Cosmar Franco

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io sono Cosmar Franco nato a Remanzacco in provincia di Udine, il 28.05.1927 e adesso sono residente qui a Bologna da tanti anni, una quarantina di anni.

Io sono stato deportato perché sono stato preso in combattimento.

Ero nella formazione partigiani della divisione Valnatisone, Brigata Piccelli, io sono stato preso in combattimento in Jugoslavia, a Barcis, in Jugoslavia. Dovevamo attraversare il fiume e la vecchia ferrovia.

Sembrava sul momento, come dicevano i nostri ufficiali che erano essi d’accordo con i repubblichini. Poi però cosa successe da noi? Da noi è venuto a mancare un uomo, un uomo che abbiamo cercato tutto il giorno e non l’abbiamo trovato.

Alla notte, quando siamo partiti, sarà stata mezzanotte, abbiamo disceso questo paese, attraversando questa ferrovia. C’era un chiaro di luna e il prato sembrava una tavola da biliardo quanto era bello…

Allora, davanti a noi c’era la pattuglia, le mitragliere e subito dietro a noi la seconda squadra del secondo distaccamento del battaglione…

Arrivati quasi in fondo, si sentì uno sparo o due perché la pattuglia era riuscita a sparare perché era un’imboscata dei tedeschi, tedeschi, repubblichini e anche alpini come loro si sono definiti. Fatto sta, che lì ci hanno fatto prigionieri.

D: Franco, scusa, quando questo è accaduto?

R: Io sono stato preso il 2 gennaio del 1945…, sono stato fatto prigioniero. Abbiamo avuto l’assalto sul campo con trentuno o trentatre morti, tutto il resto, gli altri tre battaglioni si sono ritirati, non hanno accettato il combattimento perché erano tutti allo scoperto. Per noi è stata un’improvvisata questo tradimento e nessuno se lo aspettava.

Ci hanno portato su i tedeschi, prima hanno cominciato a venire con il mitra attorno a noi…, ci volevano ammazzare, poi c’erano anche i repubblichini, i fascisti jugoslavi, i cernisi che sono gente cattiva quelli.

Ci hanno portato giù in una casa, c’erano tre o quattro case, ci hanno messo al muro per fucilarci i tedeschi.

Poi, hanno detto: No, questa è zona nostra, voi non li fucilate, perché abbiamo avuto abbastanza morti, voi non li fucilate”.

Allora mandavano di là la staffetta tedesca, per avere l’ordine dal comando tedesco di sapere cosa dovevano fare di noi. Ci hanno legati dentro, e poi io avevo il vestito di un soldato tedesco, hanno cominciato a dire: “Tu, kaput”.

Poi giù botte, ci hanno legato con le mani di dietro e lì aspetta per delle ore, finché arrivò la staffetta e ci dissero: “Via”, ci hanno fatto camminare fino a Tolmino a piedi, con un buio terribile.

Ci hanno messo dentro le carceri a Tolmino, arrivammo in quindici, c’era un ufficiale con noi, Paride, fatto sta che ci hanno messo a dormire per terra, senza una coperta, senza niente, sul cemento così, un freddo, un freddo, roba da matti. E ogni tanto entravano dei fascisti con la baionetta in canna che ci volevano ammazzare. I tedeschi ci proteggevano. Gli italiani ci volevano uccidere, gli jugoslavi ci volevano uccidere, i fascisti… Siamo stati senza mangiare.

Quando entravano a fare i compiti gli ufficiali, prima entrava la truppa con il mitra spianato e poi piano, piano entrava l’ufficiale, e diceva: “Ragazzi, mi dispiace per voi, però non posso darvi da mangiare”. Senza mangiare, io non so niente. “In ogni caso, stasera”, disse, “quando arriverò, se riuscirò a racimolare qualcosa”.

Questo qui è venuto alla sera, tutti i soldati, ci ha portato una pagnotta, quelle nere che si è diviso in quindici persone. Poi disse: “Ho lasciato ordine a tutti gli alberghi di qua, di Tolmino che le cose che a loro avanzano, di non gettarle via, ma di tenerle a parte per voi altri”.

Siamo stati cinque giorni, tra fame e freddo, non riesco a descriverlo. Una sera è arrivato lì l’ufficiale tedesco, e ci ha detto: “Preparatevi, mettetevi in fila”; ci hanno legato, ci hanno messo in fila, in mezzo alla fila con questa gente che ci voleva ammazzare. E io pensavo: “Ci vogliono ammazzare tutti”. Ci proteggevano però i tedeschi. Fatto sta che ci hanno buttato sul camion allo scoperto e in ogni camion, sopra alla tettoia dell’autista c’era un uomo con il mitragliatore, e di dietro c’era un soldato con il fucile.

Io avevo le mani slegate e giravano su e giù e nel convoglio di prima avevano caricato dei piselli secchi e io volevo prendere dei piselli per mangiare, con la fame che c’era. Non si vedeva l’ora di partire, siamo partiti, altrimenti ci scoppiava il cuore con quella gente che ci voleva massacrare, da un momento all’altro potevano dire: “Salta su”, e ti ammazzavano che per loro era tutto regolare.

Allora partimmo, e loro avevano paura che i partigiani per strada, nella zona partigiana succedesse qualcosa come un’imboscata ecc.

Speravo anch’io, ma niente da fare. Allora dissi a un mio amico: “Ho le mani ghiacciate, ho un freddo da matti. Come facciamo?” “Sei solo te slegato, anzi tu prendi quello di dietro, e quello davanti si gira, ci spara e ci ammazza”.

Fatto sta che arrivammo a Cividale, posto di blocco dei cosacchi, dopo Cividale siamo passati al mio paese di Arnazacco, da Arnazacco fino a Gorizia. A Gorizia ci hanno messo nelle carceri, e nelle carceri era pieno di pidocchi. Tutta la gente che gridava, cantava canzoni slave, patriottiche, tutti i giorni e notte a cantare perché erano i giorni che arrivavano i tedeschi e prendevano a secondo la gente che volevano ammazzare e dicevano: “Tu, tu fuori”. E uno pensava che si andasse a casa, chissà dove, invece li portavano al castello e li fucilavano.

Ogni tedesco che i partigiani uccidevano lì attorno, uccidevano un soldato, dieci partigiani e un ufficiale.

Fatto sta che ci hanno interrogato e come sono entrato io dalla SS, vestito così da soldato tedesco e poi era una divisa estiva, di quelle di tela.

Hanno fatto tante di quelle domande e non ne potevo più.

Allora non mi hanno picchiato.

Hanno provato a mandarmi in carcere, poi in carcere ci davano quella sbrodaglia regolare, tutti i giorni, tutte le mattine arrivavano con quel martello nelle sbarre, finché un giorno si dormiva sul fieno, sulla paglia, il gabinetto era un secchio, finché un giorno mi sono sentito chiamare: “Cosmar, si prepari, deve venire giù con me”. Pensai: “Questi qui mi fanno fuori, mi chiamano per nome”, forse perché ero vestito da tedesco… Invece quando sono arrivato giù, mi dissero: “Guarda che c’è un signore che ti vuole vedere.”

“Come mi vuole vedere?” Non davano loro a un partigiano preso con le armi in mano, la possibilità di avere un colloquio con qualcuno.

Mio padre avevo lavorato sempre in Germania, aveva anche conosciuto mia madre in Germania e sapeva la lingua. Si vede che lui ha incastrato questo tedesco… , e mi ha fatto avere il colloquio con mio padre.

Mio padre mi disse: “Ti ho portato una valigia”, quelle di cartone legate con le corde perché in Germania è freddo. “Da domani partirai per la Germania a lavorare”. Come sapeva mio padre che partivo l’indomani? Perché aveva parlato con l’ufficiale tedesco. Fatto sta che quando sono arrivato dentro alla cella sono rimasti tutti di stucco, e mi hanno detto: “Non ti hanno fatto niente?” “Sono qua…”

L’indomani mattina, tutti fuori dalle celle in fila per quattro, fuori tutti.

E ci hanno portato alla stazione di Gorizia.

Lì in stazione c’erano tutti i vagoni aperti. Lì ci hanno incastrato sopra questi vagoni e poi quando era pieno chiudevano… Allora aspettavamo che partisse il treno, passò un giorno, passò il secondo, passò il terzo… e il treno non partiva. E la gente del paese, ogni tanto, quando un tedesco o un italiano lasciava un po’ passare, buttavano giù qualcosa da mangiare, però lo prendevano sempre quelli che erano davanti, quelli che erano di dietro non prendevano niente. Lì l’egoismo dell’italiano era quello di tenersi tutto per sé.

Io non avevo niente, anche quello di dietro a me non aveva niente.

D: Posso chiederti? Dicevi che avevi addosso una divisa da tedesco…

R: Sì, perché avevano bloccato un convoglio tedesco. I convogli andavano a prendere i generi alimentari, da Gorizia andavano a Tolmino, Caporetto.

Allora, noi facevamo così, quando c’era da prendere qualcosa, perché il mangiare non arrivava …, ho mangiato tante di quelle rape…

D: Non avevate aiuti?

R: Sì, c’erano gli aiuti, ma non lasciavano passare. In Friuli c’erano trentanovemila uomini tra cosacchi, Repubblica di Salò, Jugoslavi. C’erano trentanovemila uomini…, poi qualcosa mi sfugge sempre. Lì non riuscivano a passare. Noi avevamo una zona molto dura lì.

Noi, tutti i giorni, era chiamata anche divisione d’assalto, tutti i giorni noi avevamo un rastrellamento perché noi partigiani, la linea di Tarcento che andava in Austria era l’unica che andava, le altre linee erano saltate tutte. Lì non sono riusciti la linea a farla saltare dietro ai monti perché i tedeschi hanno messo una grande contraerea che li disturbava e quando si alzava su alta quota, buttavano giù le bombe, con il vuoto d’aria le bombe si spostavano, non andavamo mai a colpire il bersaglio.

Allora il Generale Alexander, comandava il generale Alexander, diceva: “Domani passano due divisioni di tedeschi, dovete fare saltare la linea, disturbare, ritardare”.

Questi qua poi che cosa facevano? Si fermavano sì, ma venivano contro di noi a combattere.

E noi avevamo sempre il combattimento…

Ecco perché era chiamata divisione d’assalto.

D: In quanti eravate, più o meno, in questa divisione?

R: Eravamo seimila credo.

D: Quindi si può dire che sei stato preso a Barcis, o vicino a Barcis.

R: Sì, c’è un ponte di legno e mi mandò la fotografia quell’ufficiale che lui ha detto che è un alpino, che è repubblichino, che sparavano contro di me. Due ne ho trovate.

D: Dopo…

R: Sì, su in montagna le ho trovate.

E’ un caso. Io non ho odiato quella gente perché lui cos’ha fatto? Lui ha scelto una via e io ho scelto quell’altra. Se a me andava male, se andava bene a lui, cosa succedeva? La stessa cosa. Non si può odiare per questo, come odiavi sul fronte nemico non si può odiare, dopo la guerra non si può odiare perché ognuno combatte per il suo paese, per il suo ideale e tutto il resto.

Per quello dico che non si può odiare.

Perché loro, spiego questo famoso… repubblichino, lui non vuole essere chiamato Repubblica di Salò, repubblichino, alpino che anche lui, dopo la Liberazione, ha avuto delle cose che non trovava mai lavoro perché era dei repubblichini.

Ha dovuto girare tutta l’Italia per trovare lavoro.

Era come per il Friuli.

Nel Friuli, quando uno era stato partigiano, secondo loro era stato comunista e non trovava lavoro.

Era la stessa cosa.

D: Accennavi prima a Porzius?

R: Sì.

D: Cioè?

R: Io ho conosciuto tutti quelli di Porzius, perché tutti i giorni io passavo di lì per andare a prendere i medicinali o per andare a prendere armi e munizioni. I lanci che facemmo sulla valle di Porzius, gli inglesi di Pippo, di notte,buttavano giù questi qua e buttavano giù anche gli ufficiali, buttavano giù gli inglesi. E io andavo sempre lassù.

Queste donne che loro dicono, l’avevano condannata come spia, le donne che avevano quelle di Porzius e le altre c’erano quando io andavo su, ma io non sapevo che erano ricercate.

D: Siamo rimasti quando eravate alla stazione di Gorizia nei treni.

R: Siamo stati lì tre giorni fermi e per fare i bisogni, ogni tanto aprivano lì fuori ai vagoni, davanti al pubblico che era fuori, poi dentro Roma, lì in piedi senza potersi neanche sedersi, ma neanche voltarsi. Ci avevano talmente incastrati dentro che non passava neanche l’aria.

Finché un pomeriggio, verso sera, il treno andò avanti, andò avanti, ma non molto, si fermò a Pradamano, è un paesino prima di Udine, su un binario morto perché c’erano i bombardieri che andavano su e giù e allora avevano paura dei bombardamenti.

Il giorno dopo, di notte, ci hanno portato alla stazione di Udine e ci hanno collegati insieme a quelli della Risiera di San Sabba, e noi di Udine, di Gorizia e poi quelli di Udine sul treno. Hanno collegato tutti i vagoni, senza mai uscire, e siamo andati via.

Ogni galleria, se c’era un allarme, dovevamo stare dentro alle gallerie con quel fumo, che non si respirava. Anche un giorno si stava là dentro.

Infatti per arrivare a Mauthausen ci abbiamo messo una settimana, sempre chiusi nei vagoni e lì era venti gradi, anche ventidue a Tarvisio.

Quando siamo arrivati a Mauthausen, siamo arrivati a Mauthausen verso sera.

D: Che periodo era più o meno?

Sai il giorno in cui siete arrivati a Mauthausen?

R: Il giorno, con precisione, non lo so.

D: Era sempre gennaio?

R: All’inizio di gennaio.

Fatto sta che di lì ci hanno aperto tutti i vagoni, la prima cosa che ho guardato quando ci hanno fatto scendere, il nome della stazione dove eravamo: Mauthausen e ho detto: “Guarda dove sono arrivato?”

Pensate mio padre che era uno della guerra del 1914 – 1918 è stato prigioniero a Mauthausen e mi raccontava che mangiava le ortiche per sfamarsi e sono arrivato qui anch’io.

Dopo, messi in riga, siamo andati un bel po’ avanti, non abbiamo attraversato il paese di Mauthausen, ci hanno fatto prendere le mulattiere, di notte, al buio e cammina, cammina non si arrivava mai in fondo.

Ad un certo punto si videro delle luci, tutto un chiarore.

Man mano che si andava avanti si vede che si ingrandiva questo colosso di campo.

In una parte Mauthausen è tutta di cemento armato.

Lì si vide questo portone alto, a fianco c’era una piscina… questi riflettori che sparavano addosso. Si è aperto il portone e ci hanno fatto entrare, dentro ci hanno fatto mettere in fila e sulla destra venne fuori un uomo dicendo che era il capo del campo, su un balcone, parlava in tedesco, io il tedesco non lo capivo.

Dopo un po’, quelli del campo, i tedeschi hanno detto: “Via tutte le valigie…”, si è messo via prosciutto, salame, e in tutto il viaggio noi siamo rimasti senza mangiare.

I tedeschi hanno sequestrato via tutto.

Di lì ci hanno fatto andare su a destra, un’altra decina di gradini, poi un gran portone di nuovo qui, si è aperto ancora il portone, e subito dopo il portone a destra, una scalinata dove c’erano i bagni, le docce.

Ci hanno fatto spogliare tutti nudi, un freddo…, fuori c’era il ghiaccio e la neve, tutti nudi, e lì a fare la doccia, calda, fredda, calda, fredda, ghiacciata.

Di lì i tedeschi, la SS ci ha fatto togliere tutto…, chi aveva la fede, chi aveva l’orologio d’oro, tutte quelle cose lì.

C’era da noi un prete jugoslavo, di Lubiana, lui sapeva il tedesco. Aveva una catenina, ha detto in tedesco: “Per piacere, non me la portate via, è un ricordo di mia mamma”. Questo tedesco l’ha guardato in faccia e ha cominciato a offendere, hanno fatto un girotondo e l’hanno pestato. Non l’abbiamo più visto, non so dov’è andato a finire, se l’hanno ammazzato, non l’abbiamo più visto.

Di lì nudi, ci hanno detto: “Fuori in baracca“. Fuori, con il ghiaccio, tutti nudi, e via camminare scalzi fino alla baracca, in quarantena, ho saputo dopo che era quarantena, perché ho saputo dopo che la quarantena era distaccata dalle altre baracche, la quarantena era dall’altra parte, dicevano che si stava lì quaranta giorni e poi ti mandavano a lavorare.

Siamo andati in quarantena, lì ci hanno dato i vestiti, non quei vestiti rigati, erano dei pantaloncini, messa una pezza con la riga e il numero di matricola e poi ci hanno dato il bracciale con il filo di ferro, la placchettina e si doveva dire il numero in tedesco perché se non sapevi dire il numero in tedesco non mangiavi.

Poi siamo arrivati dentro lì. Adesso, disse, andate a dormire… Ma dove a dormire? Che non c’era neanche un letto, niente.

“Vedete lì in fondo? C’è un mucchio di sacchi”, erano di carta fatta attorcigliata con dentro della segatura, avevano sdraiato tutti questi materassi e ci avevano messo a dormire come le sardine. Così, io i piedi in bocca a lui, lui i piedi in bocca a me.

Camminava sui nostri corpi… e dava tante di quelle botte…, non potei neanche muovermi tutta la notte. Finché è giunto da noi un ebreo nella nostra baracca, che l’ebreo non poteva venire dentro, eravamo solo italiani.

Questo capo della baracca è venuto lì dicendo: “Sei italiano?”

Prende uno zoccolo da uno lì, lo getta lui questo zoccolo, ma lui prende questo ebreo e gli spacca la scatola cranica, l’ha ammazzato.

Al mattino arrivavano lì i barbieri, lì tutti nudi ci hanno rapato fino all’ultima pelle.

Avevano dei rasoi …, non gliene fregava niente perché per un lavoro che facevano prendevano una minestra in più.

Ci hanno rapato, e poi c’era un secchio come quella colla che va sui manifesti, con un pennello te la mettevano di qui, di là, per paura dei pidocchi.

Dopo di lì ci hanno mandato fuori, a un freddo, tutti rannicchiati uno vicino all’altro, saremo stati lì tre o quattro ore.

Ad un certo punto arrivò il capo blocco e disse: “Tutti in riga, guai se uno di voi sgarra e che stia fuori riga”.

Fatto sta che ci metteva in riga in quella maniera e se sgarravi prendevi tante di quelle botte da matti. Perché passava quello delle SS, si doveva pazientare e tutto il suo gruppo doveva essere a posto e tutti presenti. Bisognava avere il cappello così, altrimenti erano botte.

Di lì, rotte le file, ci portarono il caffè secondo loro, il caffè arrivò in un bidone, era tutto foglie di tiglio e ci hanno dato un pezzettino di pane, sarà stato 50 grammi e un po’ di margarina quella minerale, arancione carica. Meno male pensammo, qui ci danno da mangiare…

Quando arrivò la minestra…, a mezzogiorno pensammo ci daranno qualcosa! A mezzogiorno arrivarono lì e dissero: “Chi è volontario e vuole andare a prendere i bidoni di minestra?”…. ti davano una minestra in più. Noi non abbiamo visto la realtà del campo, quello che succedeva niente. Dopo fatto la quarantena si vedeva veramente quello che era il campo, ma non eravamo convinti neanche con questo, vedevamo della gente portare dei morti sulla coperta e poi buttarle là a mucchi, ma non pensavi che fosse…

Fatto sta che sono andato a prendere la minestra, sono tornato indietro. Molti di loro quando ci hanno dato la minestra non l’hanno mangiata.

Sulla porta che era di metallo in fondo della quarantena, c’erano quei poveretti che erano magri, malmessi, che venivano ad elemosinare questa minestra e il primo giorno dicevano che faceva schifo e non la mangiavano.

Fatto sta che molti di loro non la mangiavano… Di lì ci portarono,qualche giorno dopo, a fare le fotografie in due o tre pose con il numero di matricola.

Avevamo la riga qua in mezzo

Poi ci hanno dato un paio di guanti di feltro…

D: Ti ricordi il numero di matricola?

R: 126691.

Fatto sta che, la mattina, siamo andati a lavorare prima a Gusen e poi da Gusen siamo andati alla stazione ferroviaria, non avevo mai visto quella stazione ferroviaria, avevo visto che c’erano i vagoni, però non era la stazione. Erano dei binari che passavano così. Fatto sta che ci hanno fatto caricare tutti sui vagoni aperti, in ogni vagone c’era un tedesco, e lì ci hanno portato alla stazione di Linz, tutta bombardata, massacrata, vagoni in alto, a destra, a sinistra, tutta roba che arrivava dall’Italia, pane, pasta, miele, tabacco, guai se toccavi qualcosa.

Il primo giorno che si lavorava un freddo cane. Nessuno si rende conto di quello che fa lo spostamento d’aria sui binari, distrugge come se fosse un cappello…, da non crederci.

C’era un maresciallo dei tedeschi cattivo, con il cane lupo… e pretendeva di più di quello che noi potevamo fare.

Fatto sta che alla sera, dopo dodici ore di lavoro, ci hanno portato a Gusen a dormire.

Dovevamo aspettare, perché a Gusen facevamo i turni a lavorare nelle miniere sotto e poi c’erano le fabbriche di armi,… facevano dei pezzi… quando andavano al lavoro loro,noi andavamo a dormire nelle loro cuccette.

Al mattino mi alzai, e quando mi svegliai il Kapò, il Kapò era uno senza un braccio, cattivo come una bestia……, cominciava a dire…., fatto sta che i miei zoccoli non c’erano più. Mi avevano rubato gli zoccoli.

Come facevo adesso a camminare sui binari, se c’erano dei vetri e con il freddo che c’era?

Io ho guardato, ho preso un paio di zoccoli di quelli che dormivano, li misi, e avevo le dita così, sono andato a lavorare in quella maniera lì e so che mi ha fatto un’infezione lì dietro.

Mi venne fuori un’infezione, un bozzo lì…, e si doveva lavorare lo stesso.

Io dicevo… c’era la gioventù italiana, non ne avevano più di anziani, c’era qualcuno che comandava, però erano tutti giovani italiani. “Tu, italiano kaput crematorio”. Non sapevo neanche crematorio cosa volesse dire, ancora perché non avevo avuto il tempo di vedere queste cose.

Fatto sta… “crematorio” diceva.

Era questo il fatto. Mi era rimasto un po’ impresso. Ognuno di noi, con il freddo e la fame sveniva non è che dicesse: “Prendilo, rimettilo là che poi rinviene”. No, in due si doveva prendere, uno per i piedi e uno per le mani, vivo e buttarlo dentro alla buca, dai uno, dai due, dai tre, dai tre, dai quattro e seppellirli, buttando sopra la terra, vivi.

Mi sono preso anche paura io, … crematorio, camera a gas.

Ritorniamo a Gusen, alla sera, io scoppio dalla febbre, non stavo neanche diritto dal male che mi faceva e lavorare sempre con quel male, finché ho detto al Kapò di Gusen, dissi… “Le faccio vedere…”, mi ha dato un manganello sulla schiena che sono rimasto secco e sono dovuto andare a lavorare lo stesso. I miei amici mi guardavano.

Sono andato a lavorare e lì piangevo dal dolore e non c’è stato niente da fare.

Allora, alla sera, invece di andare a dormire a Gusen, siamo andati al campo n. 2 di Linz, c’è la caserma delle SS che gli americani hanno bombardato, la caserma, hanno fatto saltare un mucchio di gente del campo e hanno ammazzato un mucchio di deportati.

Allora, di lì siamo andati a dormire, solo che ci hanno messi e da varie ore eravamo già lì.

Dopo dodici ore di lavoro chiamarci e stare lì delle ore, aspettare per mandarci in baracca e darci quel po’ di minestra calda, io sentivo urlare a destra, a sinistra.

Io stavo male e mi faceva male. Passò di dietro questo tedesco, quando mi ha visto curvo mi ha dato tante di quelle botte, ecco perché ci avevano mandato in baracca, perché secondo loro mancava una persona, non mi vedevano e lì sono stati fuori … per colpa mia.

Un’altra sera siamo andati a dormire a Gusen, a Gusen non c’era posto quella sera lì e dove si dormiva? Fuori delle baracche.

Ci hanno dato una coperta e basta… C’era il fango. Io ho messo la coperta sopra e sotto niente. Di notte ghiaccia e più o meno il corpo scalda un po’. Alla mattina staccarsi dal ghiaccio per non rovinare anche il vestito, se lo rovinavi eri rovinato del tutto.

Strappai un po’ alla volta, e via a lavorare di nuovo.

Allora dissi al tedesco, alle SS … e l’altro: “Tu italiano… kaput”.

Come kaput?

Solo che poi è arrivata un’anima buona, dietro di me, uno vestito da SS e disse: “Vieni con me…”, era un italiano, “e non ti meravigliare che sono delle SS, ho dovuto accettare anch’io queste cose qui perché altrimenti facevo la fine che dovresti fare te adesso. Vieni qua, metti sotto quel … che nessuno ti tocca”.

Fatto sta che nessuno mi ha toccato.

Alla mattina, a Gusen di nuovo, … a Mauthausen ci hanno portato quelli che eravamo ammalati.

D: Franco, scusa un attimo, quando tu parli di Gusen, ti riferisci a quale Gusen?Gusen 1 o Gusen 2 ?

R: Sai che non l’ho mai capito. Per me era tutto Gusen, che era schifoso Gusen.

Non lo so che Gusen era.

D: Allora, quelli ammalati lì a Gusen li prendono…

R: No, gli ammalati hanno chiesto la visita medica…

Li prendono e li portano a Mauthausen…

D: A Mauthausen dove? Dentro al campo di Mauthausen o in fondo…

R: No, dentro il campo di Mauthausen perché doveva essere la Commissione Medica a dire se eravamo recuperabili o no. Ci hanno fatto fare la doccia, fuori, nudi, in attesa del responso della Commissione Medica. Fatto sta che siamo stati lì quattro o cinque ore, un freddo, e mai preso un raffreddore.

Pensavamo tutti: “E’ meglio che ci ammazzano, altrimenti qua…,” invece è stato contrario… Poi all’ospedale, anzi era un’infermeria, sono arrivato là, giù…, non sono andato dentro alla baracca, mi hanno messo subito in sala operatoria, mi hanno disteso su un tavolaccio, mi hanno mezzo legato, mi hanno tagliato con un po’ di tintura e c’era il pus che schizzava da tutte le parti.

Poi sono andati con le forbici a tagliare e poi hanno messo una stecca di legno, c’era un barattolo con dentro una cosa nera, come una pomata, me l’hanno messa sulla ferita, senza cucire niente e la fasciatura non con la garza, con i rotoli di carta igienica li adoperavano per fasciarci. Poi mi portarono in baracca.

Quella lì non era una baracca, quando ho visto questa gente, tutta aperta, che mi guardava…, sono morti viventi! Ma quella gente lì è ancora viva?

Si vedeva solo gli occhi e i denti, le mani scarne, si vedevano le ossa, e mi guardavano e io guardavo loro.

Poi mi hanno assegnato un posto, eravamo in sei, era a tre piani, tre alla testa e tre ai piedi, il materasso sempre così stretto, con un asse di legno e una coperta in sei.

Di lì, dopo, mi venne la febbre a 41.

Cominciai a tossire sangue…, non sapevo cos’era. Passò un dottore, un dottore che andò da un russo, questo russo lavorava alla cava delle pietre, era un colosso, gli usciva l’acqua dalla pancia, chissà cos’era. Fatto sta che gli fa questa puntura, al petto, non ricordo più, so che appena fatta la puntura, questo russo ha cominciato… hai visto le bolle dei bambini di sapone?…

Poi io dissi: “Dottore…, guardi qui”, avevo rotto un lembo della coperta, dove c’era tutto il sangue. Allora mi ha visitato. Io ho ascoltato, non ha detto: “Dategli una camicia”, niente… Ha detto: “Guarda, ragazzo, vuoi vivere? Se vuoi vivere, se arrivano i miei colleghi quel sangue non glielo devi fare vedere perché qui la tubercolosi…”, non disse tubercolosi, non sapevo neanche che era tubercolosi io. Questo qui disse: “Se i miei colleghi ti vedono, ti fanno fuori. Hai visto cosa hanno fatto al russo? Toccherà a te”.

Io camminavo per cercare qualcosa da mangiare. Davano un mestolo di minestra al giorno, senza pane, senza niente, all’ospedale.

Andavo in giro a vedere, fuori l’erba era rasata tutta.

Si tirava su tutto, quello che c’era di commestibile, con le patate dei fiori, delle piante, non era rimasto niente fuori.

Qualcuno fuggiva, di notte, dalle finestre, andava nei rifugi delle SS e qualche volta gli davano una buccia di patata, e sembrava avere risolto chissà che cosa. E lì, tutti a destra, sinistra, fuori e poi arrivò la dissenteria.

La dissenteria, cinque giorni, se dura cinque giorni muori.

Fatto sta che uno con la dissenteria in cinque giorni diventa pelle e ossa perché va in continuazione al gabinetto.

Dov’era il gabinetto? In fondo dove a destra c’era il mucchio di cadaveri, e a sinistra c’era un asse per traverso e lì si facevano i propri bisogni, due o tre alla volta, tutta roba liquida, che di consistente non c’era niente.

Fatto sta che la dissenteria…, non si arrivava mai al gabinetto e te la facevi addosso.

Infatti tutto per terra, pieno di liquido. Era una cosa brutta.

Chi cadeva giù, pur di arrivare, cadeva giù già sfinito, morto.

Chi, mentre faceva i bisogni, cadeva e moriva lì, chi arrivava gli dava uno spintone e cadeva dentro tutto questo liquido che era lì, si affogava anche di liquido.

Non eravamo più degli esseri umani, eravamo delle bestie. Ma neanche delle bestie, le bestie…

Tutti al gabinetto, su e giù…, cosa succede dopo? Che quello che ho avuto io all’inguine, mi venne dall’altra parte.

Lì facevano molti esperimenti, c’era della gente che aveva aperta tutta la muscolatura dei piedi, la schiena…, facevano gli interventi e poi c’era tutta questa carne aperta.

Andai lì, mi portarono giù di nuovo in infermeria, stavolta svenni perché ero molto più debole.

Però guarivo presto anche…, c’era uno di fianco che disse: “Partigiano tu di dove sei? Sei di Olzano?” Olzano, il mio paese. Dissi: “Non sto bene”. E lui mi ha detto: “Ti aiuto io a letto, ti aiuto io a portare …” Ma quando sono tornato, un giorno non c’era più, si vede che era morto.

Però, con tutto questo, un giorno successe il patatrac. Arrivarono i tedeschi dentro le baracche e pensai: “Ci ammazzano tutti”.

“Fuori, fuori, lasciate tutto lì, a mani vuote”, eravamo sempre nudi a 24 gradi sotto zero, broncopolmoniti… Fatto sta che dissero: “Fuori tutti”.

Non sapevo cosa era successo, però non pensavo che fosse qualcosa che qualcuno avesse fatto la spia.

Noi avevamo qualcuno con i cucchiai di ferro e cosa facevano? Battevano come il contadino batte la falce,è dura la lama, si indurisce la lama e fa una lama tagliente per l’erba, e per tutto. Anche le assi di legno, sai quanto carbone delle assi di legno ho mangiato io per fermare la dissenteria che me le dettero i francesi? Poi dopo un po’ ci mandarono tutti dentro di nuovo. Era successo che lì da noi mangiavano i cadaveri, aprivano la pancia dei cadaveri, pelle e ossa, cos’era più commestibile? Secondo lei cos’è di più commestibile? Secondo lei cos’è? Il fegato. E litigarsi i pezzi di fegato, e poi andarsi a nascondersi sotto i letti a castello che gli altri ti assalivano.

Qualcuno è andato a riferire ai tedeschi…, e avevano paura che venisse la peste. Così portarono via tutto, anche quello. Che brutta…

D: Franco, quando tu parli dell’infermeria di Mauthausen quale intendi, quella dentro nel campo?

R: Quella giù nell’ospedale.

Quel dottore lì mi salvò la vita anche quello, due volte. La prima volta per la selezione degli ammalati mise fuori la chiacchiera che erano tutti ammalati gravi e ci portarono su al campo, dicendo che nel campo avevano fatto un ospedale per i più gravi. Io sono andato nella fila di quel dottore. Quando sono andato là mi ha scartato e mi sono messo a piangere.

Siamo andati in baracca, passò la giornata, alla sera successe che arrivò uno lì e disse: “Sapete chi sono io? Sono quello che è scappato da quel convoglio che oggi hanno fatto”.

“Cosa hanno fatto?” “Hanno mandato tutti alla camera a gas”.

“Non vi presentate più, altrimenti vi gasano tutti”.

Il dottore lo sapeva.

Poi di lì, poiché io ho vissuto in Francia, ho fatto scuole in Francia, parlavo poco l’italiano, ho conosciuto dei francesi lì dentro e ai francesi davano il pacco della Croce Rossa, solo ai francesi. E noi chi eravamo? I figli di nessuno?

E lì era l’ultima fila dove c’erano i cadaveri.

E di lì, ho detto al francese: “Per domani ti danno il pacco, sei fortunato, per domani ti danno il pacco così ti rimetti in carne, ti tiri un po’ su.”

E disse: “Spero che domani ci diano il pacco, di mangiare e stare meglio”.

Dissi: “Te lo auguro”.

La mattina mi alzai e dissi: “Vado a salutare il francese, così faccio amicizia che salta sempre fuori qualcosa”.

Andai là, questo qua aveva già la bava alla bocca.

E pensai: “Oh Dio, questo qua ha già la bava alla bocca”. Le bestialità di un uomo quando è alla disperazione: io scambiai il mio numero di matricola con il suo.

Quando chiamarono lui, presi il pacco io. Mi sono mangiato due scatolette di carne in scatola americana, qualche galletta, la sigaretta e il tabacco le tenevo per fare gli scambi con la minestra. Chi era ammalato di fumo…, io non voglio morire di fumo, volevo morire di mangiare e faceva lo scambio.

Il giorno dopo hanno fatto la spia…, venne l’interprete della SS, in fondo alla baracca, qui disse: “Qualcuno ieri ha ritirato il pacco francese ecc., salti fuori, lo consegni”. Era un furto, lì impiccavano, o in forno crematorio, o gli sparavano in testa.

Allora io zitto, sotto la baracca, di nuovo sotto ai letti castelli, per fortuna che hanno lasciato andare dopo. Hanno visto che nessuno si presentava…, meno male ho detto.

Poi, tutta la notte a stare attento, con dei dolori alla pancia, avevo mangiato la carne dura, mi rotolavo dal dolore, dal male, anche l’egoismo per mangiare…. Fatto sta, a vedere gli altri che mentre mangiavo, quello zoppo moriva dal letto, veniva fuori blocco di sangue, portarli via con tutto sangue, urine e quel po’ di grasso che erano di calorie intorno…

E’ una cosa indescrivibile, pazzesca.

Il giorno dopo dissero: “Da domani tutti i francesi si devono presentare, verrà consegnato un pacco e partiranno per il sanatorio in Svizzera…”. Quando questi due pullman della Croce Rossa erano pieni, partivano e se ne andavano. Al mattino c’erano sempre gli stessi pullman, altri due pullman. Pensavo che veramente andassero là in sanatorio, altri due pullman e così, fin quando sono finiti i francesi. Non si è saputo più nulla. Dissi a questo francese: “Se tu vai a casa, telefona a mio fratello che lui è ufficiale dell’esercito di De Grulle”.

Fatto sta che finisce la guerra, arrivano gli americani, non è che arrivano gli americani, perché era successo, secondo la storia che mi raccontavano loro che come c’è stata la fuga dei russi, che si è saputo di Mauthausen, qualcuno aveva raggiunto, passato il fiume, il Danubio, la zona dei russi. Allora hanno detto: “Là stanno uccidendo sempre, ogni giorno di più”. Tutti quelli che arrivavano dagli altri Lager, là non c’era posto e li hanno tutti gasati, tutti uccisi, chi moriva ghiacciato, morto, al mattino, li avevano uccisi tutti, ma era parecchio tempo che arrivavano dagli altri Lager, Dachau e tutto il resto. Fatto sta che i russi hanno detto agli americani: “Guardate o voi andate avanti o noi non guardiamo più niente, attraversiamo il Danubio e andiamo noi …” Fatto sta che è arrivata una pattuglia americana con due autoblindo, non c’era più un tedesco…, ne hanno beccati parecchi. Sono arrivati lì, hanno tirato giù la svastica… , con le autoblindo, hanno parlato e poi cosa hanno fatto? Hanno armato la gente, i deportati e li hanno messi…

Hanno dato l’ordine che nessuno doveva uscire dal campo fin quando non fosse arrivato il grosso della truppa.

Siamo stati quasi una settimana, perché avevano paura che noi andassimo fuori, ci hanno maltrattato, pestato questi austriaci. Avevano paura che andassimo fuori a fare qualcosa contro il popolo austriaco.

Qualcuno è scappato, fatto sta che di lì sono arrivati gli americani dopo tre giorni, tutta la truppa. E cosa ci davano da mangiare? Latte e verdure per dilatare un po’ lo stomaco.

Ci hanno messo su delle barelle. In quel momento hanno portato una catasta di casse da morto, fatte di quattro assi, ma visto che le casse da morto occupavano molto posto, li buttavano dentro alle fosse comuni.

Poi di lì li hanno portati in ospedale loro, da campo, su una barella, i più gravi e lì tutte le mattine facevano l’ispettorato, guardavano come stavi, e in fondo a questa baracca c’era adibita un’infermeria e tutte le sere mi facevano una puntura di un calmante che avevo dei dolori enormi e vicino a me c’era un italiano, che lui era un partigiano piemontese, uno che ha fatto l’università, sapeva l’americano. E mi raccontò, era gonfio, mi raccontò che lui aveva nascosto dei documenti molto importanti della casa reale, che lo sapeva solo lui, li ha nascosti, murati in montagna, e lo sapeva solo lui. Fatto sta che lui ne parlò con gli americani e quando hanno saputo che documenti erano, gli americani li hanno messi da parte lì e gli hanno fatto il plasma, delle trasfusioni ecc., e niente da fare.

Lui è morto, nessuno ha saputo niente e lui ha detto: “Se mi salvate lo dico, se non mi salvate non dico niente”. Tutto è andato così, è morto. Lì siamo stati lì un bel po’. Ci portarono all’ospedale a fare dei lavaggi, non so se era luglio, in radiologia e lì mi trovarono la TBC bilaterale attiva. Tornai sull’autoambulanza, mi avvicinai ad altri italiani, e dissero: “Tu sei tubercoloso, sei tisico…”, non sapete la paura che avevo di questa malattia, facevo dei chilometri per non andare vicino ad uno quando era stato ammalato.

Mi faceva tanta paura. E dissi: “Non posso tornare a casa”.

I miei, quando sapranno che ho la tubercolosi, che sono tisico, non mi vorranno neanche a casa…

Dicevano: “Non scherzerai mica… con le tecniche nuove, con una puntura di calcio guarisci”.

Così, dai oggi, dai domani, mi hanno convinto.

Di lì mi hanno portato distaccato nelle baracche delle SS dove ci stanno i vari monumenti. Sei stato a Mauthausen? E’ subito dietro al nostro monumento, c’è la baracca delle SS, dove c’è il numero in italiano c’era la cucina americana e tedesca.

Lì, alla baracca delle SS, mi hanno messo in questa baracca, su un castello, tutti erano a bassa quota, non erano sul letto a castello, su un letto normale. Ho pensato: “Cosa ci sarà qui dentro?” Ho aperto, i materassi erano tutti fatti con capelli di donne, dormivi sui capelli delle donne. E ti davano da mangiare scatolette di fagioli…, allora abbiamo reclamato e abbiamo detto: “Come mai voi mangiate uova, mangiate… e a noi date questa porcheria con la febbre…?” Abbiamo reclamato, ma non c’è stato niente da fare. Ci davano quello e dovevamo mangiare quello. I mesi passarono finché un giorno vidi che stavo in piedi a camminare, mi sono alzato piano piano, al secondo portone che ho detto io, in fondo a sinistra c’è una garitta in fondo, per le scale dove c’è il monumento…, c’è un portone, in fondo a sinistra c’è una garitta, lì c’erano i militari americani, che noi eravamo in isolamento, ma non sapevo il perché, dopo si è saputo. Allora ho cominciato a camminare trascinando i piedi e quando sono arrivato vicino a questa garitta che ho girato a destra, c’è ancora il filo spinato largo tre metri… e in mezzo arrotolato così. Sentì che uno mi disse: … “Ma sei proprio tu che sei ridotto così? Cosa fai di là?” “Sono in ospedale risposi”. “Come in ospedale…? Sai che noi partiamo domani mattina? Si è riunita la Commissione medica del Vaticano e ha detto che i primi a partire devono essere gli ammalati”.

“E voi partite e noi rimaniamo qua? E’ una schifezza…”

Allora disse: “Sai cosa fai? Stasera, vieni qua alle sette, che loro quando scambiano stanno dieci minuti e anche di più, a chiacchierare e ridere anche di là e noi prendiamo delle assi di legno, e quando si addormentano tutti, andiamo di qua…”

Allora, piano, piano, presi una coperta, ma era pesante, che se cadevo…, fatto sta che sono arrivato là e gli americani parlavano tra di loro…, sono andati via loro, in quattro e quattro otto abbiamo girato… Siamo andati di là e c’era un rebus quando siamo andati in baracca. Non c’entravo io, ero l’ultimo, non sapevano da dove venivano…. , tutti hanno reclamato. Allora dissero: “Facciamo così, scrivete la vostra data in cui siete stati qui a Mauthausen”. Io ho scritto la data e sono risultato il più vecchio.

Alla mattina siamo partiti, abbiamo lavorato due mesi…, giorno e notte…, morivano anche dopo, abbiamo fatto il saluto a tutti i nostri morti. C’erano delle donne che hanno avuto dei bambini con le SS per salvarsi.

Ci hanno caricato sui carri bestiame.

Idem quando siamo arrivati… su ogni vagone c’era un americano con baionetta in canna.

Tutti questi austriaci prima ci sputavano in faccia, con la bandiera sembra che piangessero, piangevano perché eravamo ancora vivi, questi disgraziati! Vedi il mondo come gira!

Quando il treno è partito, al mattino è partito presto, verso mezzogiorno fermarono il treno vicino a due, tre case contadine e sulla sinistra c’erano dei binari morti dove c’erano dei vagoni letto con della gente dentro.

Lo fermarono lì e c’erano prigionieri politici, militari e civili.

I civili erano ben messi.

Allora questa gente, fermato il treno a mezzogiorno, sparpagliati un po’ qua e un po’ là… Poi c’erano le patate che erano nate così, un campo di patate… Hanno cominciato ad accendere il fuoco, con le patate… , quella disgraziata di contadina là ha cominciato a urlare e quando sono arrivati gli americani hanno detto: “Cosa succede?” E lei ha risposto: “Guardi il campo, uccidono le galline…”

Ha sparato in aria questo americano.

Arrivato sui vagoni, cosa è successo? Vennero dentro due ragazzi tedeschi, austriaci… lì hanno preso questi ragazzi e li ammazzavano. Se non arrivava l’americano ammazzavano, ha cominciato a dare ordine di sparare in aria altrimenti li ammazzavano sul serio.

Da lì, verso sera siamo arrivati in un altro campo, anche lì un campo di concentramento, di lì ci hanno fatto scendere piano, piano e la prima cosa che ho cercato, ho cercato un letto. “Stasera, italiani”, dissero, “facciamo i maccheroni”.

Dopo un po’ che ero lì sdraiato, sentii: “Vieni…” Risposi: “Cosa è successo? Cosa c’è?” “Vieni”, mi dissero.

Allora mi alzai piano piano e quando sono arrivato a metà strada, vidi un gruppo di gente americana. “Cosa è successo?” dissi.

“Ti ricordi quello che ti ha spaccato la schiena? E’ un italiano”.

“Cosa dici?” risposi. “Ha avuto il coraggio di venire con noi. Mi ha aperto le valigie: orologi, collane d’oro… mi hanno ammazzato di botte”.

Sono arrivati gli americani…, ma penso…ha avuto un bel coraggio a venire via con me…. Come faceva questo a sapere che lui mi ha massacrato di botte?

Arrivati a Bolzano, il treno camminava piano piano, la gente a baciare la terra…, arrivati a Bolzano, tutti questi signori con le fotografie dei figli e dicevano: “Questo lo conosci? Lo hai visto?” E’ difficile ricordarsi.

Oltretutto dove lavoravo io…., senza niente, si cambia fisionomia e cambia tutto. E mi hanno dato un uovo con un panino, mia madre mi dava dei soldi…, ho aperto l’uovo e lo mangiavo con il pane.

Poi hanno detto: “Venite, ragazzi che vi diamo dei vestiti civili, venite che buttate via quelli lì”. Dicemmo: “Va bene”.

Mi hanno dato i vestiti civili, sono arrivato lì e mi hanno detto: “Mi dispiace, abbiamo solo una camicia”. Rigata anche quella. “Mi dia pure la camicia” dissi.

Dopo un po’ mi dissero: “Vai all’ospedale”.

Ma io risposi: “Non mi prendono neanche vedendo che io sono tubercolotico”.

“Ma dai”, mi dissero, “cosa dici?”

Dissi:” No, non ci vado”, finché la febbre mi ha convinto e sono andato dentro all’infermeria in ospedale, avevo il pus che mi colava…, avevo tutto sangue marcio. Volevano operarmi. Ma io dissi: “No, mi hanno già operato due volte, quel cane là”.

Fatto sta che in ospedale mi misero in un letto con lenzuola bianche, coperte bianche, dormivo un po’ di qua e un po’ di là…, mi hanno fatto delle punture e dormii tutta la notte. Alla mattina dormivo ancora e sentii: “Quelli di Udine si presentino che stamattina si parte e si va a casa”. Così pian piano mi sono svegliato, mi hanno preso mi hanno portato sulla corriera e siamo partiti.

Dove c’erano dei punti che non erano sicuri, facevano scendere tutti e passava l’autista. Dove si mangiava, nei posti in cui loro avevano già preparato per mangiare, sempre dalle suore o dai preti, mangiavo, ma appena mangiavo mi facevo tutto addosso, non tenevo più.

Avevo talmente la pelle che non tenevo più niente, avevo fatto tutto addosso. Allora mentre andavano a mangiare, io andavo al gabinetto…. “Dai, vieni a mangiare” e io dicevo “No, non ho fame”. Non potevo dire all’autista: “Fermati” a metà strada, per me.

Siamo arrivati a Pordenone e … mi ha convinto a medicarmi. Sono andato con lei, mi ha medicato e tutto, e poi da lì siamo arrivati a Udine alla sera.

Ha avuto un bel cuore di dire: chi vuole andare a casa, lo portiamo a casa.

E lì sono andato alle scuole IV Novembre che erano le scuole apposta per gli ammalati, IV Novembre ad Udine. Lì c’era il dott. De Bellis, con le suore lì dentro. Il dottore mi disse: “Avvisiamo tutte le vostre famiglie”.

Dissi: “Dott. Bellis, mi faccia un piacere, non lo dica a nessuno dei miei”.

“Perché?” mi disse. “Se mi vedono così…, sono pelle e ossa”.

“Va bene”, mi rispose.

Andai a letto, mi medicavano, mi misero una zanzariera contro le mosche per tutto il pus che mi colava giù, finché un giorno un pomeriggio dopo mangiato, sentivo parlare, dopo un po’ sento che uno mi scuote. Dissi: “Cosa c’è?” E’ venuto un signore con il dott. De Bellis, e lui ha detto: “Questo è Cosmar”.

“Ma non è mio figlio questo qui, ho visto mio figlio prima di partire per la Germania, non sarà mica ridotto così. No… Poi, vede che ho la lettera che mio figlio è morto a Mauthausen.”

Poi allargarono la zanzariera e parlava con questo dottore che mi voltava la schiena, parlava con il dottore. Allora mi sono affacciato alla porta e dissi: “Papà”!

Quando si è girato, quel che si è sentito lui non lo so dentro di sé, ma so che non è riuscito a parlare per un bel po’.

Disse: “Sei proprio te?”

Dissi: “Sono proprio io, sono arrivato”.

Di quelli che arrivavano della Croce Rossa Internazionale del Vaticano, gli ammalati arrivavano lì e dopo due o tre giorni morivano tutti. Erano già alla fine, senza avere neanche la soddisfazione di vedere i propri familiari.

E’ quello che mi fa rabbia.

D: Quando sei entrato lì quand’era?

R: Era il 26 o 28 giugno.

D: Del 1945?

R: Sì.

Montefiori Aldo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Montefiori Aldo, nato il 03.04.1921 a Valeriano di La Spezia. Ero un ex militare di marina. L’8 settembre sbandato mi sono ritirato al mio paese, a casa. Ad un certo momento hanno attaccato dei manifesti: “O con noi o contro di noi”, di ripresentarsi di nuovo a militare. Se non che una ristretta compagnia, compreso un mio caro amico, Ameglio, che poi divenne comandante della Giustizia e Libertà, abbiamo deciso di non presentarci più sotto alle armi dell’esercito della repubblica. Allora abbiamo deciso di allontanarci e andare ai monti.

Se non che dopo un lungo lavoro io, il sottoscritto, venne arrestato nello stesso paese verso i primi di luglio 1944. Mi prendono, un certo Oreglio Gallo, che allora era una persona forte in quell’ambiente, molto cattivo, e un maresciallo della Feld/gendarmeria, è un certo Vacarezza di La Spezia. Mi portano alle carceri di Villa Andreini a La Spezia, in cui sono stato imputato di avere partecipato nelle zone partigiane, aver portato su dei ragazzi, ecc. Insieme a me hanno arrestato, che è tuttora la mia presidente, Paganini, sua mamma, sua sorella, suo fratello, un po’ quasi tutta la famiglia.

Lì hanno fatto un po’ l’interrogatorio a tutti. A un certo momento dopo una settimana, dieci giorni, una buona parte, compreso la Paganini, sono partiti per Marassi di Genova, per andare a Genova e io e altri due o tre siamo rimasti a Villa Andreini. Se non che la Paganini e altri, a quanto abbiamo saputo dopo la Liberazione, era stata attaccata dai partigiani e di conseguenza a noi a Genova per via terra non ci hanno più portato. Lì ho dovuto subire oltre tre mesi di carcere a Villa Anfreini.

Dopo tre mesi circa mi prendono e mi portano insieme con quelli che erano presi da poco tempo, cioè il famoso campo di concentramento di Ventunesimo. Ci hanno portato a San Bartolomeo in un cantiere navale, ci hanno trasferito al carcere di Genova. Quando sono stato nel carcere di Genova, eravamo in tanti, centinaia che siamo stati lì, hanno fatto una scelta: questi qua che siamo.

E hanno tirato fuori nomi, venti, quelli che avevano vent’anni, i giovani. Io mi sono fatto fuori, avevo vent’anni. Mi hanno messo a fare lo scopino. Da una parte cercavano i barbieri per fare la barba, hanno cercato il barbiere, hanno cercato i falegnami per fare le casse da morto, elettricisti. Io in qualità di scopino ritengo di essere stato un po’ fortunato, in quanto ho avuto la possibilità di camminare di più nei corridoi e ho avuto la fortuna anche di conoscere tutti i miei compagni di cella, di Migliarina, di La Spezia e tutto quanto, dei preti. Tutto nell’insieme sono stato soddisfatto di avere fatto quello che ho fatto, perché ho cercato di aiutare tutti. Lì dentro ho conosciuto un certo Morelli Vittorio fra tutti questi, che era un sergente, un sottufficiale, ferito ad un braccio già in guerra. Lui mi ha raccontato che era sfollato su vicino al mio paese.

Ci siamo fatti amici, però lui era già interrogato da questo Gallo, ecc. A forza di torture e botte è diventato cieco, non vedeva più. Se non che allora io ho pensato di prendermelo a cuore, di starci più vicino per aiutarlo e ho cominciato dalla biancheria intima, spidocchiare, levare i pidocchi, perché lui non poteva vedere, non poteva farci niente. Dopo essere stato lì, dopo due o tre mesi circa, ci hanno portato al campo di Bolzano.

D: Scusa un attimo, quando tu parli delle carceri di Spezia e delle carceri di Marassi, di Genova, sempre gestite da fascisti?

R: Sempre gestite da tedeschi e fascisti. Tedeschi e fascisti.

D: Tu sei mai stato interrogato?

R: Sì, più volte. Anzi, devo dire questo, che ho subito un interrogatorio a Genova in cui mi hanno accusato di aver partecipato a delle azioni che io assolutamente non ho fatto, perché ero già in galera a La Spezia. Quindi era assurdo che io dovevo fare e sono stato accusato di aver fatto degli attacchi a queste colonne di tedeschi, in quanto io non c’entro.

Gli ho detto: “Ma se ero già sotto di voi, come faccio ad aver fatto queste azioni? E’ impossibile”. Però dopo nei corridoi, dopo i primi interrogatori, incontrai un certo dottor Valenti, che anche lui non aveva confessato perché diceva di no, però a forza di torture e botte è morto.

E’ morto dentro il carcere di Sarzana, dentro al carcere vicino. Ho avuto la sfortuna purtroppo di metterlo dentro la cassa io. Lui prima di morire mi dice: “Guarda di firmare e di’ ai compagni di firmare, perché tanto è meglio firmare tutto quello che dicono, perché altrimenti ti fucilano.

E’ meglio morire fucilati che per la tortura”. Allora io ho sparso la voce, firmate, non dite niente. Abbiamo firmato tutti i verbali, queste condanne a morte, fucilazione non eseguita. Poi ci hanno portato su al campo di Bolzano. Al campo di Bolzano…

D: Scusami se ti interrompo, ma da Genova al campo di Bolzano con cosa sei andato?

R: Con dei pullman, ammanettati uno con l’altro. Abbiamo fatto la tappa nel carcere di San Vittore a Milano, poi siamo arrivati a Bolzano al mattino verso le sei mi sembra, era d’inverno. Lì hanno cominciato a fare le pulizie, hanno tagliato i capelli, hanno messo tutto a posto, queste cose qua. Ci hanno messo al muro e tutto il giorno nudi contro al muro con quel freddo che c’era, con una coperta. Tutti contro il muro e tutti snudati, perché hanno portato a disinfettare i…

D: Ti ricordi che giorno era? O il mese?

R: Più o meno era forse febbraio, non so, verso il mese di febbraio.

D: Ti hanno tolto i tuoi vestiti?

R: Tutti, nudi completamente. Siamo rimasti attaccati ai muri nudi e siamo rimasti là tutto il giorno così. Allora io ero giovane e ho resistito di più, ma qualcuno che era anziano andava anche in terra e non ce la faceva.

Erano pensieri brutti da pensare, anche per questi vecchi che proprio non ce la facevano a stare in piedi e crollavano, andavano in terra. Lì con questo mio amico, questo Morelli che me lo sono preso a cuore, l’avevo sempre vicino a me, ci hanno messo a dormire proprio vicino, a tu per tu.

Ho continuato sempre a dargli quella brodaglia che ci davano e a tenerlo lì, spidocchiarlo, a fare tutte queste cose. Se non che si parlava di queste cose. Venne però un giorno, quasi alla fine, il venerdì Santo. Però correva già la voce, qualche cosa, la Croce Rossa Internazionale, qualche cosa di cambiamento ci doveva essere in questo campo.

Questo mio amico mi dice: “Stai a sentire, c’è un cappellano che vuole fare la comunione domani mattina, io sono cieco, andiamo a fare la comunione”. Gli ho detto: “Stai tranquillo, io vengo con te e facciamo la comunione, domani mattina andiamo a fare la comunione”. Andiamo a fare la comunione, veniamo in blocco e alla sera quest’uomo mi dice: “Quanto pagherei, Aldo, per rivedere un po’, per conoscerti, vederti in faccia e vedere mia madre”. Nella nottata a questo ragazzo è ritornata la vista.

Allora lì c’era un certo professor Pirelli di Milano, c’era un professor Ferrari, che poi è diventato sindaco di Milano, c’era il dottor Campodonico, c’era un altro dottore di specie. Lì hanno fatto un po’ un colloquio, hanno fatto un po’ un consulto tutti insieme, perché gridavano al miracolo. Hanno deciso che c’era questo nervo ottico preso dal sangue che con questa fede, con questa cosa qua si era sciolto e gli era tornata la vista. Questa è la vita. Poi siamo ritornati al campo, a casa.

D: Aldo, ma quando sei arrivato a Bolzano, dopo che vi hanno tenuto in piedi per un giorno nudi, in che blocco ti hanno messo?

R: E, al blocco E, il blocco del triangolo rosso.

D: Avevi un numero di matricola?

R: Sì, adesso mi sembra 942, non mi ricordo bene di preciso. Ce l’ho a casa, ma adesso non mi ricordo bene il numero di matricola.

D: Ascolta, cosa facevate tutto il giorno nel campo?

R: Dentro nel campo assolutamente niente, perché eravamo in attesa per andare giù in Austria. Infatti, lì per due volte hanno tentato di metterci sui vagoni, ci hanno messo sui vagoni. Io ammanettato con questo ragazzo, questo Morelli sui vagoni.

Ci hanno portato sul Brennero per partire, eravamo su di là, se non che sono arrivati poi dei bombardamenti, noi eravamo dentro questi vagoni e tutto quanto. Lì dovevamo fare tutto addosso uno con l’altro, anzi avevamo scelto attraverso il professor Pirelli un angolo per andare a fare le nostre cose.

Figuriamoci questo ragazzo che dovevo farlo attraversare tra le gambe, perché eravamo a testa di pesce uno con l’altro, farlo passare per andare là. Eravamo tutti sporchi da cima a fondo come le cose. Poi non ce l’hanno fatta perché con questi bombardamenti le linee saltavano per aria, ci hanno riportato indietro. Hanno fatto la seconda volta, è successo altrettanto, non ce l’hanno fatta. Poi da lì il campo di Bolzano è passato campo fisso.

Allora al mattino ci portavano a levare le bombe, una parte andava a fare una cosa o l’altra finché è venuta la Liberazione e si viene a casa.

D: Ti ricordi se nel campo c’erano anche delle donne?

R: Sì, era vicino a noi. Nel campo c’erano molte donne. C’era anche una di Spezia, una certa Righetti, c’era la Dora. Poi a parte che era passata, come dico, la mia presidente, sua sorella. Ce n’erano, ce n’erano tante.

D: Ti ricordi quando tu eri nel campo di Bolzano se hai visto anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, molti. C’era don Scappazzoni, mi sembra, di Carrara, che poi è venuto anche qui a Villa di Tresana a Spezia a fare il parroco. C’era anche quello che ci ha portato per fare la comunione nel nostro blocco, Don Spadoni. Me lo ricordo, perché poi è venuto a trovarci a casa a me e a Bettazzini, ci ha fatto festa, tutto quanto. Una bellissima persona.

D: Ti ricordi se hai visto anche dei bambini, dei ragazzini?

R: Dei bambini li ho visti insieme alle donne, che allattavano anche, allattavano dei bambini, piccoli, molto piccoli. Vicino al blocco nostro c’era il blocco delle donne. Erano piccoli piccoli.

D: Aldo, ti ricordi com’era organizzato il campo?

R: Devo dire la verità, che il campo non l’ho conosciuto bene, perché eravamo sempre fissi dentro a questo blocco E, blocco recintato che non potevamo andare a contatto con gli altri blocchi, se non che poi al mattino venivano i tedeschi e ci portavano a lavorare e riportavano lì.

Quando poi è avvenuto che portavano via, io sono andato via col camion con la roba dentro e il campo l’ho conosciuto ben poco. Per dire la verità ho conosciuto solo quel posto, quel blocco lì, ma il campo non… So che dicevano che c’erano delle officine, che c’erano i falegnami che facevano dei lavori, ma io non le ho viste quelle cose.

D: Ti ricordi se c’era un blocco celle?

R: Sì, c’era anche la Mascagni. Mi ricordo la Mascagni, che era di Bolzano, che era la parte di là. Qualcuno che faceva qualche cosa andava lì, e lì soffrivano ancora molto di più di quello che non si soffriva noi. Il blocco celle sì, c’era.

D: E’ vero che avevate voi dei soldi che valevano per acquistare delle cose all’interno del campo?

R: Noi no, a noi lì dentro davano delle cose qualcosa che avevano di contrabbando, nel campo circolavano queste cose, ma questo blocco che era il blocco del triangolo rosso, era una cosa che qualcuno li poteva avere, ma la maggioranza no. La maggioranza senz’altro no, perché eravamo ristretti, rinchiusi dentro questo reticolato.

D: Tu o altri tuoi compagni di deportazione, quando eravate nel campo di Bolzano, avete potuto scrivere fuori dal campo o ricevere lettere o cartoline o pacchi?

R: Ricevere no, però qualcuno è riuscito o attraverso il treno o qualcuno a spedire delle lettere, qualche cosa che hanno buttato giù o hanno fatto avere qualcosa. Anche lì devo dire che un mio caro amico, un ragazzo di Valeriano, certo Chella Rino, ha scritto, è riuscito, una lettera è arrivata a casa ai suoi familiari. Lì c’era scritto, dice: “Mamma, io sto bene, sto partendo. A Genova Marassi ho incontrato Aldo”, che ero io, “e Aldo mi ha rifornito di materiale d’inverno, delle maglie da mettermi. State tranquilli. Mi ha dato anche dei soldini”. Siccome quando è andato via questo ragazzo da Marassi, io avevo qualche cento lire, non fumavo, non mi servivano a niente, li ho dati a lui. Avevo un po’ di pane perché, come ripeto, a Genova io ero lì, glielo ho dato.

Ero riuscito ad avere delle maglie, degli indumenti, sono andato da questi parroci che ce n’erano una decina di Spezia e si sono levati i loro indumenti, li hanno dati a me per darli a questo ragazzo, perché lo vedevano che era vivo e che era nudo. Di questo devo ringraziare padre Pio, che poverino dalle botte aveva il vestito bianco che era più rosso che bianco. Tutti, li hanno picchiati a morte tutti. Dieci parroci, tutti e dieci dentro nella cella.

D: Ma questo dove, Aldo?

R: A Marassi a Genova. Quando ha scritto questo ragazzo da Bolzano, che ha buttato giù, ha messo appunto che ha incontrato me a Genova e io ritorno indietro e devo dire che a Genova ho fatto questo lavoro a questo ragazzo. Mi sono rivolto a questi preti, a questi qua e loro mi hanno aiutato un po’ per uno, mi hanno fatto un fagotto di roba per dare. E loro continuavano, erano lì e sono rimasti fino alla Liberazione. Però devo dirti che hanno sofferto, sofferto come in un campo di concentramento e forse anche più, perché erano a rischio lì, erano a rischio di morire. Era tutta una cosa così.

D: Aldo, allora, tu dicevi, nel campo di concentramento a Bolzano dopo il tentativo di portarvi nei campi d’Oltralpe vi mandavano fuori a lavorare.

R: Sì.

D: Ti ricordi tu in che posti andavi?

R: No, proprio no. Io so che andavo a levare delle bombe, mi dicevano, durante la ferrovia, durante le cose. Andavamo lì, si levavano le bombe, poi si ritornava alla sera dentro, mattina là. E’ durato un po’, poi basta. Altri li portavano dalle altre parti. Quattro o cinque di qua, quattro o cinque di là, li portavano un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Bolzano poi è diventato un campo fisso e questo campo poi l’hanno destinato ad andare a lavorare, una squadra da una parte e una squadra dall’altra.

D: Ti ricordi qualche SS del campo?

R: Devo dire che ce n’era uno che era fetente, veramente fetente, perché anche lì cappello su, cappello giù. Allora quando entravi, perché bisogna dire la verità, quando entravi nel blocco picchiavano sempre, erano lì coi manganelli e gli ultimi a entrare li picchiavano, sia che facevi presto sia che facevi tardi. Anche lì onestamente parlando, io avevo vent’anni, ero sempre uno dei primi ad infilarmi dentro, non ne prendevo mai.

Ma i vecchi erano sempre quelli che le prendevano, erano sempre i soliti, io mi ricordo. Cappello su, cappello giù, poi tutti dentro e io anche lì un po’ di fortuna ho avuto, perché m’infilavo dentro. Vent’anni allora erano tanti, erano buoni per affrontare quelle cose lì. Però i vecchi no.

D: Tu sei mai stato testimone di atti di violenza?

R: No. Direi di no.

D: Parlo del campo di Bolzano.

R: Sì, sì, sì.

D: I due ucraini, tu li hai conosciuti?

R: Lì li ho conosciuti, erano lì, c’erano, esistevano, ma adesso mi dice…più o meno, esistevano, c’erano, so che picchiavano. Hanno portato lì uno che ha fatto un tentativo di fuga, l’hanno ucciso, ce l’hanno portato lì davanti a noi, ce l’hanno messo lì davanti per farci vedere che non bisogna scappare, tutte queste cose. Se erano di qua o erano di là io non lo posso dire.

D: E quella che chiamavano “la tigre”, tu te la ricordi?

R: La tigre la chiamavano “la Titti” mi sembra di nome, era la segretaria del comandante, Titho, perché lì che comandava era uno della SS tedesca che era Titho. Mi sembra per sentito dire degli ultimi giorni che questa gli faceva un po’ da segretaria e si chiamava Titti. La chiamavano la Titti.

D: Aldo, quando tu andavi fuori a lavorare lì dal campo di Bolzano a spostare macerie o a spostare bombe, cose di questo genere, incontravi dei civili?

R: Sì, però ti guardavano male, o forzatamente o no. Qualcuno cercava anche di buttarti una mela da buttare là, ma pagavano loro, perché i tedeschi picchiavano loro là, quindi rischiavano. Qualcuno c’era, però era così.

D: All’interno del Lager di Bolzano i deportati avevano costituito un gruppo di liberazione, un comitato di liberazione?

R: In fondo, nell’ultimo sì, negli ultimi giorni era subentrato, un po’ c’era questo. Infatti, a me un certo Battolini di La Spezia venne, mi ha dato un tesserino e mi ha nominato capo squadra quando si doveva partire. Perché quando siamo partiti, perché la guerra non era ancora proprio finita, io poi a Trento mi sono arruolato nei partigiani, sono ritornato.

Lui è venuto a casa, Morelli ha camminato là. Io sono andato, invece, di nuovo coi partigiani, sono rimasto lassù. Lì c’era un comitato che aveva da fare anche lì l’avvocato Ducci. A quanto avevo capito che collaborava molto dall’esterno era allora l’ostetrica del Comune di Bolzano, per quanto sentivo dire c’era l’ostetrica del Comune di Bolzano che aiutava e faceva qualche cosa, esisteva. Ma nell’ultimo.

D: Aldo, il momento della Liberazione. Tu dove ti trovavi?

R: Dentro al campo.

D: Cosa è successo?

R: E’ successo che hanno dato un tesserino, una parte sul camion, una parte a piedi. Noi siamo arrivati un po’ col camion, un po’ a piedi, poi ci siamo affacciati in piedi. Io sono arrivato a Trento, a Trento ci hanno portato dentro, io sono andato dentro dai preti. Abbiamo chiesto e loro ci hanno indirizzato bene, perché lì ci hanno arruolato di nuovo coi partigiani. Abbiamo passato sette, otto giorni, la Liberazione di Trento l’abbiamo fatta noi là dentro.

D: Quando tu sei stato liberato da Bolzano? Te lo ricordi?

R: Adesso non mi ricordo la data, tutti insieme non mi ricordo la data.

D: Da chi sei stato liberato? Sono stati i tedeschi a lasciarvi andare?

R: Il campo ha dato un tesserino di viaggio, di uscita dal campo, hanno dato questo e hanno mollato. Poi hanno messo dei camion a disposizione, qualcuno è andato a piedi e ci hanno mollato come pecore, come…

D: Dopo Trento tu sei arrivato a Spezia?

R: Dopo Trento poi a piedi, un po’ un camion, un po’ di qua, un po’ da una parte, un po’ col carro, una cosa e l’altra sono arrivato a Spezia. Alla bell’e meglio sono arrivato a Spezia.

Nencioni Nedo

Nota sulla trascrizione della testimonianza :

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

R: Mi chiamo Nencioni Nedo, sono nato a Livorno il 23.12.1927 e sfollai ad Empoli, fui preso dai repubblichini l’8 marzo 1944. A noi livornesi sfollati ci avevano messo in un ricovero di vecchi, da noi livornesi vennero con la scusa di dire che c’era stato un furto e che quindi ci volevano al commissariato per vedere chi aveva rubato. Io feci presente che io avevo smesso di lavorare e che quindi non c’era bisogno che andassi. Dice: A noi chi ci dice che…?”. Dico: “Voi telefonate là alla vetreria Cesa”. Perché io lavoravo alla vetreria Cesa e mio padre alla vetreria Taddei. Mia madre, povera donna, fu sì impressionata, perché erano le cinque del mattino, si alzò dicendo: “Che c’è, che non c’è?”. “No, signora, non è niente. Sa, c’è stato un furto, così e così, ma se il figliolo non ha fatto nulla si rinvia”. Sicché la mia mamma, povera donna, dice: “Nedo, se è così vai, poi ti rimanderanno”. Tant’è vero, povera donna, quando ritornai tante volte si è mangiata le mani di dire: “La colpa è mia, te non volevi andare”. Da lì scesi le scale e uscii in strada, però fuori c’erano già i pullman che ci presero, ci fecero salire sul pullman. Non so quanti ci presero, ma diversi livornesi che erano sfollati. Ci portarono alla caserma dei repubblichini che si trova nei pressi dell’ex vetreria Taddei, lì vicino. Ora la via non la ricordo. Poi apparve anche…

D: Scusa, Nedo, in quanti vi hanno presi?

R: In tutti a Empoli penso fossimo sulle cinquanta persone. Poi ci sono aggiunte di altri che non sono stati presi a Empoli, insomma oltre cinquanta persone. Fra vetreria Taddei e sfollati e altri ritenuti un po’ degli antifascisti presi nelle case.

D: Lì hanno preso anche il tuo babbo?

R: Sì, dentro la vetreria Taddei sì.

D: Dove vi hanno portati?

R: Dalla caserma dei repubblichini di Empoli ci portarono prima alla caserma degli allievi carabinieri di faccia alla stazione di Firenze. Però il comandante della stazione dei carabinieri disse: “No, non ne voglio sapere”. Allora da lì ci portarono a Villa Triste. A Villa Triste ci misero cinquanta per cella sotto e poi a uno a uno ci fecero salire. Si entrò in una stanza e c’erano due in borghese. Ci chiesero i documenti, presero la carta d’identità e dissero: “Vada, vada”. Io aspettava a uscire fuori, perché attesi anche mio padre. Arrivato anche mio padre si uscì e si fece tanto per andare via, quando invece ci chiamarono per risalire sul pullman. Io pensai che ci riportassero a casa, invece da lì ci portarono alle Scuole Leopoldine.

D: Dove questo?

R: Sempre a Firenze, alle Scuole Leopoldine. Alle Scuole Leopoldine ci misero quaranta per aula, quindi toccò a me, perché davanti a me c’era il mio babbo, dopo il mio babbo a me mi mandavano in un’altra aula. Io urlavo: “No, no, io voglio stare col mio babbo, voglio stare col mio babbo”. Assieme ai repubblichini c’erano anche gli allievi carabinieri e quest’allievo carabiniere mi fece: “Il tuo babbo? Quanti anni hai?”. “Sedici, disgraziato!”. “Come disgraziato? No, no, vai, vai dal tuo babbo”. Così entrai col mio babbo. Però a me non mi facevano tanto la guardia, via via uscivo dall’aula, guardavo e a un certo momento venne una signora in borghese. Fece: “Sono arrivati i tavolini per dare da mangiare a questi volontari?”. Io rientrai dentro l’aula e dissi: “Ci considerano volontari, ci hanno strappato dalle braccia delle nostre famiglie, sono capaci che ci portano in Germania a questo punto”. Per questi tavolini forse si intendevano queste autoblindo. Arrivate le autoblindo arrivò un ufficiale delle SS tedesco, a quello italiano gli disse: “Ma lassm andà”. Cioè in tedesco “lassm andà” vuol dire “lasciamo andare”. Quello italiano disse: “No, no, sono tutti una massa di scioperanti”. Così ci montarono su queste autoblindo e ci portarono alla stazione. Alla stazione di Firenze, lì a Santa Maria Novella, al binario numero 6, c’è anche una targa lì. Lì ci misero quaranta per vagone. Questo fu l’otto marzo intorno a mezzogiorno, non so, o la sera.

D: Scusa, Nedo, c’erano anche delle donne?

R: No, no. Erano tutti uomini, tutti presi per il motivo dello sciopero, però più che altro si vede che dovevano fare un certo numero. Fra quelli di Prato, quelli di Empoli io credo che quando si arrivò laggiù a Mauthausen saremmo stati sulle seicento persone. Però seicento perché ci si legò a quelli di Bologna, a quelli di Milano, a quelli di Torino. L’immatricolazione partì da 56.900, si arrivò a 57.500 quasi.

D: C’erano anche dei religiosi che ti ricordi?

R: Sì, ma questo si seppe dopo. Assieme a noi c’era anche un altro che era un principe inglese, che veniva chiamato Jim. A regola lui sapeva parecchie lingue, non fu messo nel blocco assieme a noi, ma fu messo nel blocco numero 1. Perché certi personaggi gli premevano, perché forse loro li tenevano in un momento e potevano scambiarli per prigionieri su, gli interessavano.

D: Allora, ti hanno caricato a Santa Maria Novella e il viaggio è durato quanto?

R: Fino all’11 marzo. Ci davano solamente durante il viaggio una scatoletta di pasta di pesce salata, però io ero giovane e avevo appetito e mangiavo anche quella che rifiutavano gli altri e un pane in tre. Questo era il vitto di tutto il giorno senza mai bere. Quando si arrivò a Mauthausen, così in aperta campagna ci fecero scendere e salire su al campo di stermino, si prendevano manate di neve per dissetarci.

D: Arrivati a Mauthausen cos’è successo?

R: Quando arrivammo a Mauthausen ci misero un pochino di dietro al muro chiamato del pianto, tutti incolonnati. Faceva freddo, perché molti presi dalle vetrerie erano in camicia, perché in fabbrica dentro coi forni c’è caldo. Quindi immaginiamoci in maniche di camicia, lì tutti sull’attenti, gelavano. Poi arrivò un branco di russi, saranno stati duecento. Li fecero spogliare nudi e quando si videro loro nudi si pensò: “Se ce lo fanno a noi, si muore tutti. Loro ci sono abituati, sono russi”. Poi purtroppo toccò anche a noi. Si andò giù, ci fecero la visita, ci depilarono il capo, sotto le braccia, davanti dove c’è la peluria. Poi le docce, in quattro per mappa, acqua ghiacciata, acqua bollente, lì botte perché si stesse sotto. Poi ogni cento si usciva, ne entravano altri cento, però si doveva stare lì fuori nudi. Ci avevano consegnato un paio di zoccoli all’olandese, una camicia e un paio di mutande, basta. Così sotto la neve che nevicava alla sera, ci toccava aspettare che tutti fossero pronti per andare verso la quarantena. Bisognava marciare diritti per bene incolonnati, perché se uno allungava il passo ci facevano fermare disciplinatamente, dieci minuti di sofferenza lì al freddo, quindi si cercava di andare incolonnati per bene, affinché non ci facessero stare fermi. Si entrò dentro alle baracche. La baracca era composta da due stanzoni, in questa baracca c’era un tedesco che era un capoblocco, era un giovane che aveva ammazzato il babbo e la mamma. Perché i suoi genitori erano un po’ dei benestanti, però lui aveva il vizio del gioco, quindi sperperava un pochino. Sicché i genitori per tenerlo un po’ al passo, questo prese e ammazzò i genitori per spogliarli dei loro beni. Tutti i Kapò e i capiblocco, la maggior parte erano tutti delinquenti, criminali per reati comuni e Hitler aveva dato a loro una possibilità di potersi riabilitare servendo la patria, facendo gli aguzzini a noi. Loro erano i nostri carnefici, loro ci potevano ammazzare senza neppure rendere conto alle SS del perché e per come. Noi dipendevamo tutto da loro. Con le SS poi a volte ci si aveva a che fare.

D: Nedo, scusa, il tuo babbo era sempre con te?

R: Sì, perché appena si arrivò a Ebensee, questo successe perché l’immatricolazione a noi fu fatta due giorni prima della partenza per Ebensee da Mauthausen. Ci fu fatta l’immatricolazione, ci rifù fatta la depilazione e tutto, ci fu dato il vestiario, camicie, mutande, scarponi, giacca, cappotto e cappello, in tedesco Muetze. Quindi ci fecero le fotografie col numero di matricola e l’indomani si partì tutti incolonnati per Ebensee.

D: Il tuo numero di matricola te lo ricordi?

R: Sì, il mio numero di matricola era 57.302, siebenfuenfzigtausenddreihundertzwei. Mentre mio padre aveva 57.301, perché lui si chiamava Nencioni Giuseppe e io Nencioni Nedo, perché l’immatricolazione andò e andava sempre per ordine alfabetico.

D: Quindi la quarantena voi l’avete fatta a Mauthausen…

R: Noi la quarantena si fece non so se appena undici giorni. Da lì si arrivò a Ebensee.

D: Dicevi, vi hanno mandato a Ebensee?

R: Sì, e siamo arrivati a Ebensee..

D: Ma come vi hanno portati a Ebensee?

R: Col treno. Da Mauthausen fino a Ebensee in treno, però il treno sempre si fermava al di fuori della stazione, un pochino. Quindi poi tutta a piedi passeggiando per sentieri dove non c’erano persone. Si arrivò a Ebensee, al campo di Ebensee.

D: Quando questo?

R: Non so se il 23 o il 24 marzo del ’44. Mi ricordo che c’era la neve alta, perché Ebensee come hai visto è un po’ in un luogo… Il capo campo incominciò a chiamare mettendo chi a destra chi a sinistra, corsero le voci, a volte lì subito correvano le voci come il vento, sentii che i giovani venivano mandati da un’altra parte. Quando fu chiamato il mio babbo e dopo io che mi mandavano da un’altra parte, iniziai a dire: “Voglio stare insieme al mio babbo, voglio stare insieme al mio babbo”.

Il capo campo, che era un politico, capì che eravamo babbo e figliolo, perché Nencioni Giuseppe e Nencioni Nedo nelle schede, quindi mi mise assieme a mio padre, anche se lo scrivano del campo non gli stava bene a mano, dicendo: “No, lui è giovane, dieser Junge, dieser …”, dicendogli che non andava bene, perché di giovani di sedici anni, io avevo sedici anni, come me ce n’era altri, ci fu il figliolo del dottor Baroncini che fu rimesso assieme al suo babbo, ci fu il figliolo del Gasparri che anche lui fu messo assieme al suo babbo e molti dei giovani furono rimessi insieme ai genitori. Infatti io stetti nel blocco assieme a mio padre. Mentre Saffo e altri, Saffo fu messo a fare lo stubedienst subito nell’infermeria, perché quando si arrivò noi c’era un’infermeria sola, dopo nacque anche la seconda infermeria. Mentre ci furono altri di Firenze o giovani che furono messi alle cucine.

Io, come ripeto, imparai presto a parlare tedesco, perché ogni volta che davano un ordine, l’ordine lo davano in tedesco, anche se dicevano: “Gehe ins Magazin und bringt Schaufel”, non dicevano in italiano: “Vai in magazzino e prendi la pala”. Quindi fra Magazin e magazzino si capiva, quindi uno andava in magazzino e si trovava un po’ inebriato, perché non sapeva cosa prendere, cosa portare, aveva paura di toccare, perché là erano botte.

E le botte non erano un ceffone e via, ma finché non vedevano il sangue non smettevano. Poi magari quello aspetta, aspetta, arrivava il Kapò e: “Das ist Schaufel”, “questa è la pala” e così erano botte, ripeto. Io imparai presto, anche il numero era tanto importante, perché quando chiamavano non chiamavano per nome, ma chiamavano per numero e c’erano tanti, come il mio babbo, che sapevano dire solamente “ja”, “nein” e basta. Poi magari il numero lo aveva, perché io gli insegnai subito e non è che fosse un uomo che non era intelligente, per carità, però non tutti erano portati.

Ripeto, io ebbi la fortuna di cominciare presto e poi anche di incontrare persone che mi hanno aiutato. Mi ricordo la prima mattina quando ci fu la sveglia, alla sveglia ci mandarono a lavarci, dopo ci diedero il caffè, che poi era una sbroccia di acqua bollita con l’erba, però purtroppo si beveva per avere un qualche cosa di caldo in corpo. Anche l’acqua appena arrivati si beveva, venne la diarrea e tanti morirono per la diarrea, poi si trovò il verso lì a Ebensee di curarla, perché là le medicine non c’erano, il vitto nemmeno, ma si curava mangiando la legnite.

Questa legnite faceva da cemento in corpo, poi si mangiava anche per fame, poi si scoprì che questa ci guariva dalla cosa. A me toccò smettere perché non andavo più di corpo. Il primo giorno quando alla piazza dell’appello il capo campo scandì: “Arbeit Kommando formen” noi si rimase un pochino tutti inebetiti, che vuole questo? Però si videro le persone che c’erano prima di noi scappare ai lati e quindi anche noi si andò ai lati. A me un Kapò mi prese e mi infilò nel suo comando, perché c’erano i comandi che erano formati da cento persone.

Il mio comando… Arrivavano carrelli fuori dalle gallerie pieni di pietre, queste pietre poi bisognava rovesciarle e fare una strada ferrata. Io inesperto com’ero vidi sganciare il carrello e lo feci anch’io, sganciai il mio carrello, poi guardavo un pochino le pietre come fare, se buttarle di sotto, se volevano alzarle. Nel frattempo venne il Kapò, incominciò a darmi manganellate nel capo, io continuavo a buttare sangue dal naso e dalla bocca, ruzzolai per tutta la scarpata e con l’acqua, un secchio d’acqua mi fece rinvenire, mi riportò su e poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”. Io non capivo, rimasi intimorito, come? Accanto a me c’era un avvocato romano, era un ebreo e mi fece: “Ha chiesto quanti anni hai”.

Io gli dissi sedici anni e questo gli dice: “Sechzehn Jahre habe”. “Ach so” fece questo, “Ah sì” e andò via. Io però con la coda dell’occhio ogni volta che lo vedevo avvicinare prendevo la pala e mi davo da fare per dodici. Questo Kapò forse non mi avrebbe fatto più nulla, però purtroppo il timore c’era sì. L’indomani mattina quando ci rifù l’appello e fu riscandito: “Arbeit Kommando formen” io andai in un altro comando per scansarmi da questo poco di buono. Mi ricordo che in quest’altro comando si trasportava delle tavole lunghe in due. Sarà stato verso mezzogiorno, mancava poco per andare a mangiare, capita questo Kapò, mi prende, perché io ero in testa e dietro a me c’era un altro, si portava questa tavola. Mi toglie di sotto, va in terra la tavola e mi fa: “Warum kommst du nicht mit mir arbeiten?”, “Perché te non sei ritornato con me a lavorare?”. Intervenne l’altro Kapò, si presero fra di loro e io ripresi la tavola e con questa andai via. Poi mi capitò un altro comando, in quest’altro comando facevano le fosse non biologiche, ma per gli spurghi delle acque.

C’erano questi tubi di cemento grandissimi che bisognava farli rotolare e poi con dei cosi sollevarli e buttarli dentro. Io gli dissi a quest’ingegnere: “Perché non mette delle tavole così sopra a questa fossa? Si rotola ugualmente e poi si tira una tavola da destra, una da sinistra e poi si fanno scivolare”. Questo ingegnere mi guarda, mi fa: “Wiviel Jahre du?”.

“Sechzehn Jahre”, perché già cominciavo a immagazzinare tutto quello, non so, il pane “Brot”, le scarpe “Schuhe”, tutto quello che sentivo che era necessario lo immagazzinavo, ecco come ho imparato a parlare il tedesco.

Non so se tu vedi che ogni volta che vengo là parlo, per carità, non parlo come parlare l’italiano, ma mi so abbastanza difendere. Quest’uomo mi prese in simpatia, mi ritenne un ragazzo intelligente, mi disse: “Te che mestiere fai?”, io gli dissi: “Ich arbeite Glas”, io lavoro il vetro.

Mi portava rispetto. Nel mio stesso blocco c’era un Kapò che non era tedesco, era un polacco, però siccome era di quel tratto che la Germania disse: “E’ Germania” era ritenuto tedesco. Assieme a lui c’era un suo amico che era stato a lavorare in Spagna, mi disse se volevo andare a lavorare con lui, mi avrebbe messo in un posto buono. Erano già passati due mesi. Lì per lì ci pensai, perché con questo stavo bene perché ero rispettato, nemmeno il Kapò mi poteva quasi più toccare.

Solleticato un pochino da queste parole, dissi di sì. Infatti andai a lavorare con lui e questo mi mise in un magazzino. In questo magazzino conobbi questo Alexander, io che si chiamasse Alexander o come… Solamente quest’uomo quando mi vide, mi guardò un po’ perplesso, poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”, io: “Sechzehn Jahre habe”, “Bist du Jude?”, cioè “Sei ebreo?” “No, no, io, come vede, triangolo rosso, sono considerato politico”.

Questo tentennò il capo, perché sedici anni, combinazione poi l’ho saputo dopo che anche lui aveva sedici anni quando lo misero lì a lavorare, quindi tentennò il capo a sentir parlare di politico. Quest’uomo tutti i giorni mi dava un pezzetto di pane o per esempio diceva: “Sai, oggi ho fatto i maccheroni, tieni”, insomma mi dava la pastasciutta, che poi era pasta bollita nel latte. Insomma quest’uomo mi aiutava, poi mi dava sempre notizie su quello che era il fronte russo, il fronte americano, mi dava quell’incoraggiamento, anche queste notizie mi davano la possibilità di dire “Presto finisce la guerra”. Rientravo nel campo, dicevo agli altri: “Sapete…”.

Tant’è vero anche quando ci fu che Mussolini trovò l’accordo di liberare tutti i prigionieri militari, io portai la voce dentro il campo e mi dissero: “Non ti illudere, noi da qua non usciamo più. Non siamo come prigionieri militari”. Infatti fu così. Quando fu liberata Firenze mi disse: “E’ stata liberata Firenze”, mi fece vedere il giornale.

Assieme a me c’era questo amico di questo Kapò che era stato a lavorare in Spagna. La SS aveva bisogno di un posto dove mettere delle patate, perché arrivarono tante patate e non avevano il posto. Chiesero se lui le metteva nel suo magazzino, questo disse di sì. Questo che era assieme a me mi disse: “Perché non chiedi due patate? Se gliele chiedi tu, te le dà. Si mangiano, si fa a metà io, te e il tuo babbo”.

Da principio a metà io e lui non ci sarei stato, perché mi sentivo di compromettere quest’uomo, ma sentendo dire anche mio padre… Infatti gliele chiesi. Quest’uomo mi disse: “Sì, e come le mangi?”. “Così”. “Ah no”, dice, nella mia stanzina c’era una stufa, c’era una bacinella con l’acqua.

Dice: “Fai un tappo di legno, così le metti a cuocere, tu le tappi e se anche viene il Kapò o la SS non vanno a vedere cosa c’è, lasciano perdere e tu puoi mangiare”. Così si faceva tutti i giorni, si mangiavano queste patate, ne davo la parte al mio babbo. Un giorno mentre eravamo lì a sedere e si mangiavano le patate, perché tornando un passo indietro questo tedesco mi disse: “Guarda, tanto ci sono le porte a vetri, tu ti metti lì e non fa nulla.

Se poi vedi arrivare qualcheduno, un Kapò o la SS, ti metti a ungere un dado, fai qualche cosa tanto per far vedere che fai. Quindi si vedeva la gente se arrivava o no. C’eravamo messi a sedere mentre si mangiavano queste patate, arriva un Kapò, era uno zingaro sicché quest’uomo si trovò nei guai, corse per non farci picchiare, gli offrì 1.000 marchi, gli offrì sigarette.

L’indomani purtroppo questo tedesco non c’era più. Io sentii il rimorso di dire che quest’uomo era venuto a fare la fine mia, è colpa mia. Anch’io fui mandato via da lì. Quello che entrò al posto di questo tedesco, disse: “Aspettate, aspettate, lo voglio vedere”, infatti mi guardò e disse: “Sì, va bene, vai via”.

Da lì fui mandato, erano già arrivate dentro le gallerie queste botti, cisterne per la lavorazione del petrolio, per la raffinazione, però si dovevano rivestire. Si doveva mettere prima una fascia che era larga più di un metro, lunga ,che c’era la lana di vetro, si doveva tappare così, col filo di ferro poi legarli.

Quando era tutta lavorata e rivestita di questa roba si doveva mettere una rete metallica. A questa rete metallica erano appiccicati già dei cosi di stucco, di gesso. Anche questa rete poi rivestita, poi si doveva murare col cemento e fare una specie di thermos per il freddo. Lì c’era un maresciallo dell’aviazione che era un ingegnere, avevano bisogno di manodopera, con noi c’erano civili, c’erano questi dell’aviazione, ma anche della marina che ormai l’aviazione era bell’e disfatta.

Quindi furono messi lì. Questo maresciallo fumava, a me venne voglia, vidi che era quasi alla cicca e gli feci: “Feldwebel, gibt mir deine …?”, cioè “Maresciallo, mi dai la tua cicca?”. Quest’uomo incomincia a urlare, pareva che mi mangiasse. Prese e andò via, io dissi: “Mi è andata bene”.

Ritornò e mi fece: “Guarda, vai lì di dietro che ti ho messo una sigaretta, ma stai attento, pass mal auf, stai attento”. Presi, andai a fumare questa sigaretta e anche quest’uomo mi chiese quanti anni avevo. Quando gli dissi l’età, anche lui sedici anni, guardò, rimase ancora e disse: “Ma che, sei ebreo?”.

“No, io non sono ebreo”. Sarà stato verso le quattro, mi disse: “Guarda, vammi a lavare questi gambali”. Io presi i suoi gambali, ci andai anche un po’ più contento di dire “Ho trovato una persona umana”, ci andai con più enfasi per rispetto. Ci stetti anche più del solito. Quando tornai mi guardò e mi disse: “Sei tanto scemo, ritorna a lavarli”. Proprio per farmi perdere tempo e lavorare il meno possibile.

Era già passato un mese, bisognava andare a fare i rivestimenti fuori a questi tubi, perché venivano i vagoni, il treno con questi vagoni cisterna a portare il grezzo e a prendere il raffinato. Quindi c’era il succhiò per buttare e c’erano queste tubature fuori che anche queste andavano rivestite che sennò il gelo…

Capisci? Un giorno mi disse, perché ormai aveva questa confidenza con me, si parlava del più e del meno, non di politica, per carità, però si parlava magari dell’Italia, il clima, la pastasciutta, queste cose. Quest’uomo mi disse: “Guarda, io proprio mi sento male, perché qui il lavoro va a rilento, io picchiarvi non vi voglio picchiare, però io sono nei guai, perché qui bisogna che questo lavoro vada avanti”.

Io gli dissi: “Vede, maresciallo, tutt’al più Lei c’è e se ne accorge che con questo freddo lavorare fuori alle intemperie con la neve sulle spalle o gli acquazzoni, il freddo, le mani sono rattrappite, si tocca il ferro…”.

Questo maresciallo ci fece dare una specie di tuta impermeabile che arrivava fino qui. Il comandante del campo delle SS lo richiamò al dovere, quasi lo voleva ficcare dentro al campo anche lui. Disse: “Te sei un po’ buono, vuoi fare sfuggire queste persone aiutandole. Lo sai che a questi non si deve dargli nulla”.

Questo gli disse: “Senta, prima di tutto non mi interessa delle vostre cose, a me interessa che vada avanti il lavoro, perché la ditta vuole il lavoro. Siccome io ho constatato che queste persone non possono lavorare in queste condizioni, sia questi sia che ne vengono altri, sono uguali.

Io il lavoro voglio che vada avanti. Se non vi va bene, voi gli fate un disegno dietro alla tuta che sono del campo di sterminio”. Infatti ci fecero una KZ, però queste ci rimasero.

Succede che mio padre, pover’uomo, non camminava più, perché aveva subito un infortunio sul lavoro già tanto tempo prima, mi pare verso il mese di giugno. Andò a sganciare un vagoncino, andò per sganciare l’altra parte, ma l’altra parte era bell’e sganciata, quindi tutte le pietre gli vennero addosso.

Gli furono colpite più che altro le gambe. Lo salvarono russi e polacchi, erano assieme a lui a fare questo lavoro lì fuori, lo misero in infermeria. Nell’ottobre o novembre gli si rigonfiavano queste gambe, sì, nell’ottobre. Gli si rigonfiavano e quest’uomo non camminava più. Gli facevo: “Babbo” e lo aiutavo a ritornare via, ma se non si camminava a passo ci sparavano e ci ammazzavano tutti e due. Sicché gli dicevo: “Babbo, marca visita”.

Quest’uomo però a marcare visita aveva paura, perché tanti marcavano visita anche se avevano la TBC, bastava dicessero di no che gli davano venticinque bastonate e con venticinque si moriva. Poi, pover’uomo, marcò visita, infatti fu riconosciuto. Da lì fummo presi tremila e duemila da Mauthausen e mandati a Wels. A Wels c’era la ferrovia che era stata distrutta da un bombardamento.

Ci presero e ci portarono a riattivare la ferrovia là a Wels. Passò del tempo, mi ricordo una volta, c’erano dei militari e uno gli fece: “Vedete quelli lì? Sono peggio di noi”. E questi: “Ma che, ce n’è italiani?”. Io gli dissi: “Sì”, e questo gli fece: “Non gli parlare, perché è pericoloso”. Io capii che tra di loro prigionieri militari… Un giorno, perché quando ci facevano prendere le lungarine non è che prendessero una squadra e la mettessero a…

No, diceva: nove persone, una lungarina di undici metri, come va va. Se quello non ci arrivava, ci metteva la mano e la forza non ce la faceva. Una volta, mi ricordo, ero in testa. C’erano le buche, perché i bombardamenti avevano fatto delle buche. Molti ebrei facevano i furbi, io mi intrappolai e mi sbranai una mano. Quello della SS mi prese e mi portò in infermeria, perché succedeva questo, che se ti facevi male sul lavoro, lì sì, ma a Ebensee ti mettevano da una parte e finché non si ritornava al campo…

Se eri morto dissanguato, eri morto dissanguato. Finché non si ritornava al campo in infermeria non ti portavano. Però in infermeria se ti eri fatto male, sì. Ma se ti avevano picchiato te ne davano altrettante, quindi non conveniva andare in infermeria. Ci si medicava col piscio.

Ci si pisciava in mano e ci si medicava. Uno delle SS, ma era giovane, avrà avuto venticinque, ventisei anni, col mitra mi portò dentro la stazione a medicarmi. Fui medicato, si tornò via. Quando siamo all’ultima panchina della stazione, mi fa: “Achtung! Komme zurueck und sitze”, cioè “Fermati, vieni con me a sedere”. Mi metto a sedere, quest’uomo tira fuori il portafoglio e mi fa vedere la fotografia.

C’era sua moglie, il suo bambino o la sua bambina, ora io non mi ricordo. Gli feci: “Questa è tua moglie? Sì? Questa è il tuo bambino? Sì? Sono belli”. Dice: “La guerra è orrenda. Forza, forza, tanto fra poco sta per finire. Io forse la mia famiglia non la vedrò più”. Io zitto, perché temevo che fosse anche un po’ un tranello per farmi…

Quest’uomo butta giù lo zaino, tira fuori il pane, ne fa due fette, prende la marmellata, ci mette la marmellata e me lo offre. Lì per lì indugio, poi la fame, la presi e la mangiai. A volte degli episodi anche umani si sono verificati. Da lì, siccome anche la SS scappava perché aveva paura più che altro del fronte russo, perché erano più vicini i russi. I russi non li contrastava più nemmeno l’avanzata.

Avevano paura, perché sapevano che le avevano fatte. Quindi scappavano. La resistenza era più dalla parte occidentale. Prima di abbandonarci, ci riportarono a Ebensee. A Ebensee ci fecero rimontare su vagoni, non vagoni bestiame, ma questi carri che ci portano il carbone, aperti.

Mi ricordo, erano i primi di aprile, verso il 15 aprile. Quando vidi il mio babbo l’indomani, sì, verso il 20 aprile. Però nevicava, c’era ancora freddo. Mi ricordo che si arrivò a Ebensee, vivi fummo in trecento soli, gli altri erano tutti morti in treno. Se uno scendeva per orinare, poi attaccava la rincorsa e faceva in tempo a riprendere il treno, perché andava piano. La Liberazione fu un po’… Come ti posso dire?

Presero tutti, ci misero in una baracca e non ci mandarono a lavorare. Tanto siamo alla fine, quindi non ci mandano a lavorare. L’indomani mattina ci fu l’appello, ci si accorse tutti che era prima. Si pensò che c’era qualcosa di nuovo. Il comandante del campo, delle SS chiamò tutti gli interpreti, cosa mai fatta, perché se c’era un’esecuzione veniva fatta e noi tutti sull’attenti, si doveva vedere. Quella volta, invece, volle tutti gli interpreti e disse: “Da oggi sarete tutti liberi, non perché noi siamo stanchi di tenervi, ma da un momento all’altro ci saranno i vostri liberatori.

Però, come sapete, in ogni guerra i morti ci sono da ambo le parti. Però voi avete la fortuna che avete le gallerie, entrate nelle gallerie così vi salverete”.

Poi lo dissero in francese, ecc. Tutti si disse di no. Però loro il tempo materiale non l’ebbero per costringerci a portarci, quindi finito il discorso lo stato maggiore scappò tutto. Rimasero solamente le sentinelle. Le sentinelle verso le 9.00 della mattina un fischio e andarono via anche loro.

Andate via anche loro si sentì dopo poco che avevano minato le gallerie, quindi scoppiarono le mine. Da noi: “Gli americani, gli americani” e tutti a correre da una parte, “di là gli americani” e correre dall’altra. Poi da ultimo si sfondò la porta, si sfondò, io no, diciamola franca. Io se avessero tardato qualche altro giorno non ce l’avrei fatta neppure io a ritornare.

Tant’è vero, l’ultima ferita che ebbi la medicarono gli americani con la penicillina e mi dissero: “Guarda, quando ritorni in Italia sei bell’e guarito”. Infatti in Italia era bell’e secca. Sfondata la porta entrammo nelle baracche delle SS e si trovarono le valigie con vestiti civili, mitragliatrici, macina-pistole, pistole. Si rientrò dentro il campo e si incominciò ad ammazzare i Kapò che s’incontrarono, anche se qualcheduno riuscì a svignarsela.

A me a Ebensee anche il Sindaco di Ebensee mi disse che questo Kapò zingaro è stato a Ebensee parecchio tempo, capisce? Ora, non so quanto, ma mi disse che è stato lì a Ebensee lui. Questo è un pochino il tutto.

D: Nedo, ascolta, il tuo babbo?

R: Il mio babbo, ti ripeto, lo vidi quando ritornai da Wels. Quando lo vidi ci si abbracciò dicendoci: “Forza, fra poco è finita la guerra”. Dice: “Fra un po’ è finita davvero, vedrai che io…”. “Cosa che te?”. Dice: “Sai, domani mi mandano a lavorare”. Dissi: “Meglio così perché so che le razioni saranno ridotte, a noi un pane invece di darcelo in tre ce lo daranno in sei, ma a voi dentro l’infermeria ve lo daranno in nove.

Quindi anche il mangiare è sostegno, l’alimentazione… E’ bene che tu riprenda il lavoro”. Ma lui forse se ce lo tenevano era anche perché dava una mano a fare il barbiere, perché lui quando si presentò lì al blocco che chiesero se c’era nessun barbiere, il mio babbo disse: “Io”.

E gli spagnoli: “italiani no, italiani no”. Perché, come tu sai, questi spagnoli erano tutti scappati dalla Spagna per via della rivoluzione spagnola e, come tu sai, Mussolini mandò i fascisti laggiù a combattere. Questi però non si rendevano conto che tanti italiani per non andare a combattere a fianco a loro e tanti altri italiani, come per esempio mio padre, facevano le collette per mandargli i quattrini per potersi comprare le armi per combattere. Però io tutto questo non lo sapevo, sentii “italiano no, italiano no” e quindi non fu messo. Mentre poi Grazzini era veramente barbiere e lo misero come barbiere, perché sennò si sarebbe salvato anche lui.

D: Il babbo è mancato a Ebensee?

R: Sì, lui è morto a Ebensee, però nessuno mi ha saputo dire che è morto, poi io non l’ho visto. Nessuno me l’ha saputo dire. Non me lo avranno saputo dire perché forse non me l’hanno voluto dire per le condizioni in cui ero. Ti ho detto, quando fui liberato non ero in condizioni proprio…

Poi andando in giro si trovò qualcheduno delle SS, si è riportato al campo, si è ammazzato. Poi il comandante americano ci fece l’appello dicendo che o si faceva finita o anche loro mettevano le sentinelle. Noi si disse: “Lei dice bene perché non ha subito quello che abbiamo subito noi”. “Sì, avete ragione, per carità, lo so benissimo, per carità. Però se si fa ognuno giustizia da sé, sarà un odio che andrà avanti. Invece un domani ci sarà un tribunale e poi la giustizia fatta”. Lo sai anche te quello che è stato.

D: Nedo, tu sei stato liberato il 6 maggio, no?

R: Sì.

D: Del ’45?

R: Sì.

D: Quando sei rientrato in Italia?

R: In Italia dopo un mese. So di essere arrivato a casa il 25 giugno. Perché scappai dal campo di Bologna. Arrivato a Bolzano mi volevano ricoverare e io no, perché volevo rivedere il mio babbo, perché tanti mi dicevano: “Ritorna, è capace, con la confusione che c’è stata”. Ho detto: “E’ a casa”. “Quindi sono infelici perché manchi te, è capace, via, andiamo, andiamo”. Mi convinsero a ritornare, da Bolzano io che dovevo essere ricoverato anche per questa ferita, poi fu segnato che il malato di Ebensee esce….

Uno disse: “Segnali anche la ferita”. “Si, ma lasciala fare”. “No, segnala”. Ma non me la volle segnare questa ultima ferita. Da lì portarono a Verona. Ci portarono su un camion da Bolzano a Verona. C’erano gli autisti tedeschi, loro andarono a mangiare e a noi nulla. Quando si arrivò a Bologna, io andai quando ci davano il rancio, chiedevo per me, per Nencioni e per Nedo.

Ero sempre io ma ne prendevo tre, la fame… Poi sentii che c’erano persone che erano lì da quindici giorni, dodici giorni. Io assieme a quel livornese, eravamo quattro o cinque, ci si organizzò. Si poteva uscire, però non con la roba.

Allora dissi: “Guardate, voi andate fuori, io poi vi passo la roba, poi esco anch’io e si va via. Sennò qui…”. Infatti si trovò un camion che andava a Roma, da Firenze ci passa, sentiamo se ci porta. “Sì, sì” dice. Voleva dei quattrini, ma qua quattrini non ci sono, tutt’al più ci sono due stecche di sigarette americane, perché questa roba ci avevano dato. “No, no”.

Se avessi avuto la forza, avrei rovesciato il camion. Si montò sui vagoni merce lì alla stazione, da Bologna si arrivò a Firenze, da Firenze a Empoli. Mi ricordo che strada facendo ero vestito mezzo tedesco, mezzo americano e mi guardavano alla mattina prima delle 5.00. Mi fecero: “Ma che, sei Italiano?”. “Sì, sì”. “Da dove vieni?”. Gli raccontai dalla Germania. “Dove stai? Vado ad avvertire tua mamma”. Mi pare vero, infatti questo andò.

Toselli Dina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Prego, come ti chiami?

R: Dina Toselli. Sono nata a San Giovanni in Persiceto il 5 gennaio del 1926.

Se devo raccontare il perché sono andata a finire nel campo di concentramento, vado indietro al 5 dicembre del 1944.

Eravamo a letto…

D: Dove, Dina, scusi?

R: Ad Amola di San Giovanni in Persiceto, eravamo a letto, abbiamo sentito bussare. Mio padre ha detto: Non andate ad aprire”.

E io ho detto: “Anche se sono i tedeschi, bisogna andare ad aprire papà, altrimenti questi ci fanno fuori tutti subito a letto”.

Mi sono alzata, sono andata ad aprire e c’erano i tedeschi e hanno arrestato mio padre che si chiama Aldo ed era del 1903 e mio fratello che si chiamava Dino che è del 1927 e li hanno portati fuori ammanettati.

Io mi sono alzata.

Intanto i tedeschi avevano cominciato a frugare per la casa, e una cosa che mi è rimasta molto impressa nella mente, è che due tedeschi sotto il sottoscala dove mio padre e mia madre avevano messo il granoturco sgranato, cercavano qualcosa sotto.

Naturalmente non hanno trovato niente perché non c’era niente.

Poi, una mia vicina di casa mi disse: “Vieni che andiamo a San Giovanni in Persiceto e andiamo a vedere se qualcuno ci può aiutare, qualche autorità, qualcuno”.

Allora mi sono messa il cappotto su quello che avevo, sul grembiule e ricordo che avevo le ciabatte che mi aveva fatto mia madre, con la suola di copertone.

E ci siamo avviate. Come ci siamo avviate, ci hanno preso e ci hanno arrestato.

D: Chi, in questo caso, sempre …?

R: Sempre i tedeschi. Dopo avere fatto il rastrellamento ed hanno arrestato altre persone, andarono in altre case, tutti i vicini, tutti i ragazzi. Ci hanno portato nella Chiesa di Amola.

Io non ho una buona impressione della Chiesa e mi dispiace dirlo, non si è fatto vedere nessuno.

Ci hanno portato in Chiesa, e poi ricordo che mio padre lo avevano legato con le mani dietro alla schiena e la corda al collo e lo tiravano con molta poca delicatezza.

Poi io cercavo di uscire da questo imbroglio, dicendo che avevo un passaporto, infatti lavoravo presso un’azienda ad Anzalo dell’Emilia e avevo un passaporto, un lasciapassare e l’ho presentato.

Allora sembrava quasi quasi che mi lasciassero andare via. Invece è arrivato qualcuno, che io non ho neanche idea di chi sia e non ricordo neanche come fosse che disse: “No”. Così sono rimasta con gli altri.

Poi è passato del tempo e ci hanno portato a Sant’Agata in un posto, era una palestra, ci hanno messi tutti con la faccia contro il muro e lì c’erano i tedeschi con le armi spianate, e i cani. E io ho pensato che ci facessero fuori.

Eravamo in molti, siamo passati da Anzalo dell’Emilia che avevano già fatto un’altra retata ad Anzalo dell’Emilia e ci hanno portato a San Giovanni in Monte.

E lì, io con le ciabatte in mano perché si erano sfasciate queste ciabatte, e avevo messo i piedi sotto il cappotto, il 5 dicembre, dentro un camerone di una prigione, è passata una suora e mi ha detto: “Stia composta, tiri giù le gambe” e siamo rimasti lì fino al giorno che ci hanno portato a Bolzano.

D: Quella notte che ti hanno arrestato il padre, tuo fratello e poi te e la tua vicina di casa e poi hanno proseguito il rastrellamento, in quanti, più o meno?

R: Non so, non te lo so dire. So soltanto che c’ero io, mio padre, mio fratello e mio cugino.

D: C’erano soltanto i tedeschi o anche italiani?

R: Anche dei tedeschi perché una volta, quando arrivammo dentro a San Giovanni in Monte ci hanno preso e mi hanno fatto un interrogatorio, non ricordavo più…, e volevano sapere qualcosa dell’ospedale Maggiore. Allora io ho detto: “Sì, ci sono stata nell’ospedale, ma non sono stata all’ospedale Maggiore. Sono stata all’ospedale di San Giovanni in Persiceto perché avevo una pleurite essudativa”.

Allora lui mi ha guardato e ha detto: “No, tu eri all’ospedale Maggiore, tu conosci Brunello” e dissi: “No, io non conosco nessun Brunello e all’ospedale Maggiore non ci sono stata”.

“E Brunello?” “Non lo conosco”.

“E Alfredo?” Dico: “Quello sì, abita a due passi da casa mia”.

“Brunello e Alfredo sono la stessa persona”.

“Se lo dite voi, io non lo posso sapere”.

D: Queste affermazioni chi le ha fatte, un italiano o un tedesco?

R: Due tedeschi che a un dato momento uno di quelli mi ha cominciato ad interrogare e mi ha dato un ceffone e io dopo ho chiesto di andare al bagno perché tra il ceffone e tutto il resto avevo bisogno di andare in bagno e lui aveva detto: “No, non ti lascio andare” e poi è andato via.

E l’altro che è rimasto, si sa come fanno, ci sono i buoni e i cattivi, il buono ha detto: “Perché è così arrogante?” E ho detto: “Io non sono arrogante, ho risposto alle domande che mi avevano fatto e più di dire quello che dovevo dire, non so cosa…” Ho detto: “Mi fa andare in bagno” e mi ha detto: “Adesso la faccio andare in bagno”.

Poi è finito l’interrogatorio, hanno interrogato anche gli altri e la sera ci hanno riportato a San Giovanni…

D: Scusa, nell’interrogatorio non hanno fatto…

R: No, ai Giardini Margherita. Come fa a saperlo che io non lo ricordavo più?

D: Un’altra cosa: quando ti hanno portato a San Giovanni…, tuo padre e tuo fratello…

R: Anche loro, ma gli uomini erano da una parte e le donne erano da un’altra.

Noi, quando siamo partiti, perché noi siamo partiti il 23 o il 22 e siamo arrivati il 24 dicembre, dunque eravamo lì da un bel po’, da quindici giorni circa.

Io sapevo che avevo mio padre, e c’era uno degli SS, un ragazzotto come me, a cui io dicevo: “Fammi parlare con mio padre, che cosa ti costa?” E lui diceva: “No, non posso”.

E io dicevo: “Fammi parlare con lui”.

Sembrava quasi che fosse convinto e poi avrà chiesto a qualcuno se potevo, se non potevo, non me l’ha fatto vedere.

D: Neanche tuo fratello?

R: Io non li ho più visti neanche da Sant’Agata, non ho mai più visto nessuno dei due.

D: E tu hai subito solo un interrogatorio?

R: Solo un interrogatorio.

D: E sei stata accusata di che?

R: Di fare parte dei partigiani.

D: E tu facevi parte dei partigiani?

R: Se devo dire proprio la verità ero su quella strada, ma ero su quella strada, non avevo ancora fatto niente. Mio padre era un vecchio antifascista, mio fratello sì, invece, faceva parte di un gruppo.

Mio padre era un vecchio antifascista, quando veniva su Benito Mussolini, lo prendevano e lo cacciavano in galera. Tant’è che lui non trovò mai da lavorare, in Italia, era sempre fuori a lavorare.

Prima hanno bonificato l’Agro Pontino, poi è andato in Africa, poi è andato in Albania, insomma lui poveretto non era mai a casa.

Lui voleva mantenersi, che poi in effetti…, era sempre via, stava via due anni, tre anni, poi veniva a casa e stava a casa due o tre mesi, poi tornava via, la sua vita era questo…

D: Lì, a San Giovanni …, in carcere sei rimasta quindici giorni?

R: Circa. Siamo stati arrestati il 5, siamo partiti verso il 22. Al 24, la vigilia di Natale eravamo a Bolzano il 23, adesso con esattezza le date non le ricordo molto bene.

Nel lasso di tempo siamo rimasti sempre lì.

Io non ho avuto niente altro che questo interrogatorio.

Non ricordo agli altri cosa sia successo, se hanno interrogato anche gli altri, perché non lo ricordo assolutamente, però lì ci siamo stati un po’.

D: Hai avuto contatti con i tuoi parenti?

R: No. Avevo solo la mia mamma, e la mia mamma aveva un bambino piccolo, perché fra me e il mio fratello più piccolo ci sono sedici anni di differenza e allora il bambino piccolino aveva due anni, non avrebbe neanche saputo fare, perché mia madre era una donna di una certa epoca, e non era mai andata fuori da San Giovanni in Persiceto.

Siamo stati anche a Nettuno perché papà lavorava in quei paraggi, ci siamo stati per sei mesi e poi siamo tornati a casa.

D: Dopo circa quindici giorni di carcere a San Giovanni in Monte, cosa è successo?

R: E’ successo che siamo andati a Bolzano in un camion, dove c’erano gli uomini e le donne, tutti assieme, un camion unico.

Erano più camion perché eravamo in novantanove, novanta uomini e nove donne.

D: Mentre invece durante il rastrellamento le donne erano tante?

R: No, durante il rastrellamento le donne erano sempre molto poche. Io ricordo Maria e poi un’altra, sempre dell’Amola che si chiamava Nina, noi tre e basta. Le altre erano o di Antolla o di Calderano di Reno, come la Torrini.

D: Se tu ti ricordi, sul camion con voi, c’erano delle sentinelle, delle guardie?

R: Probabilmente sì, ma anche se non ci fossero state, dove saremmo andati? Il camion correva sempre, giorno e notte.

D: Chiedo scusa, … al mattino, al pomeriggio, alla sera?

R: Non mi ricordo. Io credo di pomeriggio perché abbiamo viaggiato anche di notte.

Non ricordo con esattezza.

D: Però non ti hanno detto dove vi trovavate?

R: No, non ce l’hanno detto.

Siamo arrivati in campo di concentramento, gli uomini li hanno messi da una parte, le donne le hanno messe da un’altra parte perché erano separati i blocchi.

E poi siamo stati lì, ci hanno numerati, poi ci hanno tolto tutti i vestiti. E gli uomini sono stati tosati per bene, le donne no.

Ci hanno dato un paio di pantaloni, quelli da marinaio grigi, una mantella grigio verde, un paio di zoccoli, un paio di calzini, e la biancheria intima no, l’avevamo noi, non avevamo niente altro, solo quello che indossavamo, non avevamo niente. Poi siamo stati lì…

D: Ti ricordi di che blocco?

R: Dovrebbe essere il blocco “T”, però non ci giurerei sopra.

Il mio numero è 6998.

Io poi ero una prigioniera politica, mentre c’erano delle altre persone che erano gli ebrei l’avevano diverso. Il nostro era rosso, mentre quello degli ebrei era giallo.

C’erano delle persone, donne anche, che invece di avere il triangolino l’avevano rotondo ed erano le pericolose.

D: Questo, sempre nel tuo blocco?

R: C’erano due blocchi di donne, non ce n’erano molti.

Erano più i blocchi degli uomini.

Poi, di quello che io posso ricordare è che tutte le mattine si faceva la conta, gli uomini da una parte, tutte le donne dall’altra e il tedesco dopo avere contato i prigionieri faceva tenere i berretti in testa, e poi diceva: berretti giù.

Allora, se il rumore del berretto sulla gamba era bello, fatto bene, tutto andava bene, altrimenti si ripeteva fintanto che non veniva soddisfatto il tedesco.

Siamo stati lì e poi hanno chiesto se volevamo andare a lavorare per un’azienda, e io ho detto di sì perché non ne potevo più perché stavo impazzendo, non avevo niente da fare, io pur essendo giovanissima ho sempre lavorato, nel senso che già ero stata impiegata in un’azienda e avevo un buon impiego, ma ho sempre lavorato con le mani, e lì tutto il giorno senza fare niente, senza leggere, senza fare niente è la cosa più brutta e per me è la tortura che uno possa infliggere a una persona, perché a non fare niente si muore e io ho detto: “No, non voglio morire”. Così sono andata. Mi hanno preso e sono andata in una galleria dove passava il treno e questa galleria era stata trasformata in una fabbrica, dove c’erano molte macchine utensili.

Mi misero sopra questa macchina e ho cominciato ad usarla. La usavo bene. Era una macchina che faceva cuscinetti a sfera e io facevo l’incavo dove stava il cuscinetto e ne dovevo fare seicento al giorno. E ne facevo di più.

Allora quando vedevo che ero quasi alla fine, davo una spintina di più all’ago, che così si rompeva, aspettavo che me lo venissero ad aggiustare, poi ne facevo seicento uno, seicento due, mai più.

Per paga ci davano un pezzo di pane in più.

Siccome si mangiava tutto insipido, in quello che ci davano non c’era sale, e non era neanche sufficiente a campare, invece lì ci davano un pezzo di pane e poi eravamo in mezzo ai civili, non si vedevano mai i soldati o la SS, perché facevano la guardia ai due portoni, alle due entrate e praticamente eravamo liberi di parlare, di gestire e stavamo lì, lavoravamo e a me piaceva.

Sinceramente non posso dire che lì mi trovavo male, mi trovavo bene perché avevo fatto delle amicizie, avevo fatto delle amicizie con delle altre persone, con delle altre donne che venivano da un’altra città, tant’è che non ci si chiamava più con il nome, ci si chiamava per la città di provenienza, Bologna ci chiamavano. Quell’altro era Belluno, quell’altro era Torino, si stava bene e poi le persone che erano dentro come i civili, che erano quelli che quando noi rompevamo la macchina ce la venivano ad aggiustare, ci portavano sempre non proprio da mangiare, però i dadini per insaporire la minestra e lì ci siamo stati fino alla Liberazione.

Io però ho saltato un episodio che vorrei dire: quando eravamo nel blocco, una notte le donne ebbero lo schiribizzo di fare le cretine, ovverosia di darsi alla pazza gioia.

Una ragazza trovò un manico di scopa, un fazzoletto rosso e ci mettemmo a cantare come delle dannate “Bandiera rossa” e tutto quello che ci saltava fuori dalla mente. Una cagnara… Nessuno disse niente.

La mattina dopo, la capo blocco fu chiamata dai tedeschi, si chiamava Cicci la capo blocco.

Venne di nuovo da noi, ci radunò, ci parlò e ci disse: “Per questa volta lasciamo perdere, quest’altra volta gli uomini andranno fuori e staranno fuori senza cappello per dei giorni e dei giorni”.

Non l’abbiamo più fatto.

Questo era un episodio che mi ero dimenticata di dirvi.

D: Quando tu eri nel campo, nel blocco, insieme alle altre donne, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi?

R: Sì, c’erano anche dei religiosi e io quella volta lì sono stata una persona molto cattiva perché quando me lo sono visto davanti, ho detto: “Guarda che bellezza, c’è un prete anche con noi”.

Non sta mica male…

Sono stata cattiva, l’ho detto con lui, non l’ho detto di dietro. Dopo mi sono pentita moltissimo perché poveretto, lui ha fatto il suo dovere, e io sono stata maleducata.

Infatti era nel blocco “E” dove c’erano quelli che dovevano partire.

Mi è dispiaciuto molto.

Non gli ho mai chiesto scusa, perché poi non l’ho più visto.

D: Ti ricordi se c’erano anche dei bambini per caso?

R: Sai che non me lo ricordo, però non credo dei bambini.

Ricordo che c’erano delle persone di una certa età, ma dei bambini no. Non lo ricordo. Non credo però.

D: Nel periodo che sei rimasta lì a Bolzano, hai assistito ad atti di violenza verso altri…

R: Nel blocco, devo dire una cosa, la Cicci mi aveva regalato un gomitolo di lana con due ferri e io lì facevo i ferri.

Poi quando avevo finito la lana, lo guastavo, tornavo a fare il gomitolo, ricominciavo da capo, perché come ho detto prima, senza fare niente si muore.

Un episodio di violenza l’ho visto, ma io non ricordo che l’abbiano picchiata. Hanno picchiato una ragazza che non ricordo cosa avesse fatto. Perché il blocco E con il blocco…, ma non credo che fosse il nostro blocco, era tagliato là sopra, e io lo so che molte donne andavano di là dagli uomini, ma ero tanto piccolina che non ci pensavo neanche.

Non so se è stato per quello o se lei ha fatto qualcos’altro. So soltanto che l’hanno ripresa e l’hanno anche bastonata e io mi sono presa una sberla sola.

Due sberle mi sono presa dai tedeschi, dalla donna che chiamavano la tigre. Ero andata fuori dal blocco, non so cosa dicesse, brontolava in tedesco, non capivo una parola di tedesco, poi una grande sberla e io sono tornata nel blocco con tutte le mani attaccate alla faccia e poi lo sa lei cosa avevo fatto. Probabilmente avrò avuto non attaccati molto bene i numerini di riconoscimento. Non ricordo più, però mi hanno picchiato.

D: Alla sera, il blocco veniva chiuso?

R: Il blocco veniva chiuso, bombardamento, non bombardamento, noi venivamo chiusi dal di fuori.

Quando era chiuso era chiuso, nessuno entrava e nessuno usciva.

D: I servizi….

R: Avevamo, come i soldati, una sfilza di lavandini, acqua fredda.

Poi qualcosa qualcuno ce l’avrà dato. O io avevo qualcosa che mi hanno mandato, io non ricordo molto bene questa cosa, però so che mi lavavo tutte le mattine e mi cambiavo.

La cosa più grave era quando tu avevi il mestruo che non avevi il cambio, quindi tu lavavi la cosa, e la mettevi sotto per asciugarla la notte, insomma ti davano qualcosa per tenerti pulita.

Magari l’avranno data anche lì, me l’avrà data la Cicci.

D: Il trasferimento dal campo a quella galleria che dicevi…

R: Oltre che essere andata a lavorare, ci portavano con il camion le prime volte, poi è avvenuto che c’è stato un incidente con il camion e una donna è andata a finire in ospedale perché si è fatta male, l’altra si era rotta una spalla. Allora, per essere più vicini alla galleria, ci avevano messo dove mettono i soldati, in una caserma, e in campo non ci andavamo più, soltanto noi che lavoravamo. No, non eravamo stretti. E lì avevamo anche contatto con gli uomini.

D: Era vicina la galleria?

R: Era vicina sì.

D: Andavate a piedi?

R: Andavamo a piedi.

D: Non ti ricordi se era una caserma ancora attiva?

R: No, c’eravamo noi, era una caserma, ma c’eravamo solo noi.

Eravamo divisi però alla sera, io ricordo che si andava fuori, si andava a vedere il cielo, non era più il campo. Era leggermente più aperta la cosa.

Era più umano, direi.

Poi, alla mattina, ciascuno andava dove aveva il suo banco, faceva la sua roba, poi a mangiare a mezzogiorno e alla sera si mangiava dentro alla caserma…

D: Volevo chiedere questo: era una caserma dove c’erano ancora dentro dei militari?

Era abbandonata la caserma?

R: No, c’eravamo solo noi.

Almeno che io mi rammenti, c’eravamo solo noi. Non c’erano civili.

D: E chi faceva la guardia?

R: Sempre la SS, ma non solo la SS, la facevano i militari.

Poi, una volta, visto che erano dei russi che probabilmente, poverini, erano giovani giovani, saranno stati arrestati, che poi loro avranno detto: “Va bene…”, per salvare la pelle si fa di tutto, e noi lo prendevamo in giro, noi bolognesi, lo chiamavamo “cipolla”, e lui ci guardava sorridendo, e noi tutte le volte lo chiamavamo “cipolla”… Ma avevamo diciotto, diciannove anni!

D: In questa caserma qui, quanti eravate fra uomini e donne deportati?

R: Non te lo so dire, ma non moltissimi.

D: Non tutti quelli che lavoravano?

R: No, perché poi c’erano quelli che erano andati da un’altra parte.

Noi siamo andati…, poi c’erano delle persone che erano andati anche in case private a fare i servizi.

Sai, non si sapevano le cose…

D: Nel periodo che tu sei rimasta a Bolzano, tu hai ricevuto da casa tua, da mamma qualche pacco, una lettera?

R: Qualche lettera sì, ma il mangiare no.

D: E tu hai potuto scrivere?

R: Io sì, non so poi se lei le ha ricevute, io credo di sì.

Ma come ti ho detto, la mia mamma non era quella che conservava le cose, la mia mamma era una donna che aveva quaranta anni, è nata nel 1903, è diversa una donna di quel periodo.

Lei teneva le fotografie quelle sì, ma gli scritti non credo, però io scrivevo.

Io ho un episodio da raccontare: io non ho mai pianto, io sono una persona che non piange mai, posso avere il terrore ma non piango mai.

Non è una bella cosa, perché se uno non piange, dopo sta male.

Per Pasqua, io ho pensato a mio fratello, non a quello grande, che quello era già andato, a mio fratellino piccolo che mi chiamava Dada, e come mi è venuto in mente mio fratello, lì ho mollato, ho cominciato a piangere come una pazza.

Allora è passato un ragazzo che era in borghese, che faceva la manutenzione degli utensili e mi ha chiesto: “Perché piangi?”

E io gli ho risposto: “Perché mi sono ricordata di mio fratello…”, perché era mio il bambino, non era di mia madre. Mia madre aveva quaranta anni, lei si credeva una donna vecchia a quaranta anni e praticamente me lo tiravo dietro sempre io se andavo io, poi in quel periodo non si andava…, e lui attaccato alla gamba… “Dada, Dada”, insomma pensare a mio fratello…, mi è sembrato che dietro alle mie spalle qualcuno mi abbia chiamato e mi abbia detto: “Dada, vieni a casa.” Mi sembrava di sentirlo.

Da quel giorno lì, quel ragazzo, sopra alla mensolina dove tenevo gli attrezzi, con un gesso “Buon giorno Dada. Stai bene Dada?” fintanto che non siamo venuti a casa.

Siamo stati liberati il 1 maggio, e non ha mancato una giornata senza mai scrivere una cosa del genere.

D: Come ti ricordi la Liberazione?

R: In un modo molto confuso perché siamo tornati nel campo di concentramento, e le due capo blocco, perché la Cicci era rimasta al campo grande e il capo blocco era un’altra ragazza e quelle del campo con quelle di fuori si erano rivoltate contro la Cicci in un modo confuso, in un modo strano.

Comunque ci hanno chiamato uno per uno e ci hanno dato una dichiarazione dove si diceva che ero entrata nel campo di concentramento il giorno tale ed ero uscita il giorno tal altro.

E poi, quando tu avevi in mano questa cosa, ti hanno messo fuori, ci siamo arrangiati noi…

Il primo tratto è stato in treno.

Poi siamo arrivati in un posto, queste sono cose molto confuse perché io mi ricordo così, un tipo aveva una macchina e ci ha detto: “Perché non ci fai venire in macchina?” Però eravamo in tanti.

E io sono andata a finire dove c’è la ruota che se si rompeva…, e siamo arrivati a Verona.

Da Verona, gli americani ci hanno portato con gli americani a Bologna.

C’era un’infinità di prigionieri che venivano dalla Germania.

Era una cosa non più come prima, c’era tutta questa gente che tornava dalla Germania, ci si incontrava per la strada e i camion erano tanti, il posto di smistamento era a Bologna, poi li mandavano…

Allora, arrivare a Verona , io sono stata sopra quell’affare che non so come si chiama, e ci hanno caricato da Verona e io ero in cabina con l’americano.

Io ho provato a chiacchierare perché sono una bella chiacchierona, ma non ha aperto bocca. Un viaggio lunghissimo Verona – Bologna, perché il camion non è che vada molto forte, e poi siamo andati a Bologna io e la Maria.

La Maria abitava a Bologna, ma ci dovevano portare in ospedale per la verifica di come eravamo, come non eravamo. Però noi abbiamo sgattaiolato via, e abbiamo detto con Maria: “Andiamo a casa tua?”

Intanto che andavamo a casa, non ci imbattiamo in una pattuglia?

Così ci hanno detto: adesso vi portiamo in prigione.

“In prigione?” abbiamo risposto. “Ma se siamo appena venute fuori dalla prigione, ci volete portare ancora in prigione?”

Ci hanno detto: “C’è il coprifuoco”.

E io ho replicato: “Ma scusate, veniamo dal campo di concentramento da Bolzano, stiamo andando a casa, e voi ci volete portare in prigione perché c’è il coprifuoco. E’ lì a due passi. Siete tutti matti?”

Quelli lì si sono guadati e hanno detto: “Siete venute dal campo di concentramento?”

E noi abbiamo detto: “Non vedete come siamo messe?”

“Però fate presto…”, hanno ancora detto, “non state sulla strada, noi vi lasciamo andare ma davvero vi tirano addosso le schioppettate”.

Così siamo andate lì, abbiamo dormito lì, ed io, il giorno dopo sono andata a casa in treno, e poi quando sono stata a San Giovanni ho trovato uno che mi aveva filato dietro, allora gli ho detto di portarmi a casa.

In bicicletta, sul cannone…., ho detto: “Poche storie perché io vengo dal campo di concentramento”.

Quello, quando mi ha sentito se l’è fatta addosso e poi mi ha portato a casa in bicicletta e mi lì mi sono vendicata tutta…

D: E la mamma?

R: La mia mamma ha perso tutto, ha perso il marito, il figlio e sei mesi di campo di concentramento della figlia. Non era molto…

D: E tuo fratello?

R: La mia Dada…

D: L’hai trovato?

R: Sì che l’ho trovato. Infatti ancora adesso mi chiama “Dada”.

D: E il babbo?

R: Il babbo l’hanno ucciso ai Colli di Paderno e anche i miei fratelli.

D: Assieme?

R: Assieme. Solo che mio fratello è stato riconosciuto da un pezzo di stoffa, mio padre no.

Siccome c’erano delle salme nude, mio padre è risultato disperso, ma l’hanno ammazzato là.

D: E quando questo?

R: E’ avvenuto il 14 dicembre circa, prima che ci portassero via. Ne hanno ammazzati tanti…

Io sono arrivata a casa a maggio e l’abbiamo scoperto ad agosto perché chi aveva visto uccidere questa gente l’avevano portato in campo di concentramento e quando è venuta a casa ha detto: “Lì ci sono dei morti”.

Li avevano uccisi e buttati giù dai calanchi. Infatti io ho visto mio fratello, c’era solo lo scheletro.

Infatti, da dicembre ad agosto…, non era la sepoltura normale…

D: E’ vicino…

R: Sì. Lì c’è nome, cognome di tutti e due. Anche poi di mio cugino.

D: Anche lui è stato fucilato?

R: Sì.

D: E si è saputo perché il babbo e tuo fratello sono stati arrestati?

R: Perché li hanno accusati di essere dei partigiani.

Io, di mio fratello sono quasi sicura che lui faceva parte…, ma io credo che si stessero organizzando delle gran cose… Non è che voglio denigrare mio fratello, ma non mi sembra che loro si stavano organizzando…, e c’erano fra loro due tedeschi e tutta la storia viene da questi due tedeschi, perché i due tedeschi hanno disertato, poi sono stati presi e loro hanno fatto la spia.

Io non ho niente altro da dire.

D: Ascolta, ti ricordi…, quando eri a San Giovanni in Monte, oltre a quella suora che ti ha detto: “Stai composta”, se c’era anche un sacerdote che parlava con voi?

R: No, io non mi ricordo di sacerdoti.

Ricordo solo che eravamo in mezzo alle prostitute. Però le suore facevano portare via dalle prostitute il buiolo, ma soltanto quella suora lì mi fece quell’osservazione.

D: Un’altra cosa: quando sei partita in camion con gli altri novantotto, da San Giovanni per andare a Bolzano, dicevi che sei partita di pomeriggio, avete fatto un viaggio unico o avete fatto delle soste?

R: Io non lo so, so soltanto che c’è un ponte sul Po che lì bombardarono, che poi non presero…, sarà stato Pippo…, quello me lo ricordo.

Ma non credo che abbiamo fatto delle soste, non lo so, non lo ricordo proprio, mi dispiace. Io credo che sia stato un viaggio unico.

D: Cioè delle soste, e magari durante le soste sono state caricate della altre persone?

R: No, questo no. Non credo.

Non ricordo neanche più se abbiamo mangiato, come abbiamo fatto per andare…, magari se scappava la pipì. Io ricordo che mi scappava la pipì e ho detto: “Mi scappa la pipì”. Allora i ragazzi hanno fatto un bel cerchio e l’ho fatta lì. Si impara ad essere maleducati, senza vergogna, tu pensi solo a te stessa, finita lì.

D: Quando eri in quella caserma, vicino a quella galleria, che andavate lì a dormire e a mangiare, ti ricordi se qualcuno raccontava che in quella caserma avevano fatto violenza, avevano picchiato?

R: E’ una cosa che io sinceramente non ho mai sentito, a parte quella ragazza…, mi sono dimenticata un’altra cosa che mi è venuta in mente.

Una notte, perché c’erano anche i turni di notte nella galleria…, una notte arrivarono i partigiani, hanno legato le due guardie che poverette…, e poi sono entrati nella galleria e hanno chiesto se c’era qualcuno che voleva andare via.

Io facevo il turno di giorno, e so che lì una ragazza aveva tanto di quel coraggio, doveva essere di Imola, non ricordo più neanche come si chiamava, e andò via, andò con i partigiani.

Se ero io non so se avrei avuto il coraggio, perché bisognava avere un grandissimo coraggio.

Dove vai? Con chi vai? Ci hai cercato? Non lo so… Lei andò via.

Anche lì ci chiamarono, ci radunarono non in campo di concentramento, poi dissero: “Stanotte è scappata una persona. Noi non facciamo niente, però ricordatevi una cosa: chi scappa ancora, uno su dieci li ammazziamo”.

Non è mai più scappato nessuno.

D: Dina, quando dicevi che siete stati portati alla Chiesa di Amola, e poi vi hanno portato a Sant’Agata, è un paese Sant’Agata?

R: Amola è una frazione di San Giovanni in Persiceto, è una frazione, invece Sant’Agata è un paese.

D: Perché vi avevano radunato in questa chiesa di Amola?

R: Pure questo non l’ho mai capito. Tant’è che poi, finita la guerra, io non so se è stata una cosa ben fatta, hanno ammazzato il prete, l’hanno fatto fuori.

D: E anche il motivo per cui vi hanno portato a Sant’Agata non è chiaro?

R: Io non lo so. So soltanto che eravamo tutti…, credevo sul serio che ci facessero fuori e basta. Invece no. Non davano spiegazioni.

D: Ascolta, anche dopo la guerra, parlando con altri, hai mai capito perché i tedeschi erano interessati all’Ospedale Maggiore? Cosa c’era di così…?

R: Perché all’Ospedale Maggiore c’era stato un tafferuglio con i partigiani, che non so se avevano…, Otello lo deve sapere più di me.

Allora, loro chiedevano se io facevo parte di quel gruppo e io dissi di no.

Perché poi io rispondevo…, ho detto: “Non ho molta paura delle cose, magari una paura feroce e folle, ed ho la faccia tosta e sono timidissima fra le altre cose. Voi non ci credete, ma è vero. Io mi sto facendo la pipì addosso”.

D: Dada, questa tua storia non l’hai mai raccontata a nessuno?

R: L’ho raccontata, ma non molto.

D: A chi l’hai raccontata? In famiglia?

R: Non molto, infatti mio fratello mi dice: “Non mi racconti mai niente”, e non so come mai sono saltate fuori tante di quelle cose. Il mio medico curante ha detto che io sono una di quelle persone che sono capace di cancellare le brutture. Infatti è vero, se sono in campo di concentramento sono in campo di concentramento, sono a casa, il campo di concentramento non c’è più. Sono in ospedale, faccio un intervento, faccio l’intervento sono in ospedale, vengo a casa, l’ospedale non c’è più. Non so spiegarvi com’è la cosa, come scatti, però è così.

D: Però questa esperienza di questi sei mesi di campo ti ha pesato nella tua vita? L’esperienza del babbo?

R: A me sinceramente quello che ha disturbato…, poi è passato tanto di quel tempo che sembra qualcosa che sia successo a qualcun altro, che io l’abbia sentita raccontare e io ve la racconti.

Quello che mi ha ferito moltissimo è la morte di mio padre e mio fratello.

Io ero legatissima a mio padre.

Con questo non voglio dire che non volevo bene a mia mamma, perché non è vero.

Mia madre è stata una donna eccezionale.

Avevo due genitori, ma non so se io sono stata una genitrice come lo era mia madre.

Mia mamma, quando mio padre era via in Africa o da qualche altra parte, non ha mai speso un soldo di quello che lui mandava a casa, lo prendeva, lo metteva via e diceva: “Quando viene a casa compriamo la casa” e ci ha sempre mantenuti lei.

Mia madre era questa donna.

A sessanta anni è morta.

Lei è morta di crepacuore.

D: Quando tu sei tornata ti ha chiesto del campo?

R: Poco e io poco ho detto.

D: E le tue amiche? La Maria?

R: Un’altra cosa che descrive come sono. Maria diceva sempre: “Ti ricordi la tal cosa?” E io dicevo: “No, non me la ricordavo”. Mi faceva venire una rabbia che l’avrei ammazzata.

C’ero io, Maria e in genere c’era anche mia cugina, mia cugina ha otto anni meno di me… e mi diceva: “Non ti ricordi?” Non mi ricordavo più e poi magari mi veniva in mente, ma io l’avevo dimenticato.

Io ho mangiato quello che ha mangiato lei. Lei quando è venuta a casa, non faceva altro che mettere delle grandi…., io no, io ero rimasta quella di sempre, seppure che ho patito la fame come ha patito lei. Non so come sono fatta, sono fatta in un modo molto strano.

D: Dina, qui a Bologna, ai giardini Margherita cosa c’era?

R: C’erano le SS, è stato lì dove mi hanno schiaffeggiato, è stato uno schiaffeggino piccolino….

D: Ascolta, se ricordi, se ti viene in mente la galleria del Virgolo, ti ricordi…, non so se c’era un portone…, in questa galleria dove andavate a lavorare per questi cuscinetti a sfera…, ti ricordi c’era un portone…

R: Prova ad immaginare questa stanza lunga lunga, poi di qua e di là c’erano due portoni che si chiudevano e basta, finita lì.

Si chiamava Virgolo…?

D: Virgolo….

R: Io non lo sapevo. Magari me l’hanno anche detto…

D: Non ricordi neanche il nome della ditta?

R: Non me lo ricordo.

Ma ero diventata brava, sapete.

D: Ascolta, visto che sei tanto brava, ti ricordi il nome di qualche altra tua campagna di deportazione?

R: No.

D: Neanche quelli del Virgolo?

R: No.

D: Ti ricordi se c’erano dei milanesi?

R: Io ricordo che c’era una ragazza di Belluno. Però, non mi ricordo come si chiamava…

D: Teresa forse?

R: Non ricordo niente.

Perché poi, fra le altre cose, come ho detto, non ci si chiamava per nome, ci si chiamava Bologna, Torino, Milano o Genova.

D: Di un milanese non ti ricordi?

R: No, non ricordo niente.

Io ricordo solo questo ragazzo, che non ricordo neanche più come si chiamasse.

D: Ascolta, ma lui era un civile?

R: Sì, era un civile.

D: Se dovessi ripensare alla galleria, all’interno, a tutte le macchine, ai macchinari, più o meno quanti potevate essere dentro a lavorare?

R: In molti. Eravamo in parecchi.

D: Parecchie decine o centinaia?

R: Centinaia forse non arrivavamo.

Però era una bella…

D: E parecchie donne, o metà donne e uomini?

R: No, le donne erano poche, erano più gli uomini.

Però facevamo lo stesso lavoro.

D: Come te la ricordi, ad un piano solo o…?

R: No, era una galleria dove passava il treno. Era una galleria.

Dunque una galleria alta, ma niente, poi era arredata….

D: Era scavata nella montagna?

R: Sì, sotto la montagna. Se queste sono le porte, lì la galleria e c’erano tutti i banchi e le macchine e qui si passava.

D: E non c’erano due piani?

R: No, non c’erano due piani.

D: Una cosa: quando tu facevi i tuoi seicento cuscinetti al giorno, li mettevi in una cassa probabilmente. Poi chi veniva a raccoglierli? Come riusciva a raccoglierli?

R: I tedeschi non c’entravano niente con il lavoro, erano tutti civili. Veniva il ragazzo, l’uomo a prenderli, quando noi andavamo via. Ne dovevamo fare seicento… Un’altra volta fecero sciopero dentro alla galleria i prigionieri, però io avevo paura perché pensavo che le prendessimo…, allora, come al solito, ho rotto la punta, e quando è arrivato il tedesco incagnato perché nessuno lavorava, ho detto: “Si è rotto, si è rotto…”, allora è passato quell’altro…, prendere delle botte non avevo voglia, ero anche una fifona…

Cassani Giorgio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Cassani Giorgio, nato ad Imola il 19 Agosto 1923.

D: Dove eri l’8 Settembre?

R: Dunque, ero con le truppe d’occupazione in Francia. Quindi dopo l’8 settembre io ed un mio amico siamo andati nei partigiani francesi, eravamo nelle formazioni francesi.

Abbiamo fatto le formazioni, eravamo gran parte italiani e francesi. Per noi c’era un comandante, un ex fuoriuscito che aveva fatto la guerra di Spagna, era quello che ci comandava.

Al 6 aprile 1944 fummo attaccati dai tedeschi, in parte morirono, in parte furono feriti e furono uccisi dopo, e parte furono presi e mandati – tra i quali c’ero io – nella caserma di Digne.

D: Scusa Giorgio, quando tu ti sei aggregato a questa formazione di partigiani francesi la vostra zona di operazione qual era?

R: Noi eravamo sopra Tolone, poi ad un certo momento, siccome ci cercavano, eravamo in continuo spostamento, lo spostamento più grosso in attesa dello sbarco fu fatto… venimmo a Nizza. Venimmo a Nizza in treno, a piccoli scaglioni. Venimmo in treno. Da Nizza ci portarono su a Lambrois, e lì siamo stati attaccati, presi dai tedeschi.

D: Solo tedeschi?

R: Tedeschi e francesi. Poi lì, dopo gli interrogatori e vari colpi ecc… ci hanno mandato a Marsiglia nelle prigioni. Prigioni nuove che hanno rinnovato sia i francesi che noi altri.

Dopo ad un certo momento ci hanno portato a Compiègne. Di lì il campo di smistamento per la Germania. Di fatti ogni lunedì c’era un trasporto per la Germania.

A Compiègne ho trovato l’organizzazione del Partito Comunista.

D: Clandestino?

R: Clandestino. Siccome io parlavo bene il francese perché l’avevo studiato a scuola, allora si parlava un po’ con i francesi, anche quando eravamo nei partigiani. C’era un antifascista italiano di Trieste che mi prendeva tutte le mattine, facevamo il giro della piazza del campo e mi dava lezioni di cultura politica.

Solo che ad un certo momento è toccato il trasporto per noi altri. Siamo andati a Dachau.

D: Scusa un attimo, quando sei entrato a Compiègne vi hanno immatricolato?

R: No.

D: Niente?

R: Lì non ci sono, non c’erano immatricolati perché Compiègne era il centro di smistamento per la Germania, venivano da tutte le parti della Francia.

D: Cosa ti ricordi del campo di Compiègne? C’erano dei blocchi? Delle baracche?

R: Sì, c’erano le baracche e poi c’era lo spiazzo, c’erano le cucine, poi c’era lì vicino un altro campo aggiunto che fu occupato da gente che veniva dalle prigioni della Francia del nord, perché si avvicinava lo sbarco, quindi…

D: Lì a Compiègne tutto il giorno… tu quanto tempo sei rimasto a Compiègne?

R: Lì, ricordarsi adesso… Aspetta…

D: Più o meno, un mese, dieci giorni?

R: Sono stati giorni, perché sono arrivato a Dachau in giugno, dove ho fatto la quarantena.

D: Un bel giorno vi chiamano…

R: Avevano già le liste, ci accompagnano alla stazione, ci caricano nei carri bestiame, voi sapete i carri bestiame chiusi ecc… Poi noi si guardava dal finestrino, ci avevano dato un pezzo di pane, uno di quei salamini tedeschi, che non avevamo però la possibilità di bere, quindi…

D: Eravate solo uomini?

R: Eravamo… eravamo uomini che venivano da Compiègne. Però quando siamo arrivati a Monaco, eravamo appena arrivati, è suonato l’allarme, c’erano già gli apparecchi sopra, allora stavano per contarci, ci hanno messo sotto un sottopassaggio vicino alla stazione, e lì c’erano altri. C’era una famiglia di Fiume… C’erano i due figli giovani, giovanissimi. Erano venuti da altre parti.

D: Poi da Monaco vi hanno portato a Dachau.

R: A Dachau.

D: Come ti ricordi il tuo ingresso a Dachau?

R: Ci siamo, eravamo lì davanti al piazzale, nel piazzale ci hanno spogliato tutti, abbiamo depositato la nostra roba e poi ci hanno mandato ai bagni. Ai bagni, che erano praticamente…veniva giù l’acqua dall’alto, nudi, e poi c’era … tutto. L’altro con un bidone ed un pennello da imbianchino che ti disinfettava tutto.

Solo che il Friseur qui ti lasciava la Strasse, che noi chiamavamo Hadolf Strasse.

Poi dopo abbiamo fatto la quarantena nel blocco della quarantena, e ci hanno anche fatto i raggi X. Siamo passati attraverso i raggi X per vedere chi era adatto al lavoro, e chi non era adatto al lavoro veniva…

D: Ti ricordi il numero del tuo blocco di quarantena?

R: Quello lì non me lo ricordo, è un 40 ma… Quello lì l’ho già perso.

D: Lì quanto tempo sei rimasto, in questo blocco in quarantena, a Dachau?

R: Non certo 40 giorni perché dopo lo sbarco la situazione diventava critica perché tutti i prigionieri li raccoglievano nei campi. Sono andato a finire ad Allach che è un sottocampo vicino a Monaco.

D: Scusa, quando ti hanno immatricolato?

R: Subito.

D: Ti ricordi il tuo numero?

R: Non mi ricordo, ce l’ho lì nella cartella.

D: Ascolta, come ti hanno vestito?

R: Avevamo, dopo il bagno, quando ci hanno mandato in baracca, camice, giacca, pantaloni rigati blu, ed un paio di zoccoli.

D: Biancheria intima?

R: Niente.

D: Ti hanno dato anche un cappello?

R: Sì, il famoso Mütz tondo, rigato. Avevamo la targhetta qui con il numero stampato, triangolare.

D: Ed anche un triangolo ti hanno dato?

R: No, il triangolo è quello che aveva la nostra sigla, ed il numero di matricola.

D: Giorgio, ti ricordi se il triangolo era colorato?

R: Era rosso. Rosso.

D: Quindi da Dachau, dopo il periodo di quarantena, ti hanno mandato ad Allach, e ad Allach che cosa hai fatto?

R: Ad Allach ci facevano più che altro fare delle … e delle grandi… Poi è arrivato il momento di mandarci in una fabbrica, stavano costruendo una fabbrica in cemento armato a prova di bombe. Era nei dintorni di Allach, in un bosco. Lì io ho fatto di tutto, manovale, ho fatto…

D: Ecco, ma che fabbrica era questa?

R: Credo, lì c’era… parlavano della Messerschmitt che faceva i cilindri degli apparecchi.

Poi dopo siamo tornati, da lì ci hanno tolto e siamo andati sempre ad Allach. Da Allach siamo andati su per giù nel mese di novembre in un altro comando, anzi prima di novembre, molto prima di novembre, un altro comando, siamo andati nel campo di Natzweiler ai confini con la Francia, c’era un tunnel e lì si lavorava un’altra volta penso per la Messerschmitt, perché si facevano i motori proprio degli apparecchi. Io ho lavorato un po’ alla macchina, poi dopo mi hanno cambiato e mi hanno messo con un vecchio, anziano, a spingere il carrello del ferro grezzo per portarlo alle macchine.

D: Scusa Giorgio, come te lo ricordi il campo di Natzweiler?

R: Natzweiler era tra le montagne, perché il tunnel era proprio dentro la montagna. Lì abbiamo assistito purtroppo alla mattina, alle cinque abbiamo assistito all’impiccagione di un italiano.

D: Ma nel campo o nel tunnel?

R: No, fuori, lì davanti alle baracche.

D: Nel campo?

R: Sì, era un campo per modo… C’erano le baracche, poi c’era lo spazio, perché quello lì non mancava mai. Era buio, noi non abbiamo visto chi era, solo che lui disse il nome e dalla parlata mi sembrava un meridionale.

D: Il nome non te lo ricordi però?

R: No. Disse il nome, si rivolse agli amici.

D: Non sai il motivo, perché?

R: Probabilmente aveva tentato di fuggire.

D: Ritornando ancora lì al campo di Natzweiler, questo campo dicevi che era in montagna?

R: Era in mezzo ai monti perché la galleria, il tunnel era dentro la montagna. Noi non eravamo molto distanti da entrare in galleria. Poi c’era la stazione, perché arrivavano i treni e caricavano il materiale lì.

D: E dal campo alla galleria come vi portavano?

R: Incolonnati cinque per cinque. A piedi, sempre con i cani lungo il tragitto.

D: Giorgio, ti ricordi se il campo aveva delle mura, delle recinzioni, oppure c’era il reticolato?

R: Penso che… Non ho visto perché lì si lavorava dodici ore. Di notte, noi vivevamo di notte perché di notte andavi a lavorare, di notte venivi fuori e già non vedevi un tubo di niente.

D: Non ti ricordi quindi se c’era…

R: Non ho visto proprio la sagoma del campo di Natzweiler.

D: Ti ricordi se c’erano delle garitte, delle torrette di guardia?

R: Quelle c’erano dappertutto, perché l’unica volta che non c’è stato è stato l’ultimo comando, quando siamo ritornati indietro, perché naturalmente il fronte veniva avanti ed allora ci hanno riportati un’altra volta ad Allach, e poi lì ci hanno cambiati, fatto il bagno, disinfettati, e poi ci hanno dato un altro paio di… Avevamo il cappotto, sempre della stessa stoffa, e le stesse righe.

D: Ritornando sempre lì a Natzweiler, ti ricordi se le baracche erano tutte sullo stesso piano, oppure erano…

R: Come ti dico, lì…

D: Non te lo ricordi.

R: Non me lo ricordo.

D: Tu più o meno quanto tempo sei rimasto a Natzweiler?

R: Non molto. Non molto perché in novembre eravamo, siamo partiti e siamo andati a Rosenheim in un altro comando, quindi in ottobre eravamo a Natzweiler, sarà stato un mese e mezzo dopo, al massimo.

D: Il tuo lavoro nelle gallerie, nel tunnel di Natzweiler, in che cosa consisteva?

R: Io facevo all’inizio la parte esterna del cilindro rigato. Poi dopo mi hanno cambiato perché c’era un olandese, che era il capo reparto, che mi dice: “E’ meglio che tu… se no vai nei guai” e mi mise, c’era una persona anziana che spingeva il carretto del… ed allora io andai lì ad aiutarlo.

D: Le gallerie quindi erano già state scavate?

R: Quando siamo arrivati noi c’era già un’officina avanti, avanzata, in quel…

D: Lavoravate sempre di notte voi?

R: Generalmente sì.

D: Dopo un mese che siete a Natzweiler… Scusa, a Natzweiler ti hanno cambiato il numero?

R: Sì, hanno cambiato il numero, perché lì c’è scritto il numero, che non me lo ricordo, era più lungo.

D: Poi da Natzweiler ti hanno portato in un altro comando?

R: No, da Natzweiler mi hanno mandato un’altra volta ad Allach. Ad Allach siamo stati lì discretamente perché c’erano i bombardamenti. C’erano due postazioni di antiaerei attorno al campo…

Poi c’è un fatto, dopo, quando sentivi… Ci hanno mandato in un comando a Rosenheim, lì eravamo un po’ più liberi perché avevamo come guardie i riservisti, quelli a cui avevano messo addosso la divisa delle SS, però i giovani erano andati alla famosa offensiva, lì si respirava un po’ di più perché c’era gente che quando capitava il bombardamento a Rosenheim ci faceva scappare. C’è stata una volta sola che non sono riusciti a farci fuggire, ci hanno mandato nella cantina della mensa civile, dove c’era la mensa di quelli che erano in Germania a lavorare. È l’unica volta che ci hanno mandato in un ricovero.

D: Il campo di Rosenheim?

R: Rosenheim non era un campo proprio, perché eravamo affiancati dalla scuola della contraerea. Allora lì infatti io ebbi un ascesso in bocca e fui curato dal loro dottore, perché non c’era mica altro lì. Era già bancarotta. Per Natale bombardarono l’officina in cui lavoravamo. La disfecero completamente.

Dopo ci mandarono a raccogliere le macerie in città, ed anche delle volte a chiudere le buche dei contadini. Per noi era la manna, perché in città tu arrivavi sempre di nascosto, perché cercavi sempre dove i tedeschi tenevano i vasi dove ci mettevano la carne, ci mettevano la roba, per vedere di mangiare.

Quelli che andavano in campagna, una volta ci sono andato anche io, il contadino ti cucinava un bel paiolo di patate, e ti dava le patate.

Ma lì erano già cambiati i sistemi. Infatti il comandante del campo, ai francesi, ai belgi, agli olandesi arrivavano i pacchi della Croce Rossa, allora lui cosa fece? Un bel giorno si stancò e prese tutti i pacchi, fece fare da mangiare, lo diede a tutti.

D: Lì a Rosenheim …

R: A Rosenheim abbiamo praticamente avuto la Liberazione. Ma non lì, perché prima di farci liberare ci hanno fatto fare una marcia non indifferente lontano dalla città. Di fatti noi incontravamo le truppe tedesche che si ritiravano.

D: Marcia in direzione di cosa?

R: In direzione dei confini dell’Austria. Perché dopo, finito il baccano, quando sono spariti i tedeschi e poi l’8 maggio è finito… Praticamente noi siamo stati senza sentinelle, siamo stati dai primi di maggio fino all’8 maggio. Ci siamo arrangiati un po’ per mangiare, perché lì vicino c’erano anche degli italiani vestiti da tedeschi che erano a scuola.

Poi dopo sono arrivati gli americani.

D: Quando tu ti sei accorto di essere stato liberato?

R: Quando sono sparite le guardie. Sono sparite le guardie.

D: Voi avete cercato la fuga?

R: Sì. Perché dopo l’abbiamo cercata, eravamo in quattro o cinque, abbiamo cercato ed abbiamo trovato un camion che era un’autobotte, con della benzina dentro. Con quello lì siamo arrivati, siamo partiti e siamo andati a finire in Austria. Siamo arrivati ad Innsbruck il giorno in cui gli americani non facevano più le tradotte per il momento, perché chi arrivava prima poteva entrare direttamente dal Brennero in Italia, perché poi c’erano – dicevano – che c’erano ancora … dispersi che potevano anche fare dei gesti… Allora ci hanno fermato ad Innsbruck in attesa di fare le tradotte da portare in Italia.

Il 25 giugno io sono arrivato a casa.

D: Quindi sei rimasto lì da maggio fino a giugno ad Innsbruck?

R: Sì.

D: Dove eravate? In giro liberi?

R: Io sono stato anche ricoverato in ospedale ad Innsbruck perché lì si mangiava di più, e poi non è che ti curassero, perché non avevano praticamente niente, ti facevano degli esami. Sono stato un dieci, dodici giorni lì, poi quando mi hanno avvisato che stavano facendo le tradotte… e via.

D: Dopo Innsbruck quando sei arrivato in Italia dove ti sei fermato?

R: Ho fatto Bolzano, fermo. Poi dopo a Verona, fermo. A Verona ci hanno caricato sui camion, c’erano i tedeschi prigionieri che guidavano i camion. Però c’erano le camionette americane che venivano, e siamo arrivati a Modena.

D: Ascolta Giorgio, a Bolzano sei rimasto fermo quanto?

R: Poco tempo, poco, perché dopo ci hanno fatto partire. Non so, neanche un giorno. Ci hanno fatto partire per Verona.

D: Sei rimasto a Bolzano alla stazione o…?

R: Sì, eravamo fermi.

D: Perché invece a Verona dove sei rimasto fermo?

R: A Verona sempre in stazione. Poi dopo, quando ci hanno portato fuori c’erano già, arrivavano i camion e ci caricavano sui camion per portarci a Modena.

D: I camion che erano degli alleati?

R: Sì, erano degli alleati.

Poi quando sono stato a Modena, a Modena ci hanno scaricato e ci hanno messo nella piazza, allora cercavamo un mezzo per venire a Bologna. Passa un camion alleato con un negro, eravamo in cinque o sei, io avevo addosso il vestito civile preso da dove ci avevano liberati, mi avevano dato un vestito civile. Poi avevo fatto un sacco con tutta la roba, quella roba lì. Fortuna che avevo la giacca ed il berretto che dopo si è perduto, avevo la giacca, il pastrano ed i pantaloni.

Nel camion quando abbiamo caricato la nostra roba avevo ancora un piccolo fagotto, avevo poi la giacca ed anche della roba da mangiare, la tenevo sempre. Il negro ha messo la marcia nel camion e poi è partito, ci ha portato via tutto.

D: Quindi tu hai lasciato su il tuo zaino?

R: Ho portato a casa solo la giacca ed il berretto.

D: Ascolta Giorgio, ma quando sei arrivato a Bolzano ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente, lì non c’era niente, ancora, perché era ancora da organizzare.

D: Neanche ad Innsbruck ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente.

D: Quindi tu della tua deportazione…

R: Io ho il foglio di Rosenheim, che è lì. Ci mancano alcune date di Natzweiler.

D: E poi hai la giacca…

R: La giacca con la targhetta. È qui nel museo. Il berretto nel fare san martino due o tre volte il berretto è smarrito.

D: Ascolta Giorgio, tu non sei più ritornato a Compiègne per esempio?

R: Mai.

D: A Natzweiler?

R: Neanche.

D: A Dachau?

R: In Francia ci è andato invece quello con cui ero insieme, in Francia, il partigiano, quando ci attaccarono lui morì. Lui morì ed allora c’è stato un altro, un toscano, amico, quando siamo stati liberati lui era in un altro campo, era andato a finire non ad Allach ma era andato a finire a Kempten, perché lui veniva su con i partigiani da Marsiglia, ed a Marsiglia aveva una zia, è venuto su lui ed un suo amico perché si erano rifugiati da sua zia. Sua zia ad un certo momento poiché diventava pericoloso, gli ha indirizzato la strada dei partigiani, è venuto da noi.

Così quando è rientrato non è rientrato in Italia, è rientrato in Francia, allora mi hanno mandato la documentazione per me e per il mio amico. Tutta la documentazione del partigianato.

D: Tu eri nell’organizzazione del partigianato francese? 

R: Sì.

D: Facevi parte, eri assieme…

R: Sì, noi facevamo parte della formazione organizzate dal Partito Comunista Francese. Erano… Force Francaise Interrier, FFI.

D: Quindi neanche a Dachau tu sei più ritornato?

R: No, fortuna. Per fortuna.

D: No, dico dopo da libero, in questi anni.

R: No. I ricordi non… Anche perché a raccontare tutto quello che si è passato, perché io ho fatto il racconto dove sono stato, ma la vita interna era un inferno. Quindi tra gli appelli, il conteggio, tutto quello che veniva fatto appositamente per farti perdere completamente il senso del…

Cressina Letizia

Nota sulla trascrizione della testimonianza: L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Letizia Cressina, sono nata a Parenzo, il paese è Radmami dove sono nata io. Hanno arrestato me e mio papà…

D: Scusa, Letizia, quando sei nata?

R: Io sono nata il 16 giugno 1924.

D: Dicevi, ti hanno arrestata a te e al tuo babbo.

R: A me e al mio babbo, alle 3.304.00 di mattina sono venuti col rastrellamento e ci hanno portati via dal letto.

D: Chi ti ha portato via?

R: I tedeschi.

D: Perché?

R: Non lo so.

D: Dove ti hanno portato?

R: Ci hanno portato in un paesino che era la caserma dei carabinieri una volta, si chiama Sbandati. Siamo rimasti là tre giorni, poi ci hanno portato a Paenze in caserma, poi siamo andati in un albergo che era il comando delle SS. Poi da là sia io sia mio papà siamo andati in carcere e il mio ragazzo dentro in questo albergo. Poi di nuovo in caserma, siamo andati a Pola in carcere e ci siamo stati due mesi in carcere a Pola.

Ero con una suora là che mi voleva un bene di vita, la aiutavo a nettare le carote così almeno mi dava un po’ di mangiare, le carote. L’amico di mio papà era cuoco dentro dei tedeschi e ci portava. Però io pregavo la suora che mandi a mio papà e a questo ragazzo questo mangiare su in caserma, perché loro non potevano arrangiarsi come mi arrangiavo io.

Siamo rimasti là non mi ricordo quanti giorni per dire la verità. Siamo andati con la nave da Pola a Trieste sempre durante la notte. Siamo venuti a Trieste nel Coroneo e là volevo a tutti costi domandare per quale motivo mi hanno arrestato. Perché poi io avevo tre fratellini piccoli a casa, mio nonno cieco di novantaquattro anni e papà invalido della prima guerra mondiale, quindi non potevo far niente di male a nessuno.

Quando siamo venuti a Udine dal Coroneo siamo partiti per la Germania. A Udine di nuovo sono andata, là c’erano i fascisti e anche i tedeschi. Volevo parlare con mio papà, prima con questo SS, questo capitano che mandi a casa mio papà, perché gli ho detto: “A casa io ho tre bambini piccoli. Chi li guarda a casa? Lui è invalido”. L’hanno preso per detto e l’hanno portato in corriera un’altra volta. Ho detto: “Fate quello che volete di me”. Poi noi siamo stati imbarcati su questo treno merci e ci hanno portato via da Udine. Siamo partiti, per dove non sapevamo. Siamo venuti a Salisburgo mi pare, sì.

Là mi hanno fatto scendere, solo noi donne. Siccome io avevo cinque lire, quella volta cinque lire valevano soldi, che mio papà mi aveva dato, ho preso questi pomi, ho alzato su la gonna così perché non avevo dove metterli e ho portato questo ragazzo in vagone, che era quell’altro.

Quella volta noi siamo partiti per Auschwitz e loro non so per dove, non l’ho mai più visto. Non ho saputo più niente di lui, neanche del suo babbo.

D: Ascolta, Letizia, quindi ti hanno portato a Trieste al Coroneo?

R: Al Coroneo, dal Coroneo siamo partiti per Udine e da Udine siamo andati col carro merci, siamo partiti per la Germania, ma non sapevamo dove andavamo. A Salisburgo c’era un croato, c’era una mia compagna che sapeva parlare in croato, ha detto: “Se avete i soldi, guardate, io vi do la cartolina, scrivete a casa dove siete, una roba e l’altra”.

Io non potevo scrivere, mi tremavano le mani, allora ha scritto questa mia amica che adesso penso che si trovi a Sidney, se è viva ancora. In questa cartolina ho scritto solo: “Saluti, siamo fermi, così e così, non sappiamo dove andiamo e saluti cari, bacioni. Vostra Letizia”. Dopo per un anno non ho sentito né visto nessuno.

D: Eravate in tante sul tuo vagone?

R: Come le sardine eravamo. C’era un buco dove dovevi fare pipì e tutto quello che c’era giù e andava per la strada. Non dovevi neanche pensare a questa roba, di mangiare. Quando siamo venuti ad Auschwitz dopo tanti giorni mi hanno portato in una stanza grande, mi hanno portato via tutto l’oro quei mascalzoni assassini, scusatemi se dico queste parole, hanno portato via tutto l’oro alle ragazze, tutti i soldi che si avevano.

Per questo oggi sono ricchi, si sono rifatti, ma non con il loro lavoro, il loro oro, ma con i nostri sacrifici, col nostro oro. Ce l’hanno portato via. Noi pensavamo di andare a lavorare là e basta, invece non era vero. Io avevo ottantasei chili quando sono andata in Germania, ero un tocco di ragazza.

Poi siamo andati in questa stanza, ci hanno denudati tutti completamente, ci hanno sbarbati tutti. A me i capelli no, solo un poco, ma non tutti i capelli, perché hanno visto che ero pulita. Dopo ci hanno messo sotto la doccia fredda che veniva sopra di noi e ci hanno dato questo unico, senza avere mutandine, senza niente, zoccoli e questo vestito con questa giacca, l’unica roba che c’era. Praticamente quando c’era freddo e neve andavamo in giro così, fino alla pancia, tutti dentro nella neve con gli zoccoli, senza calze, senza niente.

Lavoravamo, io lavoravo proprio vicino alla mia baracca. C’era un canale grande, dovevo, scusatemi, slargare le gambe abbastanza bene e tirare fuori il fango di questo canale, con questa palla pesante. C’era tipo graia, ma era fatto tutto di frasche, capisce cosa sto dicendo? Come un muro, dentro c’era cric, cric, cric facevano le ossa della gente che bruciavano.

Bruciavano la gente, perché vedendo che c’erano due carneri, quando venivano specialmente questi ebrei dentro, due carneri che parte per parte li prendevano per le spalle e per le gambe, giù dal camion e li portavano dentro.

D: Scusi un attimo, Letizia. Quando tu sei arrivata ad Auschwitz con il treno, con il Transport, il treno dove vi ha lasciati?

R: Dritto dentro in Auschwitz, dritto dentro nel campo è andato.

D: Dopo la spogliazione?

R: Siamo andati in baracca.

D: Ti hanno immatricolata?

R: Sì, prima di tutto mi hanno messo subito il numero sul braccio, poi mi hanno messo qua un numero, 120, e anche qua sul braccio. Sì, sì, me l’hanno messo.

D: Qual è il tuo numero?

R: Questo, 87062.

D: Quando ti chiamavano, come ti chiamavano?

R: Zweite Reihe italienish.

D: Poi ti hanno mandato in baracca?

R: Poi ci hanno portato in baracca. Dormivamo sulla paglia per terra, le russe avevano la loro baracca a piani, noi dormivamo per terra sulla paglia che si bagnava due o tre volte al giorno questa paglia. Quindi dormivamo in acqua. Capisce? Iole e Emma, ci credo, loro avevano lavorato nei campi però, quella che ha parlato ieri con loro.

D: Tu invece dove hai lavorato, oltre a quel fosso?

R: Vicino alla baracca, in questo canale lavoravo. Io non sono andata in campo.

D: Sei sempre stata lì a lavorare?

R: Fino a che è venuto un signore di Kirchenberg, è venuto e mi ha guardato le mani bene, così, avevo le mani forti. Poi mi ha portato lì per andare a lavorare in fabbrica di munizioni.

D: Quanto tempo sei rimasta ad Auschwitz Birkenau?

R: Penso un due mesi e qualcosa. Guarda, questa è una domanda che non mi ricordo più niente. Perdo i colpi adesso. Sul serio, sa? Perdo colpi. A Kirchenberg siamo rimasti abbastanza, camminavamo per andare dove lavoravamo dodici ore, sia di notte sia di giorno.

Cosa che non dava quel pochettino di patate marce che bollivano in acqua. Io aspettavo quando vedevo un tedesco che spellava le patate, speravo che andava via presto che le andavo a ingrumare, le mettevo in vaso tipo di conserva in cui si tiene la salsa, questa roba qua, per poterle lavare e cucinarle, mettere un goccio di sale e mangiarmele.

D: Le bucce delle patate?

R: Le bucce delle patate, sì. Quando andavamo anche a tirare fuori, perché loro facevano un fossato e dentro mettevano un tubo per dare aria alla patate dentro, un fossato grande e le patate erano marce. Però erano come impuzzate dentro queste patate, però noi facevamo così e le mangiavamo. Per non morire.

D: Ascolta, a Birkenau…

R: Non so cos’è Birkenau.

D: Auschwitz.

R: Allora parlami di Auschwitz, non di Birkenau.

D: Quando tu sei rimasta lì a Auschwitz…

R: Sono stata poco là. Siamo restati poco perché poi è venuto quel signore che mi aveva scelto e siamo andati subito là a Wittenberg.

D: In questa fabbrica di munizioni.

R: Fabbrica di munizioni.

D: Il Lager dov’era rispetto alla fabbrica? Era vicino?

R: No, la fabbrica era sul monte e giù in pianura c’era il Lager. Quando c’era il coprifuoco e quando volevano bombardare, noi eravamo in un bunker che era tutto munizioni sotto. Noi pregavamo Dio e la Madonna che mi ha salvato la vita, perché tutto in giro avevamo le munizioni e se scoppiava la bomba scoppiavamo anche noi tutti per aria.

D: Quindi voi ogni giorno lasciavate il Lager per andare in fabbrica?

R: Sì, ogni giorno. Durante il giorno dovevamo pulire intorno quando c’eravamo, dopo andare a lavorare. A me m’avevano fatto questa bua, allora le russe maledette, cattive come il diavolo, loro non volevano fare, le capisco, e quando veniva il controllo dentro e non era fatto, davano addosso a me. Ero ventiquattro ore coi miei ginocchi, che oggi non posso camminare, sulla giarina, inginocchiata finché veniva fuori il sangue con un tedesco collo schioppo davanti.

D: Questo per punizione?

R: Per la punizione. Prima le ho prese col manganello, dopo mi hanno messo a fare per punizione quella roba là, inginocchiata ventiquattro ore.

D: Ma tu cos’avevi fatto, Letizia?

R: Io ho nettato tutto sotto i nostri Lager, di Emma, di Iole, perché eravamo insieme e questa signora Anna che prima ti dicevo che è in Australia, eravamo insieme. Io e Emma eravamo sempre state insieme nella stanza. Però queste disgraziate non volevano pulire niente, allora noi le prendevamo per loro. Dopo è venuto questo signore, che siamo andate a Kirchenberg. Là avevo trovato un vecchio, povero, che faceva la guardia in fabbrica. Noi per settimana prendevamo sette sigarette per paga, allora questo tedesco vecchio mi diceva che se io gli davo le sigarette, lui mi lasciava tutto il suo mangiare. Beato Dio, che almeno ho portato trentacinque chili a casa, trentacinque chili. Come ti chiami di nome?

Così io gli dicevo di sì, perché o mi dava la polenta o le patate o qualunque cosa sia avevo qualcosa in stomaco. Poi avevamo anche le cape dentro che stavano vicino a noi, poi avevamo dei piatti così capovolti, lisci e questo era per le capsule che si mettono sulle munizioni per tirare. Guai se c’era una striscia.

Noi avevamo cinquecento lampadine sopra di noi, noi avevamo perso la vista del tutto, ma là non perderemo mai. Anche questa capa nostra a me lasciava un piccolo pomo o un goccetto di pane, mi mostrava con la mano, non poteva venire vicino a noi. Intanto non avevamo proprio lo stomaco vuoto, allora quell’altra che fumava ne diceva di tutte brutte parole, diceva: “Anche noi ti lasciamo mezzo nostro pane”.

“Ma tu mi davi mezzo così del tuo pane, mentre io avevo un bel piattino di patate. E’ facile per te stare senza fumare, ma io senza mangiare no”.

Così si è andato avanti parecchio tempo. Venivamo a casa, buttavano scorze di patate, patate neanche lavate, marce, come c’erano, e buttavano un poco di grish e questo lo mettevano in questo coso che avevamo, tipo militare, dentro e mangiavamo sempre con questa roba. Noi la chiamavamo Miska.

Ce la portavamo sempre con noi. Sul petto, per non farcela portare via. Il cucchiaio e questa roba qua. Questo lo davano alla mattina, finché non venivi a casa non ti davano più da mangiare. Venivi a casa e ti davano la stessa roba. O ti davano il tè alla mattina, acqua e basta che ti slavazzava lo stomaco e nient’altro. Là dovevi stare tante ore con quella roba.

D: Prego, Letizia.

R: Dove eravamo?

D: Lì in fabbrica di munizioni…

R: Eravamo in fabbrica dove lavoravamo. Facevamo tanto che avevamo una cara amica di passato il fiume, verso il Bona, non so poi se è viva o se è morta. Perché poi via dalla Germania, io sono andata una delle prime via, sono andata per la Jugoslavia, siamo venuti a casa.

Quando siamo venuti a Trieste col treno del bestiame naturalmente siamo scappate fuori di modo da non metterci in quarantena. Ma questo è tutto dopo. Là lavoravamo le ore che dovevamo lavorare ed eravamo per diverso tempo. Questo vecchietto che mi dava da mangiare mi diceva: “Non preoccupatevi che si avvicina il fronte russo”. Se non che dopo siamo andati a Mauthausen da là.

D: In questa fabbrica che facevate le munizioni quanto tempo sei rimasta?

R: Non lo so, so abbastanza, la maggior parte del tempo eravamo in questo Lager dove facevamo le munizioni. Assai tempo eravamo là, vedevi che morivano. Non occorre neanche pensare, poi ti racconto cosa mi è successo a me.

Là lavoravamo, venivamo a casa e facevamo lo stesso lavoro, sempre con le gambe nude, senza calze, senza niente. Poi un giorno cominciano a bombardare e questo signore mi ha detto: “Guarda che presto si avvicinano i russi verso di voi”.

Allora a noi ci hanno fatto rendere con tanti di quei carri di quattro cavalli, ne toccava menasse la poletta con le gambe, con le mani, avanti, tutto con le mani. ….Carichi questi carri, dormivamo per i fienili alla notte che ci fermavamo, finché siamo arrivati a Mauthausen.

Là ci hanno portato in un bunker giù, non su in alto, in alto c’erano gli uomini, di sotto eravamo solo donne. Io sempre con questa lattina che aspettavo per ingrumare queste scorze di patate. Le mie amiche erano dentro che dicevano: “Noi ci buttiamo un poco”. Dicevo: “Buttatevi, io vado fuori se posso prendere qualche cosetta”. Tanto che mettevo ho detto: “Madonna mia, ma qua cos’è successo?”. Guardo dappertutto, non ci sono tedeschi, non ci sono scorze di patate, non c’è niente.

Chiamo: “Iole, Emma, correte fuori. Antonia, corri fuori”. Che poi i tedeschi hanno ucciso il figlio a quest’Antonia e la nuora bruciata in Risiera. “Cos’è, Letizia?”. “Cosa sono le bandiere?” ho detto, “Cosa sono le bandiere su in alto?”

Tutte bandiere su, di tutti i colori le bandiere, non solo tedesca. Oltre il portone non c’erano tedeschi intorno al Lager, perché poi penso che sotto facevano gli aeroplani dove eravamo noi in questa baracca. Solo che era tutto un …, dormivamo uno sopra l’altro, tutto bagnato, tutto sporco, tutto quello che vuoi, le donne piene di pidocchi, povere.

C’erano tante bestie intorno, era tutta sporcizia da numero uno. Noi andiamo su, quando veniamo su troviamo tutti questi morti uno sopra l’altro. Non si capiva se erano donne o erano uomini, perché la natura dell’uomo non la vedevi, il collo era tutto dentro, ritirati i nervi, solo questa povera testa che non era né dentro, non aveva niente, cadaveri proprio.

Come se li avessi tirati proprio fuori dalla bara, ecco. “Dio, Dio”, ho detto, “quante mamme piangeranno queste creature”. Dopo questi americani ….., erano bloccati in giro, tutto attorno hanno dovuto scavare con la gru, hanno messo solo un coperchio così sopra in modo che solo il viso era coperto, chi era così, chi aveva le gambe così, erano tutti storti, poveri, uno sopra l’altro. Guardiamo come li seppelliscono e tutto.

Queste povere donne, puoi immaginare, mangiare mai né condito né cotto niente neanche, cominciano a dare margarina, tè, questo e quell’altro, una roba e l’altra, hanno preso tutti la diarrea. Io grazie a Dio no. Io e una mia amica, questa è bella, sa? Abbiamo rotto una coperta e abbiamo fatto a mano una borsa a tracolla, siamo andate fuori dal Lager.

Ho detto: “Andiamo, andiamo a domandare di darci un pochettino di cipolla, un po’ di aglio, una roba e l’altra”. Avevamo desiderio di mangiare quella roba là. “Zweite Reihe Italienish, los”, diceva, “geh mal los “. Va bene.

Se non che noi andiamo avanti, c’era un russo che lavorava in una fattoria, si è innamorato della mia amica. Io so abbastanza parole in russo, adesso magari mi sono anche dimenticata abbastanza, ho detto: “Aspetta, aspetta”. Abbiamo preso la falce, addosso a una gallina così e l’abbiamo tagliata, abbiamo messo la testa, il collo sotto l’ala, perciò non veniva fuori sangue. Siamo venute al campo, avevamo abbastanza verdura, abbiamo rotto il gabinetto, avevamo un secchio.

Io ho cucinato il brodo e l’ho portato da mangiare alle ragazze, brodo e questo. Dovresti andare a Pola, ti racconterebbero loro quello che ho fatto io per loro, non per loro, per tutte. Sempre io ho fatto per loro. Di queste ragazze che c’erano, ho detto: “Madonna mia, bisogna dargli da mangiare qualche cosetta, perché non possono stare così”. Sono andata dove c’erano quei bei lenzuoli a quadri, ho detto “Aspetta che li porto nella mia baracca, dopo a me mi portano a casa”.

Allora io ho portato a casa questa roba, signorina. Mi dicono: “Letizia, cosa pensi di fare con questa roba? Lascia stare”. Portavo tutte queste cose e mettevo tutto sopra alla baracca, sopra questo letto. Quando vedevo che questa signora stava male, ho detto: “Cosa ha, signora, che non lascia andare su?”. Corre in gabinetto e aveva tutto questo mangiare sopra la branda, prendo questa roba e tutta via in condotta, in gabinetto.

Quando via di là, mi fa: “Ma chi mi ha portato via tutto il mio mangiare?”. “Io”. “Ma perché mi hai fatto questa roba?” ha detto. “Perché l’ho fatto? Perché ti porti la testa a casa” le ho detto, “Non ti da più figlio, hai una creatura piccola a casa, bisogna che vai a casa per lei”.

Perché aveva lasciato un piccolino a casa e il marito, uno l’avevano ammazzato i tedeschi, impiccato. Ti raccontavo che ieri sera c’era il nome di questa ragazza. Siamo andate a casa per via Lubiana, Maribor, a Trieste, siamo scampate via da là.

Valcovic Mario

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Ci dici come ti chiami?

R: Mario Valcovic, nato a Umago il 07.04.1925, allora era provincia di Trieste ma ora è Croazia.

D: Mario, quanto ti hanno arrestato, chi ti ha arrestato e perché?

R: Mi hanno arrestato le SS il 20 dicembre 1943 a Doberdò del Lago, in provincia di Gorizia.

D: Perché ti hanno arrestato?

R: Perché ero armato, ero con i partigiani; ad un rastrellamento sono venuti alla mattina e ci hanno arrestati tutti, tanto è vero che eravamo in un fienile, avevamo tirato su la scala, c’eravamo un po’ occultati, per dire la verità, ma dopo due o tre tentativi che cercavano in quella stalla o nella stalla vicina; noi eravamo armati.

Sono andato fuori, in quel momento è venuto un contadino che lavorava in questa piccola fattoria ed ha fatto cenno che i partigiani erano sopra: le SS erano andate in una stalla e con degli uncini cercavano nel fieno, ma non avevano trovato nessuno.

I partigiani erano sopra: noi avevamo tirato su la scala, eravamo in sei su ed uno, poveretto, si è fatto prendere dal timore, dal panico, tremava tutto, noi eravamo in cinque sopra di lui a tenerlo, per non far sentire di sotto.

Io ero ferito e sono andato su proprio quel giorno, sono rimasto lì per non tornare a Monfalcone.

C’era un giovane alpino di Bergamo, vent’anni aveva, è sepolto nel cimitero e non se ne sa ancora nome e cognome, partigiano ignoto, io ho cercato, abbiamo anche scritto ma non abbiamo mai saputo come si chiamava né niente.

Questo alpino, questo giovane di Bergamo, quando i tedeschi sono arrivati di nuovo lì ha tirato due colpi di pistola ed i tedeschi si sono ritirati, sono andati indietro cinque o sei metri ed hanno cominciato a sparare, da sotto e da una finestrella piccola.

Mi ricordo ancora che ho messo il viso e mi è passata una pallottola che mi aveva bruciato tutti i capelli.

Avevano sparato due, tre minuti: di sotto si vedevano questi tedeschi, avevano quelle bombe con il manico, se buttavano su una bomba saltavamo noi che eravamo in cinque con tutto il paese vicino.

Dopo un paio di minuti o secondi, noi avevamo messo il fieno, si sentiva sparare da tutte le parti, era tutto un fumo ed abbiamo gridato di fermarsi, “Veniamo giù, ci arrendiamo”.

Hanno smesso di sparare: poi dovevamo andare giù, ci aspettavano, abbiamo messo la scala di nuovo per andare giù.

Nessuno voleva essere il primo.

Mi ricordo come adesso, sono passati cinquantasei anni, ho buttato una giacca al tedesco che era sotto, l’ha presa nel mitra ed ha cominciato a sparare di nuovo, poi hanno cessato e niente da fare, nessuno voleva andare giù per primo.

Finalmente il più coraggioso, questo che è morto a Mauthausen, Giorgio, è andato lui per primo.

Com’è andato giù lo aspettavano, gli hanno dato col calcio del mitra e l’hanno portato dove c’era il comando partigiano, piccolo comando partigiano, l’hanno messo lì.

Poi il secondo, nessuno voleva andare giù, il terzo, intanto a fianco c’era una parete e c’era una piccola finestrella, si poteva tentare di scappare e poi saltare in un orto vicino.

Uno o due si sono messi a scappare da quella parte, ma intanto al secondo che andava giù è arrivata la stessa sorte e poi io ho tentato, uno è scappato, ma dove tentavano di scappare?, saltava nell’orto e lì c’erano i tedeschi che l’aspettavano e li portavano dentro nella cucina.

Mi ricordo che volevo anch’io saltare, ero già a metà finestrella, ma poi uno più grosso mi ha tirato indietro, io avevo diciotto anni, ma ero magro.

Due sono usciti, io sono uscito per terzo, il quarto è andato giù per questa scaletta e con i due che erano usciti dalla finestrella ci siamo ritrovati tutti nella stanzetta.

La stanzetta me la vedo ancora, una scatola di scarpe: noi eravamo tutti armati di pistole e bombe, hanno messo le pistole e le bombe in questa scatola, ma eravamo in sei ed avevamo cinque pistole, loro battevano che ne dovevamo averne sei.

Uno ha detto: “Ma io non l’avevo, non ero armato”.

Allora il tenente ha detto: “Se entro due minuti non viene fuori la sesta pistola venite uccisi tutti quanti”.

Sono tornati di sopra a cercare ma effettivamente non c’era.

La cucina era piccola, un tavolino e tutti sei in piedi, bianchi, cadaveri, perché non occorre neanche dire in che condizioni eravamo.

E’ venuto dentro un tedesco, era vestito da militare ma era metà civile, aveva un cappello da contadino e ha detto: “Questo è il comandante dei partigiani”; il comandante dei partigiani si chiamava a quei tempi, adesso è morto anche lui, Sirio Malega. Alla sera avevamo cenato lì, avevamo mangiato la minestra con i bigoli: il tedesco ha preso il tegame e l’ha rovesciato in testa. Come ha rovesciato questo tegame, l’ha preso per l’orecchio e gli ha tagliato l’orecchio, si immagini lì a vedere l’orecchio tagliato, fagioli, pasta nel viso e lui con mestolo che gli dava botte in testa.

Eravamo tutti pieni di paura, intanto i tedeschi avevano circondato tutto il paese e portavano tutta la gente in piazza, perché la piazza da lì a lì sono 20 metri.

E’ venuto un comandante che era lì ed ha detto: “Questo è il comandante dei partigiani”. Eravamo tutti e sei sulla porta, non hanno scelto, è venuto un tenente, ha preso il primo che era vicino alla porta, l’ha portato fuori dalla porta e gli ha sparato con il mitra due scariche, ci hanno fatto passare davanti a lui, intanto tutto il paese era portato fuori, ci hanno messo davanti alla chiesa, a quei tempi si vedevano i pini nel cimitero. Pensa che ci hanno preso alle 7.05 della mattina, siamo stati con le mani in alto mezz’ora, un’ora; tenere le mani in alto è difficile, se tu le tieni cinque minuti ti fanno male i nervi.

Noi per la paura eravamo sempre con le mani in alto.

Ha preso tutto il paese fuori, hanno tirato fuori quattro con la mitraglia e si pensava che tutto il paese era fuori e noi lì, uno era morto per terra, pensavamo che ci uccidessero tutti, invece è venuto Blechi, il famoso Blechi, lo ricordano tutti e poi ha tradito ed è andato con loro, ha combinato più danni lui finché è stato ucciso da noi. L’hanno preso qui, l’hanno ferito, l’hanno portato in ospedale e poi siamo dovuti andare lì ad ucciderlo, hanno ucciso lui ed anche la mamma che era vicino.

Perché è finito così, perché lui ha fatto uscire tutto il cantiere, uno ad uno, circa duecento sono stati fatti prigionieri da lui.

I due comandanti si sono messi d’accordo di portarci a Monfalcone. Sono cinque chilometri e mi ricordo ancora, non avevo neanche legato le scarpe, c’erano i lacci molli ed ero ferito al ginocchio.

Ci hanno messo una bicicletta a tracolla ed una cassetta di munizioni, con le mani in alto fino a Monfalcone, attraverso i monti. Prima di scendere, hanno tagliato il monte, “Adesso ci uccidono lì!” invece ci hanno portato fino a Monfalcone.

Uno lo hanno ucciso lì e noi ci hanno rinchiusi a Monfalcone, c’era una fabbrica di colori, ci hanno chiusi tutti in un gabinetto. Il primo interrogatorio: hanno domandato se eri partigiano, perché, per come, allora bisognava trovare delle scuse, perché ero andato prima, ma non l’ho detto a loro.

Ma perché un giovane così grande e bello è andato con i banditi, con i ribelli? L’8 settembre non veniva nessuno e siamo scappati, ma chi vi ha mandati, come siete andati. Parlavano in cantiere, siamo andati su come bambini.

Ci hanno preso e ci hanno portato con un camion.

Prima siamo andati in stazione a Monfalcone, il treno non arrivava mai, siamo scesi alla stazione, le SS hanno fermato un camion e ci hanno portato a Trieste.

Mi ricordo ancora che eravamo lì ed intanto si era propagata la voce, qualcuno di Monfalcone voleva tentare, a parte che di tedeschi ce n’erano venti, venticinque e noi eravamo in sei.

E’ sceso da un’auto, da Trieste, un piccolo repubblichino, parlava in tedesco ed ha chiesto: “Chi sono?” “Banditi”.

Uno di noi ha risposto: “Meglio essere banditi ribelli che un collaborazionista come te”, gli ha sputato ed andato via.

Hanno fermato un camion e ci hanno portati a Trieste.

A Trieste alla stazione, fino in Via Ghega a piedi, poi dove va su il tram ad Opicina, hanno fermato il tram, il manovratore, erano due donne e noi dentro, tutti sanguinanti, e le donne piangevano, ci hanno portato fino davanti a Piazza Oberdan, su ad Opicina, ci hanno fatto scendere e siamo andati su.

Poi ci hanno portato in una villa di SS, mi ricordo come adesso, abbiamo passato una notte con loro, loro erano lì che mangiavano, parlavano, fumavano, buttavano le sigarette vicino e si è passati la notte lì.

Alla mattina è venuto un camioncino, avevano quei camioncini gialli, che avevano pala e piccone dietro incrociate, “Adesso ci portano al poligono”.

Invece hanno fatto il giro per Trieste, siamo andati giù e siamo andati alla prigione

Ci hanno portato in Coroneo ed io mi sono fatto trentacinque giorni solo e gli altri erano assieme.

Lì Blechi era venuto, io ho subito un interrogatorio solo in piazza Oberdan.

Una camera imbottita, una grande carta geografica topografica della regione, la stenografa, due tavolini con la corrente elettrica, nome, cognome, perché sei andato con i partigiani ed io ho risposto a tutto.

Ad un certo punto hanno legato le mani.

Io ho visto le foto del Vietnam, un bastone qui, due sedie e ti capovolgi.

Poi mi hanno buttato un secchio d’acqua e sono rotolato giù e mi hanno portato nelle cellette piccole, buie.

Fortuna che io ho subito un solo interrogatorio, trentacinque giorni, intanto nel frattempo avevo trovato anche mio fratello, visto nel corridoio, perché andavo all’aria solo, gli altri andavano assieme a camminare, quella mezzora o un’ora.

Allora lì nelle celle, che eravamo isolati, sentivo, chi sei e nel frattempo avevano fatto prigioniero tutto il Comitato di Liberazione di Trieste, chi si ricorda c’erano tanti di loro lì.

Piccolo particolare, ero solo, il secondo giorno ero tutto ammaccato, ero seduto sul letto, perché ero pieno di piaghe, ad un tratto aprono la porta ed arriva un graduato tedesco, con il secondino ed io con le mani così chissà pensavano, non mi sono alzato, allora ha cominciato a gridare in tedesco a quell’altro. Gridavano tra di loro, verso me, poi mi sono alzato, tutto spaurito. È andato via il tedesco ed ho chiesto cosa avesse detto. Aveva detto: “Portati via il lettino con la coperta, perché non ti sei messo sull’attenti di fronte ad una SS”. E’ sei mesi che dormo nel bosco.

Un giorno: “Valcovic prendi la roba, vai a casa”. “Non prendo niente, perché mi portano a fucilare”. “Sul serio, prendi la roba che vai via”.

Malvolentieri ho preso quei quattro stracci che avevo e mi hanno portato giù e lì ho trovato tutto Monfalcone, che nel frattempo avevano fatto prigionieri. Intanto quei cinque che eravamo assieme e poi tutti gli altri e lì c’erano tutti: Quinto, Luciano Recnis, tutti gli amici.

“Ci portano in Germania, andiamo… forse si starà meglio”, perché qui c’era sempre la paura, ogni tanto li portavano a fucilare.

Una mattina, alle 3 di notte, lo hanno portato al Coroneo, con le lampade e siamo andati nel vagone e siamo andati a Mauthausen, almeno noi novantatre che eravamo siamo andati a Mauthausen, ma qualcuno è anche ad Auschwitz, come Giovanni.

D: Quanto sei partito te lo ricordi?

R: Penso il 30 gennaio del ’44. Mi hanno preso il 20 dicembre, trentacinque giorni ho fatto d’isolamento; penso il 28 il gennaio del ’44. Siamo arrivati a Mauthausen penso il 1 febbraio del ’44.

D: C’erano anche delle donne con voi, alla partenza da Trieste?

R: No.

D: Tutti uomini eravate?

R: Sì, tutti uomini.

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Due giorni, perché c’erano i bombardamenti, poi ci siamo fermati. Io sento ancora il treno che fischia in quella stazione, perché siamo stati fermi un paio d’ore o anche una giornata.

Siamo arrivati a Mauthausen.

Io sono andato a Mauthausen nel ’69 ed ho trovato due giovani e cercando da dormire in paese ho detto loro: “Quando ero giovane come voi ero in campo di concentramento”. Loro mi hanno risposto di non saper niente, non aver visto niente e non sapere nulla.

I tedeschi si erano fatti furbi, avevano messi due o tre partigiani presi nei boschi in Jugoslavia, non so come erano capitati al Coroneo a Trieste e li avevano messi davanti al nostro convoglio. I bambini ci sputavano addosso, a me avevano scritto “Banditi, ribelli”, ci sputavano e ci tiravano sassi.

Siamo arrivati davanti al portone, ci siamo spogliati, tutto in terra. Abbiamo mangiato, c’era ancora qualcosa, perché quando eravamo al Coroneo qualcosa arrivava, arrivava il pacco ogni quindici giorni.

Avevamo mangiato tutto quello che avevamo, burro, zucchero ed abbiamo fatto bene, perché poi non abbiamo mangiato più per diciotto mesi, non abbiamo mangiato più.

Hanno preso il nome, a chi l’aveva la fede, qualche catenina, qualche dente d’oro e siamo passati, ci hanno tagliato i capelli, rapato a zero, messo il numero e siamo andati in quarantena.

D: Il tuo numero di Mauthausen?

R: 50.916. Me lo ricordo perché per dire la verità, quando ero a Gusen 2, chiamavano in due o tre lingue all’appello, italiano no, tedesco, francese e polacco. Anche quello me lo ricordo. E chiamavano i numeri, gli ultimi erano inebetiti e non sapevano, non rispondevano, perché bisognava rispondere.

D: Stavi dicendo della quarantena di Mauthausen.

R: La quarantena di Mauthausen è la quarantena, l’ho raccontato anche adesso, nella baracca stavamo in mille; non c’erano castelli, si dormiva per terra e per terra facevano la fila e ti sdraiavano, testa e piedi testa e piedi; tra una fila e l’altra c’era uno spazio di 50 centimetri.

Quando ci mettevamo l’uno contro l’altro, con testa e piedi, e non ci stavamo tutti, veniva il capo e ci stringeva come le sardine; il bello era che poi di notte chi doveva andare a fare la pipì, tu ti alzavi ed il posto non lo trovavi più, perché erano tanto stretti che non vedevano l’ora che qualcuno si alzasse per recuperare un po’ di spazio.

Poi anche lì avevamo la giacchettina ed il berretto raggomitolato, le ciabatte, non mi ricordo neanche se avevamo le ciabatte. Ti alzavi e camminando toccavi qualcuno, la testa o il piede, allora da quello prendevi un morso e ti buttava avanti, quell’altro ti dava un calcio più avanti, perché la baracca era lunga 20 metri, 30 non so quanto, insomma a suon di calci e morsi arrivavi fino al gabinetto, poi era un altro problema ritornare al posto, perché il posto era occupato.

Quando arrivavi lì vedevi il posto, cercavi di allargare e loro cominciavano in tutte le lingue a bestemmiare, era un problema.

La mattina quando pulivano eravamo tutti fuori, il muro c’è ancora a Mauthausen e quando c’erano da fare le pulizie del blocco ci buttavano fuori e fuori … era gennaio e febbraio, c’erano 17 gradi sotto zero, per riscaldarci ci mettevamo l’uno sopra l’altro, appoggiati al muro, addossati al muro, ma quando eri il primo era una cosa, il secondo, il terzo, ma quando ce n’erano dieci che ti pressavano, non ti veniva più il respiro ed allora era un continuo uscire fuori e metterti davanti, era un continuo girotondo di corpi umani, questo per quelle due ore intanto che pulivano e poi ritornavamo in baracca.

In baracca sempre silenzio.

Due volte ho fatto il viaggio sulla scalinata perché dovevano allargare il campo ed ho fatto due viaggi con le pietre, l’ho fatta due volte la scalinata.

Non ho fatto quaranta giorni.

Al primo trasporto siamo andati in tre: io, Ulian Andonando e Lino Furla, in tre siamo andati, del nostro convoglio, noi che eravamo arrivati, siamo andati a Loilblpass, in treno, tutti ci guardavano, ma rimanevamo isolati. Tutti ci guardavano.

Ci hanno portato lì, poi con un camion ci hanno portato su, perché da lì a sopra saranno 12 chilometri e da una fabbrica ci buttavano pezzi di pane.

Siamo arrivati nel campo; pochi si sono fermati nel campo dalla parte jugoslava, campo sud e noi, attraverso un piccolo cunicolo, perché era già bucato dove poi si costruiva il tunnel, quando sono arrivato io avevano fatto pochi metri.

Siamo andati dalla parte di là e là eravamo adibiti a spalare neve. A quei tempi nevicava e toccava spalare la neve e buttarla in una muraglia, due o tre metri di neve, sempre buttare sopra ed ogni notte nevicava.

Le SS, i giovani, cantavano tutte canzoni partigiane, per vedere chi erano partigiani da noi, perché erano sloveni o croati e le sapevano le canzoni ed uno di noi, Ulian, rispondeva: “Ma stai zitto, vedi che fanno apposta per sapere da dove vieni e cosa hai fatto?” Invece lui era un po’ intontito e rispondeva; poi buttavano le sigarette e quando andavano per prendere la sigaretta te la schiacciavano davanti.

Lì abbiamo fatto venti giorni e poi sono andato nel comando dove tagliavano gli abeti. Tagliavano gli abeti, i più dritti, per adibirli a rinforzare le impalcature del tunnel che stavano costruendo dalla parte austriaca.

Tanto è vero che c’erano cinque baracche di qua e cinque di qua, ma una, quella verso l’Austria era quasi vuota.

C’erano gli addetti che segavano i pini, poi qualcuno era adibito a pulire i rami e poi bisognava portarli sulla strada principale.

Allora lì era un bosco, buche, non era uniforme la strada e le SS erano due o tre. Ne mettevano dieci da una parte e dieci dall’altra, o quindici e quindici, poi mettevamo il tronco sulla schiena. Quando eravamo pronti le SS sfoltivano un po’, uno sì, tre no, perché sembrava che facessimo poca fatica.

Tutti gli addetti ai lavori non erano della stessa altezza, io a quei tempi ero 1,85, qualcuno era 1,70 ed il peso non era uniforme, perché pesava sulle spalle agli altri, insomma a suon di botte si portava fin sulla strada.

Era vicino il campo, ogni giorno dovevamo portare una pietra per il campo, Mauthausen erano quelle pietre e lì, invece, il male era che dovevi prendere la pietra da solo, erano accatastate le pietre, però dovevi prenderne una media, se ne prendevi una piccola … una volta sono stato fregato. Ne ho preso una piccola e la SS mi ha buttato via quella e me ne ha messa una in spalla, non riuscivo, mi è scivolata, fortuna che sono arrivato tutto graffiato, tutto sanguinato ma sono arrivato fino all’entrata del campo.

Ogni giorno era così.

Nevicava sempre. Mi è venuta la scabbia e la scabbia si allargava sempre di più, macchie, pus. Dovevamo andare in ospedale, perché nella parte sotto c’era un piccolo ospedale: mi hanno salvato due dottori, un cecoslovacco ed un francese.

Nel frattempo un polacco è riuscito a dare la pala in testa ad un SS ed è scappato; l’hanno preso dopo tre giorni.

In quei tre giorni abbiamo fatto il campo pulito come un biliardo a suon di botte e dopo tre giorni l’hanno preso, è arrivato in campo di nuovo, ma sapete come l’hanno ucciso? Siamo tornati, la SS era ancora con la benda, tutti schierati intorno, su una pietra grande; hanno dato alla SS un martello grande e l’hanno fatto picchiare, tutti in giro a guardare e lui picchiava. I primi dieci, cento colpi, con la pistola, ogni tanto si fermava, me lo vedo ancora adesso, con quei capelli, zebrato: ha fatto un buco così nella pietra, veniva su il fumo bianco ed aveva tutte le sopracciglia bianche, ogni tanto si fermava, insomma ha resistito fino a mezzogiorno.

I suoi compagni lo hanno lavato, ma con la stanchezza, sono tornati alle due, non ne poteva più, era tutto sanguinante allora le SS gli hanno tirato con la pistola davanti a noi.

A dire la verità ne ho visti tanti, anche annegare, poi pensavo, come diceva prima Mario, alla forca: pensavo che quando impiccano uno muovesse le gambe, invece inclina solo il viso, viene fuori la lingua, a parte che sono già morti prima, perché sono cose inaudite.

Ho preso la scabbia e sono rientrato nel campo A nella parte jugoslava, là era meglio, là erano organizzati, ho trovato Lino Furlan, che parlava un po’ il francese, si è messo d’accordo con il dottore cecoslovacco, sono guarito dalla scabbia. Prima di andare via è venuto vicino, si è graffiato e si è infettato anche lui; dopo un paio di giorni è venuto anche lui di là e ci siamo rimasti tutti e due. Lino ha trovato lavoro, io sono guarito dalla scabbia e sono andato a lavorare. Lì ho trovato un bel lavoretto, il cambio turno dei minatori: avevano l’elmo con la luce e si incontrava il turno di notte a metà strada dal campo a lì sarà un chilometro e si incontrava.

In tutte le lingue chiamavano, si salutava e si incontravano alle due, solamente alla domenica ci si vedeva.

Io ero in un comando a scaricare sacchi di cemento, arrivava il camion di cemento, poi c’era una baracca ed un paio di minuti portavano questi sacchi, li stivavamo lì e poi ce ne stavamo nella baracca. Se non mi veniva la febbre non avrei patito tanto come quello che mi è toccato a Gusen 2.

Sono andato in infermeria, perché il dottore imparava l’italiano, avevo sempre febbre, mi ha tenuto quindici giorni, mi cambiava; ogni mattina arrivava alle sei, controllava tutti sul letto.

Poi sono dovuto ritornare in campo, ho preso due pleuriti e solamente ad agosto o settembre sono ritornato in campo a Mauthausen.

Andando in campo, con il cambiamento d’aria e a vedere tutti quei morti mi è sparita la febbre.

Camminavo, non avevo più febbre, sono stato dieci, quindici giorni lì.

Prima Lei ha domandato se c’erano dei preti, io ne visti in baracca a Mauthausen. Non so quanti; c’era un posto per loro, avevano un rotolo di pelle come le gomme, avevano cinque o sei rotoli di pelle attorcigliata, perché si vede che prima erano abbastanza grassi.

Sono ritornato in campo.

Poi tornato in campo di nuovo abbiamo fatto la quarantena e la prima volta ho detto di essere un meccanico aeronautico e mi hanno mandato a fare la galleria, ho dormito trentatre giorni assieme ad un ingegnere, un giovane ingegnere francese ed avevo imparato abbastanza bene. “Mario, la prossima volta vieni con me”.

Cercavano ingegneri, controllori, ho detto che lavoravo in aeronautica.

Il secondo trasporto, da Mauthausen siamo andati a piedi a Gusen, attraverso i boschi, me lo ricordo ancora: era settembre e c’erano delle mele, cercavo con i piedi di poter prenderne una, la SS guardava: niente da fare.

Sono arrivato a Gusen.

D: A quale Gusen?

R: 2, ma Gusen 2 o 1 era quasi uguale. A volte durante i bombardamenti ci portavano in galleria a Gusen 1, dove c’era una galleria in costruzione. Me lo ricordo, sa perché? Perché un giorno c’era un bombardamento e mi ero appisolato, sono caduto giù, saranno stati due metri ma c’era la sabbia.

Come primo lavoro mi hanno dato la carlinga, facevamo le carlinghe.

Mi hanno dato due rotoli da disegno, non so quanti colori… “Il primo che fa sabotaggio viene impiccato subito”. A dire la verità lavoravo all’aggiustaggio, non avevo mai visto tanti fili di tutti i colori, cose che non avevo mai visto.

Mi è venuta la febbre una mattina. Sono rimasto a casa e la sera dopo ho cambiato e sono andato a controllare i pezzettini che venivano fuori, piccoli elementi che facevano questa carlinga, era facile lì.

Non avevo un disegno, contavo i pezzi, quelli avariati li mettevo in parte, firmavo e avanti, mi sono fatto otto mesi.

Io ed un ingegnere russo fino alla fine della guerra; gli altri dovevano lavorare, c’erano tre turni, dalle 6.00 alle 14.00; dalle 14.00 alle 22.00; dalle 22.00 alle 6.00. Su Gusen io ho letto una testimonianza, ma mi hanno spiegato che c’era il treno che ci portava. Quando si usciva da Gusen ci contavano e si saliva sul vagone, avevano fatto un terrapieno che saranno due chilometri dal campo a lì ed il treno a passo d’uomo si arrivava lì.

Aprivano i vagoni ed entravi a Gusen 2, a Sant Geogen sono stato a vedere ma non si vede più dove c’erano le gallerie, è tutto brutto, sporco, hanno cercato di occultare, hanno fatto saltare tutto.

Come scendevi ti contavano. Controllo sopra controllo, contare, monta in treno, torna ad uscire dal treno, entra in quell’altra gabbia prima della galleria, tutto circondato con la corrente, poi si entrava in galleria e si lavorava.

C’erano tutti i mestieri: tornitori, lattonieri, facevano la carlinga. Il 5 maggio, finita la guerra, era ancora pieno di carlinghe, non so dove le assemblassero; lì facevano le carlinghe, da un’altra parte facevano i timoni, da un’altra parte le ali, da un’altra parte i motori.

La fabbrica non ha mai chiuso un giorno, bombardamenti sempre, si restava un’ora, mezzora senza luce: solo il tifo petecchiale ha fermato la produzione. Nel febbraio del ’45 è scoppiato il tifo petecchiale ed è stata una carneficina.

Fuori, sulla neve, ci hanno dato la puntura; c’erano morti da tutte le parti.

Quattro donne hanno rimesso in piedi il lavoro, abbiamo lavorato fino al 2 o al 3 maggio.

Mi ricordo una notte, la SS aveva un cane lupo grande, è venuta vicino e mi ha detto: “Tutti i calibri ed i disegni portarli in ufficio”.

La SS si è seduta insieme, perché erano mesi che la gente scappava. Gusen è sulla strada, a quei tempi c’era una fiumana interrotta di baracche, cavalli che scappavano da una parte, l’avanzata dei russi verso gli americani: sono venuti assieme russi ed americani a Mauthausen: l’ultima casa era il confine.

La sera siamo tornati in campo, la mattina calmi aspettavamo gli americani e sulle garitte le SS non c’erano più, c’erano quattro vecchi del Comune, quei poveretti che hanno messi lì di guardia.

Alle tre del pomeriggio mi ricordo che c’era uno di Milano, non so se era il senatore Albertini, era un avvocato, non mi ricordo: “Mario, non guardare!” ma io vedevo che qualcosa non andava bene.

Guardo fuori e vedo …. dov’era il magazzino, non so quant’era largo, cinque o sei metri, erano andati in duecento e nessuno riusciva a tornare su: appena arrivava su uno era tutto sporco di zucchero, burro, i capelli, tutto ed appena arrivava su c’erano altri quattro o cinque che lo prendevano e portavano via tutto.

Sono entrati attraverso i vetri rotti, come gli affamati.

Uno era seduto in cucina con la minestra che bolliva e lui con il cucchiaio era seduto sull’orlo che mangiava.

Un altro ha preso un bidone da 50 litri, ad andare vicino a domandare una ciotola di minestra alzava il mestolo! Come dire, paura di non saziarsi con 50 litri! Non ti dava nemmeno quello.

Portavano le patate e le rape in cucina, il campo era grande, però erano tanto ben organizzati i russi, se ne toccavi uno era grave, perché non avevano niente.

Prima c’erano gli ebrei, poi i russi e terzi gli italiani i malvisti nel campo; c’erano diciannove nazioni. Capivo quasi tutte le lingue, perché avevo il numero basso; la gente aveva un po’ di riguardo per me ma io non stavo nemmeno in piedi, avevo le ginocchia così, pesavo 40 chili. Come passavo si scansavano, perché avevano paura, come dire che ero un capo grande.

Insomma i russi, torno a ripetere, andavano all’assalto per prendere una rapa o una patata. Andare a prendere venticinque bastonate con quel tubo equivaleva a mangiare tutto il carro, niente da fare, si erano messi in testa, era il senso della sopravvivenza, stavano lì attaccati. Ma poi, vedere le spartizioni! Nei castelli si dormiva in quattro, quattro e quattro e per spartirsi un pezzetto di pane, il pane al principio era a metà, quando eravamo a Gusen, perché era come a casa a confronto di là, poi in quattro, poi in otto, poi in dodici, poi in ventiquattro. A ventiquattro avevano fatto i bilancini, grammo per grammo, come le formiche. Vedere la spartizione! Poi c’erano i kamikaze.

Non so quanto spazio ci fosse da un castello all’altro, 80 centimetri, 50: con le gambe non si riusciva, due si buttavano dentro e qualcosa dovevano arraffare, poi non spartivano lì, dovevano saltare ed andavano fuori e si spartivano tra loro.

Era una cosa vedere la sera la babele di tutte le lingue.

Poi i trucchi con le sigarette, da un campo all’altro: si doveva vendere un pacchetto di sigarette, prima di buttare, nessuno voleva buttare prima il pane e le sigarette, fare il cambio, niente, volevano cercare, “Ma è sicuro che sono buone?”, “Sì, guarda”, il russo fumava e gli dava…

Quando facevano il cambio era paglia, avevano imbrogliato.

D: Mario, tu da Gusen 2 uscivi dal campo, salivi sul treno ed andavi a Saint Georgen?

R: Sempre con il treno. Si scendeva di nuovo e si entrava, anche lì era chiuso con la corrente, si passava, contavano dieci. Devo raccontare una cosa di Gusen 2: l’ultimo mese era il mese più brutto, in aprile morivano tutti, perché il mangiare non c’era, bombardamenti, scappavano… la Croce Rossa ha mandato un paio di pacchi ai polacchi, ai francesi, agli italiani no, noi eravamo i peggiori.

L’ho detto: ebrei, russi e poi noi.

Avevano spartito questi pacchi e poi la notte non si poteva dormire più, perché dove c’era un pacco si sapeva che c’era un pezzetto di cioccolata, due sigarette. Allora sentivi di notte l’assalto: levavano le assi da sotto, crollava il castello, era tutto un fuggi fuggi, sentivi, non occorreva suonare lì, le intere zone di luce erano lo spauracchio, quanto sentivi “tic” erano tutti all’erta.

Allora quattro botte e tutto ritornava normale: due giorni, tre giorni, e i pacchi avevano già cambiato residenza: dai polacchi erano andati ai russi, dai francesi dall’altra parte. Quelli che avevano più fame e che erano più organizzati avevano rubato tutto.

Gli ultimi giorni vedevi quando scendevamo dal treno, all’entrata della galleria, c’erano 100 metri, lo vedevi quello che aveva ancora un pezzettino di cioccolata, due sigarette, un pezzo di pane. Dietro vedevi come gli squali tutti quegli altri, aspettavano di entrare in galleria e quando arrivavano in galleria sentivi urli, grida e quello rimaneva tutto stracciato, sanguinante e della porzione di pacco che gli era rimasta non aveva più nulla.

Poi quando arrivava sul lavoro prendeva anche là la dose, perché era tutto sbracato, tutto sanguinante. Ogni sera portavamo a casa i morti, cinque, sei, avvolti nei sacchi di cemento.

Una notte c’era un bombardamento, mi hanno chiamato. Erano le sei e tre di noi siamo andati fuori, perché la galleria era una montagnetta piccola, come metà della rocca, non erano tanti metri.

Insomma, sono andato vicino, sotto tiro da una carretta: uno aveva tentato di fuggire ed hanno sparato. E’ venuta la luce, è tornata la corrente ed ho domando alle SS di poter prendere, aveva un bel paio, io avevo gli zoccoli, quello un paio di belle scarpe, non so come le aveva racimolate, mi sembrava di essere di nuovo…

Poi io ero controllore, seduto: non vedevo l’ora di andare in officina per stare in pace, vicino a me c’era il gabinetto e lì venivano tutti per andare al gabinetto ed i capi, perché le SS non c’erano dentro, erano tutti capi, la SS era uno, mai uno graduato in divisa, era tutto amministrato tra loro.

Noi avevamo il nostro ….. che parlava sempre il russo, ma io capivo, parlavano tra loro e sapevo tutto, raccontava dell’avanzata ecc..

Ogni giorno hanno preso questo, hanno preso quell’altro, invece il primo maggio niente, il 2 maggio “Qua si sono messi d’accordo, dobbiamo morire!”: avrebbero minato l’entrata e tutti i buchi, avrebbero fatto saltare tutto con noi dentro, non so come non siano mai riusciti.

Ancora un particolare. Quei capi, uno aveva dieci, quindici operai ed i poveretti ebrei non avevano mestiere, erano scopini, facevano i lavori più umili, scopavano ed allora io stavo a vedere, scommettevano a sigarette quanti salti si veniva a fare, come la lana, scommettevano cinque, sei e lo facevano saltare, tiravano con la pistola e poi si vedeva che si spartivano le sigarette, quello quanti salti ha fatto, cinque, tre…

D: La Liberazione come te la ricordi?

R: Una sera era il 3 maggio, hanno preso tutti i disegni e la mattina non siamo andati più a lavorare, hanno cambiato le garitte ed il pomeriggio sono passate due jeep. I russi avevano già aperto una breccia, già ritornavano in campo con mucche, capre, galline, era tutto un fumo.

Alle sei siamo scappati e verso le tre sono passate due jeep, sono andate a Mauthausen, il campo era davanti, non si sono nemmeno fermati.

Quella notte fuochi, patate, conigli, era tutto un subbuglio e la mattina era venuta la pioggia. Io ho lasciato più morti che vivi.

In pochi, in due hanno preso il comandante del campo, lo hanno impiccato con un uncino. Gli americani sono venuti in campo e filmavano.

Erano tutti vestiti in blu, cravatte ed hanno cominciato a pulire il campo.

Allora gli spagnoli con la chitarra sopra, il tedesco sotto che doveva pulire, quando tirava su il secchio dava un colpo e buttava di nuovo giù ed avanti così.

C’erano morti, cataste di morti.

Siamo partiti la mattina e vedere l’uscita di Gusen 2, migliaia di gente che torna a casa: “Dove vai?” In Italia, in Russia, altri in Polonia, altri di qua, altri là, andavano in tutte le parti d’Europa e la strada era piena di morti.

Da lì siamo andati in un fienile. Se non avessimo sentito parlare in italiano saremmo ancora lì, perché uno è morto subito per la diarrea; poi ci hanno preso e portato a Saint Georgen in alcune case che erano state abbandonate.

Abbiamo cominciato a far da mangiare, qualche gallina, qualche uovo, ma gli americani volevano che tutti i prigionieri ritornassero nel campo: non volevano che rimanessero fuori per le strade. I civili non aprivano la porta, avevano paura dei russi.

Siamo tornati in campo a Mauthausen. Intanto lì gli americani avevano detto di non fraternizzare, loro erano già con le jeep, con le “mule” tedesche e noi in campo a pelar patate, per mangiare di più. Non c’eravamo ancora saziati.

Io sono ritornato a casa il 29 giugno. Siamo partiti da Gusen, sul camion, abbiamo tirato su un nostro amico che era in ospedale, è venuto in pigiama, senza zoccoli, uno è morto a Bolzano, poi siamo andati in treno.

In treno anche lì, tre giorni, si è fermato anche nel ritorno a casa in mezzo ai campi, anche lì in cerca di mangiare.

A Bolzano in ospedale uno è morto, un nostro compagno.

Poi ancora una cosa: con il camion siamo andati a Treviso in un campo di tedeschi. Qualcuno di noi ha cominciato ad inveire contro i tedeschi, erano ufficiali, giocavano a pallone e noi stipati sul camion; a parole ci hanno gridato di tutto anche loro.

D: Poi da Treviso?

R: Da Treviso poi abbiamo sbagliato il camion e siamo andati fino a Modena, abbiamo fatto un giro, fino ad Udine

Marchesich Iolanda

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Marchesich Iolanda, sono nata a Tregara nel Comune del Pinguente il giorno 12.02.1924, il 6 giugno del 1944 sono venuti a prelevarmi i fascisti di Portole.

Il motivo è stato questo, una mia cara amica, lei era della lista che la cercavano i fascisti con altre cinque persone del paese, e lei domenica sera il 5 giugno è andata in un altro paese perché era il presidio dei fascisti tedeschi ed allora lei si è tirata fuori e ha messo dentro me.

Però questo io non lo sapevo. Alla mattina quando sono venuti i fascisti in paese ed hanno bussato alla porta, sono entrati in casa, mia madre è andata ad aprire, sono venuti direttamente su in camera ed hanno chiesto a mio padre Come ti chiami?” “Marchesich Matteo”, “Alzati e vieni con noi”, hanno detto subito. Mio padre si è alzato, si è vestito ed è andato giù.

Vengono da me “Tu come ti chiami?” “Marchesich Iolanda”, “Alzati vestiti e vieni giù”, poi hanno chiesto a mia sorella “Tu come ti chiami?” “Marchesich Maria”, per fortuna, perché lei si chiama Amalia. Siccome una Amalia era già nella lista e lei era a Trieste, allora è stata una grande fortuna, perché mio fratello, Oscar Marchesich è stato arrestato in maggio, mi pare il 17 maggio, è stato arrestato a Pinguente, lo hanno portato a Pisino, e poi è venuto anche lui a Trieste e di lì è andato a … ed io e mio padre abbiamo fatto un mese nelle carceri del presidio a Portole, io avevo ogni giorno, ogni secondo, come gli veniva a loro, interrogatori, sempre. Mi chiedevano dove sono questi che erano in lista, che cosa fanno. Io non sapevo mai niente, non ho mai saputo niente. Questo era, posso dire, non ogni giorno, ma ogni settimana due volte, anche tre.

L’ultimo interrogatorio era un capitano dei fascisti e ancora non era delle SS, erano sempre loro che mi interrogavano. Mi hanno interrogato, ed io ho dato sempre la stessa risposta, che non sapevo niente. Hanno aperto la porta dell’ufficio, era un pianerottolo, c’erano dei gradini, mi hanno dato una spinta e sono andata giù per le scale. Ho fatto così e con la testa così, ma non mi sono fatta niente. Sono tornata su.

Poche ore dopo è venuta la colonna dei tedeschi, ci hanno prelevato e ci hanno portato al Coroneo, dove siamo arrivati il 3 luglio del 1944.

Quando entriamo al Coroneo, mio padre è andato da una parte ed io in quell’altra, non ci siamo più visti.

Nella stessa sera, c’era l’allarme e ci hanno portato in un rifugio e lì ho trovato l’amica Eva e Wilma, e da quella volta siamo state sempre assieme, adesso non ricordo la data che siamo partiti da Trieste.

D: Scusa Iole, ma di cosa ti hanno accusato?

R: Che collaboravo con i partigiani. Perché questi che erano in lista collaboravano. Ma noi non avevamo mai collaborato, la mia famiglia è sempre stata rispettata. Ma questa mia amica lei si è tirata fuori perché? Perché un sacerdote del paese con altre due persone sono andate nel presidio ed hanno cancellato la sua e mi hanno messo dentro. La stessa mattina quando io ero fuori dalla porta vedo entrare questa mia amica in paese ed io non sapevo niente. E come la vedo, mi è venuta una stretta al cuore, adesso la prendono.

Quando arriviamo a Portole, dentro nel presidio dove c’erano i fascisti, il primo giorno hanno prelevato non so quanti ragazzi del paese. Ventiquattro, venticinque, ventisei, quella gioventù. La prima cosa che mi hanno detto “Guarda tu sei qui, ma questa persona è a casa perché ti ha messo te invece che lei”. Io ho fatto un mese a Portole insieme a mio padre, siamo partiti insieme per Trieste, io non ho mai più detto niente. I tedeschi ormai mi hanno detto “Kaputt”, l’ultimo interrogatorio che mi hanno fatto hanno detto “Kaputt”.

D: Scusa Iole, il Coroneo qui a Trieste che cos’era?

R: Il carcere di Trieste, il carcere di Trieste si chiama Coroneo. Ecco. E lì si aspettava, cimici a tonnellate, terrore, paura e fame e tutto assieme. Poi avevo un ascesso sotto l’ascella, mi portava in infermeria la suora ed un quattro giorni, cinque, mi portava in infermeria, mi metteva l’ittiolo e l’ultimo giorno mi porta in infermeria mi mettono su una barella con tre tedeschi in bianco, uno con una bacinella, ed uno prende come un coltello, infila dentro nell’ascesso e mi fa così e così e ne è venuta una bacinella piena di quella materia, fuori.

Poi siamo partiti, anzi mi hanno chiesto se volevo partire mercoledì, lo stesso giorno che sono andata a fare l’intervento su, ho visto mio padre che erano pronti per partire, ho chiesto la suora se mi lasciava vederlo, “Fai alla svelta, perché non devo lasciarti”, ho parlato con mio papà “Cosa fai?” “Partiamo giovedì”.

Allora quando mi hanno chiesto nelle celle, di partire giovedì, allora siamo partiti giovedì con il convoglio per Trieste, così c’era anche mio padre. L’ultima volta ci siamo visti a Villaco.

D: Vi hanno caricato sui treni. Dove?

R: In stazione centrale. Sui treni vagone, bestiame. Stivati come le bestie. Il finestrino, sa come sono i vagoni delle bestie e lì abbiamo fatto un otto giorni, non mi ricordo in modoesatto.

D: Non ti ricordi quando sei partita?

R: Da Trieste? Proprio esattamente no.

D: Sul trasporto con te, nel tuo vagone, eravate in tante?

R: Pieno. Stivati come le bestie. Non ci si poteva muovere.

D: Anche ragazzine c’erano?

R: Giovani? Sì, erano giovani, qualche donna più anziani, ma più gioventù era. Anche uomini c’erano, lo stesso dentro. Infatti hanno caricato degli ebrei, ed io ricordo che uno aveva una ciocca di capelli bianchi davanti e lo abbiamo visto anche ad Auschwitz, fino là siamo arrivati. Poi gli hanno tagliato i capelli e non si sapeva più niente.

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Io penso un otto, nove giorni, non mi ricordo esattamente. Mi pare di sì.

D: Ascolta, durante il viaggio vi siete mai fermate?

R: Sì ci saremmo fermate, ma non mi ricordo. Purtroppo il terrore, la paura, la fame, il pensiero delle famiglie era tutto.

D: Quando sei scesa dal treno dove eri?

R: La prima volta siamo scesi dal treno a Villaco. Ci hanno dato un pezzo di pane nero, quello loro. Anzi io avevo cinque lire, che mi portavo da casa, un pezzo di cioccolata ed un pezzo di pane l’ho dato a mio padre. Perché poi di lì lui è andato a Salisburgo e noi abbiamo proseguito per Auschwitz.

D: Sei arrivata ad Auschwitz 1? O ad Auschwitz Birkenau?

R: Direttamente a Birkenau, direttamente. E lì ci hanno sbarcato, eravamo in un altro mondo. Che noi non sapevano niente, siamo caduti dal cielo. Abbiamo visto gente, questi prigionieri, ma non sapevano niente.

D: Ma con il treno sei arrivata dentro nel campo?

R: Sì, dentro.

D: Poi li che cosa è successo? Raccontaci che cosa è successo.

R: Lì è successo che ci hanno sbarcati dal treno come le bestie e ci hanno portato, adesso non mi ricordo, ma non nelle baracche, sa che non mi ricordo. Mi ricordo che ci hanno portato in un grande salone, c’era un bancone grande e lì ci hanno portato via tutto l’oro, vestiti e tutto, ci hanno denudato, ci hanno dato una coperta e lì stavamo fino a che hanno finito, poi ci hanno messo in un altro grande casermone, per terra, senza acqua e senza niente e poi ci hanno messo nelle baracche. Tirati via i capelli, tutti, io avevo un dito, ci hanno rasato tutto.

D: Ti hanno immatricolato?

R: Ci hanno fatto il numero e nello stesso giorno che loro mi hanno fatto il numero che eravamo lì, mi hanno messo un velo di fascia, non garza, lo hanno messo dentro la ferita e tutti i giorni durante il viaggio, senza disinfezione, senza niente, quando eravamo su per fare il numero, mi tiravo pezzettini di fascia fuori. Una puzza.

D: Iole, ti ricordi il tuo numero?

R: 82954, non me lo dimenticherò mai. Anche se non lo avessi sulla mano, non lo dimenticherò mai.

D: Assieme al numero ti hanno dato qualche altra cosa?

R: Hanno messo un triangolo sulla giacca, no, sul vestito. No, no, sì hanno messo sul vestito borghese una stelletta con il numero.

D: Il triangolo di che colore era?

R: Rosso, un triangolo rosso.

D: Perché rosso?

R: Perché il triangolo rosso era per i politici e con la “I” di italiano.

D: Poi che cosa è successo? Dove ti hanno messo?

R: Nelle baracche, ed eravamo in quattro o cinque che dormivamo assieme, con zoccoli di legno, vestiti di tutti i colori, senza calze e senza tutto il resto che mancava.

D: Ti ricordi in che blocco ti hanno messo?

R: Adesso sono due, o nel 12 o nel 24, ma nel 24 mi pare, non mi ricordo esattamente. Non mi ricordo esattamente o 12 o 24.

D: Ascolta a Birkenau quanto tempo sei rimasta?

R: Lì siamo rimasti fino a dicembre, mi pare. Abbiamo fatto il Natale a Hirtenberg, allora fino a novembre.

D: Ascolta Iole.

D: Ancora un momento. Perché quando ad Auschwitz un giorno sono andata in svenimento e mi sono ritrovata nel Revier. Mi sono ritrovata e lì c’era la paura di non ritornare mai più fuori. Ecco. Io ho conosciuto una russa, un’infermiera giovane e poi anche la dissenteria ci ha colpito, anche quella e mi portava delle pastiglie e nello stesso tempo mi diceva, “Non prenderle”, sotto voce. “Che queste ti faranno morire”, ma non si doveva parlare con nessuno e niente, lei sottovoce come mi dava le pastiglie mi diceva “Iole non prenderle” e di fatto non le prendevo ed ho fatto otto giorni in riviera, se non di più.

Poi mi hanno lasciato, sono tornata nel blocco e mi pare che il secondo o il terzo giorno, adesso non mi ricordo esattamente, sono venuti a prelevare quattrocento prigioniere per portarci a lavorare, poi la mattina nel campo alle quattro, alle cinque ci si alzava alla svelta, a pelo, anche due ore all’appello, sull’attenti fino a che facevano. Un freddo, paura. Bastonate e tutto.

Poi ci hanno trasportato a Hirtenberg con il treno, siamo arrivati là, era una piccola filiale e là ci hanno portato a lavorare nelle fabbriche delle munizioni, turni di dodici ore.

D: Quando eri ancora a Birkenau tu sei stata sottoposta a qualche selezione?

R: No, io no.

D: Hai visto altre tue compagne sottoposte a selezione?

R: No, io non ho visto, ma ritornando a casa, qualche anno fa parlando con un’amica nostra con Draga che a lei hanno fatto degli esperimenti sull’utero.

D: Io dicevo le selezioni per andare a lavorare.

R: Per andare a lavorare ci prendevano e andavamo a lavorare fuori del campo con l’orchestra, con l’orchestrina fuori del campo per contare la fila, andavamo per cinque, e come suonavano noi dovevamo andare a passo della musica e lì era il controllo ed andavamo 8 chilometri fuori dal campo, mi pare, vicino ad un fiume a tagliare, non so come dire, delle frasche, lì ti tormentavano, portavano il pranzo e fino alla sera, al pomeriggio si stava lì poi si rientrava nel campo sempre in fila, con l’orchestra, entrando dentro, sempre.

D: Ma questo a Birkenau?

R: Sì a Birkenau.

D: Anche voi cantavate?

R: No, no, solo l’orchestra suonava e noi a passo dell’orchestra dovevamo camminare. Per il conteggio e loro contavano se non mancava nessuno.

D: Invece in questo sottocampo, in questa fabbrica?

R: In questa fabbrica la mattina all’orario dovevamo andare in fabbrica a lavorare, erano due o tre chilometri via del campo, non ricordo esattamente. Erano delle baracche nel bosco, lì lavoravamo sulle capsule delle pallottole, eravamo in sei in fila e le macchine lavoravano e lì abbiamo fatto i turni di dodici ore.

D: Avevi ancora il tuo stesso numero o ti hanno dato un numero nuovo?

R: Sempre 260, ci hanno dato il numero 260 e quello scritto sulla divisa, il nostro numero era questo sulla mano.

D: Lì in fabbrica c’erano anche dei civili?

R: Sì erano delle civili controllore, erano delle civili, e per quanto riguarda la fila dove ero io, anche abbastanza coccole. Abbastanza, come dovrei dire, ci portava del filo, dell’ago, non si poteva parlare con nessuno, assolutamente, neanche tra noi, tutto zitto. Non si doveva aprire bocca con nessuno.

Noi non sapevamo niente di cosa succedeva. Noi di Auschwitz abbiamo visto il fumo ed il crematorio, qualcuno forse si immaginava, forse qualcuno sapeva, ma noi, non dovevamo parlare né niente. Dovevamo stare zitti.

D: Ascolta in questo sottocampo, in questa fabbrica di munizioni eravate solo donne?

R: Solo donne, solo donne, mi pare in quattrocento ci hanno prelevato ad Auschwitz, per portarci in questa fabbrica.

D: Ascolta lì facevate i due turni, giorno e notte. L’alimentazione ad Auschwitz come era?

R: Triste. Zuppa, che non si poteva neanche mangiarla. Era lotta quando si aspettava in fila, perché fame era, loro facevano quello che volevano, amici o conoscenti che c’erano prendevano sempre qualche cosa meglio di noi. Capitava che prendevi solo l’acqua, solo il liquido, e dovevamo andare avanti. La sera era un pezzettino di margarina, un pezzo di pane. Alla mattina ci davano caffè, c’era una rottamaia. Siamo sopravvissuti non so come. Guardi noi a Hirtenberg lavoravamo in fabbrica; a pranzo restava tutto il mangiare sul tavolo, non si poteva mangiare. Non andava giù. Tanti giorni lei vedeva tutte le trenette che davano loro rimaste sul tavolo piene perché non si poteva mangiare.

D: Quando tu dici che vi hanno selezionato in quattrocento per mandarvi in questo campo in questa fabbrica di munizioni, c’erano altre donne di altri Lager?

R: No, no, solo noi di Auschwitz. Solo noi di Auschwitz, perché sono venuti lì ed hanno prelevato quattrocento ad Auschwitz. Erano slave, croate, polacche, russe, francesi, io ero con una cecoslovacca.

D: Visto che eravate tutte donne, quando sei stata nel campo, il problema delle mestruazioni?

R: Non c’era. Non c’era. Siamo arrivati su e lì è finito. Siamo tornati a casa, siamo tornati a casa in giugno e fino a settembre niente. Hanno bloccato, non so cosa mettevano dentro. Non so, bromuro o qualche cosa, non mi ricordo, cosa mettevano nel mangiare che hanno spento tutto.

Quando io sono ritornata a casa, è venuta una commissione di medici anche per questo a casa, per vedere una via, e poi hanno detto che non ci sono problemi, di fatto, dopo un anno, siamo arrivati come prima, il ciclo regolare.

D: Iole, a fianco a te, c’è una casacca. Una giacca.

R: Scusatemi. Questa era la nostra divisa con un’ostrichetta bianca con il triangolo rosso italiano. Questo è un nostro ricordo triste.

D: Iole la Liberazione come è avvenuta?

R: La liberazione è stata il 2 aprile del 1945, il fronte russo era vicino. E allora i tedeschi per non lasciarci nelle mani dei russi ci hanno trasferito ed abbiamo fatto tredici giorni per arrivare a Mauthausen, portando tutti gli attrezzi, cucina, munizioni, viveri, tutto a mano, tutto a mano, 30 chilometri al giorno per tredici giorni. Siamo arrivati a Mauthausen sfiniti poi ci hanno messo in un grande salone giù di 186 scalini, ci hanno portato in un grande casamento, però tutto aperto, per terra, dormivamo come le sardelle per terra, sul cemento. Lì non c’era, aspettare perché non si faceva niente. Se non aspettare. Poi il 3 o 4 maggio, hanno cominciato a mancare le sentinelle, ed allora si capiva che qualche cosa doveva essere successo, infatti il giorno 5 maggio del 1945 abbiamo visto entrare i primi americani nel portone centrale, da dove stavamo noi giù, abbiamo visto come sono entrati, con una bandiera bianca, lì ci ha sollevato. Ci ha sollevato, che qua non si credeva, ma nello stesso tempo, non vedendo le SS attorno a noi, avevamo una piccola speranza.

Poi lì abbiamo fatto non so quanti giorni e poi ci hanno portato su nel campo, fuori dove c’erano le baracche dei tedeschi ed eravamo lì dentro fino alla partenza.

Siccome c’era anche mio padre, ma non sapevo dove, allora ho chiesto ad una nostra collega guida, se per caso, perché per entrare nel campo dovevamo avere un lasciapassare, lei ci ha fatto questo permesso, sono andata su a vedere e domandare se mio padre era lì, ma non sapevano niente. Io non sapevo niente, non esisteva niente, nessuna roba, fino a che non sono ritornata a casa.

Mio padre lavorava a Salisburgo in una ditta di calzolai privati, sempre sotto il controllo delle SS, lui sapeva parlare il tedesco, ha chiesto ai capi, ma nessuno sapeva niente.

Lui è tornato a casa il 9 maggio del 1945 a piedi da Salisburgo a casa.

D: Invece tu?

R: Noi siamo partiti il giorno 29 maggio da Mauthausen e siamo arrivati il giorno 6 a Trieste, 6 giugno.

Abbiamo fatto sosta a Vienna, a Lubiana, e poi Trieste. Quando siamo arrivati a Trieste alla stazione, siamo scesi tutti e dicevano che dovevamo fare la quarantena, ma siccome a noi ci hanno fermato a Maribor, ed hanno fatto le visite, ci hanno rilasciato un documento che diceva che non avevamo malattie contagiose. Però io, Emma ed un’altra amica nostra è stata la fortuna, ho trovato il militare che era la guardia di servizio che non si doveva neanche andargli vicino a quello, pian piano gli hanno chiesto, ha detto “Non si può”, poi mi ha detto “Guarda che noi veniamo così, così e così”, infatti, è stato, ha detto ” Quando io passo giù, voi filate di qua” e così abbiamo fatto. Siamo andate noi tre, fuori dalla stazione abbiamo preso il tram n. 1, non avevamo soldi, viene il bigliettaio, e chiede i biglietti, e noi abbiamo detto che non abbiamo soldi perché veniamo da così così e così e lui si è opposto e ci ha fatto pagare i biglietti. Poi c’era della gente che se poteva lo linciavano. “Come hai il coraggio di chiederle? Non vedi in che condizioni sono ?” Una è scesa ed è andata sopra la Galleria che aveva una zia, ed io ed Emma siamo partite verso Sant’Anna e qua per andare a Viscosa che io avevo una zia che stava lì, lei ha proseguito avanti ed io mi sono fermata da questa zia. Quando arrivo da questa mia zia, erano tutti giù in corte, erano pieni di partigiani e militari quella volta, pieni, quando arrivo giù, avevo uno zainetto, lo butto là per terra e mi sono bloccata. Questa mia zia mi guarda e mi chiede cosa volessi, io al momento non potevo risponderle perché ero completamente bloccata, guardavo e poi “Zia, ma non mi conosci?” “No, chi sei tu? “Sono Iolanda”, “No, Iolanda è morta”, diceva mia zia. “No, zia sono io, così e così”, poi pian piano si è resa conto.

Quando siamo a Sant’Anna fuori dal tram, ho visto delle mie paesane, ho mandato a dire a casa mia, perché per il telefono non c’erano possibilità, ho detto di avvisare la mia famiglia di venirmi a prendere dalla zia, ma questa signora, rimasta anche lei scioccata, non mi conosceva, l’ho chiamata tre volte, poi mi ha promesso “Io vado a casa domani mattina o questa sera ed avviserò”, il secondo giorno la gioventù del paese aveva una conferenza a Capo d’Istria. Quella volta io ero da mia zia, avevo le gambe gonfie così, non mi sono più potuta muovere, allora questa signora è andata a casa, subito quella stessa sera, ha detto alla figlia, “Domani mattina andate a Capo d’Istria ed avvisa Amalia”, perché ci conoscevamo tutti.

Quando sono arrivate in questa sala riunioni la segretaria chiama “Chi è di Pregara?”, allora mia sorella ha detto “Sono io”, allora questo presidente gli ha detto: “Vai a casa e andate a prendere tua sorella a Trieste dalla zia Maria”. Mia sorella è rimasta con la bocca aperta. Gli hanno detto “Vai subito a casa”, altre due amiche l’hanno accompagnata a casa, sono venute a casa nostra, e mia mamma è rimasta. “Amalia che cosa è successo che sei già qui?” Mia sorella piangendo, “Iolanda è da zia Maria, andiamola a prendere”, “Ma viva o morta?” “Viva, viva”.

Infatti la stessa sera mio padre è andato, perché non c’erano mezzi, qualche cavallo, due famiglie li avevano e sono venuti il giovedì mattina, il giorno 8 giugno, sono venuti da mia zia a prendermi con il cavallo e con il carro, per portarmi a casa. Mi hanno messo sul carro e lì sono rimasta come un pezzo di legno.

Prima di venire in casa in paese, mi ha aspettato tutta la gioventù con le bandiere, tutti, ma due chilometri e mezzo fuori dal paese.

Quando siamo alle porte del paese erano tutti i bambini con le bandiere, tutti. Chi poteva camminare. Mi hanno aspettato, sono venuta a casa, mi hanno messo giù dal carro, sono andata in casa, mi sono seduta sulla panchina grande in cucina, e c’era gente che andavano uno sulle spalle all’altro per vedermi. Perché non si rendevano conto che non ero più io. E mio papà è venuto prima, lui mi ha dato un po’ di forza.

Di mio fratello non sapevamo niente. Io ho pensato “Non ritornerà più”, perché avevamo visto che cosa era. Invece loro sono stati liberati dai russi e lui è venuto a casa appena in agosto. Ma lui è venuto a casa ben nutrito, tutto sistemato bene. E così. Ma io pesavo 36 chili quando sono arrivata a casa.

Io andavo a dormire la sera in letto, perché non c’erano materassi di lana, né permaflex purtroppo, i paioni con le foglie del granoturco, e si dormiva. Io di notte mi alzavo e andavo per terra a dormire, mia madre due o tre volte la notte si alzava e mi metteva in letto. Ed io facevo così. Fino a che pian piano mi sono sistemata.

Poi andavo fuori dalla porta e cadevo per terra perché non avevo forza nelle gambe, era un calvario. Poi pian piano mi sono ripresa e poi sono venuti da Capo d’Istria le Commissioni della polizia, perché loro sapevano tutto, sapevano la storia, chi mi ha fatto andare e tutto. Mi portavano il verbale, basta firmare per farla sparire, ed io ho detto “Mi sono fatto una promessa, di non fargli del male a nessuno” e infatti non gli ho fatto del male, non ho voluto denunciarla, è viva ancora oggi. Però non ci vediamo. Non poco, niente. Gli anni indietro, se poteva mi schivava, ma non mi interessa.

Ed io pensavo che nessuno sapeva niente di queste cose, invece in marzo quest’anno sono stata da un mio parente e mi ha detto “Sai Iolanda tutti sapevamo. Tutti subito. Come è stato, chi è andato. Cosa ti hanno fatto. Ma hai avuto la fortuna che sei ritornata ed hai riportato a casa la tua pelle. Questo forse è un grande smacco per chi ti ha fatto questo” e infatti, guardi.

Tintorri Romolo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Intanto dico le mie generalità. Sono Romolo Tintorri, sono nato a Loiano in Provincia di Bologna il 18 marzo 1928.

D: Quando ti hanno arrestato, Romolo?

R: Dunque, io sono nato a Loiano però mi hanno portato subito via perché mia mamma aveva sposato una persona di Sestola in Provincia di Modena, che è un paese climatico a 1.000 metri d’altezza, e mi hanno riportato lì dopo pochi giorni che ero nato. Quindi la mia vita l’ho passata sempre a Sestola, dove mio padre aveva un negozio di ferramenta.

Il mio paese, che è vicinissimo anche alla Repubblica, quella che è stata la Repubblica di Monte Fiorino, nei paraggi del modenese, era stato occupato da una formazione di Tomaso, che era un distaccamento della grande Formazione di Armando da Pavullo, e si viveva proprio, mi ricordo benissimo, addirittura abbiamo fatto una partita anche con i partigiani, quindi vivevamo in un momento quasi irreale, proprio al di fuori.

Naturalmente io sentivo che avevano fatto dei rastrellamenti a Pollinago, in tutti i paesi vicini, a Fanano dove addirittura avevano ucciso tre persone. Avevano impiccato ai lampioni della strada tre persone.

Vivevamo proprio… Però il mio paese, occupato dai partigiani, distava pochissimo, 25 chilometri da Pievepelago, dove c’erano le SS.

Una mattina, dunque il paese è stato occupato. sono stato preso verso la fine di giugno, verso la fine di giugno.

D: Di che anno?

R: Del 1944. Il mio paese è stato occupato, anzi è stato sostituito il vecchio podestà con un sindaco, sono stati attaccati i manifesti della Liberazione al campanile della chiesa, inneggiando a questa nuova e ritrovata libertà. Si viveva proprio come ho detto prima, in uno stato irreale.

Però una mattina alle 4 del mattino da Pievepelago, che distava 25 chilometri da Sestola, sono arrivati su tre camion questi SS, e questi uomini della gendarmeria. C’è stata una battaglia, mi ricordo, furibonda, veramente furibonda. A Sestola ci sono dei portici lungo il corso principale, mi ricordo una battaglia veramente tremenda, queste pallottole che fischiavano, una cosa veramente…

Io praticamente ero giovanissimo, avevo neanche sedici anni, pensavo che naturalmente non succedesse niente. Io sono rimasto in casa ed ho sentito ad un determinato momento che hanno bussato violentemente con il calcio del fucile nel portone, una volta nelle ferramenta, nei negozi ai vecchi tempi c’erano ancora i portoni di legno, ed allora mio padre poveretto ha tardato, sebbene fosse abbastanza giovane, ha tardato ad aprire, allora i tedeschi lo hanno colpito violentemente con il calcio del fucile e gli hanno rotto tre costole.

Poi dopo naturalmente io sono rimasto in casa, invece sono venuti di sopra e mi hanno preso, mi hanno buttato giù perché noi avevamo la scaletta che finiva nella ferramenta. Mi hanno buttato giù in ferramenta e poi mi hanno portato nel centro del paese, proprio lunga la mura della Piazza della Vittoria, della piazza principale di Sestola, tuttora esistente, e ci hanno messi tutti lì in fila.

Hanno incendiato tre alberghi di Sestola, ho visto che hanno fatto razzia di quei pochi apparecchi radio che c’erano una volta, alcune biciclette. Poi naturalmente aspettavamo con trepidazione quello che sarebbe successo.

Per fortuna non c’è stato nessun morto da nessuna parte, né dalla parte dei partigiani né dalla parte dei tedeschi. Praticamente noi pensavamo che poi ci liberassero.

Invece no, siamo stati caricati su dei camion, siamo stati caricati.

Mio padre non era stato preso, ha voluto venire via con me. Ho visto mio padre che trascinandosi, perché era stato colpito qui dietro, trascinandosi tra lo stupore mio e degli stessi tedeschi è salito anche lui sul camion ed ha voluto seguirmi. Uno di quegli eroismi sconosciuti che quando racconto ai bambini delle scuole, vado a fare le testimonianze, rimane molto impresso questo amore paterno così grande.

D: Romolo, scusa, oltre a te quante altre persone hanno preso?

R: Hanno preso anche delle altre persone, però alcuni, non so perché, prima di partire i camion sono state liberate, non so per intercessione di chi, o del parroco, mi sembra di Don Pedroni che c’era il parroco lì. Noi invece siamo stati portati a Pievepelago, nel famoso carcere della Gestapo, che si chiamava la Direttoria, pensate.

Siamo rimasti in questa prigione per cinque giorni. Hanno incominciato ad interrogarci. Anche a me hanno dato uno schiaffo, mi prendevano, mi strattonavano per sapere certe cose che alla mia età poi non è che sapessi.

Invece mio padre forse chissà, si vede che qualcuno aveva parlato, aiutava un po’ i partigiani perché era in condizioni, noi eravamo in condizioni abbastanza buone, quindi avevamo la possibilità di dare qualcosa a questi movimenti partigiani.

Lì siamo rimasti cinque giorni. Pensate che con noi c’era anche uno che poi è diventato un senatore democristiano, pensate, ha avuto degli incarichi di governo, un certo Bisori, che è diventato poi senatore della Repubblica.

Dopo cinque giorni siamo stati caricati, ci hanno caricati su un camion, eravamo rimaste una decina di persone, non di più.

D: C’erano anche delle donne?

R: Niente, nessuna donna. Solo uomini. Nessuna donna.

Ci hanno portato in camion a Fossoli, a Fossoli di Carpi.

Appena arrivati naturalmente a Fossoli di Carpi le solite cose che fanno nei campi di concentramento, rasatura, depilarci e via, interrogatori, e poi ci hanno assegnato nelle diverse baracche. Io ero nella baracca 18 A, ed avevo questo numero che conservo con particolare… Sì, l’avevo anche perso addirittura durante una testimonianza, ma poi l’ho ritrovato. Avevo il 2548, mi padre 2547. Questo è originale, è l’originale del campo di concentramento di Fossoli di Carpi.

D: Scusa Romolo, il babbo non l’hanno rilasciato?

R: No, il babbo non l’hanno rilasciato, è sempre rimasto con me. L’hanno interrogato, pensavo: “Magari potrebbero anche rilasciarlo”, invece l’hanno portato a Fossoli anche lui.

D: Tu durante gli interrogatori sei stato accusato di qualcosa?

R: No, non sono stato accusato, volevano assolutamente sapere di questi movimenti partigiani, specialmente le posizioni, specialmente le case dove a Sestola erano ospitati i partigiani e l’albergo dove naturalmente fino all’ultimo sono stati dentro i partigiani. Quelle cose lì più che altro. A mio padre non so, hanno chiesto altre cose, se lui aveva aiutato i partigiani, perché avevano saputo che mio padre qualcosa dava, quello che poteva dava ai partigiani.

D: Fossoli, baracca 18 A.

R: Baracca 18 A, campo lungo un chilometro per due, anticamera dei campi di sterminio, Fossoli. Lì abbiamo passato uno dei periodi più tremendi della mia storia di deportazione. Perché l’11 luglio del 1944, come dice Collotti anche nel libro… forse io sono uno dei pochi superstiti di quel famoso giorno dove hanno chiamato queste persone.

Però eravamo tutti, naturalmente avevamo l’appello alle 19, nella piazza dell’appello, che lì non si chiamava ancora Appel Platz, ci trovavamo tutti lì, ha incominciato il maresciallo Haage, che comandava più… Il comandante del campo era Thito, il tenente Thito, però naturalmente chi comandava e chi faceva era il maresciallo Haage…

Ha incominciato a chiamare ed io mi ricordo, chiamavano nominalmente e non per numero. Mio padre mi ha detto: “Guarda Romolo”, quasi prevedesse quello che poi sarebbe successo, oppure chissà cosa pensava, mi ha detto: “Romolo, se chiamano te ci vado io”. Un’altra cosa meravigliosa da parte di un padre.

Comunque non ci hanno chiamato e ne hanno tirati fuori settantuno, vero?

D: Ma chiamavano con una lista?

R: Con una lista già. Perché poi ho letto dopo, perché leggo come un pazzo tutti questi libri della deportazione, perché è un po’ la mia vita ormai rimasta, era un ordine che era arrivato da Verona, dal comando di Verona. Perché Haage e Tito andavamo lì, ogni tanto Thito si spostava a Verona ed andava a prendere ordini su quello. Infatti Gasparotto che è stato ucciso in giugno è stato un ordine che è arrivato da Verona.

Dopo naturalmente questi settantuno chiamati sono stati messi dentro in una baracca, rinchiusi in una baracca. Il nostro comandante di campo italiano, quello che faceva un po’ chiamiamoli “”interessi, era Maltagliati del Partito d’Azione, del Partito d’Azione, ed ha avvisato questa gente: “Guardate che purtroppo vi succederà qualcosa di non simpatico, cercate di fare qualcosa”.

Allora durante la notte si è sentita questa gente che urlava, che batteva contro questa baracca, una notte veramente tremenda.

Di questi settantuno adesso… Teresio Olivelli si nascose, l’ho visto, lo conosco benissimo, un uomo meraviglioso, un esponente dell’Azione Cattolica, credo che ci sia il processo di beatificazione presto, vero? Teresio Olivelli si nascose nella baracca 15, nella baracca dei pagliericci, nella baracca dei pagliericci sotto.

Così naturalmente i tedeschi non avevano, erano talmente portati… e poi consideravano anche quello che stavano facendo, si vede che non ci hanno più pensato, non li hanno più contati, loro sono partiti, sono partiti alle quattro, il primo è partito alle quattro del mattino con venticinque deportati.

Pensa che io li conoscevo tutti, conoscevo il generale Robolotti, perché ero uno dei più giovani e quindi sai, qualche scherzo, qualche piccola cosa, “ragazzo” mi chiamavano. Robolotti, Panceri, di vista così li vedevo tutti.

Il primo è stato alle 4.00, sono partiti e li hanno portati al poligono di Carpi di Cibeno. Il primo gruppo li hanno uccisi, li hanno fatti inginocchiare vicino ad una buca che era stata fatta da degli ebrei, otto ebrei, l’avevano fatta il giorno prima o due giorni prima, avevano scavato questa buca al poligono, li hanno fatti inginocchiare. Anzi no, seduti così con le gambe accavallate li avevano messi. Poi il primo gruppo li hanno uccisi subito, però il secondo gruppo naturalmente hanno sentito gli altri, hanno capito quello che succedeva, alcuni si sono ribellati ed infatti gli Emina e poi Mario Fasoli, il muratore, sono riusciti a scappare, tanto che Fasoli è stato anche colpito in una gamba ed ha continuato lo stesso questa corsa pazzesca in mezzo ai campi per parecchio tempo. Così loro sono stati liberati, nonostante che un russo, un guardiano russo, di quelli che naturalmente lavoravano per la Germania, delle SS, sparava come un pazzo contro questa povera gente.

Così due sono riusciti a fuggire. Di questi settantuno ne hanno ammazzati sessantasette, perché Caremini fu levato via dalla lista per l’intercessione di un’impiegata che forse aveva un debole, non so. Ed un’altra persona che è Baroncini mi sembra, non mi ricordo il numero, che è stato levato all’ultimo momento dal maresciallo Thito perché era una persona che faceva dei piccoli… era muratore e faceva dei lavori nel campo, quindi era utilissimo alla continuazione di questo.

Di questi settantuno ne hanno ammazzati sessantasette.

Poi per ingannarli avevano caricato anche un camion con tutte le valigie, e questo camion… Mi ricordo che sono tornati, questi li abbiamo visti proprio noi, che uno di questi tedeschi, di queste SS, aveva un braccio fasciato, poi tutti graffiati. Poi avevano preso, rubato gli orologi ed altre cose che aveva questa povera gente, se le erano messe loro.

Io avevo la baracca 18 A, dietro c’era una specie di prato libero dove hanno buttato tutte le valigie. Questo mucchio di valige poi l’hanno bruciato, e noi dopo abbiamo capito, abbiamo capito anche prima, però abbiamo visto che naturalmente era successa una cosa terribile.

Da quel giorno lì un silenzio di morte è proprio sceso nel nostro campo, perché avevamo la paura di finire tutti in quella maniera lì.

Mentre invece poi la sera dopo il maresciallo Haage ci disse che naturalmente una rappresaglia non sarebbe più stata fatta, però saremmo stati mandati tutti in Germania, ci disse, però non sarebbe più successa questa rappresaglia. Dicono che fosse per l’uccisione di sei alti… al bar Olanda di Genova, uccisi. Perché forse facendola in Liguria era troppo in mezzo alla gente, questa cosa si sarebbe saputa. Mentre invece lì pensavano che la cosa non si sapesse, oppure arrivasse in ritardo.

D: Romolo, ti posso chiedere due cose?

R: Sì, è meglio che mi fai qualche domanda.

D: Come ti ricordi tu il campo di Fossoli? C’erano dei reticolati?

R: Sì, me lo ricordo, guarda, me lo ricordo. Era un campo di un chilometro per due, solo da una parte mancavano un po’ di reticolati. Per il resto su tutte le altre parti anche dietro alle nostre baracche c’era un doppio reticolato, e nel mezzo naturalmente c’erano queste luci violente. Mi ricordo benissimo che c’erano nove garitte con le mitragliatrici sopra. Nove, questo me lo ricordo, nove garitte con le mitragliatrici, ed il campo era circondato da questi reticolati doppi. Nel mezzo questa luce.

D: Ecco, ed a fare le guardie c’erano solamente germanici o anche italiani?

R: No, ecco, benissimo, è importantissimo. Naturalmente c’erano degli ucraini dentro, come c’erano… Ma c’erano anche delle guardie Repubblichine, verissimo. Perché la prima volta, prima che ci fosse questa chiamata, questa rappresaglia, mi ricordo che misero una mitragliatrice, ed erano dei Repubblichini, misero una mitragliatrice proprio nella piazza dell’appello, me lo ricordo benissimo. Non so perché, forse avevano paura che succedesse… Però il giorno dopo è sparita.

Poi io vi racconto una cosa che in nessun libro è mai stata detta. Dentro da noi naturalmente funzionava anche una specie di Comitato di Liberazione, non era proprio… però si pensava, hai capito, anzi avevano detto in questo comitato che ad un determinato momento, adesso proprio il giorno non me lo ricordo, un apparecchio sarebbe passato ed avrebbe sganciato una bomba sul reticolato, e noi saremmo riusciti a fuggire.

Quindi ci hanno detto preparatevi tutti, vestitevi, preparatevi con scarpe… Ancora avevamo le scarpe, non avevamo gli zoccoli come in Germania, che poi scapperete.

Cosa che è successa. Però la bomba invece di colpire il reticolato ha colpito la lavanderia, quindi non è successo assolutamente niente, capite? Quando noi siamo usciti hanno cominciato subito a sparare, a sparare, allora ci siamo tutti messi velocissimi a spogliarci, a rimetterci sotto il letto per far finta di dormire, oppure di non essere mai usciti.

Alcuni naturalmente sono stati presi, che avevano ancora i vestiti, mi ricordo che li hanno fatti passare attraverso le nostre camerate battendoli a morte. Guardi, una cosa tremenda, percuotendoli a morte, mi ricordo ancora di un giovane, non mi ricordo i nomi, sono tanti, che era pieno di sangue, di lividi. Era stato trovato vestito e naturalmente loro hanno capito che questo qui tentava di scappare.

Quella lì è stata una delle cose di cui mai nessuno parla, sono stato anche con Varini, con degli altri nel campo di concentramento a portare i ragazzi, ma nessuno ne parla mai di queste cose qui.

D: Durante il tuo periodo di deportazione di Fossoli dentro nel campo ti ricordi se c’erano anche dei religiosi?

R: Sì, ecco, religiosi ce n’erano tre o quattro, anche di più. C’era Don Liggeri, e poi c’era il nostro parroco di Sestola, di Ronco Scaglia.

D: Te lo ricordi come si chiamava? Don Dinamite?

R: Don Crovetti. Me lo ricordo benissimo, il nostro Don Crovetti. Perché lo chiamavano Dinamite?

D: Lo sai perché?

R: Sì, sì, perché avevano trovato la dinamite in casa, un po’ di miccia e capite… i parroci di montagna avevano i fondi, avevano i poderi che si tenevano dietro forse più della chiesa. Lui aveva questo qui ed è stato accusato. Quando ci hanno caricato e siamo andati verso Pievepelago dovevamo passare attraverso il paese Ronco Scaglia, ed allora l’hanno caricato prima, mi ricordo che il ponte era distrutto, lo chiamavano il ponte del prete, e lui l’hanno picchiato in una maniera terribile perché naturalmente mettesse giù alcune tavole per far passare questo camionaccio, questo camion con carico di queste persone che c’erano dentro.

D: Quindi ti ricordi di Don Paolino…

R: Sì, mi ricordo. Quello poi… e di Don Crovetti. Però altri non me li ricordo sai?

D: Ecco, l’altra cosa che volevo chiederti è questa: durante sempre la permanenza del babbo e tua a Fossoli siete riusciti a comunicare con l’esterno?

R: Sì, siamo riusciti a comunicare con l’esterno perché… queste qui le cose di mio padre, … di Fossoli questo, questo qui. No, questo qui non c’entra, è per far vedere ai ragazzi. Questi qui sono… ne ho delle altre lettere, le ho portate così.

Questa qui era anche che non si poteva scrivere, è una comunicazione, una Commissione Provinciale di censura, una di quelle lettere lì l’hanno cestinata perché non potevano …che mia madre poverina l’aveva scritta, o noi l’avevamo scritta in carta quadrettata. Loro pensavano che naturalmente… ecc… avessimo dette certe cose.

Che poi purtroppo anche se si stava male ai genitori si scriveva sempre “Stiamo bene”. È vero che è così?

D: Hai ricevuto dei pacchi da mamma?

R: Ho ricevuto dei pacchi solo a Fossoli. Ho ricevuto un pacco solo, no, due pacchi, uno da mia mamma ed uno da un altro signore di Modena, un certo Benatti, che naturalmente serviva mio papà nel negozio al quale ci eravamo rivolti. “Per favore, dato che è più vicino ci mandi qualcosa”, ci aveva mandato un pacco. Due pacchi abbiamo ricevuto, quello è vero.

D: Ascolta, avevate i vostri abiti civili?

R: Sì, avevamo gli abiti civili, avevamo solo qui davanti sulla sinistra e sul pantalone, e su quel poco che avevamo, quello che avevamo da casa, questo numero qui appunto, che vi ho fatto vedere, questo. Questo è proprio l’originale, questo.

D: Poi da Fossoli cosa è successo?

R: Poi da Fossoli, dunque, da Fossoli voi sapete che sono partite addirittura sette Transport, tra i quali in quello di febbraio c’era anche Primo Levi, formato da seicentocinquanta persone, di cui ne sono rimaste vive soltanto tre. Comunque ne sono partiti parecchi, per Auschwitz, per Mauthausen, per Bergen-Belsen anche. Poi naturalmente verso la fine di luglio abbiamo saputo che dovevamo prepararci per andare. Ma così, da parte del nostro Maltagliati, non da loro, perché naturalmente non dicevano, ti prendevano e via…

Siamo stati caricati su dei camion. Quando siamo arrivati al Po’ il Po’ era completamente… Non c’erano più ponti, non c’era niente. Siamo stati fatti traghettare su un barcone e via, tra le urla di “Vigliacchi, partigiani, banditi”, perché ci chiamavano banditi, vigliacchi, canaglie, “troverete un ambiente ben diverso da quello che avete trovato a Fossoli”. Perché Fossoli per quanto sia praticamente si riusciva ancora a vivere. Come mangiare era pochissimo anche lì, però c’era una comunicazione, si parlava tra di noi, qualche giornale addirittura arrivava. Non avevamo contatti però con gli ebrei perché erano dalla parte di là. Lì chi li comandava era un certo Finzi, che poi non so se sia stato portato in Germania e che fine abbia fatto, non ho mai saputo più niente.

Poi siamo stati portati a Verona. A Verona ci hanno messi in una caserma, siamo stati lì due notti e poi una mattina ci hanno fatti alzare…

D: Due giorni in una caserma?

R: In una caserma, però non ricordo dove sia questa caserma. Sono stato ultimamente… Comunque siamo stati messi lì dentro, tutti insieme, non c’erano letti, non c’era niente, buttati sulla paglia aspettando di essere caricati per essere portati in Germania.

Poi siamo stati messi in fila, naturalmente abbiamo attraversato, questa è una cosa terribile, abbiamo attraversato una strada di Verona ed alcuni di questi veronesi, di queste persone veronesi addirittura aprivano anche le porte per riuscire a far salvare qualcuno di questa colonna, che loro capivano dove sarebbe andata. Però noi non siamo riusciti, abbiamo continuato, siamo arrivati fino a Pescantina a piedi, e poi siamo stati caricati su quei famosi vagoni. Quaranta uomini, cavalli e bestiame, non so, in quei carri siamo stati caricati sopra, in questi vagoni piombati.

Lì è un po’ la solita vita che molti esempi hanno raccontato nei loro libri. Eravamo chiusi in questo vagone con un piccolo recipiente da una parte dove dovevamo fare… Quindi abbiamo vissuto veramente dei momenti tremendi, questa gente che urlava, chi piangeva, chi bestemmiava, proprio vivevo come inebetito questo viaggio senza sapere in quale destinazione…

Quando siamo arrivati…

D: Scusa Romolo, c’era anche il babbo con te?

R: Sì, c’era anche mio padre, sì.

D: Sullo stesso…

R: Sullo stesso… pensa, dopo ti spiego tante altre cose.

Qui un signore, guardate un po’, quando siamo arrivati in questo paese, noi abbiamo fatto il Tarvisio per andare, Santa Maria di Salonicco era, un signore ci ha buttato dentro questa cartolina e noi, cose bellissime, io ci ho messo subito “Alla mia cara mamma, Tintori Alfonsina, ricevi tanti saluti e baci dal tuo Romolo e Fernando” perché c’era mio padre. Questa l’ho conservata. Pensa, questo signore che sapeva naturalmente la tragedia, perché molti passavano dal Tarvisio, mi mise dentro questa cartolina.

Prima di arrivare ai confini con la Germania uno dei nostri è riuscito ad aprire, a farsi una piccola apertura da una parte, ed alcuni sono saltati giù. Che poi ne parlano anche nei libri di questa fuga. Però quando naturalmente io e mio padre ci siamo avvicinati, anche noi, abbiamo sentito le mitragliatrici, gli spari dei fucili e compagnia bella, allora abbiamo pensato di seguire il nostro destino.

Chissà se il mio amico Tubino di Genova si è salvato, perché lui si è buttato giù, un carissimo amico. Non ho mai più saputo niente, Tubino di Genova, mai più saputo niente.

Così abbiamo seguito il nostro destino. Abbiamo fatto quattro giorni, due notti e due giorni sempre su questo vagone. Poi siamo arrivati in un grande campo, era un campo nei pressi di Berlino. Prima di arrivare a questo campo guardavo questa città che era completamente distrutta, erano colpite casa per casa, c’erano delle pareti che sembravano quinte di teatro, dentro non c’era niente. Una cosa terribile.

Siamo arrivati in questo enorme campo dove arrivava quest’umanità disperata da tutte le parti d’Europa. Intere famiglie arrivavano, dalla Russia, dalla Polonia, da altri paesi, anche molti francesi. Un enorme campo.

Prima di destinarci ai diversi campi si era fatta una specie di interrogatorio, così ci interrogavano. Mi si è avvicinato un italiano, non so cosa fosse, o lavorava lì da tanto tempo, forse un lavoratore libero addetto alle cucine, non so, di questo enorme campo, mi ha detto: “Romolo, guarda, sei studente?” dico: “Sì, ho appena finito a Bologna”. “Non dire mai che sei studente” perché gli studenti naturalmente vanno incontro ad una brutta esperienza perché vengono considerati non capaci di lavorare. Allora dico: “Cosa devo dire?” “Dì che sei falegname”. Così abbiamo detto che eravamo falegnami tutti e due, ma questo penso non abbia contato niente perché non abbiamo mai fatto il lavoro di falegname, siamo stati messi subito nelle industrie di guerra e quindi il falegname non l’abbiamo mai fatto.

D: Il nome di questo campo non te lo ricordi?

R: Non me lo ricordo proprio, non me lo ricordo. Ma era enorme, un campo enorme. Avrei voluto… Pensa, ho tante cose ma di quello lì…

D: Più o meno in questo campo sei rimasto quanto tempo?

R: Pochissimo tempo, pochissimo tempo.

D: Quindi non ti ricordi la disposizione dei blocchi?

R: No, niente, perché poi si dormiva in condizioni disperate, non c’era più niente, si dormiva giusto per passare la notte.

D: Ecco, ma ti hanno immatricolato in quel campo?

R: No. Poi dopo naturalmente una mattina siamo stati caricati sopra… Adesso non mi ricordo questo particolare però, se ci hanno caricato su dei camion o su dei vagoni, non mi ricordo. Perché noi siamo andati a Neuengamme. Ci hanno portato a Neuengamme. Con me c’erano dei francesi, c’erano dei partigiani friulani, mi ricordo il vecchio Sonov ecc… e ci hanno portato tutti a Neuengamme.

Però a Neuengamme siamo stati pochissimo, dormivamo per terra su delle tavole con della paglia, perché ancora non siamo stati immatricolati a Neuengamme. Siamo rimasti lì soltanto per un po’ di tempo perché poi siamo stati portati poi, assieme a dei francesi, a dei polacchi, a questi partigiani del Friuli, e noi, quei tre o quattro del modenese, siamo stati portati in uno degli ottanta, perché aveva ottanta sottocampi Neuengamme. In questo campo che si chiamava Wittenberg. Qui ci sono i sottocampi di Neuengamme nel mezzo, e qui ci sono i sottocampi.

Perché poi la letteratura della concentrazione parla sempre dei grossi campi, ma invece anche nei piccoli campi praticamente c’era la stessa situazione che c’era nei grossi campi. Anzi, le SS le vedevi di più perché li avevi pronti ad ogni minuto, perché il nostro campo era più piccolo. Praticamente lo stesso trattamento che avevamo lì l’avevano a Neuengamme, l’avevano negli altri campi, … non se ne parli. Delle volte si parla di Gusen, Gusen era forse peggiore dello stesso Mauthausen, vero?

D: Ecco, e lì sei stato immatricolato?

R: Dunque, lì siamo stati immatricolati, io avevo il… 12603, perché era un campo più piccolo. Avevamo solo le piastrine e basta, non avevamo altro.

D: E poi?

R: E poi nei primi tempi ci avevano dato quella divisa zebrata, poi l’abbiamo persa perché praticamente eravamo abbandonati a noi stessi, poi vi spiegherò un po’…

Siamo andati a lavorare, ci hanno immesso a lavorare in una fabbrica proprio un po’ fuori, in periferia di Wittenberg, tanto che il nostro campo distava io penso un chilometro e mezzo, due anche da dove avevamo il nostro campo. Dover andare ciabattando con questi zoccoli, con queste pezze ai piedi era una cosa terribile, una zona freddissima, avevamo delle sciarpe di nebbia attorno perché c’era sempre la nebbia.

Ciabattando andavamo a questo campo. Io ho notato sempre che non ho mai notato in un tedesco un senso di… non so, qualche pensiero, qualche riflessione, anche qualche parola che ci avesse fatto pensare che eravamo considerati dei prigionieri, oppure delle persone che avevano fatto il loro dovere però naturalmente erano stati messe in questi campi. I bambini ci sputavano addosso, specialmente anche mio padre poverino che raccoglieva le cicche, infatti raccoglievamo le cicche perché c’era questa mania del fumo, e questa gente per una sigaretta, per fumare ti dava anche quel po’ di niente, quel po’ di niente che davano. Allora mio padre si chinava, anche io, a prendere queste cicche, le raccoglievamo e facevamo questi scambi che nel campo erano chiamati la valuta, perché naturalmente era un modo di scambio.

D: In questo campo piccolo c’erano delle baracche?

R: C’erano delle baracche però in muratura erano, in muratura, ad un piano solo, letti a castello a due piani. Con questo terribile tormento delle cimici e dei pidocchi che proprio era una cosa che non ti lasciavano vivere.

Adesso entro in un particolare, erano pidocchi non nella testa, erano pidocchi del pube, pensate, noi li avevamo lì, pensate un po’. Non ti lasciavano vivere, una cosa terribile. Poi queste cimici che erano una cosa terribile, ce ne erano a iosa. Come ce n’erano anche a Fossoli. Anche a Fossoli era proprio…

D: Ed era un campo solo maschile però?

R: Quello era un campo solo maschile, vicino a noi c’era un altro campo di donne polacche. Ho visto delle cose terribili veramente in queste donne. Ho visto una mattina una donna polacca che non aveva ubbidito, qualcosa, è stata pestata da una di queste … come le chiamavano, queste che erano più tremende degli stessi uomini, avevamo solo il campo di queste donne polacche. Con noi c’erano francesi che avevano un trattamento molto meglio di noi, perché noi avevamo un trattamento pessimo. Noi …maccaroni, traditori due volte. Invece i francesi avevano una certa libertà anche, pensate, in fabbrica. Anche una certa libertà. Quella che non avevamo noi, nel modo più assoluto.

D: Quanti italiani eravate lì?

R: Lì eravamo direi sui quattrocentocinquanta, sì, tra italiani e… C’erano poi anche i partigiani friulani, però con noi c’erano anche dei francesi, non so stabilire proprio l’esatta…

D: Sì, ma italiani ce n’erano?

R: Sì, ce n’erano parecchi di italiani, sì, ce n’erano parecchi.

D: Ed il babbo sempre con te?

R: E mio padre sempre con me, pensate.

D: In fabbrica cosa facevate?

R: In fabbrica, noi lavoravamo in una fabbrica che faceva i pezzi per le mitragliatrici leggere, nelle catene di montaggio. Pensate un ragazzo di sedici anni abituato magari ad andare a scuola, a studiare, messo, buttato dentro questa catena di montaggio impressionante, facevamo una settimana di giorno ed una settimana di notte. Sempre assieme a mio padre, sempre, eravamo addirittura nello stesso reparto. Chissà il destino, cosa che è successa a pochi, perché di solito li dividevano subito, madre, padre, zii, parenti, sorelle, li dividevano. Qui il destino delle volte ti può dare…

D: Ti ricordi il nome della fabbrica per caso?

R: Sì che me la ricordo, la mia fabbrica era una volta la Singer, che facevano le macchine da cucire, che era stata trasformata in industria di guerra.

D: C’erano anche dei civili in fabbrica?

R: Sì, c’erano anche dei civili, verissimo, c’erano anche dei civili. Infatti io penso che uno del nostro reparto, fossero addirittura due o tre i civili nel nostro reparto, solo nel nostro reparto, e ce n’erano parecchi, ce n’erano tre. Noi non abbiamo mai avuto contatti perché sapevo anche poco il tedesco, specialmente nei primi tempi. Non abbiamo mai avuto veramente contatti con queste persone civili, mai contatti.

D: Ed in fabbrica sieste rimasti quanto?

R: In fabbrica siamo rimasti, siamo arrivati… Aspetta un po’ perché abbiamo fatto tutto luglio, alla fine di agosto siamo partiti… siamo rimasti fino… So che tra Fossoli e la fabbrica ho fatto dieci mesi di prigionia. Saremo rimasti otto mesi, no, sette mesi in fabbrica.

D: Sempre in quel campo lì?

R: Sempre in quel campo lì siamo rimasti. Abbiamo avuto parecchi bombardamenti, ma i primi bombardamenti, adesso vi racconterò, non hanno fatto niente, siamo sempre rimasti in questa fabbrica assieme ai francesi e polacchi, lavoravamo in questa fabbrica.

D: Il primo grosso Lager è forse Sachsenhausen?

R: Quello proprio non lo so, era enorme, grandissimo. So che Sachsenhausen è uno dei più grossi lager della Germania, può darsi che fosse anche quello, io penso… Di grande Lager non ce n’erano mica, lì era veramente enorme, può darsi benissimo. Mi hai messo in mente una cosa che può darsi benissimo fosse Sachsenhausen.

D: Non vorrei deviarti.

R: Hai ragione. Ma io poi di questo grande Lager non mi ricordo niente, so che abbiamo subito dei bombardamenti feroci dentro lì. Naturalmente loro avevano i rifugi e compagnia bella, a noi ci sbattevano durante questi bombardamenti, quindi saremo rimasti tre o quattro giorni, non di più. C’erano delle buche scavate nel terreno con delle tavole sopra e ci cacciavano lì dentro, ci facevano andare lì e non so perché, potevano anche lasciarci fuori, non è che contassero molto. Ma di questo Lager proprio non mi ricordo niente, ma pensa. Sarebbe stato bello…

D: Riprendiamo dalla fabbrica.

R: Io sono rimasto lì, sì, perché dunque siamo arrivati… siamo rimasti lì fino ad aprile. … Siamo rimasti dal settembre fino all’aprile dell’altro anno. Quanti mesi sono?

D: Tanti.

R: Tanti mesi, tanti mesi. Quasi otto mesi.

D: Ecco, nell’arco di questi otto mesi non ti sei mai ammalato tu?

D: L’importante, come sempre si dice, è di non ammalarsi mai, se no si finiva nel Revier e naturalmente la nostra vita era attaccata proprio ad un filo, perché loro potevano disporre di te come volevano e finivi anche nelle camere a gas. Nel nostro campo non esistevano le camere a gas e neanche i forni crematori. Dopo fu distrutto completamente.

Naturalmente è un po’ la vita di tutti i deportati, nel nostro campo alzata alle cinque d’estate ed alle sei d’inverno, avevamo questi orari qui. Il solito caffè tremendo che loro chiamavano caffè, questa brodaglia nera con delle erbe essiccate dentro che loro chiamavano caffè. Poi verso le 13 si smetteva di lavorare e prendevamo mezzora per questo pasto, chiamiamolo così, tra virgolette, questo pasto, era una brodaglia, una zuppa di rape da foraggio con qualche patata che galleggiava dentro qualche volta.

Allora i miei amici che vedevano questo ragazzo giovane: “Fatti furbo, non devi andare all’inizio”, perché all’inizio naturalmente prendi l’acqua, lo sapevano già tutti. C’era un lavoro, chi si spingeva di qua, di là, il sottoscritto parecchie volte… Mio padre no, ma parecchie volte mi bevevo dell’acqua perché non riuscivo mai… A sedici anni come si fa…

Però guardate, non ho mai avuto paura della morte proprio. Perché? Perché avevo il grande appoggio morale di mio padre. E poi come può aver paura della morte un ragazzo di sedici anni? Non può pensare già alla morte, non può. Quindi mi sono sempre, con questo grande aiuto di mio padre…

Negli ultimi tempi no perché la demoralizzazione era arrivata anche lì, perché vedevamo che era tanto… Perché pensate che sono stato quasi otto mesi dentro e vedevamo che questa Liberazione non arrivava mai. Si sapevano certe notizie, riuscivamo a capire da altri che erano più furbi di me che riuscivano a capire qualcosa. Ma vedevamo che i russi, perché eravamo dalla parte dei russi, non arrivavano mai. Allora dopo la demoralizzazione.

Alla sera, facevamo dodici ore una settimana di giorno ed una settimana di notte. Per le punizioni, una piccola cosa, una qualsiasi cosa, perché i tedeschi avevano una forma maniacale, ..cinque per cinque, una forma maniacale in tutto. Mi ricordo che io ho avuto due punizioni, la prima volta perché non avevo capito un ordine di uno di questi tedeschi, di uno di questi capi del nostro campo. Lì mi ha colpito con il Gummi, il famoso Gummi, quest’anima d’acciaio rivestita di gomma. Ma non è arrivato a venticinque, me ne ha date alcune e poi dopo mi ha lasciato andare.

Poi un’altra volta durante la notte perché avevamo i gabinetti, chiamiamoli cessi proprio che rende più la parola, con un’apertura davanti, ogni tanto passava il capo e guardava dentro se uno s’addormentava durante la notte. Io una notte mi sono addormentato, ero talmente stanco che mi sono addormentato, lui mi ha preso, mi ha tirato fuori, e poi picchiandomi mi ha fatto andare per tutto il reparto. Pensate mio padre che mi ha visto in quelle condizioni. Però mi avevano detto di stare dritto, di non prenderle mai sui reni, perché sui reni sarebbe stata una cosa… Di prenderla tipo sulle spalle. Io ho applicato un po’ alla mia maniera, come potevo, e questi colpi sì mi hanno fatto stare per parecchi giorni… però non sono stato a letto. Perché doversi ammalare oppure saltare il lavoro per loro diventavi una bocca inutile da sfamare e ti colpivano, non avevano mica nessuna pietà per nessuno.

D: Appunto, nessuna pietà per nessuno. Dicevi di quella donna che hai visto nell’altro campo, lì nel vostro campo oppure durante la fabbrica sei stato testimone di atti di violenza?

R: Sì, sono stato testimone più che di atti e di cose di grandi… picchiavano questi prigionieri in una maniera pazzesca. Però proprio atti che si arrivasse a colpirli e ad ammazzarli io questi non li ho mai visti nel mio campo.

Però ho visto alcuni che sparivano, per esempio loro ci dicevano che erano stati mandati a lavorare in altri posti, però io ho avuto sempre dei dubbi sulla loro sorte, ho sempre avuto dei dubbi. Infatti nel nostro campo ne sono mancati parecchi, non so se andavano a lavorare nei campi o fossero trasferiti, oppure avessero fatto un’altra… Perché c’era un tipo di … naturalmente che era stato partigiano, era stato nel partito comunista, quindi era un personaggio piuttosto pericoloso magari per loro. Quello non l’ho più visto. Sono dubbi che mi sono entrati nella memoria, nella mia testa.

D: Dicevi che c’erano molti francesi.

R: Molti francesi, molti francesi sì.

D: Ricevevano pacchi questi?

R: I francesi ricevevano pacchi. Tanto che uno di questi qui una volta mi diede un cioccolatino anche a me, questo grande… mi diede questo cioccolatino. Ricevevano pacchi, ricevevano pacchi. Poi stavano meglio, addirittura alcuni avevano intrecciato anche delle relazioni con delle donne tedesche, addirittura. Sì.

D: Accennavi prima Romolo ai bombardamenti, in questo campo dipendente da Neuengamme. Ecco, cosa succedeva? Eravate in fabbrica o nel campo?

R: Tutti i bombardamenti che abbiamo subito, che io ho subito nella Wittenberg sono stati tutti sempre dentro alla fabbrica. Eravamo sempre dentro alla fabbrica. Nella fabbrica avevano dei rifugi un pochino più decenti, avevano delle gallerie scavate ed allora i prigionieri li mettevano lì sotto, forse c’era un pochino più di sicurezza. Ma la Wittenberg è stata quasi completamente distrutta, parecchie volte ha avuto dei bombardamenti. Allora lì ci prendevano fuori dalla fabbrica e ci mettevano, ci regimentavano, ci portavano a sgomberare le macerie. Sempre, due o tre volte l’ho fatto assieme a mio padre, andavamo… Anzi, pensavamo: “Forse ci fanno fare i falegnami questa volta”. Mentre invece non ci facevano fare niente, lavoravamo solo a spostare mattoni e basta, a tirare su cadaveri e basta.

D: Il momento della Liberazione come te lo ricordi?

R: Ma c’è ancora da parlare. Dunque, poi il mio campo, eravamo in fabbrica, assieme a mio padre ed a tutti gli altri, è stato un bombardamento feroce che ha distrutto quasi completamente Wittenberg, le ultime case che erano rimaste, ed ha distrutto completamente anche il nostro campo. Quando siamo arrivati non abbiamo più trovato niente, niente. Anche mio padre poveretto aveva nascosto un po’ di pane e non ha più trovato niente. Delle calze, un paio di calze che io non so dove fosse riuscito ad averle perché mio padre cercava sempre. Io invece li subivo, ma mio padre invece…

Il mio campo è stato completamente… Ma pensate che siamo stati rinchiusi poi lì mentre arrivavano i russi, i cannoni dei russi erano a pochissima distanza, ci hanno rinchiusi in un campo per due o tre giorni, una cosa terribile. Nascondevamo la testa dentro la sabbia, a questa terra, delle cose terribili.

Poi siamo stati portati fuori, siamo stati messi in quelle famose colonne che poi ho saputo in seguito che si chiamavano le marce della morte, e perché dopo ho identificato? Perché durante questa marcia è stata una cosa veramente terribile, guardate, uccidevano questi vecchi che non riuscivano a camminare e li abbandonavano lungo i marciapiedi delle strade. Io ho visto delle cose terribili. Un ragazzo a sedici anni che vive delle cose così ti rimangono impresse per tutta la vita, perché c’è qualcosa di disumano, di criminale, di pazzesco proprio. Questi vecchi che naturalmente non riuscivano più a camminare li uccidevano e li abbandonavano lungo la strada.

Poi un’altra cosa che mi ha colpito, quando si dice che naturalmente c’era in Germania molti che non la pensavano… Pensate che lì da noi c’erano lungo le strade, quando passavamo, c’erano i ragazzi della Hitler-Jugend che avranno avuto quindici anni che aspettavano i carri armati russi. Pensate l’indottrinamento di quella gente lì, pensate un po’. Per loro era morte certa perché i tedeschi naturalmente non facevano più prigionieri, ma anche i russi avevano ragione, non ne facevano più di prigionieri, ammazzavano tutti quelli che trovavano. Quindi pensate un po’ l’indottrinamento di questi giovani. A quindici anni ancora ad aspettare lì… era la loro morte, sapevano che dovevano morire.

Allora in questa marcia della morte durata tre o quattro giorni, perché si andava piano, ci si fermava delle volte per delle cose più strane. Una sera siamo stati messi in una grande masseria, in una grande azienda agricola, chiusi dentro in questo fienile che era enorme, chissà che azienda grande era. Tutti questi prigionieri della nostra colonna messi lì dentro.

Io e mio padre abbiamo avuto un momento di coraggio veramente, e durante la notte siamo scappati, io e mio padre soli siamo scappati. Non so, o non ci hanno visti o è stato il destino, io non so come sia stata questa cosa qui, siamo riusciti a scappare e ci siamo buttati subito nella campagna, c’era un boschetto lì vicino, l’abbiamo attraversato, e poi abbiamo continuato a camminare, camminare. Siamo riusciti a scappare.

D: Camminare fino a dove?

R: Poi dopo siamo arrivati verso …, abbiamo fatto tanti paesi che adesso non ricordo. Ma lì noi siamo riusciti anche a mangiare qualcosa perché i tedeschi hanno un particolare modo di conservare le patate, fanno una specie di paglia, sabbia, paglia, poi una specie di piramide, paglia ancora e sabbia, e si conservano benissimo da un anno all’altro. Allora io e mio padre uscivamo a prendere queste patate, nei primi tempi si mangiavano addirittura crude senza pelarle, senza niente perché la fame era paurosa.

Poi in un secondo tempo siamo entrati anche in certe case, perché i tedeschi avevano una paura mortale dei russi, li avevano indottrinati in una maniera che avevano una paura mortale dei russi, quindi le case le abbiamo trovate addirittura abbandonate, moltissime case. Siamo entrati con mio padre e qualcosa siamo riusciti naturalmente a cuocere magari qualche patata, perché ormai non si trovava quasi più niente.

Lì c’è stato un momento terribile perché mio padre durante questi sette, otto giorni che abbiamo camminato è stato preso da una febbre altissima, non riusciva più a camminare. Allora io ho preso quest’uomo, un uomo meraviglioso, l’ho messo sotto ad un carretto, pensate, avevo sedici anni, sotto un carro bestiame che era fermo in una di queste case di contadini o di padroni, non so, di agricoltori. Tre giorni è restato così, tanto che non pensavo di portarlo più a casa. È stato un momento terribile della mia vita quello lì.

Poi il destino che aiuta sempre si è ripreso, pensate, dopo una febbre feroce, sragionava “Allora cosa c’è, la mamma, mia moglie ecc…” una cosa terribile per un… Durante la notte stavo lì vicino a lui. È stato tre giorni, poi è riuscito, si è rialzato e così abbiamo proseguito il nostro cammino. Verso che cosa? Scappavamo solo, per paura di essere ripresi.

Durante questo passaggio attraverso i boschi abbiamo incontrato altri cinque militari che erano scappati da un campo militare, ci siamo messi con loro tanto che poi abbiamo poi trovato un cavallo, ammazzato, e finalmente lì abbiamo fatto una mangiata bellissima con questo.

Pensi che io ho ancora delle memorie scritte in un librettino che ho trovato, adesso bisognerebbe che facessi stampare.

D: Memorie scritte da chi?

R: Da me.

D: In quel momento? Tipo diario?

R: In quel momento. Tipo diario, ma solo negli ultimi giorni perché prima non potevo mica scrivere io, non potevo mica durante la prigionia perché non avevi matite, né fogli, niente. L’ho trovato in una di queste case, allora ho scritto le ultime mie impressioni di questa prigionia finale, della Liberazione e tutto. Adesso bisogna che lo faccia stampare, è un libricino grande così.

D: Romolo, da quando siete scappati sei riuscito a recuperare il percorso, la direzione?

R: Sì, un pochino sono riuscito a recuperarla. Sono passato da …, sono passato verso… Io sono stato liberato vicino a Perleberg credo, penso di sì.

Poi una mattina eravamo lì in una capanna, in una specie di baracca lì fuori, abbiamo sentito un grande rumore, uno sferragliare, un passaggio di cavalli, di cavalleria. Allora abbiamo pensato di uscire verso la strada che era sulla destra di questo bosco. Allora siamo stati liberati dall’esercito russo.

Era il 2 maggio, un mercoledì, alle 10.30, siamo stati liberati dai russi, mercoledì alle 10.30, 2 Maggio.

D: Cosa ti ricordi di quel momento?

R: Un momento fantastico, guarda. Fantastico. Perché dopo ci hanno rifocillato, ci hanno dato anche da mangiare. Siamo rimasti così, “Pensate siamo liberi”, “Pensa papà siamo liberi, è una cosa grandissima”. Grande, enorme è stata. Veramente grande.

Poi siamo andati in paese, che penso fosse Perleberg, e lì abbiamo avuto una disavventura perché abbiamo trovato un magazzino della SS della… sapete che il nostro stomaco era ridotto ai minimi, allora abbiamo trovato dentro questo grande magazzino scarpe ed altro che non ci interessava più, abbiamo trovato del latte condensato della Nestlé, tubetti, allora io e mio padre li abbiamo ingurgitati in una maniera esagerata, è stata una cosa pazzesca, abbiamo rischiato lì di finire con il latte condensato nei nostri giorni della Germania.

Poi la nostra zona dai russi è passata agli americani naturalmente hanno diviso in zone la Germania, è passata sotto agli americani, siamo stati lì un po’ di tempo. Poi siamo stati messi nella zona inglese, e lì ci siamo stati parecchio. Perché io sono stato liberato il 2 maggio del ’45, sono rimasto lì fino all’inizio di settembre. Anche di lì siamo scappati con il nostro capo campo che si chiamava Bedosti, ho ancora tutti i proclami a casa di Bedosti che ci diceva di stare calmi, di stare buoni ancora perché naturalmente… “Siete liberi ormai, però tra poco arriverà…”. Noi aspettavamo sempre di tornare dalle nostre famiglie ma non arrivava mai.

Allora anche lì siamo scappati.

D: Dove era questo campo qui?

R: Aspetta un po’…

D: Questo campo degli inglesi.

R: Chissà poi dove era… non lo so. Io ho una fotografia… se mi verrà in mente…

D: Dicevi questo capo campo che tu hai a casa ancora i proclami.

R: Pensa, ho i proclami di questo Bedosti dove ci dice di stare calmi perché la nostra libertà finalmente l’avevamo avuta, però di stare calmi che sarebbe arrivato il momento.

Invece siamo scappati anche da lì, siamo scappati prendendo i più strani treni che non si sapeva dove andavano, …poi tornavi indietro, poi andavi avanti, finalmente siamo arrivati fino, questo me lo ricordo benissimo, siamo arrivati al campo di Mulenberg, che era un campo degli americani, e lì siamo stati disinfettati con il famoso DDT, irrorati da capo a piedi di questo DDT, poi di lì abbiamo avuto la possibilità di prendere un treno che ci avrebbe portato al di fuori della Germania e poi in Italia. Ma siamo stati in questo campo alcuni giorni. Io ho a casa ancora proprio DDT ecc… quando siamo stati spolverati.

D: Il percorso di ritorno dal Brennero?

R: Dal Brennero. Anche lì… Lì abbiamo fatto aprire… trovavamo dei camion, montavamo lì, siamo arrivati, abbiamo fatto tanti paesi, tanti paesi, prendevamo il camion che andava… Il nostro punto era sempre Verona, e finalmente siamo arrivati a Verona.

Da Verona anche lì siamo arrivati con un camion a rimorchio che portava dei sacchi non so a chi, siamo arrivati fino a Modena. Poi da Modena ancora su un camion di autotrasportatori siamo arrivati a casa mia a Sestola.

D: La mamma?

R: Pensate un po’, mia madre naturalmente non ha mai saputo niente, i paesani… guarda, sono arrivati Romolo e Fernando. Adesso mia madre… Mia madre pensate un po’ non si reggeva in piedi, anche noi questa gioia di tornare, di vedere… Perché a casa avevamo lasciato la mamma e la nonna. La nonna centenaria, ha vissuto fino a cento anni. È stata una cosa… Veramente in quel momento mio padre più di me era in condizioni disastrose poveretto, era proprio una larva di uomo, era diventato, perché si privava delle volte di quel poco o di quel niente che ci davano per darlo a me. Quindi sono di quelle cose che non si dimenticheranno mai.

Ditemi qualcos’altro.

D: Quand’era quando sei arrivato a casa? A settembre?

R: Sì, sono arrivato a casa a settembre proprio, a settembre, verso il 10 di settembre.

D: Ascolta un attimo, come hai visto che avevi diciassette anni…

R: Sì, diciassette anni.

D: Con i tuoi amici, i tuoi amici di… compagni di scuola, raccontavi? Ti chiedevano?

R: Sì, perché naturalmente alcuni di loro si erano salvati perché si erano nascosti, quel famoso giorno dell’arrivo dei tedeschi a Sestola, alcuni si erano nascosti. Invece io stupidamente… ma non stupidamente, perché come si fa a prendere un ragazzo di quell’età lì. Le raccontavo e stavano a sentire quello che mi era successo.

Però dopo per un po’ di tempo anche io ho smesso di parlare perché raccontavo delle cose talmente grandi, talmente al di fuori della realtà che molti sì, quasi non le capivano.

Chieffo Giorgio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Giorgio Chieffo. Sono nato a Firenze il 05.01.21, ho ottantuno anni.

Dove sono stato arrestato? Sono stato arrestato a Milano su una delazione di un tizio, il quale era stato paracadutato, che avrebbe invece dovuto essere il collegamento tra il nostro servizio, dico nostro”, perché eravamo insieme io e Giorgino, tra il nostro servizio e il servizio segreto statunitense, l’O.S.S. che avrebbe avuto in quel periodo lo scopo di preparare uno sbarco con alianti e anche avio, se fosse stato possibile, a nord dell’Appennino.

Praticamente io ero a Milano e avevo parlato con un alto dirigente del Comitato di Liberazione che era Pietro Stucchi Prinetti, e dopo noi vivevamo nella casa di un tizio che ce l’aveva offerta, partendo da Borgotaro e una mattina siamo usciti io e lui e ci siamo trovati ingabbiati.

D: Scusa, tu facevi parte di quale organizzazione?

R: In primis, ovviamente, io facevo parte della Brigata Julia di Borgotaro. Mentre ero nella Brigata Julia, venne dal sud un piccolo gruppo, tre persone, che loro erano stati incaricati dal servizio di informazione americano, di iniziare a trovare una maniera di adepti e ovviamente informazioni.

Questi ci dissero: “Guardate, avremmo bisogno di questo e questo”. E allora abbiamo iniziato a dare queste informazioni. Volevano sapere la dislocazione dei reparti tedeschi, dei reparti fascisti. Avevano bisogno di avere delle notizie circa gli eventuali punti fortificati.

Tra l’altro riuscimmo, ma questo in maniera un po’ fortuita perché non fu merito nostro, ma fu un caso, eravamo a Borgotaro quando fu occupato questo paese dai partigiani, quando venendo giù dal passo della Cisa, veniva giù una macchina tedesca scoperta.

A questo punto, ovviamente era stata sottolineata, e all’altezza di Borgotaro un po’ di raffiche bloccando questa macchina.

Fortunatamente dentro c’era un ufficiale tedesco che aveva un grosso borsone e in questo borsone c’erano tutti i piani delle fortificazioni tedesche di La Spezia.

Erano questi i piani che ci convinsero a dire: “Andiamo a Milano perché dobbiamo portarli al Comitato di Liberazione Nazionale” che faceva capo, allora, al Partito d’Azione, a Milano, dico Stucchi Prinetti.

Quindi, a chi si faceva capo? Diciamo in maniera saltuaria, come capitano, noi avevamo proprio questo scopo, poi ovviamente si riferiva.

La cosa migliore per riferirla era tramite la radio che avevamo e poi ovviamente per quello che si poteva,

Dall’arresto fummo trasferiti a San Vittore.

D: Ti ricordi quando ti hanno arrestato?

R: Questa è la data che o la sa Giorgino o me la sono completamente dimenticata. Perché lui so che ha fatto un brogliaccio, dove ha scritto tre o quattro date, ma tra l’altro ha anche la data di quando noi fummo portati al Lager di Bolzano, poi ha la data di quando noi scappammo.

Però io gliel’ho fatto vedere: non è possibile, perché altrimenti si sarebbe stati nel Lager quindici giorni. Ci siamo stati parecchio tempo, quindi non tornavano queste date.

Quindi la data dell’arresto, con tutta sincerità non la ricordo.

D: Giorgio, quando vi hanno accerchiato per la delazione, erano italiani che vi hanno…?

R: Erano italiani, ma tutti in borghese, tant’è vero che a San Vittore, gli interrogatori ce li fece un italiano. E devo dire che per una ragione che non so, me la sono immaginata un pochino, la ragione era che le cose cominciavano ad andare poco bene sia per i tedeschi che per i fascisti, quindi le persone che in carcere avevano la fama dell’aguzzino, pian piano cominciavano a farsi un po’ un piccolo alibi. Ecco perché dico che nell’interrogatorio non è che furono bastonate o altro, anzi dicevano: “Diteci la verità, dateci una mano, altrimenti andate a finire in mano al Crup e andate a finire male”.

D: Nell’arresto hanno preso te e Giorgino?

R: Esatto.

Portati a San Vittore. A San Vittore, quinto raggio. Il quinto raggio è il raggio dell’isolamento.

Ci saremo stati quindici o venti giorni, i tempi dell’interrogatorio.

D: Gli interrogatori, scusa, li facevano lì a San Vittore?

R: Sì, a San Vittore, di sotto.

Dopo, passammo al primo raggio. Il primo raggio invece era un raggio che noi abbiamo considerato in maniera molto umoristica perché i secondini, chiaramente anche loro che cominciavano a sapere da che parte era il burro sul pane, a un momento i secondini specialmente con i politici, dicevano “Buongiorno signore, devo aprire la cella, vuole uscire?”. Aprivano la cella, e noi andavamo nei corridoi, ci si girava, ci si muoveva, ecc. e alla sera: signori, buona notte, dobbiamo rientrare.

Questo era quello che era il primo raggio, il che è comprensibile perché sapevano benissimo che eravamo dei politici ed ovviamente si rendevano conto che se un domani qualcuno gli dava una mano nel dire: “Questi ci hanno trattato bene, questi ci hanno dato una mano, questi ecc.”, era tanto di guadagnato per loro.

Proprio lì in San Vittore, durante l’interrogatorio, chi interrogava cercava di sapere qual’era il nome proprio di uno di quelli che era venuto su dal sud.

Infatti, addirittura aveva fatto uno schizzo, un disegno, che tra l’altro era molto somigliante, bravo chi l’ha fatto e volevano conoscere questo qui.

Perché? Perché questo effettivamente su a Milano aveva, indipendentemente dall’altro gruppo, organizzato un gruppo per conto proprio, tipo un gruppo di gappisti.

Comunque, a parte il fatto che non sapevamo dov’era, tutto quello che si sarebbe potuto dire era: “E’ venuto su, però ora chissà dov’è”.

Ma a parte questo, non è che fu un infierire nel vero senso della parole, né su me, né su Giorgino, per nessuno dei due, in un certo senso.

Ovviamente notizie arrivavano di persone che erano state malmenate ecc., ma non a noi direttamente, fino al giorno in cui di notte, all’improvviso, ci dissero: “Alzatevi perché voi partite”.

Allora, “Come?” “Chi?”, domande senza risposte, comunque gente del carcere aveva subito capito di cosa si trattava e di conseguenza ci dettero una mano perché chi ci dava delle coperte, chi ci dava dei sacchi di pane e formaggio, chi ci dava altre cose, praticamente per arrivare su con una certa possibilità, una certa quale possibilità.

Qui, nei pullman, pullman portati fino a su, a Bolzano, siamo entrati dentro.

D: Più o meno, anche qui non ricordi quando?

R: Io so una cosa sola: non era freddo. Non era freddo perché quando si poteva, alla mattina ci si lavava a una fonte, quindi freddo non era, settembre o roba di questo genere.

D: In quanti vi hanno preso da San Vittore e portati su a Bolzano, più o meno?

R: Erano tre autobus, quindi mettiamo trentacinque, quaranta per autobus, quindi più o meno centoventi, cento trenta persone.

D: Solo uomini?

R: No, uomini e donne.

D: Chi vi faceva da scorta?

R: Io lì per lì, io ho dato un’occhiata a destra e a sinistra, ma siccome non vedevo l’unanimità del fatto, non me la sono sentita, perché tra me e Giorgino, allora, specialmente allora, io a quell’epoca ero più robusto di ora, perlomeno più agile, c’era un tedesco accanto all’autista e un tedesco in fondo.

Seguiva ovviamente una macchina con tre o quattro tedeschi, più una motocicletta o due motociclette.

Ma volendo, il pullman lo si beccava come si voleva, però giustamente facevano osservare: “Tu prendi il pullman e per il resto come fai? Come lo levi di mezzo?” Lasciamo andare…

Ma erano tre pullman, quindi saranno state cento cinquanta persone circa.

D: Ti ricordi se durante il tragitto vi siete fermati?

R: Sì, ci siamo fermati, ma ci facevano fermare per necessità fisiologiche e basta, non c’era stato niente altro.

D: E lì siete arrivati a Bolzano.

R: Siamo arrivati al Lager, papale papale… e siamo entrati…

D: E’ entrato il pullman dentro, tant’è vero…, ovviamente ci hanno fatto scendere, quindi tutti in colonna, inquadrati, destra, a sinistra, allineati e coperti, come si diceva allora e il primo impatto e quindi le osservazioni che facevamo tra di noi: “Non ci sono scheletri”. Capite cosa voglio dire? Ci siamo meravigliati del fatto che pur essendo un Lager, la gente non aveva l’aspetto di uno scheletro, di uno patitissimo.

Ora, non sapevamo, allora, che il Lager era stato aperto da poco tempo.

C’è un punto qui dove c’è scritto che viene aperto il Lager di Bolzano.

D: Nell’estate del 1944.

R: Ti dicevo settembre, noi siamo arrivati verso quell’epoca lì. Non sapevamo che era aperto da poco.

Quindi per forza di cosa, per far sì che della gente internata diventino degli scheletri perlomeno un briciolo di tempo ci vuole.

Queste cose noi non le sapevamo, quindi ci eravamo meravigliati del fatto che perlomeno qui la gente era viva, quindi non era come ci si può aspettare e come noi sapevamo di Auschwitz.

Per cui divisione, un blocco lì, un blocco là, tre o quattro blocchi, perché c’erano due, tre, quattro capannoni e lì ci fu la cosa buffa che io mi presi del “cretino” da tre o quattro persone più anziane di me, perché erano colonnelli dell’esercito, maggiori, colonnelli dell’esercito.

Io, a quel tempo, ero capitano e basta.

Perché questo? Perché quando fu fatto il blocco e fu fatto questo gruppo e si disse: “Voi fate parte di questo blocco…”, quello che era il responsabile italiano del campo, che era un ex tenente dell’aviazione, tra l’altro, domandò: “C’è tra voi qualche ex ufficiale effettivo?”

Io, da un certo momento, da cretino, presi e schizzai fuori, “Sì, io sono ufficiale effettivo”.

Tre o quattro persone più anziane di me “Cretino” mi dissero, subito e al volo, perché loro erano più ufficiali effettivi di me diecimila volte, però ovviamente loro avevano annusato il fatto che sarebbe stata una responsabilità e basta e anzi andavo incontro a delle grane, e io in quel momento non ci ho pensato.

Quindi, fui fatto capo blocco….

D: E il blocco qual era? Te lo ricordi?

R: Allora, si entrava nel campo, i blocchi erano sulla sinistra e sulla destra, ovviamente, noi eravamo su quelli di sinistra.

Era il secondo blocco, uno, due, non so come erano indicati. Comunque era il secondo blocco.

In questo blocco c’era di tutto: c’erano politici, c’erano ebrei, c’erano zingari, poi c’erano anche prigionieri comuni.

Insomma c’era promiscuità di qualsiasi tipo, ma nessuno brontolava, le uniche persone ….

D: Giorgio, due cose, quando siete entrati, per prima cosa, vi hanno immatricolato?

R: Scusa, questo l’ho dimenticato.

Ci hanno immediatamente immatricolato. E io ero uno di quelli che scriveva i nomi, perché siccome conoscevo il tedesco un po’, di conseguenza potevo tradurre in tedesco le voci che loro chiedevano perché c’era un prontuario. C’era nome, cognome, poi un prontuario ed eventuale servizio militare fatto, e questa cosa qui, io traducevo in tedesco questi nomi. Questo, tra parentesi, che non ho trovato il mio nome tra quelli che avrebbero dovuto essere quelli iscritti.

D: Da nessuna parte?

D: Il tuo numero?

R: Non eravamo a numeri.

D: Non avevi il numero?

R: Mi sembra di no.

D: Non ti ricordi?

R: Può darsi, ma non lo ricordo. Tant’è vero che Giorgio non ha mica parlato di numero.

L’altro giorno, sono andato a trovarlo… e perché sono andato a trovarlo?

Gli ho detto: “Giorgio, bisogna che ti venga a trovare per una ragione molto semplice, perché siccome vengono a fare quattro chiacchiere con noi, cerchiamo di non dire fesserie l’uno con l’altro, oppure di non remare contro perché altrimenti sembrava di andare contro corrente, noi nel dire che lì non c’erano assassini, crudeltà, ecc., mentre è considerato il Lager che era un Lager disastroso.” Noi dicevamo quello che c’era, quindi ci siamo trovati per metterci d’accordo, dicendo: “Quello che possiamo dire è questo, né di più né di meno”. E non abbiamo parlato del numero, proprio non ne abbiamo parlato.

D: Un’altra cosa che ti volevo chiedere: ti ricordi se nel campo hai visto dei religiosi?

R: C’erano nel mio blocco. C’erano due sacerdoti.

D: Non ti ricordi i nomi?

R: No.

D: E neanche di dove erano?

Non te lo ricordi?

R: Di dov’erano, se io faccio per deduzione, sono venuti insieme a noi, quindi erano a Milano, quindi della zona, come suol dirsi.

D: Ti ricordi se nel campo hai visto anche dei bambini?

R: No, di bambini non ne ho visti.

Che ci fossero dei bambini nel blocco delle donne può darsi, però a parte che non si poteva andare da quelle parti, non ne ho visti, non ne sono stati citati.

Non se ne parlava, non è capitato di parlarne o di dire: “E’ scappato un bambino, bisogna cercarlo…”

No, non c’è stato qualcosa di questo genere.

D: Il tuo lavoro come capo blocco in che cosa consisteva?

R: Consisteva nel presentare…, i controllori, diciamo, dei blocchi erano dei militari della Wermacth che poi non erano neanche tedeschi perché erano polacchi che erano stati assimilati o cecoslovacchi che erano stati assimilati, erano tutta gente a cui non importava nulla di nulla. A loro interessava soltanto una cosa: alla mattina si scendeva dai pagliericci, come suol dirsi, ci si metteva dentro allo stanzone in fila e bisognava sempre stare attenti a mettersi in fila quattro per quattro.

Chissà perché questo tedesco sapeva contare soltanto i multipli di quattro. Non lo so perché, gli garbavano i multipli di quattro.

Comunque la risata era questa: lui partiva da una parte e faceva: uno, due, tre, quattro e contava quanti quattro erano.

Ora, a un certo momento, se uno voleva scantonare, bastava che uno in fondo, girasse, scappasse dall’altra parte, faceva il quarto, non ci voleva niente, ma non lo si faceva perché non c’era ragione, non c’erano delle ragioni per farlo ancora.

Quindi c’era questa conta.

Fatta la conta, uno si sedeva sul pagliericcio, chiacchierava, se poi usciva, perché stava nel cortile e si poteva stare.

Altre cose non è che si potevano fare.

Praticamente il capo blocco aveva come compito le adunate, l’elenco, il controllo che ci fossero tutti quanti. Questa roba qui internamente. Poi quando cominciarono ad usufruire dei prigionieri per i lavori esterni, il capo blocco aveva anche l’incarico di gestire l’attribuzione dei lavori di qua e di là e poi controllare che rientrassero tutti, il succo era questo, di mantenere il gruppo tutti insieme.

Non so se prima o dopo c’è stato un periodo che è stato un po’ duro per noi perché eravamo stati portati a lavorare in quella galleria che era stata iniziata che dentro avevano messo una fabbrica, la IMI.

Però, dopo, ci fu la popolazione che cominciò a dire: “Questa gente qui ci farebbe molto comodo per raccogliere le mele”. Quindi ci portavano là, ci mettevano a raccogliere le mele e noi facevamo il lavoro del raccoglitore gratis, per cui questa gente era tutta felice e beata.

Ed onestamente quasi tutti, quelli che sono andati, la fetta di polenta ci arrivava alla fine mattinata, fetta di polenta che normalmente noi ne mangiavamo un pezzetto e il resto si portava agli altri.

Poi l’altro lavoro che ci fecero e che fu appunto l’ultimo, quello di scaricare i treni e di mettere la roba su dei camion che dovevano andare in Germania.

Arrivavano dei treni, carichi di tutto quello che i tedeschi riuscivano a razziare dal paese, quindi magari razziavano tutto il supermercato, allora: camice, scarpe, borse, tutto quello che potevano razziare. Questa roba che era nei treni, noi dovevano scaricarla e metterla su dei camion, che erano quei camion che poi partivano per la Germania.

D: E questo dove lo facevate?

R: Io devo dire che siccome la nostra fuga avvenne in occasione di uno di questi lavori qua dei treni e siccome quando noi scappammo, io le montagne le conoscevo perché sono sempre stato in montagna.

Voi conoscete, da dove c’è uno specie di capolinea, se si guarda in alto, si vede il profilo dei monti dell’Amendola, non so quale può essere la stazione di questo genere….

D: C’era un laghetto?

R: Questo non ce l’hanno fatto vedere.

Comunque il punto di riferimento è questo, quando si scendeva dal treno, io mi guardavo in giro per vedere dove eravamo, o dove non eravamo, cosa si poteva fare o non si poteva fare, e io guardando in alto, riconoscevo il profilo dei monti dell’Amendola e dicevo: “Se noi riuscissimo ad arrivare lassù ai monti dell’Amendola siamo a cavallo perché si va di là e siamo a posto”; questo è stato il pensiero.

Allora ecco perché dico che deve essere stato Caldaro…

D: Quindi non nella stazione di Bolzano?

R: No, assolutamente no, la stazione d Bolzano la conosco.

Più che la stazione, era un punto di fermo, come per dire a Firenze, la stazione di Campo di Marte, che è tutto treni e basta.

E lì è stato che abbiamo pensato di vedere se si riusciva, dopo due o tre volte che si guardavano queste montagne, si diceva: “In qualche maniera si riesce a tagliare”, perché erano già cominciati gli invii e noi avevamo saputo che le partenze erano per Auschwitz e quindi si capiva che se non ci levavamo, andavamo a finire male.

Di conseguenza ci si pensava e abbiamo visto che il momento migliore era quando eravamo un pochino liberi di movimento perché è ovvio, noi prendevamo questa roba, scendevamo dal treno e poi arrivavamo ai carri per caricarla, per darla, quindi questa certa libertà, ad un certo momento.

Poi, tra me e Giorgino avevamo avuto un’idea, che poi si è rivelata felice.

Nel camminare con questa roba che qui avevamo, magari un pacco con quattro, cinque camice, un pacco con quattro cinque scarpe, passando ne buttavamo una o due a questi tedeschi o meglio diciamo persone, non so chi erano, comunque erano di Bolzano, non erano di altre parti. Li buttavamo a loro e questi li prendevano ben volentieri.

Perché facevamo questo? Perché dando le cose a loro, si coinvolgevano, in un certo senso, e quasi si diceva loro: “State attento, se capita qualcosa, non essere proprio te a chiamare perché se tu chiami, ti trovano con in mano un pacco di camice e non si sa da che parte vengano”.

Quindi le avevamo date.

Le avevamo date un paio di giorni avanti e allora si era rinfocolato il numero delle persone che erano lì ad aspettare e noi davamo facilmente.

A questo punto, una mattina, noi ci vestimmo di panni normali, i panni con i quali eravamo arrivati, perché dopo ovviamente con la tuta, ma prima siamo arrivati con quei panni, la tuta sopra.

Siamo usciti, tra l’altro io ricordo, mi sembravo una ciliegina, sotto il braccio avevo anche un cappello, comunque a un certo momento Giorgio mi disse: “Guarda, non ci guardano”.

Allora si mollò tutto e si fece una corsa in un campo fino a un muretto, salto del muretto e dietro al muretto ci siamo levati la tuta, senza né sentieri, niente, proprio con la bussola del naso.

Io, ogni tanto alzavo la testa, ce l’ho sempre davanti, allora su diritto, sempre in mezzo, sempre diritto.

Quando eravamo un bel pezzo su, evidentemente qualcuno se ne deve essere accorto perché abbiamo cominciato a sentire i cani, il vociare dei cani. Però penso, perché il terreno era umido dove noi salivamo, quindi doveva essere piovuto la sera avanti, comunque andò bene.

Poi su, su, a un certo momento quando fu buio buio ci si fermò un momento per riposarci, la mattina si ripartì e si arrivò su in un prato, i primi prati dell’Amendola e andammo alla parrocchia del Don… , di cui non ricordo il nome…

D: Ascolta, in due siete scappati?

R: Sì, in due. Io e lui.

D: Non avete detto a nessuno che avevate intenzione di scappare?

R: Sinceramente non l’avevamo detto, ma non con intenzione, non l’avevamo detto. Se ci avessi pensato, non l’avrei detto con intenzione, perché voi sapete benissimo che se una cosa si allarga, poi non si sa mai dove va a finire, perché Tizio lo dice a quell’altro, lo dice a quell’altro, a quell’altro e quando si arriva ad essere un certo numero di persone, qualcosa salta fuori e quindi no, lì per lì non l’abbiamo detto senza nessuna intenzione.

Però confesso che se ci avessi pensato, avrei detto: “No, non lo diciamo mai a nessuno”.

Fu proprio uno di questi prigionieri che era un prigioniero comune, diciamo o un ladro o qualcosa di questo genere, che ricordo disse: “Stai attento, ti si vede il cappello, lo capiscono che vuoi scappare…”

Fu proprio lui. Comunque andò.

Si arrivò su e Giorgio si ricorda che noi vedemmo degli operai che mangiavano.

Allora si fece la conta e si disse: “Chi ci va a domandargli un pezzo di pane? Ci vai te o ci vado io?”

Si fece pari e dispari e ci andai io.

Di conseguenza, lì ci dissero, ci dettero del pane e anche del formaggio però ci dissero: “Tagliate la corda perché prima o poi qui qualcuno arriva”.

Non è stato invece un tagliare la corda e abbiamo suonato alla parrocchia, e non so se ve l’ha detto Giorgio, il parroco Giorgio lo conosceva da quand’era a Firenze.

R: Tant’è vero che siamo rimasti di stucco, perché io dissi: “Giorgio, più fortuna di così, vai ad incrociare proprio Don…”, che lui conosceva benissimo.

Pover’uomo, questo parroco la prima cosa che ci ha domandato: “Vi ha visto nessuno?”

E noi abbiamo risposto: “No, non ci ha visto nessuno”.

Comunque, morale: ci tenne a dormire, a mangiare, in parrocchia e ci siamo stati come minimo venticinque giorni, parecchio.

Perché dico questo? E qui faccio una piccola parentesi: a me farebbe piacere rintracciare, anche per telefono, un tizio di Bolzano che era un grossista di frutta, che aveva una casa, non so se la seconda casa o cosa fosse, comunque aveva la casa a duecento metri dalla parrocchia, un po’ più in su.

Evidentemente aveva annusato la cosa e ci venne a trovare e la prima cosa che ci disse fu: “Guardate che io mi metto a vostra disposizione per qualsiasi cosa di cui potreste avere bisogno perché io sono libero di andare da qui a Bolzano come voglio, perché ho questo negozio, questa industria di frutta a Bolzano ecc…”

Il primo grosso favore che ci fece, ci fece per primo le fotografie per avere la carta di identità, per farci avere un documento, quindi ci fece le fotografie. Secondo: ci presentò, evidentemente ne avevano parlato, quindi venne un’impiegata del comune di Fondo, Fondo è vicino a Bolzano, la quale ci disse: “Vi preoccupate per la carta di identità? Non vi preoccupate, ci penso io”.

Il perché ce lo spiegò dopo. Disse: “Io ho i timbri del comune di Fondo. Faccio alla svelta. Riesco con un piccolo accorgimento, invece che Fondo, fare Fondi, e Fondi è un comune vicino Roma, come voi veniste da Roma, da Fondi vicino Roma” e ce la fece.

Ci fece questa carta di identità da Fondi vicino Roma.

Questo è uno che io ritroverei, perlomeno per telefono, molto volentieri, ma non so come indicarlo.

Gli elementi per indicarlo sono che era un grossista di frutta, aveva la casa accanto a questa parrocchia, e poi non so altro…, una persona relativamente giovane, pur essendo a capo di una grossa azienda, avrà avuto venticinque, ventotto anni, una cosa di questo genere, più o meno.

D: Giorgio, nel periodo che voi siete rimasti nascosti nella casa del padre non sono mai venuti?

R: Non è mai venuto nessuno, o quantomeno noi non l’abbiamo mai saputo, il perché non lo so. E’ difficile spiegarmelo. Tra l’altro è difficile spiegarmelo perché se avessero voluto sincerarsi veramente del come eravamo riusciti a scappare c’erano tante di quelle tracce di noi che ci eravamo arrampicati in quella boscaglia che si vedeva che avevamo preso quella direzione.

Allora, quale direzione prendono due che vogliono andare in Italia e varcare…, prendono la direzione dell’Amendola e quindi avrebbero potuto venire a fare un rastrellamento lassù.

Solamente che ho quest’impressione: che praticamente persone del Lager di Bolzano non avevano tanta voglia di andare a cincischiare e a muoversi per fare un rastrellamento al passo dell’Amendola.

Con ogni probabilità, se anche l’avessero segnalato a qualche Comando, non so se si sarebbero mossi.

Questo per una cosa che non era una cosa eccezionale, faccio per dire.

D: Ascolta, e dopo questi venticinque giorni circa?

R: E’ successo che ho detto: “A questo punto, bisogna trovare il verso di riprendere i contatti.”

Dove si riprendevano questi contatti? A Milano.

Di conseguenza, con il camion stop, perché salendo su dei camion che trasportavano mele verso il sud, sto parlando da Bolzano in giù, ovviamente a pezzi e a bocconi siamo arrivati a Milano.

D: Quindi dall’Amendola siete scesi…?

R: Sì, allo stradone, a Bolzano, praticamente alla strada che viene giù da Vipiteno, dalla strada che viene dal Brennero e viene giù, che fa Verona Milano e siamo arrivati a Milano.

A Milano abbiamo ripreso contatto con il Partito d’Azione e loro ci hanno detto, chissà come mai perché non eravamo delle persone talmente importanti da giustificare un’inchiesta di una certa importanza, insomma ci hanno detto che ci ricercavano. Ci hanno detto che la cosa migliore che potevamo fare era di passare in Svizzera.

Allora abbiamo detto: “Se volete che si passi in Svizzera, passeremo in Svizzera” e di conseguenza praticamente ci organizzarono una gita con dei contrabbandieri che conoscevano i sentieri e arrivammo in Svizzera, tutti e due e si rimase là, per un po’ di tempo.

D: In Svizzera dove?

R: C’è Giorgio, in uno dei suoi libri, che descrive l’arrivo in Svizzera.

Effettivamente è vero, quando si cammina per tutta la notte, quindi al buio, per sentieri ecc., ad un certo momento si arriva in una parte alta, in un colle, in un passaggio e di conseguenza, da questo passaggio non è più Italia e si vede tutto illuminato, si vedono tutte le case con lumi e luci e uno resta così perché si viene da un posto dove non c’era assolutamente niente e questo era la parte bella, diciamo, perché ovviamente in Svizzera abbiamo fatto un po’ di vita per bene, si poteva mangiare…