinque chili. Come ti chiami di nome?

Così io gli dicevo di sì, perché o mi dava la polenta o le patate o qualunque cosa sia avevo qualcosa in stomaco. Poi avevamo anche le cape dentro che stavano vicino a noi, poi avevamo dei piatti così capovolti, lisci e questo era per le capsule che si mettono sulle munizioni per tirare. Guai se c’era una striscia.

Noi avevamo cinquecento lampadine sopra di noi, noi avevamo perso la vista del tutto, ma là non perderemo mai. Anche questa capa nostra a me lasciava un piccolo pomo o un goccetto di pane, mi mostrava con la mano, non poteva venire vicino a noi. Intanto non avevamo proprio lo stomaco vuoto, allora quell’altra che fumava ne diceva di tutte brutte parole, diceva: “Anche noi ti lasciamo mezzo nostro pane”.

“Ma tu mi davi mezzo così del tuo pane, mentre io avevo un bel piattino di patate. E’ facile per te stare senza fumare, ma io senza mangiare no”.

Così si è andato avanti parecchio tempo. Venivamo a casa, buttavano scorze di patate, patate neanche lavate, marce, come c’erano, e buttavano un poco di grish e questo lo mettevano in questo coso che avevamo, tipo militare, dentro e mangiavamo sempre con questa roba. Noi la chiamavamo Miska.

Ce la portavamo sempre con noi. Sul petto, per non farcela portare via. Il cucchiaio e questa roba qua. Questo lo davano alla mattina, finché non venivi a casa non ti davano più da mangiare. Venivi a casa e ti davano la stessa roba. O ti davano il tè alla mattina, acqua e basta che ti slavazzava lo stomaco e nient’altro. Là dovevi stare tante ore con quella roba.

D: Prego, Letizia.

R: Dove eravamo?

D: Lì in fabbrica di munizioni…

R: Eravamo in fabbrica dove lavoravamo. Facevamo tanto che avevamo una cara amica di passato il fiume, verso il Bona, non so poi se è viva o se è morta. Perché poi via dalla Germania, io sono andata una delle prime via, sono andata per la Jugoslavia, siamo venuti a casa.

Quando siamo venuti a Trieste col treno del bestiame naturalmente siamo scappate fuori di modo da non metterci in quarantena. Ma questo è tutto dopo. Là lavoravamo le ore che dovevamo lavorare ed eravamo per diverso tempo. Questo vecchietto che mi dava da mangiare mi diceva: “Non preoccupatevi che si avvicina il fronte russo”. Se non che dopo siamo andati a Mauthausen da là.

D: In questa fabbrica che facevate le munizioni quanto tempo sei rimasta?

R: Non lo so, so abbastanza, la maggior parte del tempo eravamo in questo Lager dove facevamo le munizioni. Assai tempo eravamo là, vedevi che morivano. Non occorre neanche pensare, poi ti racconto cosa mi è successo a me.

Là lavoravamo, venivamo a casa e facevamo lo stesso lavoro, sempre con le gambe nude, senza calze, senza niente. Poi un giorno cominciano a bombardare e questo signore mi ha detto: “Guarda che presto si avvicinano i russi verso di voi”.

Allora a noi ci hanno fatto rendere con tanti di quei carri di quattro cavalli, ne toccava menasse la poletta con le gambe, con le mani, avanti, tutto con le mani. ….Carichi questi carri, dormivamo per i fienili alla notte che ci fermavamo, finché siamo arrivati a Mauthausen.

Là ci hanno portato in un bunker giù, non su in alto, in alto c’erano gli uomini, di sotto eravamo solo donne. Io sempre con questa lattina che aspettavo per ingrumare queste scorze di patate. Le mie amiche erano dentro che dicevano: “Noi ci buttiamo un poco”. Dicevo: “Buttatevi, io vado fuori se posso prendere qualche cosetta”. Tanto che mettevo ho detto: “Madonna mia, ma qua cos’è successo?”. Guardo dappertutto, non ci sono tedeschi, non ci sono scorze di patate, non c’è niente.

Chiamo: “Iole, Emma, correte fuori. Antonia, corri fuori”. Che poi i tedeschi hanno ucciso il figlio a quest’Antonia e la nuora bruciata in Risiera. “Cos’è, Letizia?”. “Cosa sono le bandiere?” ho detto, “Cosa sono le bandiere su in alto?”

Tutte bandiere su, di tutti i colori le bandiere, non solo tedesca. Oltre il portone non c’erano tedeschi intorno al Lager, perché poi penso che sotto facevano gli aeroplani dove eravamo noi in questa baracca. Solo che era tutto un …, dormivamo uno sopra l’altro, tutto bagnato, tutto sporco, tutto quello che vuoi, le donne piene di pidocchi, povere.

C’erano tante bestie intorno, era tutta sporcizia da numero uno. Noi andiamo su, quando veniamo su troviamo tutti questi morti uno sopra l’altro. Non si capiva se erano donne o erano uomini, perché la natura dell’uomo non la vedevi, il collo era tutto dentro, ritirati i nervi, solo questa povera testa che non era né dentro, non aveva niente, cadaveri proprio.

Come se li avessi tirati proprio fuori dalla bara, ecco. “Dio, Dio”, ho detto, “quante mamme piangeranno queste creature”. Dopo questi americani ….., erano bloccati in giro, tutto attorno hanno dovuto scavare con la gru, hanno messo solo un coperchio così sopra in modo che solo il viso era coperto, chi era così, chi aveva le gambe così, erano tutti storti, poveri, uno sopra l’altro. Guardiamo come li seppelliscono e tutto.

Queste povere donne, puoi immaginare, mangiare mai né condito né cotto niente neanche, cominciano a dare margarina, tè, questo e quell’altro, una roba e l’altra, hanno preso tutti la diarrea. Io grazie a Dio no. Io e una mia amica, questa è bella, sa? Abbiamo rotto una coperta e abbiamo fatto a mano una borsa a tracolla, siamo andate fuori dal Lager.

Ho detto: “Andiamo, andiamo a domandare di darci un pochettino di cipolla, un po’ di aglio, una roba e l’altra”. Avevamo desiderio di mangiare quella roba là. “Zweite Reihe Italienish, los”, diceva, “geh mal los “. Va bene.

Se non che noi andiamo avanti, c’era un russo che lavorava in una fattoria, si è innamorato della mia amica. Io so abbastanza parole in russo, adesso magari mi sono anche dimenticata abbastanza, ho detto: “Aspetta, aspetta”. Abbiamo preso la falce, addosso a una gallina così e l’abbiamo tagliata, abbiamo messo la testa, il collo sotto l’ala, perciò non veniva fuori sangue. Siamo venute al campo, avevamo abbastanza verdura, abbiamo rotto il gabinetto, avevamo un secchio.

Io ho cucinato il brodo e l’ho portato da mangiare alle ragazze, brodo e questo. Dovresti andare a Pola, ti racconterebbero loro quello che ho fatto io per loro, non per loro, per tutte. Sempre io ho fatto per loro. Di queste ragazze che c’erano, ho detto: “Madonna mia, bisogna dargli da mangiare qualche cosetta, perché non possono stare così”. Sono andata dove c’erano quei bei lenzuoli a quadri, ho detto “Aspetta che li porto nella mia baracca, dopo a me mi portano a casa”.

Allora io ho portato a casa questa roba, signorina. Mi dicono: “Letizia, cosa pensi di fare con questa roba? Lascia stare”. Portavo tutte queste cose e mettevo tutto sopra alla baracca, sopra questo letto. Quando vedevo che questa signora stava male, ho detto: “Cosa ha, signora, che non lascia andare su?”. Corre in gabinetto e aveva tutto questo mangiare sopra la branda, prendo questa roba e tutta via in condotta, in gabinetto.

Quando via di là, mi fa: “Ma chi mi ha portato via tutto il mio mangiare?”. “Io”. “Ma perché mi hai fatto questa roba?” ha detto. “Perché l’ho fatto? Perché ti porti la testa a casa” le ho detto, “Non ti da più figlio, hai una creatura piccola a casa, bisogna che vai a casa per lei”.

Perché aveva lasciato un piccolino a casa e il marito, uno l’avevano ammazzato i tedeschi, impiccato. Ti raccontavo che ieri sera c’era il nome di questa ragazza. Siamo andate a casa per via Lubiana, Maribor, a Trieste, siamo scampate via da là.