Gibillini Venanzio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Mi chiamo Gibillini Venanzio. Sono sopravissuto nei campi di Flossenbürg e Dachau. La mia storia comincia dopo l’8 settembre del 1943, quando gli alleati concedono l’Armistizio agli eserciti italiani.

Io ero l’ultima classe chiamata a militare. Ero andato a militare il mese di agosto del ’43 e venuto l’8 settembre, siamo stati due giorni in caserma e poi abbiamo fatto la fuga e dopo di lì ero considerato disertore, renitente, tutti quei proclami che con la nascita della Repubblica Sociale Italiana mi rendevano condannabile per la fucilazione. Perché non presentandosi a tutti quei bandi che nell’autunno del ’43, che la Repubblichetta Sociale Italiana ha tappezzato tutta Milano di quei bandi, allora sono finito per varie cause a lavorare al deposito di Milano Greco. Deposito che fa parte della zona industriale di Sesto San Giovanni di allora, adesso non so se ne fa parte ancora.

E lì naturalmente esisteva la Resistenza.

D: Sei finito a lavorare dove esattamente?

R: Sono finito a lavorare al deposito locomotive di Milano Greco.

D: E tu avevi quanti anni?

R: Avevo 19 anni, perché non ancora diciannovenne fui chiamato a militare.

Lì si sono avvicinati degli uomini, perché io allora ero un ragazzo di 19 anni, che dicevano appunto che lì non si lavorava e che al momento opportuno si sarebbero fatti dei sabotaggi, perché se no tutto quel materiale, tutto il materiale rotabile: locomotrici e altro che venivano riparati nel deposito finivano per i nazisti e poi veniva portato tutto in Germania.

Noi essendo diversi, essendo scappati dopo l’8 settembre, sbandati dopo l’8 settembre, già dimostravamo da che parte pendevamo.

Allora nel mese di giugno o luglio, adesso non mi ricordo più di preciso, comunque gli atti di sabotaggio si sono verificati. Sono saltate due o tre locomotrici e il deposito dell’olio. Allora i tedeschi, i nazisti hanno fatto una retata e hanno portato a San Vittore diversi compagni.

Anch’io finii a San Vittore e fui indagato come sabotatore.

D: San Vittore in che raggio?

R: A San Vittore, periodo bellico, perché era diviso in due parti: c’erano tre raggi per la sezione politica e tre raggi per i reati normali, reati per ladri eccetera.

A San Vittore sono finito anch’io come indagato per sabotaggio nelle Ferrovie dello Stato. Un bel momento, quando un giorno vado all’aria, perché ho fatto subito ventidue giorni in segregazione, la cella 62, al 1° piano del 5° raggio.

Il 5° raggio era un raggio silenziosissimo, al piano terra esistevano tutte le celle con fuori l’etichetta “pericoloso”, “pericoloso”, “pericoloso”. 1° piano idem. E poi ogni tanto arrivavano delle disposizioni, perché esisteva anche lì una certa Resistenza e malgrado tutto la Resistenza funzionava anche a San Vittore che “diffida da questo”, “diffida da quello là”, “spia fascista”, “spia qui”, “spia là”.

C’era un certo Bruno Zanotta che è stato un animatore per quello, perché ha dato compassione proprio per la causa giusta della Resistenza.

Sono all’aria, perché all’aria ci portavano quelle poche volte che ci hanno portati, nello spicchio d’aria da soli e in cima a questa rotonda c’era un secondino che parlava con un altro e diceva: “Chi deve pregare la Madonna adesso sono solo i ferrovieri”. E infatti ho saputo che tre ferrovieri, tre uomini che avevano 40 anni o forse più, li hanno portati indietro, non so se erano i responsabili di tutto quello, li hanno portati indietro e hanno fermato tutti gli operai che lavoravano al deposito e davanti a tutta la maestranza li hanno fucilati.

Invece io ho subito un interrogatorio solo a San Vittore. Un giorno, dopo non so quanto tempo che ero in cella da solo, si apre la porta e viene un secondino che mi dice: “Interrogatorio”. Sono sceso giù nell’ultima cella, infondo al piano rialzato, proprio al piano terra; c’era un ufficio, una cella adibita ad ufficio, c’era un tedesco. Suonavano le 10,00, perché al tempo di guerra alle 10,00 suonavano le sirene per coordinare se tutto funzionava bene e per vedere se funzionavano anche quelle. E c’era un SS che scriveva a macchina e poi c’era un altro vestito in kaki, perché era il mese di luglio, tutto elegante in un altro angolino della cella, in una scrivania. Nessuno parlava. Io ero lì in piedi sull’attenti davanti a loro, nessuno diceva niente. Poi quello in borghese, che ho saputo chi era dopo, si alza con il pacchetto delle Serraglio. C’erano le Serraglio, un pacchetto azzurro, piatto e mi chiede: “Fumi?” e io gli ho detto: “No”. E lui “Fumi!” e io ho capito che era un po’ una imposizione e allora ho accettato la sigaretta. Lui ha preso l’accendino, me l’ha accesa e ho cominciato a fumare. Si è seduto ancora, poi si alza e intanto che stavo fumando mi ha dato una tremenda sventola e mi ha fatto volare la sigaretta. E mi dice: “Vai avanti, raccogli la sigaretta e vai avanti a fumare”. Allora io ho raccolto la sigaretta e sono andato avanti a fumarla e poi incominciavano a fare delle domande un po’ a trabocchetto: se conoscevo il tizio. Io dicevo che non conoscevo nessuno, io ho lavorato qualche mese ma non conoscevo nessuno. Beh in conclusione, dopo non so quanto tempo, mi dice:” Ti manderemo in Germania a lavorare, guadagnerai dei soldi che manderai a casa a tua madre” e mi ha fatto firmare delle carte che io ho firmato senza sapere cosa erano e poi sono tornato ancora in cella.

Invece mi hanno mandato in Germania, a lavorare sì ma non …

D: Scusa due cose: quando ti hanno arrestato, non ti hanno arrestato in fabbrica?

R: No.

D: Ecco, dove ti hanno arrestato?

R: Lì è stato un po’.. Lì hanno ingannato un po’ mia madre, perché si sono presentati due dell’UPI, e si sono presentati dicendo che erano miei compagni di lavoro, che dovevamo scappare insieme perché la cosa diventava…

D: Dicevi che quelli dell’UPI sono venuti, hanno raggirato la mamma…

R: L’hanno raggirata dicendo che erano miei amici, dovevamo scappare insieme e lei ci ha creduto. Gli ha detto dove mi trovavo e in poche parole mi hanno arrestato.

Uno di quei due ha aperto una borsa e mi ha detto di non cercare di fare il furbo perché se no mi avrebbe sparato dietro e mi hanno accompagnato a San Vittore in mezzo a loro due.

D: Eri da solo?

R: Ero da solo.

D: Dicevi che lì a San Vittore, in cella, sei stato per più di venti giorni da solo in isolamento. Poi ti hanno messo in cella con altri?

R: Sì. Dopo mi hanno tolto dall’isolamento, quando ormai tutta la mia sorte futura era destinata e mi hanno messo dal 5° raggio, che era il raggio più terribile, mi hanno messo nel 6° da dove poi siamo partiti.

E lì sono andato a finire in cucina. Ho fatto gli ultimi dieci giorni, un paio di settimane, in cucina a fare da mangiare per i detenuti politici.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno di cella di San Vittore?

R: Ero con Molteni Mario, mio compagno ferroviere che poi lui è ritornato in ferrovia nel dopoguerra ed è deceduto nel ’98-’99. E Dario Borroni che è deceduto a Flossenbürg. Da Flossembürg l’hanno mandato a Mauthausen ed è morto a Mauthausen o Gusen non so di preciso. E poi un certo Bosè Egidio, anche lui ferroviere che è morto a Flossembürg.

Perché di sette tre sono stati fucilati, sette ci hanno deportati in Germania, cinque sono rimasti lassù, Gargano Andrea è morto a casa ma subito pochi giorni dopo e io e Molteni Mario siamo sopravvissuti; che Molteni è deceduto tre o quattro anni fa.

D: Poi c’era anche Esposito?

R: E poi c’era Esposito. Esposito era sullo stesso piano, adesso non mi ricordo più. Il papà di Esposito era nella cella 64 se non sbaglio. Quella notte che nel Piazzale Loreto, quando hanno assassinato i quindici martiri di Loreto, l’hanno tirato fuori e sentivo dire: “Ma dove vado?” “Vai in campo di concentramento a Bergamo” Invece alla mattina all’alba li hanno portati in Piazzale Loreto e li hanno fucilati tutti.

In Piazzale Loreto c’è un particolare: mia mamma si trovava, dove abitavo io da ragazzo, dall’ortolano, non so in un negozio a fare la spesa e ha sentito la novità e ha lasciato lì tutto ed è venuta in Piazzale Loreto per vedere se c’ero anche io. E le hanno detto: “Signora se trova suo figlio niente scene.” E li ha fatti girare. Poi l’ultimo sembrava che era girato e le hanno detto:”Suo figlio è un ingegnere” e lei ha riposto.”No,no” e le hanno detto:”Beh allora l’ultimo era un ingegnere” e non c’entrava niente con me.

E di lì invece, il giorno 17 agosto, fui inviato al campo di concentramento di Bolzano.

D: Con che cosa vi hanno portato a Bolzano?

R: Con dei pullman dell’azienda tranviaria o del municipio. Durante la notte hanno fatto tutto al 6° raggio, tutta la chiama. Il primo di tutta la chiama era sempre il Padre Gianantonio Agosti. E alla mattina, albeggiava già al mese di agosto, era il 17 di agosto, ci hanno portato a Bolzano.

D:Scusami Venanzio, chi c’era a fare la guardia sul vostro pullman?

R: La 24^ Legione. I ragazzi della 24^. Portavano un fez con il fiocchetto sulla spalla. Erano ragazzi più o meno della nostra età, naturalmente fiancheggiati da auto con su i tedeschi.

Ma seduti sul pullman proprio con noi c’era la 24^ Legione fascista.

D: E siete arrivati a Bolzano?

R: Siamo arrivati a Bolzano.

D:Come te lo ricordi l’ingresso nel Lager di Bolzano?

R: Allora non era come adesso, era periferia lontana. L’impressione un po’ brutta, perché erano capannoni quasi industriali.

Io fui mandato al blocco B e la mia matricola era 3111, a Bolzano. Naturalmente lì abbiamo subito visto delle scene un po’… La scena di padre Gianantonio, perché lì tutti venivano già rasati, davano via un triangolino di Bolzano, perché quella sera lì una coperta, un qualche cosa e una scena un po’ toccante che abbiamo visto è stata la scena di prendere il Cappuccino che era con noi, Padre Gianantonio, preso per la barbetta a pedate nel sedere tagliandogli la barba, tagliandogli i capelli che come religioso, se non hanno rispetto per un religioso che con un saio di Cappuccino, che era della chiesa dei Frati di Via Premuda Porta Monforte. Lui era dentro perché era stato arrestato perché nel confessare gli ebrei in Duomo gli dava documenti falsi e per quello ha pagato. Da Flossenbürg è finito a Dachau nel blocco dei religiosi con diversi religiosi italiani. Invece noi dopo Bolzano siamo finiti…

D:Parlami ancora di Bolzano. Ti hanno messo nel blocco B, ti hanno dato un numero.

R: Il numero 3111 con il triangolino rosso politico.

Lì era già dura la vita, naturalmente lì la fame per noi ragazzi del popolo si sentiva più degli altri, perché con noi c’era anche gente che stava bene: generali, professionisti, gente che poteva avere i loro famigliari alla porta che gli portavano i viveri di sussistenza. Invece per noi ragazzi del popolo la fame si sentiva. Io la sentivo già a Bolzano, la sentivo già anche a San Vittore. Però a Bolzano si sentiva di più perché scarseggiava già e poi cominciava già proprio quel timbro di nazismo, di teutonico che cambiava un po’ l’aria che si respirava. Era buona l’aria come clima ma…

D: Cosa ti ricordi del campo di Bolzano, oltre questi capannoni?

R: Mi ricordo che come sono entrato i capannoni li trovavo sulla destra. Adesso non mi ricordo, il B doveva essere il penultimo, doveva essere stato un blocco centrale. Poi c’erano le celle in fondo per le punizioni. Di rimpetto a questi capannoni c’era il comando. C’era la cucina, c’era il comando.

E mi ricordo che d’estate, qualche sera, non sempre, ci hanno fatto fare delle docce. La doccia consisteva in un tubo in cui passava dell’acqua forellato in doversi punti, all’aperto.

D: Quindi la doccia la facevate all’aperto?

R: Sì. Quella poche volte non sempre. Lì ci portavano fuori, c’era una cava, e quelli che ci portavano a lavorare, però lì c’erano tanti tipi di trasporto.

Ho trovato dei miei amici che abitavano nella zone dove abitavo io in Milano, che uno mi ha raccontato che un certo Marangoni era appena partito per Mauthausen, ma lui era finito invece a lavorare in una fabbrica in Germania. Perché lì partivano un po’ tutti: i rastrellati, chi non aveva da San Vittore un qualche cosa già prenotato per il viaggio partivano a lavorare. Invece la maggior parte eravamo politici, per esempio Teresio Olivelli, per me una figura molto nobile, portava la coccarda in più di dietro. Una coccarda come fuggitivo perché i settanta trucidati a Fossoli, lui non so dove si è nascosto se in un fienile o dove, è stato lì due o tre giorni e quando è arrivato a Bolzano portava già quella coccarda rossa di dietro. Deve essere stata rossa e bianca o qualche cosa di pericoloso perché era già fuggito e ripreso al momento che avevano evacuato il campo di Fossoli.

D: Tu mi dicevi prima che a Bolzano ti hanno dato il numero e un triangolino. Ma voi avevate i vostri vestiti ancora?

R: Sì, a Bolzano io mi ricordo che avevo un vestito grigio con un gessato o qualche cosa di simile. Avevo una bella camicia, le scarpe con il carro armato che si usava allora, poi in tempo di guerra anche.

D: A lavorare quindi uscivate dal campo?

R: Sì, ci portavano in una cava a lavorare, sempre con quei camioncini lì a riempire, sempre quei lavori di facchinaggio, di sterro.

E anche lì la fame già la sentivamo noi. Perché io ed Eugenio, che adesso non c’è più poverino, noi dormivamo proprio vicino a Padre Gianantonio e Padre Gianantonio per essere un religioso era un po’ coccolato da tutti, specialmente dai professionisti, e allora lui dormiva con una borsa, una sporta, un qualche cosa sulla pancia con dentro le mele e le pere e una volta io ed Eugenio abbiamo provato a vedere se riuscivamo a portare via qualche cosa dalla borsa. Invece lui mi ha fermato la mano e poi ce ne ha date una per uno. Perché lui essendo un uomo già anziano, un uomo di cinquanta anni forse già allora, era un po’ coccolato da tutti gli ufficiali superiori che c’erano con noi, professionisti, letterati. Non so c’erano avvocati, dottori e allora era un po’ ben visto, ecco.

D: Ti ricordi se tu nel periodo che sei rimasto a Bolzano hai ricevuto da casa tua qualche lettera o qualche pacco?

R: No, niente. Ho scritto io una lettera che conservo ancora. Tutta lacerata naturalmente. Scritta con una matita, un foglio di carta con una busta rossiccia, non proprio rossiccia e c’era timbrato ……… che scrivevo censurata e che chiedevo ai miei se potevano mandarmi, allora fumavo, tabacco, cartine, qualche galletta per mangiare, un po’ di marmellata, qualche cosa, perché la fame la sentivo già lì. E invece… Comunque al mio ritorno quella lettera l’ho trovata ancora e adesso l’ho fotografata. E’ un documento che ha cinquantasette anni circa, carta anche del tempo di guerra.

Si capisce poco o niente. Comunque fotografata soprattutto per la busta, l’indirizzo e il mittente.

D: Ti ricordi quando tu eri lì a Bolzano se hai assistito, se hai visto azioni violente?

R: Ecco questo me lo ha chiesto anche Maris, però quel caso lì delle azioni violente io non le ho viste perché sono successe in ottobre novembre, più avanti.

Io ero già partito per la Germania. Perché lì quando il campo si riempiva preparavano il trasporto. Il trasporto prima di noi è andato a Mauthausen, il nostro è andato a Flossembürg e poi ce n’è stato un altro subito che è andato ancora a Dachau.

D: Ecco ti ricordi altre due cose: nel campo hai visto se c’erano delle donne?

R: Sì le donne c’erano e ce n’erano anche tante. Anzi le donne le sentivo anche cantare alla sera, perché a Bolzano la sera cantavano le donne.

Poi c’era un certo Lupo, un ragazzo partigiano, che cantava bene. Cantava quelle canzoni un po’ nostalgiche: “La bella Madunina”, “La mamma”. Quei motivi che al momento della sera che eri nella tua cuccia ti veniva un po’ di malinconia. E dove esistevano le donne si sentiva .., perché le donne sono forse, su certe cose, sono più coraggiose e più resistenti in tante cose rispetto all’uomo.

D: E oltre a Padre Gianantonio hai visto altri religiosi?

R: Religiosi li ho conosciuti dopo. Ma dopo leggendo libri dopo la Liberazione ho trovato che più o meno la mia stessa Via Crucis l’hanno fatta diversi. Per esempio a San Vittore quando c’ero io c’era Don Paolo Liggeri, c’era un Vescovo di Crema Don Manziana che è finito nei blocchi, uno è finito a Mauthausen e dopo verso la fine, l’inverno del ’44, la primavera del ’45 erano finiti tutti nel blocco religioso di Dachau.

D: E sempre lì a Bolzano per caso tu hai visto se c’erano anche dei bambini?

R: Si. C’erano gli ebrei, c’erano famiglie intere. Perché al 5° raggio di San Vittore, al 5° raggio sopra ai camerini, c’erano famiglie intere di ebrei. Che, anzi, sentivo a quanto dicevano che gli facevano fare anche delle cose orribili o li facevano mettere giù davanti alla latrina a camminare. E allora lì li tenevano separati da tutto il resto di noi non ebrei al 5° raggio. Che poi la maggior parte di loro sono passati per Bolzano, ma poi sono partiti e sono andati nei campi dove sono entrati e sono passati per il camino.

D: Quindi tu a Bolzano, nel periodo che sei rimasto, sei uscito per andare a lavorare in questa cava.

R: Sì, una cava dietro lì.

D: E non ti ricordi più o meno dove? Facevate tanta strada, poca strada?

R: Non tanta, perché andando a lavorare alla cava non incontravamo mai nessuno. Perché era già periferia di Bolzano allora. Era una strada lunga verso le montagne e sulla destra c’era questo campo, si usciva e si andava in questa cava …… con i lavori di sterro, non so cosa combinavano con quel lavoro lì.

Tanti giorni ci lasciavano anche in pace a Bolzano, tanti giorni non ci facevano niente. Si aspettava gli eventi, si organizzava da mangiare e basta.

D: E il comandante del campo, comunque delle SS del campo, ti ricordi …?

R: Del comandante del campo mi ricordo di Maltagliati. Maltagliati era il fratello, un parente della famosa Evi o Eva Maltagliati attrice di cinema.

Non so, ecco io allora ero un ragazzo, comunque Maltagliati. Poi a Bolzano, proprio il comandante lo vedevo quando alla sera parlava, faceva discorsi, però non mi ricordo né nome e né niente. Di Maltagliati si.

Poi anche lì hanno fatto i capi blocco, una cosa e l’altra. Fra l’altro il capo blocco del mio blocco lì a Bolzano se non sbaglio era Mazzullo, Luigi Mazzullo, che era tenente dell’aviazione allora, adesso è generale. Anzi adesso è l’ambasciatore italiano dei deportati a Dachau. C’era Castelli che era già un pittore. Ce n’erano diversi, tutta gente che ho incontrato a Bolzano che poi a Bolzano sono arrivati con noi tutti quelli dei Lager di Fossoli. Lì la maggior parte erano gli arrestati degli scioperi del marzo del ’44. Ce n’erano diversi che poi…

C’era un certo Ferrario che è rimasto là e ce n’erano diversi di quei ragazzi lì, adesso la fisionomia… Tanti nomi li ricordo, leggendo dei libri li ricordo perché parlando di questo periodo erano senz’altro con me.

D: Il campo di Bolzano aveva una recinzione?

R: C’era una cinta, una mura. C’era un qualche cosa di così, perché sembrava quasi una falegnameria, un deposito, un hangar, tipo hangar, qualche cosa di simile.

D: E c’erano delle …. delle sentinelle?

R: Le reti delle sentinelle sugli angoli naturalmente e le entrate erano un cancello che si vedevano di fuori.

D: Non c’erano scritte?

R: No, non credo, almeno non mi ricordo di questo.

D: Lì a Bolzano tu sei rimasto quanto tempo?

R: A Bolzano sono rimasto dal 17 di agosto fino al 5 di settembre, alla mattina che ci hanno incolonnati i famosi cinquecento e ci hanno portato allo scalo di Bolzano, sullo scalo merci, per una destinazione che non si sapeva; la destinazione era ignota.

Anzi tanti dicono che dopo o prima di Monaco, non so dopo Innsbruck, è stato fermo, il treno ogni tanto rimaneva fermo, che dovevamo andare a Mauthausen e invece all’ultimo momento siamo andati verso…

D: Ecco scusami sempre, dal campo di Bolzano, in questo posto che vi hanno portato allo scalo tu dici eccetera, vi hanno portato come?

R: Per cinque, incolonnati a piedi. Camminavamo, non so se era l’Isarco o un fiume vicino; quello mi ricordo.

Era mattina presto, si vedevano già gli operai con le biciclette che entravano; perché lì era zona industriale. Entravano in fabbrica. E a noi ci hanno portato in questo scalo, c’erano già pronti tutti i vagoni e dopo un po’ di cerimonia, non so se con una lista o con un numero, adesso non so di preciso quando, io penso sessanta o settanta, ci hanno messo dentro, chiusi i vagoni fuori, anche il finestrello del carro bestiame, era con i reticolati anche quello. Basta, chiusi dentro lì tutti i sogni di evasione erano impossibili, perché tanto adesso si parla ma allora non si poteva. Prima di tutto per gli anziani che c’erano con noi, ufficiali, che se mettevamo in repentaglio la vita di loro, perché se ci mancava qualcuno…

E poi dopo insomma la mattina, dopo tre o quattro colpi che si è mosso il convoglio, era la mattina del 5 di settembre, hanno aperto i vagoni il 7 di settembre con le urla dei cani. Eravamo arrivati a Flossenbürg allora.

D: Quindi il tuo viaggio è durato due giorni e due notti. Avevate sul vagone qualche cosa da mangiare e da bere?

R:No, io non avevo niente, perché anche a Bolzano avevo già sofferto la fame, perché non avevo niente, non aveva niente la mia famiglia in tempo di guerra, non c’era niente. Naturalmente noi siamo partiti con tutto quello che avevamo addosso e chi aveva valigie o borse. Io avevo il mio fagottino e non c’era niente.

Allora c’era gente che aveva avuto i mezzi e sono partiti. Naturalmente di notte mangiavano, perché avevano vergogna a farsi vedere mangiare. Perché questa è la verità, non si può mangiare. Perché sai nel momento che vai verso l’ignoto pensi subito :”Qui soffrirò la fame”, allora se hai una scatoletta cerchi di conservarla per il domani. Invece quando siamo arrivati a Flossenbürg il domani non esisteva più, perché là c’è stato portato via tutto, tutto, tutto. Dai capelli, i peli, la barba; tutto ci è stato portato via. Nudi come ci ha fatto nostra madre. Basta, lì non avevi più niente.

D: I bisogni corporali durante il trasporto?

R: I bisogni corporali erano un po’.., anche lì, perché insomma c’erano persone anziane, persone che avevano bisogno più sovente rispetto ad un giovane.

La resistenza, perché adesso io alla mia età un viaggio di quelli lì mi buttano giù dal treno. Comunque per fare la pipì andavamo dove c’era la porta che scorreva e lì si faceva la pipì sperando che si perdeva tramite le fessure. Ma per fare qualche cosa di più pesante, di più bisognoso dovevamo farlo con un pezzettino di carta e poi buttarlo da quel finestrello lì, perché? Perché si è verificato che dal 5 al 7 di settembre che di giorno c’era un caldo terribile, chissà che puzzo che c’era dentro quel vagone lì perché sessanta, settanta persone chiuse lì con quella finestrella lì. E invece di notte un freddo incredibile perché era l’incontrario, di notte c’era freddo.

Poi anche la notte per trovare di allungare un po’ i piedi, trovare la posizione. Poi in quel pezzettino lì c’era gente anziana, cercava di resistere magari se aveva bisogno proprio dei bisogni fisiologici di farli di notte, perché è un po’ meno vergognoso, un po’ meno deplorevole che farli in faccia a tutti anche se la luce filtrava poco, ma di giorno ci vedevamo in faccia, invece di notte puoi farle scomparire.

Ma tra i corpi, tra gli odori e il resto puoi immaginarti.

D: Il treno si fermava ma le porte non si sono mai aperte?

R: Non si sono mai aperte.

D: E da bere e da mangiare?

R: Per bere e mangiare quando siamo partiti hanno messo una cassa, non so chi l’ha pagata, perché ce l’hanno fatta pagare quella cassa lì. Una cassa di mele sul mio vagone, perché sugli altri non so cosa ci fosse stato. Sul mio carro, no vagone. Sul mio carro bestiame l’hanno messa. E sono venute fuori due mele a testa, una o due mele a testa. Basta, quello lì è stato il nostro vitto e basta fino a Flossenbürg.

D: Una volta arrivati a Flossenbürg, dopo due giorni e due notti di viaggio, allora lì hanno aperto i vagoni.

R: Perché quella ferrovia terminava proprio a Flossenbürg; l’ultima stazioncina tedesca terminava a Flossenbürg. Arrivati a Flossenbürg basta, prima che il treno si fermava definitivamente si sentiva già urlare in tedesco. Ma l’abbaiare dei cani!

Lì albeggiava, era l’alba del 7 di settembre. Poi hanno aperto il vagone e ci hanno fatto saltare giù lì.

Naturalmente ognuno vedeva quell’altro com’era conciato, perché io non potevo specchiarmi. Vedendo i compagni, ognuno vedeva la faccia dell’altro. Lì ci hanno incolonnati per cinque e dopo quando siamo scesi tutti con il nostro bagaglio, io non avevo niente.

La stazioncina di Flossenbürg era proprio all’imbocco del paese, poi c’era una salita che sarà stata lunga 1,5 o 2 km, non so. Tutto il paese su quella strada lì e poi in cima c’era il campo. E sicché andando su, quando ci hanno messo per cinque, camminavamo verso il Lager, la prima cosa che mi ha scioccato, che ci avrà scioccato un po’ tutti, era la vista di questi zebrati.

Io vedevo già quei vestiti da galeotto con la testa rapata, con gli zoccoli silenziosi, magri. Io pensavo: “Ma qui è una colonia penale”, non so come i film che si vedevano quando ero ragazzo e cercavo di non pensare che dovevo finire in quel posto lì.

Siamo entrati e infatti la zebra era tutta sparsa per tutto il campo.

D: Lì avete attraversato il paese?

R: Tutto il paese, fino in cima. Perché adesso anche in cima dove c’è il campo ci sono delle villette. Invece prima c’erano solo le villette degli ufficiali delle SS e Flossenbürg era tutta quella strada lì con a parte quei cascinali, con la chiesetta protestante che c’è. Ci sono due chiesette mi sembra. E basta.

D: Gli abitanti del paese vi hanno visti?

R: Ci hanno visti, ma indifferenti proprio. Anche i bambini, niente, come fossero abituati forse a vedere questi passaggi.

E dopo circa quaranta giorni abbiamo rifatto quella strada ma tutti vestiti elegantemente con la zebra nuova, con gli zoccoli nuovi ai piedi senza più bagagli, senza più niente e l’abbiamo fatta per andare a …

D: L’ingresso del campo di Flossenbürg, quando siete arrivati, come te lo ricordi?

R: All’ingresso del campo di Flossenbürg c’è la Kommandantur che è una cosa impressionante. Adesso è bella pitturata dipinta. Metà è del comune e metà è una associazione di ex deportati.

Allora invece era tipo teutonico con quella specie di torre centrale lunga e vedendo proprio di facciata si entrava verso la nostra destra che c’era come una lingheretta, qualche cosa, come un ballatoio subito lì rialzato e lì c’erano già i cancelli che si aprivano e lì si entrava e ci contavano sempre per 5: 5,10,15, ecc. e intanto ci contavano. Si entrava non dal portone. Abbiamo girato indietro che era la piazza dell’appello, e lì chi aveva i bagagli li aveva depositati. Qui sto già parlando di Flossenbürg. Dopo un po’ è uscito un ufficiale e ha detto che adesso ci avrebbero chiamato per nome e che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo sentito il nostro nome e al momento che avremmo sentito il nostro nome avremmo dovuto rispondere “Qui”

Ecco dovevamo rispondere così. Infatti quando è arrivato il Gibillini Venanzio io risposi “Qui”. E siamo stati lì un po’, perché era mattina e quando siamo arrivati nel blocco che ci hanno assegnato era sera, diventava già buio.

Lì siamo stati circa una, due, tre ore, perché ci hanno abbandonato lì con un indifferenza totale. Però vedevo che dentro erano tutti di corsa, tutti silenziosi. Poi ci hanno portati allo spogliatoio sotto una tendopoli e lì ci hanno spogliati. Lì i nazisti hanno detto che ci dovevamo spogliare e consegnare tutto quello che avevamo: dalla fede alla catenina, una fotografia. Non dovevamo avere niente e tutto ci sarebbe stato restituito al momento opportuno.

Mi hanno fatto una specie di ricevuta con un pezzo di carta e poi me lo hanno stracciato proprio come presa in giro.

Io naturalmente non avevo niente e quando mi hanno tolto il vestito e la camicia che avevo su, io basta non avevo più niente da nascondere.

E lì c’è stata gente che ha cercato di salvare qualche cosa: una fede, una fotografia. Ho visto stracciare dei soldi di carta piuttosto che darli, ma se li pescavano li avrebbero uccisi senz’altro; li avrebbero uccisi a bastonate. E nei tubetti di dentifricio mettevano dentro la fede o la catenina, che poi in quell’ambiente lì non siamo più andati.

Dopo eravamo tutti nudi, un po’ grotteschi, perché noi allora avevamo diciannove, vent’anni anni ed eravamo i giovani. Ma c’era gente di quarantanove, cinquant’anni, c’era gente già con un po’ di pancetta un po’ di qualche cosa che andava un po’ storto insomma. E il nostro processo di spersonalizzazione lì cominciava già in pieno, perché quando un uomo è nudo davanti ad uno vestito con gli stivali e con in mano un frustino è già una nullità quello che è nudo e mantenersi davanti a quello lì.

D: Ma anche Padre Gianantonio era con voi?

R: Si, anche lui tutto nudo.

D: Quindi anche lui ha subito questo?

R: Tutto quel processo lì. E se c’era anche il Sommo Pontefice, tanto per dire, l’avrebbe subito anche lui. Cardinali, Prelati, alti Prelati li hanno subiti tutti.

Dopo averci denudato ci hanno portati al bagno. Il Wäscheraum c’erano due scalinate che scendevano in un seminterrato ed entrato nel primo locale seminterrato tutto piastrellato, tutto fatto bene. Naturalmente sui fianchi del Wäscheraum i primi colpi che ricevevi li ricevevi con il Gummi che era un tubo di gomma con dentro dei fili elettrici, ma esistevano anche a Dachau, esistevano dappertutto. E quello lì ti dava il colpo, ti intontiva senza lasciarti il livido quasi, perché la gomma era piena fuori, sicché era pesante. E qui ti pigiavano e quelli che pigiavano erano vestiti zebrati. I primi colpi non è che li ricevi in un posto talmente terribile, coraggio ragazzi qui dovete…. Qui niente, tutti picchiavano, tutti urlavano e non si capiva più niente.

Allora ci hanno messo dentro quel locale lì, prima c’era una preanticamera abbastanza grande tutta piastrellata e c’erano dei manifesti, dei poster proprio, delle gigantografie con il pidocchio che scritto in tutte le lingue diceva: “Difenditi da questo parassita che sarà la tua morte”.

Poi siamo entrati in profondità più avanti e c’erano dei traversini di legno con su il pavimento, le solite docce.

Prima ancora sono venuti i Friseur, i parrucchieri che erano tutti compiti che svolgevano gente aristocratica del campo. Perché lì il bifolco, il triviale, il duro acquistava valore in un Lager, invece il laureato, quello con gli occhiali con i denti d’oro veniva menato.

Lì ci hanno sbarbati un po’ dappertutto, ci hanno tolto i peli da tutte le parti. I capelli erano già tagliati da Bolzano e lì ce li hanno tagliati ancora. Poi ci hanno fatto la Strasse, con una macchinetta molto fine proprio una strada. La strada di Hitler, che partiva dalla fronte e finiva alla nuca. Poi ci hanno disinfettato con il petrolio, non so che cosa fosse lisoformio non credo, era un qualche cosa che bruciava enormemente perché tagliati i peli e barba dappertutto con quelli che ormai non erano più rasoi ma erano coltelli e tutti mezzi insanguinati e dopo ci hanno cacciati sotto le docce. Quando eravamo sotto le docce hanno aperto l’acqua calda così bollente che ti spelavi e acqua fredda che faceva contrasto. Penso che sia stata una cosa veloce, poi fuori. Arrivavano sempre colpi che si cercava di schivare perché il più impappinato, il più anziano li prendeva invece io avendo diciannove, vent’anni cercavo di schivarli.

E lì ci hanno fatto una visita medica, tutti nudi davanti ad uno che penso sia stato un dottore, un ufficiale medico con i suoi aguzzini intorno, si andava davanti ci guardava davanti, ci giravamo e ci guardava da dietro e poi un incaricato di quelli lì con la vestaglia bianca con una vernice rossa ci faceva una lettera sulla fronte: A, B, C; penso che sia stata una lettera. E lì era già una selezione che facevano per la forza lavoro e la forza non lavoro.

Dopo di quello ci hanno vestito. C’erano un mucchio di stracci della guerra ’15-’18 e non so ad uno capitava magari una cosa spaccata, rotta o scalcinata, ti buttavano lì una giacca e un paio di pantaloni e penso una camicia. Biancheria intima lì non esisteva più.

Naturalmente quando siamo stati vestiti per la sera ci hanno dato già il filo e qualcuno ci ha incaricato che quel filo doveva durare per diversi per attaccare il nostro numero di matricola che lì ero diventato il 21626 triangolo rosso. Politico perché nel Lager si distingueva il politico perché era la maggioranza di quasi tutti i Lager, che era il triangolo rosso. Poi c’era il triangolo verde che erano i signori del Lager, perché la maggior parte erano criminali, la maggior parte tedeschi che sapevano la lingua e più erano feroci e più facevano carriera.

E poi il Lager era formato da tutta una miriade di gente che girava intorno: gli addetti alla … , gli addetti ai bidoni, gli addetti alle latrine, gli scrivani, tutta una miriade di gente che organizzavano e riuscivano anche a mangiare qualche cosa di più di quelle miserrime razioni che davano via.

D: E poi ti hanno mandato in blocco.

R: E poi mi hanno mandato nel blocco. Nel blocco naturalmente dopo due giorni ormai era arrivato sera e cominciava già a diventare buio quando tutta questa cerimonia è durata un giorno, perché pensa che chi arrivava al mese di gennaio con il freddo con i 15-20 gradi, io sono arrivato a settembre, con i 15-20 gradi sotto zero tutta quella processione che abbiamo fatto noi loro la facevano all’aria aperta fuori nudi così delle ore sotto la neve, sotto all’acqua. Che poi lì a Flossenbürg erano 1000 metri, non so, è sempre stato freddo. E dopo mi hanno assegnato il blocco. Naturalmente nel blocco avevamo bisogno del gabinetto. Due giorni e due notti, ormai era al terzo giorno, e allora si doveva andare cinque, dieci persone alla volta alla latrina e poi ritornare indietro. I primi che vanno:”Eh che gabinetto!”. E allora siamo andati tutti anche per la curiosità di vedere questa latrina. E la latrina era un locale, mezzo blocco, un quarto di blocco, con due buche profonde in mezzo con delle tavole di legno per accomodarsi e tutto intorno c’erano dei lavandini sempre in legno con ad ogni vetro un rubinetto con “Vietato bere: acqua non potabile”. E sotto quei lavandini c’erano già i morti. Erano già accatastati sotto i lavandini in attesa perché il crematorio era sotto.

Sotto il blocco 23, il blocco 24, esisteva il crematorio. Che poi per andare giù nel crematorio c’era una scalinata che si andava giù con una trentina di gradini, non so di quanti metri. Però loro non li portavano giù con la barella. Sotto l’ultima garitta c’era un sottopassaggio con un vagoncino, caricavano i corpi decessi e scivolavano giù sul tetto del crematorio. Dal tetto del crematorio li scaraventavano proprio davanti all’ingresso e poi venivano bruciati. E quell’odore lì del crematorio stagnava tutto il giorno quando poi c’era la bassa pressione che pioveva, perché là in quaranta giorni che sono stato a Flossenbürg ho visto il sole non so se una volta e mezzo o due, il resto sempre freddo perché si andava verso ottobre.

D: Il numero del tuo blocco qual era?

R: Il mio blocco era il 23. Vicino al nostro blocco c’era il 24, che non era il Bunker, erano i terminali.

Quando uno non moriva allora via, veniva portato al 24. Al 24 venivano buttati là dentro e basta. Se aveva la forza di uscire a prendere la zuppa usciva, se no moriva lì con gli escrementi. E quando uno se la faceva addosso, tutti i Kapò dicevano: “Ah italiano sporcaccione!” Prendevano l’idrante e ti lavavano con quello per far vedere che noi eravamo degli sporcaccioni. Di conseguenza ti veniva la broncopolmonite e non morivi per la dissenteria ma per la broncopolmonite fulminante.

D: Ci racconti una giornata di Flossenbürg? La sveglia, cosa vi davano da mangiare.

R: A Flossembürg era molto terribile. Prima di tutto perché è stato anche l’impatto della deportazione, la prima settimana c’erano già morti due fratelli. Dopo dieci giorni, anche per il crepacuore, perché capivi che non potevi sopravvivere dentro lì. E’ stato considerato forse uno dei peggiori, per niente ripulito, venticinque legnate, venticinque frustate, un gabellino apposta per metterti lì. E poi se vedeva che ero un italiano amico, chiamava me per picchiare. Io picchiavo adagio andavo giù anche io finché usciva un russo o un polacco per non prender lui picchiavo forte. E quando picchiavano i Kapò te dovevi contare i colpi che ricevevi e loro addirittura si fermavano a riposare e a prendere fiato.

D: E da mangiare?

R: Da mangiare al mattino alle 4,00 d’estate, 4,30 dicono d’inverno, ma noi abbiamo sempre fatto quasi il mese di settembre e ottobre, c’era ………: 5, 10 minuti l’appello. Allora subito, perché l’appello ti uccideva. Fuori pioveva nevicava, tu sempre sugli attenti; quegli appelli lì erano terribili.

L’unico pregio che aveva era che era un po’ calda. Però io non so quante volte l’ho bevuta. Dopo verso le 11 ti davano la zuppa. In quel blocco lì eravamo circa in seiciento e non c’erano le gamelle per tutti; c’erano circa cinquanta, sessanta gamelle. Di conseguenza le gamelle continuavano a girare fino a che avevano servito tutti i deportati, tutto il blocco. Di conseguenza nessuno voleva entrare per primo, perché forse entrando per primo aveva la gamella pulita però pescava l’acqua perché il bidone fresco, 50 litri di roba se c’è qualche cosa di sostanza o pesante resta sul fondo e lui non mescolava, lui pescava l’acqua e ti dava l’acqua. Allora gli addetti a quello spingevano con il tubo di gomma per andare sotto. Poi l’affare girava fino a che arrivava l’ultimo che andava sotto. Ma l’ultimo poteva pescare il pezzo di ratto, un pezzo di carota, qualche cosa di sostanzioso. Questo alle 11,00. Poi si parlava alla sera. Di sera rientrando in blocco, chiamandoti per numero, che se non uscivi al tuo numero giusto le prendevi, perché dicevano che sabotavi e che prendevi la razione di un altro che non ti aspettava, e lì la sera c’era il pane che da sei è diventato in otto poi una fettina di pane tedesco fatta nel Lager, non so di che composizione fosse quel pane lì. E poi c’era o una fetta di margarina o un cucchiaio di marmellata o una fetta di salame.

Ogni tanto davano una fetta di salame, ma un salame gommoso proprio che lo masticavi ma tutto era buono da cacciare nello stomaco che non so di che cosa fosse stato fatto. E quello lì era la razione che ti aspettava al giorno.

Naturalmente durante il giorno quando non ci prendevano, perché lì eravamo in quarantena, perché qualche comando, cinquanta uomini con me, no uomini 50 pezzi, 50 Stück. Dicevano, per portare pietre alla cava ci lasciavano in pace e si parlava solamente: “Se andiamo a casa faccio fare da mia mamma la pastasciutta, lo spezzatino, il pane, il tonno”

D: E il lavoro invece?

R: Lì eravamo in quarantena perché sai i tedeschi organizzati, perché prima di contaminare quelli che erano già moribondi ti facevano fare la quarantena. Allora lì il lavoro consisteva nel portarti alla cava, sempre quei lavori di sterro, sempre con picconi, zappa e martello.

E lì c’erano degli affari da mettere sulla spalla come zaini in legno che avevano come appoggio una tavoletta o diverse tavolette dove tu mettevi la pietra, il masso e lo portavi. Tante volte penso che li facessero portare su e poi riportare giù, non so.

Comunque penso che tante cose le facessero fare proprio per demolire e lì sentivi proprio la mancanza. Io vedevo le nubi nel cielo che si spostavano e vedevo la libertà di un qualche cosa fisicamente che si spostava, il poter viaggiare, il poter spostarsi. E questi erano i lavori. Finita la quarantena a Flossenbürg già si parlava che per sopravvivere lì, perché nessuno rimaneva nel campo madre. Flossenbürg non so quanti campi satelliti aveva intorno. E l’unica sopravvivenza era di finire in un comando diciamo dolce, che faceva paura già a qualcuno anziano che abbiamo trovato dentro.

Il primo trasporto italiano è stato il nostro ma proveniva da altri campi. Ci hanno detto: “Cercate di difendervi dall’inverno, perché se arriva l’inverno che siete a Flossenbürg a portare le pietre non si salva più nessuno”. Allora gli ultimi tempi, ormai era l’ottobre del ’44, i tedeschi capivano che la guerra la perdevano, malgrado tutto, allora avevano bisogno di meccanici. E allora ci è arrivata la voce che dovevano fare un esame per vedere chi era meccanico.

Loro hanno fatto presto a fare l’esame. Nella piazza dell’appello hanno messo un tavolino con non so se era un ingegnere o un civile tedesco e lì siamo andati tutti uno ad uno davanti a questo ingegnere e lui aveva degli strumenti su questo tavolino che erano il calibro, la vite micrometrica, le punte elicoidali. Ha preso in mano un calibro e mi ha chiesto: “Quant’è?” Tanti millimetri tanti decimi. Poi ha preso in mano la vite micrometrica è mi ha detto:” Quanto?”. Poi ha preso due punte elicoidali mi ricordo: una affilata bene e l’altra invece da una parte affilata malamente e dall’altra non poteva più tagliare. E in principio che se uno ha fatto il meccanico… e chi ha indovinato quello lì penso che l’abbiano indovinato quasi tutti. Chi l’ha indovinata ci hanno mandato a Kottern, un sottocampo di Dachau. Però lì abbiamo cambiato matricola, abbiamo cambiato tutto. Perché ho abbandonato Flossenbürg con il 21626 e sono andato a Dachau e sono diventato il 116361. Questo era il mio nome a Dachau. E da Flossenbürg ci hanno mandato addirittura, ecco il viaggio che da Flossenbürg va a Kottern non me lo ricordo più. L’abbiamo fatto sul treno ma penso che non ci hanno neanche chiuso sul vagone, perché c’erano due SS seduti lì. Ci hanno tolto quegli stracci che al momento opportuno ci aveva dato al momento della doccia a Flossenbürg, ci hanno dato una zebra nuova, degli zoccoli nuovi e anche un cappello. E non so se il numero da Dachau ce l’hanno dato direttamente lì o se ce l’hanno dato a Kottern. Adesso questo non me lo ricordo più.

Di conseguenza dicono che il treno non si è fermato più neanche ad una stazione, si è fermato su una scarpata, e di lì ci hanno portato nel Lager. In quel Lager c’erano circa 2000 persone. Era un piccolo Lager rispetto agli altri, però il trattamento era sempre quel trattamento. In più però noi lavoravamo per la Messerschmitt in un capannone. Lavorare per la Messerschmitt era stata la mia fortuna penso, perché io ho schivato quasi tutto l’inverno, via che un quindici, venti giorni che ho fatto a trasportare delle lamiere con la slitta ghiacciata all’aperto, perché quei lavori ti decimavano completamente, invece lì facevo l’aggiustatore.

Dovevo, con delle dime, limare dei pezzi che poi li montavano E lì quando entravi le SS ti portavano alla porta, poi i Kapò ti portavano al posto di lavoro e poi entravano i Meister. I kapò non potevano più far niente al momento che entravano i Meister. I Meister erano dei civili che ci davano il lavoro. Man mano che questi Meister segnalavano che il tale non rendeva più venivano inviati ancora a Dachau e quando andavi a Dachau non so se facevi in tempo a fare un altro trasporto.

Se andavi a Dachau, perché non facendo più produzione perché eri deperito, la maggior parte di tutti noi, insomma dei duecento circa che abbiamo fatto la marcia di eliminazione ormai eravamo poche decine. Tutto il resto era tornato a Dachau.

D: E lì quante ore lavoravate?

R: Dodici ore di lavoro al giorno. Dodici ore per quindici giorni di notte e dodici ore per quindici giorni di giorno. E ogni quindici giorni ci cambiavano il turno e quella domenica lì ci lasciavano in libertà. Quella domenica lì si poteva scambiare qualche parola, andare a cercare qualche amico che poi magari scoprivi che era tornato a Dachau o era andato da qualche altra parte. Perché quando siamo tornati ci siamo detti dove eravamo finiti.

Noi eravamo NN: entrati nella notte e usciti nella nebbia. Si scompariva così. E voglio dirti un particolare. In quella fabbrica lì con me e con i Meister c’erano anche i militari. E c’era un ragazzo tedesco, un aviatore tedesco, che più o meno avrà avuto la mia età e io ho iniziato a lanciargli degli sguardi e lo vedevo bello pulito nella sua divisa che mangiava e che beveva. Lui mi guardava e forse io gli facevo compassione vestito da zebrato, affamato, pieno di pidocchi, e ha cominciato che quando beveva la birra ne avanzava sempre un pochino nella bottiglia e poi mi faceva un cenno come dire di andare lì a prendere la birra. E questa cerimonia è durata per un po’ di tempo, perché ha fatto tanti mesi anche lui lì. Quando facevo il turno di giorno lo incontravo. E un giorno, giudicandolo un buono, un dolce, non come un SS, un giorno ho osato. Vedevo che stava affettando il pane e lo mangiava con la marmellata e gli ho chiesto se me ne dava un pezzettino. Lui mi ha guardato e mi ha detto:”Nein”. Come dire: “Niente. Perché sei prigioniero? Sei un bandito? Sei un partigiano?” E con quello è cessata anche la cerimonia della birra. Perché forse io non dovevo chiedere, perché prima di tutto era pericoloso anche per lui, perché il tedesco, il nazista non considerava quegli atti, quei valori non li considerava. Se uno doveva morire doveva morire. Era una bocca in meno da dare da mangiare, anzi uno che non lavorava era inutile tenerlo in vita, doveva andare al crematorio.

E questa era la mentalità del nazista. E la compassione e quegli atti, perché se vedevi qualche atto che ti centrava, che ti toccava, qualche flash che vedevi perché qualche cosa che era il contrario della malvagità ti restava impresso. Perché io quel ragazzo lì quando vedevo che ha continuato per diversi giorni, forse per settimane a darmi la birra ho pensato che forse a cercargli un pezzetto di pane mi avrebbe dato anche quello. Invece il pane non me lo ha dato. O era poco anche per lui, comunque mi auguro che viva ancora e che sia al mondo e sia un uomo felice.

D: Lì a Kottern quanto tempo sei rimasto?

R: A Kottern sono rimasto tanto, sono rimasto un infinità. A Kottern non ce la facevo più. La Pasqua del ’45 era …… proprio, perché per entrare al Revier dovevi avere almeno 39 di temperatura, 39 di febbre. Se no non entravi al Revier. Mi hanno controllato la temperatura. Il Revier di Kottern era in miniatura, non era una baracca. Dove mi hanno messo era un tavolazzo tutto lungo su tutta la lunghezza della Stube che era in muro e uno vicino all’altro. E lì avevo la febbre. Naturalmente entrando al Revier perdevi tutto. Nudo con un camicione sempre a righe e mi hanno messo lì sul castello. E un infermiere, un deportato anche lui, un polacco, mi ha dato una pillola. Non so che pillola fosse, ma mi ha fatto cessare la febbre e basta mi hanno tolto dal Revier e sono tornato in fabbrica.

Ma gli ultimi giorni la fabbrica ormai bombardata una volta, due, tre è stata bombardata definitivamente. Allora ci adoperavano solamente per fare quei lavori sempre di sterro. Sulle massicciate delle ferrovie dove c’erano i binari divelti, dove c’erano i vagoni, case, macerie, tutti quei lavoracci lì, fino alla fine che al 25 aprile, alla mattina ormai c’era stato un appello in generale e solamente il comandante è rimasto. Lì ci hanno incolonnati, ci hanno permesso di prendere la nostra coperta.

Pioveva come Dio la mandava e con la coperta sulle spalle o sulla testa sottobosco, non nelle vie principali, e anche lì abbiamo camminato due giorni e due notti. Tanti dicono che ci hanno dato dei chicchi di grano; bevevamo l’acqua piovana perché il camminare ci ha provocato una sete terribile. Io non mi ricordo cosa ci hanno dato, questo particolare non me lo ricordo. Però l’hanno detto in due o tre e io ne prendo atto.

E così fino a che siamo arrivati a Fronten. Arrivati a Fronten, questo è quello che ho visto io, ho visto un razzo luminoso alzarsi.

Tornando indietro un passo, intanto che noi camminavamo, ci portavano sempre verso le ultime città tedesche e poi c’era l’Austria. Ci portavano verso l’interno, non so. Noi vedevamo tutta la ritirata dell’esercito tedesco che veniva contro di noi come marcia di direzione. Si vedeva proprio lo sfacimento. Siamo arrivati lì che era sera e ho visto un razzo luminoso alzarsi verso il cielo. In quel momento le SS che ci accompagnavano si sono fermate. Naturalmente la colonna era ormai tutta disordinata, perché man mano che restavi indietro sentivi gli spari e venivano seminati anche per la strada. Poi sono arrivati degli autocarri che si sono fermati e le SS sono andate su e sono filati via. I Kapò hanno cercato ancora di tenerci inquadrati e lì non si capiva più niente perché in quel momento c’era il caos più terribile. Poi i russi e i polacchi con la loro forza da spinta d’urto per cercare da mangiare non ci sono stati più né Kapò né mica Kapò. Lì lì sono andati a cercare tutti e i Kapò sono stati sopraffatti. Però come siamo entrati in paese i contadini asserragliati nelle loro case ci sparavano contro perché vedevano questa marea di zebrati affamati e le loro truppe tedesche che si allontanavano e questi qui che venivano avanti, allora ci sparavano. Allora io, Eugenio e un certo Bruno ci siamo messi sotto una tettoia fuori dalla strada provinciale, perché era un piccolo paese dove c’era solo quella strada lì, ci siamo messi lì e poi però la fame era più forte di noi e siamo andati a cercare da mangiare. E infatti siamo andati in un magazzino dove c’erano dei civili e non civili che si azzuffavano per prendere qualche cosa e abbiamo visto dei barattoli che nessuno li prendeva e allora piuttosto che niente ne abbiamo preso uno e lo abbiamo aperto e dentro c’erano i cetrioli sotto aceto. Ecco la prima cosa che ho mangiato è stata quella e così ha disinfettato tutto. Dopo però abbiamo preso un carrellino che una donna tedesca aveva già riempito di cibarie, scatolette di carne, abbiamo fatto la fuga e siamo andati ancora sotto quel cascinale dove eravamo prima e piovigginava ancora. Era il 27 aprile. E lì tra il cetriolo che abbiamo mangiato, tra una scatoletta di carne, siamo crollati tutti e tre e ci siamo impappinati lì che se tornavano le SS ci facevano fuori tutti. Alla mattina invece c’era un’alba stupenda, c’era un sole che annunciava proprio la libertà. E’ uscito il contadino con tre caraffe di latte appena munto e ce le ha date. In quel momento non avevamo ancora visto le truppe alleate, invece dopo un po’ hanno cominciato a passare i carri armati e i camion che andavano in su più o meno dove andavamo noi a piedi, verso l’Austria e sono passati per tutto il giorno.

Io ho visto che tutti i veicoli portavano la stella bianca e allora ho chiesto al contadino :”Chi sono?” E lui ha detto che non erano russi ma americani. E quindi al mattino abbiamo capito realmente che eravamo liberi.

D: E dopo per tornare in Italia?

R: Gli zebrati alcuni sono ritornati a piedi, alcuni sono ritornati in Dachau, alcuni sono andati verso la Svizzera: Ferruccio Belli, Magenis sono andati verso la Svizzera e in Svizzera li hanno messi ancora nei campi di concentramento per fare la quarantena. Era un campo di concentramento bello ma erano ancora chiusi lì dentro. Invece io, Eugenio Esposito e Bruno Donelli siamo sempre rimasti insieme. Allora siamo andati verso l’Italia e siamo entrati in Austria in una cittadella del Tirolo e la differenza vedevi che le bandiere bianche della resa le vedevi dove eravamo stati liberati e invece come siamo entrati in Austria c’era la sua bandiera nazionale rossa e bianca, purché si definivano anche loro invasi dai nazisti. Però dico una cosa, perché i nazisti negli ultimi giorni ci hanno fatto fare quelle marce lì che hanno seminato tantissime persone. Sono partiti in 14000 e sono arrivati in 1000-1500 persone, seminati tutti per la strada. Quella è stata l’ultima carneficina inutile da fare fino al momento che sono arrivati gli americani, fino a che non hanno visto i carri armati americani hanno continuato a punirci e ad ucciderci.

D: E poi in Italia però da dove sei entrato?

R: In Italia sono entrato da Bolzano.

D: Dal Brennero?

R: Dal Brennero. Io avevo organizzato uno zainetto, avevo tolto la zebra e invece Eugenio l’aveva portata a casa, mi sono pentito perché potevo almeno tenere il triangolo; l’unica cosa che ho portato a casa è il cucchiaio. Perché noi eravamo dei barboni, avevamo il cucchiaio e la gamella con un pezzo di corda attaccato all’altra corda che faceva da cintura. Gli americani con la camionetta in quindici persone con quindici zaini ci hanno portato a Bolzano. Lì siamo andati all’ospedale di Bolzano e ci ha preso in mano la Croce Rossa e dopo con il camion del Comitato di Liberazione di Cernusco sul Naviglio siamo partiti da Bolzano e siamo arrivati a Milano.

D: Quando sei arrivato a Bolzano c’era un comitato di assistenza?

R: Sì c’era qualche cosa, ma non come forse ci doveva essere. A parte che rientravano dalla Germania di tutte le qualità: rientravano i lavoratori liberi, rastrellati. Non tutti erano dei campi di eliminazione. Io ero nei campi di eliminazione ma c’era gente che era là a lavorare. In Austria siamo finiti in un asilo ospite; eravamo occupati dentro in un asilo austriaco in una bellissima cittadella di montagna. E lì ci hanno dato la tessera. Invece quando siamo arrivati a Bolzano ci hanno fatto una visita medica sommaria e a Bolzano abbiamo iniziato a vedere gente con le fotografie che cercavano i loro parenti e che chiedevano da dove venivamo e se avevamo visto i loro parenti. E penso che l’amico Esposito ha saputo della fine di suo padre che è stato fucilato in Piazzale Loreto, malgrado lui l’avesse sospettato, però la conferma l’ha avuta a Bolzano proprio al ritorno di quei quindici fucilati in Piazzale Loreto che poi sono stati tirati su per le gambe dai nazisti.

D: Lì a Bolzano ti hanno fatto un certificato di rientro?

R: No a Bolzano non me lo hanno fatto, però me lo hanno fatto a Milano. Ce l’aveva anche Eugenio, me lo hanno fatto in Porta Vittoria. Era un tesserino rosso dove c’era scritto proveniente da Dachau.

D: Quindi te lo hanno fatto lì a Milano.

R: A Milano all’ex sindacato fascista.

Folgarait Riccardo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Allora Riccardo: cominciamo dall’8 settembre del ’43. Piu’ o meno quanti anni avevi in quell’epoca?

R: Adesso facciamo un piccolo calcolo: avevo circa vent’anni o ventuno.

D: Che cosa facevi?

R: Prima? Ero in Finanza.

D: Alla Guardia di Finanza? In ferma?

R: No, no perché ero ancora … Si doveva fare la ferma, non l’avevo ancora terminata. L’8 settembre io sono scappato dalla Jugoslavia, mi hanno preso in Jugoslavia, e dopo con quel sistema lì sono arrivato a Trento. Era obbligatorio, allora, o che si andava a lavorare per la Todt o che si era alla Polizia Trentina.

Un giorno è morta una zia a Rovereto ed io sono andato al funerale però ho preso la corriera per ritornare un’altra volta a Trento. E’ passata in viale Rosmini la colonna della Wermacht la quale era ferma però, ho chiesto un passaggio e son salito sul camion. Quando sono sceso in piazza Venezia qua a Trento mi si presentano due persone e mi chiedono i documenti: era il Commissario della Gestapo col subalterno.

Allora io mostro i documenti e mi dice: “Lei è della classe del ’21, cosa fa?” “Lavoro alla Caproni” Perché lì o si era obbligati o lavorare o andare con loro.

Dice: “Va bene allora venga con noi”. Alla Caproni c’era mio fratello che lavorava, ecco perché mi è venuto in mente la Caproni. Salendo gli scalini di via Brigata Acqui, della Villa della Gestapo, ha telefonato. No, però logico io alla Caproni non lavoravo, allora ha incominciato a prendermi a schiaffi. Quando è arrivato al terzo, era un omone grande, aveva delle manacce, dico: “Guardi mi dica cosa vuole”, perché non mi rendevo conto di cosa volesse.

Rispose: “Lei è un partigiano?” “Mi sogno?” “Va bene”. Ad ogni modo mi ha preso e mi ha portato in carcere qua in via Brigata Acqui, in carcere di Trento. Lì sono rimasto venti giorni.

Era d’inverno, gennaio o febbraio, dopo ci hanno caricati io, il Dr. Pettinella, insomma, diversi che sono venuti a finire in campo con noi e ci hanno portato al campo di concentramento di Bolzano.

D: Aspetta: Quando eri qui nel carcere di Trento hai potuto comunicare con i tuoi, la tua famiglia? Sapevano niente?

R: Mi sembra che mi abbiano lasciato fare una telefonata; mi sembra. Non mi ricordo con precisione ad ogni modo.

D: Ti hanno dato un numero di matricola? D’iscrizione?

R:. Sì, 8084. Al campo.

D: No ancora a Trento, là in carcere.

R: No, no. Ero dentro con la gente comune insomma.

D: Ecco. Sempre qui a Trento: dopo quei primi schiaffoni ti hanno fatto degli altri interrogatori?

R: No, sono andati a farmi una perquisizione a casa, ma non hanno trovato niente, però per loro ero un partigiano.

D: Quindi sei stato arrestato con la denuncia di essere partigiano?

R:. Sì, sì appunto una cosa del genere.

D: Ma interrogatori non te li hanno più fatti?

R: No, no, no. Mi sembra di no.

D: Processo non te l’hanno fatto?

R: No, no, no.

D: Ti hanno messo in carcere e basta.

R: Bravo!

D: Ma anche dentro in cella o in isolamento?

R: In cella. Eravamo una ventina di persone, una ventina, quelle che ci stavano insomma.

D: Giovani o anche persone più anziane di te?

R: Ma no, più o meno, sì, sì più anziane logicamente perché il Dr. Pettinella, Pettinella si chiamava era il direttore della ZOI e dopo, beh adesso non mi vengono in mente i nomi.

D: Anche donne o solo uomini?

R: No, no tutti maschi.

D: Sacerdoti magari preti? Qua in carcere come prigionieri c’erano dei preti?

R: No io non l’ho conosciuto, ma c’era un certo, di Casteltesino un certo… che poi l’ho conosciuto lassù al campo però io non l’ho visto. Eravamo dentro oltre mille persone al campo: mica una persona sola. Insomma mi hanno portato là.

D: Con cosa ti hanno portato?

R: Con il camion, il camion legati uno all’altro, con le manette uno con l’altro. Ero legato a Pettinella mi sembra. Era freddo perché era sottozero, forse. Ci hanno portato al campo, all’ingresso, ci hanno lasciato dalla mattina fino alle due, le tre del pomeriggio sempre in piedi, non si poteva, legati al muro, all’ingresso del campo, proprio. Dopo ci hanno portato dentro, mi hanno assegnato la mia branda. La branda era un lettino a castello per due persone e tutto lì. Mi hanno dato la matricola 8084 e lì e incominciato l’odissea…

D: Ti hanno spogliato?

R: Ma no, non mi hanno spogliato, ma a tanti non hanno dato una divisa da carcerato, lì non l’aveva quasi nessuno. Nessuno direi anzi.

D: Quindi avevi i tuoi abiti civili?

R: Sì, sì, abiti civili.

D: E hai cucito sugli abiti civili il tuo numero di matricola?

R: No non l’avevo sull’abito: Io ho ancora il triangolo. Insomma il triangolo rosso vuol dire politico, ma io di politica francamente non mi sono mai interessato. Ecco come dicevo prima: l’adunata di mattina alle cinque, freddo o non freddo, oh Madonna! Ci si può immaginare, ci distribuivano ‘sta broda d’acqua calda poi si rientrava in blocco.

Alle volte, a me è successo una o due volte, c’era una catasta di legna, di assi, 4 metri di lunghezza, in cima al campo e si doveva portare in fondo in due persone. Quando era accatastata si doveva riprendere e riportare un’altra volta verso…. fino a che veniva la sera.

Quando si rientrava al campo ho conosciuto il dr. Pasqualini di Casteltesino, che era l’interprete del campo, faceva l’interprete e tramite lui mi ha mandato in lavanderia. Allora sono andato in lavanderia e lì ho conosciuto il Conte Wolfgang Stein di Casteldublino, il quale aveva sempre il raffreddore. Allora mi dava i fazzoletti ed erano persone abbastanza importanti perché uno era l’interprete e l’altro aveva mansioni nel campo abbastanza elevate insomma un po’ su, no, io parlo di mille persone. Allora io gli preparavo sempre i fazzoletti lavati e stirati per la sera e mi ha preso in simpatia: ecco perché dicevo prima che per me non è stato così pesante come per altri.

Ah, premetto questo: prima di andare in lavanderia allora ci distribuivano una pagnotta al giorno e io avevo fame, avevo vent’anni o ventidue, e allora io sono andato volontario a scavare le bombe sul Virgolo, più o meno dove cadevano la notte perché c’era il Pippo, il famoso Pippo, che veniva sempre alla notte, dopo vi racconto un altro particolare del campo sempre. Si andava a scavare queste bombe, cioè si individuava dov’era la profondità, dopo subentrava l’artificiere che le disinnescava e si rientrava al campo, soltanto che, con la pagnotta di supplemento, vent’anni che avevo, e lavorando la fame aumentava, insomma io avevo sempre fame, la notte mi sognavo piramidi di panini.

D: A mezzogiorno non vi davano da mangiare?

R: Ah, la sera la minestra, alle cinque mi pare o alle quattro quando che l’era.

D: Basta?

R: A mezzogiorno mi davano la famosa pagnotta di supplemento che l’avevo già mangiata praticamente.

D: A piombo, a piombo però?

R: A piombo sì, sì. Ah beh, che cosa pretendeva che fosse un panino? No beh è tutto lì. E dopo allora tornando, ho conosciuto ‘sto Conte Wolfgang Stein, gli lavavo i fazzoletti tramite… insomma aveva preso una buona cosa, allora avevo dopo conosciuto l’amante del comandante, una certa Renata mi sembra, beh adesso mi sfugge un po’ il nome.

D: Il comandante si chiamava?

R: Ah non me lo ricordo no… Allora avevo accesso al comando. Se aveva bisogno mi mandava a chiamare allora andavo a fare il the, andavo nelle loro cucine e ogni volta si presentava l’occasione logicamente no, no, io grattavo qualcosa, eh insomma fame, fame.

Posso raccontare un particolare? Allora un giorno è venuto un ufficiale della Wermacht o chi per essa delle SS e dovevo offrirgli il the, allora mi manda a chiamare e mi dice: “Va a farmi il the”. No ma è un paradosso, eh! Allora lì vicino a me quando sono andato in cucina per preparare ‘sto the hanno aperto, il cuoco era un ebreo, ha aperto una scatola di sgombri, e dopo si è girato no… io girarmi prendere gli sgombri, infilarli nella teiera e correre in blocco. Mi sembrava di essere Babbo Natale quando entravo la sera io e rovesciare questi sgombri nella ciotola e rientrare lì, e lava, lava, lava. Però l’odore dello sgombro, eh la Madonna!

Continuavo ad indugiare però praticamente non arrivavo alla fine finché è arrivata ‘sta Renata: “Riccardo cosa fai?” “Ma Renata!” E ho raccontata la storia che ho raccontato adesso.

Beh ma questa era italiana, era di giù, di Bassano, da quelle parti lì, “Disgraziato! E cosa fai?” “Insomma Renata” dico, “cosa vuoi che ti dica, io ormai l’ho fatto!” Dico: “Se faccio il the saprà di sgombro, eh eh!” Non mi ricordo la fine dopo, non me la ricordo proprio. So che mi ha salvato insomma. Eh sì, perché sennò lì era tremendo.

Ora tornando a bomba al Pippo, un giorno ha bombardato il campo, è caduta una bomba all’esterno del muro e ha fatto un bel buco. Lì si stava per infilarsi per scappare no, che dopo però invece gli altri dalle torrette si sono accorti e logicamente non è successo niente: siamo rientrati. Poi la vita normale era quella insomma che Le dicevo prima: io andavo in lavanderia, lavavo la roba, rientravo in blocco. Avevo tentato anche di scappare. Un bel particolare questo: allora la lavanderia era fatta a due piani: sopra c’erano delle assi lunghe quattro metri; la distanza dalla lavanderia al muro di cinta, però era quasi sotto la torretta della guardia, che era 3 metri o 2 metri e mezzo. Allora ho svitato un’asse, l’ho preparata con una gru che ho racimolato da qualche parte, l’ho messa a posto. Dico: “La sera invece di rientrare in blocco io mi nascondo qua” e avevo intenzione di tentare la fuga insomma. Aprivo le finestre prendevo l’asse senza far rumore, con la carrucola con uno spago che andava su perché se no come si fa a buttare fuori un asse. L’appoggiavo sul muro e allora andava; però c’era il rischio che c’era sempre la guardia.

Insomma mi è andata buca. Dopo non lo l’ho fatto sennò io dal campo sarei scappato…Ah! Che mi ha trattenuto è stato questo: perché era fuggita altra gente, avevano tentato la fuga però cosa facevano: venivano a casa, sono andati a casa di ‘sta gente e prelevavano i genitori. Ecco cosa che mi ha trattenuto di tentare la fuga. Dopo tutto sommato….

D: Riccardo, allora il tuo numero di Bolzano era ottomila…

R: 8084

D: E il blocco qual era?

R: L’A, blocco A.

D: Ti ricordi il capoblocco come si chiamava?

R: Era uno di Milano… non me lo ricordo no. C’era dentro il sindaco di Milano ma non mi ricordo il nome. Me lo ricordavo fino a ieri ma oggi…

D: Virginio Ferrari

R: Ah Madonna, Ferrari, giusto. Brava!

D: E questo nome ti dice qualcosa : Luigi Novello. Gigi Novello?

R: No.

D: La Cicci.

R: No.

D: Cicci è una donna piccolina, bionda.

R: No.

D: Quest’altro nome. La Tigre?

R: La Tigre certo che me lo ricordo: era… anzi, Le porto un altro particolare: i mastini del campo che noi chiamavamo i Mastini erano due ucraini…

D: Come si chiamavano?

R: Ah beh, come si chiamavano non so, mi auguravo di non aver contatto con loro perché di notte si sentivano le grida dal blocco… beh il blocco non mi ricordo il nome…

D: Blocco Celle forse?

R: Dove c’erano le celle insomma . La notte con quel freddo che faceva, prendevano i mastelli d’acqua, li rovesciavano addosso a queste povere persone e insomma sono morti di polmonite e botte, botte che ce ne erano…roba… si sentiva. Il blocco A era vicino e si sentivano le grida. Pazzi erano, pazzi, pazzi.

D: Ed erano due ucraini?

R: Due ucraini erano.

D: Questi nomi ti dicono qualcosa? Otto.

R: Può darsi, sì.

D: E Misha?

R: Può darsi. Otto, Otto, può darsi, sì, però non me lo ricorderei, a metterli a fuoco proprio bene, non me lo ricordo.

D: Erano giovani?

R: Sì avranno avuto trent’anni non di più, forse anche di meno ma proprio io non ho mai avuto a che fare con loro. Aspetta c’è un altro particolare. Credo… quello degli sgombri l’ho raccontato. Io alla sera quando rientravo perché andando giù dove…..

D: Al Virgolo?

R: No … lì no, prendevo solo la pagnotta, ma dopo che sono andato in lavanderia e che avevo libero accesso, libero accesso quando mi chiamava per fare il the, quelle cose lì, c’era sempre qualcosa da grattare e allora mettevo nella giacca, qua, là, quando entravo in blocco vedevo la gente così attorno e distribuivo quello che ero riuscito a racimolare. Mi sembrava di essere Babbo Natale.

D: Lo dividevi con gli altri?

R: E beh, logico no? Io praticamente, come per il mangiare dopo che sono andato in lavanderia e compagnia, o il panino nella sua cucina o questa Renata me lo rifilava lei, mi dava qualcosa. Insomma, tutto sommato non ho patito la fame.

D: Riccardo, in lavanderia, ti ricordi il nome di uno che lavorava in lavanderia?

R: Eh no, no.

D: Spreafico. Ti dice qualcosa questo nome?

R: No.

D: Edgardo Spreafico?

R: No, guarda no…

D: Eravate in tanti in questa lavanderia?

R: No, eravamo cinque persone, neanche,forse quattro, però anche quello mi è difficile metterlo a fuoco, ma non eravamo tanti no, ma si lavava la loro roba di questo Conte Wolfgang Stein di Pasqualini, poi non so…

D: Ascolta: prima parlavi di un sacerdote.

R: Quello non me lo ricordo. Si chiama…

D: Don Narciso Sordo.

R: E’ di Casteltesino ad ogni modo, mi sembra.

D: Don Narciso Sordo.

R: Sordo, bravo, sì Sordo certo, certo… dopo là ho conosciuto, amnesia…c’era un ‘altro di Casteltesino dentro con me…

D: Don Guzzato.

R: Brava, certo.

D: E quest’altro sacerdote: Don Girardi, l’hai mai sentito?

R: No.

D. E Don Daniele Longhi?

R: Neanche.

D: Mai sentito?

R: No.

D: Vicino al blocco A c’era anche il blocco delle donne?

R: Era il blocco E ma era di sotto: fra il blocco A e blocco C che era dei pericolosi, poi veniva il blocco E.

D: E ce n’erano tante di donne?

R: Eh beh era pieno… non so dirle con precisione adesso ma per essercene centocinquanta persone era come ridere.

D: Ascolta: quando tu uscivi dal campo per andare al Virgolo in quanti uscivate?

R: In cinque o sei persone.

D: E vi portavano al Virgolo come?

R: A piedi sono andato più di una volta ma non fino al Virgolo, sono andato per altri parti, però al Virgolo ci portavano col camion mi sembra, mi sembra non sono troppo sicuro però.

D: Quindi andavate da altre parti a prendere le bombe?

R: Oh la Madonna! Ne hanno buttato di bombe lì a Bolzano sì, sì tante per quello! Un particolare per dare un esempio. Quando eravamo in cella a Trento, quei venti giorni, hanno bombardato la ferrovia di Trento e abbiamo recuperato una bomba che sarebbe stata di 2 quintali. Enorme, proprio sul ponte, sul cavalcavia. Abbiamo attaccato uno spago e mi ricordo sempre il fuggi-fuggi della gente perché noi la tiravamo lungo…per filo del marciapiede ecco ‘sta bomba l’abbiamo tirata fino in fondo. Poi lì l’hanno caricata non mi ricordo più.

D: Ascolta quando tu sei rimasto dentro nel campo, quando eri dentro nel campo, hai visto atti di violenza?

R: No, per sentito dire sì ma che li abbia visti di persona no però. Allora c’è stato uno che ha tentato la fuga: un bell’uomo grande e dopo l’hanno preso. E’ stato tutto il giorno lungo quella famosa parete, il muro dove ho detto che sono stato anch’io fino alle due, tre, in piedi, se si accasciava doveva rialzarsi e dopo uno gli ha rotto la testa con un mastello, un secchio ma di legno, loro lo chiamano mastello, gliel’ha spaccato sulla testa e l’ha ucciso insomma. E’ morto. Me lo hanno detto. Io non l’ho visto però è stato ucciso con questo mastello.

D: Voi quando eravate nel campo, potevate scrivere a casa?

R: No.

D: E potevate ricevere…

R: Si! Si poteva ricevere i pacchi, però i pacchi prima passavano da lassù! Allora prima portavano via tutto quello che interessava loro. E dopo ecco perché alle volte io avevo della roba da portare in blocco, perché ‘sta Renata mi metteva da parte qualcosa e allora…..

D: Ti ricordi se nel campo c’era anche un’infermeria?

R: Certo che c’era un’infermeria! Aspetti un attimo. Era di fronte proprio al blocco A, al centro del campo. C’era l’infermeria.

D: Tu non sei mai andato in infermeria?

R: Sì me la ricordo molto bene però che io ci sia mai andato per qualcosa di personale non penso.

D: Non ti sei mai ammalato?

R: Ah … no… no…no….

D: Per fortuna no.

R: Per fortuna no, perchè lì non c’era da curarsi eh…!

D: La Ada Buffolini te la ricordi?

R:No guarda… cinquant’anni fa…. Non è mica facile!

D: Laura Conti?

R: No, ma delle donne io conoscevo ‘sta Ginevra che abita qua ma non è che si avesse libero accesso, a piacimento suo, so che sono entrato una volta o due per tutto il periodo di otto mesi, sei mesi che sono stato dentro io…

D: Nel campo?

R: Sì.

D: No. Da febbraio a maggio.

R: A maggio sì, perché il campo l’hanno vuotato caricandoci su dei camion allora a venti, trenta persone. A me mi hanno portato a Salorno per darvi un esempio, venti o trenta persone le portavano a Merano, altri… siamo stati sparpagliati per tutta la zona di Bolzano insomma, ecco. Perché se no, l’intenzione era di fare una rivolta. Volevamo, e sì perché eravamo in tanti, però loro sono stati più furbi di noi, e hanno vuotato il campo insomma in quel modo lì.

D: Ecco, ma questo quando è avvenuto?

R: Eh…cosa è stato lì, quando? Alla fine della guerra insomma.

D: Alla fine di aprile.

R: Di aprile, più o meno sì.

D: E questi camion erano guidati da chi?

R: Da tedeschi, da loro.

D: Ti hanno anche rilasciato il certificato…

R: Sì. Ce l’ho a casa. Eh Madonna, gli ho fatto un quadro. Eh eh, eh.

D: Ascolta….

R: Vuole che….. Me lo ricordo ancora, che c’è su :”Il presente documento deve avere l’attenzione di tutte le autorità…” Una roba del genere.

D: E da chi è firmato quel documento lì?

R: Eh…. Ce l’ho io a casa ma non …..

D: Dal comandante del campo era firmato?

R: Mah, gli direi una fesseria. Non lo so. So che è firmato, ad ogni modo. C’ho il mio triangolo rosso.

D: Ascolta… Con te altre venti, trenta persone le hanno fatte salire….

R: Sul camion, e ci hanno portato fino a Salorno. Io da Salorno a Trento sono venuto a piedi.

D: E poi cosa vi hanno detto: “Via, siete liberi?”

R: Sì, “Giù, giù, giù, giù” .Ci hanno buttato giù dal camion, insomma. Dopo tutto il periodo che si era dentro non servivano tanti “Giù, giù”, no. Io sono venuto fino a Trento a piedi.

D: Questo nome ti dice qualcosa: Edgardo Sogno? Non ti dice niente questo nome? E Gervasio Massetti?

R: No.

D: O Milanesi Carlo?

R: Ma ce ne erano tanti di milanesi perché c’era chi veniva da Fossoli, chi veniva di qua, di là…No io non me lo ricordo questo nome qua, no…

D: Ma ce n’erano di ebrei nel blocco A?

R: Non penso no…almeno …non mi ricordo! Nel blocco A eravamo sempre dentro un centinaio di persone e conoscerle tutte non era… almeno a distanza di tempo perché se Lei mi dicesse Marietto per esempio, mi è venuto in mente perché me l’ha detto Lei adesso benché ci troviamo ogni tanto però sono passai cinquant’anni, mica ieri no?

D: Ascolta: cosa è successo, se ti ricordi, nel giorno di Pasqua del ’45?

R: Ma non mi ricordo neanche che era Pasqua io.

D: Era il 15 aprile del ’45.

R: Può darsi: non mi ricordo niente io.

D: La Messa. Una Messa.

R: Ah non me ricordo io.

D: Non ti ricordi una Messa fatta nella piazza dell’appello del campo?

R: No, no, non me lo ricordo più.

D. Non te lo ricordi…

R: No…no non me le ricordo

D: Ascolta un’altra cosa: Il campo…

R: Sì è rettangolare…

D: E c’era la recinzione in muro…

R: Sì. Il muro intorno, intorno si.

D: Sopra il muro c’erano dei reticolati?

R: Reticolati. Almeno aspetti che penso… mi sembra di sì….No perché se c’erano dei reticolati come facevo io a passarlo?… No allora non c’era il reticolato.

D: E c’erano però le torrette?

R: Le torrette… ce n’erano una, due, saranno state quattro come minimo. Bene. Due me le ricordo.

D: E di che cosa erano fatte? Di muro?

R: No, no, di legno. Di legno.

D: Vicino al campo, fuori però dalla recinzione del campo…

R: Era campagna…

D: E c’erano anche delle officine?

R: Ah, no ma questo non lo so. So che dalla lavanderia, dove volevo scappare io, era campagna. Dopo se c’erano delle officine non lo so.

D: Ma non c’erano deportati che andavano a lavorare?

R: Ah, uscivano dal campo tanti alla mattina quando facevano l’appello che loro non chiamavano, il numero diceva: si usciva in diversi. Un particolare: quando che c’era il trasferimento a Mauthausen, a Buchenwald ogni quindici o venti giorni che li portavano sul treno. Allora in infermeria avevano procurato delle seghe perché volevano scappare. Tagliavano le assi del vagone, si calavano giù, almeno probabilmente quando si fermava perché quando andava penso di no, e dopo si sono accorti però. Però è successo diverse volte che insomma sono scappati.

D: Ascolta. Quando tu uscivi per andare a disseppellire le bombe, che uscivate a piedi dal campo…

R: Ma una volta o due siamo usciti a piedi perché era vicino perché sennò se si andava al Virgolo, eh no, ci caricavano sul camion.

D: Quando uscivate a piedi, vedevi la gente di Bolzano? Le persone?

R: Eh ma non si passava mica nella città. Io sono sempre andato in periferia più o meno. E avrò ben visto qualcuno ma non me lo ricordo questo. Anche su al Virgolo quella volta che siamo andati in campagna, avrò ben visto qualche contadino non mi ricordo questo però…

D: Ecco a proposito del Virgolo: tu prima ci raccontavi un particolare…

R: Quello lì della bomba? E quello lì. Allora ci hanno prelevato, eravamo in cinque, sei, come al solito, per andare a scavare le bombe e ci hanno portato in aperta campagna. Lì mi hanno fatto scavare una fossa, però generalmente le bombe andavano giù un metro, si trovavano subito insomma, quella volta lì siamo andati in profondo, siamo andati giù un metro e mezzo o anche due forse e allora faccio a quello che ho vicino, non mi chieda il nome perché non me lo ricordo, dico: “Guarda che qua ci fanno la festa! Qua ci fanno scavare la fossa e dopo col mitra ci ammazzano e ci buttano dentro!” Risponde: “Lo penso anch’io perché qua bombe non ce n’è”. E non c’era neanche il segno di sopra però. Si vede che scendendo io, era più sabbioso, l’avrò coperto. Allora io gli dico: “Ascolta! La pala… io riempio la pala di terra la butto addosso, tu salta addosso a quell’altro perché qua, se morire bisogna morire! Se va bene…” Mentre proponevo questa cosa qua lui con la vanga, con la pala lui ha trovato una roba dura, c’era la bomba! Se però non sentiva in quell’attimo lì il duro del coso, succedeva quel che succedeva.

Con ogni probabilità io non ero qui a raccontare perché loro erano armati. Fisicamente cosa si può fare contro! Ad ogni modo è andata bene: abbiamo trovato la bomba, bella grossa, è subentrato l’artificiere, l’ha disinnescata e morta lì; poi ci hanno portato in campo.

D: Ma l’artificiere era un prigioniero come voi o?

R: No, era uno di loro, sì… sì.

D: Vedo che facevate il lavoro proprio di vanga oppure?

R: Noi dovevamo dissotterrarla, cioè liberarla dalla terra, poi subentrava lui che sapeva come fare, svitava, la disinnescava insomma.

D: Quindi durante il tuo periodo… finisci…

R: Ah no, penso che era un tedesco…. Era un tedesco perché non era uno del campo insomma.

D: Durante il tuo periodo che sei rimasto lì al campo a Bolzano tu sei stato impegnato prima nel raccogliere le bombe e poi in lavanderia?

R: E dopo in lavanderia si, e dopo ho conosciuto ‘sto Conte:il Conte Wolfgang Stein era una brava persona.

D: E perché era stato preso questo?

R: Ma sempre anche lui per motivi, si presume, politici. Si presume non so se… Invece il Pasqualini era l’interprete, cioè fra tedesco e italiano.

D: Ecco: che tu ricordi nel campo c’era uno spaccio dove voi potevate andare a comperare …

R: Macchè! No… non c’era. Lo spaccio! A parte tutto che di soldi non ce n’era ma ad ogni modo no, non c’era.

D: Non avevi mai visto quei soldi da 1 lira, da 2 lire, da 5 lire del campo?

R: Io no.

D: Mai visti?

R: No, no, non li ho mai visti io.

D: E se tu ti ricordi: c’era qualcuno che entrava con un camion a vendere le mele?

R: Oh mai visti. Ma sì anche quello è una novità!

D: No, mai visto. Mai visto. Questi nomi ti dicono qualcosa: Titho e Haage?

R: Vede fino a….

D: Colonia?

R: Eh.

D: Colonia?

R: No, è che mi ricordo molto bene il nome della Tigre quello sì… dei due ucraini sì ma degli altri…

D: Ma perché l’avete chiamata Tigre?

R: Oh … seviziava le donne in numero tremendo! Almeno come raccontavano loro. Era cattiva insomma perché per dare le botte era come ridere insomma.

D: Basta che menava, dava botte….

R: Ah, la menava a tutto spiano. Insomma se l’hanno soprannominata Tigre, io non ho mai avuto a che fare, però c’è un perché! I due ucraini quelli me li ricordo perché erano vicini al blocco A, però erano piccoletti, tarchiati. So che menavano a tutto spiano quelli… Lì c’era gente che aveva commesso delle infrazioni nei riguardi di loro, non so, magari risposto male,o qualcosa avranno fatto. Ah lì non c’era mica da sgarrare tanto così! Li portavano lì e lì avevano fatto anche i forni crematori se non erro: stavano costruendoli insomma. Non sono mai entrati in funzione, però stavano costruendoli.

D: Ascolta: la liberazione, da Salorn cioè prima di essere caricato sul camion, chi è che vi ha detto a Voi che eravate liberi nel campo?

R: Hanno fatto l’adunata alla mattina fuori nel coro allora hanno chiamato i numeri: tot..tot..tot.. Logicamente su Radio Campo noi sapevamo che ci portavano.. No, noi si presumeva… Le ho detto che si voleva fare una rivolta perché praticamente c’era il fuggi-fuggi generale dell’esercito che andava fuori e dico qua…Loro temevano una rivolta ma noi volevamo farla anche! Eravamo…insomma tutti si era d’accordo su questo!

Soltanto che le ho detto, ci hanno preceduto, sono stati più furbi di noi! Noi la nostra furbizia poteva raggiungere fino ad certo punto! Allora ci hanno chiamato: 8084…eravamo una ventina, trenta, ci hanno caricato sul camion e portato a Salurno. Il giorno prima, perché non è che l’hanno vuotato tutto in un giorno, il giorno prima li avevano portato a Merano, di qua, di là insomma….

D: Ecco un’altra cosa: quando tu sei rimasto dentro nel campo hai visto se c’erano anche nel campo dei bambini per caso?

R: No… mi sembra di no…

D: Bambini non ne hai visti?

R: No, mi sembra proprio di no.

D: Poi, allora: sei sceso dal camion a Salorno e sei arrivato a Trento?

R: A piedi.

D: Da solo?

R: Ah per le campagne perché avevo paura ad andare sulle strade: era tutto pieno di militari che scappavano! Eh per la malora! No, no, sono andato per le campagne, ho seguito l’argine dell’Adige e giù, giù, giù fino che sono arrivato a Pie’ di Castello!

D: E quando sei arrivato a casa?

R: Eh… tremendo!

D: Cioè?

R: Mah. Come fare a dirglielo!

D: Magone! Mamma c’era però….

R: La mamma, anche il papà, può immaginarsi…guarda sorvoliamo lì.

D: Quanto ti è pesata dopo, questa esperienza, nella tua vita?

R: Che quando ne parlo mi viene il magone eh eh! No, no, non è che abbia dato eccessivo peso ma forse ero un po’ superficiale ..non so io…insomma non l’ho presa dal lato effettivamente reale, l’ho presa un po’ sportivamente…

D: Non ti sei più sognato le piramidi di pane?

R: No, quando sono arrivato a casa m’ha fatto una polenta che non finiva più! Anche loro non è che nuotassero nell’abbondanza ad ogni modo, quella polenta, io non ne avevo mangiata di così buona…

D: E hai ritrovato ancora tutti i tuoi amici?

R: Sì.

D: E ti hanno chiesto di questa esperienza?

R: Mi hanno chiesto sì. Ad ogni modo gliel’ho raccontata con più particolari. Allora me la ricordavo come se l’avessi vissuta adesso, dopo si è attenuata nel tempo.

D: Ecco Riccardo: poi ti sei sposato e hai fatto una famiglia.

R: Certo.

D: Ai tuoi figli hai raccontato queste tue storie?

R: Sì, gliel’ho raccontate. Io ho anche una nipote e ho fatto fare un memoriale richiestomi da un padre cappuccino qua a Trento, che adesso è priore a Cavalese, e lui mi ha detto che vuole farmi un’intervista e che racconti tutta la mia storia perché voleva scrivere un libro. Continuavo a menare il can per l’aia perché mi scocciava, ma un giorno: “Beh,” dico, “lo faccio io il memoriale!” Ero su ad Andalo e ho ‘sta nipote che fa l’università ed il discorso che abbiamo fatto adesso, l’ho fatto a lei nei minimi particolari perché oltre allo sgombro c’è le uova… Allora avevano cotto delle uova soltanto che, anche lì, si girava apposta o no, il cuoco era un ebreo, si girava apposta, faceva finta di non vedere! Fatto sta che io le ho prese e le ho messe in un sacchetto di carta. Soltanto che prendendo il sacchetto mi sono cadute a terra perché erano appena cotte, mi ha rincorso con un coltellaccio così! Sì beh però poverino era anche buono perché io ne ho combinate tante ma poi tante dentro quella cucina lì!

D: Gli sgombri al the!

R: Guarda che l’odore dello sgombro non viene mica via eh!

D: E quindi a tua nipote le hai raccontato tutte queste storie?

R: Tutte queste cose qua: ha fatto un memoriale e dopo l’ho consegnato a ‘sto padre che adesso è priore su a Cavalese però.

D: E non ti ricordi come si chiama?

R: Sì, ma lui non ha niente a che fare con il campo.

D: Sì, no, ma come si chiama questo? L’ha scritto poi il libro, l’ha pubblicato il libro?

R: Non lo so. Io non l’ho più visto.

D: Ecco ai tuoi figli comunque hai raccontato questo?

R: Certo che gliel’ho raccontato!

D: Secondo te è importante che i giovani adesso conoscano questa storia?

R: Sì. Se fossero stati presenti sarebbe stato molto più efficace che averglielo raccontato così perché… Ad ogni modo, logico che sono rimasti impressionati anche loro, insomma però io lo raccontavo come un’avventura, non seriamente, quello che ho subito! Perciò l’efficacia delle parole ha un altro valore! Insomma un tipo così insomma non è che….

D: Riccardo: i giovani di oggi, è importante che conoscano a scuola?

R: E’ importantissimo!! Non importante! Importantissimo se danno il peso giusto a quello che è successo. Perché io per darle un esempio sono andato a Mauthausen, sì qua a Monaco …

D: Linz, Mauthausen è a Linz. Monaco è Dachau.

R: Ah, Dachau giusto… Allora sono andato all’Oktober Fest e fra le cose che insistevo, eravamo in cinque, sei amici, dico: “Andiamo a vedere il campo” e nessuno voleva indicarci dov’era! Beh, uno che ha vissuto dentro nel campo e che ha visto quelle cose lì, allora l’impressione che io ho avuto è stata molto superiore di Pinco Pallino che avevo vicino! Perché vedere le porte contorte, quei ganci, quelle cose lì! No io non ho pianto però…

D: Ascolta: quindi i giovani a scuola devono…

R: Certo! Se la interpretano seriamente, non come l’ho raccontata ai miei figli, ha un valore molto efficace.

D: E’ importante!

R: Eh sì.

D: Riccardo, vi siete più visti dopo la guerra o con il conte Wolfgang Stein o altri che erano dentro nel campo, avete mantenuto dei rapporti?

R: Sì, ma ‘sta Ginevra la vedo frequentemente perché passa di lì, andiamo a prendere il caffè, e con la signora Gianna per darle un esempio, sono andato ad un pranzo, io lei e suo marito, mia figlia. Dopo ne conosco un altro però, eh non mi viene in mente il nome, però ne conosco un altro io che abita più o meno dalle Ghiaie, da quelle parti lì. Moranduzzoli no… Meneghini quello di Casteltesino lì.

D: Ma sì, eh… Adesso mi sfugge…

R: Con quello anche! Insomma quando è Natale…

D: Marietto, Marietto!

R: Marietto! Quando è Natale gli faccio gli auguri!

D: Con questa Ginevra eravate, vi siete visti anche dentro nel campo o vi siete conosciuti dopo?

R: Ma no, io l’ho conosciuta al campo perché lei era al blocco E. Quella volta che sono andato dentro probabilmente… adesso i particolari non me li ricordo… e dopo è venuta lei a cercarmi a Trento. Non mi ricordavo neanche più, so che un giorno si è presentata, mi ha detto: “Guarda Riccardo io sono la Ginevra!” E allora ho messo a fuoco, dico: “Dio buono! Ciao!” Baci e abbracci! Quando passa di qua che ha occasione di passare, ah ecco! Con la Gianna è venuta anche lei al pranzo. Quando passa ben volentieri, io vado a bere il caffè.

D: Riccardo cosa è stato il campo per te? Il Lager per te?

R: E’ stata una brutta esperienza, però mi è servita nella vita che praticamente so decidere il bene dal male, so il dolore e la gioia. Ieri ridevo con la signorina: però là non ridevo.

D: Oltre alla violenza all’interno del campo, atti di amicizia, di solidarietà come tu quando entravi in baracca alla sera, che distribuivi….

R: Insomma guardi, ero per loro Babbo Natale quando entravo e dopo, amicizia vera e propria dopo no, beh sì ce n’era, perché eravamo tutti amici però non è che….

D: Anche altri, anche altri deportati dividevano le cose che avevano con gli altri?

R: Non avevamo niente da dividere perché non c’era niente!

D: Non c’era niente!

R: No. Io solo ho avuto la fortuna di avere qualche panino in più, qualche pezzo di salame in più, sgombri in più! Eh ..Eh..

D: Uova per terra…

R: Uova per terra! Adesso non mi viene in mente…no quando io andavo in cucina ero una favola per tutti! Da magro perché adesso sono un po’ robusto, ma allora ero così,da magro diventavo così. Andava roba dappertutto!

Accidenti! Roba da tutte le parti….

D: Ascolta: tra i guardiani del campo, chiamiamoli le guardie insomma, c’erano i tedeschi o c’erano anche italiani?

R: No, c’erano solo tedeschi.

D: Non c’erano quelli con il medaglione qui con scritto SOD?

R: No, erano tutte SS.

D: O del corpo di….

R: Per conto mio erano tutte SS ma il medaglione e divisa sì ma non che… E l’appello lo facevano tutti i giorni sia la mattina che la sera.

D: Due volte al giorno ?

R: Mi sembra di sì.

D: Anche con la pioggia?

R: Ah non c’era pioggia lì! Anche se c’era la pioggia, la neve, lei doveva andare fuori e quello che aveva, aveva! Quei quattro stracci che aveva addosso! Non c’era altro. Perché lei mi ha accennato… non c’erano divise. Perciò io avevo quello che mi hanno preso, lo avevo ancora lì quando sono scappato. Ah, ci mandavano… mi sembra adesso un particolare, a fare la doccia ! “Schnell!” Loro dicevano: “Schnell!” Arrivava dentro, andava sotto, freddo al gelo, era già fuori…

D: Neanche il tempo di bagnarti?

R: No. Anzi l’unica cosa che si faceva dopo quello del gas, Radio Campo, la prima cosa che faceva, si guardava che veniva fuori l’acqua! E insomma….

D: Comunque se tutto ti ha portato il magone come dicevi prima, però quando sei tornato a casa, lì è stata forte eh!

R: E’ stata fortissima!! Dovrei aver pianto penso, no non è che pianga con facilità.

D: Beh ma quando ti sei….

R Ma guarda, guarda…ci sono stati dei momenti….. se lei me li rievoca io adesso….

D: Se ci ripensi vengono alla memoria….

R: Ma no mi viene… son cose che non si dimenticano Sono indelebili…

Ferrante Franco

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: La mia storia incomincia dall’epoca in cui ero studente, forse anche prima per l’educazione che ho ricevuto a casa mia. Mio padre era un vecchio socialista, iscritto al Partito Socialista Italiano dal 1900 ed ha continuato ad essere iscritto fino all’avvento del fascismo. Dopo la fine del fascismo ha ripreso. Mio nonno a sua volta coltivava certamente uno spirito molto libertario perché era anche lui magistrato, come mio padre, a Verona ancora sotto l’Austria. Nel 1859 buttò la toga, mise la camicia rossa e se n’andò con Garibaldi.

C’era nella famiglia uno spirito, un modo di pensare, di dirigersi, che era indubbiamente di carattere estremamente liberale, contro ogni violenza, contro ogni divieto, ogni limitazione di parola, d’azione, io sono cresciuto in quell’ambiente lì. Sono cresciuto con delle idee che ancora non avevo maturato, ma che però erano in un certo qual modo, rispetto ai tempi, parlo del periodo fascista, rivoluzionarie anche se non facevo niente per muovermi. Mi capitò di dover fare qualche cosa, ciò avvenne quando ad un certo momento a Milano, io frequentavo allora il liceo, istituirono la legione universitaria della milizia.

D: Scusa Franco, ti ricordi in che anno questo avvenne?

R: Questo avvenne negli anni ’30, non ero ancora all’università, ma ero ancora al liceo. Avvenne che per costituire questa legione universitaria, quello che era destinato ad essere il comandante mandò in giro per tutte le scuole medie superiori i suoi ufficialotti della milizia, invitandoli ad iscriversi volontariamente. Il che avvenne con un’estrema facilità da parte loro, sia perché c’era sempre la preoccupazione d’eventuali vendette, ritorsioni, sia perché avevano buon gioco, nel senso che in quell’epoca esisteva già il servizio premilitare obbligatorio. Tutte le domeniche i giovani di una certa età, io compreso, dovevano andare nel piazzale del politecnico a fare esercitazioni, avanti, indietro, istruiti per il lato tecnico da ufficiali dell’esercito, ma per quello che era il movimento, la squadra dalla milizia. Avevano buon gioco ad ottenere iscrizioni perché dicevano che se ti iscrivevi alla milizia eri esonerato da questi corsi premilitari.

La stragrande maggioranza diceva che così non aveva tutte le domeniche la seccatura, però nonostante ciò, saremo stati una quarantina, dicemmo di no. Allora ci radunarono in corso Roma, dove adesso c’è l’ufficio elettorale, allora c’era l’università, ci doveva essere la sede di questa futura legione universitaria. Lì fummo portati a gruppetti di otto o dieci davanti ad un altro ufficiale della milizia, dove con altre pressioni la maggior parte cedette. Rimanemmo in tre, un mio compagno di classe che la pensava come me ed un altro che non so chi fosse. Siamo andati ed abbiamo detto di no, senza fare gli eroi, ci tengo a dirlo, io la domenica dovevo lavorare, tutte storie. Sta di fatto che quando io scesi, mi fermai sulla porta per aspettare il mio compagno, quando lui venne gli chiesi che cosa avesse detto, lui mi disse che aveva detto di no. Io dissi, testuale, che aveva fatto bene. Si erano messi intorno a me, senza che io lo rilevassi, in borghese alcuni di questi militi, mi hanno acciuffato, mi hanno portato dentro, erano in sette e mi hanno caricato di botte.

Questo è stato il mio inizio. Non ha avuto fine lì perché nello stesso pomeriggio arrivò un’auto a casa, davanti alla villetta dove abitavamo, poco lontano da qui, con un milite, il quale mi disse che il comandante voleva vedermi. Io andai e mi trovai di fronte a questo non egregio signore, il quale minacce, lusinghe, arrivò persino a dirmi che se io venivo mi davano un grado, il prestigio. In quel caso lì, decisamente dissi di no. Mi mandarono a casa. Io non so se poi le vicende successive, il mio arresto, eccetera, possano essere messe in relazione con quello o con altro.

Lì si era creata un’altra situazione. Proprio davanti alla villetta dove abitavamo noi si era installato un disgraziato, uno di quelli che aveva partecipato alla riunione di piazza S. Sepolcro per la costituzione dei fasci di combattimento, che era un poveretto, ignorante, un bestione, che probabilmente provava invidia nei confronti di mio padre, che invece era stimato da tutti, era l’uomo a cui andavano, Avucat” gli dicevano, chiedevano consiglio, lui lo dava gratuitamente, aveva acquisito un grandissimo prestigio. Per di più noi eravamo amicissimi, molto, molto amici di una famiglia d’ebrei, che abitavano vicino a noi. Lui si chiamava Gustavo Sacerdote, ed era un uomo di una cultura spaventosa, aveva scritto diversi volumi, di cui due soprattutto, uno la storia di Garibaldi pubblicata da Rizzoli, un’altro Cesare Borgia pubblicata da Rizzoli, era un accademico dell’Accademia Humboldt di Berlino, ed era stato per molti anni redattore dell’Avanti a Berlino, conoscitore perfetto della lingua tedesca. Noi frequentavamo lui e la moglie, erano i nostri amici, forse non ne avevamo altri come loro. Questo ovviamente non era una cosa sana in quel periodo.

Sta di fatto che ad un certo momento arrivarono di notte, il 2 di marzo del 1944, suonarono alle due di notte il campanello, chi era? Era la polizia, voleva portarci via tutti e due perché chiedevano dell’avvocato Ferrante. Io giocai sull’equivoco, eravamo due avvocati Ferrante, mio padre che era magistrato in pensione, ed io che ero un magistrato in servizio, chi volevano? Anche qui c’è un esempio tipico di quello che era il sistema fascista, perché questo graduato rimase un po’ interdetto, pensava ci fosse un errore, lo credevo anch’io. Andò a chiedere, uscì e ritornò poco dopo, diede la risposta di tutte e due. Al che io dissi che avevano chiesto avvocato Ferrante, l’avvocato Ferrante ero io, andai io. Questo si adattò e mi portarono via. Insieme a me portarono via altri due poveretti, uno era Belgada, l’altro era Vacchini un vigile in pensione, malato, aveva già oltre settant’anni, aveva un’ulcera allo stomaco, il quale purtroppo fu il primo italiano, che io sappia, che morì ad Ebensee, perché morì subito dopo. Tutti e due non hanno fatto ritorno, sono morti tutti e due. Erano brave persone, erano tutti e due anti-fascisti, ma forse il massimo che avevano fatto era quello di ascoltare Radio Londra e parlottare tra di loro in gran segreto.

Questo fu il mio inizio. Fui portato a San Vittore e vi rimasi insieme con altri. C’era Sapone, che era un altro che abitava vicino a casa mia, che non so che fine ha fatto, non so se è stato deportato anche lui, ed altri che invece furono deportati insieme a me. Lì siamo rimasti per due giorni. C’è un episodio che voglio sempre raccontare perché è un elemento positivo per l’umanità. Io avevo il mio anello ed avevo un orologio d’oro, che mi aveva dato mio zio, quando capii come si mettevano le cose, dissi che era inutile che li tirassi dietro perché me li avrebbero portati via. Parlai con uno di quelli che giravano per il carcere, prigioniero anche lui e faceva i servizi, lui mi disse di darglieli, che ci avrebbe pensato lui. Gli diedi anello e orologio con la catena, che adesso ha mia sorella, con un biglietto in cui invitavo mio padre a compensare il datore di quegli oggetti adeguatamente al valore che io davo ad essi. Poi non ne ho saputo più niente, fino al ritorno. Al ritorno ho appreso che si era presentato uno, probabilmente un operaio, suppongo che fosse uno dei muratori che lavoravano per ricostruire il muro che era stato danneggiato da un bombardamento, il quale diede gli oggetti, non diede nome e cognome, non volle assolutamente niente e scomparve nel nulla. Purtroppo allora non c’erano quei mezzi che ci sono stati dopo per la ricerca delle persone, perché io cercai disperatamente di ritrovarlo, ma non sono mai riuscito. Questo è l’episodio positivo nella mia vicenda.

Poi siamo stati trasportati nel vagone bestiame a San Vittore. Mentre eravamo in attesa della partenza…

D: Scusa Franco, da S. Vittore alla stazione.

R: Sì, con un camioncino.

D: Era di giorno o di sera?

R: Era di mattina molto presto.

D: In quanti eravate su questo camioncino?

R: Sul camioncino eravamo in pochi perché era piccolo, ma fece diversi giri. Il gruppo complessivo era esattamente di cento.

D: Che giorno era?

R: Doveva essere il 4.

D: Il 4 marzo?

R: 4 marzo del 1944. Ci portarono con questo mezzo avanti ed indietro. Durante la strada io avevo preparato dei bigliettini che da un buco della capotte buttavo per terra, in cui avvertivo che eravamo destinati ad Innsbruck , che stavo bene. Che io sappia, nessuno di quei biglietti fu raccolto o sortì l’effetto sperato. Alla stazione ad un certo momento eravamo nei sotterranei, ci portarono sul piano ferroviario. Anche qui ci fu un altro episodio, che parla chiaramente di quella che era la situazione dei tempi, perché noi potevamo affacciarci a quel famoso finestrino che c’era in cima al vagone bestiame e da lì vedevamo un treno, che era adiacente, sul binario adiacente.

D: Al vostro?

R: Al nostro. Mi misi a berciare che eravamo dei deportati, che cosa stessero facendo di noi. Silenzio assoluto. La paura folle di questa gente che sentiva, vedeva e non diceva niente.

D: Erano civili?

R: Civili, era un normale treno con i finestrini aperti, guardavano, si vedeva lo sgomento di questi poveretti, però neanche una parola. Una parola invece ce la fece intendere un ferroviere che con fare indifferente, con una specie di mazza, ci fece capire che se noi buttavamo qualche bigliettino avrebbe pensato lui a raccoglierli. Buttammo questi biglietti ed io so che una di queste comunicazioni è arrivata, me lo disse poi mio padre, non so se è stata quella, ma altre dopo non ce ne sono più state.

Finalmente ci mettemmo in moto, incominciò il viaggio. Come sempre dentro il vagone, dove eravamo tutti stipati come sardine, anche lì ci furono degli episodi. Un episodio soprattutto, che oggi mi fa sorridere. Lo sapevano tutti che io ero un giudice: ad un certo momento vidi un signore distintissimo, con un cappotto blu e la lobbia che venne verso di me, dentro il vagone bestiame con la lobbia in mano, a presentarsi, era l’avvocato Sergio Dragoni, che divenne poi un mio carissimo ed affettuosissimo amico. Me lo ricordo, con il cappello in mano dentro il vagone bestiame. Lì ci adattammo un poco, passammo due notti molto tristi perché una prima notte, forse ancora in Italia, ci misero su un piano di smistamento del vagone.

D: Dove questo?

R: Non lo so.

D: Non te lo ricordi?

R: Era notte, cupa notte, non lo so. Con la manovra a spinta. Un freddo spaventoso, io avevo i piedi completamente gelati, non sapevo proprio cosa fare. Tutti stavano uno a ridosso dell’altro, senza poter dormire perché in questa manovra a spinta continuamente, ogni tanto questo vagone andava a sbattere contro un treno in formazione, puoi immaginarti che sollievo, che possibilità di muoverci. Questo avvenne lì e poi ancora subito dopo il Brennero, penso che fosse, per un’altra notte successiva.

Arrivati ad Innsbruck ci fecero uscire dai vagoni, era tardo pomeriggio, ma era ancora chiaro. Inquadrati, eravamo un gruppo di cento, ci portarono attraverso la città fino al campo, che era un campo come gli altri a vederlo così, le solite baracche di legno. Lì ci misero in due stanze separate da un tramezzo di legno. Ci lasciarono lì con le finestre accuratamente chiuse, perché non volevano evidentemente che vedessimo che cosa succedeva nel campo. Tutto questo perché ovviamente non sapevano ancora quale sarebbe stata la nostra destinazione, se come cosiddetti liberi lavoratori o se come deportati a Mauthausen.

La situazione divenne intollerabile perché eravamo accatastati lì dentro, l’aria era diventata assolutamente irrespirabile, sensibilmente irrespirabile, tanto che fui io a scoprire in una delle finestre, sebbene chiusa dall’esterno con il legno, che c’era uno spicchio rotto. Allora dissi che potevamo andare lì ogni tanto a respirare un po’ d’aria, così a turno andavamo lì a prendere qualche boccata d’aria, ma poi smettemmo perché era peggio, era un sollievo momentaneo per poi ritornare lì. Così rimanemmo fino a che io, facendomi coraggio, parlando con una SS, anzi non era una SS, erano dei vecchi richiamati dell’esercito, ebbi l’occasione di parlare con lui per portare fuori il mastello degli scarichi. I miei compagni non volevano, anche perché io parlavo il tedesco e volevo vedere se riuscivo a parlare con questo. Riuscii a parlare, gli chiesi, lui mi disse che era della gendarmeria, era un vecchio con i capelli grigi, mentre si facevano queste operazioni di scarico, il tempo era splendido, c’erano le montagne cariche di neve, chiacchierai un po’ e poi cercai di tastarlo e allora si bloccò, non mi disse più niente. Quello che riuscii a dirgli fu che quando noi uscivamo per prendere il mangiare, se poteva spalancare le finestre. Riuscimmo ad ottenere questo, a cambiare un poco l’aria, in modo da potere vivere lì dentro.

Le vicende interne erano le più varie. C’era tra di noi un poveretto, adesso è morto, ma è morto dopo la Liberazione per fortuna sua, che era il tipico bullo di periferia. Questo qui si trovava un po’ nel suo ambiente perché era già stato si vede condannato, faceva il tosacani di professione ed era una sagoma irresistibile. Nonostante la tristezza dell’ambiente, la preoccupazione, rideva e scherzava. Raccontava le più inverosimili storie sulla sua vita. Diciamocelo pure, in fin dei conti giovò, nel senso che ci tenne sollevati un pochino perché ci faceva ridere, parlava in dialetto milanese. Tra di noi c’era prigioniero Stucchi, che era un noto tipografo milanese, un uomo anziano, lui lo affrontava, gliene diceva di tutti i colori, non posso ripetere certe frasi che lui diceva, quell’altro si scandalizzava. Avevamo trovato anche la maniera di intrattenerci parlando delle proprie vicende a tutti, della propria vita, per cercare di tenersi su.

Ad ogni modo si rimase dieci giorni circa ad Innsbruck. L’esito fu quello purtroppo che noi speravamo che non fosse, cioè Mauthausen. Ci chiamarono, ci fecero firmare un registro, di cui una pagina era coperta. Ero ancora inesperto, non sapevo che cosa poteva costare un azzardo, avvalendomi della lingua tedesca chiesi che cosa stessimo firmando, mi rispose che non m’interessava.

D: Scusa Franco, il campo d’Innsbruck era una vecchia caserma, dov’era?

R: Era proprio un campo costruito con quelle solite baracche, più o meno come quelle che abbiamo visto noi. Seppi dopo che era una specie di campo di punizione, così mi dissero, non lo so di preciso. Era certamente un campo di passaggio. Un giorno, mentre ci recavamo a prendere il cibo che ci davano da mangiare, andavamo fuori a prenderlo, passammo davanti ad una baracca dove c’erano delle donne ebree. Queste ci chiamarono e ci dissero qualche cosa, purtroppo non ero lì davanti perché ero più avanti, ma dietro c’erano degli altri che si erano fermati proprio all’altezza di queste finestre, queste cercavano di incoraggiarci.

D: Erano italiane?

R: Italiane ebree.

D: C’erano altre nazionalità che tu ricordi?

R: C’era una specie di capo russo. Questo lo so perché lui venne più di una volta nella nostra baracca, ad un certo momento ci distribuì dei numeri. Il nostro nome era scomparso. Questo si prese il gusto, sapendo che io conoscevo il tedesco, di dirmi che quello era il mio nuovo nome, me lo disse in tedesco. Era un russo, non so se ucraino, ed era lì con funzioni evidentemente di capo perché girava nel campo. Del campo poi non ho visto nient’altro perché era assolutamente silenzioso, nel modo più assoluto, non si sentivano voci, non si vedeva nessuno. Anche quando, chiarita la nostra destinazione, aprirono le finestre, non si vedeva circolare nessuno.

D: L’ubicazione, più o meno hai dei riferimenti?

R: Sì, era una frazione d’Innsbruck che si chiamava Reichenau, era il campo di Reichenau. Da lì fummo poi, alla fine di questi dieci giorni, trasportati di nuovo attraverso la città, assolutamente indifferente.

D: Era giorno?

R: Era giorno, assolutamente indifferente, non ci degnavano di uno sguardo, purtroppo devo pensare che fossero ormai abituati a questi spettacoli. Ci portarono alla ferrovia, dove ci misero di nuovo in due vagoni e ci spedirono. Il treno, dopo una certa attesa, partì e ci avviammo in una direzione che io, guardando un po’ la luce del sole, avevo stimato essere verso nord-est, più est che nord. Lo dissi ai miei compagni, si pensava di andare in Polonia, ma non c’era la possibilità di rendersi conto di dove eravamo perché il paesaggio era tutto coperto da neve, praticamente non si vedevano villaggi, per un lungo tratto di tempo non abbiamo visto assolutamente niente, fino a che, sempre dal finestrino del vagone bestiame, si vide una specie di sperone, una specie di montagna molto, molto lontana che figurava all’orizzonte. Vedevamo che ci avviavamo sempre in quella direzione.

D: Scusa un secondo Franco, t’interrompo.

R: Va bene.

D: C’era questo sperone, questa montagna che tu vedevi.

R: Questo sperone, che però non ci diceva ancora niente. Il treno andava molto lentamente, era un treno merci. Finalmente si arrivò ad una città.

D: Scusa Franco, quando parli di treno intendi sempre le carrozze carri bestiame?

R: Era un treno merci, in cui erano inserite le nostre due vetture, con manovra a spinta le avevano messe.

D: Chiuse?

R: Chiuse.

D: Carri bestiame?

R: Carri bestiame, con il finestrino con il filo spinato per evitare…

D: Le porte erano chiuse anche dall’esterno?

R: Erano chiuse dall’esterno, lo so perché quando poi ci facevano scendere, si sentiva che schiavacciavano, c’erano dei grossi lucchetti, per cui erano chiuse dall’esterno.

D: Una stima, in quanti eravate su ogni vagone?

R: Dipende, complessivamente eravamo cento, erano due vagoni, se i vagoni erano uguali, cosa che sinceramente non ricordo, eravamo cinquanta e cinquanta.

D: Vi avevano dato da bere e da mangiare?

R: Niente. A San Vittore ci avevano rifornito di cibo in maniera inverosimile, con del pane come noi non vedevamo da tempo. Io chiesi come mai, mi dissero, sempre uno di questi che girava, che questo compito di fornire il vettovagliamento se lo era assunto un industriale ignoto, che ci dava del pane bianco, non era il pane bianco d’oggi evidentemente. Ci siamo portati al seguito, siamo arrivati a Mauthausen che avevamo ancora un poco di questa roba.

D: Scusa se faccio ancora un salto indietro. Interrogatori, quante volte ti hanno interrogato e chi ti ha interrogato?

R: Interrogatori io non ne ho mai avuti, né io né altri. Ancora a Milano, prima di andare a finire a San Vittore, ci portarono al commissariato di via Copernico, lì successe un altro fatto strano. Ad un certo momento, eravamo in un cortile chiuso naturalmente, mi sento chiamare ed era un poliziotto, mi chiese cosa ci facessi lì. Era uno che aveva partecipato ad un’operazione in grande stile, a cui avevo partecipato anch’io come giudice a Milano e mi aveva riconosciuto. Mi fece gli auguri in una maniera! Fummo portati a gruppi di dieci dal cortile in una stanza, dove c’era un funzionario semi-sdraiato, dietro ad una scrivania, che ci chiese nome, cognome, età, professione, luogo di nascita e basta.

D: Era italiano?

R: Italiano, era della polizia. Dietro a questo brav’uomo faceva bella mostra di sé appeso al muro un bastone lungo così, che mi sembrava fatto di vimini ricoperto di pelle, sono memorie che non si dimenticano. Mi fece impressione perché questo non era uno strumento previsto in un commissariato di pubblica sicurezza. Lì abbiamo avuto il primo incontro con le SS, è arrivato un camioncino, lo stesso camioncino che ci avrebbe poi portato alla stazione, con le SS e dei militi italiani. A gruppi ci portarono a San Vittore.

D: Un’accusa a te non l’ha rivolta nessuno.

R: Mai da nessuna parte, né a me né agli altri. Assolutamente niente. Siamo stati presi e mandati là. L’unico interrogatorio che mi hanno fatto è stato quello. Dopo, inutile parlarne, nel campo anche lì generalità e basta, né tanto meno interrogatori da parte delle SS.

D: E’ stato qui a Milano che è avvenuto il passaggio dagli italiani alle SS?

R: Sì. Ti dirò che già all’arrivo al carcere di San Vittore, dal commissariato di via Copernico, arrivammo e ci ammassarono, eravamo tutti a gruppi, per presentarci di fronte all’ufficio matricola per la solita storia del nome e cognome. Io con un’incoscienza, che dovevo semplicemente alla mia ancora inesperienza di quello che sarebbe successo, ad un certo momento vidi una SS, che era lì in piedi, a gambe larghe e ci guardava. Io andai da lui e gli parlai in tedesco, gli dissi come mai ci avessero portato qui, quello mi rispose che non lo sapeva, che eravamo a disposizione degli italiani. Questo lo seppi dopo, era il famigerato Klemm, era il capo delle SS che erano di servizio al carcere di San Vittore, di una ferocia unica. Una delle cose che lui si divertiva a fare nel carcere, era di far inginocchiare i prigionieri per terra e farli camminare a quattro gambe leccando il pavimento, lo chiamava il gioco dei ranocchi. Ne parla anche Di Martino nel suo libricino. Era un uomo di una ferocia non comune, lì le botte andavano.

D: A San Vittore ce n’era un altro con un cane, una SS.

R: Non lo so. Erano diversi, però lì Klemm, per quanto ne so io, era il capo, era un graduato, non era un ufficiale, doveva essere un sergente, un sottoufficiale. Questi sono stati i miei contatti, dopo riprendo la storia e si va avanti.

Si arriva finalmente a Salisburgo. Lo sperone si era reso evidente, era la montagna dietro a Salisburgo, tra di noi c’era uno che poveretto è rimasto lì, era stato prigioniero di guerra della prima Guerra Mondiale a Mauthausen, allora era stato già destinato a campo di prigionia, di stile diverso. Lui quando lo vide disse che eravamo a Salisburgo, e che ci stavano portando a Mauthausen. Effettivamente fu così perché da Salisburgo si sostò, non mi ricordo, un’ora, due o tre in stazione. Il treno si avviò di nuovo finché arrivammo a S. Valentin, dove c’era la derivazione per il trenino ad un binario solo per Mauthausen. Sganciarono i vagoni e ci portarono a Mauthausen, dove incontrammo le prime vere SS perché erano quelle dei campi, erano quelle che avevano la Totenkopf, la testa da morto sopra il berretto, le quali ci accolsero con un mucchio d’ingiurie, “Adesso vi arrangiamo noi”, “Badogliani”, “Traditori”, “Ci avete tradito”. Al momento del saluto, nel momento in cui eravamo lì, rumorosamente armarono i fucili. Poi inquadrati per cinque ci avviarono su per la strada, che non è la strada d’oggi di Mauthausen, che è asfaltata; era terreno, terra battuta, siccome aveva piovuto e pioveva ancora, era tutto un fango.

D: Era giorno quando siete arrivati?

R: Sì, siamo arrivati di giorno, sempre sul pomeriggio. Abbiamo intrapreso quest’ascesa, faticosa, infangati fin sopra ai capelli. La strada era stretta, stavamo per cinque, dovevamo essere come l’uso sempre nel campo, si mettevano i piedi dove si dovevano mettere perché non c’era altra scelta. La situazione era anche tragica perché tra di noi c’erano due, uno un vecchio mutilato di guerra, che viaggiava col bastone, bastone che gli avevano portato via subito ad Innsbruck appena arrivati, poi peggio, un giovane privo di una gamba con le stampelle, anche a lui ad Innsbruck avevano già tolto le stampelle. Questo poveretto dovette essere trasportato a spalla, ci si alternava per portarlo su. Il percorso durò quasi un’ora, il percorso a piedi era lungo e faticoso per questa situazione. Finalmente ci arrestarono davanti a queste mura che vedevamo davanti a noi, il muro di Mauthausen , anzi ci fermarono prima, dove c’erano delle baracche, lì avemmo un momento di sosta.

Poi ci portarono dentro e ci misero sulla desta, dove c’era il cosiddetto muro del pianto. Lì rimanemmo. Fummo assaliti subito dai nostri compagni di prigionia, i capi che venivano per depredarci, sotto l’occhio vigile di una SS, tutto ciò andava a finire nelle mani delle SS. La maggior parte li dava perché tanto…, però qualcuno riuscì a nascondere qualche cosa, tanto che ancora ad Ebensee c’era ancora qualcuno che aveva una catenina, forse se la infilavano da qualche parte. Ci spogliarono completamente, ci fecero entrare nella scaletta sotto, tolti tutti gli abiti ed entrati nel locale docce, che conosci molto bene. Ci aspettavano i barbieri e ci rasarono dalla testa ai piedi, eravamo ridotti tutti a tagli, sfregi perché tagliavano senza andare per il sottile. Eravamo pieni di ferite.

D: Scusa Franco, cosa vuol dire nel 1944 trovarsi, anche se è un gruppo d’uomini, tutti nudi da quello giovane a quello anziano?

R: Non vuol dire niente, nel senso che ormai noi eravamo talmente presi dalla tragicità della situazione per cui era indifferente. Mi fai venire in mente un particolare, uno dei miei compagni di prigionia, che ritornò e mi regalò una bicicletta, commerciava in biciclette in via Tadino, lui mi disse che avevo un gran bel corpo, ero giovane.

D: Quanti anni avevi?

R: Avevo ventisette, ventotto anni.

D: Un’altra cosa, Franco, cosa vuol dire portare via tutto, cosa significa? Anche le fotografie, non potevi tenere nulla.

R: Nulla, assolutamente niente.

D: Una fotografia non ha un valore economico ma affettivo.

R: Niente, ci spogliarono completamente nudi. Mi ricordo che avevo un paio di scarpe bellissime, che mi aveva fatto un mio soldato, ero stato richiamato come ufficiale a Como, ed uno dei miei soldati mi disse che mi avrebbe fatto lui un bel paio di scarpe. Mi aveva fatto un paio di scarpe magnifiche, tipo carro armato, che allora era una grande novità. Se ne sono andate quelle. Avevo un cappotto bellissimo, il cappello, eccetera, tutto, completamente spogliato, nudo. Nudo e spelato perché poi tutto rasato dalla testa ai piedi.

Da lì ci portarono nel cortile, con una camicia, una mutanda e degli zoccoli, che ci avevano fatto prendere da un mucchio buttato lì alla rinfusa da una di queste stanze. Ci aspettava Erik, che era il capo blocco della baracca 16 nel reparto di quarantena, dove noi eravamo destinati ad andare. Questo Erik era un delinquente comune naturalmente, aveva il triangolo verde, ma ebbe delle premure, ci disse di muoverci, di non stare fermi, di continuare a muoverci altrimenti prendevamo un accidente, di corsa, zoccolando rumorosamente ci portò dentro il reparto della quarantena e dentro il blocco.

Nel blocco ci aspettavano gli scrivani. Ci presero di nuovo tutte le generalità, i dati che già avevano, ma li ripresero comunque tutti. Poi ci mandarono nello stanzone che era destinato alla nostra abitazione. Fu un grande sollievo perché entrammo in questo stanzone ed eravamo solo noi, cento. Ci potevamo sdraiare per terra tranquillamente e riposare, al coperto, quindi era un senso di benessere che provavamo dopo tutte queste fatiche. Questo durò poco perché ad un certo momento arrivarono altri prigionieri, dei russi e dei polacchi. La situazione cominciò a diventare difficile, soprattutto per andare a dormire.

La situazione del dormire avveniva in questo modo, erano disposti per terra, in lunghe file, dei pagliericci ed i prigionieri venivano fatti entrare, ma non potevamo coricarci perché altrimenti erano botte da orbi, dovevamo fermarci alle estremità, due per ogni pagliericcio, due da una parte e due dall’altra, tutti in piedi, in attesa del comando di buttarsi giù. Succedeva l’ira di Dio, perché non ci stavamo, era un continuo lamentarsi, una cosa impossibile. Dopo pochi giorni ebbi subito il beneficio della mia conoscenza del tedesco. Un piccolo inciso, sai come ho avuto la fortuna di imparare il tedesco? Perché un mio professore universitario ebreo, che insegnava diritto canonico ed ecclesiastico, mi propose per una borsa di studio a Berlino, che mi fu concessa dalla facoltà, ed io ho imparato il tedesco.

D: Perché tu sei stato a Berlino?

R: Sono stato nove mesi a Berlino.

D: In che anno questo?

R: 1936, l’anno delle olimpiadi tra l’altro. Ho visto Hitler, Goring, Goebbles, li ho visti tutti quei cerberi lì. La mia fortuna era il tedesco perché ad un certo momento saltò fuori Georg Godsche, era un delinquente comune anche lui. Non ho mai saputo bene che cosa avesse fatto. Era un “bunascia”, per dirlo alla milanese, non l’ho mai visto picchiare qualcuno, anche dopo che fu incaricato di funzioni di capo, perché tutti i tedeschi venivano tirati fuori, ma soprattutto i delinquenti comuni, i politici no, ma i delinquenti comuni erano tutti scelti per essere capi. Questo qui aveva saputo della mia professione perché sopra il mio cartoncino c’era scritto. In via Copernico avevo dichiarato d’essere magistrato, quindi se io cambiavo mi caricavano di botte, quindi figurava.

Lui era venuto a sapere che ero un magistrato, forse meditava che questa mia funzione avrebbe potuto giovargli nel futuro, quindi mi aiutò. In quel periodo disastroso, con mia grande vergogna, dovevo andare a dormire con lui, sopra in un castello, era l’unico castello che c’era, mi aveva preso con sé. Mia vergogna nei confronti dei miei compagni dico io, non per lui, era un brav’uomo anche se non so cosa avesse commesso, ma era un brav’uomo. Io ho cominciato già ad avvantaggiarmi in quella maniera, non solo, sempre per questa mia conoscenza del tedesco, lui mi teneva nella baracca quando cacciavano fuori tutti gli altri per la pulizia eccetera, per mettere a posto i materassi, per fare quei lavori lì, anche questo era un enorme privilegio, perché eravamo in marzo e là nevicava ancora, un freddo tremendo, spaventoso, tanto che quelle volte, prima dell’inizio di questa situazione, andavo fuori anch’io, ci mettevamo uno addosso all’altro, stretti l’uno all’altro per tenerci caldi, battendo i piedi, poi ci tenevano lì due o tre ore, a loro non costava niente questo. Io avevo già questo grandissimo beneficio di essere sottratto al rigore del freddo.

In genere tutti gli altri che erano lì avevano intrapreso a conoscermi, io ero diventato l’interprete ufficiale del gruppo italiano. Anche quando veniva una SS e chiamavano un interprete, io dovevo presentarmi e fare da traduttore di quello che veniva di volta in volta riferito. Non solo, ma anche nei confronti dei capi, ad eccetto di uno, io acquisii, non dirò familiarità mai, né l’avrei voluta, ma ero accettato, tanto che io ebbi occasione di parlare anche con Erik, il capo blocco, il quale si confidò con me. Lui era da dodici anni in prigione, tra campi di concentramento, prigioni, anche lui non so che cosa avesse fatto, una cosa tipica che lui mi disse è che non aveva più visto la sua famiglia e non l’avrebbe mai più rivista perché dopo quello che avevano sperimentato, non li avrebbero lasciati vivi, li avrebbero ammazzati tutti. Un altro mi disse un’altra cosa, anche lui tedesco, che se lui fosse riuscito ad uscire da qui, ad essere libero, avrebbe scritto un libro intitolato Cultura Civiltà. Questi sono piccoli particolari della vita.

Non facevamo nulla. Praticamente eravamo lì, stavamo lì in attesa dell’appello che veniva fatto dentro la baracca perché noi eravamo in quarantena. Io ero tormentato dal dubbio che mio padre fosse stato arrestato anche lui, infatti, so che lui la mattina successiva al mio arresto andò, forse qualche persona caritatevole gli disse di andare via, l’hanno mandato via perché era andato alla Caserma del Savoia Cavalleria, dove in un primo momento ci avevano portato, proprio le prime ore, invece no, per fortuna. Ritrovai invece Brigada e Vacchini, che non erano partiti con noi, ma che erano partiti con un gruppo successivo e che purtroppo, come ho detto, morirono entrambi. Lì passavamo la giornata. Io avevo trovato un giovane polacco, un giovane studioso che voleva imparare l’italiano. Mi ero messo con lui a cercare di insegnarli l’italiano. Questo si è ricordato di me perché anche dopo che ero ad Ebensee, in due occasioni mi fece pervenire i suoi saluti, poi non ne ho saputo più niente naturalmente, spero che si sia salvato. Era un giovane molto educato, fine si capiva, lui aveva funzioni d’aiuto scrivano nella baracca, spero che si sia salvato.

Un bel giorno ci dissero che dovevamo partire.

D: Scusa Franco, l’immatricolazione quando te l’hanno fatta a Mauthausen?

R: Nel momento in cui arrivammo dentro la baracca, trovammo un quattro o cinque scrivani, ciascuno dei quali prendeva tutti i dati relativi ed aveva quei famosi cartoncini, che erano la nostra carta d’identità, che ci hanno seguito dappertutto, anche da morto perché quando io accompagnavo i morti al crematorio dovevo portare anche il cartoncino relativo. Un giorno ci dissero che dovevamo partire.

D: Scusa ancora, il tuo numero te lo ricordi?

R: 57.576.

D: Contestualmente al numero cosa ti hanno dato?

R: Mi hanno dato una piastrina, ho quella di Dragoni di là, in cui c’era inciso il numero e dovevamo tenerla al polso con un filo di ferro. A lui avevano fatto un cinturino perché era diventato infermiere, quindi si era perfezionato. Questo era tutto.

D: Il triangolo non te lo hanno dato?

R: Sì. Quando partimmo ci diedero la divisa nuova di zecca, pulita, a strisce, lì ci applicarono la striscia con il triangolo rosso, l’iniziale “I” ed il numero, in più questo braccialetto da portare al polso, il numero inciso sopra una piastrina metallica, tenuta ferma da un filo di ferro.

D: E poi il triangolo.

R: E poi la giacca con la striscia, con il triangolo ed il numero 57.576.

D: L’impatto di quando sei arrivato all’interno di Mauthausen, avevate già una percezione per esempio del forno crematorio?

R: No, l’impatto fu tragico perché arrivammo, come ho detto, nel tardo pomeriggio, pioveva, entrando dal portone principale si arrivava sulla piazza dell’appello, completamente deserta e lucida dalla pioggia. Un senso di freddo, non c’era niente che ti desse qualche incoraggiamento, tutto freddo, silenzio assoluto, non un’anima, salvo quei due o tre che ci giravano intorno e quest’enorme spiazzo di cemento lucido per la pioggia. Si vedevano a sinistra delle baracche, la prima era quella dove c’erano le donne, il postribolo, poi ce n’erano delle altre invece per i prigionieri, poi più in là c’era il muro dell’entrata della quarantena, sulla destra invece c’erano degli edifici in parte in legno ed in gran parte in muratura, con dei camini, ma noi ancora non sapevamo che cosa fossero, poi ce l’hanno detto subito, si sentiva l’odore della carne bruciata. L’impressione fu durissima perché non c’era niente d’incoraggiante, assolutamente niente.

D: Poi il giorno della partenza.

R: Il giorno della partenza ci hanno portato alla stazione.

D: Da Mauthausen alla stazione sempre a piedi?

R: Sì, a piedi, però era pulito, non pioveva, era ormai il giorno 9 d’aprile, era il giorno di Pasqua, era una bella giornata. Tutti inquadrati scendemmo giù e ci misero dentro un treno, un vero treno, non un vagone bestiame, con i sedili, doveva essere di terza, ci sembrava di andare a fare un viaggio di piacere. Con questo treno ci avviammo, passammo diversi paesi Welz, Munden ed ad un certo momento ci trovammo a costeggiare un lago, che era il lago di Ebensee, la ferrovia corre lungo una delle rive di questo lago.

D: Scusa Franco, per prendere voi e portarvi in questo trasporto, hanno fatto una selezione?

R: Sì, ci fu una selezione, anzi lì c’era qualcuno che si era interessato per me, volevano cercare di salvarmi, credendo di potermi salvare, per cui avevano detto che avrebbero fatto in modo che il medico mi scartasse, perché ci fu una visita, una visita pro-forma e così non sarei andato lì perché la fama di Ebensee era spaventosa, era considerato, come lo era effettivamente, uno dei più duri campi, anche perché diversamente da tanti altri, era sotto la diretta amministrazione e sorveglianza delle SS, lì era un’istituzione delle SS. Questo non funzionò, io rimasi tra gli ultimi, furono scartati due, che erano due giocatori di football, che sono tornati tutti e due, sono tutti e due vivi perché dovevano servire per fare la squadra di football del campo. Loro rimasero, io no, quindi mi riunii agli altri e partii insieme agli altri.

Intraprendemmo questo viaggio, come dicevo, arrivammo lungo la costa del lago di Ebensee, paesaggio splendido, la giornata era meravigliosa, tra l’altro durante il viaggio si ebbe l’occasione di vedere la popolazione vestita con i costumi tradizionali perché era il giorno di Pasqua, gli uomini e le donne con i costumi nazionali, che già giravano perché era giorno festivo. Tutto questo faceva un certo piacere perché era la vita che si manifestava, anche se non per noi. Arrivammo in fin dei conti ad Ebensee, il treno si fermò un po’ dopo la stazione, doveva essere un piano di smistamento. Lì ci fecero scendere. Lì mi arrabbiai con un mio compagno di prigionia, era un avvocato, preferisco non fare il nome, era un avvocato che si rese famoso perché lo chiamavano il corvo di Mauthausen perché era un pessimista ad oltranza. Questo qui dovendo urinare, preoccupato di non farsi vedere, mi urinò completamente sui calzoni. La cosa era grottesca perché eravamo conciati in un modo tale, che gli dissi che cosa stava facendo.

A piedi ci portarono su al campo per una strada, anche quella allora era tutta in terra battuta, ci fecero entrare nel campo. Pioveva, tanto per cambiare, lì si ebbe subito un esempio immediato di quella che era la nostra sorte. Lì venne Magnus, che era il capo interno del campo, delinquente comune anche lui, aveva un numero a tre cifre, quindi era un vecchione. Si mise a sberciare contro di noi, ordinò che trasportassimo del materiale, che era accatastato sulla piazza dell’appello, all’interno.

D: Subito?

R: Subito, sotto la pioggia battente, con i capi e capetti che seguivano con il bastone e lo adoperavano. E’ inutile dire che dopo poco eravamo tutti completamente fradici. Cosa succedeva? Che qualcuno nei viottoli del campo, perché il campo era sistemato in un bosco d’abeti, riuscivano a scappare ed andavano a rifugiarsi nella baracca, dove c’era una stufa al centro, che non serviva a niente. Tutto questo serviva a poco perché ogni tanto arrivava un capo, veniva lì, tastava se eri fradicio o no, se non lo eri abbastanza botte e fuori di nuovo a lavorare. Ad un certo momento ero proprio grondante, seguii l’esempio, a me andò bene perché quello che mi ha tastato ha visto che ero fradicio e mi ha lasciato lì. Questo fu il nostro saluto all’arrivo ad Ebensee.

L’accoglienza nella baracca fu la più umana possibile, il capo della baracca, il capo blocco era uno spagnolo, Jornet, era un antifascista stragiurato, quindi questo qui ci fece trovare subito una zuppa calda, rape da foraggio, ma comunque calde. Questo fu un grande benessere. Lui era una brava persona, ho visto dare qualche scapaccione, purtroppo lo doveva anche fare, lui era uno dei diecimila spagnoli che erano stati decimati. Come tutti gli spagnoli aveva acquisito una posizione di rilievo perché lui era capo blocco; moltissimi altri, che non erano morti, erano barbieri perché era un modo per sottrarsi al lavoro e stare nella baracca.

Lì incominciammo la nostra vita da deportati, che incominciò abbastanza bene, grazie al famoso Georg Godsche, Giorgio, il quale come tedesco fu incaricato subito di una squadra che doveva portare pietre da fuori del campo. Si doveva uscire dal campo con un carrello, una decauville, e riportarlo dentro carico di pietre per fare il fondo di quella che avrebbe dovuto essere la piazza dell’appello, perché era ancora un terreno tutto avvallato, fango. Lui aveva preso questo comando e mi aveva detto di prendere i miei compagni e di farli andare con lui, che lui gridava per farsi credere. Non l’ho mai visto picchiare nessuno, il Georg Godsche. Lui pretendeva che io facessi il suo interprete, ma io volevo fare quello che facevano gli altri. Facevamo questo lavoro, lui era un assoluto inesperto, avevamo montato bene o male questa decouville, si usciva ogni volta dal campo, davanti alle SS annunciando il numero, si andava trecento metri più avanti, dove c’erano questi frantumi di pietre, li caricavamo nei carrelli, li portavamo indietro, avanti ed indietro, questo era il lavoro.

In quel periodo mi ammalai, avevo la febbre, non stavo bene, probabilmente era un’infiltrazione polmonare, come poi pare che abbiano riscontrato, lì intervennero i miei compagni, Dragoni & C., sai che cosa fecero? Noi lavoravamo sulla piazza dell’appello, e nella piazza dell’appello c’erano da un lato delle baracche che erano a quindici o venti metri dal filo spinato, allora mi portavano dietro a queste baracche, dal lato dove c’era il filo spinato, aprivano una delle finestre delle baracche, che era piena di balle di paglia, mi infilavano lì dentro. Io stavo lì fino a che poi venivano a riprendermi, dopo aver guardato bene che non ci fosse nessuno, mi tiravano fuori e ritornavo con loro. Intanto io dovevo andare avanti perché farsi visitare era anche un rischio, perché si poteva essere spediti subito. Intervenne anche qui la fortuna.

Nel momento in cui noi arrivammo nella baracca, ci ammassarono tutti nella prima Stube, era divisa in due stanze e fecero l’appello uno per uno, chiamando il numero, dopodiché si passava dalla porta dall’altra parte e si faceva quello che si voleva. Nel momento in cui arrivai io, che ero come gli altri, rasato, lo scrivano, che era un lussemburghese mi chiese in francese, Dio sa perché, che professione facevo. Dio sa perché, io gli ho risposto in tedesco, dicendogli una bugia, risposi che facevo il ragioniere. Quello mi guardò e non capiva perché mi parlasse in francese e io gli rispondessi in tedesco, così io gli dissi che conoscevo tutti e due. Guardò il mio cartoncino, fece una gran risata e mi disse che non ero un ragioniere, ero un pubblico ministero. Io ero stato zitto perché avevo visto che c’era una sfilza di triangoli verdi, se io andavo a dire che ero un magistrato mi conciavano subito per le feste. Successe l’ira di Dio, disse che avrei visto cosa volesse dire prendere i poveracci e mandarli in galera. Pensa che non ero giudice, ma proprio pubblico ministero, chi mi ha salvato è stato ancora Georg Godsche, che è venuto avanti con la sua autorità di delinquente professionale, ha detto che mi conosceva e che non avevo mai fatto il giudice penale, il che era vero, ma civile. Sai che non mi ha più toccato nessuno per quel motivo lì, per altri motivi sì, sotto quel profilo non ho avuto più nessun fastidio.

Io andai nell’altra stanza e mi venne incontro un perticone tedesco che mi disse se parlavo tedesco, mi feci furbo e gli risposi che parlavo ancora meglio l’inglese, tedesco, francese ed anche un po’ di spagnolo; lo inventavo lo spagnolo ma fa niente. Lui prende il mio numero e mi dicee “Fatto”, e se ne va. Appresi che questo era uno scrivano del blocco uno. Il blocco uno era quello dove c’era la segreteria del campo, con il capo scrivano e tutti gli altri scrivani che gli facevano corona per i lavori del campo. Io andai e ad un certo momento tornai nella mia baracca, ripresi il lavoro come al solito, faticando e tremando per la febbre, finché un giorno, alla fine dell’appello della sera, venne lo scrivano, che era anche lui un lussemburghese, e mi disse che domani dopo l’appello dovevo fermarmi perché mi voleva parlare il capo scrivano, che si chiamava Albert, era un lussemburghese pure lui, ed era un funzionario di un’impresa d’assicurazioni.

Dopo l’appello mi fermai lì davanti ad Albert che incominciò a parlarmi in francese, in tedesco, l’inglese lui non lo conosceva. Alla fine di questo colloquio, mi chiese diverse cose, come avevo imparato il tedesco, poi mi disse che da domani, presente l’altro scrivano, dovevo andare nel blocco 6, di presentarmi allo scrivano e che avrei fatto l’aiuto scrivano. Così fui destinato a questa baracca, il cui capo blocco era una carogna tremenda, un bestione polacco, che mi odiava a morte perché sapeva che ero magistrato, ormai lo sapevano tutti. Ebbi invece la fortuna di trovare uno scrivano che era un prete, Konrad, prete cattolico.

D: Di dove?

R: Il paese preciso non lo so.

D: Nazionalità?

R: Polacca. Arrivai lì e non c’era lo scrivano, quindi quando arrivai mi aggredì subito il capo blocco dicendo che ero scappato dal lavoro. Gli dissi che mi avevano mandato lì come aiuto scrivano, bofonchiò qualcosa di disapprovazione ed andò dentro la sua baracca. Finalmente arrivò Konrad, che era un prete, era un tipo stranissimo, dopo ti dirò anche perché, era una persona civile, colta, mi accolse cordialmente, mi chiese chi fossi, s’informò su di me e poi mi disse che dovevo aiutarlo, che mi avrebbe ammaestrato per quello che era il nostro lavoro ed io l’avrei aiutato. Preparavo il libro per gli appelli, tante altre cosette, sempre mal visto da tutti, tra l’altro in quella baracca c’erano solo due italiani. Appena ebbi la possibilità di farlo, andai a cercarli e mi dissero di tutto, del capo blocco prima di tutto, dei compagni che erano quasi tutti polacchi e russi e che li odiavano a morte. Un inciso, noi italiani eravamo particolarmente mal visti da tutti, anche dai nostri compagni di prigionia. I francesi ci consideravano i traditori, i russi ed i polacchi ci consideravano fascisti, le SS poi non ne parliamo addirittura. Eravamo in genere mal visti da tutti. Questi poveretti erano delle vere e proprie vittime, non so neanche in che squadra lavorassero. Io ho continuato per un po’ di tempo a fare l’aiuto scrivano.

In quel periodo ci sono stati degli episodi tragici. Il primo episodio tragico a cui ho assistito personalmente fu quando, accompagnando gli ammalati all’infermeria, fui chiamato a fare da interprete perché c’era il capo del campo SS, che si chiamava Rimer, non era l’ultimo Ganz, che poi fu mandato via, ed un altro che erano davanti ad un infermiere che stava medicando un uomo italiano, che si era tagliato con la falce due dita, volevano sapere come era successo, lo chiesi a lui e lui rispose che lo avevano mandato insieme ad altri a raccogliere degli arbusti sempre nel bosco dentro al campo, per il gelo della mano non aveva sentito e se le era tagliate. Io ho tradotto letteralmente, ed il capo blocco disse che era un sabotaggio, cioè ferirsi per non lavorare. Era presente anche Magnus, il prigioniero del campo, il quale si mise a berciare che quella gente non la voleva nel suo campo. Per farla breve, questo poveretto fu bendato in qualche maniera, mandato fuori e lì c’erano ad aspettarlo i soliti capi e capetti già istruiti, che a bastonate lo spinsero verso il filo spinato, la SS preavvertita gli sparò due colpi e lo ammazzò. Rimase lì, tornai dopo a rivederlo come senso d’omaggio, non sapevo neanche come si chiamasse, chi fosse, doveva essere un romano. Quello è stato il primo veramente grave episodio, di violenze ne avevo già viste, bastonature.

D: Anche tu ne hai subite?

R: Altroché.

D: In che episodio?

R: Tanto per cominciare, subito all’inizio, quando ero nella baracca appena arrivato, la mattina dovevamo andare a lavarci, io mi sbrigavo a preparare il mio letto apposta per andare fuori a lavarmi, lì c’era un altro spagnolo, perché il capo blocco era uno spagnolo, che mi disse di portarlo a vedere il mio letto, io lo portai e quello mi disse se era fatto bene, giù botte con il tubo di gomma. Era un pretesto perché il letto era perfettamente a posto. Questo è uno, poi ne ho avuti tanti altri, sberle.

Una volta, mentre ero ancora aiuto scrivano, ci fu il capo della Wäscheraum dove c’erano le docce, che mi aveva chiamato per fare dei lavori insieme agli altri aiuti scrivani, io dovevo andare ad accompagnare gli ammalati, e gli dissi che dovevo andare a fare quello, come risposta mi diede una sberla tremenda che mi buttò per terra, mi rialzai e mi diede un’altra sberla dall’altra parte che mi butto di nuovo per terra. Mi azzardai di grosso perché me ne andai dal mio capo blocco, il polacco, il quale evidentemente lusingato perché mi ero rivolto a lui, gli dissi che cosa era successo, che io dovevo andare là, cosa dovevo fare, e mi disse di andare ad accompagnare gli ammalati. So che l’altro era andato lì a protestare, l’aveva liquidato e finì la storia. Questo è uno dei tanti.

Poi potrei raccontartene altre di cose tormentose. Ogni tanto anche come aiuti scrivani ci facevano scaricare dei sacchi di cemento per portarli sul luogo del lavoro, mettevano sulle spalle cinquanta chili, con questi dovevo fare un certo percorso e poi salire una scala fatta a mala pena, con il rischio di farli cadere, farli cadere voleva dire sabotaggio, quindi morte. Questo è un altro degli episodi che ho vissuto. Potrei raccontartene un’infinità di questi, finché non sono arrivato ad essere un vero e proprio scrivano, io sono sempre stato alla mercé di tutti.

D: Nella gallerini non sei mai andato?

R: Sì, sono andato ma poche volte, per fortuna o per disgrazia, non lo so, come sono andato nella Steinbruch giù, sempre occasionalmente perché dopo quei primi quattro o cinque mesi, quando poi fui nominato aiuto scrivano, la mia situazione era ancora precaria, ma era migliorata, nel senso che avevo quel lavoro e bene o male ero tutelato dallo scrivano. Ogni tanto prendevano tutti e via. Una volta, quella fu una scoperta di un capo blocco, aveva nevicato, era l’inverno del 1945, c’era più di un metro di neve, questo qui diede disposizione che tutti gli aiuti scrivani andassero sui tetti delle baracche a tirar giù la neve. Io dovetti insieme agli altri arrampicarmi lì sopra, con il rischio di scivolare, a fare scivolare la neve perché c’era il pericolo che sfondasse le baracche.

D: Il campo rispetto al paese.

R: Era dislocato a qualche chilometro di distanza, quattro chilometri circa. Da alcuni punti del campo si riusciva a vedere qualche casa del paese.

D: Poi tu da aiuto scrivano…

R: Da aiuto scrivano, quando arrivò un trasporto d’ebrei ungheresi, che erano ancora tutti in buone condizioni fisiche…

D: Trasporto che arrivava da dove?

R: Non lo so. Fui incaricato di occupare una nuova baracca e di occuparmene come scrivano questa volta. Mi trovai con questi, ti dirò che all’inizio mi trovai un po’ a disagio, nel senso che loro mi consideravano uno dei capi da trattare con rispetto, mi chiamavano Herr Schreiber, io mi arrabbiavo, dissi che ero come loro, poi riuscii a farglielo capire. Ruppi questa che era la conseguenza delle persecuzioni avute nei secoli. Era un gruppo che era ancora abbastanza sano fisicamente.

Lì ebbi un altro esempio tragico. Il mio primo capo blocco era un polacco, si chiamava Zacroski, era come gli altri, lo manifestò una volta che venne nella baracca a dirmi che un ebreo l’aveva aggredito, mi disse chi, io gli dissi che quello lì aveva il fratello qui e che il fratello mi disse che era un po’ tocco nella testa, gli avrà gesticolato davanti, non voleva aggredirlo, era un po’ matto. Poi dovetti andarmene via per preparare l’appello, quando tornai trovai una macchia di sangue nella stanza dove stavo. Io vivevo con loro, con il capo blocco, in una stanzetta ricavata e stavano lavandola. Chiesi cosa era successo, mi dissero che aveva chiamato gli altri capi blocco polacchi, avevano caricato di botte questo poveretto, gli avevano fratturato la mascella, per cui fu portato in infermeria dove morì, perché lì non erano certo in grado di rimettergliela a posto. Mi ricordo il fratello che piangeva disperato e mi disse che non aveva fatto niente. Gli dissi che l’avevo detto al capo blocco, ma che non aveva voluto intenderlo. Questo è uno dei tanti episodi, ne ho avuti altri che forse non ho neanche scritto nel mio libro.

Sempre come scrivano, ero ormai in un’altra baracca, mi capitò che c’era uno che non so che cosa diavolo avesse fatto, allora il capo blocco diede ordine che fosse messo nella squadra dello Zigeuner. Lo Zigeuner era uno zingaro di una ferocia non comune, proprio feroce, istintivamente lo faceva, io credo, per suo piacere, massacrava tutti. Questo qui tornò la sera da questa squadra, lavoravano alla fognatura, dovevano preparare la fognatura del campo, ritornò ridotto a pezzi. Questo andò dal capo blocco e gli chiese prima di tutto dieci sigarette di compenso per l’opera prestata, poi gli disse che lui aveva cercato di accopparlo, ma che non c’era riuscito perché erano intervenuti i civili e l’avevano bloccato. Anche questo fu poi mandato all’infermeria dove morì. Questo è un altro dei tanti episodi che ho visto con i miei occhi. Questo disgraziato ebbe il coraggio di chiedere le dieci sigarette anche a me come scrivano, ma gliele rifiutai naturalmente, a parte che non ce le avevo neanche.

D: Ad Ebensee c’era in funzione un forno crematorio?

R: Ad un certo momento istituirono il forno crematorio. Prima i morti venivano messi in casse grezze e portati a Mauthausen per essere bruciati. Aumentata la mortalità, costituirono il forno crematorio. Era un forno crematorio in cui c’era anche una cella che avrebbe potuto servire come camera a gas, però non fu mai adoperata. Questo mi risulta di preciso, che non ce n’era bisogno del resto perché morivano in tanti. Era un forno crematorio a capacità ridotta perché mi pare che potesse portare tre cadaveri per volta, uno sopra l’altro, li mettevano dentro e poi bruciavano, ci mettevano un bel po’ di tempo, per cui lo smaltimento era molto lento. Quando poi ci fu la moria generale, quella di migliaia di morti al giorno, dovettero scavare due fosse comuni perché il forno non ce la faceva più.

D: Parlavi di trasporti prima, c’erano degli ungheresi, poi venne un altro trasporto?

R: Ne sono venuti diversi, più di uno, ma quello che fu clamoroso fu quello, era ancora inverno perché c’era ancora la neve, almeno l’inverno di quella zona lì, doveva essere tra febbraio e marzo, erano partiti in 3.000 dal campo di Gross Rosen in Polonia, con un viaggio lunghissimo in vagoni bestiame scoperti, per cui avevano viaggiato portandosi dietro i morti, gli ammalati. Arrivarono al campo in gruppi di cento, il sistema era dividerli in gruppi di cento per facilitare la conta, entrarono nel campo. Furono portati immediatamente in uno spazio dietro le infermerie, c’era ancora uno spazio libero, non occupato da baracche, coperto di neve, furono lasciati lì. Loro arrivarono nel tardo pomeriggio, furono lasciati lì tutta la notte.

Il giorno successivo, a gruppi spogliati completamente, anche loro furono avviati nella baracca della doccia, della disinfestazione, nudi. Da lì venivano avviati a quattro blocchi, di cui uno era il mio, erano stati sgomberati completamente perché la SS, che era Ganz allora, voleva che fossero tra di loro, capi blocco, tutti dovevano essere tra di loro. Io rimasi in questa baracca insieme agli altri tre delle altre tre baracche perché dovevo istruire il mio successore, che poi è venuto anche qui in Italia, a Milano, si chiamava Hausler, è morto libero per fortuna sua. Lui era destinato a sostituirmi, intanto io per un quindici o venti giorni sono rimasto insieme a loro. Era una cosa micidiale. Cosa era successo? Che tutti quelli che erano in condizioni spaventose, ridotti a pezzi, noi li chiamavamo musulmani, erano stati avviati alla quarta baracca, messi lì dentro. Una puzza di cancrena, tutto fradicio.

Lo scrivano, che era un bravo giovane, era lì e mi ricordo che una volta nella Schreibestube, durante la preparazione dell’appello, arrivò Ganz, il capo SS, il quale chiese allo scrivano del blocco, mi pare fosse il 27, come andavano queste morti, lui rispose che ne morivano molti al giorno, ed allora lui disse testualmente “Peccato che il forno non ce la fa più”, infatti, fu l’epoca in cui poi furono scavate quelle fosse perché, come ti ho detto, passavano tutti i giorni davanti a me le slitte, c’era ancora la neve, cariche di cadaveri. Quello che lui aveva ordinato era anche un’altra cosa. Siccome c’era una puzza tremenda di cancrena nella baracca, lui aveva ordinato che fossero tolte tutte le finestre, per cui erano al coperto, nel senso che non pioveva dentro, però al freddo gelato, non solo, ma quelli che potevano stare in piedi dovevano stare per parecchie ore della giornata inquadrati davanti alla baracca sul vialetto. Io mi ricordo che passando di lì vedevi questi poveretti che tremavano. Questo era Ganz. Io potrei andare avanti per delle ore a raccontare quello che…

D: La Liberazione.

R: La Liberazione. Ti dirò che ad un certo momento, faccio un passo indietro, quando ci fu questo sistema degli ebrei, dissi che non volevo avere più incarichi, allora allo scrivano, che era questo lussemburghese, dissi che non volevo fare più lo scrivano, di mandarmi dove volesse, allora mi affidò come aiuto scrivano di un altro scrivano, che era uno dei due altri giudici del campo, era un giudice polacco, si chiamava Taddeus Vesoloski, era uno stangone, alto, un uomo colto, educato, lui era lo scrivano di una baracca. Io andai lì come aiuto scrivano di questo, praticamente facevo poco o niente, mi ero ormai un po’ sistemato. Alla fine dissi che volevo farmi ricoverare.

Andai all’infermeria, andai dal Dottor Derbries, francese, che non si chiamava Derbries, ma si chiamava Dreifuss, era ebreo ed era riuscito a nasconderlo perché era stato arrestato come partigiano, gli dissi che tante volte gli avevo portato dei miei compagni, gli portai Dragoni per esempio che venne da me conciato, l’aveva ricoverato e poi Dragoni divenne infermiere, ed a Derbries dissi che non me la sentivo più di stare in quell’ambiente perché poi ero mal visto dai polacchi, dai russi, ed allora mi trovò una pleuritis sicca, che a quell’epoca non avevo, e mi ricoverò nella stanza dell’infermeria il cui capo stanza chi era? Era Georg Godsche, non ti dico, venne a prendermi, mi portò nella mia cuccetta e lì sono rimasto fino alla Liberazione.

Vengo alla Liberazione. Era il 5 maggio, no, adesso mi confondo. Il 5 maggio è stato a Mauthausen, allora è stato il giorno dopo, il 6. Un gran frastuono, io ero in infermeria, fracasso, rumoreggiare da lontano perché le infermerie erano sul lato opposto dell’ingresso, il campo era lungo quasi un chilometro, ottocento metri circa, novecento, si sentiva vociare “Gli americani”. Allora amen, erano arrivati gli americani, si era sparsa la voce, incominciò ad arrivare lo scrivano dell’infermeria, che venne ad annunciare che il capo blocco dell’infermeria era stato ammazzato, l’avevano ammazzato i prigionieri perché era stata una carogna tremenda, come lo era anche quel periodo lì, tra l’altro aveva picchiato questo scrivano, gliene aveva fatte di tutti i colori, questo venne in giro dappertutto a raccontare che quello era morto, che gli americani erano qui. Da lì c’è stata la Liberazione.

Nella Liberazione è successo l’ira di Dio perché si sono buttati prima di tutto all’assalto dei magazzini viveri, per cui portavano via tutto quello che c’era, la farina dentro il cappello, per cui vedevi per il campo strisce di farina per terra, la seminavano così. Gente che poi è morta per le indigestioni fatte mangiando la farina cruda, erano in condizioni veramente tremende. Il giorno dopo dissi che volevo andare fuori anch’io a vedere, così andai e constatai quello che c’era da constatare, che diversi li avevano accoppati in quattro e quattr’otto. C’era un grande bacino che doveva penso servire in caso d’incendio, abbastanza profondo, dove c’erano tre o quattro cadaveri sul fondo, li avevano sistemati in quattro e quattr’otto. Sempre in quell’epoca lì vidi sempre trasportare davanti alla baracca dove mi trovavo uno trascinato per i piedi, erano due uomini che trascinavano un terzo per i piedi, chiesi chi fosse, mi dissero che era lo zingaro lo Zigeuner. Ti confesso che non ho provato nessuna pietà, l’hanno ammazzato a botte, lo portavano al crematorio perché quello ne aveva ammazzati un’infinità con le sue mani. Ho questa sensazione, di non aver provato proprio niente, che fosse giusto così, tragico che fosse, era giusto così, non poteva essere diversamente.

Una sensazione analoga, non in condizioni così tragiche, l’ho avuta un giorno sempre dopo la Liberazione, in cui incontrai il capo campo numero due, parlo sempre dei prigionieri, non di quelli esterni, che era Lorenz, quello che faceva le esecuzioni, impiccava, era addetto alle impiccagioni pubbliche ma anche private. Uno per esempio lo impiccò attaccandolo ad un abete davanti alla mia baracca, era uno che era scappato, era un delinquente comune, non so cosa disse o cosa avesse fatto, era andato a rifugiarsi nella fossa della latrina, poi l’avevano trovato, lui l’aveva preso e portato lì, l’avevano portato in cima su una scala, gli avevano messo il cappio al collo, avevano tolto la scala ed era rimasto lì appeso. Mi ricordo che, infatti, venne la SS a vedere, Ganz, questo Lorenz gli disse che l’uccellino era lì appeso. Rimase lì per tutta la giornata perché doveva servire come esempio per gli altri. Incontrai questo Lorenz, dopo la Liberazione, seguito da un guardaspalle perché aveva dei buoni motivi per temere. Lui mi conosceva bene perché ero uno scrivano ed ero in quella parte del campo che era affidata a lui, in tono cordiale mi chiese cosa stessi facendo, io gli risposi molto freddamente. C’era con me un mio compagno di prigionia e gli dissi, senza nessun rimorso, che avrei preferito vederlo morto.

Queste sono piccole pennellate, rispecchiano poi quella che era la nostra situazione, la nostra sensazione, eravamo sotto certi profili diventati insensibili. Ti dirò per esempio che quando raccontai al mio scrivano Konrad, agli inizi, il primo episodio, quello d’uccisione del poveretto, io glielo andai a raccontare, smarrito, cosa avessero fatto, lo trovai non dirò freddo o calmo, ma disse che purtroppo nel campo succedevano queste ed altre cose. Si era creata una mentalità per cui vedere ammazzare uno era una cosa normale, come vederlo soggetto a torture. Per esempio mi ricordo di aver visto uno, non so cosa avesse fatto, con le mani legate dietro alla schiena, appeso con le braccia dietro, il che voleva dire lussazione completa degli arti, in modo irrimediabile. Oppure c’era una specie di casottino di più o meno un metro di larghezza, dove mettevano dentro il prigioniero, chiudevano, questo doveva stare lì, non poteva sedersi perché non c’era spazio, pioggia, neve, gelo, freddo, caldo, per lo più si afflosciavano e morivano lì dentro. Questi erano dei sistemi previsti perché l’avevano costruita apposta questa baracchetta qua. Come ho visto quell’altro, lo sapevo già che lo facevano quel lavoro lì, ma l’ho visto con i miei occhi questo poveretto appeso con le braccia dietro, conciate in quella maniera, che puoi immaginarti.

D: Franco, che cos’è un Lager?

R: E’ difficile esprimersi. Lager nella sua etimologia vuol dire un campo, una zona circoscritta da un filo spinato, con dentro delle baracche, in cui stanno i deportati. Questo è niente. E’ un luogo di perdizione, dove non esiste più nulla, non esiste più nessuna morale, nessun principio valido, nessun principio di diritto, di tutela dell’uomo, si compie qualsiasi cosa pur di salvare la pelle. Devo dirlo con dolore, anche tra i miei compagni ci sono stati dei casi di cannibalismo, l’ho constatato io, dentro la mia baracca, ad uno gli avevano tagliato un pezzo di carne da un gluteo, era un morto. Cose di questo genere, per il mangiare si faceva qualsiasi cosa, si vendeva anche l’anima, ammesso che avesse un’importanza. Lo stesso Konrad che era un prete, non l’ho mai visto pregare, ma l’ho visto molte volte chiuso in sé, ho pensato che stesse pregando mentalmente. Non c’era nessun ausilio, qualcuno che ti desse una mano, che ti diceva di farti coraggio, mancava assolutamente. Era un luogo proprio spietato, affidato a persone spietate, che lo facevano per salvare la loro pelle se vuoi. Tutti i capi tedeschi, tutti questi capi, capetti, sotto capi, era tutta gente che, in fin dei conti, si prestava a fare qualsiasi cosa per portare la pelle a casa, triste ma è così. Il quadro è difficile descriverlo, è un quadro che più nero non lo si può descrivere.

D: Dopo la Liberazione, peripezie per tornare a casa?

R: Peripezie no, nel senso che ci siamo trovati in una situazione, il gruppetto di quelli che erano ancora abbastanza validi, tra cui c’ero anch’io, c’era Enzo Ferrari e compagni, c’era Dragoni, avevamo detto che appena ci liberavano noi ce ne andavamo. Conoscendo il tedesco ero in grado di muovermi, sennonché ad un certo momento abbiamo guardato intorno, abbiamo visto i nostri compagni, ignoranti poveretti, senza una conoscenza della lingua, ammalati, ridotti a pelle ed ossa, così abbiamo detto che non li potevamo lasciare lì. Allora abbiamo deciso, salvo qualcuno che se n’è andato per conto suo, tra cui il nipote di Carlo Scorza, a cui avevamo affidato una cassettina di medicinali, di organizzare una baracca per conto nostro. Prendemmo una delle varie baracche, la ripulimmo e tutti quelli che non sapevano dove andare, venivano lì. C’era un gruppo notevole d’italiani divisi in due categorie, quelli che erano ancora in grado di muoversi che facevano la loro vita tranquilli, nei limiti della libertà che era concessa, e poi un altro reparto invece in cui c’erano quelli che erano malati, ma non avevano bisogno di cure vere e proprie, per cui c’era ormai l’ospedale americano che li ricoverava. C’eravamo organizzati, c’era Enzo Ferrari che faceva il cuoco, i viveri li andavamo a prendere nel magazzino.

Passo indietro, il comandante del campo americano, non quello che ci ha liberato perché era andato via, che si chiamava Kepten Schien, era rimasto lì a comandare i reparti, tutta la zona militarizzata che comprendeva anche gli ospedali. Allora appena seppe che c’erano tre giudici, rispetto estremo della giurisdizione nei paesi anglosassoni, li mandò a chiamare. Diede a ciascuno un incarico, uno che era Vesoloski non mi ricordo che incarico gli diede, all’altro gli diede l’incarico dei ragazzi, c’era una baracca di ragazzini.

D: C’erano dei bambini?

R: Sì, erano addirittura tutti in una baracca, quando non servivano per altri scopi ignobili, di cui usufruivano i capi, lavoravano nelle baracche per fare pulizia, facevano quelle che si chiamavano i lavori di stanza, ma non tutti. Erano parecchi, c’era una baracca completa.

Uno di questi tre giudici fu incaricato di dirigere questo. Io fui incaricato dal Kepten Schien, virtù della conoscenza dell’inglese, al magazzino viveri. Il magazzino viveri veniva rifornito giornalmente dal basso perché gli americani andavano, requisivano, portavano su il materiale ed io tutte le mattine ricevevo i delegati dei vari gruppi che mi dicevano tanti, presenti, e distribuivo quello che avevo, di volta in volta. Davo il cibo, poi se lo preparavano loro, ciascuna baracca se lo preparava per conto proprio, infatti, da noi c’era Enzo Ferrari che faceva da mangiare e mangiavano bene. Io quello che avevo lo davo, regolarmente. Questo è stato il primo periodo di liberazione ancora sul campo, che si è protratto per un mese buono, in attesa del trasbordo ad Innsbruck .

Questo trasbordo avvenne poi per mezzo di camion americani. Lì ci fu un’altra tragedia nell’insieme delle tragedie perché purtroppo quelli che erano ammalati non potevano essere trasportati, fu estremamente difficile far comprendere a questi che dovevano rimanere lì, nel loro interesse, per essere curati. Ricordo che uno, non ci fu verso di tenerlo, scappò, arrivò sulla piazza dell’appello, dove c’erano già questi camion carichi, si fece issare anche lui sul camion ed arrivò a Salisburgo, dove facemmo sosta. A Salisburgo fu ricoverato e morì perché era ridotto in condizioni tali. Prima di andarmene feci il giro di tutte le infermerie per trovare tutti. Mi ricordo che andai, un’altra cosa che non dimenticherò mai, in una baracca che era degli infettivi, trovai il maestrino, era un maestro di Sesto S. Giovanni, adesso mi sfugge il nome purtroppo, gli portati qualche cosa, era ridotto male, infatti morì poi lì di tubercolosi. Andai in giro per vedere, per chiedere a questi infermieri americani se c’era qualcuno che poteva ancora venire via. Qualcuno sì, me li indicò, questi tutti contenti si presero il loro straccetto e furono portati a Salisburgo. A Salisburgo ci misero in una caserma dove rimanemmo praticamente due o tre giorni.

D: Croce Rossa Internazionale?

R: No, era arrivata prima una delegazione francese, insieme agli americani, poco tempo dopo. Ho anche delle fotografie di tre che erano lì. Praticamente fecero tutto gli americani.

D: Però a Salisburgo c’era…

R: No, a Salisburgo c’era Monsignore Bicchierai. Lì avvenne un fatto di cui non ho parlato, ma posso parlarne senza fare nomi. Devo fare un piccolo passo indietro. Lì ad Ebensee con noi c’era un nostro compagno, di cui non intendo assolutamente fare il nome, che era certamente un antifascista, ma che era uno strano tipo, usando strano uso un termine eufemistico, riuscì brillantemente a venirne fuori, fino ad un certo punto, perché raccontava un mucchio di storie. Lui raccontava per esempio di essere un capitano di corvetta, vantava questa sua posizione nei confronti degli ufficiali delle SS, soprattutto dell’Ufficiale Medico, che abboccavano perché lì uno diceva di essere il Padre Eterno, chi gli diceva di no. Lui raccontava questa storia, aveva anche il taglio un po’ del militare.

Dopo la Liberazione venne una sera nella baracca dove viveva insieme a noi, quella che avevamo istituito, a dirci che aveva sentito alla radio italiana che era stato promosso contrammiraglio. Inutile dire che erano tutte balle. Io ho avuto poi una piena conferma assoluta, nel senso che fu ricoverato, dopo essere rientrati in Italia, perché affetto da tubercolosi fulminante, infatti, morì in poco tempo in un sanatorio, dove c’erano tra l’altro altri ufficiali, tra cui due ufficiali di marina, ma c’era soprattutto un mio compagno di liceo, avvocato, anche lui ammalato di tubercolosi. Lui mi raccontò questa storia, che anche lì questo disgraziato, non si può dire altro, continuava in questa leggenda, raccontando di essere un ufficiale, ufficiale a rapporto perché era il più alto in grado, li convocava, faceva prediche, cose di questo genere. Capirai, lì c’erano, come ho detto, due ufficiali di marina, si conoscono tutti, hanno chiesto informazioni e hanno scoperto che non era neanche marinaio. Il risultato è che fu cacciato via da questo sanatorio, che era qui su al monte, sempre raccontatomi da questo mio compagno di scuola, che è ancora vivo e che conosco molto bene. Dopo un po’ è ritornato, ha ripreso con quella storia lì. Per fortuna sua, mi dispiace dirlo, è morto perché quello finiva veramente male.

Questo a Salisburgo saltò fuori con una storia del genere perché ci fu uno dei miei compagni che, come io del resto l’avevo capito che era tutto un bluff, l’aveva capito e ad un tenente colonnello, che era un cretino integrale che era lì, gli raccontò questa storia per cui quando questo si fece avanti per andare anche lui a parlare lo cacciò via. Lì fui preso un poco da una sensazione particolare, cioè la sensazione di chi, giusto o non giusto, buono o cattivo, aveva ingiustamente sofferto, allora presi un po’ le difese di quest’uomo, pur sapendo chi era ormai, tanto che Monsignor Bicchierai voleva invitarmi a mangiare con loro, privilegio di quest’etichetta di giudice. Io ringraziai e rifiutai, di fronte ai miei compagni, lo feci anche nei confronti di questo e nei confronti di quell’idiota d’ufficiale, che si era comportato villanamente, senza sapere per altro perché erano voci. Monsignor Bicchierai ad un certo momento siccome venne fuori uno che era quello che aveva organizzato quella specie di campo, di quella loggia a Salisburgo, che era un torinese, anche lui non so quanto raccomandabile, aveva preso posizione contro questo qui. Allora io in presenza di questo gruppo d’italiani, di cui Monsignor Bicchierai, dissi che titolo avevano per giudicarci, e Bicchierai disse che avevo ragione, che non avevano nessun titolo per giudicarci. La cosa finì lì.

Da lì fummo portati, sempre con mezzi degli americani, fino ad Innsbruck. Ad Innsbruck c’era un comitato italiano diretto, non mi ricordo chi era, non l’ho mai saputo il nome, il quale si occupava di fare l’ultima fase del trasporto. Avevano riattato la ferrovia da Innsbruck fino a Bolzano e quindi aveva organizzato questi viaggi. Capitò anche il nostro turno, ci portarono a Bolzano. A Bolzano fummo mandati in una caserma, quartierati, in attesa di essere poi portati alle rispettive destinazioni.

D: A Bolzano ti ricordi dove ti hanno messo?

R: No. Noi eravamo dei poveretti dispersi, non sapevamo niente.

D: Quanto pesavi Franco?

R: A quell’epoca lì pesavo già un pochino di più, quarantadue chili.

D: Ed avevi quanti anni?

R: Avevo ventisette, ventotto anni. Il mio peso normale, già allora, era sui sessantasette, sessantotto chili. La mia acquisizione di scrivano mi aveva dato il grande vantaggio di sfuggire al lavoro pesante, ma di benefici non ne avevo perché le SS mangiavano quello che volevano, ma a me non davano mai niente, io vivevo di quello che vivevano gli altri, né più né meno, avevo il vantaggio di non essere logorato fisicamente, come dieta era quella, salvo due episodi. Una volta, non mi ricordo come, mi furono date delle carote, allora chiamai Enzo Ferrari, che è ancora mio carissimo amico, che era nella mia baracca, gli dissi di mettere insieme quel nostro po’ di salsiccia e di friggere le carote tutto insieme, e che poi ce lo dividevamo, lui fu subito d’accordo, sulla stufa mettemmo questo pentolino con un po’ di margarina, con questo pezzettino di salsiccia e le carote tagliate a fettine. Ci preparammo questo mangiare, ma ti assicuro che non arrivammo neanche ad aspettare che fosse del tutto cotto, ce lo mangiammo così, tutti contenti di averlo mangiato.

Poi c’era Jim Dobroceck , che è un altro capitolo triste, perché lui figurava italiano ma non ha avuto nessun beneficio di quelli che avremmo potuto avere noi, anzi, una volta riuscì a raccapezzare della farina, allora mi mandò a chiamare per fare le palacinche. Fecero queste frittelle, appena impastate con l’acqua e cotte in qualche maniera. Al di fuori di questo e di qualche altro episodio…

D: Franco, cosa ti è rimasto del Lager dentro?

R: Tutto. Io per fortuna ho una forza di carattere notevole, riesco a sotterrare tutto, però ci sono dei momenti, soprattutto sono i momenti d’insonnia, che alla mia età purtroppo sono frequenti, allora riemerge tutto, emergono anche particolari che magari lì per lì non ricordo, ma lì mi vengono fuori tutti. Sono ferite che non si rimarginano.

D: E’ ancora importante, secondo te, che i giovani d’oggi conoscano queste storie?

R: Enormemente importante, anche se è difficile credere che possano rendersi conto di quello che era. Quando io vado nelle scuole e parlo a questi ragazzi, cerco soprattutto di far comprendere loro com’è difficile realizzare la vita di allora, anche a cominciare dal periodo fascista, è difficile far comprendere a loro che non si poteva parlare perché c’era il rischio delle botte, c’era il rischio del padre che perde il lavoro, non le capiscono queste cose, soprattutto oggi che hanno acquisito una capacità di raziocinio formidabile, è veramente difficile fargliela intendere questa situazione. Bisogna farlo io credo, qualche cosa resta io penso, anche che resti poco, qualche cosa deve restare, deve restare come ammonimento per il futuro perché purtroppo gli uomini sono sempre gli stessi, quello che è avvenuto nel passato può verificarsi ancora, inutile farsi illusioni. Basta guardarsi in giro e vedere che cosa succede nel mondo, cose di questo tipo, anche se non così matematicamente organizzate, com’era il nazismo, l’olocausto, si verificano ancora. E’ veramente molto importante.

In quest’opera dovrebbero esserci d’aiuto, lo dico al condizionale, gli insegnanti. Gli insegnanti spesso non le sanno queste cose, ed è comprensibile che non le sappiano perché solo chi le ha vissute sa cosa significano. Il sentirlo raccontare è qualche cosa che sfugge, che sa di barzelletta, se è lecito dirlo, nel senso che chi ascolta dice che sto esagerando, chissà cos’era in realtà. E’ fatale che una persona normale possa ragionare così di fronte a certe vicende, a certi episodi che non sono umanamente concepibili, se non in quell’atmosfera, in quel mondo, con quegli uomini, non può essere altrimenti. Io ho avuto un pugno che mi ha spaccato un dente, perché? Non lo so perché, forse perché non sono rimasto rigidamente sull’attenti e basta. Mi hanno spaccato un dente, che poi ho dovuto farmi togliere perché mi faceva male. Come si fa a far comprendere ad un giovane che oggi è libero, che il professore lo chiama prof, che fa quello che vuole, parla in classe, insomma tutto un mondo diverso. E’ quasi impossibile, è estremamente difficile farlo comprendere, però bisogna farlo lo stesso.

D: Franco, è importante secondo te portare i giovani ad Ebensee?

R: Questo sì, questo è molto istruttivo perché lì toccano con mano, lì vedono. L’impressione visiva è più forte di quella uditiva, di quella di chi racconta. Uno può raccontare nella maniera migliore, più convincente, ma non riuscirà mai a convincere come quando tu arrivi a Mauthausen e gli fai vedere il salto dei paracadutisti, dove buttavano giù gli ebrei a sfracellarsi nella roccia. Questo è importante. Non avrai mai la stessa impressione che hai quando li porti davanti ad un forno crematorio, che in sé per sé era un modo di eliminare dei cadaveri, solo che lì erano moltiplicati perché la molteplicità dei cadaveri era tale che non bastava. Questo è estremamente utile, secondo me, perché lì li immedesimi nel campo, nella classe sono ancora tra di loro, se sono poi tanti, come mi è capitato a Castano Primo, dove sono venuti in duecento circa, ci sono quelli che ridono, scherzano, non la pigliano neanche sul serio, nonostante ciò bisogna farlo. Spero di continuare a farlo, nonostante i guai in cui mi trovo.

D: Trascorsi 53 anni dalla liberazione dei campi, in questi 53 anni le istituzioni italiane, da quella centrale, il Governo, a quelle periferiche, tutte quelle che vuoi, hanno fatto qualcosa per i deportati?

R: E’ stato fatto qualche cosa. Moltissimi anni fa tu sai che è stata stabilita una somma di risarcimento, è un significato simbolico, diciamolo pure, quanto meno c’è quello, ma poi per il resto è stato fatto poco o niente. Io ricordo ancora nei primi anni dopo la Liberazione, di essere stato invitato in casa di alcuni amici che avevano organizzato una specie d’incontro con un apparecchio ricettivo, in cui mi chiesero qual era la mia sensazione, fin da allora dissi che avevo la sensazione che si fosse fatto poco o niente, non per noi, ma soprattutto per gli altri perché tutto ciò che è avvenuto non si ripercuota. Guardando il seguito, guardando quello che succede fino ai giorni nostri è un vero macello, un disastro in cui domina dappertutto la ricerca della posizione sicura, dell’opportunismo, dei dané, come dicono a Milano, e basta.

Ci sono queste istituzioni che ancora resistono e cercano di fare qualche cosa, ma con mezzi molto ridotti. Tra l’altro anche la nostra associazione che, sotto quel profilo lì, si può dire benemerita perché non solo assiste gli ex prigionieri, ma assiste anche i parenti quando ne hanno bisogno e quando ciò è necessario, anche noi ormai siamo quattro gatti, quando saremmo finiti noi, mancheranno i testimoni oculari. Speriamo nell’istituzione di un qualcosa che possa garantire una continuità, però sarà sempre qualcosa di diverso. Una fondazione è in progetto perché un certo giorno finirà la nostra vita, e finirà anche la nostra possibilità di andare in giro a parlare soprattutto ai giovani, diventerà un vero problema.

D: Perdonare sì, ma non dimenticare.

R: Una volta ad una trasmissione televisiva, mi pare di Telenova, ho detto una frase della quale non so se devo pentirmi francamente, mi hanno fatto la stessa domanda, se io perdonavo. Lì non me l’hanno posta in questi termini, non dimenticare ma perdonare, io ho detto che non me la sento di perdonare chi ha preso delle giovani ebree e le ha messe nei postriboli, dove sono morte o per malattia o perché non potessero poi dichiarare quello che avevano fatto, non mi sento di perdonare la gente che ha fatto le atrocità che ho visto coni miei occhi. Sarà una minoranza, sarà quello che volete, ma certo io quelli non me la sento di perdonarli, non posso perché penso che farei un grosso oltraggio a quelli che poveretti sono rimasti là.

Morelli Vittorio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Mi chiamo Morelli Vittorio, sono nato a La Spezia il 6 luglio 1920.

Nel periodo della guerra, io sono anche invalido di guerra, rimasto ferito in Albania, facevo parte della Divisione Acqui, però sono rimasto ferito il secondo giorno di Natale del 1940.

Dopo numerosi interventi chirurgici al braccio sinistro, alla gamba ecc… sono stato poi nel ’43 messo in congedo assoluto, date le mie condizioni fisiche menomate.

Nel 1943, nel marzo del ’43 qui a La Spezia, visto che avevano iniziato i primi bombardamenti, ma non massicci, poi avvenuti nell’aprile, la gente spaventata ha iniziato a sfollare la città, pur rientrando al mattino quelli che erano al lavoro. Poi alla sera ritornavano a casa.

Anche noi dalla stazione dove abitavo in via Paleocapa n.3, siamo sfollati in località Bonviaggio, sempre di La Spezia. Una località sopra Migliarina, bisognava andarci per la strada.

Lì poi sono venuti i grossi bombardamenti dell’aprile che hanno colpito duramente l’arsenale, la città ecc… Noi però eravamo lassù, un po’ al riparo da questi bombardamenti che avevano distrutto in modo molto forte la città di La Spezia.

Per alcuni mesi siamo stati abbastanza discretamente, a parte il fatto degli allarmi continui ecc… Io venivo a lavorare, allora lavoravo con il Comune di La Spezia.

Poi è sopravvenuto l’8 settembre, i tedeschi si sono impadroniti rapidamente della città, anche perché poi la resistenza italiana qui non c’è stata, diciamo la verità. Gli alpini in località Bottania hanno abbandonato tutto e se ne sono andati a casa. La Marina la mattina, se non vado errato, del 9 o 10 settembre è salpata, ad un certo momento non abbiamo più visto nessuna nave da guerra, se ne sono andati. Poi è successo quello che è successo.

Qui nel golfo non c’era più una nave militare.

Noi siamo stati praticamente alla mercé dei tedeschi che si erano impadroniti della città. Impadroniti direi che è proprio la parola giusta. Il valico del Bonviaggio, la Foce. Ricordo che una mattina mi pare intorno al 10 settembre capitai in piazza Verdi, dove sempre qui a La Spezia c’erano i tedeschi nel palazzo delle Poste, esiste tuttora, nelle due scalinate c’erano i tedeschi accucciati per terra con le loro mitragliatrici, con le cose, i cartucceri, però alla popolazione non hanno fatto nulla perché non c’è stata nessuna reazione da parte nostra. Si limitavano soltanto ad osservarci, eventualmente a reagire se avessimo reagito. Ma ciò non è accaduto.

Ho continuato il mio servizio giorno dopo giorno con il Comune, all’Ufficio Censura di giorno.

Poi nel pomeriggio passavo da Migliarina con il tram e mi recavo poi a casa, in questa casa, chiamiamola così, non era veramente proprio una casa ma quasi, di sfollato insieme ad altre famiglie.

Viene però l’8 settembre. Allora cosa succede? L’8 settembre era già venuto, come avevo detto prima. Lì avevano installato anche una stazione di Brigate Nere, le quali mattina e sera controllavano i documenti a tutti. Dovevamo avere la carta d’identità, farla vedere. Oggi c’era uno, domani un altro, e chiedevano continuamente questi documenti.

Va bene, fino a qui non era ancora successo nulla. Se non che prima il primo novembre i repubblichini, cioè i facenti parte della tristemente nota Repubblica Sociale Italiana di Salò, avevano formato queste Formazioni Nere, le cosiddette Brigate Nere, ed in più la Guardia Repubblicana, sempre formazioni fasciste che aiutavano, collaboravano strettamente con i tedeschi ecc…

Il primo novembre del ’44, anzi, alcuni giorni prima, due o tre giorni prima avevano messo dei gran manifesti nella frazione di Migliarina, lì dove io ero sceso dal tram, dovevo poi farmela a piedi fino a Bonviaggio. Avevano messo dei gran manifesti dove dicevano: il giorno primo novembre dalle ore 12 saranno passati per le armi dodici banditi. Alle ore 12.

Ancora prima mettevano anche i bandi, come diceva il mio amico Montefiori, per tutti gli ex appartenenti al Regio Esercito, la Marina, l’Aviazione, dovevano presentarsi entro e non oltre una certa data. Coloro che non si presentavano venivano dichiarati disertori e passibili di passare dal Tribunale Militare di Guerra e passibili anche di fucilazione.

Ma una buona parte di questi non si presentarono, dovettero per forza andare ai monti.

Io da quel lato lì non mi preoccupavo molto perché ero già invalido di guerra, siccome ero ferito gravemente con il braccio in anchilosi, facevo il mio lavoro e…

Fui chiamato una volta insieme ad altri giovani di Bonviaggio se volevo aderire a loro. Dice: “Anche se tu non sei in grado di fare… però potresti sempre collaborare con noi”. Dico: “Guardi, ci penso un po’ sig. Tenente, poi ne riparleremo”. Ma poi non era vero. Ero contrario a loro perché non mi piacevano, avevano certe facce, né i tedeschi, né niente. Io la guerra l’ho già fatta, cosa devo ancora…

Allora il primo novembre insieme con il mio padrino buonanima dice: “Io quasi quasi domani è il 2 novembre e devo andare al cimitero a trovare le mie figlie decedute, però perché non ci andiamo oggi?” Dico: “Va bene, andiamo oggi”. Facciamo la strada del Bonviaggio per recarci a Migliarina e poi proseguire. Dico: “Eugenio, così si chiamava, vedi, siamo qui all’incrocio che là si va a… avevano messo dei manifesti che avevano fucilato della gente, a mezzogiorno ancora non avevano fatto niente però mi sembra che ci sia qualcosa che non va”. Vedo le saracinesche dei negozi mezze abbassate, dico, qualcosa è successo, si è spaventata la gente, le donne…

Abbiamo avuto il coraggio di recarci sul luogo dove hanno fucilato sei partigiani, che il Montefiori li ha conosciuti in carcere. Erano lì distesi per terra, di marmo ormai, il sangue rappreso per terra, e le Brigate Nere erano dentro quella caserma che ridevano, parlavano ad alta voce ed ogni tanto intramezzati da sonore risate, vero?

Però lui, il mio padrino si è avvicinato a questi poveri giovani che avevano i pantaloni da marinaio, barbe incolte da una dozzina di giorni, scalzi. Erano letteralmente tagliati a metà dal fuoco dei mitra. Cioè c’era il vuoto fra la parte superiore del corpo e la parte inferiore. Tagliati, proprio ci passava… Io li ho guardati, poi ad un certo momento il mio padrino che credeva di poter riconoscere qualcuno ha detto “No, andiamo, andiamo”. Lo spettacolo era orribile poverini.

Le finestre intorno tutte chiuse, le persiane… Forse ci sarà stato qualcuno ma non si è fatto vedere. E noi ce ne siamo andati.

Questo, 20 giorni dopo poi il grosso rastrellamento effettuato il giorno 21 novembre a Migliarina, ecco che io come al solito, come me anche tanti altri, dal Bonviaggio siamo venuti… Non si sapeva di questo. Quando arriviamo al … dice: “Un controllo”; un grosso controllo, le Brigate Nere, che bloccano.

Io ho detto, ho pensato, io praticamente sono contrario a loro perché non li posso vedere, però insomma, anche se avessi parlato con qualcuno dove ero sfollato io ad alta voce, ma quello era un antifascista di vecchia data ed io gli davo ragione. Speriamo che non abbia sentito qualcuno, che non mi abbia denunciato.

In sostanza vengo giù ed ho detto: ma, tanto se non è un giorno o l’altro faccio vedere i documenti. Invece due o tre Brigate Nere mi si avvicinano, “Dove va?” “Io vado al lavoro, sono sotto al Comune.” “Vieni un po’ con noi”. Con i mitra puntati…

D: Vittorio, ma questi erano fascisti?

R: Erano Brigate Nere, formazioni di fascisti di allora, sì, erano fascisti. Mi mettono in un vasto cortile dove già ce ne erano parecchi, perché io ero capitato alle otto e loro erano già lì dalle sette e mezzo, perché nelle prime ore del mattino avevano iniziato il famoso rastrellamento, man mano che arrivavano venivano imbottigliati come dei pesci.

Mi portano lì. Mi trovo in mezzo ad una moltitudine di giovani. Siamo qui anche noi, non abbiamo fatto niente. Tutti non avevano fatto niente, erano tutti innocenti. Ci saranno stati dei partigiani veri, però i più erano presi, anche quelli di una certa età avevano preso.

Anzi, lì debbo dire l’episodio, un signore di una certa età, avrà avuto allora quarantacinque anni, era stato fascista fino alla caduta del fascismo. Il quale, eravamo vicini ad un muro che dava sui campi, sempre lì alla Flage, dove ci avevano tutti sistemati in quel modo. Disse: “Io sono stato fascista fino ad ieri l’altro, loro lo sanno, a voi forse non vi fanno niente perché risulta che… però a me mi pestano bene e poi non so che fine farò. Se qualcuno mi dà una mano… Se mi vedono mi sparano. Io tento il tutto per tutto”.

Bene, aiutato da alcuni presenti, io non l’ho potuto aiutare per via del braccio, l’hanno aiutato a salire, lui è salito ed è poi scappato per i campi. Cosa che poi mi ha ripetuto quando finita la guerra lo rincontrai. Dice: “Guardi, sono fuggito, ho fatto avvertire a casa che io sono riuscito a fuggire”. Va bene, fino a lì questa persona è scampata alla morte.

Noi poi ad uno ci hanno riportato sempre lì alla Flage in una vasta stanza in cui erano sedute parecchie persone, tutti in borghese. Anche persone di fascisti di provata fede, ma erano in borghese con la camicia nera. In piedi c’era il capitano delle SS italiane Battisti, trentino di nascita, che era stato Ufficiale dell’Esercito, ma dopo l’8 settembre si era naturalmente subito arruolato di là con le SS, ed era questore di La Spezia. Un boccione aveva, il quale prendeva i nostri documenti, a me ha detto, aveva già la carta d’identità che ci avevano requisito subito all’entrata, mi ha chiesto come mi chiamavo, ho detto Morelli Vittorio. Lui dice: “Morelli Vittorio, abitante in via Bonviaggio…” Però guardava poi tutti quei signori che ormai sapevano come si dovevano comportare, ed hanno fatto cenno con la testa che non mi riconoscevano, come infatti era vero.

Però un giovane di bassa statura, un certo Capitani, che poi ho saputo dopo che si chiamava Capitani, fa al capitano, dice: “Sì, ma lo conosco io di vista”. Dice: “Lo vedevo prendere il filobus al mattino, al pomeriggio”. Dico: “Sì, perché mi reco al lavoro, io sono impiegato al Comune, vado e vengo e poi vado a casa”.

Però ad un cenno particolare, che tra di loro si intendevano, ha fatto un cenno in cui invece di lasciarmi uscire, come qualcuno usciva anche anziano ecc… mi ha fatto accomodare di nuovo in una stanza sempre li alla Flage, dove praticamente c’era ancora molta gente nel cortile, ma io e tanti altri che ho trovato già nella… ci avevano messi lì da una parte.

Lì ci siamo stati tutta la mattina fino addirittura alle due e mezzo del pomeriggio. Per fortuna uno che non conoscevo ma che era di Migliarina, un certo Gianardi Oriente, dato che era venuta una sua sorella a trovarlo, non so come abbia fatto a passare, dice: “Guarda abbiamo fame, ho fame, portami qualche cosa”. Allora questa sorella poverina ci ha portato una marola di pane grossa con due uova fritte, bianco e rosso naturalmente, in mezzo. Ebbene, quest’uomo ha fatto un po’ come il Nostro Signore, ha spezzato il pane e ne ha dato metà a me. Non ha potuto darlo a tutti perché ci guardavano ma abbiamo mangiato io e lui.

Verso le ore due e mezza circa, tre meno un quarto, si apre il cancello della Flage, entrano due camion venuti per prenderci. Ci hanno fatti salire sui camion e poi, lo chiamavano Comandante, ma io so che è stato prima autista del Vescovo di allora di La Spezia, e poi successivamente del Federale di La Spezia Avvocato Enzo Toraca, ed era Aurelio Gallo, un tipo sornione, veneto, parlava poco, guardava di traverso anche quando ancora non era successo niente.

Bene, era assunto a torturatore che i partigiani che prendevano li portavano nell’ex Caserma del 21°, a La Spezia, e li torturava con dei sistemi medievali. Mettevano le cose elettriche, sotto le unghie… Insomma, li torturava per farli parlare.

Bene, quel giorno lì venne lui. Non aveva gradi, aveva i pantaloni alla cavallerizza neri, con gli stivaloni, un giaccone di pelle nero, un berretto quasi da autista ma senza fregi. Lo chiamavano, qualcuno dice: “Comandante, noi non abbiamo fatto nulla.” Tutti quelli che erano sul camion. Ci hanno preso.

Allora lui disse, lo ricordo sempre, “Per questo dovete ringraziare quelli che voi chiamate patrioti, che si sono infiltrati qui in città. Noi avremo modo di appurare se siete innocenti o meno. Comunque adesso vi portiamo via. Se uno non ha fatto nulla non avete da temere.”

Noi ormai eravamo lì, il primo camion esce dalla Flage, percorre via Fonte Vivo di fronte al carcere, e poi giù in città, piazza Verdi, salita, c’è una salita, e siamo finiti in via XX Settembre sempre qui a La Spezia, e poi ad un certo punto c’era una Caserma delle Brigate Nere. Si sono fermati un po’.

Ricordo che le Brigate Nere erano proprio dei barbut, quasi tutti barbut con il mitra sulla spalla. Uno di loro, di quelli di questa stazione delle Brigate Nere, disse all’autista: “Oggi l’avete fatta una bella retata”, disse. Noi eravamo lì.

Poi giù dopo poco ci hanno portati alla vecchia Caserma del 21° Fanteria, e di lì messi nelle varie celle. Io ero attiguo a quella dei sacerdoti, avevano arrestato numerosi sacerdoti, don Mori e tanti altri. C’era persino il cappellano della Milizia, don Pieroni, che disse una mattina di quei tre giorni che ci siamo stati, disse: “Dopo 16 anni di milizia questo è il premio”. Era cappellano della Milizia, figuratevi, era stato in Africa, la Campagna d’Africa. Avevano arrestato anche lui. Bene.

Noi siamo stati tre giorni. Ci hanno interrogati anche i tedeschi che erano SS, “Ma come mai voi altri?” “Noi non abbiamo fatto nulla, ci hanno preso…” Uno alla volta ci prendevano… Io sono impiegato lì al Comune, potete chiederlo, c’è anche della gente che prima era nell’esercito ed adesso sono passati nella milizia perché è cambiata… Ma loro si figuri se andavano a chiedere, ormai eravamo lì nelle loro mani.

Al terzo giorno… In cella io mi sono trovato con molta gente, in una cella dove ci si stava in quattro o cinque eravamo una decina. C’era il tavolaccio dove una volta mettevano i militari puniti, un po’ in pendenza. Ricordo un particolare, quelle scatole di salsa vuote che una volta si prendeva la salsa ad etti, era vuota, ed era piena, scusate il termine, di urina, che poi dopo che era pieno colava tutto per terra. Lì poi ci chiudevano dentro per ore ed ore.

Ho provato anche a sdraiarmi ad un certo momento, hanno detto: “Noi ci siamo un po’ riposati, vacci anche tu”. Ci sono andato ma si figuri, duro come non so che cosa. Siamo stati tre giorni in quelle condizioni lì.

Alla sera del terzo giorno ci hanno ricaricato sui camion, e nel piazzale ricordo che c’erano tutti quegli ufficiali della Guardia Repubblicana in stivaloni lucidi, tutte divise perfette, che ci osservavano incuriositi mentre ci facevano salire sui camion. Poi hanno aperto le porte del cancello e via, per il lungo viale che conduce poi al lungo mare, per portarci al cosiddetto Molo Pirelli.

Ma nel momento dell’uscita le donne di Migliarina e di Bonviaggio ecc.. tra le quali mia madre erano tenute a distanza dal cancello, però… “I nostri ragazzi…” “Vittorio…”. Qualcuno mi ha detto: “Guarda che c’è anche tua mamma”. Hanno riconosciuto le sorelle, le mamme, e qualcuno è riuscito a riconoscere. Io impietrito dal dolore, il cuore mi si era impietrito, anziché guardare verso la mamma mi sono afflosciato con il cappotto che avevo nel camion, e non l’ho voluta vedere. Poteva essere l’ultima volta.

Dopo di che siamo andati al Molo Pirelli, ci hanno scaricati, e lì c’erano ad aspettarci le bettoline che ci portavano a Genova. C’erano ad attenderci quattro o cinque soldati tedeschi, forse della Wermacht, quelli lì, erano seduti su delle latte vuote a modo di sgabello e ci hanno indicato gli oblò che ci dovevamo… Infatti uno alla volta, due alla volta o tre. Io ho detto a qualcuno: “Aiutatemi”, perché con questo braccio bisognava andare giù e… “Va bene, non ti preoccupare che ci pensiamo noi”.

Però nel frattempo i fascisti che ci accompagnavano, i soldati tedeschi si erano limitati inizialmente a dire, ad indicarci di calarci giù. Uno dice: “Badoglio, traditore, Badoglio, traditore”. Allora quelli lì con queste parole si sono rimboccati le maniche ed hanno incominciato a darci calci nel sedere, spinte, ci hanno brutalmente fatto… non so come ho fatto a non farmi male.

Dopo di che, dopo ore ed ore di navigazione si sentiva qualche colpo di mitragliatrice, non so cosa avevano visto durante la traversata, che era di sera, di notte.

Siamo arrivati a Genova che abbiamo, scusate il termine, rimesso tutto. C’era un lago per terra nella bettolina che faceva paura.

Quei soldati che ci accompagnavano, tedeschi e fascisti, hanno detto: “Ci sono tra voi…” Ci avevano messo così, a modo di corona lì, eravamo ormai fermi, arrivati al molo di Genova. “Ci sono tra voi professionisti, avvocati?” “Io sono professore”. Quell’altro dice: “Io sono ingegnere”. “Io sono avvocato”. Bene, bene, mi fa piacere. Disse: “Allora a questi signori qui date una ramazza, devono…” Allora noi, parecchi di noi si erano… Dice: “Sono anche anziani…” “No, lo devono fare loro”.

Poi tra l’altro ricordo benissimo che sono venuti due militari della Monterosa, Alpini della Monterosa. Uno era un po’ più anziano, era Sergente Maggiore, e l’altro era Caporale Maggiore. I quali si sono rivolti anche a noi, e parlando bonariamente, diciamo così, tra virgolette, dicono: “Cosa avete fatto?” “Non abbiamo fatto niente”. Tutti innocenti naturalmente, anche se lì per lì… Però poi un uomo anziano di circa cinquantasei anni dice: “Io ero Commissario di… Sicurezza al Canaletto”, sempre una località prospiciente il golfo a La Spezia. Dice: “Chissà quanti schiaffi hai dato alla gente”. Dice: “Io ho cercato di essere sempre umano”. “Ma aspettavi gli americani…”. Gli ha mollato due schiaffi a questa persona anziana, ma secchi, i quali risuonavano in quel momento sinistramente. Noi si stava tutti zitti.

Poi un altro l’hanno preso in divisa di Tenente della Sanità. Un bonaccione, faccia bianca e rossa che attualmente l’ospedale porta il suo nome al reparto infettivi. Non è più tornato dal campo di sterminio di Mauthausen. Gli disse: “Anche tu aspettavi gli americani?” Dice: “Io veramente cercavo di fare del bene alla gente che si sentiva male, non ho guardato niente.” “Ah sì?” e lì hanno schiaffeggiato queste due persone.

Dopo di che, per farla breve, intanto nel frattempo hanno fatto ripulire per bene a tutti questi signori che erano ingegneri, avvocati, professori ecc…

Dopo di che all’uscita dal bettolino c’era già la Brigata Nera di Genova schierata in due file, con quelle lampade a torcia, come si suole dire oggi, che ci aspettava. Ci hanno fatto salire su dei camion coperti con dei teloni, e ricordo che io dovevo salire su uno dei tanti camion che erano lì a nostra disposizione. Forse uno sporgeva un po’ con la schiena e formava come una gobba. Allora uno da terra delle Brigate Nere con il mitra gli ha dato una cassata di mitra. Un urlo che non le dico perché gli ha fatto anche male a questo disgraziato qui.

Poi ci hanno portato a Marassi. A Marassi ci hanno assegnato ai vari reparti, io ero nella quarta sezione, e mi trovavo in cima ad altri due, uno ero un ex Sott’ufficiale di Marina giovane, che avrà avuto intorno ai ventitre, ventiquattro anni. Io avevo ventiquattro anni e lui ne avrà avuti ventitre, ventiquattro. Un altro di venti anni, suo fratello commerciante, con un negozio vicino alla nostra Pubblica Assistenza in via Priori che ora ha cessato. Quello lì era il fratello, che è morto anche lui a Mauthausen, non è più venuto a casa. È morto si può dire tra le braccia del papà a guerra finita. Il campo è stato liberato dai russi, mio figlio ha avuto la forza di guardarmi negli occhi e mi è morto tra le braccia. Poi è riuscito a portarlo a casa, a tumularlo nella tomba di famiglia.

Bene, ero con queste due persone qui. I quali erano sfiduciati. Lì in carcere pervenivano anche delle notizie dal di fuori, dicevano che i russi avanzavano sul fronte est, che avevano occupato parte della Polonia, che erano alle porte di Varsavia. Ma tutti sappiamo che poi il Maresciallo Stalin aveva dato ordine di fermarsi ad un certo momento. Ma loro dicevano: “Fanno a tempo, purtroppo, a portarci via e ad ammazzarci ancora tutti.

L’altro dei due invece diceva: “Ma no, speriamo bene, la guerra non potrebbe durare…”. Io ero lì con loro, con questi due.

Da mangiare erano soltanto due buoni sfilatini di pane, ma una volta al giorno, e ci davano da mangiare torsoli di cavolo senza pasta, senza nulla. Poi quel poco di condimento che galleggiava sopra questa brodaglia di cavoli, di torsi di cavoli, se lo scremavano e lo portavano via i carcerieri che erano di ruolo per portarselo a casa, perché mancava il condimento. A noi praticamente acqua sporca. Di buono ripeto, c’erano quei due fili di pane che noi divoravamo all’istante, dopo di che fino all’indomani non si mangiava più.

Ad un certo momento mi hanno fatto un interrogatorio. Poi ero andato giù, mangiavo di appetito, mangiando così poco ero rimasto debilitato. Noi ci siamo stati sessanta giorni, dal 24 novembre del ’44 fino al 31 gennaio del ’45, sessantanove giorni.

Mi hanno interrogato. Ma nell’uscire in quel momento non mi avevano ancora picchiato, un mancamento, diciamo un giramento di testa forse, sono caduto battendo violentemente la testa, la fronte. Lì mi è venuta un’emorragia oculare. Tutto il sangue negli occhi. Io ho fatto così… prima tutta nebbia e poi non ho più visto niente. Lì mi è venuto poi male, mi hanno portato…

Allora cosa è successo? Che da lì mi aveva assistito nei primi giorni anche la buonanima del nostro caro compagno Bettacini, che poi è morto poverino. Però quando mi è successa quella disgrazia lì mi hanno cambiato, dalla Quarta Sezione mi hanno passato al piano terreno in un altro stanzone, perché poi me l’ha descritto uno che era lì con loro. Dico: “Ma come è questa?” . Guardi, non c’è come quando uno perde la vista che si acuisce l’udito, e poi si chiedono tante cose. Con quello lì mi confidavo perché avevo una paura addosso. Dice: “Ma io non ho fatto nulla. Loro sono stati catturati in combattimento, dimostrano molto coraggio, ma io ho tanta paura. Ho tanta paura perché qui hanno già fucilato cinquantanove persone al Passo del Turchino tre mesi fa”, diceva. Non è escluso, se ammazzano qualche tedesco ci ammazzano a noi, ne prendono dieci di noi. Non ci rendiamo conto.

Dico: “Altroché se ci rendiamo conto, ma cosa dobbiamo fare?”

Bene, con questo Angiolino, si chiamava, aveva una paura… Ed era lì ad assistere noi, ma detenuto anche lui.

Bene, lì in questa Quarta Sezione mi sono trovato a contatto con tre ragazzi, uno di diciannove anni, uno di Savona di ventidue e poi l’altro di venti di Genova, i quali li avevano catturati in combattimento, poi rimasti feriti li avevano ricoverati al San Martino di Genova, ed in quell’occasione le famose crocerossine che c’erano in tempo di guerra, ne so qualcosa io quando ero stato ricoverato ferito ad Ancona ed a Bologna, erano lì intorno a noi, mi avevano lavato…

Allora c’erano ancora le crocerossine che facevano però parte della Repubblica Sociale. Nel passare accanto a loro dicevano coraggio. Poi erano anche piantonate da militi fascisti, questi tre ragazzi qui.

Ad un certo momento, questo me l’ha raccontato uno di loro, hanno detto: “Coraggio ragazzi, i camerati, fatevi coraggio”. Allora lui ha detto: “Non siamo camerati, siamo partigiani”. Aver visto la smorfia di questa donna, che però poi è proseguita. Poi li avevano portati lì e li tenevano si può dire come ostaggi.

Ecco, ritorniamo poi alle cose pratiche. Io avevo bisogno di andare anche alla toilette, chi è che è venuto in mio soccorso, che mi ha aiutato tante volte? Lui, il Montefiori Aldo che aveva la mansione di scopino, aveva il modo di poter girare nei corridoi. “Caro Vittorio” dice “ti aiuto io, quando hai bisogno io vengo”. Veniva e mi accompagnava alla toilette, poi mi veniva a riprendere, e così via.

Naturalmente provvedeva anche alla mia pulizia, poverino, perché lì cosa vuole, la roba che arrivava da fuori era poca. Avevano il coraggio di chiamare quando arrivava qualcosa, magari in un altro corridoio, risultava naturalmente assente ed allora gli fregavano tutto. Quando chiamavano quello non rispondeva perché non c’era.

Io ho ricevuto sì e no due paia di calze.

D: Vittorio, dopo più di sessanta giorni di carcere lì a Marassi..

R: Settanta giorni.

D: Settanta giorni, ti hanno portato a Bolzano.

R: Sì, ma non è finita. Non è finita. Io da cieco ero lì con questi poveri ragazzi che hanno dimostrato… Tre di loro ed altri diciassette fanno parte dei martiri di Cremasco di Genova. Sono stati prelevati, costoro, questi tre insieme agli altri, la notte dopo San Giuseppe, perché avevano ucciso due tedeschi in città e ne hanno prelevati dieci, tra i quali quei tre lì.

Li hanno portati via e li hanno fucilati, questi poveri figlioli. Ricordo che pieni di bontà anche verso di me a Natale mia mamma sì che era venuta… a piedi… Dice: “Ti aveva portato anche un bel dolce, ma il dolce se lo sono mangiati loro perché io non ho ricevuto niente”.

Ebbene, loro avevano ricevuto dei ravioli e li hanno per così dire distribuiti un po’ a tutti noi che eravamo lì dentro.

Ritorniamo indietro. Per una settimana… In seguito al fatto che io avevo perso la vista. Mi chiamano le SS tedesche, praticamente i padroni del carcere erano loro, di fascisti ne esistevano uno o due. Mi chiamano e dicono… “L’hanno picchiata?” Dico: “No”. Anche se mi avessero picchiato bisognava dire di no. dico: “Per la verità ho subito l’interrogatorio ma praticamente mi è venuto male dalla debolezza, e sono caduto a terra.

Nel frattempo quando mi ha chiamato c’era già l’oculista che veniva da Genova, il quale mi ha visitato con degli strumenti, ricordo che mi ha fatto alzare le dita come fanno loro, poi visitato bene gli occhi, per bene. Dice: “Purtroppo è un’emorragia oculare, non si può neanche dire che al paziente qui possa ritornare la vista domani o dopo domani, può andare anche alla lunga, può durare dei mesi. Speriamo che non duri degli anni, ma non è messo bene”.

Allora loro avevano preso una decisione, cioè di rimandarmi a casa. In quella settimana che io credevo di andare a casa, purtroppo in quelle condizioni lì la mamma mi avrebbe aperto le braccia lo stesso, ma ero in quelle condizioni lì, ecco che proprio dopo una settimana circa mi viene il Brigadiere Morelli, che si chiamava come me ma che non eravamo affatto parenti, assolutamente. So che mi dava del lei, ed era anche un picchiatore quello lì, ma con me… poi in quelle condizioni. Mi ha detto: “Ti vuole il capitano Battisti, ti vuole dire qualche cosa”. Io mi sono alzato, mi hanno aiutato ad alzarmi che ero seduto, e mi ha portato in una stanza.

Ricordo che, ripeto, l’udito si era acuito lì, ho sentito che… praticamente avevo l’impressione che ci fosse solo lui… Mi ha detto: “Ma lei non è mica il figlio di Morelli dei tram?” Dico: “Sì Brigadiere, perché lo conosceva?” “Sì, perché io ero bigliettaio”.

Dopo un cinque minuti di questo discorso, io credo che ci sia stato solo lui, ecco che sento uno scalpiccio di passi ed entrava, perché poi era lui che ha parlato, è entrato il capitano Battisti, che poi tra l’altro era questore fascista di La Spezia in quel periodo.

Dice: “Ma in un primo tempo hai fatto il tuo dovere ed ora no?” dico: “Cosa devo fare in queste condizioni, ho una gamba che cammina male.” Dice: “Basta, poche parole, dimmi chi ti ha introdotto al comitato di…” ed ha fatto diversi nomi. Dico: “Ma non conosco nessuno io, non so nulla. Se devo dire un nome che me lo fate dire voi non è vero, io non li conosco.”

Quello a forza di ripetere… alla fine ha detto va bene, tralasciamo che tanto tu c’eri.

Poi mentre ero lì hanno fatto entrare, perché si è sentito lo scalpiccio di numerose persone, delle persone dietro che parlavano… Dice “Lo conosceva questo?” “No”. Dice: “Dottor Campodonico”, c’era anche Campodonico, pover’uomo, che anche lui era stato pestato prima, “Lo conosceva?” Dice: “No”. Don Stretti, il famoso sacerdote… “Sì, lo conosco io, c’era al comitato”. Io mi giro, anche da cieco, dico: “Ma come fa a dire così che non è vero?” “Carogna, vedi?”, con quel vocione che aveva, “Vedi? Innocente, lo si mandava a casa questo, anche se è in queste condizioni ma…” Poi un altro ha detto: “Sì, lo vedevo io lì alle riunioni.” Insomma, su quattro due no e due sì.

Allora poi quelli lì li hanno fatti allontanare, ho sentito che si allontanavano.

“Perdo la pazienza, mi vuoi dire?” Poi sentivo che sfogliava. Dice: “Allora hai partecipato a delle azioni contro le forze italo-tedesche?” Non le chiamavano tedesche, germaniche, italo-germaniche in località.. Queste località della provincia, ha citato numerose località. Dico: “No”.

“Allora eri qui?” “No”. dice… Mi è toccato dire: “Sì, ero lì.” Perché poi l’ho detto dopo, perché lui ad un certo momento.. perdo la pazienza ed è stato zitto per un mezzo minuto, un minuto non ha detto più niente. Tutto ad un tratto io ero lì fermo, senza vedere, mi è arrivato un ceffone, un manrovescio con quelle manone che aveva lui. Mamma mia… “Carogna” dice, “allora ti vuoi decidere a dire dove hai partecipato a delle azioni?” Insomma, alla fine del discorso, dopo che ho detto due o tre località, perché poi avevo già saputo che ci massacravano di botte, la morte del Dottor Valenti, del domenicano Padre Pio che con la tonaca bianca e nera e la parte bianca era rossa. Era come una specie di Bud Spencer quell’uomo, robusto, ma gli hanno fracassato anche delle sedie sulla tesa. L’hanno tramortito. Noi avevamo già recepito queste.

Dice: “E’ inutile che continuate a negare, loro vogliono le vostre confessioni e nient’altro, poi vi lasciano…”

Prima di dire sì mi ha gonfiato la faccia di schiaffi, ma di quegli schiaffoni che mi hanno fatto venire una faccia che per una settimana in cella mi faceva sempre male.

Poi però ha fatto anche un’altra cosa. Io avevo l’impressione che mi uccidesse, avendo fatto il militare. Sai cosa faceva? Con la sua arma di ordinanza, io l’avevo vista quando mi aveva preso la carta d’identità all’inizio che mi avevano arrestato, aveva un pistolone da una parte a tamburo. Aveva tolto le cartucce dal tamburo ma io cosa ne sapevo? Ho detto “Mi ammazza, signor capitano mi ammazza, muoio innocente”. Lui zitto. Aveva tolto tutte le cartucce dal tamburo per picchiarmi con la parte metallica nelle mani. Perché istintivamente con questa con ci arrivo, ma con quell’altra cercavo di difendermi. Dopo che mi aveva dato lo schiaffo mi difendevo, oppure lo facevo anche prima che me ne desse un altro.

Allora lui mi picchiava… Insomma, mi aveva fatto venire delle mani gonfie come palloni, e la faccia le dico… Tanto è vero che quei tre fucilati di Chiaravasco, dopo che mi hanno… dice: “Morelli l’hanno pistou” in genovese, “Guarda che faccia, guarda che mani”.

Da lì altro che a casa, mi hanno riportato in cella.

Ma poi cosa è successo? Che mi avevano fatto firmare i verbali con la croce, mi ha fatto richiamare per mettere una firma… anche se l’ho messa male ma mi ha fatto firmare nome e cognome, come se ci vedessi, ma non vedevo niente. Anche quello.

Poi cosa è successo? Sono stato lì con quei poverini fino all’ultimo, poveracci, facevano anche dei nomi dei capi della resistenza di Genova, hanno nominato Taviani, hanno nominato il professore tal dei tali, il Cardinale, parlavano, ma io non li conoscevo. Taviani era professore in camicia nera, anche se mi sentono è la verità, a palazzo degli Studi al tempo del fascio. Però poi è uno dei capi stimati della resistenza, qui non c’è nulla da dire. A quell’epoca erano tutti fascisti, fuori che Perotti però, il professor Perotti ha perso il posto ma non ha mai aderito al fascio. Si è trovato in Germania durante la notte dei cristalli, che poi ha scritto quel bel libro.

Comunque a Genova hanno fatto dei nomi, ma eravamo tra di noi che tutto è rimasto lì.

Dopo la sera del 31 dicembre hanno fatto un grosso appello, ci hanno portati tutti in fondo al carcere dove c’era un grosso salone, ed hanno chiamato tutti i nomi di quelli che erano stati arrestati a La Spezia. Ricordo che avevano fatto il nome Linari Achille, presente, Linari Ettore, presente, e poi tanti altri nomi che ora mi sfuggono, e che purtroppo… Anche quei due che erano con me, Boni e quell’altro, Corticelli, li hanno chiamati anche loro e sono partiti prima di noi. Li hanno portati in Germania e sono morti.

Noi invece siamo rimasti lì ancora, dopo averci riportato in cella, dopo quell’appello, e siamo rimasti lì fino al 31 dicembre del 1944. Va bene?

La notte tra il 31 dicembre o il mattino del primo febbraio ci hanno fatti uscire, naturalmente ammanettati due alla volta. Il tedesco ricordo che mi ha ammanettato con Torraca Franco, mi ha detto: “Ammanettare così guidare lui” ha detto a me. Ha visto che sono cieco. Per dire ti ammanettiamo, ti potremmo lasciare anche così, però ti ammanettiamo perché ti guidi lui a salire, a scendere. Mi hanno aiutato poi a salire su dei torpedoni. Hanno fatto varie tappe, siamo passati in mezzo alla neve a quell’epoca lì, anche a fare un po’ d’acqua fuori, uno di qua, uno di là, insomma…

Poi ci hanno portato a San Vittore a Milano. Abbiamo oltrepassato il famoso portone di San Vittore e siamo andati su nelle celle. Qui ci hanno rincuorato i carcerieri, hanno detto: “Ragazzi, dovrebbe finire presto, fatevi coraggio.” Ci hanno dato una bella scodella di riso, non so se avevamo la gabella noi o ce l’hanno fornita loro. Abbiamo mangiato.

Sempre rincuorandoci i carcerieri di Milano ci hanno trattato bene.

Dopo di che è proseguito per Bolzano. Siamo arrivati alla mattina del 2 febbraio. Naturalmente la spedizione che era partita il giorno prima, quel giorno lì ci hanno lasciato fuori dai blocchi per tutto il giorno nudi. Ricordo che c’erano anche i frati tutti nudi, poverini, ma lì non ci si faceva caso per niente.

Ci hanno lasciati nudi nel piazzale. Si tremava dal freddo ma va bene così. Qualcuno era caduto anche per terra. Questo me l’hanno detto perché… Dice: “Ma sai che è caduta della gente anziana che non ce la faceva più?” “Io non lo so”, dico, “se cado o se sto diritto non lo so”. Perché poi hanno disinfettato tutti i vari blocchi, specialmente i due blocchi politici, il D dove c’era Perotti ed il blocco E dove siamo andati ad infilarci noi.

Poi ci hanno messo dentro ai blocchi, ammassati come acciughe che non ne parliamo. Sporcizia. Anche se avevano disinfettato ma dopo poco i pidocchi la facevano da padroni. Tanto è vero che vicino a me c’era il professor Pardi, Ugo Pardi, e l’ingegner Del Chicca che erano amici, proprio vicini a me, i quali uno non ci vedeva, credo che il professor Pardi ci vedesse poco o niente, io addirittura ero cieco, e l’altro dice… “Ma non hai trovato Terenzio tu?” Dice: “Io ne ho contati duecentodue oggi” di pidocchi. Con quello che si mangiava, una volta al giorno… dice: “Io ne ho contati appena centonovantasette” di pidocchi. Schiacciavano…

D: Vittorio, ti ricordi il tuo numero di immatricolazione di Bolzano?

R: Sì, 9044.

D: Ecco, parlaci un attimo del campo di Bolzano, Vittorio.

R: Dunque, anche se io non ci vedevo, ma diciamo mi informavo. Cercavo di informarmi da chi mi aiutava. Dicevo: “Ma chi c’è qui nel campo?” Dice: “Se tu potessi vedere c’è tanta gente, ci sono gli ebrei, le donne ebree che le abbiamo qui vicine” diceva, “poi ci sono anche dei vecchi, proprio stamattina ne ho visto uno.” Ma adesso non so se era Aldo che me lo diceva o qualcun altro che si era preso in quel momento lì… Forse Aldo… Dice: “Ho visto un vecchio alto, anche vestito abbastanza bene, con le ghette”. Dice: “Ma lo sai, siccome la propaganda fascista li faceva vedere con il naso adunco l’ho visto un po’ di profilo ed aveva veramente il naso adunco come lo faceva vedere la propaganda, con le ghette”. “Poi ci sono dei bambini piccoli”. Dico: “Hanno preso anche i bambini?” “Sì, perché sono figli degli ebrei ed allora bambini piccoli, donne di qualsiasi età ed anche uomini anziani o giovani, purché siano ebrei li prendono”.

Loro sprezzantemente li chiamavano judei.

Poi c’era la signora Ida di Bolzano, una signora alta che poi l’ho conosciuta dopo a Bolzano nell’86, ed il professor Ferrari in infermeria, che mi ha fatto anche delle punture per gli occhi, mi avevano visitato. Fatto numerose punture a più riprese per cercare di aiutarmi.

Anzi, direi anche una cosa, il famoso tenente Titho era superiore al Maresciallo Haage, ma il Maresciallo Haage penso che era quello che sotto sotto comandava più di quell’altro, perché era lui che ordinava cappelli giù, cappelli su al mattino. I primi giorni anche io insieme agli altri facevo cappelli su, cappelli giù.

Poi però il Maresciallo, saputo che io ero cieco, mi ha mandato a chiamare, e qualcuno mi ha accompagnato là, anche Aldo, dice: “Il Maresciallo ti vuole vedere”.

Mi hanno portato… “Allora questo venga esentato da questo capelli giù, dal salutare…” Che poi per umiliazione ce lo facevano ripetere che non andava bene, al tempo. Qualcuno mi ha detto, c’erano anche le scenette in fondo che me l’hanno detto, che quel quadro lì l’ha dipinto mio figlio, quello che abbiamo in Associazione, con delle fotografie che ci ha dato Aldo. Quelle scenette lì ci mettevano, che poi lo descrive bene anche il professor Perotti, quelli che giudicavano più pericolosi dei pericolosi, c’era anche un Ammiraglio in divisa.

Poi qualcuno ha assistito anche a questa pietosa scena, che mentre li portavano nell’ora d’aria.. l’Ammiraglio che era già di una certa età, un Ammiraglio con una greca con filetto mi hanno detto, rimaneva un po’ indietro, e lui con il frustino, questo ragazzo tedesco lì lo frustava, quello camminava e raggiungeva gli altri. Era un’umiliazione.

D: Vittorio, ci parli della Liberazione?

R: Quando mi è ritornata la vista, poi così finiamo. Mi è ritornata la vista alla vigilia di Pasqua.

Aldo Montefiori si preoccupava. C’erano i frati che dicevano il rosario, lui: “Ragazzi c’è il rosario”, e ci invitava a partecipare.

Poi il cappellano ha chiesto chi voleva fare la comunione, io detto: “La vorrei fare anche io”. “Sì, sì” e così abbiamo fatto la comunione. La vigilia di Pasqua io poi ho ripreso la vista. Durante la notte ho cominciato a vedere un pochino un po’ più annebbiato sì, ma distintamente in quel momento. Poi sempre un po’ più chiaro, un po’ più chiaro, insomma che ho ripreso la vista improvvisamente.

Ho detto a loro: “Come siete brutti” perché li ho visti per la prima volta in quelle condizioni lì, con barba ecc… Eravamo si può dire sulla fine, avevamo assistito anche alla messa del Vescovo di Bolzano, avevano gli svizzeri in consegna il campo, erano diventati buoni anche quelli là, i nostri aguzzini.

Quando… mandavano via tutti, quell’ucraino veniva, diceva: “Raus, Raus“…qualcuno che nicchiava li mandava fuori. Quando passava vicino a me io sentivo il passo pesante di quegli scarponi che aveva, passava e non mi diceva niente perché aveva ricevuto l’ordine di lasciarmi stare.

D: Vittorio, ecco, la Liberazione.

R: La liberazione, gli ultimi giorni di aprile. Già dal 30 aprile potevamo uscire. Io sono uscito invece la mattina del primo maggio, mi hanno preparato. Ormai la vista mi era tornata, ho potuto vedere la gente, tutta una festa. Può darsi che abbia incontrato anche il professor Perotti, ma lì per lì eravamo così…

Uscendo ci hanno messo sui camion, anche i tedeschi erano diventati… Io ricordo che avevo preso, perché ero un po’ fissato con gli elmetti tedeschi, durante la Prima Guerra Mondiale facevano vedere i tedeschi, io andavo al cinema, erano il nostro nemico. Prendo quest’elmetto, può servire anche come…

Arrivo con un bel fagotto, lo portavo a casa come cimelio. Ebbene, poi abbiamo proseguito parte a piedi e parte in camion. Ricordo che sul lago di Garda ci hanno fatto la barba gratis, sono stato condotto dal barbiere, il quale poverino quando ha saputo… io ed altri e ci ha fatto la barba gratis.

Nel contempo c’era la radio accesa, che aveva appreso che il comando Tedesco, l’Alto Comando Tedesco a Caserta aveva firmato la resa con gli alleati.

Scollo Antonio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Quanti anni avevi quando tu, a Milano iniziavi a fare le azioni partigiane?

R: Mancavano due o tre mesi a compiere i diciassette anni,dall’8 settembre , avevo sedici anni, quando ho cominciato a frequentare i gruppi della Resistenza, “i ragazzi del Fronte Gioventù” che cominciava a essere fondata, da allora ho cominciato a fare l’attività clandestina, alla Bovisa, con i ragazzi della mia età, qualcuno anche più grande, sedici diciassette anni al massimo, abbiamo organizzato questo gruppo “Fronte della Gioventù” e nel quartiere attaccavamo i manifesti contro il fascismo e quando non avevamo niente altro avevamo tagliato con dei pezzi di gomma di bicicletta, degli specie di timbri sul legno e timbravamo, con il timbro blu, i manifesti dei tedeschi e dei fascisti che coprivano i muri della città.

D: Ecco, poi cosa è successo?

R: Con questo siamo andati avanti fino alla primavera del ’44.

La primavera del ’44, ci hanno incaricato di distribuire i volantini, siccome i fascisti, i tedeschi, avevano chiamato a militare la classe del secondo semestre del ’26, del ’25 e del ’24, per andare a militare sotto la Repubblica di Salò , allora noi eravamo incaricati di distribuire i manifesti perché questi non si consegnassero, non andassero a fare il militare e salissero in montagna a fare la Resistenza.

Allora noi volevamo combattere i tedeschi e i fascisti con le armi in pugno e allora nonostante gli ordini contrari del comando, siamo saliti in montagna per aggregarci a una brigata partigiana.

D: In montagna dove, Antonio?

R: In montagna, in Val Taleggio, eravamo una brigata Garibaldina che operava sia in Val Taleggio, con distaccamenti, sia in Valsassina; era un comando unico ed era la novantesima brigata Garibaldi, adesso non mi ricordo più bene, era una brigata Garibaldi che operava in questa zona.

D: Ecco e lì quanto tempo sei stato?

R: Lì sarò stato un po’ di tempo, forse un mese, perché lì c’è stato uno dei più grandi rastrellamenti , che abbiano mai fatto i tedeschi e i fascisti, che hanno cercato di serrare dentro le montagne tra la Valle della Lombardia e dalla Svizzera, mano a mano con le brigate Garibaldi, le brigate partigiane che operavano nelle nostre montagne.

Dopo un breve combattimento ci siamo dileguati e abbiamo camminato, siamo andati al rifugio dei Savoia, rifugio a Bobbio, quei rifugi che c’erano in montagna, che una volta non erano molto popolati, c’era solo qualche rifugio, siamo andati in quei rifugi lì e ci siamo portati sempre più avanti e l’appuntamento era al Pizzo dei Tre Signori.

Però siccome un ragazzo dei miei, del “Fronte della Gioventù” non aveva più scarpe, camminava a piedi nudi sulle rocce, sai si rovinavano i piedi, noi ci siamo sganciati, l’appuntamento era al Pizzo Tre Signori e noi siamo andati in paese per vedere di trovare delle scarpe, qualcosa, per poter raggiungere gli altri.

Però ci hanno catturato in questo rastrellamento, ci hanno catturato dei fascisti armati fino ai denti, ci hanno catturati e ci hanno portati a Delebio, cioè a Ballabio, che è per andare in Valsassina, c’è Delebio, dove c’era una caserma che era presidiata dai fascisti, che allora erano come guardie ferroviarie, perché i tedeschi hanno cercato di far vedere che c’erano tutte le formazioni che aveva prima, quando c’era l’Italia a posto, tutte quelle formazioni che c’erano prima.

Allora erano solo fascisti ma per far vedere che c’era, mettevano un po’ di fascisti un po’ nella polizia ferroviaria, un po’ nella multipla, per far vedere che l’esercito era grande, l’esercito fascista e la Repubblica di Salò, era grande e allora lì c’era osteggiata questa caserma delle ferrovie ferroviarie che aveva servito, aiutato i tedeschi a fare questo rastrellamento, però nella seconda linea, perché la prima linea che i tedeschi che catturavano li fucilavano li impiccavano.

Quelli della seconda linea li prendevano come prigionieri per farli parlare, per sapere le informazioni, quello che è capitato anche a noi.

D: Ecco Antonio, che rapporto c’era con la gente, con gli abitanti di quelle valli, della zona di montagna, tra voi partigiani e questi abitanti?

R: Allora, il rapporto con la popolazione civile, era ottimo, tanto è vero che loro ci aiutavano e ci guardavano con simpatia, magari ci davano la fetta di polenta, nascondevano qualcuno se ce ne era bisogno, cioè il rapporto era ottimo, ci aiutavano in tutti i modi.

Meno sempre qualcuno che si dimostrava, qualcuno c’era sempre che, qualche fascista c’era anche lì e che poi dopo è quello che ha fatto la spia che c’è stato il rastrellamento e ha fatto portare via i civili che avevano aiutato i partigiani e ospitato i partigiani e ha fatto portare via i civili.

Insieme a noi, al carcere di San Vittore , prima ci hanno portato a Ballabio in una caserma che era anche il comune del paese, dalla caserma ci hanno portato lì a Ballabio e da lì hanno raccolto tutti quelli che c’erano sul Legnone i vari gruppi della resistenza partigiana e i civili che ci avevano aiutati … e durante gli otto giorni di interrogatori, alcuni li hanno lasciati andare e alcuni li hanno portati a San Vittore.

Ecco, il rapporto così era ottimo, però hanno pagato caro i civili perché molti sono stati deportati insieme ai partigiani.

D: Ecco Antonio, accennavi prima che c’era questo tuo amico, questo tuo compagno, che non aveva scarpe, eccetera, dal punto di vista proprio del sostentamento e anche dal punto di vista delle armi, voi disponevate di armi?

R: Le armi, che erano poche, noi aspettavamo in quei giorni invece del rastrellamento, aspettavamo un lancio che radio Londra segnalava con varie parole non so, “domani piove, domani è una giornata bellissima”, parole d’ordine che volevano dire per certe brigate partigiane, ogni brigata partigiana aveva il suo ordine del giorno e quando dicevano queste cose, significava che c’era un lancio e noi in questi giorni che c’era il rastrellamento, perché pochi giorni prima, un po’ di tempo prima, avevano fatto un lancio e le armi erano andate a finire in mano ai fascisti invece che a noi, erano pistole, qualche mitragliatrice e dei soldi, che invece che andare in mano a noi sono andati in mano ai fascisti.

I soldi sono spariti e non si è capito chi è che ha recuperato questi soldi e praticamente noi avevamo poche armi e aspettavamo questo lancio, noi avevamo occupato tre paesi, Piccino, Deseta e Volta e questi paesi della Val Taleggio e per arrivare su dovevano fare una strada a “U” che da sopra noi dominavamo la strada che se avevamo delle mitragliatrici pesanti e qualche mortaio non sarebbero potuti venire su.

Invece queste armi ci mancavano, avevamo mitra e qualche fucile 91 e qualche bomba a mano, era tutto quello che noi avevamo.

Le armi erano insufficienti per noi.

D: Ecco, nella tua brigata in quanti eravate?

R: Saremmo stati una cinquantina, perché continuavano ad arrivare, nella primavera, continuavano ad arrivare giovani, chiamati alle armi renitenti alla leva, si erano messi nella brigata partigiana e aumentavano sempre di numero tanto è vero che un po’ li avevano spediti al rifugio ai Laghi Gemelli dove c’era un altro distaccamento sempre della stessa brigata che operava.

Li hanno mandati là perché cominciava ad essere il gruppo troppo ampio e per i rifornimenti e il resto era giusto fare una resistenza a gruppi, a distaccamenti, così era la formazione di allora.

D: Quindi tu sei stato poi arrestato durante il rastrellamento…

R: Portato a Ballabio, dove ci hanno fatto questo interrogatorio mentre terminavano il rastrellamento; otto giorni di rastrellamento, nella zona. Quando è terminato il rastrellamento siamo stati portati via e come ho detto prima con tanti civili che ci avevano aiutati, perché qualche spia nel paese c’era e questi ha fatto i nomi senza mostrarsi, ha fatto i nomi di chi erano, che avevano aiutato questi partigiani e chi nutriva simpatia per i partigiani e hanno portato via molti padri di famiglia, montanari che l’unica colpa è quella di averci aiutato.

D: Ecco, poi da lì dove ti hanno portato?

R: Da lì ci hanno portato al carcere di San Vittore, a San Vittore, noi siamo andati al primo piano, cella di isolamento… dove c’erano anche famiglie di ebrei che erano alloggiate al secondo piano, perché San Vittore era piano terra, primo piano, il secondo piano dove c’erano i cameroni e dove c’erano le famiglie di ebrei, che mano a mano che venivano catturati venivano deportati lì.

D: Tu eri in cella con qualcuno?

R: No eravamo in cella di isolamento, sono rimasto per quaranta giorni in cella di isolamento e lì hanno portato via con noi, quando ci hanno portato via, anche due guardie carcerarie, una perché dava da mangiare alcune cose ai bambini, perché lì c’erano anche intere famiglie di ebrei con bambini piccoli che piangevano, allora questi portavano qualche cosa da mangiare, marmellata, cioccolata, qualche cosa da mangiare a questi ragazzi e uno è stato deportato per quello e l’altro invece è stato deportato solo perché passava i bigliettini, perché la maggior parte erano politici e passavano i bigliettini fuori dal carcere per avvisare altri che erano stati arrestati e di mettersi in salvo, di nascondersi e così questi hanno condiviso la nostra sorte.

D: Ecco, ti ricordi il periodo?

R: Io sono stato lì, ci hanno portato lì al 3 luglio del ’44 e sono rimasto fino al 17 agosto del ’44 e nel periodo che ero lì continuavano lo stesso gli interrogatori e diciamo anche le torture per sapere, per avere informazioni da noi e da tutti quelli che erano dentro a San Vittore.

Altri li portavano addirittura all’Hotel Regina dove torturavano più raffinatamente per farli parlare, qualcuno purtroppo era costretto a parlare.

D: Ecco Antonio, tu sei stato accusato di cosa?

R: Niente noi, siccome ci hanno arrestati, accusati come partigiani ecco, siccome ci hanno arrestati in montagna nel rastrellamento, eravamo accusati come partigiani e i partigiani erano soggetti anche alle pene peggiori, fucilazione, impiccagione e nel periodo che sono stato io nel carcere di San Vittore, ci sono state due rappresaglie perché avevano ucciso dei fascisti o dei tedeschi.

Allora due rappresaglie: una che hanno fucilato quindici in piazzale Loreto, che dovevano essere venticinque, dopo dieci per intervento del Cardinale Schuester sono rimasti solo quindici fucilati in piazzale Loreto.

Li hanno fucilati e li hanno lasciati lì scoperti fino alla sera e sei al campo Giuriati.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno di prigionia, lì a San Vittore?

R: A San Vittore, certo non è che potevamo molto parlarci, però insomma erano tutti quelli che avevano preso con me nel rastrellamento in montagna sia coi montanari, sia con quelli che avevano fatto la Resistenza con me, con la brigata partigiana e allora mi ricordo Bertani Angelo che adesso è sopravvissuto, è un ragazzo del ’26, poi c’era Beppe, Massimo, altri che invece sono morti quando ci hanno portati a Flossenbürg , erano insieme a noi e sono morti, parecchi altri sono morti.

Poi Zappa Ugo, che era un ragazzo che era a militare, operava nella brigata militare, anche questo è sopravvissuto; Ignazio che adesso abita in Svizzera, che però anche lui ha fatto parte della mia stessa brigata Garibaldi.

D: Ecco Antonio, gli interrogatori, chi te li faceva, i fascisti o i tedeschi?

R: Gli interrogatori ce li facevano i tedeschi, i primi, quando ci hanno catturato in montagna ce li hanno fatti i fascisti, per otto giorni, poi ci hanno consegnati ai tedeschi e sono i tedeschi che hanno continuato gli interrogatori.

Interrogatori molto più difficili, molto più brutti perché quelli picchiavano, massacravano, torturavano per far parlare.

Volevano sapere quanti eravamo in brigata, chi era il comandante e noi continuavamo a dire che non c’entravamo per niente, che eravamo lì per caso, però non è che ci credessero molto e però continuavano a interrogarci, sorgeva magari il dubbio che non si sapesse niente, perché eravamo ragazzi giovani e forse induceva anche a crederci che non sapevamo niente però le torture c’erano lo stesso, le botte c’erano ugualmente anzi più degli altri perché non si parlava.

Mi ricordo di tre ragazzi che erano della polizia fascista, erano lì a fare il servizio militare nella zona della Valsassina e questi sono andati su con la brigata partigiana, sono stati catturati nel rastrellamento e questi dicevano che sono stati i partigiani a catturarli e a portarli su, sono stati loro a portarli su, invece sono andati loro, però cosa hanno fatto i fascisti, hanno torturato uno a sangue, prima con le botte poi con un frustino l’hanno frustato a sangue, finché questo è svenuto, allora l’hanno mandato via, hanno preso il più giovane che era quello del ’26 e gli hanno detto che avrebbero fatto le stesse torture e hanno cominciato a picchiare e a fustigarlo, allora questo qui ha parlato, ha detto: “No, non siamo andati noi” e purtroppo parlando così è andata a finire che sono stati deportati tutti e tre e due sono morti e invece quel ragazzo che ha parlato penso che sia ancora vivo ed è sopravvissuto.

D: Franz te lo ricordi?

R: Franz era il comandante di San Vittore, era un caporalmaggiore, un maresciallo che comandava il carcere di San Vittore.

Era un essere brutale e spietato che noi eravamo obbligati a non stare seduti durante il giorno di lavoro e durante tutto il giorno di lavoro, di stare in piedi in cella e non sederci mai nemmeno sul pagliericcio e nemmeno sulla specie di sedia che veniva fuori dal muro, questo sedile e non dovevamo sederci.

Uno si sedeva lui passava via, guardava dentro lo spioncino e ordinava di portare via il pagliericcio e stare a pane e acqua per tre giorni.

Ed era terribile, tant’è vero che nel periodo che siamo andati via noi, è successo che questi qui, il capo degli ebrei che portava da mangiare a queste famiglie di ebrei si faceva pagare in oro e questo qui è stato scoperto e ci hanno trovato questo gruzzoletto d’oro e messo in punizione, nei sotterranei di San Vittore e questo qui, aveva sempre un cane lupo terribile e questo cane lupo quando è andato giù, quello là dalla disperazione ha preso Franz per il collo e il cane, si è avventato contro, gli ha strappato lo scroto ed è morto dissanguato questo qui.

E lui si divertiva ad aizzarlo contro di noi, noi alla sera avevamo una fame terribile, perché ci davano da mangiare solo un po’ di brodaglia che chiamavano caffè e un bastoncino di pane, a mezzogiorno un minestrone e tante volte diventavano delle palle, il riso, si forma assieme, il minestrone e un pezzo di pane e alla sera niente, né caffé né niente, la cena non c’era.

Allora noi alla sera portavamo le gamelle fuori dello spioncino e “Fame! Fame!” per fare che ci portassero ancora qualcosa, ma Franz quando arrivava lui, da mangiare non c’era niente e c’era il pericolo che faceva sbranare qualcuno dai cani.

Però c’era il comitato interno che aiutava, c’erano degli scopini e tra questi uno che era un grande, adesso è diventato un grande matematico, adesso è in pensione, allora era solo studente e rischiando la pelle portava in giro una cucchiaiata di risotto, come lui e altri deportati, portavano una cucchiaiata di risotto di nascosto da Franz, perché se no avrebbero preso un sacco di botte, portavano di nascosto qualche cucchiaiata di risotto, ma non tutte le sere, magari una sera o due alla settimana riuscivano a portarci di nascosto questo cucchiaio di risotto, però poveretti sono andati a finire con noi, ecco.

Allora si racconta adesso perché allora non so se c’era… c’era con noi anche Mike Bongiorno, che essendo figlio di italo americani era stato tenuto a San Vittore tutto il periodo dell’occupazione nazista ed è stato liberato a San Vittore.

Strano caso che non lo abbiano portato insieme agli altri americani in campo di concentramento, ma l’abbiano tenuto lì a San Vittore e anche lui faceva lo scopino, anche lui ha tentato di aiutare gli altri.

D: Ecco Antonio, lì sei rimasto a San Vittore fino ad agosto, poi cosa è successo?

R: Al 17 agosto ci hanno caricati, prima di tutto ci hanno chiamati giù nello scantinato, in cantina avevano piazzato due o tre mitragliatrici e un faro che ci accecasse ed eravamo stipati lì, noi eravamo convinti che ci fucilassero, come hanno sempre fatto anche in altre parti, l’hanno fatto anche in Francia; pensavamo che ci fucilassero tutti e invece alla fine ci hanno ridato indietro il portafoglio, la cintura e le stringhe delle scarpe e ci hanno caricati su dei pullman, che hanno sequestrato ai lavoratori che venivano a lavorare su dei grossi pullman lunghi, una volta che portavano dai paesi nell’interland milanese li hanno perquisiti e li hanno portati lì a San Vittore e ci hanno caricati su lì, assieme ai fascisti di guardia e ci hanno portati al campo di concentramento e di smistamento di Bolzano .

È successo che durante il viaggio noi cercavamo di buttare i bigliettini, però le finestre erano chiuse ermeticamente all’interno, non c’erano maniglie e chiusi con noi c’erano ad ogni porta quattro fascisti, ed è successo che durante il viaggio dalla paura i fascisti se la facessero addosso e abbiamo dovuto aiutarli a liberarsi un po’ con dei giornali con degli stracci che si liberassero, perché dalla paura si sono fatti i bisogni addosso e l’odore non era piacevole, chiusi così senza i finestrini aperti ed era ancora agosto…,ci hanno portati fino a Bolzano, ci hanno fatto fare un giro più lungo perché ci hanno portato attraverso le strade di montagna perché avevano paura che i partigiani ci venissero a salvare.

La colonna era, in testa c’erano delle jeep, delle macchine dei fascisti, dei tedeschi armati con le mitragliatrici e procedevano la colonna e indietro seguivano la colonna… se qualcuno aveva la fortuna di far passare qualche bigliettino attraverso qualche spiraglio, veniva subito sequestrato da questi nazisti.

D: È durato molto il viaggio?

R: Il viaggio è durato dal mattino presto, siamo partiti, saranno state le quattro, c’era ancora buio e fino alle cinque, sei della sera che siamo arrivati in questo campo, che era appena stato finito e ci hanno portato in questo campo, che era un campo di smistamento e provvisoriamente ci hanno messo a dormire nelle baracche , così c’erano anche le donne con noi che venivano da San Vittore, eravamo circa quattrocentocinquanta e ci hanno portato lì, ci hanno distribuito a dormire nelle baracche, ci hanno fatto l’appello , però fino all’indomani, non hanno fatto l’appello generale, all’indomani invece ci hanno messo in fila in quadrati, hanno fatto l’appello, la conta e via, via queste cose le facevano due tre volte al giorno, specialmente alla mattina e alla sera, bisognava presentarsi e loro contavano e facevano l’appello.

Però, lì non è che…c’era un gruppo che era appena partito da lì, che veniva dal campo di Fossoli e questi gli avevano fatto costruire questo campo, Fossoli, è stato evacuato, perché erano arrivati gli alleati e non volevano che gli alleati ci liberassero e allora hanno evacuato il campo di Fossili e li hanno portati a Bolzano.

Quelli di Fossoli, hanno completato questo campo, lì sono rimasti una ventina o una cinquantina, non mi ricordo più bene e da questi, gli altri li hanno portati a Bolzano e noi siamo rimasti con questi qui e loro ci hanno raccontato la storia del campo, la storia delle fucilazioni che hanno fatto quando hanno sciolto il campo di Fossoli che ne hanno fucilati sessantotto e lì c’era un certo Olivelli che era scampato, si era nascosto alla fucilazione di Fossoli, si era nascosto in una fogna e aveva quelli che si usavano nei campi, quei cerchi rotondi con su tanti colori che vuol dire che questo aveva tentato di fuggire, allora le SS potevano sparargli a vista, se volevano, anche per divertimento, perché era uno di quelli che doveva essere fatti fuori.

Allora questo Olivelli è rimasto lì, era rettore dell’università di Pavia, era una brava persona, una grande personalità, che adesso l’hanno fatto beato, aspettavano solo l’ordine del Papa, il processo glielo hanno fatto e questo qui, aiutava tutti, perché lì, quando eravamo lì, c’erano le SS, non so se sequestravano o compravano delle mele e allora si poteva comprare queste mele, ma siccome nel gruppo dei partigiani, facevo parte io, non avevamo un soldo in tasca, non avevamo niente e non si poteva nemmeno comprare queste mele.

Le mele, allora questo Olivelli Padre Giannantonio che era anche lui, da San Vittore è stato portato a Bolzano, anche questi si impegnavano a raccogliere delle collette a chi aveva qualche soldo in tasca per poterci comperare qualche mezzo chilo di mele per noi.

Si erano impegnati in questo lavoro qui, fino alla Liberazione e però, noi come lavoro non c’era, perché erano i primi allestimenti del campo c’era la tipografia, c’erano i Bunker che erano le carceri, ma come attrezzatura, non erano ancora attrezzati per il lavoro.

Allora ci facevano portare delle traversine come quelle della ferrovia di legno, ce le facevano spostare da un posto all’altro, tanto per impegnarsi a lavorare oppure ci tenevano sull’attenti per delle ore, tanto per impegnarci a lavorare ed eravamo abbastanza liberi per parlare tra di noi; avevamo tempo per parlare, si discuteva di politica, si discuteva della situazione politica attuale e si sperava sempre che arrivassero gli alleati a liberare il paese.

D: Antonio, lì a Bolzano ti hanno immatricolato ?

R: Sì, appena arrivati a Bolzano, perché al carcere San Vittore avevamo un numero, quando siamo arrivati, all’indomani ci hanno immatricolati, hanno fatto la conta, ci hanno immatricolati, a ognuno hanno messo il nome, adesso io non mi ricordo più precisamente quello che era il mio numero, però si è potuto scrivere a casa un paio di volte, siamo stati lì dal 17 agosto fino al 5 settembre e ho potuto scrivere a casa due volte, che però dopo ho visto le lettere quando sono arrivato a casa che era tutta censurata c’era poco da capire cosa si scriveva.

D: Ascolta, quindi tu sei rimasto lì a Bolzano sempre all’interno del campo?

R: Sempre all’interno del campo, senza mai uscire.

D: Ti ricordi la baracca qual era? Il tuo blocco qual era?

R: Era il blocco “D” c’erano le lettere, blocco “D” e mi ricordo che erano arrivati, dopo un po’ di tempo che eravamo lì noi, un gruppo dal carcere di Verona, che dovevano essere fucilati e questi sono stati immatricolati, ma messi in un blocco dove c’erano solo loro e davanti in un angolo del cortile è stato cintato con il filo spinato, in modo che non potessero uscire di lì.

Dovevano camminare solo in quello spazio lì e parlavano con noi attraverso il filo spinato, mi ricordo che c’era un ebreo che si chiamava Sereni e questo qui, era ancora in divisa, è stato catturato appena paracadutato era ancora in divisa degli alleati, aveva due triangoli , il triangolo rosso e il triangolo giallo, che era un ebreo politico e questi qui, per quel che mi risulta, appena arrivati a Dachau , l’hanno fucilato.

D: Arriviamo al 5 settembre, cosa è successo quel giorno lì?

R: Il 5 settembre, al 4 hanno cominciato a rasarci tutti a zero.

D: Scusa un attimo, Antonio, ti ricordi chi c’era a fare le guardie, dentro nel Lager di Bolzano? Erano fascisti o erano tedeschi?

R: No, al Lager di Bolzano c’erano alcune SS tedesche e alcuni militari erano i civili, i veterani di Bolzano arruolati per quel lavoro lì.

Ci facevano le guardie, c’era il muretto attorno e facevano la guardia attorno.

Loro facevano solo le guardie sugli spalti, se noi si usciva per fare qualche lavoro ci accompagnavano le SS e non questi qui.

Questi qui, facevano la guardia solo sugli spalti.

D: Ecco un’altra cosa Antonio, a Bolzano ti ricordi se c’erano anche delle donne?

R: Sì, a Bolzano c’erano delle donne, c’erano delle donne che erano venute via da San Vittore con noi, tant’è vero che mi ricordo la prima sera che siamo arrivati, loro ci hanno messi, il mio blocco era vicino a quello delle donne e siccome il muro non arrivava fino al soffitto ma rimaneva alto dai castelli in alto, ci si poteva spingersi in alto e si poteva guardare dentro, infatti lì, siccome c’era con noi uno che a san Vittore era uno che cantava sempre “buonanotte mamma” e cantava molto bene, quando era la sera, a San Vittore, attraverso lo spioncino cantava e allora questa qui ha voluto vedere chi era, chi è che cantava?. Abbiamo fatto un po’ d’amicizia e abbiamo scambiato qualche chiacchiera….

Poi le hanno spostate e non ci hanno più permesso di parlare insieme a loro, però cosa è successo? È successo che quando, il giorno dopo, ci hanno obbligati a mettere il numero, perché era una strisciolina di tela, dovevamo scrivere il numero sulla giacca, o se non avevamo la giacca sulla camicia, e sui pantaloni ilnumero di matricola ed hanno adibito a questo lavoro le donne, le donne che c’erano con noi, che venivano da San Vittore e queste nostre compagne di sventura, ci facevano coraggio, specialmente a noi giovani, ci facevano coraggio, perché insomma avevano i loro famigliari a casa, fratelli o cosa e ci facevano coraggio.

Tante volte anche i figli ci facevano coraggio per affrontare la situazione con abbastanza serenità e non era molto facile, perché la situazione era terribile per loro, perché la donna ha sofferto di più per tante cose, per igiene personale e via il resto che non poteva più fare, e soffrivano più di noi, però avevano il coraggio di farci coraggio a noi, questa è la cosa che non dimenticherò mai, che ricorderò sempre queste nostre compagne di sventura.

D: Antonio, accennavi prima che lì a Bolzano c’erano anche dei sacerdoti?

R: Sì, con noi c’era questo Padre Agosti, don Antonio, che era con noi e difatti, quando il giorno prima di partire….

D: Scusa, padre Agosti o padre Giannantonio?

R: Agosti Giannantonio si chiama e siamo andati, il giorno prima di partire cosa hanno fatto, ci hanno rasati tutti e siccome questo era un Padre Cappuccino, aveva la barba, allora volevano rasare anche la barba, i capelli e la barba e noi con il gruppo di partigiani quelli di cui facevo parte io, ci siamo opposti e siamo andati al comando delle SS a protestare, a dirgli di lasciargli la barba e i capelli, che questo era un frate Cappuccino, era un affronto tagliarci la barba.

Siccome si vede che le SS, il comando non voleva grane allora ci ha detto di sì, per evitare storie, però dopo abbiamo capito che avrebbe potuto anche fucilarci, perché per le SS ammazzare la gente era quasi un divertimento, avrebbero potuto anche ammazzarci, ma si vede che questi non volevano grane e siccome dovevano stare lì e per stare lì tranquilli ancora in Italia erano lontano dal fronte, stare lì ancora, hanno preferito lasciare perdere.

Però all’indomani quando noi ci hanno portati dove c’erano i binari del treno e c’era la schierata di vagoni merci, dove ci hanno caricati, sessanta per vagone, allora ci hanno tenuto il portone aperto, quando eravamo su tutti, ci hanno tenuto la portiera del carro merci aperta e hanno fatto sfilare, assieme al comandante delle SS, l’hanno fatto sfilare questo padre Cappuccino per tutto il treno, per far vedere che la barba e i capelli glieli hanno tagliati e comandavano loro e facevano come volevano loro, era una sfida che ci hanno fatto a noi, per far vedere che loro hanno il diritto di fare tutto quello che vogliono.

D: Ecco, ti hanno caricato sul treno, poi dopo il treno è stato chiuso…

R: L’hanno chiuso ermeticamente dall’esterno e si è messo in viaggio e cammina, cammina per delle ore, fino che siamo arrivati che c’erano dei cartelli, prima nella zona dell’Austria per dire nella zona italiana in Alto Adige, poi mano a mano siamo entrati in Austria per andare in Germania.

D: Tu non sapevi dove stavi andando?

R: No, vedevamo solo delle scritte, attraverso uno spioncino che a turno andavamo a curiosare per vedere dove eravamo, certo che quando siamo arrivati a vedere i nomi stranieri ci sono cascate le braccia, qui ormai andiamo in Germania e chissà la nostra sorte chissà cos’è.

La speranza era che ci facessero lavorare, invece purtroppo non era così.

Ad ogni modo c’era questa speranza che ci portassero solo a lavorare.

D: Quanto è durato?

R: Due giorni e una notte, alla terza mattina siamo arrivati a una stazione, si è fermato e abbiamo letto: “Flossenbürg”, che per noi non voleva dire niente, mai sapevamo che esisteva una cosa di quelle lì.

Ci hanno fatto scendere dai vagoni, e subito uno spettacolo impressionante, c’erano delle persone con dei vestiti a strisce come gli ergastolani, vestiti a strisce, che scaricavano i blocchi di granito, a meno sembrava che scaricavano dai carri e caricavano sui vagoni ferroviari i blocchi di granito e c’erano altri vestiti a strisce come loro, però armati di grossi bastoni e che li bastonavano per spingerli a lavorare di più e se uno cadeva lo picchiavano doppio finché si alzava ed è stata una cosa terribile, ci ha scossi enormemente perché è una visione che noi non avevamo mai visto, è terrificante.

Poi ci hanno incolonnati, però hanno detto che tutti quelli che non potevano camminare o cosa, che li avrebbero portati con dei camion o con dei pullman e qualcuno si è fidato, si è consegnato e noi a piedi, solamente che quando siamo arrivati e abbiamo attraversato il paese e persone anziane nei balconi ce n’erano e c’erano dei bei bambini biondi, abbiamo attraversato questo paese di Flossenbürg, dei bei bambini biondi che ci guardavano e dicevamo: “Però dei bambini così belli non possono essere cattivi” ed era una consolazione magra che poi non è risultata vera.

Alla fine ci hanno portato fino al campo e lì siamo stati accolti dalle SS a pedate nel sedere e con il fucile o con le pistole ci spingevano dentro nel campo e lì ci hanno portato nell’Appelplatz dove ci hanno ordinato di spogliarci completamente e mettere tutta la roba in un sacco, anche la roba di valore, tutto doveva essere consegnato, completamente tutto e di lì, difatti noi abbiamo consegnato tutto, e lì ancora ci hanno rasato i capelli, rasati nelle parti intime dove c’erano delle pelurie e ci disinfettavano con un acido che bruciava per mezz’ora, da contorcersi…e tutte le cose di valore, chi aveva i denti d’oro glieli hanno strappati via, chi si era tenuto la vera ci hanno strappato anche la vera, alla fine gli oggetti d’oro e d’argento se li sono presi loro anche tutti i ricordi, catenelle anche se non erano… le tiravano per vederle dopo.

Ci hanno requisito tutti, ci hanno lasciato nudi, completamente e rasati a zero in tutte le parti del corpo.

Di lì, dopo ci hanno portato al bagno, al bagno erano le docce e di lì a bastonate ci hanno spinti, noi, non si capiva cosa volevano, a spintonate e a bastonate ci hanno mandati dentro nel locale delle docce che era sotto terra e nel locale delle docce ci hanno spinto a bastonate e lì hanno aperto l’acqua calda alternata a quella fredda, poi l’acqua calda, poi quella fredda, alla fine, senza asciugarsi né niente ci hanno distribuito il vestiario.

Il vestiario erano degli stracci che avevano lì, dei vestiti zebrati , oppure anche delle giacche con degli squarci, che erano messi dei panni zebrati cuciti insieme, con scritti KL in grosso, pantaloni lo stesso, e ci venivano buttati per la biancheria intima, capitava magari che erano mutande di carta, maglie di carta, una camicia di cotone, però la stagione era propizia, andava bene anche così.

In inverno invece… faceva freddo ci davano magari camice di nailon, le giacche e i pantaloni, degli zoccoli aperti.

Però non si poteva protestare, la giacca non mi va bene magari capitava che davano due zoccoli destri, zoccoli sinistri, capitava la giacca larga, la giacca stretta a bastonate ci spingevano via, non si poteva, uno si fermava prendeva un sacco di legnate e doveva scappar via.

Noi, ci hanno messo nella piazza all’aperto, nell’Appelplatz e ci hanno fatto un discorso…”Guardate che questo qui, voi che siete italiani è come l’inferno di Dante, qui si entra e non si esce se non per il camino o per andare in un altro campo come questo. Voi qui siete destinati a morire. Il vitto è appena sufficiente per sopravvivere, sopravvivere alla giornata”.

D: Antonio, il tuo numero di immatricolazione?

R: Il mio numero era capitato a tutti quelli del mio gruppo da 19000 a 20000 a me…era il numero 21720, il mio numero di matricola.

D: E dovevi impararlo in quale lingua?

R: Ecco, dovevamo impararlo in tedesco, però in quel momento lì avevamo ancora l’interprete italiano e non c’era bisogno.

Dopo ci hanno portato in un blocco di quarantena , che era il blocco 23 e vicino a noi c’era un altro blocco che era il 22, che i prigionieri chiamavano “precrematorio”, perché lì il Kapò spediva presto nel forno crematorio , se vedevano che non si riprendevano per poterli mandare a lavorare, se duravano troppo, ci pensava il Kapò a mandarli al forno crematorio e lì li pestavano di santa ragione tutti i momenti, finché raggiungevano il forno, lì c’era anche il Wascheraum , dove ci si lavava e c’era anche il gabinetto e lì accumulavano i morti.

Difatti il primo giorno, appena arrivati lì abbiamo visto un cumulo di cadaveri e ci siamo impressionati e che purtroppo dopo pochi giorni hanno cominciato anche i nostri a fare parte… quelli che avevano dei disturbi, mal di cuore, qualcosa, li portavano lì.

Mi sono dimenticato di dire che quelli che invece li hanno portati con il pullman, li hanno portati sì con il pullman, però durante il viaggio li hanno gasati, tanto è vero che li hanno scaricati al Wascheraum, dove siamo andati a lavarci, già morti.

Dopo li hanno svestiti, hanno portato via la roba e loro li hanno bruciati.

Per il mucchio di cadaveri è capitato anche a noi, i primi che sono morti qualcuno… c’era uno di Novara che era uno grande e grosso e questo qui è stato uno dei primi a raggiungere il cumulo, aveva problemi di cuore, era nel cumulo dei morti.

Tutti i giorni c’era anche qualcuno dei nostri, io ero nel 23, nel 22 c’era qualcuno dei nostri, il comandante del blocco era Vladimir, si chiamava ed era un delinquente comune tedesco e si divertiva a massacrarci di botte, lui e tutti i suoi aiutanti.

D: Dove eravamo rimasti Antonio? Lì a Flossenbürg?

R: Sì, appena arrivati… per noi la giornata era, sveglia alle 4 del mattino ci veniva distribuito una specie di caffé, una specie di tè, porcheria chissà cos’era di erbe, senza zucchero senza niente, senza pane, senza niente, ci incolonnavano e ci chiamavano per numero.

Il numero lo chiamavano in tedesco finché eravamo tutti tra di noi bastava ricordarsi il numero prima di noi, siccome chiamavano sempre con lo stesso ordine, allora ce la cavavamo.

Poi avevamo ancora i nostri interpreti e se c’era qualcosa ci aiutavano e questo è andato avanti un po’ di tempo e poi dopo a mezzogiorno ci davano una specie di zuppa, i primi giorni non avevano…avevamo delle gamelle di terracotta, non avevamo cucchiai e niente, bisognava… questa zuppa che era nauseabonda, i primi giorni, noi la mangiavamo lo stesso perché eravamo affamati, qualcuno invece si era rifiutato di mangiarla.

Il secondo giorno invece l’ha mangiata lo stesso perché non c’era nient’altro, è che le gamelle erano anche sporche. Alla sera ci distribuivano ancora la brodaglia e ci davano una fetta di pane, i primi tempi che eravamo lì era diviso in cinque, un pane tedesco era da un chilo, era di segale, chissà quale porcherie c’erano dentro, sembrava segatura e veniva distribuito in cinque e poi ci davano della margarina vegetale o del butter che era vegetale ci davano quella roba lì e basta, questo era il cibo con cui si doveva tirare avanti.

Però in questi giorni, cosa facevano? Cominciavano a scegliere quale lavoro, anche se eravamo in quarantena e a quale comando dovevamo essere adibiti.

Allora ci mandavano a fare una specie di esame e lì c’erano molti studenti, io ero metalmeccanico. Quelli che non erano meccanici, sono stati mandati a a scavare una galleria nella montagna e sono morti tutti o quasi tutti in poco tempo, gli altri li hanno mandati al lavoro come meccanici e allora quell’Olivelli ha cercato di aiutare i ragazzi giovani che erano anche studenti, non hanno fatto nessun mestiere, erano solo studenti, allora ha insegnato loro il calibro. Qualcuno ha dato l’esame, ha fatto vedere che conosceva il calibro e si è anche salvato, erano sempre in un campo di sterminio però se ne sono salvati di più.

Mentre quelli che sono andati a Hersbruck sono morti quasi tutti e siccome io ero minorenne, cosa hanno fatto, sono rimasto lì.

Quando i nostri compagni sono partiti, i primi sono andati a Hersbruck e assieme a loro c’era Olivelli che sapeva e parlava benissimo il tedesco e sapeva benissimo dove andavano a finire e che era il posto più terribile dove sarebbero andati e invece non è andato con i meccanici, perché si sarebbe potuto forse salvare e ha preferito scegliere di andare con quelli là ed è morto proprio perché lui dava da mangiare agli altri e per i nazisti, per le SS aiutare uno era un atto di sabotaggio, non si poteva aiutare nessuno, se uno cadeva bisognava lasciarlo caduto perché se no, se tu aiutavi questo ti ammazzavano di botte, invece magari quello si poteva alzare.

Allora guardare negli occhi le SS era un atto di lesa maestà, potevi essere assassinato se guardavi negli occhi le SS e noi siamo rimasti lì.

Mi hanno mandato al blocco dei minorenni e lì nel blocco dei minorenni, c’erano i figli degli ebrei che avevano sterminato i genitori, figli degli ebrei, piccoli, fino ai diciotto anni.

L’altra metà era composta dai figli dei resistenti di tutta Europa, francesi, polacchi, russi che magari avevano ammazzato i genitori e i figli erano portati lì a morire nel campo di sterminio.

Quelli che morivano era meglio la fucilazione perché hanno sofferto meno, però non è che il trattamento fosse differente dagli altri, era uguale.

Tanto è vero che ne morivano parecchi, soffrivano di più perché erano ancora in stato di formazione e non avendo da mangiare, più soggetti alle malattie, ne morivano tanti, gli altri massacrati di botte.

Mi ricordo un ragazzo che con un piede aveva rotto un vetrino, le finestre avevano dei vetrini piccolissimi e questo è stato massacrato di botte, è stato assassinato a botte solo perché aveva rotto un vetrino.

Un’altra volta invece un altro che diceva che aveva rubato le scarpe, al segretario e lì l’hanno messo dentro e ci hanno dato un sacco di botte finché l’hanno assassinato.

Un altro invece, un ragazzo di una decina d’anni, forse anche meno, che si era nascosto nel Wascheraum, che era dove ci si lavava e alla conta non c’era, l’hanno cercato, finché l’hanno trovato che si era nascosto nel Wascheraum, non era scappato, non era fuori dal campo, è stato sufficiente che, davanti a tutti noi, le SS davanti…il segretario e il capo blocco, se lo passassero a pedate e a pugni finché l’hanno finito così.

Noi si doveva andare a lavorare, la fortuna nostra è che sono stato scelto per andare a lavorare in fabbrica, altri invece trasportavano i pezzi da uno stabilimento all’altro, perché lo stabilimento era fatto, sotto, siccome c’erano tanti bombardamenti allora facevano le carcasse dei Messerschmitt , allora era nascosto nelle caverne, sotto nella montagna per non subire i bombardamenti e lavoravano sotto lì.

Io ho lavorato, ero il blocco 11 e facevamo le carcasse dei Messerschmitt, però come dicevo, il trattamento era uguale a quello degli altri, le botte c’erano sempre, molti venivano anche massacrati di botte, qualunque ordine non capito era sufficiente.

Per noi è cominciato un calvario terribile, per esempio, quando chiamavano i nomi, che facevano la conta, la facevano al mattino, la facevano quando si entrava in fabbrica, quando si usciva la sera…e quando facevano la conta i primi giorni noi non conoscevamo il numero.

Allora erano un sacco di botte, noi cercavamo di mostrarli ai polacchi, ai russi che erano vicino a noi e questi ci davano spintoni, pugni, perché gli italiani erano odiati da tutti, perché hanno invaso mezza Europa erano andati dappertutto a fare la guerra, poi solo per il fatto che eravamo alleati dei nazisti, tutti i prigionieri odiavano gli italiani e noi siamo andati di mezzo, anche se eravamo lì per le stesse cause….

Allora quando succedeva che nessuno rispondeva, noi facevamo così, per far vedere il nostro numero, il capo guardava, quando vedeva quello che non aveva risposto era un sacco di legnate.

Allora l’unica cosa è stato imparare al più presto i numeri, quando eravamo in fila alla mattina, quando facevano la conta al mattino, quando facevano la conta alla sera, tutte le volte che facevano la conta, noi eravamo soggetti a prendere un sacco di legnate, allora l’unica cosa è stata imparare prestissimo almeno il numero e poi alcune parole essenziali, più che altro era il numero, perché, altrimenti, ogni volta che c’era la conta noi prendevamo un sacco di botte, perché non sapevamo il tedesco e non è che loro la facevano in italiano la conta, in francese, in russo, eccetera, no, solo in tedesco, dovevi imparare, per forza, se no le altre lingue non le usavano.

Così abbiamo imparato al più presto i numeri tra di noi ragazzi italiani, eravamo un cinque o sei che erano rimasti lì e…di scambiare i numeri e i numeri lì dei ragazzi con me, c’era rimasto il figlio del pittore Carpi, Carpi Paolo, c’era uno che era il figlio del direttore del giornale del Vaticano, poi c’era Massimo, Massimo e Beppe, questi qui erano i ragazzi che erano con me, purtroppo questi invece sono morti.

Poi c’era Bertani Angelo che l’ho già nominato prima, e lì isolati in mezzo a tutti gli altri di tutte le razze d’Europa e non potevamo parlare con nessuno, potevamo solo parlare tra di noi e poi questi qui ci picchiavano anche, perché essendo italiani tutti ci spintonavano, ci picchiavano, ci maltrattavano.

Abbiamo dovuto stentare a far capire loro che eravamo lì per le stesse ragioni, anche i francesi ci picchiavano, loro dicevano che noi avevamo dato una pugnalata alla schiena alla Francia perché aveva già perso la guerra e Mussolini ha fatto invadere Mentone, ha dichiarato guerra alla Francia e allora anche i francesi ci maltrattavano e ce ne è voluto del bello e del buono, dei mesi per far capire che noi eravamo lì alle stesse condizioni, noi eravamo la resistenza ed è per quello che eravamo lì e condannati a morte come loro e finire come loro nel forno crematorio del campo oppure andare in un altro campo.

D: Ecco, tu sei rimasto a Flossenbürg, fino a quando?

R: Fino al gennaio del ’45, perché io il 30 settembre compio gli anni e ho compiuto i 18 anni al 30 settembre del 1944. Mi hanno portato via nel gennaio del ’45, perché appunto mi hanno tenuto lì, hanno creato le condizioni per mandarmi via, trovare un posto di lavoro, un campo di lavoro per poterci mandare via, tutti quelli che avevano compiuto i 18 anni e poi gli altri che erano arrivati lì.

Con noi era appena arrivato un trasporto dall’Italia e veniva da Trieste e questi sono stati incorporati con noi quando si è riuscito a raggiungere un certo numero sulle 400, 450 persone, allora ci hanno portato a Kamenz.

Lì c’era una vecchia filanda e lì nella vecchia filanda l’hanno fatta come campo, si andava a dormire e poi di giorno ci portavano fuori, ci portavano in una fabbrica che avremmo dovuto riparare tutti i macchinari di una fabbrica, metalmeccanici, pulirli, metterli a posto metterli in funzione e, però quando ci hanno portato lì noi non avevamo né stracci, né carta vetrata, né… niente, niente di niente, l’azienda non aveva niente, allora dovevamo pulire le macchine con le dita, immaginate voi, le macchine tutte sporche di olio e di porcheria, come facevi a pulirle con le dita.

Non siamo riusciti, eravamo lì e giravamo intorno a queste macchine facevamo finta di toccare qui, toccare là, ma alla fine non abbiamo fatto niente, però anche lì maltrattamenti c’erano e anche lì c’erano le punizioni corporali, però anche lì certo che non era come a Flossenbürg, Flossenbürg è stato più terribile.

Anche lì c’era un forno crematorio e lì purtroppo, quando sono arrivati, arrivarono i russi, allora il problema era come evacuare…allora cosa hanno fatto? Prima di tutto abbiamo smontato le macchine per portarle via, però non abbiamo fatto in tempo a fare nemmeno quello perché non avevamo né le chiavi, né niente, anche lì, non siamo riusciti a niente.

La fabbrica è rimasta come quando siamo arrivati noi e quando siamo partiti è rimasta uguale.

Però cosa hanno fatto loro? A tutti quelli che dicevano che non potevano camminare ci hanno fatto le punture di benzina, benzolo quelle che facevano loro, c’era un forno crematorio e di notte hanno bruciato i cadaveri.

Noi per andare ai bisogni corporali, a turno abbiamo visto, che continuavano a portare giù i morti in barella e allora abbiamo immaginato, visto che in infermeria non c’era più su nessuno, li hanno portati tutti a bruciare e anche quelli che si rifiutavano di camminare a piedi venivano trattati in quel modo lì.

Però hanno aperto una breccia e ci hanno fatti marciare per andare fuori, però prima di partire c’era un medico che era un francese, che è quello che ha fatto le punture, c’era un polacco che però hanno detto: “Sono scappati”, che però evidentemente li hanno assassinati per impedire che dopo divulgassero la notizia e a noi, ci hanno messi in fila, però c’era qualcuno che era stato male e li hanno messi lì, sulle balle di paglia e noi pensavamo che erano diventati umani tutti ad un tratto e però appena avanti ci hanno dato fuoco e hanno bruciato vivi anche quelli che non potevano camminare.

Lì abbiamo camminato per alcune ore attraverso questa breccia per arrivare alla stazione e arrivati alla stazione ci hanno caricati su dei carri bestiame però io sono arrivato sfinito, sono svenuto proprio lì mentre mi caricavano sul carro bestiame, i compagni mi hanno aiutato a mettermi su e sono rinvenuto che il treno era già in viaggio e ci hanno portati ad un altro posto, però ci sono voluti quattro giorni, quattro notti, per arrivare a Dachau perché il treno ogni tanto era fermo e per i bisogni corporali ci facevano scendere, non ci davano né da mangiare, né da bere.

Siamo andati a fare i bisogni corporali vicino ai binari che erano sporchi di tutti gli altri bisogni corporali di altre portate, perché lì c’erano tutti i trasporti di militari, di civili, di deportati che li portavano, trasportavano via dall’altra parte dove c’era il fronte e gli alleati e portarci più all’interno della Germania.

Lì dopo un po’ di giorni ci hanno dato da mangiare un po’ di pane con la margarina, che era quella salata vegetale, non so come la facevano, dal carbone, che ci ha messo una sete terribile che però l’acqua non ce la davano e noi succhiavamo i bulloni a turno del carro bestiame per dissetarci, perché avevamo una sete terribile.

Dopo quattro giorni che si viaggiava, hanno aperto i vagoni e ci hanno dato tanta di quell’ acqua, forse per farci morire, tanto è vero che io ho bevuto due o tre gamelle d’acqua per farmi passare la sete e tutti hanno fatto così e dopo qualcuno è stato anche male perché insomma quando il corpo è disidratato non si può bere troppa acqua.

Da mangiare ancora un’altra volta poi fino all’arrivo, praticamente siamo stati quasi sempre con poco mangiare e poco bere.

Però in mezzo a noi avevano messo, tra i due portelloni, c’erano quattro SS ucraini, quattro SS russi che avevano aderito al nazismo, erano persone di fiducia che li mettevano lì a far la guardia, che però quando di notte si dormiva, le gambe uno nell’altro ci si schiacciava, perché eravamo sempre sessanta per vagone, ci si schiacciava uno sull’altro, schiacciavamo quelli dietro.

Quelli dietro…se uno dei prigionieri si spostava con i piedi in avanti o sui due portelli, questi quattro, le SS tiravano giù i cinturoni e ci davano botte della madonna e sparavano anche, anche la possibilità di ammazzare qualcuno senza pagare e che loro favorivano di più i russi, ascoltavano di più i russi che noi, perché erano sempre russi anche se non erano SS.

I nostri venivano schiacciati indietro e io per salvarmi levavo lo zoccolo che era di legno, era massiccio e lo picchiavo in testa a quello davanti a me quando mi sentivo schiacciare, che a sua volta picchiava quello e quell’altro per tirarsi su e respirare un po’, altrimenti uno poveretto era sfinito.

Tanto è vero che quando ci hanno scaricati dal vagone erano più i morti che i vivi, e ci hanno scaricati a Dachau.

A Dachau ci hanno portato all’Appelplatz e lì, anche lì, c’era la solita storia che dovevamo spogliarci, disinfettarci, tagliare i capelli.

Noi ci hanno spogliati e, a differenza di altri posti, per tre giorni e tre notti non ci hanno dato vestiti, niente, dovevamo andare in baracca, nudi, sempre a letto con delle coperte e ci hanno tenuti così. Dopo un certo periodo ci hanno dato i vestiti, sempre i soliti stracci, zebrati non ce ne erano più, erano vestiti che tiravano via ai morti e davano agli altri, oppure stracci di vecchie divise dei vari paesi occupati e ci hanno vestito in questo modo.

Lì a Dachau, c’erano i gruppi di lavoro, andavamo sempre all’Appelplatz, la sveglia alla mattina alle quattro, adunata, ci davano sempre quella brodaglia, sempre quel pane che però negli ultimi tempi era diventato non più in cinque, ma diviso in dodici e quel tè senza zucchero, senza niente, che ti davano di erbe aromatiche e basta.

Alla sera lo stesso, ci davano questa fettina di pane, la zuppa a mezzogiorno ed era una fame terribile, era sempre di più.

Però cosa succedeva, lì si avvicinava la fine della guerra, allora i Kapò cercavano un po’ di barcamenarsi, ci pestavano ancora come prima però cercavano di barcamenarsi, cercavano di salvarsi un po’, se arrivano gli alleati qui ci ammazzano di botte.

Adagio, adagio, però lì facevano gli esperimenti, prelevavano il sangue, io vedevo che prelevavano il sangue, ci chiamavano lì per dare il sangue, io non lo davo mai perché cercavo sempre di evitare, perché, non è che sapessi che fine facevano, però avevo sempre il dubbio, perché sapevo che le SS erano criminali e avevo paura di qualunque cosa loro facessero, qualunque loro iniziativa e difatti, perché loro con il prelievo di sangue, cosa facevano? Se trovavano il sangue adatto per certi esperimenti, prelevavano il malcapitato, lo portavano al castello del Hartheim dove facevano gli esperimenti.

Magari tanti che erano moribondi, li portavano lo stesso al castello, così con gli esperimenti, senza mai addormentarli, morivano, gli tiravano via delle parti magari di valore, trapianti, certi esperimenti e così morivano.

In più lì a Dachau, facevano anche gli esperimenti sul freddo, mettevano un deportato vestito come un pilota, in una vasca di ghiaccio, con dei blocchi di ghiaccio, poi questo qui lo lasciavano una mezz’ora lì, poi lo tiravano fuori, lo spogliavano, prima con due corpi di donne nude e poi dopo con quattro, per vedere dopo quanto tempo si riprendeva, però il malcapitato moriva sempre, perché, a parte che era già debilitato e però con il freddo non è che uno poteva riprendersi.

L’esperimento era perché i piloti tedeschi che venivano abbattuti sui mari del nord quando li tiravano su dal mare, questi morivano assiderati, non c’era la possibilità di salvarli.

Allora vedevano, se potevano in qualche modo salvarsi, però sono esperimenti che andavano a far morire i deportati e poi di polmonite, le povere donne, deportate, che dovevano riscaldare questo corpo gelato.

D: Antonio, quando sei arrivato a Dachau, dopo ti hanno dato un’altra immatricolazione?

R: Ecco, quando sono arrivato io a Dachau, mi hanno dato il numero 145691.

D: E sempre il triangolo rosso?

R: Sempre il triangolo rosso, perché ero politico, perché loro quando portavano da un campo all’altro c’era sempre la scheda di accompagnamento, che c’era su politico.

Allora sempre con il triangolo rosso e anche lì con il triangolo rosso, sono arrivato finché sono arrivati gli alleati americani, come detto però il mangiare è sempre più scarso, gli ultimi giorni non ci hanno neanche dato da mangiare, perché non avevano più rifornimenti e noi gli ultimi giorni ci portavano sempre nell’Appelplatz, perché dovevamo raggiungere il Tirolo a piedi.

Tanto è vero che ci avevano dato da mangiare, mezza scatola di carne da mezzo chilo e una mezza pagnotta di quelle lì grosse che doveva servire fino ad arrivare al Tirolo a piedi, però non avevano SS sufficienti per accompagnarci allora gli ultimi giorni ci portavano all’Appelplatz e dopo ad un certo momento ci portarono via.

Un certo giorno sono riusciti a trovare un treno e hanno detto: “Tutti gli ebrei devono essere evacuati” e molti sono scappati nel campo non si sono presentati, quelli che si sono presentati, cosa hanno fatto, li hanno caricati sul treno e li hanno portati avanti un pezzo, poi li hanno scaricati e li hanno fucilati.

L’indomani doveva toccare agli italiani, però cosa è successo? Perché durante la notte, perché le SS si rubavano anche i treni per portare via tutta la roba rubata in Europa, caricati sui treni e portarli via, nella notte sono spariti tutti i vagoni che dovevano portarci, allora l’indomani non hanno trovato i vagoni per caricarci, allora nell’Appelplatz, le SS non arrivavano per accompagnarci a piedi, alla fine ci riportavano sempre nel nostro blocco.

Però, in fianco al nostro blocco, c’era un blocco dove c’erano rinchiusi tutti quelli che avevano tentato di scappare e questi avevano le finestre sbarrate e poi erano senza scarpe, dovevano lasciare le scarpe in “Stube ” e lì quando noi ci hanno portato indietro non ci hanno dato il nostro blocco, ci hanno dato quel blocco lì e abbiamo dovuto lasciare gli zoccoli.

Siccome lì per fortuna avevamo avuto l’occasione di prendere degli zoccoli, sempre di legno però con la tomaia coperta, cioè non più scoperti e se dovevamo camminare a piedi, questo era essenziale e noi ci siamo rifiutati di consegnarli.

Allora, cosa è successo, che alla fine il Kapò spazientito ci ha fatto entrare con gli zoccoli, sì, ma da una finestra, per evitare di sporcare la “Stube”, dove dormiva lui e così siamo andati là.

Poi, per andare a dormire, siccome ci avevano dato quella roba lì che dovevamo portare da mangiare per camminare, cosa ho fatto, io non sono riuscito a trovare dei compagni italiani per dormire, c’erano solo due slavi, che “Vieni cono noi, vieni con noi” nel suo castello ci sono andato, però siccome con la fame che c’era, ci rubavamo il mangiare tra di noi, allora io ho preso la giacca, l’ho levata, ho fatto un pacco e mi sono messo sotto la testa, perché non mi rubassero, allora questi qui si sono offesi, oppure avevano certe intenzioni allora c’era una copertina per terra, l’anno tenuta solo loro e mi hanno cacciato di piedi e siccome c’era il vetro della finestra rotto, ho preso tutta notte un freddo terribile.

All’indomani ho cominciato a star male e tanto è vero che mi è venuta la broncopleurite e poi anche la dissenteria.

Allora gli ultimi giorni stavo anche male, per fortuna siamo partiti, perché altrimenti dopo due passi sarei caduto e mi avrebbero assassinato.

Sono stato male, però l’indomani sono arrivati gli americani, i carri armati americani e loro ci hanno mandato contro tutti i cani, perché intorno al campo di Dachau c’era un treno blindato e poi ogni SS aveva un cane, un cane lupo e loro hanno mandato contro gli americani i cani e poi hanno sparato anche.

Allora, prima di tutto hanno ammazzato tutti i cani perché sono andati contro i carri armati, questi li hanno fatti fuori.

Poi hanno preso dei prigionieri che erano quelli che erano di guardia alle torrette al treno blindato, la maggior parte delle SS sono scappate attorno al campo e anche i Kapò, perché quando hanno visto dalle finestre che scappavano le SS, sono scappati e sono rimasti in pochi.

Allora hanno preso pochi Kapò, quasi nessuno e poche SS, che sono rimaste fino all’ultimo, credendo chissà cosa, solamente che all’interno del campo c’era scritto “Il lavoro rende liberi”, sono entrati nel campo e hanno trovato un treno gli alleati, l’hanno aperto, era pieno di cadaveri.

Allora i negri hanno passato alla baionetta, le SS che hanno fatto prigionieri e qualcuno si è nascosto, poi nei giorni dopo li hanno ritrovati, li hanno presi e li hanno linciati nel campo che si conoscevano bene, allora si erano nascosti come tre prigionieri, però avevano i capelli, erano grassi, non erano magri come i deportati, li vedevano lontano un chilometro e li hanno fatti fuori e qualcuno li ha linciati e però io mi sono ammalato, broncopleurite e dissenteria, non avevo più neanche la forza di alzarmi. Tanto è vero che la sera che sono arrivati gli americani, hanno aperto le porte, hanno dato il diritto al vincitore di uscire e fare tutto quello che volevamo noi, potevamo uccidere tedeschi, violentare le donne, rubare da mangiare, roba di valore, niente, che però la maggior parte di noi era addirittura in stato precomatoso, stato pietoso e non poteva alzarsi e uscire, sono rimasti nel campo, pochi sono usciti.

Sono usciti in pochi tanto più che anziché cercare di vendicarsi sono andati a cercare da mangiare e chi ha trovato da mangiare poi è morto perché noi avevamo talmente le budella così asciugate, perché non c’era più né grassi, né niente, così secchi che mangiando un po’ di più, si rompevano e veniva la dissenteria e poi morivano.

Così è stato per molti che hanno trovato da mangiare.

D: Ecco, Antonio, durante la Liberazione quindi tu, eri in baracca?

R: Sì, sono rimasto in baracca.

D: In baracca ammalato?

R: Sì, certo, non mi potevo muovere perché ero malato e sono rimasto lì.

D: Ecco, quanto tempo sei rimasto lì?

R: Ecco, nella baracca lì, pochi giorni, perché hanno messo a capo blocco, un belga, un fiammingo, che un po’ assomigliava un po’ ai tedeschi, come mentalità, forse era prigioniero, forse non capiva, fatto sta che io lì non potevo nemmeno alzarmi dal letto, a fare i bisogni corporali, io l’ho detto: “Guardi che io sono malato”; lui mi lasciava lì in un angolo, allora siccome lì i castelli erano composti di poche traversine di legno e un pagliericcio leggerissimo, io spostavo il pagliericcio e facevo i bisogni lì, perché se non avevo la forza di alzarmi, non mi accompagnavano e li facevo lì.

Allora gli scopini che facevano pulizia si sono accorti, hanno reclamato con il Kapò, allora finalmente si è deciso e hanno chiamato un dottore, che poi era un dottore polacco, per vedere quelli che dovevano portare all’ospedale, allora alla fine ha visitato gli altri, ha visitato anche me e ha detto: “Questo qui è inutile che lo mandiamo al Revier perché questo è un moribondo e allora chiesi: “No, un momento”, perché capivo il francese, “no, no a me mi mandi all’ospedale, perché a casa ho mia mamma che mi aspetta, io devo andare a casa”.

Allora, questo qui, mi ha mandato, però abbiamo dovuto fare a piedi non so, duecento, trecento metri, ci abbiamo messo non so quanto tempo ad arrivare là.

Si passava dal Wascheraum dove ci si lavava, e c’erano i mestoli dove davano la zuppa attaccati, allora siccome con la dissenteria si secca la gola, non si riesce a mandare giù niente, allo stesso tempo si secca la gola e viene una sete tremenda, siccome era proibito bere perché l’acqua non era acqua potabile, era non potabile, era pericoloso bere quell’acqua lì, perché oltre la dissenteria poteva venire qualcosa d’altro, c’erano dei microbi.

Allora, se devo morire almeno soddisfo la sete e ho bevuto due tre litri d’acqua e sono arrivato là che almeno muoio senza la sete.

Però mi hanno disinfettato e vestito e mi hanno messo in un letto, è lì che sono rimasto un bel po’, sono rimasto, adesso non ricordo più quanto tempo, stavo molto male, un po’ tra la vita e la morte, non riuscivo neanche ad aver la forza di mangiare, mi mettevano su uno sgabello il cibo, io con un po’ di forza, andavo lì masticavo un po’ di briciole di pane, però non mangiavo e non bevevo perché non mi aiutavano e non mi davano niente.

Allora, io avrei avuto bisogno di un brodino, però lì non c’era.

Allora cosa è successo, dopo questo periodo lì, sono arrivati, però cominciavo a rimettermi un po’, sono arrivati gli americani e mi hanno portato all’ospedale degli americani.

Fuori dal campo, cioè era dove c’erano gli alloggiamenti delle SS, che erano baracche più confortevoli e lì c’erano i medici delle SS, che ci visitavano e ci curavano, sotto le divise degli americani.

A me mi hanno fatto delle lastre e mi hanno messo nel blocco dei TBC, perché avevo la pleurite evidentemente, avevo delle macchie sui polmoni e questi per non pensarci troppo, perché la maggior parte degli altri erano tubercolosi, mi hanno messo nel blocco dei TBC.

Il blocco dei TBC, che poi io mi disperavo perché dicevo: “Porca miseria, ammalato di TBC”, poi allora si moriva, c’erano le case di cura dove non ti lasciavano uscire se era positiva, non ti lasciavano uscire, non potevi avere contatti con la gente, allora mi disperavo, “Ho i nipoti piccoli, ho la mia famiglia, non posso più vederli”. Sono rimasto lì per un po’ di tempo e venivano dei superstiti sono venuti a trovarmi e io gli davo il pane, dopo è venuto lì uno e… “Via di lì! Questo è il blocco TBC, non potete prendere il pane”, però loro avevano ancora fame e lo prendevano.

Dopo adagio, adagio, siccome lì ci davano da mangiare, quattro, cinque volte al giorno, ci davano il latte alla mattina, con dei biscottini, ci davano ancora alle dieci, ci davano una zuppa a mezzogiorno, poi alla sera ci portavano lì, un cucchiaino di cioccolato, scatoloni di rosso d’uovo, un po’ di zucchero e facevano la “rusumada”, zabaione e così, mangiavo e adagio adagio mi sono tirato su in forze e dopo mi hanno tirato via dal blocco di TBC mi hanno messo in un altro blocco. Mi hanno mandato via dal blocco TBC perché dicevano: “Ha fatto la pleurite, però non è tubercolosi”, allora mi hanno mandato in un altro blocco e lì sono rimasto ancora fino al 24 giugno, che sono rimpatriato nel ’45.

D: Cioè sei rimpatriato come?

R: Lì c’era una colonna, ci ha portato una colonna americana, ci ha portato fino a Bolzano e ci hanno portati, noi siamo scappati, perché dall’ospedale, noi non potevamo uscire, ci hanno trasportato in viaggio, alcuni sì alcuni no, praticamente con un elenco e ci hanno fatti uscire dall’ospedale, perché l’ospedale era cintato, c’erano le guardie armate che proibivano di uscire agli ammalati e con questo elenco, siamo andati lì, ci siamo presentati era un italo americano, ha letto i nomi, ci ha fatto passare e siamo andati dove c’erano quelli che dovevano partire l’indomani e anche noi dovevamo partire l’indomani.

Però appunto non volevano farci partire perché nel primo trasporto che è stato fatto subito dopo la Liberazione, in maggio sono morti dieci italiani, nel fare il Brennero, allora non volevano che noi si partiva, ma noi nella fretta di andare a casa, allora siamo scappati e siamo andati insieme agli altri italiani.

Io avevo il foglio di viaggio e questa colonna americana ci ha portati fino a Bolzano, a Bolzano ci hanno scaricato, dove c’era il vecchio campo di smistamento, ma era ormai abbandonato da tutti, c’erano solo dei capannoni aperti da tutte le parti, dove riposavano quelli che arrivavano e dove c’erano gli uffici, dove scrivevano il foglio di viaggio.

Io mi sono seduto lì, ma si vede che sono svenuto e non ho trovato più nessuno, allora sentivo gli altoparlanti che dicevano “partenza per Milano…” bisogna presentarsi in ufficio.

Sono andato là con il mio foglio di viaggio, allora questi mi hanno timbrato il foglio di viaggio, mi hanno dato il foglio di viaggio, sono andato lì e questi camion civili ci hanno portato fino a Milano.

Milano, alla stazione Centrale dove c’erano i posti di ristoro, però io avevo fretta di andare a casa e allora sono saltato giù, sono saltato sul tram per andare a casa, allora era il due che passava da Corso Italia e il bigliettaio mi ha cercato i soldi, il biglietto, io non ho soldi e c’è stata una signora che mi ha pagato il viaggio, però là davano via i biglietti per il tram alla stazione Centrale però io avevo fretta di arrivare a casa per vedere i miei, perché non sapevo che fine avevano fatto e così sono arrivato a casa.

Ammalato, pesavo 35 chili c’è voluto un bel po’ di tempo, prima di riprendere, ma più che di riprendere fisicamente, di riprendere con il cervello perché a parte gli incubi che avevo di notte, ma anche perché mi spaventavo per niente, se passava un’ombra vicino mi nascondevo il mangiare e tanti si offendevano, perché dicevano: “Cosa vuoi, non ti porto mica via il mangiare”.

Ma la psicosi del Lager, prima di guarire da quella cosa lì, c’è voluto un bel po’ di tempo, ancora di più di quella fisica.

D: Antonio, che cos’è un Lager?

R: Un Lager, dovrebbe essere un campo, però purtroppo un Lager di sterminio, come quello che abbiamo conosciuto noi, era un posto di morte, bisognava andare lì, solo per morire, una condanna a morte, dovevamo morire lì, però prima di morire dovevamo rendere, dovevamo rendere, allora avevano fatto una statistica di quanto uno rendeva, perché tanto per i capelli, tanto per i denti, tanto per questo, per quell’altro, anche le protesi che poi vendevano, tanto per il lavoro, che almeno per un certo periodo lui rendeva, la media era di un mese che rendeva, dopo moriva però aveva reso tanti soldi, era lì per morire, però doveva rendere, perché i tedeschi erano rimasti a corto di manodopera, perché i suoi erano al fronte, anche i giovanetti e gli anziani li portavano al fronte e lì a servizio delle SS, prendevano gli ammalati, quelli feriti, li portavano a fare servizio, però un corpo speciale anche, era “testa di morto”, che era un corpo speciale dei nazisti che era apposta per i campi.

Allora questi qui, che avevano il diritto di morte su di noi, questi qui erano lontani dal fronte e avevano bisogno di manodopera, allora cosa facevano, portavano via, razziavano tutta la manodopera d’Europa.

Allora portavano via, quelli che erano lavoratori alla sera andavano a dormire nelle baracche, ma erano liberi, li obbligavano a lavorare là.

Poi c’erano i militari, che avevano portato via all’8 settembre e li hanno resi anche liberi, ma non potevano scappare perché li ammazzavano, però erano liberi di lavorare, non erano accompagnati dalle SS.

Poi c’erano tutti gli altri prigionieri di guerra, poi c’eravamo noi che eravamo lì solo per morire.

Non fucilavano e assassinavano in tutte le città occupate, perché altrimenti la gente avrebbe capito e si sarebbe ribellata.

Per evitare facevano solo delle rappresaglie, volevano solo dimostrare che bisognava aver paura di loro, vivere con il terrore e questa logica la portavano anche nel campo; e nel campo oltre che lì eravamo destinati a morire allora tante volte facevano delle punizioni apposta.

Lì a Flossenbürg una volta avevano impiccato sei persone, perché dicevano che avevano rubato le sigarette alle SS, cosa impossibile perché le SS tenevano poche sigarette anche loro e non è che si potevano rubare le sigarette.

Fatto sta che hanno impiccato davanti al campo ed hanno portato là tutti i prigionieri per vedere l’impiccagione, sempre per terrorizzare la gente.

Poi, dopo una volta hanno impiccato un ufficiale russo, perché diffondeva le notizie e dava fiducia di sopravvivere e loro non volevano che uno avesse la speranza di sopravvivere, loro volevano che uno diventava una larva umana, che lavorasse e morisse a ordini.

D: Antonio, secondo te è importante che i giovani di oggi conoscano questa parte di storia?

R: È importantissimo per i giovani conoscere questa parte di storia ed è un peccato che non diventi proprio materia di studio, perché queste cose possono anche succedere.

Prima di tutto l’odio razziale verso gli ebrei, ma l’odio razziale è nato anche per portare via i loro beni, è nato anche perché prima hanno colpito i politici, cioè è nato proprio per eliminare tutti i differenti e questa mentalità può ancora sopravvivere, non è che solo i nazisti, anche qualcuno altro ha fatto altre cose, non uguali ai nazisti, quello lì è stato veramente il genocidio, però potrebbe ritornare e poi le cause, è importante sapere quali sono state le cause, perché un uomo può arrivare a tanto.

Le cause sono le più importanti e possono verificarsi anche adesso.

Il razzismo, l’odio razziale, l’odio verso chi è differente da noi perché non sono stati deportati solo gli ebrei, ma anche gli zingari, oltre i politici, anche i seguaci di Geova, praticamente tutti quelli che erano di mentalità differente venivano eliminati.

Veniva eliminata ogni ideologia che era differente da quella nazista, da quella fascista.

Questo bisogna insegnare ai giovani, che abbiano comprensione, per tutti gli altri, per tutte le categorie che pensano… è importantissima e non ci siano differenze di colore, di nascita e di niente.

D: Antonio, perché tu, almeno una volta all’anno ritorni nei campi?

R: Io almeno una volta all’anno ritorno nei campi perché non ho mai dimenticato tutti quelli che sono morti là e gli ideali per i quali sono morti e vado là per ricordarli e vado là principalmente anche per trasmettere le nostre speranze e i nostri ideali ai giovani, gli ideali di quelli che sono morti, ai giovani.

Per portare avanti questo patto di solidarietà umana, questa società più giusta che tutti noi auspichiamo.

Brambilla Pesce Onorina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono stata arrestata a Milano il 12 settembre 1944.

D: Il motivo?

R: Il motivo, io facevo parte della terza brigata GAP comandata da Visone, che è Giovanni Pesce. Avevamo un collegamento con un tale che si definiva Arconti, ma poi non era nemmeno il suo vero nome, il quale era riuscito ad arrivare nel comando delle brigate Garibaldi perché, dicendosi partigiano, dicendosi che poteva dare informazioni e armi ai gappisti e il comando delle brigate Garibaldi aveva passato questo individuo, questo collegamento, a Giovanni Pesce, il quale non si fidava molto perché questo qui faceva un sacco di domande. Non era il periodo allora di fare troppe domande, di voler sapere troppe cose. Quindi un giorno, esattamente il 12 settembre, c’era un appuntamento con questo Arconti e avremmo dovuto andare io e Pesce perché appunto lui ci avrebbe dato dei recapiti per avere delle armi. Però all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire perché qualche giorno prima, in un’azione nella quale c’ero stata anch’io, era morto un partigiano qui a Milano in Via Ponzio davanti alla piscina e un gappista era stato ferito e arrestato e stavano progettando di liberarlo, era stato portato al Policlinico, e per organizzare questa azione per liberare Antonio, all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire. Mi ha detto: “Vai tu e rimandi l’incontro con questo individuo”. Infatti io sono andata in Piazza Argentina davanti al cinema, adesso da un po’ di tempo non c’è più, c’era il cinema, lui era lì, io mi sono avvicinata, ma immediatamente sono arrivati altri e lui mi ha detto: “Non muoverti, siamo circondati”, dopodiché è sparito lui e invece sono venuti altri e quindi sono stata arrestata. Poi, dopo, io mi sono accorta più tardi che c’era tutta la zona circondata, era una vera e propria imboscata per prendere il comandante dei GAP. Per loro sarebbe stato un bel colpo. Certo, forse io non sarei qui a raccontarla come moglie di Pesce.

D: Ci spiega cosa vuole dire GAP e cosa ….

R: Gruppi di Azione Patriottica. Che erano i partigiani che agivano nelle città e anche nelle pianure, cioè non in montagna, ed era una lotta particolare. Perché, piccoli gruppi, distaccamenti di quattro o cinque e qualche volta anche meno, che compivano azioni di disturbo, di sabotaggio e poi di colpire le spie e i collaborazionisti. Una lotta piuttosto dura perché si era soli in mezzo proprio alla città che era occupata con caserme e così via sia dai tedeschi che dai fascisti, dalla Muti e da tutti gli altri gruppi di fascisti, e io sono entrata in questa formazione perché volevo andare in montagna prima ancora di conoscere Pesce. Io, subito dopo l’8 settembre, ho fatto parte dei gruppi di difesa della donna, che è stata una grande organizzazione, che si è collegata, ha mobilitato, proprio è il caso di usare questa parola, centinaia di migliaia di donne in tanti modi di aiuto ai partigiani, per la distribuzione della stampa clandestina, per portare ordini e poi su tutta l’Italia del nord, anche da Firenze, da Firenze in su. E fu un’organizzazione veramente capillare, molto importante, per cui le donne davvero hanno dato un grande aiuto, un grande contributo. Anche se cinquanta anni dopo, però Boldrini l’ha detto, che se non ci fossimo state noi, se non ci fossero state le donne, noi non avremmo combinato niente. E questo è veramente vero.

Io ho fatto parte per diversi mesi e poi avevo altri incarichi di distribuzione della stampa clandestina in alcuni recapiti di Milano. Poi, a un certo punto ho chiesto di entrare in una formazione combattente e di andare in montagna con i partigiani. Mi hanno proposto, invece, di rimanere a Milano perché la GAP si stava ricostituendo dopo tanti arresti che erano stati fatti e quasi tutti sono stati fucilati, prima Rubini poi Campeggi e tanti altri, ed è così che sono entrata nella brigata e ho conosciuto Visone e ho fatto quello che mi si chiedeva di fare insomma. Purtroppo, non per tanto tempo perché dopo sono stata arrestata.

D: Quindi, dopo essere stata arrestata?

R: Dopo sono stata arrestata ed erano le SS di Monza. Perché, questo tipo, questo Arconati, era al servizio delle SS di Monza che agivano in quella che era la sede del fascio, la Casa del Balilla, che avevano requisito proprio per la lotta anti-partigiana. Infatti, parecchi sono morti lì di compagni e di partigiani. Rubini, il primo comandante dei GAP di Milano, dopo grandi torture è stato ucciso proprio lì nel carcere di Monza. Per cui, a un certo punto non mi trovavano nemmeno più i compagni, non sapevano più nemmeno che fine avessi fatto perché mi cercavano a Milano. C’era la Muti, c’erano tutti questi gruppi, invece sono stata portata a Monza alla Casa del Balilla e poi, dopo, lì nel carcere, che hanno chiuso da non molto tempo; un vecchio carcere. E lì sono stata due mesi, sempre isolata, sempre da sola. Questo è stato il periodo forse peggiore. Oh dio, se avessi saputo cosa succedeva in Germania, forse no, ma non lo sapevamo noi che c’erano i campi di sterminio. Anche a me quando mi hanno detto, un po’ scherzando e un po’ sul serio, “Non ti fuciliamo, ti mandiamo a lavorare in Germania”, io ho pensato “Va beh, andrò a lavorare in Germania, pazienza, finirà la guerra, tornerò a casa”. Certo che non sapevo che magari non sarei tornata.

D.: Quanti anni aveva Onorina?

R: Avevo 20 anni; li avevamo tutti. La guerra la fanno sempre i giovani eh! In grande maggioranza eravamo tutti giovani, tutti i partigiani che hanno combattuto e che sono morti eravamo tutti giovani, erano pochi quelli che magari erano già uomini o donne un po’ più mature. Ma, soprattutto chi combatteva in prima linea, diciamo così, erano soprattutto i giovani.

D: Quindi, dopo il carcere di Monza?

R: Dopo Monza, dopo due mesi, un giorno sono uscita, mi hanno tenuto due giorni a San Vittore e poi mi hanno mandata al campo di concentramento. L’avevano detto, destinata al campo di concentramento, però io non sapevo dove, assolutamente. Siamo arrivati a Bolzano esattamente l’11 novembre del ’44, due mesi dopo. E, tutto sommato, il fatto di essere rimasta due mesi in carcere è quello che mi ha salvato la vita. Perché, quando io sono arrivata avevano già grandi difficoltà a far partire i treni. Li hanno mandati lo stesso alcuni, però le donne non le hanno più mandate. Noi eravamo lì in parecchie donne a Bolzano e da altre testimonianze forse lo sapete; siamo arrivate anche a essere in cinquecento in quel capannone che era il blocco F riservato alle donne.

Io ho visto parecchi convogli partire in dicembre e in gennaio; l’ultimo in febbraio, che però tornarono indietro perché non avevano potuto passare il Brennero perché c’erano le ferrovie tutte bombardate dagli alleati. Però di donne.. ho visto qualche donna ebrea, ma erano pochi gli ebrei che sono passati da Bolzano; si parla, mi pare, di un centinaio o poco più, perché gli ebrei venivano subito mandati nei campi di sterminio, non li mandavano al campo di smistamento come era a Bolzano. Però, di donne, l’ultima spedizione, l’ultimo convoglio, credo che sia stato proprio dieci giorni prima che arrivassi io, che erano partite parecchie donne che sono finite a Ravensbrück.

D: Onorina, ci può parlare del suo trasporto da San Vittore a Bolzano? Compreso l’arrivo, l’ingresso.

R: Sì. Noi siamo partiti da Milano di sera. Non ci hanno messo sui carri merci, non siamo andati in treno, ci hanno trasportati su un pullman. Anzi, credo che fosse un autobus di quelli normali, quelli che credo i tedeschi sequestravano, ed eravamo in settantotto di cui sette donne. Abbiamo viaggiato tutta la notte, naturalmente non ci hanno dato niente da mangiare, ci hanno fermato un paio di volte perché qualcuno aveva qualche bisogno, nei posti di campagna e siamo arrivati poi a Bolzano al mattino verso le 7-7,30 ed eravamo naturalmente un po’ stanchi. Anche perché nessuno di noi era riuscito a riposarsi, a dormire. Non solo perché eravamo scomodi, ma poi perché non si sapeva dove andavamo. Allora c’erano naturalmente le opinioni più diverse: “Mah, ci fermiamo a Bolzano, ci mandano direttamente in Germania”, comunque non lo sapevamo. Arrivando lì abbiamo visto .. nessuno di noi, forse specialmente le donne, ma nemmeno gli uomini allora sapevamo cosa fosse un campo di concentramento, non avevamo mai .. anche se sotto il fascismo, va beh, sapevamo che c’era stata gente nelle galere, al confino, ma i campi di concentramento veri e propri perlomeno non lo sapevamo. E allora l’impressione, arrivando lì al mattino che cominciava già a fare freddo, c’era un po’ di nebbiolina, vedere queste baracche, alcuni uomini che giravano un po’ malmessi, la prima impressione di essere in un mondo così che non sapevamo cosa fosse, avevi perfino l’impressione che entrando lì sparivi, nessuno avrebbe saputo più niente di te, sarebbe stata una cosa… completamente divisi dal resto del mondo. Va beh, dopo però un pochino ci si abitua, ci si abitua a tutto. Poi a Bolzano, voi lo sapete, c’era una forte organizzazione clandestina che era stata iniziata e soprattutto sostenuta dai comunisti e dal Partito Comunista, però c’erano anche dei compagni Socialisti e altri e questo naturalmente dava anche coraggio di sopportare.

Poi, siccome avevano il collegamento con l’esterno, venivano a sapere chi erano i partigiani. Perché è chiaro che è arrivata lì anche gente che era rastrellata per le strade e che non aveva fatto proprio niente e poi magari sono finiti … anzi sono finiti senz’altro nei campi di sterminio. Però, per esempio, dopo un po’ di giorni, qualcuno mi ha avvicinato e io ho capito che la mia presenza era stata segnalata dall’organizzazione. Quindi questo mi ha permesso di conoscere i compagni che dirigevano l’organizzazione clandestina, Carlo Milanesi, Ottavio Rapetti che era stato uno di quelli che abita qua vicino, uno di quelli che avrebbe dovuto essere fucilato in Piazzale Loreto. Invece, per la sua giovane età, aveva diciannove anni, era anche più giovane di vent’anni … e allora va beh, dopo è cominciata la vita nel campo insomma.

D: Onorina, lei è stata immatricolata a Bolzano?

R: Siamo state subito immatricolate; ad ognuna hanno dato il numero e il triangolo corrispondente alla propria colpa. Allora noi eravamo considerati politici, quindi rosso; mi hanno dato il 6087. Poi, dopo, ci hanno fatto girare un po’ per il campo dopo avere fatto tutte le registrazioni, che ci hanno dato questa divisa che non era poi nemmeno tanto brutta. Perlomeno, nel senso che erano pantaloni e casacca colore bianco avorio di tela grezza; dietro sulle spalle c’era la croce di prigioniero, però era una cosa che si poteva mettere. Ecco, non è successo come a quelli che andavano nei campi di Germania e che gli davano gli stracci e magari delle scarpe scompagnate. Un paio di zoccoli, però lì potevamo tenere anche i nostri vestiti. Potevamo tenerli e, infatti, in quella fotografia si vede che io ho un mio golf.

D: Ma non era il Suo primo numero di matricola vero?

R: Come?

D: Questo di Bolzano non era il Suo primo numero di matricola.

R: Beh, l’avevo avuto a San Vittore. Sì, a San Vittore. Ce l’ho segnato il numero, però a San Vittore sono rimasta solo due giorni perché ero lì proprio di transito. Mi hanno mandata lì per dopo aggregarmi a quelli che andavano in Germania.

D: Scusa Onorina, due cose. Nel viaggio da San Vittore a Bolzano eravate una settantina dicevi …

R: Settantotto, perché dopo ho fatto ricerche, e sette donne.

D: Poche donne e il resto erano tutti uomini.

R: Tutti uomini, tutti giovani.

D: Ti ricordi qualche nome di uomo o di donna?

R: Ho dimenticato. Mi ricordo solo la compagna Giuseppina Ruga che era una partigiana della Val Sesia, che avevo conosciuto a San Vittore, che dopo la guerra non siamo più riusciti a sapere, sia io che l’altra compagna che l’abbiamo cercata. Lei era già lì nel carcere di San Vittore, era stata arrestata in Val Sesia. Lei diceva di essere una staffetta di Moscatelli. E lì abbiamo fatto amicizia, se così possiamo dire, infatti dopo siamo sempre rimaste insieme anche a Bolzano. Dopo è arrivata anche un’altra compagna che avevo conosciuto a San Vittore, ma che è arrivata dopo di noi, Casati Serafina che è ancora viva. Però non mi è rimasto il ricordo dei visi. Anche perché, come ho detto, finita la guerra io ho cercato un po’ di dimenticare.

D: Degli uomini non ti ricordi?

R: Mah, guardando i nomi, siccome mi hanno dato l’elenco, ho un elenco di quelli che sono usciti perché all’ANED hanno l’elenco di quelli di San Vittore. Che, credo, lo tengono da qualche parte molto al sicuro e un compagno, un paio di anni fa, mi ha dato la fotocopia. Che, fra l’altro, sono stata fortunata ad averlo perché sono proprio una delle ultime, dopo non si è trovato più niente di San Vittore. Perlomeno, quando poi San Vittore è stato liberato, nella documentazione che hanno trovato non hanno trovato gli altri. Perché poi, da novembre a dopo ce ne sono stati ancora tanti, ma arriva proprio a metà novembre del ’44 e io infatti sono una delle ultime insomma.

D: L’altra domanda era: sempre nel Transport da San Vittore a Bolzano chi c’era come guardie su questo pullman?

R: C’erano dei tedeschi. E, forse, anche qualche italiano però. Qualcuno magari si ricorderà più di me di quel trasporto. Chissà, bisognerebbe ricercare qualcuno di quei settantuno uomini.

D: Quindi, arrivati a Bolzano, vi hanno fatto spogliare?

R: Sì, sì. Mi ricordo che prima di scendere dal pullman abbiamo aspettato un po’. E, chissà perché, mi è sempre rimasto il ricordo di un pezzo di pane che c’era per terra. Forse perché avevamo fame! Perché non ci avevano dato niente da mangiare in tutta la notte. Sì, quel pezzo di pane per terra nel fango, sono quei flash, quelle cose strane. Magari poi ci si dimentica di altre cose.

D: Quindi sei entrata, spogliazione …

R: Sì, siamo andate nell’ufficio dove hanno preso tutte le generalità, i dati anagrafici. Ci hanno dato il numero, il triangolo e poi siamo andate in magazzino e ci hanno dato questa tuta, questa divisa del campo. C’è voluta tutta la mattinata, sono state parecchie ore per fare tutto questo lavoro e poi, dopo, ci hanno destinati in quelli che chiamavo i blocchi. Noi, il blocco delle donne, che era quello vicino alla porta di ingresso del campo perché era l’ultimo, si vede dalle fotografie, era il blocco F.

D: In ufficio, al momento dell’immatricolazione, si ricorda ….

R: No, non ho un ricordo di qualche cosa …

D: Una donna, un uomo, non si ricorda?

R: C’era un uomo, c’era un tedesco mi pare. C’era un tedesco. Però non mi ricordo bene se c’era qualcun altro.

D: Quindi siete entrate nel blocco F tutte voi donne.

R: Noi donne, noi sette donne.

D: E lì hai trovato altre donne nel blocco F.

R: No, non subito, solo qualche giorno dopo ho individuato Laura Conti perché mi era stata segnalata dai compagni, però in un secondo tempo. Invece, poi dopo ci eravamo legate, eravamo entrate un po’ in amicizia che ci aiutava con una compagna che è arrivata però una settimana dopo. Poi, più tardi, una compagna di Verona che è morta qualche anno fa, che il marito è morto poi a Mauthausen, Rosetta Meloni. Ecco, lei non era giovane come noi, lei aveva già quarant’anni. Era stata arrestata con il marito che era un comunista, erano tutti e due comunisti; lei è riuscita a fermarsi a Bolzano, è arrivata dopo però. Poi con un gruppo di compagni di Genova. C’era Girelli e la moglie Iolanda; poi un gruppo di compagni che venivano dall’Ansaldo, che erano stati arrestati per gli scioperi. Lì c’erano tutte donne, c’era la moglie di Montanelli, la prima moglie di Montanelli, Margherita Montanelli. Lei è stata liberata anche prima di noi, mi pare che in marzo lei è stata liberata; non è stata fino alla fine. Lei era tedesca, di origine tedesca, ma era una donna che faceva un po’ la vice campo insieme alla ragazza giovane, la Cicci. Questa era una ragazzina in gamba che ci faceva filare, ma in senso buono eh! Perché, per la verità anzi eravamo legate, non era assolutamente una carogna per niente. In questo momento il nome mi sfugge, ma nel libro di Happacher il suo nome c’è, e la Montanelli faceva un po’ la vice campo ed era una donna disponibile anche ad aiutare, una bella donna alta, bionda, proprio il tipo un po’ di tedesca.

D: Mentre la Kapò vera era tedesca?

R: Era tedesca. La Kapò vera era questa che noi avevamo soprannominato La Tigre. Che c’è anche il nome sui libri, il nome adesso a me sfugge, che era veramente una carogna; piccola e brutta fra l’altro. E da quella bisognava girare al largo perché girava sempre con la frusta e per niente… insomma, bisognava stare alla larga, ecco. Era inutile fare gli eroi e farsi picchiare se non era il caso, bisognava girare alla larga. Poi lei però ad un certo punto è andata via. È andata via e ne è venuta un’altra; gli ultimi tempi forse e la chiamavamo La Zigrina. Sì, sì, lo so che si parla poco di questo, ma in realtà, forse l’ho letto da qualche parte, dopo ne è venuta un’altra, ma dovevano essere proprio gli ultimi tempi.

D: Sempre tedesca era?

R: Sempre tedesca, sempre tedesca. E sì eh. Il capo campo, quando sono arrivata io era Maltagliati, sul quale poi, dopo, si erano dette … c’erano stati dei sospetti, ma per quello che posso dire io aiutava, poi lui è andato via ed era Novello il capo campo, questo compagno che è stato poi fino alla fine. Che poi credo abbia sposato la Cicci dopo la guerra.

Ecco, io sono stata cinque mesi e mezzo in questo campo. Dove certo, rispetto alla Germania, lo ripeto, non c’era nemmeno da paragonare, però non è che noi stavamo bene, non è che eravamo in villeggiatura.

D: Ti ricordi come era organizzato il campo?

R: Sì, sì, mi ricordo. C’erano tutti i blocchi da una parte, di fronte noi avevamo le docce, dall’altra parte rispetto dove eravamo noi, poi sulla destra c’erano i servizi fra cui anche la sartoria dove io andavo … erano tanti compagni che avevano detto: “Se ti mettiamo in un lavoro del campo forse si evita la Germania”. Forse però, perché io ho visto tanti che erano addetti ai servizi, che sono compagni e che sono andati soprattutto … Beh, io ho accettato anche se non mi entusiasmava l’idea di stare tutto il giorno in questo ambiente buio, basso, brutto, a cucire che non mi piaceva per niente, non ne avevo mai voluto sapere. Però lì c’erano anche le altre due compagne, Serafina che noi chiamavamo Ina e Giuseppina Ruga, poi c’erano delle altre. E allora eravamo lì a cucire gli indumenti dei deportati che venivano dalla lavanderia per modo di dire e così cucivamo tutta questa roba che erano stracci.

Io, in questo momento mi sono stufata.

D: Ti ricordi chi c’era in lavanderia che comandava un po’ la lavanderia?

R: Accidenti sì, ma non riesco a inquadrare, a mettere a fuoco il nome. Però me lo ricordo. Poi mi ricordo il compagno che era in tipografia; mamma mia il nome, accidenti il nome lo so, che è morto qualche anno fa. Che deve essere lui che ha stampato poi queste tessere. Sì, ma se guardo il libro poi mi vengono in mente.

D: Scusa, ti ricordi il blocco celle?

R: Ah il blocco celle! Il blocco celle era in fondo sulla destra e anche da lì cercavamo di passare un po’ alla larga perché chi entrava lì dentro, lo sapevamo, entravano lì dentro, c’erano i due ucraini giovani che erano veramente bestiali. Chi entrava lì! Ada Buffolini c’è stata venti giorni perché lei teneva i collegamenti con il CLN fuori e le avevano trovato qualche cosa; le è andata ancora bene. Lei era in infermeria perché era dottoressa, era radiologa, insieme a Ferrari che, dopo, è stato Sindaco di Milano. Io me li ricordo bene non solo perché si vedevano e sapevo chi erano, ma anche perché abbiamo avuto bisogno di andare in infermeria perché avevamo sempre raffreddore e tosse naturalmente. A un certo momento io ero diventata sorda, probabilmente mi aveva colpito una forma di otite; sono stata un paio di mesi sorda. E c’era invece l’altra compagna, Ina, che non parlava. La cosa ci faceva anche un po’ ridere, aveva perso la voce. Va beh, siccome avevamo vent’anni, in quelle condizioni qualche volta facevamo anche un po’ di ironia sulle nostre condizioni, però credo che mi abbiano curato con l’aspirina perché era tutta una messa in scena naturalmente, anche se loro si davano da fare. Poi c’era un altro medico, adesso il nome non lo ricordo, però sui libri c’è, ma quello chissà perché non me lo ricordo. Invece, mi ricordo molto bene della Ada e di Ferrari.

D: Poi c’è stato anche quello della casa farmaceutica, Lepetit.

R: No, io non l’ho conosciuto. Penso che però fosse già partito, non ci fosse più al campo quando sono arrivata io a metà novembre.

D: E Piccil, Le dice qualcosa questo nome?

R: No.

D: Era uno dei medici

R: Ah ecco, forse è quello che io non riesco …

D: Un altoatesino, tedesco, Piccil si chiama.

R: Ma cosa faceva?

D: Il medico.

R: Ah beh. No, non me lo ricordo. Io, in infermeria, mi ricordo, mi sono sempre ricordata della Ada e di Ferrari. Forse perché li conoscevo di più, non lo so. Poi mi hanno curata loro… curato! Hanno fatto quello che potevano.

D: Ma, la sartoria, la tipografia… poi c’erano altre …

R: Sì, poi c’era la lavanderia, le cucine.

D: Erano dentro nella recinzione o fuori dalla recinzione del campo?

R: Erano dentro credo. No, eravamo dentro senz’altro. Almeno, in sartoria eravamo dentro nel recinto del campo.

D: Ecco, il recinto era fatto come? In muro, in filo spinato, cos’era?

R: Sì, sì, c’era filo spinato ma c’erano anche dei pezzi di muro mi pare.

D: C’erano delle garitte?

R: Beh sì, la garitta c’era. Anzi, una delle prime cose che avevo visto arrivando è stata la garrita. Ma appunto, siccome ho detto non sapevamo cosa fosse il campo di concentramento, abbiamo visto questa visione e poi la garitta.

D: Nei blocchi, i blocchi erano tutti liberi oppure c’era qualche blocco che era …

R: Il nostro blocco, con quello vicino che era il blocco E dei pericolosi, in alto aveva uno spazio. Tanto è vero che più di una volta anch’io mi sono arrampicata. Mi sono arrampicata perché davamo qualcosa da mangiare a questi poveracci che erano particolarmente isolati. Potevano uscire solo un’ora al giorno, poco, ed erano quelli ai quali gli davano ancor meno da mangiare ed erano veramente compagni … Tanto è vero che quando noi, io e Linda, siamo andate poi fuori alla Caserma, i soldati lì ci davano dei pezzi di pane e tornando glielo davamo a loro e loro ci aspettavano fuori. Perché poi la divisione era una divisione proprio …. anche il muro, io penso che se qualcuno avesse voluto abbatterlo ci riusciva. E in alto c’era questo spazio. Per cui, specialmente quando sapevamo che c’era una spedizione, allora noi cercavamo di dargli qualcosa. Non sapevamo che arrivando in Germania poi gli portavano via tutto. Anzi, se avevamo un golf, se avevamo delle calze di lana, della roba, ci spogliavamo quasi e spesse volte siamo state anche punite per questo, inquadrate fuori davanti al blocco per delle ore senza mangiare; quella era proprio la punizione, non era solo l’appello.

D: Quando chiamavano l’appello …

R: Sì, l’appello era al mattino e alla sera.

D: Vi tenevano lì in attesa …

R: Invece per punizione, hanno visto che noi aiutavamo quelli che partivano e noi donne siamo state fuori parecchie ore inquadrate davanti per punizione proprio. Comunque, più di una volta anch’io mi sono arrampicata e loro si arrampicavano dall’altra parte e oltretutto ci salutavamo anche. Loro ci abbracciavano poveretti perché, insomma, oltretutto erano così isolati, così soli, così … che, vedere anche delle compagne, delle donne … E questo è successo più di una volta, sì.

D: Prima diceva della struttura clandestina del campo; ce ne può parlare?

R: Sì. Comunque ci sono dei libri che ne parlano bene, con tutti i nomi di chi faceva parte. C’è una relazione, ma penso che voi la conosciate, è lì in archivio, che pubblicò sul suo libro Marozin: “Odissea partigiana”. Lì riporta una relazione di qualcuno che lui, per conto del Comitato di Liberazione di Milano, aveva incaricato di fare un’indagine.

D: Qualcuno che aveva incaricato …

R: Incaricato sì. Perché, siccome loro erano lì, la Osoppo era nel padovano, nel Friuli, la famosa Osoppo con Marozin vero. Un individuo molto discusso anche dopo la Liberazione. C’è una relazione e lui aveva dato bene l’idea di come funzionava il campo e ci sono i nomi di tutti quelli che facevano parte del Comitato clandestino. Ho detto appunto c’era Rapetti, c’era Milanesi, c’erano altri. E, come funzionava? Beh, funzionava molto, perché cercavano intanto di aiutare tutti. Io so che dopo la Liberazione ci fu una polemica, soprattutto da parte dei socialisti, che si lamentarono che i comunisti erano più aiutati. Il che poteva anche essere eh! Poteva anche essere avvenuto. Nel senso che noi venivamo individuati, qualcuno informava di chi si trattava e, quindi, c’era anche un problema di sicurezza per loro. Qualcuno può darsi che non siano riusciti ad aiutarlo, anche per timore che dessero delle informazioni ai tedeschi.

Veramente hanno fatto moltissimo questi compagni di aiuto.

D: Del tipo? Ci puoi dare …

R: Per esempio rubavano nelle cucine per darci qualche cosa di più da mangiare. Poi, i collegamenti che riuscivano a tenere con l’esterno.

D: Vi arrivava posta?

R: Sì, noi potevamo scrivere una volta al mese mi pare, o due. No, una volta al mese forse. Io ho ancora qualche … io ho tutte le lettere, che mia mamma ha conservato, che le ho mandato io. Non ho quelle che mi mandava lei perché non le tenevo, anche perché avevamo bisogno di carta. Avevamo bisogno di carta, è buffo ma è così. Invece mia mamma le ha conservate tutte, che io non lo sapevo. Me le ha date diversi anni dopo, si vede che anche lei si era dimenticata. Mia mamma è stata anche lei una partigiana, è stata anche lei nei gruppi di Difesa della donna. Una donna molto coraggiosa, un’antifascista. E a novantacinque anni è ancora viva ed è in gamba. Una donna molto coraggiosa proprio. Però noi riuscivamo a mandare via clandestinamente delle altre lettere da quelli che uscivano a lavorare, i gruppi che uscivano a lavorare. Ce ne sono alcune con il timbro di censura, altre invece che non c’è niente e quindi devono essere quelle che io sono riuscita a mandare fuori senza passare da loro. Però, queste lettere, ora delle fine non facevo altro che chiedere roba da mangiare. Anche di questo mi vergogno un po’. No, ma poi dicevo altre cose, certo che non potevo dire molto sulle condizioni; facevo capire. Ecco, soprattutto dal punto di vista igienico eravamo in mezzo ai pidocchi, eh! Avevamo imparato benissimo ad ammazzarli. Sì perché, oltretutto, quando facevano l’ispezione per i pidocchi, almeno nel blocco delle donne non ne facevano tante, se li trovavano ci punivano. Noi non potevamo, non avevamo modo di pulirci troppo per le condizioni in cui eravamo. Mi ricorderò sempre che nel nostro pagliericcio un giorno abbiamo trovato una nidiata di topolini. Sì, abbiamo trovato dei topolini proprio. Insomma, d’altra parte le condizioni igieniche erano quelle che si può bene immaginare, anche se noi cercavamo molto di stare pulite. Io credo che prendevamo sempre la tosse anche perché andavamo a lavarci a torso nudo, al freddo, con l’acqua gelida. Ma questo era perché non volevamo lasciarci andare. Volevamo resistere anche in questo senso; di essere, nel limite del possibile, di cercare di essere ordinate, pulite. Perché ci sembrava, in questo modo, anche di combattere i tedeschi. Di dire, avete cercato di umiliarci … questo l’ho letto anche per quelli che sono stati in Germania sia pure nelle condizioni terribili. Il libro della Rolfi: le donne di Ravensbrück, come lei descrive proprio. Ed è vero, c’era questo spirito, noi cercavamo …

Io mi ricordo, una volta, non so come, o forse erano dei pezzi delle lettere no, quelle no. Ho trovato comunque dei pezzi di giornale e allora mi sono fatta i bigodini. Perché allora non c’erano i bigodini che ci sono adesso; anche a casa adoperavamo i pezzetti di giornale della sera per Insomma, forse anche perché eravamo giovani, non lo so, però era anche un modo di reagire a quella situazione che voleva degradarti sempre di più. Infatti c’erano alcune donne, che non erano giovani come noi, che si lasciavano molto andare, invece quelle giovani … Fra l’altro, fra di noi ad un certo punto sono arrivate da Genova un bel gruppo di prostitute che avevano rastrellato a Genova, ma erano delle ragazze simpaticissime e generose. Quelle mi pare che sono uscite prima, ma le avevano rastrellate per le strade. Qualcuno nel campo diceva che le avevano anche utilizzate, ma a me non è mai risultato perché erano sempre lì fra di noi ed erano molto allegre. Mi pare che fossero una quarantina, era un bel gruppo. Sì, sì, era un bel gruppo.

D: Allora il blocco F la mattina si svuotava e…

R: Si svuotava e ognuno era destinato a lavorare o nel campo o fuori.

D: E fuori che cosa …

R: Andavano in quella che chiamavano galleria, e sono andate anche delle donne lì, dove producevano le armi; era una fabbrica di armi dei tedeschi che, adesso, mi dicono è un tunnel dove ci si passa sotto ho saputo. Oppure, andavano al campo di Vipiteno. Un po’ le hanno mandate … ma era un campo piccolo, soprattutto uomini, però poi rimanevano là e lavoravano a Vipiteno. Poi, quando io sono stata stufa di stare lì in sartoria, ho detto ai compagni “Vi ringrazio, andrò in Germania, non lo so, ma io qui non resisto più”; mi hanno detto “Va beh, fai come vuoi”, allora ho chiesto di andare fuori a lavorare. Allora siamo andati in diversi posti. Un giorno, per esempio, in un bosco a raccogliere legna, che chiamavano “al fuoco”. Un’altra volta a fare qualche cos’altro. Poi, dopo, alla Caserma della Wehrmacht a fare le pulizie, che è stato l’ultimo lavoro che ho fatto. Perché poi, a un certo punto, mi pare verso il 20 aprile, forse anche un po’ prima, non ci mandavano più fuori. Almeno, non mi hanno più mandata fuori. E, al posto delle SS, erano arrivati a fare i guardiani questi della Wehrmacht. C’erano ancora quelli che comandavano naturalmente, poi anche le SS italiane e gli altoatesini. Però diversi. Per esempio, quando uscivamo dal campo per andare fuori a lavorare c’era uno della Wehrmacht, mentre prima c’era stato l’SS che ci controllava e quello si era messo a farmi la corte.

D: Quando rientravate venivate perquisite?

R: Sì, sì, quando rientravamo venivamo perquisite. Però, in realtà, noi riuscivamo a portare dentro il pane. Quindi vuol dire che era un controllo … anche perché eravamo già in marzo, era verso la fine, era verso quando sono andata fuori a lavorare, infatti il tutto sarà durato un mese e mezzo. Che dopo, il campo, va beh il 30 aprile siamo usciti.

D: Da chi ricevevate il pane?

R: Dai soldati della Wehrmacht. Noi, io e la Linda, quando siamo andate fuori alla Caserma della Wehrmacht, eravamo tutte contente. Intanto perché mangiavamo il rancio dei soldati. Eh sì, ci davano il rancio, il loro rancio. Poi, appunto, ci davano soprattutto del pane, forse glielo avremo anche chiesto noi, non mi ricordo bene, però senza difficoltà, non erano SS, anche se la Wehrmacht nella seconda guerra mondiale ha avuto le sue responsabilità e come con degli eccidi e … Lì dovevano essere tutti piuttosto anziani ormai.

D: Quando uscivi dal campo per andare lì alla Caserma, il tragitto lo facevate a piedi?

R: A piedi, a piedi, sì, sì.

D: Passavate in mezzo …

R: Passavamo in mezzo alle case, in mezzo alla gente che ci guardava con stupore, non sempre con simpatia. Non sempre con simpatia, però, in realtà, nessuno ci ha mai detto niente. Eravamo solo io e lei insieme a questo soldato e per noi era anche un diversivo indubbiamente andare fuori dal campo.

D: Voi sapevate che fuori c’era un gruppo, un’organizzazione che aiutava, che mandava dentro informazioni, bigliettini ..

R: Sì, noi lo sapevamo. Io lo sapevo, le compagne del mio gruppo, eravamo tutte comuniste ..

D: E anche pacchi. Tu hai mai ricevuto …..

R: Mah, io ricevevo pacchi che mi mandava mia mamma. Perché, va beh, qui c’era l’organizzazione gappista, quindi l’organizzazione del Partito Comunista, del Comitato di Liberazione e quindi a me hanno mandato parecchi pacchi. Io credo di averli ricevuti quasi tutti e li dividevo, di solito, con tutte le altre compagne che invece non ricevevano niente. Per cui non durava molti giorni quello che ci arrivava. Noi ci siamo nutrite molto di mele. Per fortuna, dopo la guerra mi sono piaciute ancora e le ho mangiate. C’erano dei giorni che c’erano solo quelle. E meno male! Le pagavamo eh, ce le facevano pagare, le compravamo.

D: Con quali soldi?

R: Beh, io ero riuscita ad avere, mi avevano mandato qualche soldo. Mia mamma era anche riuscita a farmi avere … ho una lettera dove si parla di 2.000 lire.

D: 2.000 lire o 200 lire?

R: 2.000 lire che era lo stipendio di un mese. Poi, magari i compagni stessi ci aiutavano.

D: Ma dove compravate le mele?

R: I tedeschi li lasciavano entrare. Poi c’era qualcuno, non mi ricordo chi, chissà, magari forse Ottavio; lui queste cose le potrebbe dire meglio di me, questi particolari. Lui poi era particolarmente responsabile della cucina, responsabile di queste cose. Avevano incaricato qualcuno, qualche deportato, di venderle. Infatti riuscivamo ad averle, non tutti i giorni.

D: Che tu ti ricordi, c’era anche una moneta che valeva …

R: Sì, c’era qualche cosa all’interno del campo. Che io però… c’è Pirola, Felice Pirola, che è dell’ANED, lui è stato a Buchenwald, è un deportato che è stato in Germania e che da anni raccoglie, ricerca, ha un archivio spaventoso proprio e lui ha uno di questi buoni di Bolzano nella sua collezione.

D: Un’altra cosa. Che tu ricordi, hai visto delle scene violente all’interno del campo?

R: Io personalmente non credo di essere mai stata lì nel momento, come per esempio hanno preso quel ragazzo che aveva tentato di scappare, forse eravamo chiuse dentro, non saprei bene, però lo sapevamo. Mi pare che è stato a Pasqua quando è successo questo fatto. Poi sapevamo delle celle; delle celle, quello lo sapevano tutti. Anche perché non è che la cosa fosse nascosta, ogni tanto si sentivano delle urla. Poi, quell’ebrea di cui si parla, che è morta dentro, che è stata praticamente ammazzata lì dentro le celle, che era una donna già di una certa età, io me la ricordo perché era nel castello sotto il nostro. Noi cercavamo sempre di andare in alto, anche perché eravamo le più giovani e facevamo meno fatica a salire. E mi ricordo di questa donna che piangeva sempre, piangeva sempre, poi un certo giorno non l’abbiamo vista più. Anzi, noi giovani cercavamo di dirle: “Ma dai, piantala di piangere, tanto finirà la guerra”. Cercavamo un po’ di … me la ricordo questa donna.

D: Senta, lei aveva il triangolo rosso; c’erano anche triangoli di altri colori nel campo?

R: Sì, c’erano soprattutto i verdi, che dicevano che erano gli ostaggi. Non c’erano tutti lì. Per esempio, io il rosa degli omosessuali non li ho mai visti lì. C’era la stella, c’erano i gialli degli ebrei ma, ripeto, di ebrei non ne sono passati molti lì. Mi ricordo, le ultime settimane, gli ultimi arrivi di ebrei che si vede non potevano più portare in Germania, che forse si saranno salvati. C’era una donna giovane molto carina con una piccola che si chiamava Nicoletta. Però, chissà perché non mi ricordo se dopo è stata liberata con noi o se è andata via prima. Ho cercato a volte di .. tant’è che qualche volta mi era venuta voglia di andare lì al CDEC per vedere se magari si poteva ricercare, vedere.

D: Si ricorda anche di prigionieri americani?

R: No, io no.

D: O italo-americani.

R: No, no, no. Quando siamo arrivati ci hanno detto che parecchi erano stati uccisi. Quelli che sono stati fucilati era la voce che circolava nel campo, però, lì dentro io .. Bisogna tenere conto anche che noi siamo arrivati… quando eravamo pochi, eravamo tremila o quattromila quando io sono arrivata ce ne erano già. Beh, se non tremila, quattromila, duemila senz’altro. Poi, prima della fine della guerra, prima che il campo si liberasse, eravamo quasi cinquemila perché oramai arrivavano continuamente. Infatti, si vede dagli elenchi gli ultimi numeri che erano 10.000 anzi, un giorno è arrivato lì un gappista, un ragazzo che era con me nella GAP, che purtroppo è morto qualche anno fa, Mauro Borsetti, ma era già quasi la fine di marzo. Infatti si vedono i numeri: 10.000 e qualcosa. Gli ultimi due mesi eravamo lì veramente in parecchie migliaia e noi donne eravamo in tante veramente, accatastate lì in quel blocco dove avevamo veramente poco spazio tra un castello e l’altro.

D: Ti ricordi se c’erano dei bambini?

R: Sto dicendo che ho visto questi bambini ebrei, ma non degli altri. Io ho letto da qualche parte che parlano di bambini, ma lì nel mio blocco non c’erano.

D: Neanche per il campo li hai visti?

R: Nemmeno per il campo. Sì, va beh, c’erano ragazzi molto giovani, anche di quindici, sedici anni che erano stati rastrellati, ma piccoli no. C’era questa Nicoletta, anche perché era lì vicino a noi e naturalmente stavamo insieme a questa bambina, chiacchieravamo. Poi, mi pare che ce ne era un’altra sempre degli ebrei, ma io mi ricordo soprattutto la Nicoletta.

D: Ti ricordi se c’erano dei religiosi dentro nel campo?

R: C’erano, ma io francamente non me li ricordo. Beh, c’era Liggeri, ma dopo è andato in Germania; forse è andato via anche prima che io arrivassi. Credo di sì, non era lì nel novembre. Comunque eravamo veramente in tanti. Poi sai, non è che si poteva girare come si voleva eh! Anzi, bisognava stare attenti fuori orario a girare per il campo. Perché, cosa facevi? Ti beccavano, ti mandavano via a calci, non potevi Qualche volta si riusciva a scappare, magari io scappavo per andare nel blocco A dove c’erano i compagni. Eh sì, ero un po’ indisciplinata, sì. Però bisognava stare attenti; noi avevamo la Tigre che era sguinzagliata. Bisogna che chieda alla Ina se si ricorda della Zigrina; bisogna che glielo chieda perché lei poi si ricorda molto.

D: Un’altra cosa. Dicevi prima che hai visto molti trasporti, molti uomini Ecco, come avveniva questo …

R: Avveniva che … intanto, chissà perché circolava sempre la voce il giorno prima che c’era il convoglio, preparavano il convoglio. Poi, in ogni caso, a noi ci rinchiudevano nei blocchi. Il mattino, quando cominciavano a radunare quelli che dovevano partire sulla spianata del campo, ci chiudevano nei blocchi tutti quanti e noi guardavamo fuori arrampicandoci su delle finestrelle che erano in alto e non potevamo uscire finché non era finito tutto. Quindi li vedevamo in questo modo, da qualche buco, però, ripeto, si sapeva anche prima, tanto è vero che noi cercavamo di dare a loro quello che pensavamo avrebbero avuto bisogno in Germania. E ne ho viste almeno tre, tre spedizioni di sicuro, la quarta poi tornarono indietro a metà febbraio. C’è un compagno di La Spezia che è uno di questi, si chiama Botticini, che tornò indietro. Si, ai primi di febbraio, era già la metà di febbraio quasi.

Siamo stati dei mesi che ci davano da mangiare quella sbobba completamente senza sale, perché il sale poi mancava dappertutto, mancava anche alla popolazione.

Io mi ricordo che quando mia mamma è riuscita, nel pacco, a mandarmene un pacchetto, ce lo mangiavamo così come se fosse pane. Ce lo siamo proprio mangiato così io e le altre compagne, eh!

D: Ti ricordi se c’erano molte compagne feltrine? Di Feltre.

R: Sì, feltrine ce n’erano un bel gruppo, anche di uomini. E queste erano le feltrine, le compagne che sono arrivate poco dopo di noi credo. Sono arrivate, forse, verso la fine di novembre ed erano evidentemente state segnalate all’organizzazione clandestina perché dopo, infatti, con Linda ci siamo conosciute.

D: Ti ricordi degli eventi ben precisi all’interno del campo? Per esempio, non so, la notte di Natale adesso io dico, oppure la notte del primo dell’anno.

R: Beh sì, cercavamo noi di ricordarla. Bisogna dire che quel giorno di Natale ci hanno dato una sbobba un po’ migliore del solito. C’era dentro qualche pezzetto di carne, di qualcosa ed effettivamente era migliore del solito. Erano talmente bravi che festeggiavano anche loro il Natale.

C’è qualcuno che ha scritto che hanno messo l’albero; io non me lo ricordo l’albero. Dei poveri uomini che erano costretti a fare cappello giù e cappello su. E li tenevano lì per delle mezz’ore fintanto che non avevano realizzato una sincronia perfetta. Si sentiva il rumore cappello giù, cappello su. Questo me lo ricordo. Ed era un modo per umiliare la gente perché, che bisogno c’era di fare una cosa del genere?

Poi mi ricordo, però non ho trovato ancora qualcuno … no, per esempio la compagna Serafina senz’altro perché eravamo lì insieme, gli ultimi quindici giorni credo, che è venuta la Croce Rossa. Ma questo lo dicono anche altri. Cosa sia venuta a fare nessuno l’ha mai capito. E allora hanno fatto la disinfestazione, per cui noi donne ci hanno mandato tutte una notte nella lavanderia nude, ci hanno dato una coperta, che poi quella coperta lì non era stata sterilizzata, per cui .. e io mi ricordo, quello lo ricordo molto bene, siamo state nella lavanderia per una notte intanto che loro facevano la disinfestazione del blocco. Ed eravamo completamente nude con una coperta. Io mi ricordo che, malgrado tutto, mi sono anche addormentata per terra. Invece le altre non dormivano e mi punzecchiavano per svegliarmi.

D: Scala di Torino parla di questo episodio.

R: Ah ecco.

D: Se la ricorda?

R: Io però mi ricordo anche, non credo di … però non ho trovato ancora nessun compagno che me la confermi, che gli uomini però li hanno messi, li hanno schierati nel cortile e li hanno depilati dappertutto. Io l’ho chiesto a Botticini per esempio, l’ho chiesto a qualcun altro, possibile che … a meno che non l’abbiano fatto a tutti. Io mi ricordo che noi passavamo e vedevamo questi uomini completamente nudi e li depilavano dappertutto. Tutto questo perché, dopo abbiamo saputo. doveva arrivare la Croce Rossa. Fra l’altro, nessuno di noi ha visto, ben pochi hanno visto. Cosa abbiano fatto o dove siano andati non lo so proprio.

D: Prima della Croce Rossa, nel campo erano entrati altri personaggi?

R: Che io mi ricordi no. Poi, la Croce Rossa ormai era quasi la fine.

D: Io dico prima. Per esempio, non so, il giorno di Pasqua del ’45.

R: Ah, c’è qualcuno che dice che è venuto il vescovo. Io non … forse perché io non ho voluto andare alla messa.

D: Ma non ti ricordi di …

R: No, non me lo ricordo. Infatti, io l’ho letto questo, sono stata lì a pensarci, ma francamente non …

D: E anche di altre messe celebrate settimanalmente?

R: No, non credo che ci fossero, non mi risulta. E poi, forse, io non sarei andata, questo è il fatto. E, siccome il campo era piuttosto grande, magari …

D: Ma la voce però l’avresti sentita.

R: Sì, la voce l’avrei sentita.

D: Si cantava dentro nel campo?

R: Noi cercavamo di cantare. Non solo, ma c’era la Rosetta, lei era stata molti anni in Francia in esilio con il marito antifascista e conosceva molte canzoni francesi, aveva una bella voce e ci cantava sempre … Voi non la conoscete, è una bellissima canzone. “J’attendre les jour et la nuit, J’attendre” Cioè: “Tornerai”. In italiano era: “Tornerai”. Che allora la si cantava anche in Italia. “Tornerai da me, j’attendre”, lei con altre parole ce la cantava in francese. La Rosetta aveva una bella voce.

D: Rosetta chi?

R: Meloni. Tosoni, Meloni era il nome del marito che è morto a Mauthausen. Che era un compagno, un dirigente comunista di Verona, che faceva parte del CLN che li presero tutti. Lei si fermò a Bolzano, lui andò a Mauthausen e non è più tornato. Loro non avevano figli e lei è morta cinque o sei anni fa, era anche più anziana di noi. Poi cantavamo, sì, sì, cantavamo.

D: Non ti ricordi se c’era una canzone del campo?

R: No, io no.

D: Non te la ricordi.

R: No.

D: E la famiglia Nulli l’ha conosciuta o sentita nominare?

R: No, non mi ricordo.

D: Le sorelle Nulli?

R: Mah, forse quelle, vagamente. Però, quei nomi no, magari chissà, se fossero persone che vedo magari potrei anche ricordarmeli. Perché lì, in realtà, noi eravamo in tante, ma più o meno ci …

D: Marisa Scala te la ricordi? Di Torino.

R: Macché, non me la ricordo. E magari invece … è ancora viva?

D: Sì, sì.

R: Ah! Marisa Scala. Può darsi che però vedendola …

D: A proposito della Croce Rossa ecc., poi è arrivata la Liberazione.

R: Il 30 aprile. Cioè il 29 sera, o notte, non so, le SS hanno tagliato la corda e se ne sono andati. Abbiamo scoperto che sono ancora vivi, no? Due, recentemente.

D: Tu ti ricordi qualche nome?

R: Oh, altroché, soprattutto Haage. Titho e Haage che vedevamo di più in giro per il campo. Quello era il più cattivo. Sono spariti, però noi avevamo anche saputo che si preparava qualcosa. Noi avevamo saputo, il 27 credo; no, subito il giorno dopo, il 26, che Milano era stata liberata, quindi! È una cosa che, quando la dico, mi prende ancora la commozione di quello che abbiamo provato. Allora lì io ho detto una cosa veramente strana, che me la ricorderò per tutta la vita. Siccome io avevo fatto quel lavoro di distribuzione dell’Unità, della stampa clandestina, che era molto importante, allora quando ho saputo della liberazione di Milano ho detto alla Ina: “Ma pensa che adesso leggono l’Unità sul tram”. La mia reazione e la mia idea è stata questa. Era il massimo di libertà leggere l’Unità, che era il giornale del mio partito, perché io ero comunista e sono comunista. Però, comunque dicevo, il 30 mattina ormai il campo era libero, forse anche il 29, qualcuno dice il 28, può darsi, non mi ricordo bene, che se ne siano andati il 28. Prima di partire, voi lo sapete che hanno dato a tutti il nostro documento, che ce l’ho ancora, che siamo stati nel campo dal/al, con precisione teutonica, che comunque ci è servito. Bisogna dire è stato un documento che ci è anche servito se era il caso di dimostrare quello che ci era capitato perché nel dopoguerra ci sono state anche tante cose e le cose che si dicevano… Qualcuno ci guardava un po’ stupefatto.

Allora si poteva rimanere lì e aspettare che, o il Comitato di Liberazione oppure gli alleati che ormai erano oltre Trento mandassero dei camion a prelevarci, ma noi, Milanesi, suo figlio, i due compagni marito e moglie di Genova, un altro compagno di Genova, la Serafina e la Giuseppina, abbiamo deciso di venire via a piedi e abbiamo camminato cinque giorni. Abbiamo fatto tutta la Valle di Non, mi ricordo era il primo maggio quando siamo venuti via e ci siamo fatti tutta la scalata della Mendola, e nevicava, perché non volevamo rimanere un momento di più. Infatti abbiamo camminato, io mi sono presa una cartina e ho cercato di ricostruire, ma non è facile. Comunque ci fermavamo nelle cascine, allora c’erano ancora i contadini che ci davano … ci guardavano un po’ sospettosi perché poi eravamo anche abbastanza stracciati, eravamo anche abbastanza malmessi, però ci davano da mangiare qualcosa, qualche patata, ci lasciavano passare la notte nella stalla. Poi mi pare, arrivati quasi al Tonale, un po’ prima, abbiamo cominciato a trovare i pullman che mandavano incontro ai deportati, anche a quelli che arrivavano dalla Germania, allora siamo arrivati a Ponte di Legno, poi a Lovere, sempre aiutati, rifocillati. A Lovere ci hanno messi su un treno e il 7 mattina siamo arrivati a Milano. I compagni hanno proseguito per Genova e noi … io sono uscita dalla stazione, ho preso il biglietto, mi sono sempre chiesta come ho fatto a pagare il biglietto, o che mi avessero dato qualche soldo i compagni di Lovere perché sono salita sul 7, io abitavo vicino a Lambrate e sono tornata a casa. Ma abbiamo camminato cinque giorni. Io credo che solo noi abbiamo fatto una cosa del genere. Però, anche Milanesi che era molto più anziano di noi, Carlo Milanesi, quel compagno che è morto a oltre ottanta anni ed è sempre stato attivo nel Partito Comunista, un uomo straordinario proprio, molto aperto, molto tollerante, veramente un uomo straordinario, con una storia antifascista, è stato lui che ce lo ha proposto di tornare.

D: Altra gente invece è partita con dei camion.

R: Beh, altri si sono fermati a Bolzano e dopo hanno preso dei mezzi che c’erano a Bolzano. Ognuno avrà avuto un modo di tornare diverso. E poi, forse, arrivavano … Forse, se avessimo aspettato un paio di giorni, sarebbero arrivati i pullman, i camion mandati dai Comitati di Liberazione della zona. No, noi abbiamo voluto venire via subito. Volevamo allontanarci.

D: Fino a quando tu sei rimasta nel campo, certi deportati sono partiti prima, se ne sono andati prima?

R: C’è stato qualche caso, almeno che sia a mia conoscenza. Per esempio, c’era uno di Brescia che, mi ricordo, si chiamava Venturini, che dieci giorni prima della chiusura del campo è stato liberato. Non mi ricordo nemmeno bene per che cosa fosse… era un triangolo rosso anche lui. Me lo ricordo perché evidentemente avevo modo di conoscerlo e di parlare, forse ci trovavamo fuori, non lo so, non mi ricordo bene. Però, di altri non saprei se altri sono stati liberati prima, ma non credo. Beh, la Montanelli. La Montanelli è andata via prima, ma lei era un caso particolare. Lei era lì come ostaggio. Quando lui è stato arrestato, almeno così si diceva, così dice, perché lui è stato in carcere a San Vittore, Montanelli, lui l’ha detto anche più di una volta, era stato arrestato. Lui dice che addirittura doveva essere fucilato, non lo so. E lei quindi era lì come ostaggio. Lei non la facevano lavorare però.

D: Ah, ecco.

R: Forse perché ha fatto la vice campo; poi era tedesca comunque, quindi aveva un trattamento … per quanto che era lì con noi.

D: La Cicci, invece, è scappata anche lei?

R: Beh, si, siamo usciti tutti il giorno 30. Chi il 30, chi il giorno dopo, perché ormai potevamo anche rimanere lì, ormai eravamo anche liberi. Se volevamo aspettare un paio di giorni … allora eravamo così in tanti, ognuno sarà tornato in un modo diverso. Certo che come noi credo nessuno.

D: A piedi!

R: Beh, avevamo ancora si vede delle forze; avevamo ancora qualche forza. Va beh che eravamo giovani, quindi!

D: I collegamenti con il Comitato di Liberazione esterno. Voi sapevate che tipo di ordini si passavano? Cioè, non lo so, le formazioni, vi davano indicazioni delle formazioni? Oppure, non vi siete mai chiesti perché i partigiani esterni a Bolzano, al campo, non hanno mai fatto un’incursione, un’azione.

R: Allora no. Noi speravamo che ci bombardassero perché tutti i giorni passavano i bombardieri che andavano soprattutto .. andavano in Germania e poi bombardavano il Brennero, le linee ferroviarie. Noi speravamo che ci bombardassero, ma anche questo… Va beh che gli inglesi dopo la guerra hanno detto non potevano uccidere … Per noi poteva anche passare l’idea perché comunque eravamo ancora in Italia, ma l’avessero fatto sui campi di Germania, anche se moriva qualcuno per i bombardamenti! Va beh che dopo avrebbero avuto il problema di dove andare, dove scappare.

D: Quindi, rispetto al Comitato di Liberazione di Bolzano, non ti ricordi …

R: No, io so che sapevo che c’era, ricevevamo le notizie soprattutto di informazione sull’andamento della guerra, i compagni ce le passavano perché questo ci dava anche entusiasmo, coraggio insomma. E poi sapevamo che aiutavano, aiutavano noi e aiutavano tutti. Sapevamo chi erano.

D: Come è avvenuta, per esempio, all’interno del campo la tessera del Partito.

R: È avvenuto che un giorno, credo che sia stato Milanesi stesso a consegnarcela. Ci hanno detto: “A tutti i comunisti diamo una tessera”. Io, la prima tessera del Partito Comunista l’ho avuta in campo di concentramento. La Serafina ce l’ha ancora anche lei, l’ha conservata. Eravamo tutti contenti. Che è un’azione abbastanza rischiosa eh! Anche perché oramai eravamo alla fine e rischiavamo proprio di …

Io devo dire una cosa e l’ho sempre detta. Io, naturalmente non è che quei cinque mesi siano stati allegri. Poi, privati della libertà, senza sapere … nelle mani delle SS che non sapevi bene mai che cosa sarebbe successo di lì all’ora dopo, non il giorno dopo, poi comunque sotto la paura, il rischio di essere picchiati, di essere mandati in cella per qualsiasi cosa che a loro non andava. Sono stati cinque mesi e mezzo certo non allegri, anche se … almeno, io ne ho visti anche altri, essere lì per una motivazione di lotta, noi avevamo fatto la Resistenza, avevamo fatto i partigiani, eravamo antifascisti, va beh, sapevamo che eravamo lì non perché eravamo dei ladri o dei malfattori, quindi c’era indubbiamente una differenza e quindi questo ci dava anche un certo non dico orgoglio, ma certo una nostra forza ecco. Però, insomma, cinque mesi e mezzo non sono stati nemmeno corti, giorno dopo giorno e quindi abbiamo anche sofferto, non solo la fame … no, l’acqua noi l’avevamo. È quello che mancava, poi la salute e tutto quanto. Certo che quando io sono tornata, che ho saputo da quelli che tornavano dalla Germania quello che là era successo, io per un po’ di tempo non ho avuto nemmeno il coraggio di dire che ero stata a Bolzano. Mi aveva talmente colpita, scioccata, che li ho visti macilenti, che raccontavano … poi, quando abbiamo cominciato a vedere … no, quello l’abbiamo visto qualche anno dopo quando c’era la televisione, comunque abbiamo cominciato a saperlo, certo che è stato una cosa, anche per noi che eravamo stati comunque lì prigionieri, carcerati e deportati, però abbiamo capito che noi ce la siamo cavata; rimanendo a Bolzano abbiamo comunque salvato la vita. Poi le condizioni fisiche. va beh, avevamo vent’anni, quindi … però l’ho detto, avevamo sempre la tosse. Adesso, riguardando le lettere che scrivevo a mia mamma, ho visto che le chiedevo continuamente degli sciroppi per la tosse e le dicevo che avevamo sempre la tosse.

Poi noi, noi donne, avevamo avuto il problema della scomparsa, non completa, magari a cicli, del ciclo. Infatti ho una lettera dove dico a mia mamma di mandarmi un farmaco per questo. E le dico: guarda però che non sono incinta, non pensare che sono incinta, perché qui è una cosa, il ritardo nel ciclo, che colpiva tutte, tutte le donne giovani. Io, dopo la guerra, ho avuto anche dei problemi di carattere ginecologico, ho dovuto curarmi per una forma di infiammazione ecc. Che, non è escluso che sia stato per quel fatto, su cui si è poco indagato effettivamente, si è poco approfondito. Anche alcuni medici interpellati, ho letto da qualche parte, hanno detto che poteva essere, che poi è capitato anche a quelle in Germania, quelle peggio di noi, lo stress, la paura degli arresti, di quello che avevamo passato. Io sono stata picchiata quando mi hanno arrestata, sono stata duramente picchiata. Non lo so, però era capitato a tutte, anche a quelle che erano lì per ostaggio. Va beh, era sempre un arresto che subivano, quindi era sempre uno choc. Non lo so se invece mettessero qualche cosa nel cibo che ci davano. Non lo so, però questo fatto riguardava tutte. Forse è anche per questo che eravamo gonfie, per tutto un metabolismo, un ciclo tutto sconvolto dall’irregolarità del ciclo mensile probabilmente. E tutte quante, tutte quante avevamo avuto questo problema.

D: Per una donna che cosa è stato il campo di concentramento?

R: Per una donna è stato una cosa prima di tutto diversa da quella degli uomini e certo più pesante, più brutta proprio. Non solo perché le condizioni per noi erano più dure, non potevamo lavarci, non potevamo tenerci in ordine, vivere in mezzo ai pidocchi. Ma poi anche tornando. A un uomo non avrebbero mai detto cosa hai fatto nel campo di concentramento, non avrebbero mai avuto il sospetto di qualcos’altro. A una donna sì. A me personalmente non è capitato. Non è capitato perché quando sono tornata c’era la mia famiglia, mi sono sposata, l’ambiente dei compagni e così via, quindi nessuno pensava che io avessi fatto chissà che cosa nel campo. Però c’è stato anche questo aspetto. E magari le stesse famiglie. Le stesse famiglie che non erano state d’accordo con l’attività svolta magari da quella che aveva fatto la partigiana, da quella che aveva fatto qualche cosa e per questo motivo era stata arrestata. E che, quindi, le stesse famiglie chiedevano alle ragazze: “Cosa hai fatto, cos’hai fatto là?” Quindi, a un uomo credo che nessuno abbia mai chiesto. Quindi anche questo aspetto. È forse per questo che noi per un po’ di anni, ancora più degli uomini, non abbiamo parlato, specialmente quelle che tornavano dalla Germania; specialmente quelle povere compagne, le poche sopravvissute.

Io sono stata recentemente, alla fine di giugno, a Ravensbrück, c’ero già stata un po’ di anni fa, perché si è inaugurata la lapide … perché hanno fatto tutta una ricerca dell’ANED e pare che siano state un migliaio le donne italiane, quasi tutte antifasciste e partigiane, restate o passate da Ravensbrück, e lì hanno messo una lapide nuova con un maggior numero nel memoriale dell’Italia. E lì c’è un bellissimo lago. Adesso poi è tutto ben tenuto, ridente come si usa dire, e lì c’è la cenere di novantamila persone in fondo a quel lago. In novantamila morirono lì a Ravensbrück, tutte donne e bambini. Sì, anche qualche uomo, pochi però. E non solo italiane, ma anche francesi, tedesche, cecoslovacche, russe. Quindi, quelle che tornavano dalla Germania, le compagne veramente, quelle donne …

D: Onorina, secondo te è importante che i giovani conoscano queste storie?

R: Beh, io credo di sì. Purtroppo, per molti anni … intanto è mancata la scuola. Io mi sono molto arrabbiata con le dichiarazioni di Violante quando è diventato presidente della Camera perché proprio in quell’occasione lui ha detto una cosa che io ritengo sbagliata. Anche se l’ha detto con altre intenzioni, però in realtà metteva tutti sullo stesso piano. Allora dopo mi hanno chiesto una mia opinione sul giornale dell’Associazione dei perseguitati politici antifascisti, “L’antifascista” si chiama, e io naturalmente ho detto il mio parere. Poi ho proprio sottolineato che, in realtà, se c’è qualcuno a cui bisognerebbe fare qualche critica, è la scuola che è mancata. È mancata la scuola. Però qui il discorso sarebbe lungo. Perché noi che uscivamo dalla Resistenza, che eravamo felici e contenti che fosse finita, che il giorno più bello della nostra vita, io l’ho detto una volta e ho constatato che poi l’hanno detto anche altri compagni, è stato il Giorno della Pace, però abbiamo vissuto degli anni duri. Che è un altro ragionamento: la guerra fredda, la persecuzione contro i comunisti. Quindi, anche questo ha rallentato indubbiamente un certo … non potevano certo insegnare nelle scuole la storia. A parte che poi c’è sempre qualcuno che dice che bisogna aspettare tanti anni prima di insegnare la storia contemporanea, va beh! Però, certo è mancata l’informazione giusta. Per cui a volte ci dicono: “Eh ma voi avete fatto i martiri, avete fatto dell’apologia, avete parlato solo degli aspetti belli della Resistenza e invece ci sono stati anche delle pagine” … c’era la guerra però e non l’avevamo voluta noi. E la guerra è brutta. In guerra si ammazza e si è ammazzati, quindi … Questo può anche essere vero. Per quello che se, invece, la scuola avesse dato un’informazione storica, scientifica, questo non sarebbe forse avvenuto. Ammesso che sia anche avvenuto che qualche volta, qualche 25 aprile è stato celebrato in modo retorico, questo è anche avvenuto e mi ero un po’ arrabbiata anch’io, però, in realtà, è perché è mancata l’informazione a scuola. Per cui praticamente quasi due generazioni hanno saputo poco. E non è che adesso sappiano poi tanto di più; forse un po’ di più sì. Noi dell’ANPI e anche dell’ANED andiamo, quando ci chiedono, nelle scuole, in questi incontri con i ragazzi, anche delle elementari eh, e in generale sono simpatici, ci ascoltano. Di solito, questi incontri avvengono per l’interesse dell’insegnate. Perché, chi non ha questo interesse, che se ne frega, è difficile. Noi non possiamo mica imporci, noi andiamo dove siamo richiesti; se ce lo chiedono andiamo, altrimenti no. Quindi è un lavoro un po’ frammentario, così, qua e là, non certo su tutta la superficie scolastica in modo anche più scientifico. Beh, noi raccontiamo la nostra esperienza, diciamo le nostre cose. Io faccio sempre la premessa di dire che io non sono lì a dirvi: “Ah come sono stata brava, come sono stata …” No, io in quel momento, in quella situazione mi sono sentita di non restare estranea alle sorti del mio Paese e l’ho fatto. Adesso scopro che sono entrata nella storia; non io, ma tutti quanti. Se ce l’avessero detto a noi quarant’anni fa, ci avremmo fatto una risata. Però è storia, questo è vero.

D: Accennavi a Ravensbrück Lager femminile. Secondo te è importante che i giovani vadano a vedere questi luoghi della storia? I campi di concentramento.

R: Beh, io credo di sì, anche se è triste, c’è qualcuno che ha delle remore a portare i giovani a vedere cose così brutte. Credo di sì perché vedono che è vero. Vedono che è vero, ecco. È vero, il protagonista ti racconta la storia, questo è già molto, va beh che io l’ho vissuta, non sono qui a raccontarvi storie, però vedere il posto mi pare che è quello il punto insomma. Del resto non so, a volte si portano ai monumenti patriottici nelle ricorrenze, lì è un monumento di un pezzo di storia. E non solo dell’Italia, ma di tutta l’Europa, quasi di tutto il mondo.

Che poi la Resistenza abbia avuto anche qualche pagina oscura come si dice adesso, capirai! Può anche essere. Però, chi lo dice, io lo avrei voluto vedere in quel momento cosa avrebbe fatto magari. Poi, insomma, noi eravamo volontari, nessuno ci aveva … dall’altra parte no invece. Dall’altra parte ricevevano la cartolina di precetto e per paura magari andavano, poi erano anche pagati.

D: Un’altra cosa. Ritornando nel campo di concentramento, un atto di solidarietà.

R: Beh, ce ne erano molti atti di solidarietà. Io credo che è stato un momento di grande solidarietà. Non solo, ma anche nella Resistenza, anche nella lotta. Anche lì io ricevevo i miei pacchi, ero quasi l’unica del nostro gruppo, e subito lo distribuivamo fra tutti. Avrei potuto anche magari mangiarmela solo io.

Poi, appunto l’aiuto ai compagni che partivano, quelli che andavano in Germania, che sapevamo che andavano a stare peggio di noi, anche se non in quel modo. Quindi c’era la solidarietà, c’era senz’altro. Direi che era anche un fatto che ci permetteva di affrontare la situazione la solidarietà, perché non ti sentivi sola. Tu aiutavi un compagno, però magari saresti stata aiutata. Anche questo fatto. E’ stato un momento indubbiamente di solidarietà sì.

Mi pare che anche in Germania, sia pure nelle condizioni peggiori da quello che ho letto, nei campi di sterminio, almeno la Rolfi racconta questi episodi. Certo, poi potevi trovare anche quello che pensava solo a se stesso, l’egoista. In mezzo a migliaia di persone c’è, non è questo il punto. Però, in realtà… E la solidarietà, secondo me partiva soprattutto da quelli che erano deportati perché avevano fatto la Resistenza, avevano fatto comunque la lotta, sia pure in tanti modi.

D: A proposito di lotta, per esempio voi qui a Milano, nella tua formazione di gappista ecc., in quanti eravate …

R: Ah guarda, nella brigata c’erano dei momenti che si poteva anche essere in quaranta o cinquanta, non di più, Pesce l’ha anche scritto nei suoi libri.

D: Quaranta o cinquanta. Eravate armati?

R: Beh, le armi c’erano abbastanza. Per fare quello che dovevamo fare c’erano. Poi le armi sai si riducevano all’esplosivo per fare gli atti di sabotaggio e alle rivoltelle. Eh, non potevi portare altro, nemmeno lo sten anche se non era troppo lungo perché in città non potevi assolutamente, si riducevano a quello. Però, in generale, al massimo eravamo una ventina, la media. Sai, era una lotta che in parecchi sono passati nella brigata GAP, ma sono durati anche poco, però si capiva. Se non se la sentivano di affrontare quella lotta non venivano certo perseguitati, gli si diceva “Vai in montagna”. Fra l’altro, parecchi si sono comportati proprio coraggiosamente e sono morti in montagna.

D: Il tuo nome di battaglia qual è?

R: Sandra.

D: Chi te l’ha dato.

R: Io, mi piaceva. Sai, poi anche questo fatto, le donne …

Addomine Renato

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io sono di Feltre, la mia famiglia è di Feltre da generazioni e generazioni. La caratteristica di Feltre, essendo provincia di Belluno, storicamente è sempre stata la bella stagione di Goldoni, il retroterra dell’estate per i veneziani, come educazione, come tutto. A un bel momento mi trovo senza sapere perché nella situazione della Seconda Guerra Mondiale, la capitolazione e tutte queste cose. Nelle tre province, sia di Trento che di Bolzano che di Belluno, ci sono dei villaggi e delle zone in cui si parla tedesco, basti pensare a Cima Sappada, su nell’alta provincia di Belluno, tanto quanto Trento. Caduto il fascismo, si è formato il fascio repubblicano anche a Feltre, un po’ dappertutto. A un bel momento sono venuti i…

Noi chiamiamo tedeschi nel senso generale tutto ciò che è aldilà del Brennero, non andiamo mica tanto per il sottile. Quello che noi chiamiamo tedesco non distinguiamo se è prussiano, se è di altre parti. Sono venuti i tedeschi, ci hanno occupati. A un bel momento hanno dato ventiquattro ore di tempo perché i fascisti abbandonino le tre province di Trento, Bolzano e Belluno, cosa che non tutti sanno. Questi signori hanno fatto le consegne di tutta la loro situazione politica delle varie famiglie, di chi era e di chi non era, consegnati ai tedeschi e sono andati via.

I fascisti sono stati mandati via. Non era più questione di fascisti o non fascisti, era soltanto l’ennesima occupazione che noi avevamo, cosa che non abbiamo mai fatto noi. C’era una piccola storia piuttosto interessante che ricordo, che mio padre quand’era ragazzino, parliamo dell’ottocento ancora, sentiva da mio nonno una frase di cui non ho mai saputo chi sia l’autore, probabilmente qualcuno lo saprà. Mio nonno diceva: “E poiché gli Alemanni in casa avete, serviteli bene e fatevi mostrare le spade loro con che vi hanno fesso i visi e padri e figli uccisi”.

Mio papà diceva: “Ma no, ormai sono finiti quei tempi”. Si è beccato tutta la Prima Guerra Mondiale, sette anni di servizio militare, Feltre è stata invasa per l’ennesima volta. Mio padre quando è successo che siamo entrati in guerra nella Seconda Guerra mi ripeteva questa frase: “E poiché gli Alemanni…”. E io dicevo: “Ma papà, dai che sono cambiati i tempi”. Per l’ennesima volta è successa la stessa cosa.

Quindi nel sangue noi non è tanto con le persone, io ho degli amici tedeschi singoli. Addirittura c’era un ufficiale delle SS, lui viveva in America, che eravamo amici intimi, però lui sapeva e io gli dicevo: “Guarda che se tu metti la divisa, tu mi fai fuori”. E lui mi diceva: “Cosa vuoi che ti dica? Così è”. Per dire l’abisso mentale che c’è, questa è quindi la cattiva disposizione.

D: Addomine, Lei dice che i fascisti sono andati via…

R: Sono stati mandati via. Tanta gente non lo sa.

D: Quando è avvenuto questo?

R: Glielo dico subito, forse non esattamente, verso l’agosto, settembre del 1944.

D: 1944?

R: 1944. Sono stati mandati via. E cosa che non tanti sanno, il capo un po’ dei fascisti repubblichini che era quello che faceva arrestare e consegnavano ai tedeschi il Tizio, Caio e Sempronio, perché venivano consegnati soprattutto da questi, a un bel momento sono stati mandati via. Però hanno lasciato tutto un dossier di dichiarazioni. Aspetti, ho detto agosto? No, il 19 giugno c’è stata una grande retata a Feltre, quindi ai primi di giugno sono stati mandati via con l’occasione di quella retata.

D: Voi quanti anni avevate allora?

R: Io ho compiuto vent’anni in campo di concentramento, perché sono del 1924, quindi avevo diciannove anni. Mio fratello ne aveva sedici, quindici e mezzo, sedici e due sorelle maggiori, perché siamo stati deportati in quattro. Io mi ero appena diplomato a Vicenza e a Feltre c’era la direzione della costruzione della diga del Trabignolo su in Val di Fiemme.

Io lavoravo dentro in quest’impresa svizzera. Circolavo coi documenti Schuetzbetrieb, cioè stabilimento protetto e venivo anche a Milano ai collaudi delle turbine, delle centrali allora sotto i tedeschi, sempre con questi documenti. Quando c’è stato il grande rastrellamento, i documenti stracciati, buttato via tutto, portato via tutto quello che avevamo addosso.

D: Voi siete stato fermato in un rastrellamento?

R: No, al mattino alla cinque tutta Feltre è stata occupata da un’azione militare e hanno portato via duemila e tante persone su una cittadina come Feltre. duemila circa concentrate tutte in uno stabilimento e mandate poi alla Todt, a lavorare alla Todt. Centodiciassette selezionati, fra i quali io, un fratello e due sorelle tirati fuori. Questi centodiciassette, ci hanno portati tutti su un teatro, chiusi dentro senza mangiare né niente né bere là, sulle sedie di questo teatro. Il giorno dopo sono andati su sul palco, tutte le porte picchettate.

In questo non c’entrano né fascisti né niente, perché ormai erano stati mandati via. Avanti una famiglia. Questa famiglia, nome? Avevano tutti i foglietti consegnati dai fascisti. Posso dire che quando è toccato a me, eravamo io, mio padre, mia sorella, altre due sorelle e un fratello, sei persone, quando siamo arrivati: famiglia Addomine. Allora uno fa con la mano così, metà da una parte e metà dall’altra. Un gruppo concentrato così, dov’è la metà?

Un po’ qua, un po’ là. Hanno fatto così e ci hanno sbattuti quattro da una parte e due dall’altra senza stare là a contare. Poi questi qua fucilati e gli altri no non si sa niente, là il momento era così, perché fuori intanto avevano fatto l’ira di Dio, avevano impiccato delle persone. Ci siamo trovati in quattro e gli altri mandati via.

D: Le volevo chiedere: che giorno era questo?

R: Questo era il 3 ottobre 1944. Ci hanno separati in questa maniera, né mangiare né niente, privati di tutto quello che avevamo addosso, portati via ori, anelli, orologi, tutto, spogliati di tutto, messo dentro tutto in un sacco, portato via tutto. Al mattino presto chi poteva dormire là tra un seggiolino e l’altro di un cinema? Ci sono dei camion fuori, si sente che sparano, l’ira di Dio.

Veniamo fuori, incolonnati e messi su dei camion. Attraversando tutto il centro di Feltre tutta la gente che piangeva, noi ci sentivamo che è finita, volavano dalle finestre le coperte per cercare di ripararci. C’è stato quel senso che senza guardare in faccia chi fosse bisognava aiutare questa povera gente. Col camion dove andiamo?

Erano cinque o sei camion, eravamo stretti come sardine. Un piccolo particolare: quelli che hanno mandato via, sono tornati a casa e quelli che siamo rimasti, siamo stati in centodiciassette, cento uomini e diciassette donne. Questi che poi siamo stati deportati.

D: E la Vostra famiglia era?

R: Io, due sorelle e un fratello, quattro. Invece che fare tre e tre, che siamo rimasti lì hanno fatto quattro e due. Poteva essere.. Non lo sapevo se così o così, che andavano a casa. Il babbo e una sorella a casa. Quattro ci siamo trovati così. Con questi camion coperti di teloni cercando di guardare fuori abbiamo passato Primolano, siamo arrivati a Grigno. Hanno fermato i camion, dentro in una scuola. Scendere tutti, ci hanno fatto dormire dentro nelle scuole elementari di Grigno, un paesetto per andare in Valsugana, per andare a Trento.

Al mattino presto: “Su, Aussen, tutti su, tutti in piedi, tutti allineati contro il muro”. Dico: “E’ finita qua”. Altra volta, qua adesso ci hanno messi al muro. Invece no, ci hanno tenuti là fermi finché arrivava sulla ferrovia della Valsugana un treno merci che si è fermato non in stazione e ci hanno fatto montare su, su dei vagoni come bestie. Bombardavano la linea del Brennero allora. Siamo arrivati alla sera del 5 ottobre a Bolzano. Guardano fuori, chi conosceva: “Sì, siamo a Bolzano”. Poi a un bel momento davanti a un grande cancello eravamo all’entrata del campo di Gries a Bolzano.

D: Siete arrivati in treno a Bolzano dove?

R: Alla stazione di Bolzano.

D: Alla stazione.

R: Alla stazione ci hanno fatto scendere, caricato con dei camion ancora e portati davanti al portone del campo. Guardando fuori ho visto reticolati, mi sa tanto di campo di concentramento, ma noi non sapevamo dove eravamo, dove andavamo.

D: Lì cos’è successo?

R: Lì ci hanno fatto entrare, tutti fermi. Vedo certa gente, tutti con una tuta addosso, pelati a zero. Era pomeriggio e ci mettono dentro divisi in baracche. C’erano baracche con castelli di tre piani di legno, pagliericcio per modo di dire, era una specie di coperta straccia e segature. In questo grande capannone, uno dei due o tre, ci siamo tirati su e vedevamo questi qua che venivano su al buio come anime morte e noi: “Dove siamo?”. “Siete in campo. Siamo destinati ad andare tutti in Germania”; le prime informazioni che correvano.

Al mattino giù tutti, hanno diviso le femmine da una parte, gli uomini dall’altra, spogliati, un grande getto con la manichetta per fare la doccia davanti al cortile con la manichetta dei pompieri. I cani addestrati che ci mordevano se uno si curvava, anche questa è una cosa nota, cosa che è molto bella. Il nervo di bue è l’unica cosa, a frustate, ci hanno dato una tuta che erano le tute di fatica, allora, quella che ho avuto io, dell’aviazione nostra, quelle tute bianco grezzo. Quella mi ha accompagnato. Spogliato di tutto il resto, solo la tuta.

Hanno fatto il primo discorsetto: “Da questo momento siete sotto il controllo del vostro capo campo”, che era un certo Maltagliati, fratello della Evi Maltagliati attrice. In gamba, perché con un assembramento di gente così eterogenea se non c’è un capo succede l’ira di Dio, perché le donne, gli uomini erano dagli avanzi di galera Il professor Ferrari, primo Sindaco di Milano del dopoguerra dormiva vicino a me. Mi ricordo, una mattina mi sono svegliato, avevo un mal di gola tremendo, avevamo il terrore di cose del genere perché non c’erano condizioni igieniche.

Mi fa: “Dopo ti guardo io”. “Ma te ne intendi un po’?” mi ha detto lui, mi ha guardato… “No, no, è un angina semplicemente”. Dico: “Ma chi sei tu?”. “Sono Ferrari di Milano”, poi è diventato il primo Sindaco del dopoguerra di Milano, professor Ferrari.

Mi ha guardato in gola, era anche lui con la tuta come me, con gli zoccoli, eravamo tutti uguali, tutti “Banditen”, eravamo banditi e basta.

D: Lei ha subito un interrogatorio?

R: No.

D: Niente?

R: Una cosa posso dire, c’è una storia pregressa. Nessun interrogatorio perché era già tutto predisposto e deciso, era la lezione che dovevano dare a Feltre. Perché con l’occupazione delle tre province a un bel momento i giovani di leva, come ero io, come altri, io ero iscritto al corso ufficiale di stato maggiore di Marina, perché avevo fatto radiotecnica come specialità, ma che poi è finita la guerra l’8 settembre

Ci avevano dato la possibilità di scegliere, scegliere volontari delle SS o delle SD, di vestire in ogni caso la divisa tedesca. Un bel mattino corre la voce che sono arrivati giù i partigiani e hanno portato via tutto… Certo, non hanno potuto fare la chiamata ufficialmente e questa è stata la grande lezione che ci hanno dato. Duemila portati a lavorare in fortificazioni alla Tod e centodiciassette deportati, che eravamo destinati all’eliminazione. Come siamo entrati in campo di concentramento ci hanno dato un triangolo rosa, che vuol dire rastrellato.

I triangoli erano il giallo, ebrei, rosa, rastrellati, rosso, politico pericoloso e azzurro che era qualche inglese, qualche svedese, straniero ma non militare, senza significato politico. Questi erano i triangoli. La cosa è durata poco, perché a un bel momento hanno cominciato a fare le prime partenze, a mandare via qualcuno di noi, poi non è tornato nessuno. Sono andati in Germania, il campo di Bolzano era un campo di smistamento, era un Durchgangslager, un campo di attraversamento. Sotto SS, soltanto controllato da SS.

Noi non potevamo neanche salutare qualcuno della Wermacht. In pieno inverno ci avevano dato una specie di berretto fatto con un pezzo di coperta, a passare davanti a uno della SS bisognava tirare giù il berretto e stare fermi, fermi, fermi finché c’era il consenso di proseguire. Al mattino era una beffa. Alle cinque del mattino, sei, che era notte, quando ci facevano l’adunata, ci contavano tutti. Davanti ad ogni blocco c’era il capo blocco, ci contavano e allora uno diceva: “Siamo in tanti più tre che sono magari morti dentro”.

Dovevano quadrare i conti, sennò là era fame, botte, acqua mai vista, fuoco: chi ha mai visto il fuoco? Sa cosa vuol dire? Passare un inverno, lavorare, poi le squadre. O portavi i feriti che scaricavano dai treni all’ospedale di Bolzano, c’erano degli ospedali, mi ricordo, grandissimi che ricoveravano i feriti che venivano dal fronte, e li portavamo con le barelle su. O a cavare granito.

D: Ma fuori dal campo?

R: Sì, sì, fuori dal campo. Al mattino c’era un certo numero di squadre che uscivano. Andavamo a Gries, andavamo a Appiano, andavamo di qua e di là a fare qualunque lavoro, pulire tutti gli ospedali. In ogni caso la cosa più frequente era cavare pietre in cava.

D: In cava?

R: Sì, le cave di granito, ci sono su, di porfido.

D: E dove, si ricorda?

R: Esattamente no. Sa che non mi ricordo esattamente? Poi c’era un distaccamento a Merano, aspetti. C’era un distaccamento del campo di Bolzano a Merano perché tutta la roba che portavano su con l’avanzata degli alleati dall’Italia veniva messa dentro, i vari castelli della Val Venosta, tutti i castelli che ci sono là. Io mi ricordo una volta un certo maresciallo Kek, allora io avevo studiato tedesco, tedesco e francese, l’inglese era proibito ai miei tempi, io avevo studiato tedesco e allora ero comodo, qualche volta potevano rivolgermi la parola per certe cose.

Una volta chiedevano uno Spezialist Tecknik degli orologi, dico: “Se si tratta di mangiare un pezzo di pane in più, mi intendo anche di orologi”. Avevano migliaia di orologi che avevano sequestrato, allora li avevo tutti classificati, mi ero fatto gli attrezzi, quelli che lavoravano come forgiatori mi avevano fatto le pinzette, degli amici dentro. Tanto per darLe un’idea, ero diventato uno Spezialist, mi era comodo in un certo senso. Ecco perché dico se vado a Merano non c’è l’aria di Bolzano, Merano è un altro clima d’inverno di Bolzano, a Merano si sta molto meglio come temperatura.

Là a Merano qualche grado di più voleva dire tanto per sopravvivere, veramente. Là mi ricordo siamo entrati in un castello accompagnati da un signore con questi della SS sempre, perché c’erano dei quadri. Eravamo io, un certo dottore, che è morto adesso, Nino Paoletti, Bepi D’Antoni che era direttore, è stato direttore della Dalmine Acciai Speciali, che era prigioniero anche lui con me. Avevamo una certa cultura, per chiederci se potevamo classificare in ordine di valore un certo numero di tele.

Erano tele che credo fossero state portate su da Bologna, Modena, non so dove, ma delle tele meravigliose. Allora noi mettevamo a seconda dell’ordine d’importanza, classificate così. E’ venuto dentro un signore che parlava tedesco perfettamente e mi ha chiamato in disparte. Mi ha detto: “Come vi trattano qua?”. Come si fa a dire a uno che me lo porta la SS che mi trattano male? Per prenderle? Ho detto: “Così”. “Abbi pazienza, ci vedremo presto”.

Ed era quello stesso signore, era il rappresentante della Croce Rossa Internazionale, svizzero di Merano che è venuto dentro lui a portarci il foglio di scarcerazione. Questo che era un esperto di pittura, d’antichità, che viveva a Merano, che è venuto dentro con la scusa dei quadri per fare la valutazione di queste tele che avevano portato via, a Castello… Non mi ricordo più quale, li conoscevo tutti.

D: Ma in città o fuori città?

R: Fuori città. A Merano eravamo alla caserma di Maiabassa, prigionieri. Però eravamo sempre fuori. Per cui ho visto dei capolavori passare via, cosa ci potevo fare? Questo signore che avevano invitato per fare la stima in franchi svizzeri, l’aveva fatta lui la stima di questi quadri, è stato quel tale che è venuto dentro ufficialmente. Al 30 aprile è finita e sono arrivati gli americani.

Al 2 o 3 maggio eravamo ancora prigionieri dentro e non si sapeva cosa succedeva, è capitato dentro accompagnato dagli ufficiali con i fogli di scarcerazione di tutti noi. Per cui tutte le cose impensate, chi lo sa. Questa è un po’ la mia strana storia. Posso dire una cosa, però. Quella notte, dopo che ci hanno lasciati dentro, chiusi dentro quei centodiciassette, mi sono arrampicato su sul palcoscenico dove avevano le loro scrivanie, eravamo in due o tre, a raccogliere i bigliettini che avevano stracciato, dove avevano preso gli appunti.

Nel caso mio, cosa straordinaria, mi è capitato proprio “famiglia Addomine, composta di sei elementi, favoreggiatori e collaboratori di banditi”. Questa era la mia accusa. “Dichiarazione Recalchi”. Storia premessa: mio padre aveva uno studio fotografico, questo Recalchi era venuto su perché parente di un certo Rovali da Ferrara, io non ero neanche nato allora. Aveva uno studio fotografico, in un certo senso c’era la concorrenza professionale. I ricordi più lontani della mia infanzia, quindi parliamo del 1926, 1927, ho visto mio padre piangere perché il Recalchi aveva mandato i figli che erano tutti fascisti, mio padre invece non era fascista, era socialista, a spaccare tutti i vetri delle finestre di casa nostra.

Non potevamo fare niente, perché mio padre era socialista e quegli altri erano fascisti. Questi naturalmente erano tutti fascisti, tant’è vero che uno di questi Recalchi sono andati a prelevarlo in prigione e l’hanno fatto fuori, perché ha fatto quella cosa orribile. Una cosa strana che succede: la guerra finisce, sono venuti su con dei camion da Feltre a portarci giù, noi sopravvissuti. Arriviamo giù e ormai eravamo ai primi di maggio. Mi dicono che mio padre è impazzito, dico: “Perché?”. “Pensa che avevano preso Recalchi e messo su in una nicchia che c’è nella porta imperiale a Feltre per fucilarlo, mio padre gli ha fatto scudo e ha detto: “Questo mai”.

Pur essendo lui che ci ha deportati, ci ha fatto deportare lui e la sua famiglia, ha detto: “Ci sarà una giustizia, non facciamo queste cose”. Questo è un ricordo meraviglioso che ho di mio padre. Lei non sa niente perché ci siamo conosciuti e sposati in America con lei, poi era di Rovereto, però soltanto sentito dire. Però testimonio che quando mio padre è morto, vent’anni fa, io da Milano sono andato a Feltre naturalmente perché c’era il funerale di mio padre e vedo uno lontano, ricordo, dico: “Quello è Recalchi”.

Un figlio, il più giovane di questa famiglia era venuto con il motorino da La Spezia a Feltre per rendere scusa e omaggio alla tomba di mio padre. Guardi se non è un po’ un dramma impressionante. Questa è la mia storia. Eccola qua. Io non sono un eroe, non ho meriti particolari, ringrazio il Padre Eterno che mi ha fatto uscire in qualche maniera ed essere qui a raccontare, non posso neanche dire “Io sono un eroe”. No.

D: Una cosa, quando eravate lì a Merano a Maiabassa nella caserma, Vi ricordate la caserma qual’era? Era vicino a una stazione, a un albergo?

R: La caserma me la ricordo sì. Dunque, c’era la strada, uscivo qualche volta che mi facevano tirare fuori i cavalli. Fra me e i cavalli… Con il carretto… Una volta mi è scappato il cavallo, anzi no, ho preso il cavallo. La cavalla, la chiamavano la Fittoria… Questa ha aperto la porta, ha preso la corsa, le si sono fermate le stanghe e io sono volato fuori… Un disastro, fra me e i cavalli proprio non… Si costeggiava un fiume. Comunque la caserma di Maiabassa per me era notissima.

R: Addirittura a Feltre devo avere una delle fotografie del grande cortile interno, perché c’era un grande cortile interno.

D: Della caserma?

R: Sì. Proprio fatte il giorno che ci avevano liberati, devo avere una o due fotografie con le mie sorelle. Poi il triangolo me l’hanno cambiato in rosso. Senza sapere perché, non era più rosa, sono diventato rosso, politico pericoloso, ma non so perché.

D: Una cosa, oltre al triangolo Le hanno dato anche un numero?

R: 4.972.

D: Le Sue due sorelle erano con voi a Maiabassa?

R: Sì.

D: Anche loro?

R: Anche loro.

D: Ma qui non avete però la tuta bianca?

R: No, quella era a Bolzano, questo è Merano. Quella è la foto che si deve vedere il cortile, mi pare, è il cortile della caserma di Maiabassa quello là.

D: Allora, rimaniamo un attimo a Bolzano.

R: Sì.

D: Allora, Vi hanno dato il numero, la tuta e il triangolo.

R: Sì.

D: Poi il capo campo vi ha fatto il discorso.

R: Ha fatto il discorsetto il capo campo che si chiamava Maltagliati, che poi è stato sostituito da altri che adesso mi sfugge il nome, ma a cui posso risalire.

D: In che baracca Vi hanno messo?

R: Io sono entrato nella H.

D: Nella H?

R: Sì.

D: Vi ricordate il capo blocco chi era?

R: Sì, Musi, tenente dei carabinieri.

D: Qualche altro Vostro compagno Ve lo ricordate, oltre al professor Ferrari?

R: Compagni?

D: Dentro in baracca.

R: Dentro in baracca? Giuseppe D’Antoni… Ah no, questo poi era a Merano, poi ci siamo trovati là. E’ un gruppo diverso. Tutto il gruppo di Feltre, me li ricordo… Ci deve essere qualche elenco…

D: Se Le viene in mente qualche nome così.

R: Perbacco, il dottor Nino Paoletti, Antonio Paoletti che era il mio vicino di casa.

D: Vostro fratello era con voi?

R: Sì.

D: Invece le Vostre sorelle dove le hanno messe?

R: Nel blocco a fianco, che era delle donne.

D: Vi ricordate se avete visto che dentro nel campo c’erano anche dei sacerdoti?

R: Sì.

D: Lì avete visti?

R: Sì, perché il giorno di Natale a un bel momento uno di questi prigionieri si è messo su uno straccio sopra, ha fatto la messa per tutti, ha dato un pezzettino di pane secco, ha detto: “Questo è il simbolo…”, senza confessione né niente, “fate la comunione tutti perché qui è finita”.

D: Il nome non Ve lo ricordate?

R: Non me lo ricordo.

D: Ma era un feltrino?

R: No, non era un feltrino perché li conoscevo.

D: La messa di Natale.

R: La messa di Natale. Non ricordo chi fosse. Ha detto: “Questa è la confessione generale a tutti, perché avete pagato tutte le vostre colpe”, senza confessione né niente, un pezzo di pane che sia simbolo della comunione.

D: Vi ricordate i capi invece tedeschi?

R: Sì.

D: Questi nomi Vi ricordano qualcosa?

R: Haage, il maresciallo Haage, il tenente Thito, che quando veniva fuori lui era perché c’erano delle spedizioni, organizzava le spedizioni, le partenze, Thito poi il maresciallo Kek.

D: A Bolzano questo maresciallo?

R: No, Kek era a Merano, invece Haage e Thito erano a Bolzano. Ricordo benissimo che c’erano due o tre ucraini che erano i capi celle che pestavano la gente, poi li impiccavano con le mani sul palo così, sollevati da terra a morire dal freddo.

D: Nel campo?

R: Nel campo. Alla mattina si usciva e si vedeva sul palo uno là e non si poteva toccare, stava morendo servito da questi signori ucraini.

D: Lei a Bolzano quanto tempo è rimasto prima di partire per Merano?

R: Tre mesi e mezzo, quattro mesi.

D: Quindi ha visto numerose partenze?

R: Altroché.

D: Quegli ucraini, Ve li ricordate i nomi degli ucraini?

R: No, però in uno dei libri che ho ricevuto, ho letto, ho trovato, non so che, ci sono.

D: Otto e Lischa?

R: Esatto.

D: Vi ricordate se c’era anche una donna?

R: Sì. Era la iena, era tremenda, la chiamavano “la iena”. C’era questa donna, sì.

D: Una cosa, il campo aveva un muro di recinzione?

R: Sì.

D: Sopra il muro c’era del filo elettrificato, del filo spinato?

R: Filo spinato tutto attorno, elettrificato lo ritenevamo, ma non lo sapevamo. C’erano però ogni tot metri delle torrette con le guardie armate.

D: Delle garitte quindi?

R: Delle garitte proprio sopra il muro.

D: Senta, l’appello come avveniva?

R: Mai fatto appello. Noi dal momento che si entrava, che ci hanno dato il numero, il nostro nome era sparito, soltanto il numero, eravamo solo il numero.

D: Ma alla mattina non vi chiamavano fuori dalle baracche?

R: Certo, tutti in fila e ci contavano, ogni blocco. Questo ne ha centoventicinque, centoventitre, allora il Kapò del blocco veniva avanti, due sono morti dentro, oppure non so, uno è moribondo. Il papà di Gianfranco Grabuio per esempio una volta era pronto per la spedizione, portato via, hanno detto: “E’ morto, lascialo qua”, invece poi è sopravvissuto. Il papà di Gianfranco Grabuio era…

D: A proposito di morti, diceva prima di violenze. Quindi Voi avete assistito a delle violenze?

R: Io ad esempio, siccome lavarsi niente, avevo un’infezione di barba tremenda, siccome non c’era barbiere, altro che per tagliare i capelli con la forbice, i capelli a zero, un’infezione di barba tremenda, mi ricordo. Un mattino col freddo passo via e il maresciallo Kek mi chiama, grida, mi giro, fermo, duro, siccome non ho tirato giù il berretto sperando che non mi vedesse mi ha dato delle nervate in viso.

Avendo tutte le croste dell’infezione di barba sono entrato in blocco che ero tutto sanguinante, sembrava chissà che, però era superficiale, perché erano croste. A vedere i miei compagni che piangevano mi è venuto un male al collo, loro piangevano e per me e io dicevo: “Va beh, insomma, mi ha dato delle nervate”.

Non mi ero visto allo specchio che avevo tutto il sangue dell’infezione di barba. Così si viveva, in queste condizioni. Col terrore. Poi i cani poliziotti sempre addestrati, sguinzagliavano i cani con l’istruzione precisa di saltare addosso se uno si muoveva fuori dalla riga, mordevano. Anche questa era una cosa piuttosto antipatica.

D: Nel periodo che Voi siete rimasto a Bolzano uscivate a lavorare, costituivano delle squadre di lavoro?

R: Sissignore.

D: Quindi uscivate dal campo?

R: Si usciva dal campo comandati da un plotone tedesco, sempre accompagnati da un plotone armato e ci portavano, non so, ad un ospedale o in cava o a scaricare vagoni.

Oh, una cosa che mi sono dimenticato, molto carina anche quella, con i bombardamenti che c’erano nel Brennero le varie stazioni, tutti i vari binari venivano smantellati per ricostruire le linee su cui poter passare. Quella di cavare su rotaie era una cosa spaventosa.

D: Quindi vi mandavano a lavorare sulle massicciate anche?

R: Certo, anche molto grazioso era scaricare le bombe inesplose con un bel martello di gomma, le istruzioni, poi si mettevano di dietro e ti facevano segno così. Quando davi il colpo così slittava la spoletta, facevi così, sono qua o sono… Anche quella era una cosa molto graziosa.

D: E sotto la galleria del Virgolo?

R: Il Virgolo l’abbiamo fatto noi, la galleria del Virgolo era galleria per la strada, ma è diventata una fabbrica di cuscinetti a sfera che era necessaria e dentro al Virgolo a fare le massicciate, a portare i muri… Il Virgolo è stato fatto con tutti i prigionieri. La fabbrica di cuscinetti a sfera.

D: La Imi, Imi si chiamava.

R: Non lo so, non ricordo.

D: La Imi. Quindi Voi siete stato anche lì?

R: Certo. Altroché.

D: A proposito di questa cava, può dirmi qualcosa di più? Perché di questa non avevo mai sentito. Non so assolutamente dove collocarla, era vicino al campo o andavate a piedi?

R: Era lunghetta. Per …. era un altro, subito prima di Bolzano per andare su, cosa c’è? Laives?

D: Laives Bronzolo.

R: Da quelle parti là.

D: Porfido quindi?

R: Porfido, il granito.

D: Estraevate il porfido e lo mettevate sul camion?

R: Sul camion i blocchi venivano caricati…

D: Quindi una cava all’aperto?

R: All’aperto. … Quello era un altro, poveretto.

D: Cioè, hanno ammazzato qualcuno?

R: E’ successo dentro, quando l’hanno portato in Germania, un mio amico.

D: A Bolzano?

R: No.

D: A Merano?

R: No, in Germania, non mi ricordo più, erano tre o quattro campi, erano sempre quelli.

D: Allora, lì siete rimasti tre mesi?

R: Tre mesi circa, sì. Poi sono stato liberato a Merano ed è stata a Merano la storia dei quadri. Di quello che era il funzionario della Croce Rossa Internazionale, che nessuno lo sapeva, che faceva l’antiquario di Merano, loro credevano che fosse un antiquario, era uno svizzero.

D: Il nome non lo sa?

R: No.

D: E questi quadri erano dentro a questo castello?

R: Sì.

D: Però diceva che il castello è fuori Merano.

R: Fuori, fuori. Tutti quei castelli lì attorno, Annaturno, Sluderno…

D: Se io Le dico un nome, Le dice qualcosa San Leonardo in Passiria?

R: San Leonardo anche, sì.

D: Ma non è quello dei quadri?

R: No, non è quello dei quadri questo.

D: Lì a Merano la sua occupazione qual è stata? Quella dei quadri sempre?

R: No, quella è stata incidentale. A Merano era caricare e scaricare i vagoni, tutto quello che portavano su, dai sacchi di caffè, che allora il caffè era una cosa rarissima. Caricare e scaricare vagoni.

D: In stazione?

R: In stazione.

D: Maiabassa?

R: Maiabassa, sì. Ma tante volte non si fermavano in stazione i vagoni, perché con la storia dei bombardamenti venivano spostati in rami ferroviari tirati fuori, secondari. E cavare su rotaie per ripristinare la linea ferroviaria, il ponte di Bodi, quante volte l’hanno bombardato.

D: Siete andati anche lì?

R: Anche lì, perbacco.

D: Sai dov’è? Prima di Trento?

R: Fra Trento e Bolzano. Il ponte di Bodi. Coi bombardamenti di allora buttavano giù tante di quelle bombe che facevano spavento, tant’è vero che la montagna per un certo periodo aveva tutte le buche delle bombe. Anche là, prendere e ripristinare almeno una linea che potesse tirare dritto per poter proseguire.

D: E uscivate con le zebrate, con le tute?

R: Sì, sì. Non esisteva altro per cambiarsi. A Merano avevo quell’altra tuta, due pezzi, a Bolzano quella bianca. Non ho mai avuto altro.

D: Quando eravate lì a Bolzano o anche a Merano avete potuto scrivere a casa?

R: Sì, qualche volta sì. Perché quando ci mandavano fuori con le squadre c’era qualche paesano che salutava così e allora avevamo sempre nascosto un pezzettino di carta, qualche cosa. “Tò, consegnalo”, si poteva comunicare in questa maniera.

D: Però voi potevate ricevere lettere o pacchi?

R: No, mai ricevuto.

D: Avete mai ricevuto niente?

R: Io non ho mai ricevuto pacchi, però c’è stato qualcuno che riceveva dei pacchi. Come non lo so.

D: All’interno del campo c’era chiamiamolo un movimento resistenziale, c’era qualcuno che si dava da fare?

R: No, no. Ho visto delle cose meravigliose, delle cose orribili, però là era proprio la sopravvivenza e basta.

D: Vi ricordate qualche cosa meravigliosa?

R: Una cosa meravigliosa sì. Quando hanno scavato quella galleria nel silenzio per uscire dal blocco, per poter scappare, li hanno sorpresi all’ultimo momento perché hanno fatto la spia. Eravamo 15, 20 gradi sotto zero, tutti inquadrati fuori al freddo. “Se non salta fuori chi è stato non vi muovete”.

Le solite guardie, i cani, ecc.

Non è saltato fuori per un giorno, il giorno dopo si è fatto avanti uno che era un ex ufficiale, non mi ricordo più se degli alpini o di dove fosse. Si è costituito lui, in realtà erano più, erano parecchi. Però con questo hanno liberato le squadre. Ho visto un gesto di uno che ha dato la propria, ha offerto la propria vita per gli altri, sì. Anche questo ho visto. Era nel blocco…l’ultimo del capannone su, non mi ricordo più come si chiamasse. Che roba!

D: Voi dicevate prima dei triangoli azzurri che erano degli inglesi.

R: Sì.

D: Cioè nel campo c’erano anche…

R: Sa che con la guerra, ancora quando c’era l’esercito italiano, un certo numero per esempio di inglesi erano stati catturati in Africa e portati qua. A quelli sbandati, i tedeschi hanno attribuito questo triangolo che non erano né italiani né niente, militari ma non catturati da loro. Questo era il triangolo azzurro.

D: Erano lì a Bolzano, nel campo di Bolzano?

R: Sì, c’erano questi, c’erano i gialli che erano gli ebrei, i rosa che erano i rastrellati e gli ostaggi.

D: Gli ostaggi?

R: Bambini di cinque o sei anni col nonno di sessanta, settanta.

D: Bambini c’erano?

R: Bambini di pochi anni, certo.

D: Dov’erano questi?

R: Qua e là, messi nel blocco. Magari cercavano uno che era, non so, ufficiale degli alpini, avevano preso il padre e il figlio. Allora praticamente nonno e nipote messi in campo di concentramento e tenuti dentro. Che fine abbiano fatto non lo so, però c’erano sì.

D: Non Vi ricordate che c’era una famiglia dentro nel blocco celle che avevano un bambino appunto piccolo di quattro anni, c’erano due sorelle?

R: Ho un vago ricordo. Però quello delle celle era proprio in mezzo al campo, messo di traverso così.

D: In mezzo al campo?

R: Sì, sì. Non era un blocco, le celle erano proprio in mezzo al campo.

D: Non erano in fondo?

R: O in fondo, ma comunque non facevano parte dei capannoni. No.

D: Questa famiglia che erano mamma, due figlie di vent’anni…

R: Ho vaghi ricordi di tutte queste mostruosità, però… C’erano anche quelli, sì.

D: Ci raccontate un’altra cosa bella del campo che avete visto? Oltre a quella del tentativo di fuga.

R: Quella è stata una cosa che non dimenticherò mai.

D: Un altro fatto, un altro episodio a cui avete assistito di questi belli?

R: Non saprei.

D: Allora uno brutto. Quello più brutto a cui avete assistito.

R: C’era uno messo dentro in cella con le gambe e le braccia rotte. Dopo una settimana tirarlo fuori proprio con gli arti spezzati e pestarlo ancora, a questo ho assistito, fatto da quei due ucraini maledetti.

D: Lui chi era?

R: Un italiano sicuramente. Queste sono cose terribili.

D: Su quando Vi hanno chiamato per andare a Maiabassa, cosa Vi hanno detto?

R: Che c’era bisogno di uno Spezialist. Siccome io servivo per fare l’elettricista… Una cosa molto graziosa: nella caserma di Maiabassa nel distaccamento delle SS di Merano, nel distaccamento di Merano verso la fine della guerra erano un po’ tutti abbacchiati, sentivano che stava per finire anche questi signori della SS. E bevevano.

Avevano preso l’abitudine, siccome avevano tutte le villette attorno, vivevano dentro nelle villette questi ufficiali, avevano preso la mania di spararsi un colpo di pistola nella serratura dopo essersi ubriacati, così non vai a letto, uno con l’altro.

Alla mattina lo Spezialist, che ero io, doveva andare ad aprire le porte, per cui io facendo il giro avevo tolto tutte le combinazioni dentro, in maniera che bastava anche un chiodo piegato per aprire, perché sennò dovevo stare là a diventare matto. Come Spezialist ogni tanto mi davano magari una mela o mi davano…

D: Cioè gli avete tolto un nottolino?

R: Sì, sì. Sa che c’è la combinazione? Ho tolto quel nottolino per non stare a diventare matto. Anche queste cose…correre dietro a…

D: Il campo di Merano era anche quello sotto le SS, non c’era Wermacht?

R: Solo SS. E non solo, noi eravamo consegnati con tutti i numeri da un distaccamento all’altro e se ne assumevano la responsabilità di questi numeri.

D: Quanti eravate più o meno lì a Merano?

R: A Merano trenta o quaranta.

D: Arrivavano ogni tanto delle persone in più oppure siete…

R: No, perché eravamo già verso la fine e quindi non arrivavano più.

D: Neanche se ne tornavano?

R: Neanche andavano indietro. Per me è stato un bel rifugio, un bello scappare, Merano per me è stato un bel passo avanti. Anche perché avevo cominciato, sia pure ad andare ad aprire le porte, ma almeno sentivo un ambiente caldo per scaldarmi le mani.

D: Cos’era, marzo, aprile?

R: Fine aprile.

D: A Merano?

R: A Merano io sono andato tra febbraio ed aprile, sono stato a Merano.

D: Il 30 aprile del ’45 Voi eravate a Merano?

R: Prigioniero ancora. Sapendo la gente che gridava per le strade, questo e quell’altro, eppure…finché non sono venuti dentro ufficialmente a scarcerarci. Avevo però da buon Spezialist fatto le chiavi false dell’armeria. Eravamo in tre o quattro pronti a vendere cara la pelle se per caso capita.

D: Anche Vostro fratello?

R: No, mio fratello non è venuto con me.

D: Ah no? E’ rimasto giù?

R: E’ stato scarcerato lui. Un certo numero dopo due mesi o tre li hanno scarcerati, triangolo rosa ancora. E’ stato allora che hanno mandato là quelli rosa e poi quelli dentro sono diventati rossi.

D: E le Vostre sorelle invece sono venute su?

R: Rosse anche loro, triangolo rosso, sempre con me, sempre.

D: Il 30 aprile a Merano, attorno al 30 Aprile, è successo un fatto di sangue, Ve lo ricordate?

R: Sì. Sparavano dalle strade, ci hanno sparato dietro anche a noi.

D: Come vi hanno sparato dietro?

R: Dalle case, le infermiere degli ospedali. Sa che gli alberghi erano ospedali, quasi tutti. Ci hanno sparato dietro. Quando sono uscito per la strada ci sparavano gli infermieri, dicevano, perché chi poteva essere che rimaneva là ormai?

D: Sono state uccise anche delle persone?

R: Certo.

D: Altre due cose importanti. Nel campo di Bolzano, quando siete arrivati nel campo di Bolzano all’ingresso c’era su una targa, c’era qualcosa?

R: Sissignore. Polizeilisches Durchgangslager.

D: Era sul cancello?

R: Sul cancello.

D: Sopra il cancello?

R: Sopra il cancello e i reticolati, sopra c’era questo cartello e poi c’era il cancello.

D: E a Merano cosa c’era scritto?

R: Niente. C’era il cartello che diceva “Amministrazione delle SS del distaccamento di Merano”.

D: La vita nel campo di Merano era un po’ sul ritmo di quello di Bolzano?

R: Mille volte meglio. Eravamo pochi, ci conoscevamo e anche qualche maresciallo o con le denominazioni delle SS che erano completamente diverse di gradi, qualcuno diceva: “Presto finisce”. Sentire confidenze di questo genere dalle SS per me sembrava di toccare il settimo cielo, sta proprio per finire.

D: E a Merano c’erano anche ebrei o eravate solo triangoli rossi pericolosi?

R: Nessun ebreo a Merano.

D: Donne?

R: Donne sì.

D: Le sorelle. Più uomini o più donne?

R: Più o meno metà e metà. Perché le facevano cucire, confezionare sacchi, sempre per queste spedizioni, sa?

D: Quando eravate a Bolzano nel campo avevate sentito di questi altri campi? Avevate sentito parlare prima di Maiabassa o di altri posti?

R: No, però ho sentito il capo blocco Maltagliati che aveva detto: “Occorre un certo numero di persone per Merano”. Un mio carissimo amico che è morto adesso purtroppo, proprio nati e cresciuti insieme, Nino Paoletti che conosceva, era andato tanto tempo, diceva: “Potessimo andare a Merano, è tutta un’altra aria”. Si è fatto avanti, allora per me lo stimolo, dice: “Se non altro, non moriamo dal freddo in queste condizioni”, perché il freddo è stata una cosa tremenda.

Arrivare bagnati con una sola tuta e fare il bilancio scientifico: conviene tenerla visto che non è calda l’acqua che ho addosso o toglierla? Qual è il bilancio termico che conviene tra questi due ragionamenti? Comunque con tutto questo sono arrivato a casa che pesavo quarantadue chili io, uno di ottanta chili.

D: Avevate vent’anni?

R: Sì. Vent’anni giusti. Sono del ’24.

D: Per quello che riguarda le funzioni religiose, Lei si ricorda di questa di Natale e si ricorda magari di qualche altra funzione oppure è l’unico episodio?

R: L’unico episodio che ricordo è questo, però c’erano dei preti. C’erano dei preti perché so che quando ci hanno portato via tutti gli indumenti, i vestiti e ci hanno dato questo berretto, alla mattina c’era la famosa adunata, tutti inquadrati con i numeri, “berretti su” traducevano, “berretti giù”, finché non sentivano il colpo secco tutti insieme non si diceva: “Fuori le squadre”.

Ce n’erano uno o due che avevano tagliato il cappello da prete che avevano e avevano fatto il berretto un po’ più consistente con la cupola che poteva stare addosso. Sapevo che erano preti insomma.

D: Glielo ho chiesto perché alcuni si ricordano di un sacerdote che entrava che non era prigioniero, ma che veniva apposta il sabato o la domenica a celebrare messa.

R: Mai visto.

D: E poi usciva, era un esterno.

R: No, non lo ricordo assolutamente.

D: Neanche a Pasqua?

R: Io ero a Merano a Pasqua.

D: Magari era venuto qualcuno nel campo di Bolzano.

R: A Pasqua ero a Merano.

D: Il Monsignore però, Monsignore Bontignon.

R: Il Vescovo?

D: Il Vescovo, sì.

R: Io non ero…

D: Era su a Merano. Lì a Merano Vi ricordate, a proposito di questo personaggio della Croce Rossa, che c’era un italiano che poi è scappato alla Liberazione e che ha riparato in Svizzera? Non Ve lo ricordate?

R: Non esattamente.

D: Edgardo Sogno? Non Ve lo ricordate?

R: Mi suona il nome, ma non ricordo assolutamente.

D: E’ andato su a Merano Sogno, scappando. La Liberazione, ce la raccontate?

R: La Liberazione è stata un sogno.

D: Dove eravate Voi in quel momento?

R: Già la sera prima avevamo visto dei movimenti strani e avevo distribuito le mie chiavi dell’armeria, perché dico: “Questi qua ci fanno fuori”. Al mattino chi dorme? Nessuno. Affacciarsi con la testa così a guardare giù, vedo tutto uno strano movimento.

Ci hanno riuniti tutti insieme ed è venuto avanti questo signore che era quello che giorni prima era venuto per i quadri, questo svizzero. Ha detto: “La guerra è finita”, c’è stato un urlo generale per noi. Quando abbiamo varcato la porta e abbiamo visto le jeep americane, erano già arrivati gli americani, delle jeep americane, ci sembrava un sogno. Mi ricordo che si sono avvicinati e ci hanno detto se eravamo prigionieri. Mi hanno offerto le Chesterfield. Un sogno sembrava.

D: Poi cos’è successo?

R: Poi da Feltre sono venuti su con dei camion, l’impresa locale Dalla Corte, questi Dalla Corte avevano avuto anche loro dei figli prigionieri come me, a raccoglierci, a portarci giù. Ci hanno portati giù a Feltre coi camion.

D: Quindi direttamente da Merano?

R: Da Merano.

D: Non siete più ritornati a Bolzano?

R: No, perché eravamo un certo numero, ci siamo riuniti e siamo venuti giù da Merano direttamente.

D: Lei a Merano ha ricevuto il foglio di rilascio?

R: Sì.

D: Proprio quello firmato da Titho?

R: No, Titho non c’entrava, dalla Croce Rossa Internazionale.

D: Ce l’ha ancora questa carta?

R: No, non sono riuscito a farmela dare, perché quando è finita la guerra mi hanno chiamato al servizio militare. Allora ho dovuto allegarla come documento al distretto militare di Belluno. In altre occasioni successivamente sono andato per farmelo ridare indietro, mi hanno detto che non c’era più.

D: Ma dopo avete dovuto fare il militare, il servizio militare?

R: No. Perché avevo questo documento di scarcerazione dal campo di concentramento.

D: Neanche le Vostre sorelle hanno quel documento?

R: Sono morte ormai da anni. Probabilmente sì.

R: Mi ricordo che ci hanno fatto la lunga presentazione del mondo che avremmo trovato fuori, dice: “Guardate che trovate per tornare a casa un percorso duro e tremendo. La guerra è stata spaventosa”. Ci raccontava tutti questi particolari questo svizzero. E’ stata una sorpresa, io non avrei mai immaginato.

D: Cos’era, uno svizzero che parlava italiano?

R: Parlava italiano, tedesco, parlava benissimo.

D: Ma lui era svizzero tedesco, italiano? Che svizzero era?

R: Parlava italiano benissimo, però parlava tedesco benissimo perché era lui il consulente per i quadri della SS.

D: Che età poteva avere più o meno?

R: Allora avrà avuto sui quarant’anni.

D: Con divisa da SS?

R: No, no, in borghese.

D: Ah, in borghese?

R: Era un cittadino che era stato preso per stimare dei quadri.

D: Un esperto?

R: Un esperto di quadri. Però mi ha chiamato in disparte quando mi ha detto: “Come vi trattano?” Io gli ho detto: “Zitto, per l’amor del cielo, guai, si sbaglia tutto”.

D: E’ importante secondo Voi che i giovani di oggi conoscano questa storia?

R: Le ho premesso prima: “E poiché gli Alemanni in casa avete…”. Mio nonno garibaldino lo diceva, mio papà: “Ma dai che sono cambiati…”, mio papà lo diceva a me e io dicevo: “Ma papà, dai che sono cambiati…”. Io l’ho ripetuta cento volte alle mie due figlie, che non mi vengano a dire che i tempi sono cambiati perché può succedere ancora.

Ecco perché è importante, perché è un niente che un gruppo di violenti col potere in mano… Non c’è più né destra né sinistra, non c’entra, sono tutte balle. Io ho girato il mondo con molto piacere e ho visto due cose che si assomigliavano spaventosamente: la Spagna di Franco, che più fascista non poteva essere, e la Russia di Breznev, che più comunista non poteva essere. La stessa roba, da una parte a Barcellona dicevano sottovoce: “Stamattina ne hanno fucilati due ancora”, a Mosca mi dicevano: “Stamattina ne hanno mandato quattro in Siberia dei nostri” sottovoce. Poi in confidenza dicevano: “Che speranza c’è per il mio popolo?” I russi.

Mi ricordo che una volta ho detto: “Guardate, io stamattina sono entrato al Cremlino. Voi da cinquanta anni non ci entrate, se non settanta anni. Vuol dire che siete sulla buona strada, visto da me evoluzione, non rivoluzione, perché sennò vanno su quelli più cattivi di voi, secondo me”. Allora sentire queste famiglie a Mosca che volevano sentire il “Kapitalist”, che ero io secondo loro, come la pensavo, è successo così.

Io ho portato mia moglie ed è entrata tranquillamente al Cremlino, ma loro per due generazioni o tre non sono mai entrati. Evoluzione, non rivoluzione. La rivoluzione non fa niente.

D: Prima raccontavate di quell’episodio quando eravate a Caracas se non mi sbaglio, che è venuta questa…

R: Zoppoli, sì.

D: Chi era questo?

R: Quello era un prigioniero che lavorava nell’officina delle automobili, di riparazione automobili dentro nel campo di Bolzano. L’officina era dietro il muro, là facevo l’orologiaio io.

D: Allora, se questo è il campo, questo è l’ingresso…

R: L’ingresso, l’officina era qua, da questa parte.

D: Si usciva come? Da qui oppure c’era una porta nel muro?

R: No, no, la porta è sempre stata interna, dal muro.

D: C’era una porta dal muro?

R: Sì, sì.

D: C’era questo garage, c’era questa officina meccanica, poi c’erano altre officine?

R: Sì, forgiare, ferro, fare catenacci…

D: C’era anche una tipografia?

R: Sì, ho un vago ricordo che c’era anche una tipografia, sì. Con delle macchinette.

D: Voi a Bolzano avevate delle monete interne del campo?

R: No, io no. Avevo sentito parlare, però io non le ho mai avute monete interne del campo.

D: C’era anche una falegnameria che Lei sappia?

R: Non ricordo.

D: Una lavanderia?

R: Sì, lavanderia sì.

D: Vi ricordate, visto che facevate un po’ l’elettricista anche, se c’era un elettricista di Milano?

R: Non ricordo.

D: Che aveva nascosto una radio, un apparecchio radio.

R: Io non ho mai detto che ero radiotecnico, perché quella era una condanna a morte per me, per paura di spionaggio, sa? Mai, per questo che da buon radiotecnico sono andato a fare l’orologiaio, perché solamente a parlare di radio era finita, paura di comunicazione col nemico. Mai detto.

D: Quando partivano i deportati per la Germania, cosa succedeva lì?

R: Succedeva questo: al mattino era una mattina come un’altra, però si vedeva il tenente Tito con tutte le scartoffie. Adesso qua le liste. Cominciava l’appello dei numeri, tirava fuori e durava un’ora, un’ora e mezza, ripetere il numero…

A un bel momento questi venivano messi da parte, gli altri rientravano nei blocchi, questi venivano portati alla stazione che c’erano già i treni di solito, perché gli stessi prigionieri dovevano sigillare i vagoni. C’era Beppi Grisotto e altri che conoscevo che tornavano indietro dopo aver sigillato i vagoni con questa gente che veniva spedita via dalla stazione.

D: Dalla stazione? Non da altre parti?

R: Non lo so, perché io non sono mai andato.

D: Li facevano sigillare?

R: Sì.

D: Adesso una cosa, questa fotografia qui…

R: Questo sono io e le mie due sorelle, questa è proprio dentro nel cortile di Maiabassa di Merano. In fondo questi erano capannoni dove si imballava roba.

D: Che tuta avete su lì?

R: Questa ormai eravamo liberi, perché potevamo fare le fotografie. Ci siamo messi su una maglia per uno. Avevamo la tuta in due pezzi.

D: C’è il triangolo però?

R: Sì, non è una tuta, avevamo due pezzi qua. Tutti, era a Bolzano che avevamo la tuta unica.

D: Chi vi ha fatto questa foto?

R: Uno che era venuto su, perché dentro veniva anche a lavorare della gente fuori di Merano, venivano a lavorare anche loro. Non ricordo più chi me l’abbia fatta, so che mi ha fatto un rullino. Ho detto: “Dammelo che poi penso io”. E questa eccola qua. Vede, il triangolo e il numero.

D: Certo.

R: Io avevo il 4.972.

D: Vi siete ricordati il numero, eh?

R: Già mi crescevano i capelli, vede già lunghi due dita. Eravamo sempre rapati a zero. Qualche volta anche le donne. Se non c’erano cimici, c’erano pidocchi, piccole cose che si dimenticano. Le assicuro che la scabbia, grattarsi fra le dita qua, non avere acqua, non avere niente, cose che non si credono. Qui è stato il ritorno alla vita.

D: C’era un’altra foto. C’è un’altra informazione molto preziosa perché una memoria così viva sui motivi della presenza a Merano non l’avevo mai sentita.

R: Questa è stata così. A Merano occorrevano dei prigionieri un po’ da fidarsi, perché c’era da trattare della roba bella, non solamente mani da cava, capisce? Bisognava tirare fuori qualcuno che sapesse come si tiene un quadro, per dare un’idea.

D: Certo. E di quella roba non si sa poi che fine…?

R: Hanno detto che parte è stata recuperata. Sono tutte voci che ho sentito dopo, perché io non ho voluto più saperne niente, sa, la ripulsa di dire che è il mondo passato, la vita comincia domani, guardiamo davanti.

D: Sa che c’è una via a Merano che si chiama Via trenta aprile?

R: Non lo sapevo. Allora bisogna che si torni a Merano.

D: Questa foto invece?

R: Questa è in Piazza Alta, però me la sono trovata a casa. Era la foto della resa di Feltre, così mi hanno detto, la presentazione dei documenti della resa agli americani, doveva essere.

D: Quindi questo è il ’45?

R: Il ’45 questa.

D: In che zona della città questa?

R: Piazza Vittorio Emanuele, sulla Piazza Alta, questo è il palazzo Guarnieri a sinistra, che non si vede, quello tutto settecentesco, bello. Ricordo benissimo dov’è. Qui a destra c’è il teatro del Palladio.

Forse l’ha fatta mio padre di sfuggita.

D: Allora Vi piace Merano e Bolzano?

R: Sì, molto.

D: Non siete più ritornato?

R: Ogni tanto. Mia figlia appunto per l’ospedale che ci è andata su, diverse volte ho detto: “Vengo su anch’io magari in giro”. Ma non è neanche più l’ombra di quella triste cosa. Guardi che era brutto, perché…

D: Non Vi andrebbe di raccontare la vostra storia a degli studenti?

R: Quali studenti?

D: Ragazzi delle scuole medie o delle medie superiori. Di Bolzano e di Merano. Italiani o tedeschi.

R: Io non ho niente, assolutamente niente in contrario.

D: Raccontare la Vostra storia come ce l’avete raccontata a noi?

R: Certo, perché no? Io ho visto una cosa molto simpatica che mi ha fatto impressione, vedere dei ragazzi giovani che uno parla italiano, l’altro risponde correttamente in tedesco o viceversa, senza problemi. Io sono un internazionalista, sono cittadino del mondo io, a me piace la libertà. Quando ricordo che fuori per le squadre magari ci fermavano in centro…

R: Dicevo che passeggiando era normale che venissero dei bambini e vedevano queste bestie rare vestite con la tuta. Mi ricordo uno che veniva: “Bist du ein Zigeuner?”, “Sei uno zingaro?” Perché eravamo confusi come degli zingari, come della sottospecie. Guarda caso, magari con me c’era il professor Ferrari, però eravamo ridotti in quelle condizioni.

Un’altra cosa che mi ha fatto molto dispiacere, una volta a Bolzano, c’era la Lancia a Bolzano, sì, lo stabilimento della Lancia, erano tutti italiani. Quando passavano le squadre c’era dietro qualche angolo qualcuno con dei pezzi di pane che cercava di darci un pezzo di pane, perché era fame. Vedere magari una bella signora molto elegante avvicinarsi, buttarlo per terra e schiacciarlo sotto i piedi. Questo è capitato anche a me. Non è bello questo.

D: Cioè gli operai vi davano…?

R: Certo, se potevano. Qualcuno cercava di dare un pezzo di pane a questi prigionieri che passavano al mattino e poi scappavano via, perché era proibito avvicinarsi. Mi ricordo di questa donna molto fine, si è avvicinata, avevo il pane così in mano, me l’ha buttato per terra e schiacciato sotto i piedi.

Questo non deve essere una ragione per creare sette e odi, però dire che gente che c’è dappertutto. Io sono razzista perché il mondo si divide in due razze, persone per bene e persone non per bene. Non c’entra il colore della pelle. Guardi, io ho vissuto in mezzo ai sanguemisti. Meglio un negro onesto, in gamba che un ciarlatano di quelli pieni e presuntuosi nostri bianchi. E viceversa.

R: Una cosa bellissima, come siamo arrivati, un gruppo di una ventina, quindici o venti, da Bolzano che ci hanno portato a Merano, ci hanno portati tutti nelle cantine a spidocchiarci. Eravamo pieni di pidocchi e di scabbia, ecc. Per poi portarci nella caserma di Maiabassa. Ci hanno spidocchiati tutti. Sa che sollievo. Era normale che venissero fuori i pidocchi dalle maniche, che roba. Non eravamo esseri umani.

D: Vi fate un giro su a Bolzano e a Merano.

R: Volentieri.

D: Vi chiamo come testimone.

R: Sì.

D: Sai cosa sarebbe bello? Sarebbe bello… assieme all’ingegnere Bettion.

R: Di … mi ha detto?

D: No, di Belluno.

R: Anche a Belluno con la storia là di Piazza dei Martiri, ne hanno impiccato uno per ogni palo. Che vergogna.

D: Invece l’ingegnere Bettion era a Certosa Val Senales e scendeva a Giuderno anche lui alla stazione per caricare…

R: Ecco, vede.

D: Anche lui mi ha parlato di questo, però per un’altra zona. Per la zona di Merano Lei me ne parla.

R: La zona di Merano, sì, sì.

D: Bettion era anche a Maiabassa, penso. Lui andava in un castello solo, si chiama Castel di Nova, dice che portavano dei tappeti e loro dovevano trasportare questi rotoli di tappeti dentro al castello.

R: Sì, sì.

D: L’abbiamo trovato questo castello, abbiamo fatto un giro con l’ingegnere, un giorno un giro a Merano e poi l’abbiamo trovato. Ovviamente il nome non lo conosceva.

R: Che nome ha?

D: Castel di Nova in italiano.

R: Sì, ma mi pare di saperlo che aveva tutti i tappeti dentro.

D: Lui dice che lì portavano i rotoli di tappeti.

R: Perbacco.

D: Lui dice che questo castello…

R: Ingegner Bettion, non lo ricordo.

D: Tullio Bettion si chiama, ma lui è scappato a marzo del ’45, è scappato dal campo di Certosa Val Senales.

R: Ce l’ha fatta?

D: In due sono scappati.

R: Querincig, anche lui è scappato.

D: E’ scappato da dove?

R: Dal treno per andare in Germania.

D: Allora lui è scappato che stava andando… E di dov’è lui?

R: Non lo so, lui era venuto a Feltre, ma non era feltrino. E’ stato catturato a Feltre. Doveva essere sloveno, da quelle parti là.

D: Quindi è arrivato a Bolzano?

R: E’ stato a Bolzano, poi tra gli imbarcati per portare…ed è riuscito a scappare dal treno.

D: Vi siete visti dopo la guerra?

R: Sì, perbacco.

R: Comunque il rastrellamento di Feltre e la deportazione di Feltrini quel 3 ottobre sono significativi perché erano tutti gruppi, pezzi di famiglia. Molti erano in due, tre, unici in quattro noi, io, un fratello e due sorelle. Gli altri due o tre, i Dallacorci, i Palminteri, ecc. Se tu guardi nella lista…

D: Sono passati con gli elenchi.

R: Uno faceva così col mitra, da una parte e dall’altra, nessuno ha mai saputo se quelli di qua vivi e gli altri morti o viceversa. Certo è che era avvenuta la divisione. Poi ho visto che quelli che erano di qua, compreso mio padre e una mia sorella, hanno aperto le porte e li hanno accompagnati fuori e siamo rimasti noi là di notte, può pensare che allegria.

D: Quando è finito tutto avete rivisto Vostro padre?

R: Io ho detto una cosa, è una cosa che sembra mostruosa, ma bisogna provare. Solo una gioia così grande si prova soltanto con un dolore così grande. Questa è la verità. Ero padrone del mondo.

D: …. E’ un professore di Verona che era già laureato in lettere e filosofia quando è stato preso, è stato mandato a Bolzano, Flossenburg, ….., è vissuto a ….. Poi è andato in Sud America a cercare fortuna, perché poi è stato anche picchiato quando è tornato a casa, non solo picchiato in campo, ma quando è uscito si è accorto che la lotta non era finita. Forse non era neanche cominciata. Poi dal Sud America è passato in Nord America e lì è stato in un’università del posto a Chicago. Adesso sono cinque o sei anni che è tornato in Italia. E’ a Verona.

R: E’ così. Tredici anni sono stato io in Venezuela. Dal ’47 al ’60. Siamo stati fra i fondatori della Casa d’Italia ai tempi a Caracas, poi ha portato un angolo di cultura musicale. Facevo le trasmissioni alla radio nazionale della presentazione della musica italiana tutte le domeniche al pomeriggio, la presentazione delle opere, della musica classica. Lo facevo per hobby così mi divertivo un mondo. Senso di libertà. Io sono nato e cresciuto in un ambiente musicale per la verità, quindi questo ha contribuito. Tintinnio e musica.

D: Anche Vittore, Vittore poi è un pittore. Poi si è innamorato, Vittore quando racconta la sua storia, viene con noi nelle scuole a raccontare la sua testimonianza…

R: C’era una certa Marianne Menius e una certa… due tedesche di Ulma, prigioniere, giovani. Anche zingari c’erano.

D: A Merano anche gli zingari?

R: A Merano no.

D: A Bolzano?

R: Sì, a Merano sì, c’era la Maria Ferrari si chiamava che era zingara, sì.

D: Che triangolo aveva?

R: Come il nostro, italiana.

D: Rosso?

R: Rosso.

D: E queste due tedesche?

R: Monica Cloz e Marianne Menius si chiamavano. Non sono mai riuscito a sapere cosa facessero là, avevo sempre paura che fossero spie dentro. Poi scarcerate, sparite, così. Di Ulma.

D: Lavoravano come voi?

R: Sì.

D: Prigioniere?

R: Prigioniere. Io credo che probabilmente avevano seguito qualche militare ai tempi e le hanno prese e messe dentro. Probabilmente erano fidanzate di qualche italiano prima, forse è successo questo. Là non guardavano in faccia a nessuno.

Le zingare, la Maria e sua sorella. C’era la cosa strana, proprio gli ultimi giorni un certo maresciallo Kek che era un archeologo della SS, era una persona coltissima, uno specialista in scavi, nel Nord Africa era stato. Maresciallo Kek. Aveva un certo cuore, almeno con me mi chiamava: “Renato, Spezialist, komm”.

Cosa strane, non era di quelli che si sparavano dentro le serrature, erano gli altri disgraziati. Questo maresciallo Kek una volta mi ha detto: “Renato, vieni che andiamo a caricare della roba là”. Poi mi ha portato all’ospedale, “Andiamo a trovare Maria”, era questa zingara che stava morendo. Un gesto di umanità di questo maresciallo della SS.

D: Questo a Merano?

R: A Merano.

D: All’ospedale c’era una zingara deportata?

R: Deportata che stava per morire, però mentre a Bolzano l’avrebbero lasciata morire nella baracca, a Merano l’hanno fatta ricoverare e sono andato a salutare Maria che era tubercolosa.

D: Di dov’era questa?

R: Non lo so, so che si chiamava Maria, Ferrari di cognome. Parlava italiano, so che era zingara. Siccome questo maresciallo Kek era tubercoloso, allora non c’era ancora la penicillina né antibiotici… Guarda come saltano fuori tutti questi ricordi. Incredibile

Ratti Angelo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Io mi chiamo Angelo Ratti. Sono nato a Cernusco sul Naviglio il 2-5-1926. Sono stato arrestato il 12 dicembre 1943. Il 18 dicembre esattamente.

D: Dove sei stato arrestato?

R: Siamo arrestati a Cernusco.

D: Da chi?

R: Siamo arrestati dalle SS.

D: Italiane o germaniche?

R: C’erano gli italiani e i tedeschi perché, diciamo, che la scoperta di quello che stavamo facendo noi è stata fatta da quelli della Muti che nel motivo dell’arresto che noi eravamo sei studenti e dopo il coprifuoco noi andavamo fuori a strappare i manifesti fascisti. Uno di questi della Muti ha individuato uno di noi e una mattina l’hanno preso e lo hanno portato in una caserma e l’hanno fatto parlare. Questo è stato costretto a parlare e ha dovuto dare i nomi. Il 18 dicembre del ’43 arrivano a Cernusco un camioncino di SS con dei fascisti che erano quelli che sapevano gli indirizzi di tutti noi e ad uno a uno ci hanno preso tutti.

D: Tu eri in casa?

R: Io ero in casa. Di lì quando ci hanno preso tutti ci hanno portato nella caserma dei carabinieri di Cernusco e c’era un furgone. Ci hanno messo su e ci hanno portato a San Vittore, quella sera stessa lì. Il 18 dicembre del ’43 è stata la sera che hanno ucciso Resega a Milano, il famoso federale, quindi non ti dico che atmosfera appena entrati a San Vittore. C’erano questi qui della Muti che picchiavano, urlavano, quindi è stata una serata indescrivibile dallo spavento, perché noi avevamo diciassette anni, diciassette e mezzo, diciotto, il più anziano aveva ventuno anni e lì ci buttano nelle celle, isolati. Siamo rimasti lì per quaranta giorni isolati. Abbiamo subito un interrogatorio in viale Monte Rosa, però, devo dire che ci hanno spaventati, nel senso che durante l’interrogatorio avevano in mano la pistola per dire “Vi facciamo fuori, eccetera, eccetera”; però non ci hanno picchiati. Dopo di questo interrogatorio ci hanno riportati a San Vittore e ognuno nelle sue celle. Arriva il 3 marzo del ’44; si sentivano già le voci di una spedizione in Germania, però noi non sapevamo dove si doveva andare e dove si doveva finire. Alla sera verso le undici e mezza, mezzanotte, in ogni cella arriva la guardia carceraria con uno della Muti che andava a prelevare il detenuto, chiamiamolo così, e li portavano giù nel sotterraneo. Insomma, alla fine eravamo un gruppo di cento. Ci hanno caricato su questo camion e qualcheduno è riuscito a scrivere dei bigliettini buttarli giù, dicendo: “Siamo qui, destinazione ignota, eccetera”. Qualcheduno è riuscito a trovare dei biglietti e a recapitarli poi ai genitori. Questo però l’abbiamo saputo dopo la liberazione, quando siamo rientrati in Italia. Va beh di lì ci portano alla stazione Centrale, sotterraneo. Erano circa le 5 del mattino ed eravamo in cento. Cinquanta per vagone. Naturalmente il vagone non era completamente libero, c’erano dei cassoni delle SS. Non so cosa avevano dentro, probabilmente delle cose che portavano via dall’Italia, probabilmente quadri, non lo so, cose di un certo valore. Di conseguenza il vagone per un quarto era ristretto, quindi noi eravamo costretti a stare in piedi perché non c’era la possibilità di stare seduti oppure facevamo dei turni. E arriviamo alla sera circa alle 20 a Innsbruck. E ci portano in una località chiamata Reichenau. che credo che sia una periferia di Innsbruck e lì c’era un campo strano. Ci portano lì. Ci mettono dentro, anche lì, in due baracche chiuse. Cinquanta da una parte, cinquanta dall’altra, però anche lì eravamo stretti, non c’era la possibilità di sdraiarsi. E facevamo dei turni. Prova ne sia che noi eravamo i più giovani di questa deportazione qui. Non c’era posto da dormire e qualcheduno di noi, per esempio il mio amico Camerani, è andato a dormire sulle travi della baracca per lasciare il posto agli altri. E lì siamo stati chiusi circa otto giorni. Quindi immaginate chiusi senza una finestra. Bisognava fare i bisogni in un mastello di legno. Ti portavano da mangiare una volta al giorno. E quando ti portavano da mangiare, la prima cosa era di portare fuori questi bidoni di… puzze, eccetera, eccetera. Naturalmente siccome era pieno, uno si sporcava anche le mani ma non è che c’era la possibilità di lavarsi. Quindi bisognava ritornare in baracca e stare lì. Qualcheduno cominciava un po’ a… c’era qualche anziano che cominciava a disperarsi. Passano otto giorni e di mattina del 13 marzo del ’44, sempre alla mattina al buio, verso le quattro e mezza, cinque, ci caricano su un treno, carrozza vagone bestiame, destinazione ignota sempre anche lì. Noi non sappiamo dove andiamo. Arriviamo verso le 19 di sera, mi ricordo che era una serata triste, pioveva. Stazione Mauthausen. E cos’è questo Mauthausen? Con noi c’era un anziano che nel ’15-’18 era stato prigioniero a Mauthausen. Però non era quello il campo, era un altro. Però, si è ricordato. Ma dice “Ma questo qui, io ci sono già stato”. E mi ricordo che questo qui era un ex-comunista, cioè un ex-comunista, era un attivista del partito comunista e aveva il tatuaggio di falce e martello sul braccio. Era proprio un comunista convinto, un combattente, un antifascista al 100%. Arriviamo a questa stazione di Mauthausen. Un buio, un silenzio, quando arriviamo. Ad un certo punto ci scaricano e allora sentiamo i cani che gridano, le SS che con il frustino … “Fate presto, incolonnatevi, state zitti”. E i cani che abbaiavano. Ci incolonnano a cinque per cinque. E dalla stazione ad arrivare su al campo erano circa quattro chilometri. E arriviamo alla sera circa… siamo arrivati alle 19, saremo arrivati su circa alle otto e mezza, nove, di sera. E lì, prima di arrivare, vediamo una muraglia, una cosa, “Ma cos’è questa cosa?”, impressionante. Queste mura, nere, di pietra, scure. Era un’ossessione. “Ma dove andiamo?” Alla fine ci fanno salire e vediamo l’entrata, con le croci. Una cosa spaventosa. Aprono il portone e ci mettono appena dentro e ci lasciano lì. Ed eravamo sempre cento. Con noi c’era un anziano che aveva una gamba di legno e poi c’era un tenente degli alpini, che era stato con i partigiani, che l’hanno preso. Come hanno fatto a saperlo i tedeschi non si sa. Questo aveva la scabbia. A un certo momento ci mettono lì in fila. Via, lasciate giù tutti i vostri vestiti, anelli, orologi. E tirano fuori questi due qui. Non so dove sono andati a finire in quel momento. Comunque questo è stato uno dei momenti della, diciamo, della umiliazione che può avere un uomo, cioè nudi, completamente. E ci buttano sotto un sotterraneo dove c’erano gente strana in quel momento, vestiti con delle divise a righe, conciati, però anche abbastanza, in quel momento cattivi perché noi eravamo italiani e quelli erano i famosi Friseurs, cioè i barbieri, quelli che tagliavano i capelli, i peli, insomma, ti rasavano completamente. “Ah, siete italiani, siete dei fascisti”. Gli spagnoli con gli italiani non è che avevano molta simpatia perché ricordiamoci che i nostri italiani sono andati ad affiancare il Franco. Questi qui, però, erano oppositori di Franco e hanno combattuto contro Franco. Franco ha vinto, diciamo, la guerra in quel momento di Spagna e sono stati costretti a scappare in Francia. La Francia è stata presa dai tedeschi. I tedeschi hanno preso questi spagnoli e sono stati i primi, cioè nel ’42 gli spagnoli, ’41, erano già a Mauthausen. Vi voglio ricordare che Mauthausen è stato aperto nel 1938 e i primi detenuti erano gli oppositori di Hitler erano la maggior parte tedeschi ed austriaci. E il campo ha cominciato a funzionare con questa gente qui. Inoltre per riorganizzare il campo cosa hanno fatto i tedeschi? Hanno preso la maggior parte dei detenuti criminali comuni, li hanno levati dalle galere e li hanno messi lì ad organizzare il campo e a fare il Kapò. Di conseguenza il campo lo avevano in mano loro. Beh, torniamo diciamo a questa rasatura. “Ah, siete italiani, siete fascisti”. Dico: “No, non siamo fascisti. Abbiamo combattuto. Siamo contro”. “Allora siete Badoglio”. Quindi, se eri fascista non andava bene; se eri Badoglio non andava bene perché c’erano anche i russi lì. Insomma, di conseguenza ci hanno trattato un po’ male questi spagnoli qui. Finito questo tipo di disinfezione ci portano in un’altra camera e lì vediamo un mucchio di vestiti, di abiti a strisce grigie, blu; con degli zoccoli, uno a destra, uno a sinistra. E ci dicono “Prendete una giacca, un paio di zoccoli, pantaloni e una camicia e una mutandona lunga”. E lì era un problema perché lì bisognava fare in fretta e non è che c’erano le misure, quello che capitava, capitava. Insomma, non ti dico che ad un certo punto ci siamo guardati in faccia, uno lo vedevi con lo zoccolo di destra più lungo di quello di sinistra, oppure due destre. E cominciava già il tormento. E di lì ci portano su e ci fanno attraversare la piazza dell’appello del campo, e ci portano in una zona di quarantena. La quarantena cos’era? Erano dei blocchi dove i primi arrivati li mettevano lì in attesa che in un secondo tempo i campi dove avevano bisogno di manodopera li prelevavano e li mandavano a destinazione. Il primo impatto. Arriviamo lì, a uno a uno “Come ti chiami?” nome, cognome, eccetera. “Ecco, da questo momento tu non sei più Ratti Angelo. Il tuo nome è questo”. E mi danno una targhetta. Il mio passaporto. La mia carta d’identità. 57616. Loro naturalmente lo dicono in tedesco. Questo numero qui era la cosa più importante perché quando ti chiamavano, ti chiamavano per il numero. Se non rispondevi, erano botte. Di conseguenza io ho avuto la fortuna di avere sempre con me un carissimo amico che poi è morto che lui è stato, ha fatto la campagna russa, era un sottotenente, è ritornato dalla Russia, ha fatto un po’ il partigiano, l’hanno preso. Però questo sapeva benissimo il tedesco e di conseguenza con lui, mi aiutava a parlare, “Guarda che questo numero te lo devi memorizzare”. Era un po’ più anziano di me, però era un po’ il fratello maggiore e mi ha aiutato in parecchie cose. Allora, dopo averci dato questo numero di matricola ci danno un ago e un filo per cinque. Sempre le cose per cinque. Ci danno questo numero di targa. Sul numero di targa c’era scritto il tuo numero, uno che andava sulla giacca a sinistra, e sulla coscia sinistra. Bisognava cucirlo e, cavolo, io non so cosa voleva dire cucire. E’ una cosa… come faccio? Però questo mio amico Franco, lui ha fatto il militare “Ci penso io, vieni qua che ti faccio” E ci ha messo, diciamo, il nome. Di conseguenza però prima di darti volevano sapere la professione, eccetera, ti guardavano le mani, se avevi i calli, se avevi le belle mani. E lì cominciavano a fare delle selezioni. Chi aveva le mani grosse aveva un certo tipo di lavoro. Il laureato che aveva le belle manine era destinato ad altre destinazioni. Lì ci buttano in quarantena. E c’è ancora adesso, si chiama Campo due. Però ai tempi che siamo stati noi lì, il campo della quarantena era alla baracca 16. La baracca 16, come tutte le altre, era divisa in due, blocco A e blocco B. e ci buttano dentro. E lì entriamo e vediamo questa gente strana, spaventata. La maggior parte erano dei russi e c’erano anche dei bambini. Tutti stravolti. Ed erano già come le sardine a dormire; abbiamo capito che avevano fame e volevano da mangiare. Ma avevamo lasciato quel poco pane che avevamo all’entrata del campo. e lì bisognava entrare per dormire. Insomma non ce la facevamo. Alla fine il Kapò ha incominciato, col tubo di gomma, a picchiare a picchiare finché siamo riusciti ad entrare. Magari avevi i piedi in bocca dell’altro. E abbiamo cercato di dormire. Era un dormire per modo di dire. Poi avevi il gomito dell’altro e il piede che picchiava. Era una tortura che andare… non c’era bisogno delle botte.

D: Scusa Angelo, oltre al numero ti hanno dato anche il triangolo?

R: Sì, il numero era già, se vuoi adesso ti faccio vedere. C’era una striscia di stoffa. Triangolo rosso con dentro IT, che voleva dire italiano. Cioè noi avevamo IT, i russi avevano UR, i francesi avevano la F, i polacchi avevano la P. Allora, triangolo rosso, IT, e il numero di matricola. Questo sempre sul petto e sulla coscia sinistra.

E alla mattina arriva il Kapò … e lì continua a gridare. Ma cosa c’è da gridare? E con questo bastone ci picchiano e ci buttano fuori. Alla mattina alle cinque fuori in un cortiletto tra la parete della baracca e il muro dove poi c’erano i fili di alta tensione per evitare che qualcheduno potesse evadere. Una cosa impossibile. Poi ne riparleremo di un’evasione che hanno fatto i russi. E lì ci buttano fuori. Un freddo cane. Per scaldarci cominciamo uno a mettersi vicino all’altro, con la schiena, farsi i massaggi. Poi arriva una specie di caffè. Arriva il Kapò. Ci chiama tutti e ci dà delle scodelle e ci dà circa un mezzo litro di, noi lo chiamavamo caffè ma chissà cos’era; era una cosa impossibile. Dopo del caffè, arriva l’appello. C’è l’appello, ci mettono sempre in fila a cinque a cinque e aspettiamo lì in piedi che arriva il guardiano delle SS. Ci hanno detto “Mettete su il berretto. Quando entra la SS, il kapò dice “Giù il cappello”, cioè a un dato momento dicevano: “Cappello giù, cappello su”. Allora il capo-baracca, che era diciamo il contabile di chi entrava e chi usciva e gli dà il numero dei detenuti della baracca. Questo qui glielo dice in tedesco e poi fanno il conteggio per vedere se effettivamente da quello che gli ha detto era giusto. Capitava magari che l’appello durava anche mezz’ora, ed era una meraviglia. E capitava invece che chissà perché ti lasciavano lì due o tre ore, all’appello, sempre in piedi. E arriva. Beh, finito l’appello ci lasciano sempre in quel cortile lì perché era un cortiletto piccolino. Eravamo cinquanta di qui, cinquanta di là noi italiani e in più c’erano anche i russi. Quindi eravamo già circa un quattrocento persone in quel raggio lì. A mezzogiorno dicono che arriva la zuppa. Allora arrivano due detenuti con delle… e queste facce qui, strane, con queste divise. Nessuno sorrideva. Avevano tutti una faccia strana, spaventati. E ci portano questi.. li chiamavano bidoni di zuppa. E viene fuori un Kapò che era addetto a distribuire la zuppa. Naturalmente a uno a uno in fila ci danno questa Miska e andiamo a prendere. Senza il cucchiaio. Non c’era il cucchiaio. Appena che te la metti in bocca, una cosa terribile. Noi avevamo ancora delle riserve da San Vittore, dall’Italia, quindi non eravamo proprio dei morti di fame e allora questi russi qui che già erano prigionieri da parecchio tempo venivano lì: “Italiano, italiano”. E gli davamo la zuppa a questi russi e polacchi. E però vedere questa gente che mangiava con la Miska in mano, come i cani. Poi dopo con il dito a prendere il fondo. “Ma dove siamo arrivati? Questi qui sono proprio morti di fame. E’ possibile che mangino in quella maniera lì”. Ad un certo punto dico: “Ma sono proprio degli incivili. Come si fa?” La giornata praticamente era quasi finita. La sera sempre la stessa storia. Nella baracca, parte nella Stube A e parte nella Stube B. Allora il Kapò si presenta nella nostra Stube e dice: “Fate attenzione che quando dovete andare a fare i vostri bisogni, assolutamente silenzio, non dovete farvi sentire perché se il capo-blocco sente un rumore sono venticinque legnate che prendete. Naturalmente quando veniva il Kapò a parlare veniva fuori l’interprete italiano. E noi, combinazione, avevamo il Franco Ferrante, un magistrato anche lui deportato a Mauthausen nello stesso trasporto, poi lui è andato a finire a Ebensee. Comunque, in ogni baracca c’era sempre l’interprete, o che era italiano per gli italiani, russo per i russi. Quando dovevi alzarti e andare a fare il tuo bisogno, era un problema perché dovevi passare sulla testa di uno, sulla pancia dell’altro ed era impossibile anche non fare rumori. Insomma, sono cose abbastanza… Alla mattina arriva una SS. Dentro alla nostra baracca c’erano degli ebrei. Allora tutti contro la baracca, contro le pareti della baracca, e questi cinque, sei ebrei in mezzo alla baracca. E lì vediamo questa SS che ride, scherza, e fa sdraiare questi ebrei e gli fa fare quella famosa ginnastica che noi l’abbiamo fatta anche a San Vittore con il maresciallo, che era il comandante di San Vittore. Allora, bisognava camminare con i gomiti e la punta dei piedi, avanti e indietro. La SS controllava che se uno cedeva, lui aveva il suo frustino e frustava. Da quel momento lì noi, dico “Ma noi dove siamo arrivati?” impauriti e vedendo queste cose qui dico “Ma dove siamo?” mi facevo la domanda. Però nessuno parlava. E questa cosa qui succedeva ogni due o tre giorni. Ogni due o tre giorni capitava il fatto che la mattina entrava la SS e pigliava qualcheduno e si divertiva a picchiare i prigionieri. Ogni tanto, lì era quarantena, alla mattina arrivava uno della SS e chiedeva allo Schreiber che aveva bisogno di cinque, sei uomini. A me è capitato tre volte, sfortunatamente. “Fuori andate a lavorare”. A lavorare ci mandavano alla cava. Alla cava di Mauthausen è stato un cimitero per i detenuti. C’era una scalinata di 149 gradini. Uno sconnesso, non erano tutti uguali. Ci portavano giù in questa cava e ci davano una pietra da portare. Dalla cava bisognava fare questi gradini, attraversare tutto l’esterno del campo, lasciare giù la pietra perché dovevano costruire delle mura e fare un altro campo, cioè il campo due. Poi ritornare. Questa era veramente una cosa paurosa. Quando te salivi questa scala, il Kapò che picchiava, il cane che ti abbaiava, se combinazione uno doveva cadere, ne cadeva uno ma ne cadevano altri dieci. Quindi era una tragedia questa, che poi fu chiamata la scala della morte dove sono morti parecchi prigionieri. Adesso arriviamo alla partenza, perché Mauthausen era un campo di smistamento dove…

D: Prima della partenza scusa Angelo, tu con i tuoi amici di Cernusco che siete stati arrestati lì a Mauthausen eravate ancora assieme?

R: Eravamo ancora assieme. Sì, però, combinazione tre in un blocco. Blocco A e blocco B. Comunque eravamo sempre insieme.

Alla mattina del giorno di Pasqua che era il, mi pare circa il 15 aprile, circa settanta del nostro trasporto vengono chiamati per una destinazione, diciamola ignota, però era una destinazione di un campo di lavoro. E questi partono. E poi abbiamo saputo che dove sono andati si chiamava campo di Ebensee, ed era uno dei sottocampi di Mauthausen, perché Mauthausen aveva quarantanove sottocampi. E praticamente settanta sono partiti e siamo rimasti in trenta. E di questi trenta qui noi eravamo un po’ delusi… “Perché non siamo andati con loro, perché loro sono andati e noi siamo qui? Non era meglio che andavamo tutti insieme?” e lì cominciava la tristezza. “Noi qui cosa faremo?” comunque sia loro sono partiti e non ci siamo più rivisti. Con qualcheduno che è ritornato ci siamo rivisti dopo la liberazione a Milano; a Milano o in altri paesi. Dopo una settimana arriva il nostro turno e mi ricordo che quella partenza lì da Mauthausen eravamo circa duemila, duemila prigionieri di Mauthausen tirati fuori dalla quarantena pronti per andare in un altro campo però, il campo era più vicino e si chiamava Gusen. Era a circa otto chilometri da Mauthausen e a piedi ci fanno attraversare il campo, si esce dal campo, si scende e si arriva a Gusen. Ed eravamo circa duemila, sempre attraverso la strada che abbiamo fatto… e lì cominciamo a vedere un campo strano anche quello. A Mauthausen le baracche avevano un senso quasi di pulizia, tenuto bene, no? Lì invece una cosa obbrobriosa, scura, nera, le cose basse. Era una cosa più spaventosa, più rudimentale. Ci buttano lì. Anche lì, destinazione, chi in una baracca, chi in un’altra. E andiamo sempre a finire parte in una baracca, parte in un’altra; però alla mattina successiva c’è già il posto di lavoro. E da Gusen 1 si andava a costruire Gusen 2. questo era verso la fine di aprile. Si andava alla mattina e si ritornava la sera. C’è un particolare: a Mauthausen la sveglia era alle cinque del mattino. A Gusen 1, era alle quattro e mezza. Non si sa il perché. E lì andiamo a costruire il campo di Gusen. Era già quasi fatto perché avevano già cominciato i polacchi, eccetera, eccetera. Però non era ancora funzionale. Diciamo che erano gli ultimi lavori di rifinitura alle baracche, i gabinetti, eccetera, eccetera. E lì una sera io non lo conoscevo, con noi c’era un certo professor Carpi, e poi mi è venuto in mente era il preside di Brera ed era già anziano ed era in fondo al gruppo e ad un certo momento questo professore cade per terra perché non ce la faceva più. Allora io e il mio amico Franco, quello famoso di cui parlavo prima, e un altro che non ricordo il nome “E guarda qui il prufessur”, in dialetto, “è caduto per terra, andiamo a prenderlo perché questo qui non ce la fa”. E sottobraccio lo portiamo al campo, al rientro al campo, perché lì si andava solo a lavorare. Nel rientrare lì c’era un Kapò polacco e gli abbiamo detto, perché quel mio amico qui parlava il tedesco, il polacco parlava il tedesco, “Guarda che questo è un pittore di grido, non c’è la possibilità di sistemarlo perché non ce la fa più”. Combinazione, lì a Gusen 1 c’era un sergente maggiore delle SS, adesso non ricordo il nome esattamente, ed era di padre austriaco e di madre italiana e parlava perfettamente l’italiano ed era un amante della pittura. Quando ha saputo che c’era questo professore Carpi, naturalmente il polacco per farsi vedere bello dice “Guarda che c’è”. Allora questo qua va da Carpi e lo sistema. Però lui cosa doveva fare? Faceva i quadri delle sue amanti. Li dipingeva e faceva tutte le cose che gli ordinava. Di conseguenza lui, o bene o male, la vita del campo non l’ha conosciuta. Lui aveva una baracchina. Stava lì. Aveva qualche cosetta in più da mangiare rispetto agli altri. E se l’è cavata così. Arriva però, questa è una parentesi anche per citare il nome di Aldo Carpi, arriva però il giorno di andare a Gusen 2. Era il 7 maggio del ’44 e la solita storia. Il campo era vicinissima a circa cinquecento, seicento metri. Si attraversava un campo di patate e si entrava. E questo campo qui aveva solo due baracche, però sempre la baracca era grandissima. Stube A e Stube B, numero 1 e numero 2, 3 e 4. C’erano solo due baracche. Dietro alle baracche c’erano le latrine. Chissà perché con più si cambiava con più si peggiorava. Gusen 2, la sveglia non era alle quattro e mezza ma alle quattro. Cioè a Mauthausen alle cinque; a Gusen 1 alle quattro e mezza e lì alle quattro. E le latrine erano una cosa veramente puzzolente per dire profumo, no? Praticamente era una buca con una traversa di legno e lì ognuno faceva i bisogni. La differenza è questa, che se te ci stavi cinque minuti in più, c’era il Kapò con la gomma in mano e ti picchiava, ma maledettamente. Se poi se ne accorgeva che uno aveva la dissenteria, allora erano veramente dei momenti… ti picchiava e tanti li buttava nel… di fuori c’era una botte, li buttava dentro lì. Un mio amico, partendo da Milano anche lui nello stesso trasporto, è morto nella botte. Si chiamava Tufin. Partito anche lui da San Vittore con me. Morto lì nella… questo l’ho visto io con i miei occhi. E anche lì la cosa comincia a diventare dura. Però, adesso devo dire una cosa, che per esempio, noi che eravamo giovani eravamo un po’ incoscienti anche. Forse è stata un po’ la nostra fortuna. Incoscienti perché? Perché non si vedeva il pericolo, cioè una persona di una certa età vede il pericolo, non rischia. Noi giovani che eravamo abbastanza numerosi, si rischiava di più. E il morale era più alto del papà che aveva a casa la famiglia, i figli, eccetera. Io non ho mai pensato a casa, all’Italia, ai genitori. Dico: “Io di qui ne voglio venire fuori. Non mi interessa cosa succede in Italia, quello che succede a casa mia. Sicuramente, male che stiano, stanno sempre meglio di noi. Quindi devo cercare di combattere e di venirne fuori”. Allora, questo lo abbiamo saputo dai comitati antifascisti, perché nel campo c’erano i comitati antifascisti, per esempio russi, spagnoli; sapevano l’andamento di come andava la guerra, eccetera. Allora, il Gusen 2, il motivo per cui deve nascere Gusen 2, l’apertura di Gusen 2 fu nel 6 maggio del ’44. Allora, su ordine di Hitler presi Speer, che era il Ministro degli armamenti e dissi “Qui bisogna prendere le nostre fabbriche e cercare di metterle ai ripari perché stanno bombardando tutte le nostre industrie”. Speer era il Ministro degli armamenti, era uomo di fiducia di Hitler. Hanno scoperto St Georgen. E praticamente lì c’era la collina, qui bisogna fare dei tunnel e salvare le industrie perché i bombardamenti nelle grandi città sfasciano tutta l’industria. Allora il progetto era già pronto. Speer era lui che aveva fatto questo progetto su idea di Hitler e scoprono questa montagna e il motivo qual’era? Scavare la montagna e tutte le officine della Messerschmitt e della Stayer dovevano andare lì sotto per continuare l’industria bellica, eccetera. Allora, queste gallerie che dovevano fare erano nella località di St Georgen, era una collina. Noi quando arriviamo a Gusen 2, il lavoro era perforare la montagna. Perforare la montagna perché una volta terminata, in questa montagna qui andavano sotto le officine della Messerschmitt e della Stayer; cioè la Messerschmitt faceva le carlinghe dei Messerschmitt e la Stayer, piston-machine, eccetera. La galleria era nove metri di altezza e undici metri di base, perché lì dovevano passare macchinari. Insomma, nel giro di quindici mesi sono stati fatti diciassette chilometri di tunnel. Terminati. Allora, non vi dico le tragedie in queste gallerie perché bisognava perforare a mano questo materiale. A mano nel senso che c’era la chiamavano bora, un martello pneumatico con delle punte, che io dopo ve la farò vedere, e bisognava perforare questa montagna.

D: Ecco, Angelo, scusa. Voi da Gusen 2 raggiungevate St Georgen, come?

R: Con un treno, cioè erano dei vagoni scoperti. Era un tragitto di circa quattro chilometri. C’era un giro strano da fare, però si arrivava lì.

D: Ecco, vi caricavano lì vicino al campo di Gusen?

R: Nel campo di Gusen 2 entrava il treno e ognuno doveva salire su questi vagoni qui. E a distanza di circa quattro, cinque kilometri in linea d’aria non era distante ma bisognava fare un giro strano per arrivare al posto di lavoro. E naturalmente questi treni qui erano scoperti. Pioveva, non pioveva, non c’era problema per loro. Il problema era sempre nostro. Arrivavi la mattina bagnato. Ritornavi la sera bagnato. E non c’era possibilità di asciugarsi.

D: Ecco, una volta arrivati St Georgen, raggiungevate questa zona per fare gli scavi, eravate organizzati in squadre?

RISPOSTA: In squadre. Allora, si partiva col treno da Gusen 2 e c’era un tragitto di circa quattro, cinque chilometri, però in linea d’aria non erano quattro o cinque chilometri; in linea d’aria saranno stati un chilometro, un chilometro e mezzo. Si arrivava lì c’era una specie di scivolo e ci buttavano giù. Ognuno doveva trovare la propria squadra perché se sbagliavi erano veramente dei dolori, cioè ognuno doveva trovarsi in un dato punto con la stessa squadra. Quando tutto era organizzato si entrava in questo campo di lavoro, che praticamente erano le gallerie dove venivano fatte, dove c’erano le officine della Messeschmitt e della Stayer.

D: Tu eri addetto agli scavi?

R: Io ero addetto agli scavi.

D: Ecco, com’è che avveniva, parlavi prima del martello pneumatico, ma andava ad aria compressa?

R: Andava ad aria compressa. Io qui ho una punta che l’ho portata a casa. E questo materiale qui era anche friabile, abbastanza no, quindi bisognava stare attento perché ogni tanto c’erano delle vene, delle crepe che crollavano. Quindi era un lavoro anche pericoloso.

D: Ecco, poi il materiale che voi scavavate veniva caricato.

R: Il materiale veniva caricato su dei vagoncini, portati all’esterno della galleria, circa quasi ad un mezzo chilometro fuori dalle gallerie. E il comando lì si chiamava Libenaua, il comando che prendeva il materiale e lo portava fuori. E lì bisognava spianarlo, tanto è vero che dopo la guerra hanno trovato una montagna di questo materiale qui perché scavando diciassette chilometri di montagna figuriamoci. Ed era lì nelle vicinanze della stazione di St Georgen.

D: Ecco, scusa tu ti ricordi, oltre ai vagoncini, nelle gallerie c’erano anche dei nastri trasportatori?

R: Sì. Dopo, in un secondo tempo, siccome con il vagoncino si impiegava troppo tempo, hanno inventato i nastri trasportatori. Il materiale appena veniva perforato, sciolto, si buttava su questi nastri trasportatori e usciva fuori dalla galleria e lì c’erano dei vagoni che li portavano direttamente a smistare, che poi alla fine è diventata una montagna quella roba lì.

D: Il turno di lavoro di quante ore era?

R: Il turno di lavoro era dodici ore e dodici ore.

D: Cioè?

R: Dalle sei del mattino alle sei di sera. L’altro turno, dalle sei di sera alle sei di mattina.

D: Ecco, chiamiamolo il pasto a mezzogiorno, dove lo consumavate?

R: Sul posto di lavoro, cioè ci chiamavano fuori. Ogni comando veniva chiamato fuori dalla galleria. Loro sapevano che c’era un comando, ipotesi ti faccio un nome “Petsgruppe”, dove era il mio comando, eravamo quasi duemila, e lì c’era da mangiare per duemila. C’era circa un’ora di pausa. Ti davano questa, che poi il cucchiaio non c’era, non esisteva, però noi o col pezzo di legno o col pezzo di alluminio si faceva il cucchiaio di nascosto e si mangiava questa zuppa con il cucchiaio fatto da noi.

D: E poi, dopo la pausa dentro ancora?

R: Dopo la pausa si tornava in galleria a lavorare.

D: Fino al termine del lavoro?

R: Fino al termine del lavoro. Noi alle sei dovevamo essere fuori e alle sei c’era già l’altro turno, che erano dodici ore di lavoro. Se ne uscivano quattromila ne entravano quattromila. Di conseguenza il lavoro era continuato, ventiquattro ore su ventiquattro.

D: Quando terminavate il lavoro riprendevate il trenino?

R: L’appello, un tormento, prima di uscire. Se c’erano dei morti bisognava metterli sulla barella. Ogni nazionalità doveva portare il suo morto perché tanti morti capitavano ogni tanto che crollavano le gallerie cioè si entrava in cinquemila bisognava uscire in cinquemila. Non interessava se ce n’erano quattromila morti. L’importante era che il numero quadrava. Cinque entrati e cinque usciti. Morti o vivi non gliene fregava niente alle SS.

D: Prendevate il trenino?

R: Prendevamo ancora il trenino lì a San Gorge e si ritornava al campo.

D: E una volta ritornati al campo cosa succedeva?

R: Una volta ritornati al campo, sempre l’appello giù dal treno. L’appello. Poi ti lasciavano nel cortile. Alle volte magari quattro o cinque appelli, non si sa il perché, fino al momento in cui distribuivano la zuppa. Però, alla sera non c’era la zuppa, c’era il pezzettino di pane che inizialmente era per tre, una specie, un chilo di pane in tre; poi in quattro, poi in cinque, poi in sei. Il problema era come dividerlo questo pane perché quando era per sei, ogni sei davano il pezzo di pane. E come si fa a dividerlo? Lì c’era sempre il marchingegno dell’uomo. Il pezzettino di lamiera a fare il coltello, tagliare il pane con due bilancini, si divideva il pane o con i russi o con i cecoslovacchi o i francesi e si pigliava un pezzo di corda, si faceva la bilancina e si guardavano proprio, si mettevano su le briciole in modo che il pane doveva essere uguale per tutti. Quando poi lo mangiavi prendevi il pezzo di carta di cemento sotto per recuperare la briciola. Quindi praticamente siamo partiti in tre, in quattro, in cinque ad arrivare a sei. Un chilo di pane in sei.

D: E oltre al pane cosa vi davano la sera?

R: Alla sera ogni tanto c’era il pezzo di margarina. La chiamavano margarina, cos’era non si sa. O se non c’era la margarina c’era un cucchiaio di marmellata, ma non di marmellata nostra, chissà cos’era, oppure il salame, che era una cosa scivolosa. Era, non so, come mettere in bocca l’anguilla viva. Comunque era sempre buono perché la fame, amico mio, era troppo arretrata. Era una cosa indescrivibile la fame che noi abbiamo sofferto perché non è ipotesi il militare al fronte che soffre la fame. Giusto, però, arrivano i rifornimenti e si riempie la pancia. Noi più di quel tanto non ti davano da mangiare. Quindi la fame era arretrata. Bere era difficile perché l’acqua era inquinata. Di conseguenza le malattie, la dissenteria era una cosa allucinante. Gente che moriva, che andava al gabinetto, perdeva… Queste cose qui ti rendevano ancora la vita ancora più disastrosa del campo…

D: Ecco, il lavoro su sette giorni, sull’arco della settimana, voi andavate a St Gorgen quando? Tutti i giorni, anche la domenica?

R: Tutti i giorni; una domenica ogni quindici c’era riposo.

D: E lì cosa facevate?

R: Stavamo nel campo. Si pigliavano i nostri vestiti. Si guardavano i pidocchi. E si cercava di ucciderli, insomma, perché eravamo pieni di pidocchi. E la nostra giornata era quella di stare lì ad uccidere i pidocchi.

D: Un’altra cosa: tu hai raccontato che quando siete arrivati a Mauthausen, la prima volta vi hanno portato al Wäscheraum c’erano i Friseurs, vi hanno tagliato i capelli, eccetera. Poi all’interno del campo il taglio dei capelli o gli uomini che avevano la barba?

R: Questa è una cosa importante che mi dici. Allora, il taglio dei capelli veniva fatto circa una volta al mese. Una volta al mese, magari ti svegliavano di notte e in più ti facevano una riga di cinque centimetri, che la chiamavano la Strasse, cioè ti rasavano, però anche lì era una tortura perché questi Friseurs qui quando ti dovevano rasare non è che limavano. Finivi la tosatura che ognuno sanguinava perché dovevano fare in fretta ed era un tortura anche tagliare i capelli.

D: E anche la barba veniva fatta?

R: Sì, veniva fatta anche la barba. Io ero giovane e la barba non ce l’avevo. Combinazione. Veniva fatta anche la barba. Figuriamoci i rasoi, per modo di dire, perché magari il rasoio veniva usato per trenta, quaranta persone. Non è che per ogni barba quello che era addetto a fare la barba stava lì a…

D: Ecco, questo circa una volta al mese veniva fatto? Capelli…

R: Capelli, e sempre la Strasse. La Strasse bisognava sempre averla, guai se non ce l’avevi.

D: Se ti ricordi, anche a Gusen questo no?

R: Sì. Ma qui siamo sempre a Gusen, Gusen 2, questo è.

D: Se ti ricordi, tu hai potuto scrivere, comunicare o ricevere dei pacchi?

R: No.

D: C’erano dei deportati invece…

R: Allora io ti posso dire una cosa. Il mio carissimo amico, quello che abbiamo fatto, diciamo, da Mauthausen siamo arrivati alla liberazione. Questo aveva fatto il partigiano, era un tenente degli alpini. Si chiamava Rigamonti Franco, che abbiamo fatto tutta la deportazione insieme. Questo per me è stato veramente più di un fratello. Combinazione lui parlava bene anche il tedesco. E tante cose si riusciva a farle. Chi non riusciva a parlare non riusciva ad ottenere diverse cose. E stavamo dicendo? Adesso mi è sfuggito.

D: Il ricevere dei pacchi o scrivere.

R: Ecco, noi italiani, pacchi niente. Pare che chi riusciva ad ottenere dei pacchi erano dei polacchi. Ma raramente. Però, venivano selezionati diciamo. La maggior parte se c’era qualcosa di buono se lo portavano via loro. Ti devo dire che il fatto dello scrivere, ecco questo mio amico qui, Franco Rigamonti, è riuscito con un Meister. Sai che nelle gallerie, nei posti di lavoro, c’erano i Meister che erano i cosiddetti lavoratori volontari, costretti, però a loro era proibito parlare con i detenuti. Lui sapeva bene il tedesco. Ha conosciuto un Meister, era un veneto, ed è riuscito tramite questo qui ad avere i contatti con i genitori. Questo ha rischiato perché diventava una cosa… ti fucilavano, non c’era niente. Eppure questo Meister qui è riuscito a mettere il contatto, dare notizie ai genitori di questo Franco Rigamonti, mio carissimo amico, e riusciva a parlare.

D: E un’altra cosa, visto che tu che conosci bene sia Gusen 1 che Gusen 2, oltre a quel trenino che dicevi che vi portava a St Gorgen, lì a Gusen 1 c’erano degli altri treni? Tu ti ricordi se c’erano altri treni? C’era una stazione?

R: Ma, guarda, io sinceramente di Gusen 1 non ti so dire niente. Mi pare che c’era un treno. Però non è che lo so… mi pare che c’era un qualche cosa, però siccome io ci sono stato poco a Gusen 1, il treno era solo Gusen 2 – St Georgen dove era questo cantiere che era il massacro delle vite umane.

D: Un’altra cosa, fra i deportati tu ti ricordi sia a Mauthausen che a Gusen 1 e Gusen 2 se hai trovato anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì. Per esempio mi ricordo don Sordo. Il fratello del dottor Sordo.

D: E questo dove te lo ricordi?

R: Questo me lo ricordo a Gusen. Però, sai, lì di persone ne conoscevi parecchie. Magari le vedevi due, tre giorni, poi non le vedevi più. Poi ne riconoscevi una. Era tutta una…ed era molto difficile. In effetti noi che siamo partiti da Mauthausen, siamo rimasti in pochi, perché morivano però arrivavano sempre i nuovi. E te quando facevi parte di un gruppo di lavoro era difficile che cambiavi e, piano piano, ti facevi la amicizie; noi abbiamo avuto delle amicizie veramente da fratelli con gli spagnoli. Gli spagnoli sono stati per noi dei salvatori perché il primo momento gli spagnoli ci maltrattavano perché dicevano “Voialtri siete dei fascisti che siete venuti in casa nostra”. E allora questi qui erano antifranchisti ed hanno dovuto scappare. L’Italia era fascista, e noi ci hanno presi per fascisti. Poi invece hanno capito quale era la posizione politica e allora ti dirò che gli spagnoli avevano, sono riusciti ad avere in mano delle cose importanti nel campo, o chi faceva il capo-blocco, o chi faceva il capogruppo di lavoro e devo dire che ci hanno anche aiutati anche parecchio. Anche perché poi come lingua eravamo abbastanza vicini, si capiva. E ti devo dire un fatto personale con uno spagnolo. Dunque, io lavoravo con un gruppo a St Georgen e il comando si chiamava Petsgruppe. Questo era uno dei gruppi che erano i primi a sfondare la montagna proprio il primo gruppo che doveva perforare la montagna. Sai che dopo la montagna finita entravano le officine della Messerschmitt. E il capogruppo di questo qui era un delinquente tedesco, un delinquente comune. Tu non sai con le labbra sottili e quando parlava che lo vedevi ti faceva paura veramente ed era un pazzo. Questo comandava duemila uomini. Duemila ne comandava. E io sono capitato proprio nel suo gruppo ed era uno che bisognava stare lontani perché era un pericolo. Era un pericolo. E io mi ricordo un giorno cosa facevo. Io portavo gli spiz. Adesso te lo faccio vedere. Io ero addetto a portare questi spiz. Che cos’erano. La punta del perforatore della montagna. Questa ormai è consumata ma era lunga quaranta, cinquanta centimetri. Poi si consumava e io dovevo fare il giro del gruppo delle gallerie, quando erano consumate, ritirarle e portarle allo Smit perché c’erano un gruppo di fabbri che facevano le nuove punte. E un giorno porto questi spiz a fare il mio giro perché dovevo essere preciso, in ogni turno dovevo fare il cambio quattro volte. Però ci voleva del tempo perché dovevo andare dal fabbro, aspettare che mi faceva la punta. Quando arrivava così, te la cambiava, però bisognava dare il pezzo vecchio. Insomma, fatto sta che un giorno io avevo la febbre. Ho la febbre e non ce la faccio più. Dovevo portare questi spiz qui a fare il giro. E gli dico al mio amico Rigamonti: “Senti io non ce la faccio più”. Allora quando perforavi la galleria, quando era finita la perforazione si faceva una intercapedine di legno e di lì entrava il bitume e poi la galleria veniva finita. Allora, quel giorno cosa succede? Io avevo la febbre e gli dico: “Franco, io non ce la faccio più. Mi butto là e vado là a riposarmi. Controlla”. Naturalmente devo dire che i polacchi erano tremendi. Devo dire che i polacchi sono stati degli eroi anche, ma la maggior parte dei polacchi ci ha fatto soffrire. Erano veramente la vergogna del campo. Cattivi. La maggior parte dei capi erano polacchi, capi-blocco erano polacchi. Ce l’avevano a morte con gli italiani. Il polacco per noi era.. dopo il tedesco, era il polacco. Veramente, guarda, una cosa. che poi i polacchi hanno lasciato tanti morti, hanno avuto degli eroi, però per noi italiani siamo stati massacrati dai polacchi perché i Kapò polacchi erano peggio dei tedeschi. Mi dispiace dirlo ma questa è la mia realtà, dove l’ho vissuta io. Allora cosa succede. Ho la febbre. Gli dico: “Senti Franco, io vado su a cercare di dormire non ce la faccio più a stare in piedi”. Sai che un polacco mi ha visto andare su ed è andato dall’Oberkapò, cioè l’Oberkapò era il delinquente comune messo lì a fare il Kapò e aveva duemila prigionieri sotto di lui, con i diversi Kapò suddivisi in diverse squadre. Ad un certo punto questo qui era uno che quando prendeva un prigioniero per qualunque ragione lui se non vedeva il sangue non era soddisfatto. Guarda che ti strappava le orecchie, non è che lo dico tanto per dire. L’ho visto io. Lui voleva vedere il sangue, altrimenti non era soddisfatto. Ad un certo momento mi sento dire “Italieno …. vieni giù”. Dico: “Orca, malora, è finita. Questo qui è il Filip, io sono finito.” Vengo giù ed è stato un polacco ad avvisare questo, perché se te facevi la spia allora stavi bene in quel comando lì. Il ruffiano veniva protetto. Io sento “Italieno, italieno”. Dico: “O porco cane, questo qui è il Filip, qui sono finito.” Allora, mi chiama giù “Tu italiano adesso ti impicco. Kaput, assieme a quei quattro là”. Là c’erano quattro impiccati perché il Kapò poteva fare qualunque roba. Te eri nelle sue mani. Se ne fregava la SS. “Questo non ha lavorato l’ho impiccato, l’ho ammazzato”. “Va bene così. Bravo”. Anzi, gli davano il premio. Allora, questo qui mi chiama “Italiano, … tu, detto in italiano, non lavorare, tu delinquente, tu sabotatore”, perché non lavoravo. Allora, mi dice: “Per adesso mettiti là col sedere per aria”. Sedere per aria, come minimo erano venticinque … lui aveva la gomma con dentro un filo di alluminio o di piombo. E mi metto là e me ne dà venticinque. E devi contarle, fino ad un certo punto che svieni e vai per terra. E ad un certo punto io grido. E arriva uno spagnolo che mi conosceva, con il quale avevo lavorato. Proprio ci conoscevamo da quando siamo partiti da Gusen 1 con questo spagnolo qui siamo sempre stati insieme. Mi sente gridare, mi riconosce, perché lui era un sottocapo di questo Oberkapò e dice “Senti questo qui lascialo stare. A te ucciderne un altro cosa te ne frega. Uccidere uno, uccidere un altro, cosa te ne frega. Dammelo a me che lo metto a posto io”. Lo ha convinto. Allora mi prende con lui, questo spagnolo. Si chiamava Cardona. Mi ricordo il nome perché ormai quelle cose lì sono memorizzate nel cervello. Sono momenti della vita in cui non te le puoi dimenticare, cioè è un salvatore di una vita umana. Allora non ti dico il mio sedere cos’era. Era un pallone nero. Viene il momento di ritornare in baracca. Allora mi dice: “Italiano, viene con me”. Ci portano sui vagoni perché il tragitto da Gusen 2 al cantiere St Georgen era di circa quattro chilometri e lo facevamo su questi vagoni scoperti. E mi mette là in un angolo per dire “Italiano, Angelo, culo, stai attento”, perché avevo il culo che era nero, e dice: “Tu domani non devi più tornare a lavorare perché Filip, il Kapò, ti fa fuori”, perché lui lo conosceva. Quello era un delinquente comune, uno dei peggiori del campo, era uno che se lui non vedeva il sangue non era soddisfatto. “Allora te domani devi cambiare comando”. Entriamo nella baracca. Va a parlare con lo Schreiber. Da quella baracca lì mi porta in un’altra baracca. Quindi, praticamente, io sono stato allontanato da quello là. Dall’altra baracca ne è venuto un altro. L’importante era che i numeri funzionavano, cioè nella baracca ce ne erano mille, devono essere mille. Quindi, lui è riuscito a farmi fare lo scambio. Quindi io sono andato in un’altra baracca e sono andato a finire in un altro gruppo di lavoro, in modo che questo non l’ho più visto, perché mi ha detto: “Se io non ti cambio, quello lì domani ti fa fuori”. Qui devo dire che gli spagnoli con l’andare del tempo sono stati dei fratelli, sono stati quelli che ci hanno aiutati, veramente.

D: E nel nuovo comando cosa facevi?

R: Nel nuovo comando andavo a spalare la sabbia fuori, che era un altro comando rispetto a questo. Cosa succedeva? Succedeva che il materiale che usciva dalla galleria veniva con dei vagoncini, li buttavano lì e diventava una montagna e di conseguenza bisognava spalarla. Lì c’era il Meister, c’era il Kapò, e facevo quel lavoro lì. Però era un lavoro che almeno non vedevo quella persona lì. Quello se non vedeva il sangue lui non era soddisfatto.

D: E, Angelo, lì una cosa è importante. Tu citavi due fabbriche, la Messerschmitt e la Stayer. Ti ricordi se c’erano altre ditte?

R: Sì, ce n’erano altre però non le ricordo. Le più grosse erano queste. Le più grosse.

D: E tu sei rimasto lì a spalare fino a quando?

R: Sono rimasto lì fino quasi alla liberazione però ti devo dire una cosa. La mia salvezza è stata l’incoscienza della giovinezza. Perché non vedevamo il pericolo, affrontavamo certe situazioni, che uno anziano non rischiava. Per esempio, quando si andava a scavare le buche e c’è ancora a St Georgen un muro dove stavamo facendo un depuratore, c’era da fare un depuratore per diecimila prigionieri perché lì non c’era niente, c’era una latrina e bisognava gettarla nei campi. Allora stavamo facendo questo depuratore qui. Era un depuratore per diecimila persone.

D: Stavi dicendo che la tua salvezza è stata … poi il depuratore…

R: Sì e poi cosa succede? Dicevo l’incoscienza della gioventù che non vedevi il pericolo. Poi sprovveduti anche, te vedevi la morte ma te ne fregavi un cavolo proprio, eri diventato proprio peggio di una bestia.

D: Quando stavi scavando le buche per fare il depuratore cosa è successo?

R: Quando scavavo le buche per il depuratore, io guardavo il Kapò. Se il Kapò era girato io smettevo di lavorare, cioè qui bisogna preservare le forze. E gli italiani mi dicevano “Ratti stai attento che qualche giorno ti ammazza quello lì”. E io dicevo “Senti io finché posso devo far sì che le mie forze resistano, cioè sfido quello là, però dall’altra parte mi salvo le mie forze”. E di fatto ho sempre fatto così finché è andata bene. Difatti tanti che erano lì con noi sono morti sfiniti di lavoro perché la paura… erano più anziani di noi, la paura, la paura. Comunque, lì è stato un momento che il giovane praticamente non vede il pericolo però ha la forza di reagire perché io ho detto “Io qui ci devo ritornare, o in una maniera o nell’altra io ci devo ritornare”. Poi con questo mio amico qui Franco, abbiamo escogitato diciamo un sistema per guadagnarci qualche zuppa in più. Cosa succedeva? Che il Kapò nella baracca, lui aveva magari dei pezzi di carne, cioè il capo-blocco, aveva tutto però non aveva la legna per cucinarli. Allora questo cosa fa? Dice: “Angelo facciamo una bella cosa. Siccome questi Kapò qui, questi capiblocchi, non riescono ad accendere la stufa, perché non portiamo a casa dei pezzi di legna da St Georgen”, che lì ce n’erano di.. e allora cosa abbiamo fatto? Pezzettini di legno, facevamo una specie di fascinetta e la mettevamo sotto la giacca e quando c’era il controllo del conteggio, te eri così e nessuno immaginava che sotto avevi la legna. Quando rientravamo nel campo, questo andava dai capiblocchi e diceva: “Sentite, io vi do la legna così voi altri cucinate ma a me cosa mi date?” Allora lui contrattava, siccome lui parlava bene anche il tedesco riusciva tante volta a dare anche tre o quattro zuppe, ma di quelle zuppe caro mio che ci hanno salvato la vita. Allora io magari ne mangiavo una e l’altra la davo all’amico, al vicino. E lì siamo andati avanti per un bel po’ di tempo però poi ad un certo momento i russi ci hanno tenuti d’occhio e dicono: “Ma questi qui come mai riescono ad avere tutte queste zuppe qui?” E ci hanno controllato per vedere cosa facevamo.

Allora, questi russi qui dicono: “Ma come mai questi qui vengono a casa e prendono le zuppe e mangiano come dei maialini?” E noi con quelle zuppe lì abbiamo salvato diverse persone. Per esempio c’è un mio amico di Cernusco, è morto dopo la liberazione però con queste zuppe qui siamo riusciti a tenerlo in piedi. Che poi magari lì si faceva il commercio, io ti do la zuppa però tu mi dai un pezzo di pane, o viceversa. Allora i russi ci controllavano come facevamo. Allora cosa succede? Che un giorno incominciano a fare il lavoro che facevamo noi. Noi ce ne siamo accorti. E il mio amico qui era un sottotenente degli alpini, era più… lasciamoli fare. Portano via i pezzettini di legno fanno la fascinetta e poi quando arrivano al campo a chi glieli danno? Non sapevano a chi darli, quindi, praticamente loro hanno portato dentro la legna ma non sanno a chi darla. Quindi, uno dei russi viene dal mio amico qui e dice: “Ma la legna a chi la dai?” “Arrangiati, se vuoi te la metto a posto io. Mi dà due zuppe, una per me e una per te”. E allora lui cosa faceva? Loro portavano dentro la legna e il rischio era loro. Si faceva dare le zuppe, erano metà loro e metà nostre. E così noi siamo andati avanti per un bel po’ di tempo e vuol dire salvarsi la vita perché oramai cominciavamo a crollare. Fatto sta che poi questa cosa qui finisce perché ormai era incontrollabile, ti controllavano e quindi è finito anche quel lavoro lì. Allora il mio amico Franco dice: “Qui bisogna escogitare qualche cosa d’altro perché qui, adesso caro mio, mancano le zuppe e noi dobbiamo tirare avanti, cosa facciamo? Un lavoro pericoloso, rubiamo le lampadine dalla galleria e le portiamo dentro.” E facciamo così. Soltanto che se ti vedono con una lampadina te sei un sabotatore e quindi vai sicuramente all’impiccagione. Però noi abbiamo rischiato. Dalla galleria si pigliavano le lampadine, si mettevano sotto la giacca, si davano ai capi-blocchi. E i capi-blocchi ce le pagavano bene perché là le lampadine non c’erano. E loro, sai, volevano la luce, perché loro avevano la loro camera. Ed è stato il periodo in cui ci siamo rinvigoriti. Però ad un certo momento… adesso basta perché qui se ci beccano, noi non ritorniamo. E difatti abbiamo smesso perché era diventato un pericolo. Intanto tra la legna, tra le lampadine arriviamo verso la fine dell’anno. Quindi, siamo stati in grado ancora di stare in piedi. Ma ti devo dire che il momento più brutto della deportazione di Gusen 2 è stata la disinfezione del campo. Ora io mi meraviglio perché tanti libri parlano di disinfezione ma non entrano nei particolari come adesso io vi racconterò. Perché questo? Perché in Gusen 2 c’era il pericolo del tifo petecchiale. Sporcizia. Non c’era la possibilità di lavarsi. Si tornava a casa dal lavoro pieni di terra. Quindi, non ti lavavi. E le SS cominciano a preoccuparsi di questo tifo qui, perché se ti prende il tifo petecchiale non è che prende solo il campo ma bensì va oltre, a dieci chilometri all’esterno. E allora cosa decidono i comandanti del campo? Di disinfettarlo. Allora viene il momento della disinfezione. Questo è stato uno dei momenti più tristi e cruciali di Gusen 2. Questo succede il 5 gennaio 1945. La mattina, noi non sapevamo niente, quattro e mezza, tutti fuori dalla baracca. “Svestitevi”. Faceva un freddo cane. Nudi completamente. Ci danno una coperta in quattro. I vestiti vengono raccolti da un carro e li portano via. E ci hanno lasciati lì, dalla mattina alle quattro e mezza fino alla sera alle sei. Quindi io non ti dico i morti che vedevo vicino a me. Uno crollava, l’altro… era una cosa indescrivibile. Era un campo di battaglia, mitragliato completamente. E quei pochi rimasti lì con questa coperta, aspettare alla sera che da Gusen 1 che c’erano i macchinari, arrivavano i vestiti già disinfettati. Non ti dico la tragedia per trovare la tua, perché la tua giacca dove avere il tuo numero. Quindi, anche lì è stata una disperazione. Lasciamo perdere il momento di quando arrivano i vestiti. Il momento triste è quando noi entriamo nella baracca. La baracca era mezza vuota e ci guardiamo in giro; e degli amici che non trovavano più gli amici. E tanta gente che piangeva dalla disperazione perché diceva: “Ma dove sono andati a finire?” Erano là tutti nel cortile morti. Quello è stato uno dei momenti veramente… Quando te entri, come dire, entri in casa, hai la famiglia, hai i figli, hai la moglie. Entri il giorno dopo, non c’è più nessuno. Quindi medita un attimo cosa puoi provare. Gente che piangeva disperata perché non trovava più… ecco, io devo dire che questa disinfezione qui è stato l’inferno di Gusen 2. Pare in linea di massima che siano morte circa 5.000 persone. Tanto è vero che il giorno dopo squadre apposite per portare via i morti; il crematorio di Gusen non ce la faceva più e neanche quello di Mauthausen. Pare che oltre a questi due siano andati a finire nei crematoi di Hartheim. Per dire il massacro che c’è stato. Quando ti guardavi indietro ti sembrava di vedere non so come in Russia che congelavano lì. E’ stato un quadro, non so come descriverlo, proprio una cosa mostruosa. Per me quella lì è stata proprio la tragedia di St Georgen. E’ stato, gira e rigira, in ventiquattro ore è successo questo.

D: Angelo, come te la ricordi la liberazione?

R: Io della liberazione ho poco da dire, però c’è stato il momento del pianto, del pianto di gioia e c’è stato il momento che dico: “Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Noi abbiamo promesso ai nostri cari amici che hanno lasciato qui la pelle che dovevamo testimoniare e da questo momento il nostro giuramento è di far conoscere al mondo cos’è stato il Lager, cos’è stato Mauthausen,… ed Auschwitz. Per noi è stata la vittoria.

D: Ecco, ma tu dove eri al momento della liberazione?

R: Ero lì a Gusen 2. Ero sempre lì a Gusen 2.

D: Eri nel campo?

R: Ero nel campo. Però ti devo dire che ci sono stato poco nel campo lì durante la liberazione perché avevamo fame. Allora eravamo già d’accordo in cinque o sei. “Ragazzi, quando arrivano le truppe di liberazione ci troviamo qui e scappiamo”. Perché guarda eravamo così stufi di sentire quegli odori, di vedere i cadaveri, di vedere quelle facce stravolte, di vedere delle facce che ti dicevano: “Aiutami perché non sto più in piedi”; gli odori, queste divise, e dico :”Qui bisogna scappare”. E allora eravamo cinque o sei e abbiamo deciso di uscire. Difatti non ti dico cosa è successo quella sera lì alle cinque quando è arrivato…

D: Allora, arriva il momento della liberazione, dicevi? Tu sei a Gusen 2 e in quattro o cinque dovete scappare.

R: Diciamo noi qui bisogna… cioè eravamo d’accordo di uscire perché l’odore del campo, i morti, le disperazioni, dico: “Fuggiamo e diciamo di andare a trovare qualcosa”.

E con me c’era un altro amico di Cernusco che è stato deportato con me e gli dico: “Allora Pierino vieni con noi”. E lui è morto là dopo la guerra, dopo quindici giorni è morto. Dico :”Vieni con me”.

D: Pierino come?

R: Colombo si chiamava. Era uno dei deportati di Cernusco. E gli dico: “Ti trovi qui e andiamo fuori insieme”. Ad un certo punto si presenta, si mette a piangere e dice: “No, io Angelo non ce la faccio più. Non me la sento. Andate voi”. Difatti noi cosa facciamo? Usciamo dal campo. usciamo dal campo, facciamo circa duecento, trecento metri e troviamo degli ex- militari italiani, prigionieri anche loro, ma prigionieri di guerra e ci vedono lì, sai, magri, qualcheduno era come mussulmano sai che in campo mussulmano voleva dire che ormai stava morendo, era alla fine. E questi militari italiani ci vedono e dicono :”Ma chi siete voi? Da dove venite? Cosa avete fatto?” E lì gli raccontiamo la nostra storia. Veniamo da un campo, eccetera. “Ma come siete conciati. Avete fame?” “Sì”. “Venite con noi”. Ci fanno fare circa trecento, quattrocento metri. Loro avevano perquisito una baracca dove c’erano dentro le SS e lì avevano tutto: riso, margarina… alla fine ci buttano lì in questa baracca e si cucina. Insomma, io quella sera lì ho mangiato un catino di riso così, un catino. Il giorno dopo a momenti crepo. Allora questi militari qui cosa hanno fatto. “Stai qui nella branda, riposati che ci pensiamo noi”. Sono andati fuori nelle cascine. Andavano nelle cascine. Si sono fatti dare dello zucchero, della marmellata e mi hanno tirato su. Mi hanno tirato su piano, piano. Praticamente mi hanno salvato la vita perché poi tanti alla fine sono morti per lo stomaco che ormai non ce la faceva più. E difatti siamo stati lì circa una settimana e dopo ci siamo rifugiati in un luogo dove c’erano delle piccole baracche, dove c’erano degli ufficiali della Wermacht che stavano lì, non so perché. Erano delle baracche piccoline però c’era la cucina con tutta la batteria e siamo rimasti lì per un quattro, cinque giorni. E andavamo fuori ad arrangiarci per mangiare. Un bel giorno chi è che mi trovo? Aldo Rovelli. E’ venuto lì con noi e lì abbiamo parlato: “Finalmente siamo liberi”. Andavamo nelle cascine a rubare. Abbiamo rubato anche delle caprette. E poi questi austriaci qui andavano al comando a lamentarsi che noi rubavamo il bestiame, le galline, eccetera. Fatto sta che gli americani un bel giorno arrivano, ci prendono e ci riportano al campo. Ci dicono: “Dovete ritornare perché stiamo organizzando di farvi rimpatriare per l’Italia”. Io ritorno al campo e vado a cercare il mio amico Pierino, questo qui di Cernusco, che avevo lasciato.

Cosa si è messo in testa questo qui e altri tre o quattro? Dopo che siamo andati via hanno detto: “Andiamo via anche noi”. Volevano andare verso Linz. Ad un certo punto gli americani li hanno visti e li hanno presi e li hanno portati dentro al campo. Vado a cercarlo. Non c’è, non c’è. Vado in infermeria e me lo trovo là disteso. Dico: “Pierino come stai?” “Io non vengo a casa, guarda questa è la mia cintura, questo…, non so cosa aveva, il numero di matricola, portalo a casa ai miei genitori”. “Su, su, Pierino, dai che ormai la guerra è finita. Torniamo”. “No, io non ce la faccio”. Lui era più vecchio di noi. Fatto sta che rimane lì in infermeria. Poi alla sera prima di andare via vado lì dall’addetto all’infermeria, perché c’erano delle donne volontarie americane che facevano le infermiere e anche dei prigionieri che erano lì, erano dei romani, gli ho detto: “Questo è un mio amico, se succede qualcosa venite ad avvisarmi che sono alla baracca là di fronte. Se succede qualche cosa”. Vado là la mattina alle cinque, è già morto. Questo è stato uno dei momenti tristi del campo. Abbiamo salvato la vita e dopo quindici giorni mi muori qui. E purtroppo io ho dovuto dare notizia ai suoi genitori. Quindi momenti veramente tristi quando vai da un genitore e gli dici che suo figlio è morto in quelle condizioni. E purtroppo ho dovuto farlo.

D: E tu sei rimasto lì al campo fino a quando?

R: Io sono rimasto lì al campo fino, diciamo… aspetta perché esattamente noi siamo tornati… fino aspetta… ai primi di giugno. Poi viene il momento in cui c’è il rimpatrio. E di lì ci portano a Linz, in un campo di smistamento che è grandissimo; era un campo grandissimo veramente. Pronti per preparare i convogli per… e lì purtroppo nel campo c’era un mio carissimo amico, era un napoletano, forse magari l’hai sentito nominare. Si chiamava Sapone, era un meridionale, era già più anziano di me ma un furbacchione di uno. Il vero napoletano, appena che poteva cercava di arrangiarsi in tutte le maniere. E siccome eravamo nello stesso campo, un giorno ci mettiamo a parlare io e lui. Da allora siamo diventati… era il vero tipo di napoletano, el gratava, el faceva de tut. Arriviamo in questo campo di smistamento, ma grandissimo a Linz e lui sente che arrivano dei prigionieri dalla Grecia. Grecia, Samus, e li hanno portati in Germania anche loro; però erano lì per rimpatriare. E questo qui va in giro a fermare tutti questi ex militari. Ad un certo punto, guarda caso, ferma mio fratello, uno di Gorgonzola, uno di Melzo e uno di Milano. E gli dice: “Voi da dove venite?” Noi veniamo dalla Grecia, Samus e poi ci hanno portati qui. “Te come ti chiami?” Uno dice il suo nome, poi ad un certo punto mio fratello dice: “Io mi chiamo Ratti”. “E di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma qui c’è un Ratti di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre, perché mio padre era un antifascista già dal 1922; gli hanno tagliato le orecchie i fascisti a mio padre. E allora siccome mio fratello sapeva che quando arrivava Mussolini a Milano, mio padre lo pigliavano, lo portavano in caserma e doveva restare lì. E allora questo qui gli dice: “Ma te come ti chiami?” “Ratti”. “Ma di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma sì, ma c’è un Ratti qui con me che è di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre perché lui è andato via che io avevo ancora i pantaloncini corti, cioè lui era del 1910 e io ero del 1926, quindi c’erano sedici anni di differenza. “Come si chiama?” “Ratti, sì, ma Angelo”. Mio fratello si è messo a tremare, dice: “Ma come mai mio fratello, io credevo che era mio padre”. “Adesso te lo trovo io”. Guarda il destino, questi quattro ex-militari qui, compreso mio fratello, hanno messo lo zaino a dieci metri dalla baracca dove eravamo lì noi pronti per partire. Ad un certo punto questo Sapone qui, questo napoletano, entra in baracca. C’erano da fare sette, otto gradini, e io ero là che dormivo. “Angelino vieni qua che ti faccio vedere tuo fratello”. “Senti Sapone, perché si chiamava Sapone, non rompere i cosiddetti perché tu sei pieno i palle”. “No, no, stavolta ti dico la verità. Io sono stato padre per te”. Quante palle che raccontava. Viene là e mi prende. Dice: “Vieni che ti faccio vedere tuo fratello”. Allora io comincio a dire: “Questo qui non racconta palle, questa volta dice la verità”. Vado fuori e me lo vedo. E lì ci siamo abbracciati. Io avevo diciannove anni. Mio fratello piangeva come un bambino e io neanche una lacrima, neanche una lacrima; cioè questo è quello che ci hanno lasciato i tedeschi nell’animo nostro, proprio niente. E lui era tutto preoccupato “Chissà a casa” e una balla e l’altra, “Come staranno e te come fai ad essere qui?” E io gli ho raccontato un po’ la storia. Poi viene il giorno della partenza. Siccome la precedenza era per i reduci dei campi di sterminio e lui doveva partire dopo, io sono andato dal comandante della spedizione e gli dico: “Senti, d’accordo la precedenza è nostra però io ho qui un fratello che è un ex-militare, lo devi caricare con noi”. Difatti è venuto a casa con noi. Te pensa quando noi arriviamo a casa.

D: Ma che percorso avete fatto, Linz?

R: Sempre in tradotta, Linz-Bolzano, Bolzano ci siamo fermati lì un… pensa che mio padre a Bolzano è andato su tre volte a portare a casa i prigionieri e ha portato a casa Calloni che è stato uno deportato con me. E gli ha chiesto: “Ma il mio Angelo dov’è?” Fa: “Mì al so no in due l’è, a un dato moment ci hanno divisi”. E lo ha portato a casa. E non ha trovato me. Fatto sta che dopo due o tre giorni arriviamo noi a Cernusco. Te figurati a casa nostra la mamma che vede due figli, non ti dico il pianto a non finire. Sai che i cortili una volta nei paesi erano grandi. Quando hanno saputo che siamo ritornati non ci stava più una mosca nel cortile. Tutti lì che volevano sapere se si conosceva qualcheduno. Poi alla fine è arrivata una signora di Cassano d’Adda, combinazione lo conoscevo questo qui, che chiedeva di suo padre e io così proprio col cuore duro, mi chiede, e dico: “Sì, sì, è morto”. Come dire è morta una pulce. Mi ricordo che poi mia mamma ad un dato momento mi dice: “Ma ti viene a chiedere del padre e te gli dici che è morto come fosse…” E gli dico: “Mamma, purtroppo io di morti ne ho visti a migliaia, a migliaia, e ancora adesso la mia testa non è qui ma è a quello che ho visto là”. E questo è stato un momento di crepacuore per i genitori.

D: Scusa Angelo a Bolzano vi hanno fermato un paio di giorni? Ma dove vi hanno messo?

R: Sì. adesso non mi ricordo. Era un campo di smistamento che mi ricordo dove tutti i prigionieri della Germania dovevano passare per quel campo lì. Prima di tutto per vedere, c’erano le visite mediche, se avevi delle malattie infettive. Ci volevano le generalità. E difatti ci hanno rilasciato un documento.

D: Ascolta, era un campo o una caserma?

R: Ma guarda…

D: Erano baracche di legno?

R: Erano baracche di legno grandi. Adesso non ricordo esattamente il particolare perché nel momento in cui sei libero pensi di tornare, non vai a guardare il particolare. Comunque ci controllavano soprattutto delle malattie. Noi avevamo ancora della scabbia, gente ancora con la scabbia, tifo. E allora se uno era malato, lo fermavano e lo mandavano per guarire.

D: E dopo da là in treno sei venuto?

R: No. Dopo di lì siamo venuti a casa col pullman perché mio padre veniva su con dei camion a portare, e ne ha portati a casa di prigionieri, ma parecchi. Purtroppo suo figlio non lo ha portato a casa.

D: E questo quando era? Quand’è che tu sei tornato?

R: No, dunque, io sono arrivato a Cernusco il 19 giugno del 1945. Sono stato ancora uno dei fortunati.

D: Senti Angelo hai nominato due commandi di Gusen 2, Libenaue e Petsgruppe, ti ricordi altri nomi di commandi?

R: Dunque, Libenaue, Petsgruppe che erano i commandi bastardi; Mekelgruppe, Betongruppe.

D: E cosa faceva questo Mekelgruppe?

R: Il Petsgruppe era il commando dove perforava la galleria. Anche il Mekelgruppe. Erano due commandi grossi. Poi c’era il Betongruppe che, quando la galleria era finita nella perforazione, bisognava bitumarla, allora questo commando qui facevano le impalcature e mettevano il bitume per finirla. E di questi gruppi qui c’erano tanti altri sottocomandi, per esempio c’era il Transportcomand, poi c’era che mi ricordo, adesso il nome esattamente, era quello che guidavano i locomotori per trasportare il materiale, poi ce n’era uno particolarmente che era solo una persona, si chiamava Dante Dovera, forse l’avete sentito nominare ed era uno del ’43. era uno delle Commissioni interne della Breda di Sesto. L’hanno preso a Sesto.

Dante Dovera. Era già un sindacalista ai tempi del ’43. E questo era l’unico commando con una persona sola. Allora quando si entrava per il controllo, allora i capi dicevano Mekelgruppe, duemila persone. Petsgruppe altre. Questo qui diceva che era lui addetto alle pompe dell’acqua del cantiere ed era l’unico.

Sì, ma di commandi ce ne erano tanti. Adesso esattamente… Poi c’era il comando del Transport.

D: Per quanto riguarda il campo di Reichenau, lì non sei stato immatricolato?

R: No. Lì è stato solo un campo di deposito, siamo restati chiusi.

D: Quindi non siete neanche potuti circolare…

R: No, noi vedevamo in giro delle facce ancora come li abbiamo visti a Mauthausen ma non era un…

D: Vestiti civili o…

R: No, vestiti a righe ma la maggior parte erano russi. Nessuno parlava. Non sentivi niente.

D: E invece a Mauthausen l‘immatricolazione te l’hanno fatta nel campo di quarantena dentro nella tua baracca?

R: Sì, cioè dopo la…

D: Dopo la rasatura.

R: La rasatura e la vestizione. Prima di entrare nel blocco dove dormire, hanno dato il numero.

D: E ti hanno fatto tutte le domande che dicevi?

R: Sì, che mestiere facevi.

D: Ma cos’era? Un uomo con un tavolino?

R: Sì, perché ogni baracca aveva il suo Schreiber. Lo Schreiber era quello che aveva in mano, diciamo, l’ufficio di amministrazione. E lui doveva sapere tutto: chi eri, che professione avevi, perché eri lì, eccetera. Dopodiché loro dalle cartelle che questo qui… magari ti destinavano ad un dato tipo di lavoro. Ma siccome in quel momento lì la manodopera era la maggior parte voluta proprio per il lavoro grosso della galleria, non c’erano dei lavori… E qualcheduno invece andava a finire, quando la galleria era finita andavano a fare il meccanico, cioè lì c’erano le officine dove facevano le carlinghe per i Messeschmitt e le Maschinenpistolen della Stayer. E allora qualcheduno andava a finire nel cantiere, qualche meccanico andava a fare il meccanico.

D: Quindi era lo Schreiber che ti ha dato il numero di matricola?

R: Sì, era lo Schreiber.

D: E poi un’ultima cosa su San Vittore. Dicevi che sei stato quaranta giorni in isolamento. Più o meno allora se sei stato portato a San Vittore al 18 di dicembre, fino alla fine di gennaio. E poi sei partito da lì il 3 di marzo?

R: Sì.

D: Allora il mese di febbraio ti hanno messo in una cella comune?

R: No, mi hanno messo insieme ad un altro, che combinazione, guarda caso, questo qui aveva una paura, non parlava, non riusciva a dialogare. L’ho saputo alla fine della guerra chi era questo. Era un ex-tramviere che ha fatto il partigiano. Noi siamo partiti. Lui non è partito. Sono riuscito a sapere attraverso l’azienda tranviaria, lui lavorava all’azienda tranviaria di Milano, lo hanno fucilato.

D: Ascolta, i sei di Cernusco in quanti siete tornati del vostro gruppo?

R: Quattro. Uno però è morto subito appena a casa, dopo. Quindi, in totale tre.

D: Tutti più o meno sui diciotto, diciannove anni? Te, Roberto…

R: E Calloni. Calloni è conciato in questo momento poverino. Conciato, fa fatica a camminare, gli hanno già scavato il braccio un po’ di volte. E’ martoriato poverino.

D: Ascolta tu Angelo quando sei ritornato su per la prima volta?

R: Dunque io sono ritornato una prima volta se non sbaglio nel ’49 o ’50 che siamo andati col treno, non con i pullman. E mi ricordo quella volta lì al crematorio di Gusen, io non so come ho fatto, ma ad un certo punto io scavo e mi sono trovato due gamelle ancora. Due gamelle e le ho portate a casa. Erano dei cimeli da conservare. E ormai ero sposato. Ad un certo punto facciamo il trasloco e mia moglie mi dice: “Ma queste due gamelle qui. Ma sì buttale vie, ma vada via il cuore ma cosa te ne fai qui?” Mi piange il cuore parlare di quelle cose, sarebbero dei cimeli da mettere in vetrine e li ho buttati via. L’unica cosa che ho tenuto è questo e il numero di matricola e basta.

D: Angelo, tu quando sei tornato hai raccontato quello che avevi visto?

R: No, io quando sono tornato non ho mai parlato perché ho tentato di parlare anche con i genitori ma nessuno ci credeva. Quindi non trovavi un dialogo comprensivo di poter emergere…

D: Tu te la saresti sentita comunque di raccontare?

R: Sì me la sentivo però non trovavi il riscontro di chi ti voleva sentire e dava la sensazione che raccontavi delle gran balle. Di conseguenza dico: “Lasciamo perdere perché tanto non ci credono”. Però, dopo, con l’andare degli anni, qualche libro ha cominciato ad uscire, e allora abbiamo cominciato a riprendere. E forse il nostro errore è stato quello che i primi anni non abbiamo parlato. Questo è stato un grosso errore da parte nostra ma d’altra parte dobbiamo dire non ci credevano.

D: Ascolta, tu eri studente, hai proseguito i tuoi studi?

R: Sì, ma dopo un po’ di tempo.

D: Cosa studiavi?

R: Perito grafico, sono riuscito ad avere poi il diploma.

D: Non subito?

R: No, perché c’è voluto anche del tempo a rimettersi. Se vuoi ti posso raccontare un fatto come posto di lavoro; adesso qui usciamo dal campo. non vorrei, perché vorrei raccontare quella storia lì della galleria.

D: Racconta quella lì.

R: Io mi trovavo, vuoi che porto qui la…

D: Te la porto io.

R: Allora qui si vede un vagoncino dove la montagna veniva perforata, si riempiva il vagoncino e si portava fuori dalla galleria. Qui eravamo proprio all’inizio del perforamento. C’erano diversi punti, cioè iniziavi a perforare, poi dovevi armare perché crollava. E qui eravamo proprio un gruppo di sette o otto proprio alla testa della galleria e ad un certo punto mi viene da fare il bisogno e allora devi chiedere al Kapò: “Posso?”, quello là ti dice di sì però erano cinque minuti. Ma pensare che da qui già andare ce ne volevano cinque. Fatto sta che vado di corsa, ritorno. A trenta, quaranta metri prima di dove lavoravo c’era un gruppo di lavoro qui che stava caricando della sabbia. E lì un italiano mi dice: “Ratti come mai? E’ tanto tempo che non ci vediamo. Come va? Come non va?” e gli dico: “Senti, siamo qui. Però lasciami andare se io ritardo lo sai che come minimo sono venticinque”. Io sto per andare e quello là mi prende per la giacca e mi dice:”Allora come va? Quando finisce la guerra?” Nel frattempo è crollata la galleria. Sono rimasti sotto tutti. Se in quel momento quello non mi prendeva io rimanevo sotto. Ecco, da quel momento lì devo dire che quella è stata forse l’unica volta che io ho pianto perché vedere i compagni a morire in quel momento lì proprio eri diventato peggio di una bestia feroce, non ti fregava più niente. Bastava sopravvivere. Te ne fregava anche, adesso non voglio esagerare o tuo fratello… ormai il tuo cervello era fuso, eri una bestia feroce. E ad un certo punto crolla questa roba e io sono rimasto lì come un cretino e mi sono messo a piangere disperatamente. Allora, squadre di soccorso, abbiamo dovuto aspettare di tirare fuori i cadaveri, farli su con la carta di cemento e poi riportarli al campo.

Bruni Eugenio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Prego.

R: Mi chiamo Eugenio Bruni, sono nato a Bergamo, l’11 luglio del 1918 e …

D: Prego, prego, vai.

R: Dimmi quello che …, vado avanti nella mia vita anche?

D: Esatto, ad un certo punto voi avete fatto una scelta di resistenza …

R: No, aspetta allora, in una famiglia antifascista, mio padre era combattente della guerra 1915-1918, pluridecorato, ed era stato licenziato dal Comune per scarsi sentimenti nazionali, perché non era iscritto al Partito Fascista, questo aveva incominciato a farmi pensare e con me fare pensare mio fratello.

Quando abbiamo visto che una volta veniva messo in carcere perché arrivava il Duce a Bergamo, un’altra volta veniva licenziato perché era di scarsi sentimenti nazionali, perché nostro padre lo avevamo sempre visto come persona non soltanto coraggiosa ma ben voluta in città, quando è stato licenziato, tutta una gran parte della città che contava gli ha dimostrato la sua solidarietà, perché allora un atto di coraggio era possibile quanto meno, e questo rincuorava.

Tutto questo ha fatto pensare a noi che la libertà era una qualche cosa a cui non si poteva rinunciare, e siamo cresciuti proprio con questo spirito di ribellione di fronte a tutte le imposizioni che il fascismo faceva, dalle imposizioni di carattere ideologico, alle quali era facile dire di no, alle imposizioni di carattere formale, alle quali era più difficile dire di no, divise, adunate e cose di questo tipo.

Ci siamo ritrovati alcuni compagni e abbiamo incominciato a pensare che dovevamo fare qualcosa, e quel qualcosa si è tramutato in scritte sui muri, nel pubblicare una rivistina da distribuire, in cui esprimevamo quello che sentivamo, i nostri pensieri, fino a che abbiamo creduto di dover richiamare l’attenzione della città con un’azione un po’ eclatante, e cioè nel centro di Bergamo i fascisti avevano fatto un monumento nel quale era effigiato con maggior evidenza il Duce.

Noi abbiamo sporcato la faccia di questo Duce con una vernice studiata apposta, resinosa, che si staccava a mala pena, e che aveva un colore che la assimilava ad un prodotto organico. Hanno incominciato a parlare nei palazzi, c’è stato qualche d’uno che ha parlato, preso dalla paura evidentemente, siamo stati arrestati, e siamo stati portati nelle carceri di Bergamo.

D: questo quando Eugenio, quando è successo?

R: 11 ottobre 1941. Dopo qualche giorno, senza essere stati interrogati naturalmente, siamo stati portati a San Vittore a Roma, portati attraverso trasporto speciale, perché mio padre era terrorizzato dall’idea che noi potessimo andare in un vagone per detenuti …

D: San Vittore a Roma o …?

R: No San Vittore, Regina Coeli, si può correggere?

D: Sì, sì prego.

R: Là si è rimasti, direi, un paio di mesi in perfetto isolamento, che non auguro a nessuno.

D: Vi hanno arrestati, chi?

R: Hanno arrestato me, mio fratello, il dottor Taino e un certo Virginio Caffi, cantante lirico.

D: Tutti di Bergamo?

R: Tutti di Bergamo. Sto pensando, anche il dottor Antonucci. Il processo nel marzo del 1942, abbiamo saputo per vie particolari che la sentenza era stata già segnata sul fascicolo dallo stesso Mussolini, e la condanna era di anni tre di reclusione per me, di anni quattro per il dottor Taino, mentre mio fratello, che non aveva partecipato a quest’azione, anche perché in condizioni di salute non felici, e il dottor Antonucci, che evidentemente non era emerso nelle sommarie indagini che allora venivano fatte, venivano assolti per insufficienza di prove.

Quindi venivamo portati nel braccio famoso per i politici di Regina Coeli, e da lì poi partivamo per andare a Castelfranco Emilia, io, a Castelfranco Emilia e Taino, ma in un altro braccio perché là c’erano due bracci per i politici, mentre il Caffi andava al reclusorio di San Geminiano. Sono rimasto in carcere dalla fine del processo fino al 25 luglio 1943, e dirò che la vita nel carcere è stata rasserenata dal fatto di essere assieme a tutti i politici, si studiava, si pativa la fame, perché ci dividevamo tutto quello che arrivava, soldi e pacchi, ma era bello perché ci si sentiva anche molto uniti.

Fino a che è avvenuta la caduta del fascismo e ci siamo trovati in mezzo a Bergamo a vedere passare i carri armati, vedere tutti i soldati scappare, non avere neanche un punto d’ancoraggio, cercare di andare in qualche caserma per richiamare gli ufficiali superiori ad un minimo di senso del dovere e di fedeltà al giuramento, cosa che è riuscita assolutamente vana, e quindi soli di fronte alla nostra coscienza, vedere che la via della libertà era la via della montagna, e lì ci siamo avviati.

Mio fratello è rimasto a casa perché, come dicevo, non poteva affrontare una fatica di questo tipo, mentre io sono andato ad unirmi ai partigiani. Purtroppo il carcere aveva lasciato dei segni nella mia salute e quindi sono andato a Milano per vedere di farmi curare, naturalmente con tutti i sotterfugi delle carte d’identità e di quanto altro, dopo di che sono ritornato e ho preso contatti tramite mio padre con il comandante Buttero, e sono stato mandato in Val Canobina.

D: La vostra formazione partigiana quale era?

R: Qui non c’era un nome preciso perché eravamo proprio agli inizi, e la Val Canobina non sono neanche riuscito a sapere esattamente che cosa era, perché abbiamo preso un treno a Milano, ci siamo avviati sul lago Maggiore, poi lì uno ci ha ricevuto alla stazione, ci ha avviato su una strada, ci ha detto di andare su, poi abbiamo dormito una sera nell’accampamento dei partigiani, poi dovevamo raggiungere un altro distaccamento e siamo stati affidati quindi ad un partigiano.

Non so che cosa sia successo lì, fatto sta che in questo cammino, in questo percorso per raggiungere questa nostra nuova destinazione, ad un certo punto il partigiano è sparito e invece sono sbucati dei militi forestali, i quali ci hanno subito preso, ci hanno spianato le armi contro e noi non abbiamo potuto fare atro che dire di sì.

D: Lì c’era anche Roberto, no, il fratello?

R: Certo, ovviamente c’era il problema Roberto da risolvere, ed è sembrato giusto che questo problema lo risolvesse con me, perché restare in città, non potevamo sottrarre mio padre a quelle che erano le sue normali occupazioni, mia madre e mia sorella non erano assolutamente adatte, e quindi l’unico adatto a stargli vicino ero io, ed allora a questo punto non c’era altro da dire. “Andiamo e vediamo di poter risolvere il problema là”.

Siamo stati presi, i partigiani sono venuti e hanno fatto un attacco alla casermetta di questi militi, una battaglia che non finiva più, dopo di che non sono riusciti assolutamente a sfondare, e quindi abbiamo dovuto subire l’umiliazione dell’attacco di gerarchi fascisti, poi lungo la strada essere consegnati ai nazisti, alle SS, e andare lungo la strada dove questi giovani fascisti sputacchiavano, insolentivano, picchiavano, era gente alla quale ci avevano affidati perché facessero tutto quello che volevano, che era suggerito dai loro istinti più bassi, più volgari e più violenti.

Poi siamo stati portati, perché siamo arrivati a …, come si chiama lì, sul Lago in fondo, la patria di Chiara …

R: Luino.

D: Luino, lì che periodo era quando vi hanno arrestati?

R: Dunque, vediamo un po’, marzo, febbraio, 4 marzo …

D: Del ’44?

R: 1944. Da Luino saliamo su un motoscafo, anzi ci pigliano con un motoscafo lì, non so quale era la base di partenza, ci accompagnano a Luino. A Luino le SS ci fanno un piccolo interrogatorio, puramente formale, dopo di che ci caricano su questo motoscafo e scendiamo la prima volta una terra, ci spianano i fucili addosso, dopo di che rinunciano, saliamo ancora sul motoscafo, seconda fermata e poi terza fermata, poi capiamo che siamo di fronte a sadici che vogliono vedere le reazioni di gente che è posta di fronte ad un plotone d’esecuzione.

Arriviamo ad un’oasi di riposo a San Donnino. A San Donnino, restiamo lì parecchi giorni insieme a tutti i politici, mio padre aveva interessato della nostra sorte un certo Eugenio Rosasco di Como, che faceva parte anche del CLN, il quale organizza dei partigiani, che vengono e danno l’assalto a San Donnino …

D: Scusa Eugenio, siete stati arrestati te e Roberto e basta, o anche insieme ad altri?

R: Io e Roberto e basta. Il terzo, che era con noi, poi è scappato.

D: Poi vi hanno portato al carcere di Como a San Donnino?

R: Lì dicevo, c’è stato quest’assalto, dopo di che c’è stato l’ingresso a San Vittore

D: Vi hanno trasferiti a Milano?

R: Trasferiti a Milano a San Vittore. La vita a San Vittore è stata una vita si può dire abbastanza tranquilla, per quanto era possibile e per quanto avevamo intravisto in queste prime vicende. C’era questo maresciallo tedesco, si chiamava Franz, che era una cosa spaventosa, lanciava urla terribili, veniva con quel cane che abbaiava, e noi sentivamo il terrore che ti scorreva un pochettino addosso. Eravamo sempre in tensione, poteva succedere di tutto, ma anche dall’altro braccio si sentiva arrivare urla, certe volte, e noi immaginavamo che fosse qualche d’uno dei nostri che veniva trattato in modo non certo complimentoso.

Così è stata un po’ la vicenda a San Vittore, ricordo che una volta sono riuscito ad avere per vie traverse, erano i preti in genere, forse c’era anche qualche SS cattolica non so, erano venute mia madre e mia sorella, e siccome avevano delle caratteristiche somatiche, mia sorella è molto riccia e mia madre con un naso piuttosto pronunciato, le hanno tenute per tre ore all’entrata di San Vittore dicendo che loro dovevano dimostrare di essere ariane, perché davano tutta la sensazione di essere ebree, questo è per dire il clima nel quale noi si viveva.

Fino a che un giorno sono arrivati dei pullman, ci hanno fatto uscire, e ci hanno mandati, passando attraverso le nostre contrade, che oramai conoscevamo a mena dito, perché ci avevamo passato la nostra giovinezza, siamo andati verso Bolzano. Scappare sarebbe stato forse possibile, forse, infatti c’è stato l’avvocato Luciano Elmo per esempio che è scappato, si è rotto il naso, e Luciano era su a Bolzano con me, non era però del mio trasporto, mi sembra.

Fatto sta che siamo arrivati a Bolzano e a Bolzano abbiamo visto cose brutte. Abbiamo visto per esempio un palo in mezzo a questa grande distesa e abbiamo visto attaccato uno che veniva percosso perché aveva tentato di scappare, e quindi veniva castigato in questo modo, almeno la voce correva che fosse questa la ragione, ma non poteva avere commesso niente che meritasse un castigo di questo tipo.

D: Eugenio scusa, nel carcere di San Vittore ti ricordi qualche nome di altri arrestati che c’erano, perché voi siete rimasti fino a giugno?

R: C’era un certo ragioniere Castelli, che era di Bergamo, che dopo non l’ho più visto, c’era Mike Bongiorno come ho detto, c’era don Gagino …

D: Leggeri?

R: Don Liggeri, direi di sì, perché mi ricordo che a San Vittore ho avvicinato un prete per parlare di temi di religione con lui, ero in un momento che non è che avessi bisogno di vincere i miei dubbi, perché i miei dubbi erano già risolti, ma con un religioso certe volte si può parlare di valori morali che possono interessare anche al laico, come ero io, come mi ritenevo io, questo lo ricordo. Non ricordo se c’era Indro Montanelli, a me sembra, io ho la sensazione che lo avessi visto o che l’ho avessi sentito nominare, però francamente altri non li ricordo.

Sai si viveva in una specie di nebbia, perché non era facile vivere. Non era facile vivere perché, io avevo alle spalle tutto il carcere, un anno e mezzo di carcere, insomma non è poco per riprenderti e per acquistare tutta la tua lucidità, tutta la capacità e tutta la forza di reagire a quello che stava succedendo. Era una nuova tappa che si apriva per uno che aveva già preso le sue brave mazzolate. Quindi i nomi, io avrò parlato con Tizio, Caio e Sempronio, però che i nomi mi siano rimasti incisi, può darsi che per esempio lo chiamassi Paolo, lo chiamassi Carlo, chi lo sa? Però non ricordo.

D: Di Bolzano, del campo di Bolzano per esempio cosa ti ricordi, i blocchi, ti ricordi qualcosa oltre alla piazza dell’appello?

R: Ricordo che noi avevamo un blocco che era sulla sinistra entrando, a Gries eravamo, io il resto non lo ricordo.

D: Neanche il numero del tuo blocco, la sigla del tuo blocco?

R: No, no, per me francamente, ricordo il mio blocco a Dachau.

D: Lì a Bolzano siete rimasti quanto tempo?

R: Dunque a Bolzano siamo rimasti penso, ho il certificato della Croce Rossa e caso mai te lo posso dire, penso un mesetto, un mesetto e mezzo.

D: E lì cosa facevate tutto il giorno?

R: Niente. Siamo andati a lavorare con dei territoriali tedeschi in una galleria, che era sotto il vecchio ospedale di Bolzano, questi due territoriali erano Enrico Fucilone… Anche lì, a mio avviso era facile scappare, però scappare in due, tirare dietro mio fratello il quale aveva sempre perplessità, dubbi, poverino …

D: Era più giovane di te?

R: Più vecchio.

D: Ah, più vecchio di te?

R: Più vecchio di me.

D: Lì a Bolzano vi hanno dato una divisa?

R: No, siamo rimasti con i nostri vestiti.

D: Avevate un numero?

R: Neanche, io non lo ricordo, ricordo il numero a Dachau, 113157, l’ho visto adesso, ma l’ho riconosciuto perché ho lì …

D: Quindi uscivate per lavorare in questa …

R: Poi venivamo riaccompagnati dentro.

D: E cosa facevate in questa galleria?

R: Ma, gli sciocchi! Raccoglievamo del materiale della migliore qualità possibile, lo caricavamo su dei carrelli, che poi spingevamo e giocavamo su questi carrelli, perché ci mettevamo su e ci spingevamo a vicenda, fino a che in fondo c’erano questi soldati che dicevano “Ferma, ferma, ferma” e gridavano, tutto lì insomma.

Poi una volta siamo andati a cogliere le mele, con delle strane scale, fatte con un bastone in mezzo e i pioli che uscivano a lato, una sacca in spalla, potevamo mangiare le mele, e questi contadini non parlavano, non dicevano niente …

D: E di personaggi diciamo così?

R: Io ricordo che sono scappati da lì due toscani, uno si chiamava Giorgio, io avevo portato con me da San Vittore, perché nessuno mi aveva perquisito, avevo della simpamina, e allora non potendo andare con loro sempre per la stessa ragione, gli ho dato queste pastigliette di simpamina e gli ho detto “Queste vi tira su, vi dà la carica e andate” erano dopati insomma. È stato un dopaggio ante litteram. Avevo questa simpamina perché avevo fatto atletica leggera, c’era chi mi aveva suggerito di doparmi, non lo avevo fatto, però quando ho dovuto affrontare i passaggi, le camminate, ecc, io venivo dal carcere ed ero indebolito al massimo, mi ero ricordato e allora avevo comperato questa simpamina.

D: Ti ricordi Eugenio di Titho, Haage lì a Bolzano, dei comandanti del campo?

R: Li ricordo, ma non li ricordo di nome.

D: E neanche del blocco celle ti ricordi?

R: Il blocco celle sì, era spostato più in fondo, esatto.

D: Dove c’erano gli ucraini …

R: Ecco.

D: Otto e Misha?

R: Adesso i nomi non domandarmeli.

D: Non te li ricordi. Ti ricordi lì a Bolzano di avere incontrato altri sacerdoti, deportati dentro nel campo?

R: No.

D: E donne ne hai viste?

R: No.

D: Non hai visto donne nel campo, deportate?

R: No.

D: Si arriva al giorno che vi chiamano …

R: … E ci caricano sul vagone bestiame.

D: Ti ricordi da dove siete partiti, da dove vi hanno caricati sul Transport?

R: Alla stazione, allo scalo ferroviario. Ci hanno messo lì e poi siamo saliti su questo vagone.

D: Vi hanno dato qualcosa da mangiare, da bere?

R: Non lo ricordo, ho la sensazione di sì, pochissimo, ma sì, però questo non lo ricordo, so che avevamo qualche cosina di nostro, che c’eravamo portati dietro fino da Milano, un po’ di zucchero, due biscotti, roba del genere, non ricordo neanche come li avessi avuti, non mi ricordo.

Ricordo che a San Vittore, tu adesso stai scavando nella mia memoria, cosa che io ho sempre cercato di non fare, e mi ricordo per esempio che a San Vittore avevo fame, e avevo tanta fame che una volta, mi ricordo, c’è stata una vicenda di pane che è arrivato dentro, che chi lo aveva preso, chi non lo aveva preso, Franz gridava l’ira di Dio.

Deve essere successo invece che, a Bolzano, vi era un commerciante di legname, si chiamava Amati, e aveva delle ragazze, di Bolzano, che cercavano di fare qualche cosa, ed erano riuscite a fare entrare un pacchetto con queste piccole cose, evidentemente non era niente, che poi mi aveva aiutato un pochettino durante questo viaggio.

D: Questo viaggio era iniziato i primi di ottobre del ’44?

R: Sì.

D: Ed è durato quanti giorni?

R: Ho la sensazione che sia durato un giorno, una notte, ed un altro giorno, però ho il dubbio che siano state una o due le notti che noi abbiamo passato su questo … cosa risulta a voi?

D: E no, adesso bisogna recuperare le date, durante il percorso si è mai fermato il treno, il Transport?

R: Può darsi.

D: Non so, per i bisogni fisiologici …

R: No, no, no, mai, mai, perché avevamo questo grosso problema, questo grosso problema. Qui poi succede questo che poi i ricordi si sommano ai ricordi che io ho sentito da altri, per cui per esempio avevamo recuperato delle latte, queste latte servivano per l’acqua, ma io pensavo che era per fare la pipì, altri mi avevano detto che avevano sollevato un asse del vagone, questo ha creato in me, non so se suggestione o ricordo autentico, che anche noi avessimo sollevato questo asse, in modo tale da poter …

Ricordo le fermate, questo sì, perché ricordo le urla, le urla delle SS, erano urla di “State indietro”, o parlavano fra loro ad una certa distanza per cui era necessario urlare, però lo ricordo esattamente, avvertivamo qualche cosa che c’era fuori del nostro carro bestiame.

D: E quando vi hanno fatto scendere?

R: A Dachau.

D: Direttamente lì vicino …

R: Davanti al portale.

D: Del campo, e poi lì cosa è successo?

R: Lì si è aperta la porta. Oltre tutto non ricordo, vedo adesso, tu mi dici che c’erano parecchi che erano partiti quel giorno, io ricordo soltanto quelli che sono partiti con noi, saremo stati una cinquantina penso, siamo andati nel magazzino a destra, ci hanno portato via tutto, ci hanno fatto spogliare, ci hanno vestito con una camicia, una giacca, ci hanno tagliato i capelli e poi ci hanno fatto la riga in mezzo, ci hanno dato i sabot.

L’unica cosa che ho visto, ecco c’era un prete, perché ho visto un prete spogliato nudo con un tricorno in testa, era là, tu sai che c’era l’Antreten lì, con tutti i fari, la mattina presto venivano, lì un registro doveva esserci stato per creare proprio il senso l’ossessione, e ricordo che era lì, lo avevano lasciato lì quasi per derisione. Dopo di che siamo andati nel blocco …

D: Quale blocco, te lo ricordi?

R: 25, io direi 25, siamo entrati sulla sinistra, sulla destra c’era la parete chiusa, ci hanno detto “Pigliate posto” e siamo entrati in tre in una, erano a tre piani, ognuna era in tre, e lì è incominciata.

D: L’immatricolazione quando ve l’hanno fatta?

R: Non me lo ricordo, so che sulla giacca c’era scritto 113157, il 113 lo ricordavo, il 157 l’ho visto adesso ma ho quello della Croce Rossa che segna, il triangolo con la “I”, e sopra il coso bianco con il numero.

D: Il triangolo di che colore era?

R: Rosso.

D: Lì nella baracca 25, nel Block 25, fino a quando sei rimasto?

R: Fino a che non sono andato in infermeria.

D: Al Revier?

R: Sì, perché ho dovuto lasciare mio fratello, perché ero …, c’era un tifo petecchiale in giro, intanto noi eravamo afflitti dai pidocchi, a manciate li tiravamo via, ogni tanto andavano a farci la disinfezione all’aperto con dei grossi pennelli, li intridevano nella …, cosa è quel disinfettante biancastro …

D: Creolina?

R: … Creolina, lì ci pitturavano tutti, non serviva a niente. Dopo di che mi è venuta la febbre e sono dovuto entrare in infermeria, avevo 38 e mezzo circa di febbre. Lì è stato brutto perché intanto il passaggio delle docce, ricordo che nevicava, ci hanno fatto spogliare nudi, ci hanno fatto entrare e l’acqua era in alternanza, fredda e calda, e qualcuno quando sono passato io è morto. Dopo di che siamo andati avanti con questi passaggi, aperto, chiuso, aperto, chiuso, fino a che sono arrivato nel mio posto.

D: E lì cosa ti hanno fatto?

R: Niente, niente. L’unica cura che io ho avuto, intanto c’era un cibo che davano invece delle carote e delle rape, davano una specie di riso, con un colore biancastro che doveva essere latte.

Siccome eravamo in due, non ho mai parlato con quello vicino, e quello vicino non ha mai parlato con me, perché eravamo esausti primo, in secondo luogo la lingua non si conosceva, ricordo che due volte è capitato che ho tenuto quello lì morto, e ho preso la sua scodella per poterne mangiare due.

Quando si andava giù al gabinetto, che era vicino alla porta che dava all’aperto, si vedevano fuori mucchi di cadaveri, di venti persone, trenta persone, in fondo dall’altra parte c’era il crematorio.

Dopo sono uscito, ad un certo punto si è stabilito che ero guarito, e quindi sono uscito, sono andato a pigliarmi un altro blocco, perché ad un certo punto sono stato abbandonato un po’ a me stesso, sono andato prima di tutto a chiedere notizie di mio fratello ed ho appreso che era morto, c’era un padre domenicano nel blocco, che teneva nota di tutti quelli che erano morti, l’ho chiamato e mi ha detto “È morto il 13 di febbraio, l’altro giorno” così quando poi sono arrivati gli americani …

D: Scusa Eugenio, quindi tu sei andato in un altro blocco, quando sei uscito da lì?

R: Sì.

D: Non ti ricordi che blocco fosse?

R: Non mi ricordo, non mi ricordo.

D: Cosa facevi durante il giorno?

R: Niente.

D: Dentro nel blocco eri?

R: Dentro nel blocco o nel cortiletto che intercorreva tra un blocco e l’altro, si camminava sotto l’acqua, sotto la pioggia, sotto la neve, sotto il sole.

D: Non sei mai stato chiamato in un commando di lavoro?

R: No sono stato qualche giorno con don Angelo. Con don Angelo è lui che me lo ha detto, mi ha detto “Vieni con me”, don Vismara che era di Bergamo, aveva presentato anche don Angelo, e don Angelo era un galletto per quanto consentiva il posto. Mi ha detto “Vieni con me che si mangia a metà mattina, ti danno qualche cosina ancora” e cosa si doveva fare? Si doveva stracciare vecchi indumenti dei tedeschi, mutande, ecc, ecc, e poi dovevi fare la treccia, poi veniva lì ogni tanto se era fatta bene o se non era fatta bene, e se non era fatta bene la rompeva magari e te la faceva rifare, poi questa roba qui non l’ho …

D: Non l’hai più fatta?

R: … Non l’ho più fatta perché, intanto volevo stare vicino a mio fratello, perché questo era avvenuto prima, in secondo luogo bisognava andare all’appello la mattina ed era una cosa terribile, perché lì ti picchiavano con i calci dei fucili, e poi questa specie d’asfissia lì dentro, per un pezzettino di cosa che non serviva assolutamente a niente.

Ho provato anche, questo non con don Angelo, alla ferrovia, ma era pazzesco. Era pazzesco perché dovevi alzarti di mattina, prestissimo, entravi e passavi attraverso questo piazzale d’adunata, attraverso le urla di questi signori che urlavano “Scnell! Los!”.

Poi si aprivano queste porte, si saliva su un carro bestiame dove gente aveva fatto lì i propri bisogni, l’ira di Dio, si arrivava ai binari della ferrovia di Monaco, là scendevi, eravamo in dicembre, gennaio, vestiti com’eravamo vestiti, ti davano un piccone di quelli che hanno una parte un po’ a paletta, e dovevamo, sotto il comando di un operaio di Monaco, rincalzare i sassi sotto le traversine, quindi comandava “Hanz, vai, hanz, vai, hanz, vai” e tu dovevi seguire quel ritmo, se non seguivi quel ritmo c’era una botta.

Tutto questo per avere poi un piccolo scampolo di riposo, nel quale potevi pigliare mezza fettina di pane e una fettina di margarina, se tutto questo valeva quel dispendio d’energie che ci obbligavano a fare, per poi arrivare meglio a cercare di chiacchierare con qualcuno se era possibile. Infatti avevo conosciuto un certo Andrè Romer dei Vosgi, un ragazzo bravo che è venuto poi a Bergamo a trovarmi, e lì si camminava per cercare di avere un pochettino di caldo, ci si stancava e quindi ci si fermava per avere un po’ di freddo, ma intanto si chiacchierava, lui mi parlava del suo paese, io parlavo della mia città, ci scambiavamo il conforto di ricordare un pochettino qualche cosa.

D: Questo fino alla Liberazione?

R: Fino alla liberazione.

D: E come te la ricordi la liberazione?

R: La Liberazione me la ricordo, ero in questo famoso blocco nel quale ero entrato dopo essere uscito dal Reviere, ad un certo punto si sono incominciati a sentire i duelli aerei sopra, poi abbiamo visto due o tre volte degli aerei che cadevano, che fossero tedeschi o che fossero inglesi, erano il segno di una battaglia che si svolgeva proprio sopra di noi.

Dopo di che ci hanno portato tutti sul piazzale, e lì ci hanno dato mezzo pane, una scatola di flaisch, li chiamavano flaisch non so cosa sia, una specie di impasto di carni animali, e poi siamo stati lì ad aspettare. Io ho mangiato subito tutto, ho detto “Qui è meglio mettere giù, piuttosto che …”

Poi una parte, sono partiti, un certo numero, e noi invece siamo rientrati, eravamo lì, i nervi tesi, dicevamo “Ci siamo, ci siamo, ci siamo” e, infatti, si è affacciata al campo una giornalista americana con la pistola in pugno, le SS hanno sparato qualche colpo sul piazzale dove c’erano ancora i nostri, ma sono state immediatamente fatte fuori dalle truppe americane che erano arrivate, quindi poi è cominciata la festa. È cominciato questo senso di ricominciare a guardare avanti a noi, di incominciare a dire adesso si apre qualche cosa che è diverso.

D:Voi italiani vi siete subito organizzati?

R: Noi italiani ci siamo organizzati in un gruppo, ed è saltata fuori la fantasia italiana, perché in un gruppo …, non so, ogni tanto ci penso “Ma come è successo?”, socialista, comunista, si sono divisi e hanno formato quasi il CLN.

Poi si andava fuori, mi ero procurato un piccolo biglietto che c’eravamo fatti a vicenda, lo facevamo vedere agli americani e uscivamo, io sono uscito un due o tre volte.

Una volta, la penultima volta, ho visto un treno con tutti i morti, francesi, e c’era un ometto lì vicino al quale dico “Dubish doich” “Nein italijenick” “Italiano? Di dove?” “Sono di Bergamo” “Sono di Bergamo anche io” “Ma dove?” “Borgo Canale”, che è un borgo di Bergamo, “Anche io sono nato in Borgo Canale” “Come ti chiami?” mi dice lui, “Bruni” “Ma ti sei figlio del professor Bruni?” “Sì”. Si è messo a piangere, ad abbracciarmi, ecc.

Lui era lì con la Todt, era da un fornaio, allora io sono rientrato un momento, sono riuscito, sano andato da lui, ho mangiato a crepapelle e ho dormito ventiquattro ore. Dopo di che ho rubato una bicicletta, senza nessun rimorso, lui aveva un carrettino, se lo era già preparato, dove aveva su il suo bottino di guerra, pelli per fare scarpe, ecc, ecc, e siamo partiti.

D: E siete arrivati dove?

R: Siamo arrivati a Garmish-Partenkirchen.

D: In quanti giorni?

R: Abbiamo dormito in fienili, ecc, ecc.

D: Tutto a piedi, in bicicletta …

R: A piedi, in bicicletta.

D: E non vi ha fermato nessuno?

R: Sì, i francesi ci hanno portato via tutto.

D: Cioè?

R: Ci hanno portato via tutto, carrettino, bicicletta, tutto, e ci siamo avviati a piedi. Ci hanno lasciato qualche cosa da mangiare che aveva lui.

D: Eugenio tu avevi ancora la zebrata?

R: Certo non avevo altri vestiti, io.

D: E dopo Garmish cosa è successo?

R: E dopo Garmish c’erano ancora gli americani, gli inglesi non so chi. Lì c’era un gruppo d’italiani, militari, li vediamo bene in carne, uno ha addirittura una forma di groviera, e ci da un bel pezzettone di groviera.

Ci organizziamo un po’ anche, si nomina un organismo di disciplina, di cui faccio parte anche io, saputo che ero studente di legge, è vero fino a che ad un certo punto ci hanno detto: “Salite sulle nostre camionette e andiamo”, e ci fanno attraversare il Brennero, e arriviamo …

D: E siete arrivati?

R: Non a Bolzano, dunque no, a Bolzano mi sono fermato perché c’era quel tale Amati, e allora sono sceso, ho lasciato andare avanti gli altri e ho detto “Io vorrei andare …” lui mi ha detto “Guarda pronti, qui c’è un camion che parte adesso per Milano, ferma a Treviglio, poi a Treviglio qualche d’uno ti aiuterà”

Difatti a Treviglio mi sono fermato, si era formato già il CLN, ecc, ecc, tutta gente che poi magari è ritornata ad essere fascista. …

Lì mi ricordo che c’era uno che conoscevo, un certo Tombini, il quale ha procurato una macchina, ma il mio grosso cruccio era sapere se i miei sapevano di mio fratello, perché portare quella notizia lì era una cosa tragica, invece lo sapevano.

Lo sapevano me lo hanno detto lì a Treviglio, era già tornato uno prima di me, un italiano, che era un certo Americano Italo, che era venuto a cercarmi, ma era uno che aveva una certa libertà, perciò mi puzzava di qualche cosa che non andava, è venuto a cercarmi, mi aveva pescato lì, non lo so, non mi ricordo, e mi aveva regalato una bottiglia di olio di fegato di merluzzo, che io avevo messo via per partire.

Poi visto che dovevo partire l’avevo regalata ad un prete, non faccio il nome, che l’aveva messa via “Tieni, io guarda parto, ormai chissà cosa fanno qui, mi sbattono, mi fucilano o roba del genere, pigliala”, quando ho visto che non si partiva, io sono andato là e gli ho detto “Guarda che non sono partito, tornamela”, tornamela, non tornamela è caduta e si è rotta.

Quindi a Treviglio mi hanno dato queste notizie e sono ritornato.

D: Quindi i genitori, mamma e babbo, sapevano già di Roberto?

R: Sì, sì.

D: Tu quando sei uscito dal Reviere, e che hai appreso la notizia di Roberto, ti sei messo a cercare dove era stato messo, sepolto?

R: Ma che mai sepolto? Cremato. Perché me lo hanno detto, poi sapevo, vedevo passare i carri con su tutti i cadaveri che andavano a finire al crematorio. Io il crematorio dentro non l’ho mai visto, perché c’erano i beccamorti che andavano là a fare questo mestiere, ma sapevo benissimo.

D: Eugenio, alla Liberazione di Dachau, voi deportati vi organizzate in comitato con Melodia, con altri, e l’autorità italiana c’era?

R: Assente.

D: Voi non l’avete mai incontrata, neanche quando sei tornato?

R: Mai, niente. No, dopo qui hanno detto che si doveva andare all’ARC, in Via Borgo Palazzo, che era organizzata mi sembra dalla Croce Rossa, lì tanto è vero che c’è il certificato della Croce Rossa Internazionale, che ha raccolto tutti i dati, poi li aveva già raccolti non so come, e hanno preso nota di un po’ di tutto, ma altrimenti …

D: Cioè sul piano della salute, voglio dire?

R: Niente.

D: Perché quando siete tornati non è che…?

R: Io pesavo 35 chili.

D: Sì, poi con malattie?

R: Ero piagato. Avevo tutte le gambe piagate.

D: Ecco, questa attenzione sanitaria, la cura sanitaria, è stata tutta a carico tuo voglio dire?

R: Sì, a carico mio, ma è consistito nel fare una vita normale, quindi forse non ricordo se sulle gambe ho spalmato qualche cosa, qualche crema …

D: L’autorità non si è interessata?

R: No, no, no, non è che mi abbiano detto “Lei poverino è tornato, adesso venga qui”. C’è un mio amico che mi ha fatto una visita, il dottor Leidi, che ricordo sempre con molto affetto, il dottor Paolo Leidi, il quale mi ha chiamato, siccome era medico polmonare, e c’era pericolo soprattutto per i polmoni, mi ha fatto una visita scrupolosa e mi ha detto “No, stai bene”, anche perché il tifo non lascia tracce se si guarisce, almeno credo, non me ne intendo.

D: Di Bergamo oltre a te e tuo fratello, sono state deportate …

R: C’era, io avevo visto un certo Battagion, che poi è sparito, ma non ha lasciato traccia questo tale. Questo tale io lo conoscevo a Bergamo, e là, non lo so, quando sono entrato così, ho visto, ho intravisto, della gente che giocava a pallone cosa che mi ha … “Ma siamo diventati matti?”, ed era anche lui che giocava a pallone.

D: Questo a Dachau?

R: A Dachau, dopo non ho visto più niente di tutto questo. Ma se tu sapessi come si affollano i ricordi, proprio si intrecciano, uno si sovrappone all’altro e viene fuori qualche cosa che probabilmente ha un po’ dell’uno un po’ dell’altro, però inquina tutti e due i ricordi.

D: C’è un altro tipo di ricordo, gli odori di Dachau te li ricordi?

R: Gli odori di Dachau li ricordo benissimo, mi ricordo certi episodi, per esempio tu sai cosa si mangiava? La mattina davano un certo caffè che era poi dell’acqua tinta, ma anche tinta male, poi ti davano le carote con le rape, e la sera ti davano il pane a fette con un po’ di margarina o un salsicciotto, una roba che …

Ci mettevamo tutti in fila, e le fette non le potevano tagliare tutte uguali, tu guardavi, contavi e dicevi “L’ottava fetta è più grossa” allora cercavi di contare a che punto eri della fila, e cercavi di sgattaiolare o fare qualche cosa del genere, o passare facendo finta di andare al gabinetto, che era la cosa migliore, rientrare appena vedevi che la fila aveva sedici posti e tu avevi adocchiato al diciassettesimo una cosa più grossa, tacchete dentro e arrivavi, ed erano 3 grammi di più. Ecco, questa è stata la nostra vita.

D: Eugenio un’ultima domanda, la babele delle lingue, delle urla, dei rumori del campo, come te lo ricordi?

R: Le urla no, mica tante, gli impiccati sì, nel viale. Le urla no. Dicevano che i russi rubavano, che passavano sopra il tetto dei blocchi, facevano il buco e poi entravano dentro, dicevano. Guardavamo con invidia i danesi, perché avevano il pacchetto della Croce Rossa, e c’erano i polacchi, che io ho sempre visto di una dignità straordinaria. Mi ricordo che c’era un ingegnere polacco che era là fermo, sempre così, non è morto, praticamente così, guardando nel vuoto, una testa a uovo, per cui non erano riusciti neanche a raparlo, ed era sempre là così che guardava.

Degli italiani ricordo un avvocato Bruni, si chiamava Alessandro Bruni di Torino, che era l’avvocato dell’UTET, della casa editrice, è morto nella merda, è morto sotto di me, siccome c’era questo tifo petecchiale, questa diarrea, non riusciva più a muoversi assolutamente, fino a che un giorno lo abbiamo trovato lì morto, abbiamo portato fuori un pagliericcio intriso di …, marcito, una cosa terribile, Alessandro era buono, erano tutti buoni.

Visintini Ermes

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Tutti presenti?

R: Si, Visintini Ermes, nato il 10.7.1927 a Tricesimo.

D: Che è in provincia?

R: Di Udine.

D: Ermes, quando sei stato arrestato?

R: Il mese di dicembre del ’44.

D: Dove, perché e da chi?

R: Dove, perché? Lei mi domanda una cosa che è un po’ lunga. Di fatti io sono stato arrestato nel bivio di Buia per una delazione fatta da una signora di Magnano in Riviera, alla quale era successo nel suo ambiente che sono entrati dei partigiani. Hanno trovato dei tedeschi nel suo ambiente. Questi tedeschi, vedendo arrivare questi partigiani, sono andati per prendere le armi che avevano appoggiato al muro. I partigiani hanno falciato uno e uno ferito. Poi sono andati, non so io, non so chi erano. Di fatti lei per poter mantenere l’ambiente aperto ha fatto una delazione che mi conosceva. Non so perché. Un giorno mi incontra venendo giù da Bilerio, mi incontrano lei e sua figlia. Vorrebbe parlare con me. Io mi fermo e le dico: Cosa ha?”. Mi dice: “Lei sa che io ho due figli a Tolmino, della Repubblica di Salò. Vorrebbero venire a casa, certamente hanno paura dei partigiani. Cosa potrebbero fare per poter rimanere tranquilli a casa?” Le ho detto: “Cosa posso dire io?”. “Ma lei è delle forze partigiane, potrebbe anche insegnarci qualcosa”. Di fatti io come un beone gli insegno cosa dovrebbero fare, gli insegno che quando scappano dalla Repubblica di Salò, scappino con delle armi, un poco di armi, e che vadano a un qualche comando partigiano per poter consegnare queste armi e farsi rilasciare un documento che hanno collaborato con le forze partigiane. Mi dice: “Non potrebbe venire lei?”. Ma io? Mica sono un comandante io! “Mi faccia una cortesia, ci porti lei in qualche comando”. Insiste, insiste, insiste. “Si”, le dico dopo, “cercherò di far qualcosa, però i suoi figli quando vengono giù portino tante armi”. “Quando può venire?” “Non so io”, le ho detto, “un giorno verrò”. Insisteva per sapere il giorno che potevo andare da lei. Io le dico: “Verrò mercoledì da lei, cercherò di vedere cosa hanno portato almeno. Poi vi indicherò dove potete andare”. “Mercoledì a che ora?” “A che ora? Come, mi domandate anche l’ora?”. Insiste questa qua. Io come un beone, come ho detto prima, le dico: “Verrò verso le nove”. “D’accordo, verso le nove.” Il mercoledì vengo giù da Bilerio dalla montagna, vengo qua dalla strada di Tarcento, vengo giù dalla strada diretta che va a Buia e al crocevia c’è Buia, Tarcento, Tarvisio e Udine. Nell’incrocio c’era un comando tedesco. Pensavo che avevo i documenti rilasciati da un’impresa di Tricesimo che lavoravo con l’impresa. Ho pensato che con i documenti potevo passare. Invece passando, arrivando a quell’incrocio ho visto dei tedeschi fermi che aspettavano. Ho detto: “Dio mio, aspettano me quelli lì, garantito”. Non sapevo se andare avanti o ritornare indietro. Ma ritornando indietro potevano falciarmi. Proseguo, ho i documenti. Quando sono all’incrocio mi puntano le armi, mi fanno scendere dalla bicicletta e mi portano dentro al comando. E lì legnate da orbi. Ad un certo punto io non capivo più niente, botte da orbi. Mi buttavano da un angolo all’altro. Io non sentivo più niente, se mi ammazzavano era meglio. Mandano a chiamare un’interprete, ho la fotografia in tasca. Mandano a chiamare un’interprete a Magnano in Riviera che gestiva un forno. Viene giù. Vedendo come mi trattavano questi tedeschi, s’è buttata contro il comandante per potermi salvare dalle legnate che mi davano. Io non sentivo più le botte. L’interprete ha cercato di difendermi, veramente. Di lì dopo mi hanno portato nella Villa Spezzotti, mi hanno portato là. Erano dieci tedeschi in bicicletta con cani lupo. Sul cancello trovo un compagno già arrestato su un carro della Repubblica di Salò. Michi Runi, Giacomer Alessandro, lo trovo sul carretto pieno di botte anche lui e lo portano via. Adesso questo qua, mi mettono di fronte a questo qua. Ragionavo con la testa, ma avevo tante di quelle botte. Mi portano dentro e mi dicono: “Tu conoscere partigiano, questo qua?”. “Nicht partigiano, nicht partigiano”. Mi portano su, mi legano per il dietro così e mi portano su nella torata, c’è una torata di due e mezzo per due e mezzo sopra questa villa. Mi hanno legato su un letto di tavole per didietro, per fare i bisogni: tutto addosso. Mi hanno fatto due interrogatori ancora sotto, ma sui due interrogatori quando andavo giù io venivo su dopo, chiamavano l’altro, Giacomer Alessandro. Giacomer Alessandro quando andava su ha detto: “Io ho visto una signora sotto, chi era?”. Era la vedova allegra, la chiamavano, la Revelan di Magnano in Riviera, quella del bar. Allora ho capito chi era che ha fatto questa delazione. Lì sono stato un cinque giorni, mi hanno fatto due o tre interrogatori. Mi hanno portato in via Spalato, ho fatto trentatré giorni in via Spalato. In via Spalato poi si aspettava sempre di partire, partire per la Germania. Quelli che andavano fuori, andavano fuori fucilati. Ho visto uno che era di Binduno, Grafitti Gino, che non voleva andare a morire. Sono venuti su i tedeschi e lui si teneva per la scala, non voleva andare giù per le scale. Sono venuti su i tedeschi col calcio della Mauser, gli davano giù nelle mani per poter tirarlo fuori. Interrogatori nessuno, una sera ci hanno detto: “Domani partite”. Difatti l’indomani mattina siamo partiti. Per farla corta, sennò viene troppo lunga la cosa, l’indomani mattina due di Pordenone, siccome ero giovane, mi hanno detto: “Tu porti fuori un ferro dietro la schiena per poter aprire il vagone, un coltello e una borraccia”. Mi hanno attaccato una borraccia piena di acqua e un coltello dentro per tagliare, in caso che mettono il lucchetto. Nelle perquisizioni che ci hanno fatto prima di partire, mi hanno perquisito, ho fatto vedere l’acqua, dietro ho fatto così che vedevano il ferro che avevo dietro la schiena e mi hanno lasciato passare. Quella sera ci hanno messo cento per vagone, in piedi, da non poter neanche muoversi. Si stava su uno con l’altro, ci si teneva su come dei pali. Sui cento l’indomani ci hanno divisi, cinquanta per vagone. Abbiamo pensato subito di scappare durante il viaggio. Hanno incominciato a tagliare il vagone col coltello che si aveva nella borraccia e di fatti tac, tac, tac, tac, un paio d’ore e l’intagliatore bravo ha fatto l’intaglio e durante la notte ha spaccato il lucchetto col ferro. Ha tirato su il gancio. E’ arrivato un altro convoglio di vagoni, di prigionieri da Gorizia e Trieste. Nell’agganciare i vagoni si era tirato via il gancio e si è aperto il portellone. I tedeschi quando hanno visto così hanno cominciato a gridare e hanno preso una sedia, un seggiolone, quelli che mettono nei giardini, doppi, le panche doppie. L’hanno infilato a metà vagone e hanno messo due cosacchi di qua e due cosacchi di là col Parabel che ci guardavano. Ci hanno divisi metà da una parte, metà dall’altra e via fino a Mauthausen. Siamo arrivati a Mauthausen.

D: Scusa un attimo, Ermes. Quand’è che ti hanno portato alla stazione per partire? Che mese era?

R: Il mese di febbraio. Il 2 febbraio.

D: Del? Di che anno?

R: Del ’45, il 2 febbraio del ’45.

D: L’arrivo a Mauthausen come te lo ricordi?

R: Brutto. Partendo in quella forma lì coi cosacchi dentro, sa com’è, è una cosa orribile. Non si poteva muoversi né fare i bisogni lì, niente. Sempre col Parabel contro di noi. Si voleva assalire questi cosacchi, ma si aveva due gioppi dentro a cui hanno detto: “No, non potete farlo, noi rimaniamo qua e dopo ci ammazzano a noi”. C’era un certo Venini di Paderno. Insistevano, “Non fatelo, non fatelo sennò ci ammazzano a noi”. Noi siamo rimasti fermi e siamo arrivati a Mauthausen. Arrivati nel campo, dalla stazione ferroviaria abbiamo fatto il giro su fino al campo. Avevamo visto questo cancello. Abbiamo detto: “Qua non si esce più”. Ci hanno messo contro il muro, gli spagnoli venivano a vedere. “Se avete qualcosa, mangiate tutto e questi anelli dateceli a noi, non vi servono”. Nessuno aveva da mangiare sul vagone prima. Là sono usciti fuori salami, formaggio. Per un pezzo di formaggio loro ci davano un bicchiere d’acqua. E ancora calda. Quelli che avevano la refurtiva, perché avevano nascosto tutto, credevano di vivere con quello che avevano in valigia. Arrivati poi nel punto che mandano dentro venti alla volta, venti, venticinque nella scalinata del bagno, si vedevano uscire questi prigionieri nudi, via nelle neve che andavano al blocco. Chi sono quelli lì? Non si conoscevano più questi qua. Forse erano prima insieme con noi. Arriva il nostro turno, andiamo giù nel bagno. Si comincia a svestirsi, a buttare la roba di qua, scarpe di là. Cominciano i cosiddetti barbieri, cominciano a rasarti dappertutto. Ti tagliavano dappertutto, sangue dappertutto. Pregavi il Signore di andare sotto l’acqua per poter lavare fuori il sangue. Viene il punto di andare al bagno, prima ti lasciano correre l’acqua calda. Si stava da Dio. Si lavava il sangue, anche se si era tagliati. In giro a questo bagno c’era un piccolo muretto da sessanta centimetri tutto in giro e sopra questo muretto erano i capi blocchi con gomme da un metro, sessanta centimetri, che ti aspettavano. Tutto ad un momento dall’acqua calda ti lasciavano l’acqua fredda, tutti cercavano di evitare quest’acqua fredda, cercavano di andare sul muretto. Vedevi come nella gabbia dei leoni, colpi nella testa, vedevi per terra cadere i prigionieri, cose adesso anch’io non arrivo a raccontarle bene come dovrei raccontarle. Usciti fuori da questo bagno di corsa, nudi, su alla quarantena. A piedi, nudi, di corsa, su in quarantena. Siamo stati lì un po’ di tempo. Dopo tre giorni, quattro, ci hanno dato i vestiti. Una camicia che arrivava qua, non arrivava proprio neanche… Una giacca di quelle lì che non arrivava neanche… Zoccoli che forse erano grandi o piccoli che non si arrivava a star dentro. Sono qui a raccontare adesso. Quando si aveva da fare i bisogni si doveva uscire fuori dalla baracca. C’era un pozzo al di fuori. Tutti uscivano, pieni di dissenteria. Tutti uscivano per andare a prendere il posto con il sedere su questo pozzo. Li hanno chiusi adesso, ho visto che li hanno chiusi. Non si sa neanche dove sono. Ognuno che faceva un movimento lì, uno cadeva dentro. E chi lo andava a prendere? Nessuno. Rimaneva dentro.

D: L’immatricolazione a Mauthausen quando te l’hanno fatta?

R: Quando mi hanno dato il vestito.

D: E il tuo numero te lo ricordi?

R: 726000… Ce l’ho a casa, non mi ricordo… 900 e qualcosa.

D: E il blocco te lo ricordi che numero era?

R: Il blocco della quarantena dove poi ci hanno mandati, pochi qua, pochi là, la prima uscita che ho fatto l’ho fatta a Wels, a levare macerie. Da Wels sono andato ad Ebensee.

D: Da Wels ti hanno mandato a Ebensee. Questo in che periodo? Te lo ricordi?

R: Non mi ricordo.

D: Non ti ricordi quando sei arrivato a Ebensee?

R: Non mi ricordo. Ho fatto poco a Wels, avrò fatto un mese a Wels, neanche: venticinque giorni, un mese. Mi ricordo un fatto strano a Ebensee, che il mio amico Barnaba, eravamo sempre vicini io e il mio amico Barnaba Alfredo, siamo lì vicini uno all’altro e mi consiglia… Perché andando di notte a lavorare nella stazione ferroviaria di Wels si aveva freddo. La camicia che non arrivava ai calzoni. Mi ha detto: “Sai cosa fai? Metti su una coperta, te la piego io dietro la schiena, te la piego io bene e te la metto su nella schiena. Così durante la notte nella stazione ferroviaria non sentirai freddo”. “Fammi, fammi quel lavoro lì”. Allora mi ha messo questa coperta e al rientro dalla stazione c’erano i tedeschi sulla scalinata di questo grande… Si voltavano e ci guardavano, ci contavano e ci guardavano. Al rientro io ero mezzo addormentato, vedo un maresciallo tedesco che vede la coperta uscire dal didietro della mia schiena, qua. Mi fa così, mi chiama e mi dice, non so come si dice in tedesco, di levare la giacca. La coperta cade. Chiama due prigionieri, prendono uno scagnetto, prendono due prigionieri, quelli più ruffiani che avevano solo voglia di mangiare una minestra in più, mi mettono sullo scagnetto e lì venticinque frustate. Uno con un affare così e l’altro con una tavola. Io ho sentito tre, quattro. Poi sono svenuto. Mi sono ripreso che ero sul braccio del mio amico Barnaba Alfredo che mi bagnava le labbra e i timpani. Non sapevo cosa fare, certamente credevo di essere morto. So che il mio amico mi ha salvato, non una volta, mi ha salvato tre, quattro volte questo mio amico. Barnaba Alfredo. A Ebensee è morto sul braccio a me. Chiuda, chiuda.

D: Ermes, no, stai tranquillo. Ermes, quello che tu hai raccontato della coperta, è successo a Wels o…?

R: A Wels, a Wels.

D: Dopo ti hanno trasferito a Ebensee?

R: A Ebensee, sì.

D: Eravate in tanti italiani?

R: Eravamo pochi.

D: Ascolta, a Ebensee ti ricordi in che blocco ti hanno messo?

R: No, non mi ricordo.

D: A Ebensee eri lì a lavorare anche a Ebensee?

R: Sì, alla galleria. Alla galleria lavoravo. Lì un ebreo mi aveva consigliato, mi aveva fatto capire che nel carbone, questa macchina che stava fuori, i carrelli pieni di materiale, c’era un carbone che era come quella sedia là, un marroncino chiaro. Quello lì era buono. I tedeschi facevano della margarina con quello. L’ebreo mi aveva consigliato, mi ha detto: “Mangia di quello, non avere paura, vedrai che quello ti salverà la vita”. Di fatti io mangiavo tre quarti di chilo, un chilo al giorno. Rubavo, andavo su alla macchinetta quando si fermavano e lo mettevo via nel seno per poter mangiare continuamente, quando avevo bisogno di mangiare.

D: Ma tu nella galleria cosa facevi?

R: Non so neanche cosa facevo. Ero nella galleria, facevo il manovale. Non so cosa facevo, cosa ero addetto a fare, i lavori, scaricare, non saprei neanche più cosa dire, cosa facevo là. Essendo in questa galleria, mi ricordo ancora che erano robe pazzesche, perché là pioveva di sopra. Era la morte sicura sopra, morte sicura. Si faceva a turni, turni di notte e turni di giorno.

D: E il tuo amico era sempre con te?

R: Non voleva mangiare il carbone il mio amico.

D: Ascolta un attimo, ritorniamo indietro un attimo alla stazione di Wels. Lì c’era un campo a Wels oppure vi portavano lì alla stazione?

R: No, era un campo fatto provvisorio sembra. Sembra che sia stato provvisorio, un grande palazzo era, con delle scalinate enormi. Ci buttavano là, ci mettevano là in questo camerone, ci mettevano in piedi così e si doveva dormire così, ci buttavano giù. Così a taglio si dormiva, ci buttavano una coperta sopra. Per quello quella coperta che dicevo.

D: Questo palazzo adibito a campo era vicino alla stazione, era nel centro della cittadina?

R: Si passava, si faceva un chilometro, un chilometro e mezzo per la città. E’ per questo che odio gli austriaci.

D: A piedi?

R: A piedi. Eravamo otto per otto, ci si teneva su per non cadere, eravamo già allo stremo. Si passava otto per otto e di dietro c’erano le portantine, quelli che portavano i cadaveri che cadevano per strada. Erano con bastoni, un bastone qua e un bastone di là, uno davanti e uno di dietro. Quando cadevano, buttavano su. Portavano i cadaveri.

D: Quindi attraversavi la cittadina?

R: La cittadina.

D: E i civili vi vedevano?

R: I cittadini ci vedevano e mi ricordo bene che, è per questo che odio gli austriaci, quando ci vedevano passare cadaveri viventi aprivano la porta di casa o la finestra e ci sputavano. Non sapendo che eravamo prigionieri di guerra. Non eravamo dei delinquenti. Ci sputavano. Io ho un ricordo brutto sugli austriaci ed è per questo che li odio, li odio veramente.

D: A Ebensee tu lavoravi in galleria, non ti ricordi il blocco?

R: Non mi ricordo, il diciannove mi pare, non so, il diciannove, il ventuno, il ventidue… Non mi ricordo.

D: Ti hanno cambiato il numero o ti hanno lasciato il numero?

R: Sempre il mio numero.

D: Quello di Mauthausen?

R: Quello di Mauthausen, sì.

D: Lì, mentre tu mangiavi il carbone, il tuo amico ti ha aiutato ancora?

R: Sì, sì. Mi ha aiutato più volte. L’unica volta veramente che mi è restato nel cuore il mio amico è quando mi hanno dato queste venticinque frustate, io non sapevo dov’ero, mi trovo sul braccio suo che mi bagnava la fronte, le labbra per farmi rinvenire. Un ricordo che non posso dimenticare.

D: Ascolta, lì a Ebensee fino a quando sei rimasto tu?

R: Sono rimasto lì un dieci giorni dopo arrivati gli americani.

D: Dov’eri tu al momento della Liberazione?

R: Nel campo.

D: Come te la ricordi la Liberazione?

R: Una cosa stupenda, veramente. Quando prima che mi morisse il mio amico ci chiamano tutti nella grande piazza e lì nella grande piazza avevano fatto un palco i tedeschi. Lì in tutte le lingue ci hanno detto: “Adesso arriveranno gli americani, vi daranno da mangiare di più”. Vedevi che tutti i prigionieri, uno che rideva, uno che piangeva, l’altro che cadeva, quell’altro che moriva, cadeva, moriva. Per la contentezza. Io ridevo dalla contentezza. Ero mezzo impazzito. La sera prima il mio amico doveva andare a lavorare e non si sentiva di andare a lavorare. Uno di Spilimberg mi pare che gli abbia detto: “Buttati giù per terra, fai finta che hai male. Se ti senti male, fai finta che hai male”. Doveva andare a fare il turno di notte. Lui si butta per terra. L’hanno portato dentro in quattro, l’hanno pestato fuori, calci nel ventre, calci nello stomaco, nella testa. Robe da non ricordare. L’hanno portato dentro, l’ho fatto mettere io nel mio castello, ero ancora io nel castello lì che aspettavo. Gli dicevo: “Alfredo, dimmi un po’ cosa hai. Cosa ti hanno fatto?”. Non rispondeva. “Alfredo, dimmi, dimmi, dimmi per favore, dimmi cosa hai”. Niente da fare. L’indomani mattina che sono arrivati gli americani hanno voluto tutti al campo nella grande piazza. Abbiamo portato fuori questo Alfredo, anche lui. L’abbiamo portato là, lui è caduto ed è morto lì. L’abbiamo portato nella baracca, io gli fregavo la testa. “Alfredo, dimmi un po’, dimmi, rispondimi. Cosa devo dire a casa se arrivo prima di te?”. Per non fargli capire che era dietro a morire. Gli fregavo la testa e lui non mi dava risposta. Mi è morto lì.

D: Dopo sono arrivati gli americani?

R: Sono arrivati gli americani e hanno dato quarantotto ore di carta bianca. Chi aveva la forza? Io non avevo la forza. C’erano certi russi che avevano la forza, cercavano i capi blocchi. Tutti erano già travestiti al pari di noi, ma c’erano quelli che li conoscevano. Vedere correre dietro a questi capi blocchi era una soddisfazione per me. Era stata una gran soddisfazione, gli correvano dietro e giù botte. Ho visto uno ammazzarlo di legnate e poi l’hanno buttato dentro nella piscina. Lui cercava di nuotare e io non avevo forza di vederlo morire. Sono andato dentro con la testa in mezzo a tutte queste gambe che volevano vederlo morire. L’ho visto che annaspava nell’acqua, ho visto che gli buttavano dentro dei sassi fin quando è rimasto dentro con un sasso sopra la testa, questo capo blocco. Ho visto uno ucciderlo con la Miska, l’affare in cui si mangiava dentro, con quella là. E’ morto quello lì sul rivale, lo hanno lasciato lì due o tre giorni prima che morisse. Sono successe certe cose che è bello raccontare, ma fa male oggi la fine com’è stata. La fine doveva essere non so come io, doveva essere guidata da qualcuno, perché quarantotto ore di carta bianca… E’ successo quello che non doveva succedere. Anche per le case andavano a Ebensee i prigionieri. Chi aveva la forza, la grande forza l’avevano i russi, non noi italiani.

D: Tu a Ebensee dopo la Liberazione sei rimasto fino a quando?

R: Sono rimasto lì dieci giorni. Quelli che mi avevano fatto portare fuori il coltello a Pordenone e il ferro dietro la schiena mi hanno preso e mi hanno detto: “Vieni, vieni con noi”. Ma non arrivavo a camminare io. Allora si sono messi d’accordo in quattro di portarmi uno di qua e uno di là con loro, si davano il cambio. Pesavo vent’otto chili. Sono andato a finire a Hanau, mi ricordo ancora, a piedi a Hanau, io e un ragioniere. Non so gli altri, sono spariti, sono rimasto io e Sergio si chiamava, un ragioniere era. Eravamo rimasti io e lui. All’inizio del paese io non arrivavo più a camminare, mi tenevo su per il muro di una casa. Sono venuti fuori gli austriaci a vedere cosa… A vedermi così hanno detto: “Qua bisogna chiamare qualcuno”. Hanno chiamato quest’infermiera di vicino a Orciano, un paese vicino a Orciano. Era infermiera italiana. Quando sono venuti fuori mi hanno detto: “Di dove sono?”. Italiani, allora hanno chiamato un’infermiera, quella di Orciano. E’ venuta vicino: “Di dove siete?”. “Di Udine”. “Oh, di Udine”. Ci ha parlato in friulano. Questa mi ha preso, non potevo camminare, perché io ho evitato la Croce Rossa Internazionale sei volte, volevano mettermi nell’ospedale. Io avevo paura più di entrare nell’ospedale che di camminare e morire per strada. La signorina mi ha detto: “Stai fermo che io non ti porto in ospedale, ti porto con due italiani che sono qui in piazza a Hanau”. Io e questo mio amico, Sergio. Ha chiamato questi due italiani, prigionieri militari. Gli ha detto: “Dovete fare un posto a questi due.” Erano titubanti ancora, hanno cercato di darci il posto in questa casa. Ci hanno fatto il letto, uno di qua e uno di là. Siamo stati lì un paio di giorni, non so quanti giorni siamo stati lì. Durante la notte avevo il tifo pitecchiale, mi grattavo, mi grattavo. Mi vergognavo a farmi vedere grattare, aspettavo che loro si addormentassero per poter grattarmi durante la notte. E giù, giù, giù a grattarmi fin quando loro si sono accorti e hanno detto a questa signorina: “Vedete, noi non possiamo tenerlo perché è così, così e così, bisogna farlo vedere ad un dottore”. L’indomani l’infermiera mi ha portato da un dottore,. Mi ha detto: “Tira giù i calzoni”. Andavano giù da soli i calzoni, avevano uno spago legato al ventre. Slegato lo spago, giù i calzoni. Quando mi ha visto, ha detto “Aaaah” il dottore, si è spaventato. Mi ha preso, mi ha messo in una vasca di cemento, mi ha messo non so cosa dentro, mi ha messo dentro fino a qua. Non so quanto tempo sono stato dentro in questa vasca. L’ho fatta per tre volte questa roba. Obbligo eh. Mi cadevano non so cosa, uscivano fuori. Facevo così alla testa, usciva una bestiolina con le gambe così. Facevo sul ventre così e uscivano le bestie, erano i pidocchi penetrati. Passata questa storia dei pidocchi, del tifo pitecchiale, arrivano gli americani in piazza. Io vado là, gli americani a vedermi in quelle condizioni cercavano di farmi mille feste. Mi avevano messo come capo della cucina e io guardavo il mangiare, ma non potevo mangiare, non arrivavo a mangiare. Stavo lì a fare il capo della cucina. Quello che rimaneva nei grandi recipienti della cucina, mi avevano dato l’ordine di farne quello che volevo. A vedere gli austriaci che venivano a domandare da mangiare, con l’odio che avevo buttavo giù tutto nel canale, facevo buttar giù tutto nel canale. Non davo niente agli austriaci. Non so se facevo bene o male, avevo un odio tremendo.

D: Ermes, ti ricordi il giorno della Liberazione che giorno era? Quando eri lì a Ebensee che sono arrivati gli americani?

R: Il 5 maggio. Mi ricordo, quello sì. Perché il 4 ci avevano chiamato nella grande piazza, può dirlo anche Tibaldi.

D: Ascolta, lì gli americani ti hanno nominato capo cuciniere.

R: Sì.

D: Dopo quando sei rientrato in Italia?

R: Sono rientrato in Italia…da lì mi hanno portato a Klausenbach, in un campo di smistamento, là erano tutti prigionieri militari, prigionieri politici e via discorrendo. Mi hanno portato là gli americani, mi hanno portato in questo campo a Klausenbach. Lì nessuno ci guardava, se avevi male, se avevi bisogno di qualcosa, nessuno c’era. Eravamo come all’arrembaggio. Siamo stati lì non so quanto tempo a Klausenbach. Ero andato al secondo piano, terzo con prigionieri militari, dormivo sopra. Un giorno siamo andati a rubare il latte nella cucina dell’infermeria. Con un alpino sono andato, un alpino mi ha preso, siccome avevo bisogno di latte, sapevo che avevo bisogno di latte. Gli domando all’alpino: “Fammi una cortesia. Prendimi un po’ di latte”. E’ andato nel grande bidone e mi ha preso una gavetta di latte. Me la sono bevuta tutta, ma durante la notte dissenteria. Infatti, avevo paura di disturbare i vicini che avevo lì, non sapevo cosa fare. Andavo giù, dovevo andare giù per le scale. Non sapevo se dovevo fare ancora uno scalino o fermarmi, fin quando ho detto: “Faccio lo scalino”. Avevo gli scarponi, avevo pieni gli scarponi perché andava giù dritta. Non sapevo cosa fare dopo. Cosa dovevo fare? Sono andato sotto nelle cantine a cercare qualcosa per potermi cambiare e lavarmi con quella forza che avevo. Nelle cantine ho trovato qualcosa. Latte lasciarlo, ho detto, non si può bere più latte qua. Da lì mi hanno portato ad Innsbruck. Si doveva fare la quarantena entrando in Italia. Mi hanno detto che se trovavo una persona che mi accompagna in Italia, io sarei andato via direttamente senza far la quarantena. Difatti ho trovato uno di Treppo, un certo De Luca Ivano. Trovo questo qua, gli dico: “Se vieni con me non fai la quarantena”. Lui “Magari” dice, e mi ha accompagnato lui. Almeno non mi avesse accompagnato. Ho fatto venti scale, nessuno poteva rientrare in Italia, era tutto interrotto. Dicevano che sul Tagliamento c’erano i fascisti che ci aspettavano, era un casino hanno detto in Italia. Sono arrivato il 16 giugno in Italia.

D: Dove sei arrivato?

R: A Udine. Siamo arrivati col treno fino a Basiliano. A Basiliano io e questo De Luca la polizia partigiana ci ha fatto smontare, perché non si poteva andare coi macchinari che avevano sopra. Ci hanno fatto smontare giù a piedi, io non potevo camminare. Ogni venti metri, ogni venticinque dovevo sedermi, perché non arrivavo. Siamo arrivati in quel paese dopo Basiliano, come si chiama… Campoformido. A Campoformido è venuto fuori un vecchietto e ci dice: “Dove andate?”. “A Udine”. “Aspettate, aspettate che vado a prendere io il mulo”. E’ andato dentro nel suo cortile, ha preso il mulo con la carretta e ci ha portati fino in Piazza Vittorio a Udine. Quando sono arrivato là, abbiamo ringraziato questo vecchietto e via a casa. A Udine, in Piazza Vittorio. L’elettricista di Tricesimo Mansutti, lo chiamo “Mansutti!”. “Chi sei tu?”. Ha cambiato vagone, non è venuto sul nostro vagone dopo, ha preso paura. Ero in condizioni che facevo proprio… Gli inglesi a Treviso mi hanno fatto smontare, levare la camicia e mi hanno ripreso con la cinepresa, mi hanno fatto delle fotografie, di qua, di là, almeno che avessi un ricordo di quelle robe. Per aver concesso loro di fare queste fotografie sulla mia personalità mi hanno regalato cioccolata e lire. Credevo che fossero dollari, gli dicevo: “Prendi, prendi tu” al mio amico Ivano. Aveva un sacco Ivano e le metteva dentro. Siamo diventati signori. Non valevano niente, robe da pazzi.