Bergamasco Elvia

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Mi chiamo Bergamasco Elvia, sono nata a Manzano nel 1927, il 18 agosto in provincia di Udine. All’età di 18 anni sono andata a lavorare in un campo di munizioni. Dopo un paio di mesi che stavo lavorando là, c’era già nella provincia di Udine la formazione di partigiani, una sera lì è venuto un signore che mia madre conosceva e ha chiesto se per piacere consegnavo una lettera a un capitano dell’aeronautica che stava lavorando in questo deposito di munizioni insieme con me.

Io lo conoscevo, ho detto di sì. Mia madre ha chiesto: Vediamo che cos’è” perché allora avevo 18 anni, e ai nostri tempi c’era molta severità. Mia madre ha letto, ha visto che era una lettera d’amore più che altro, era scritto: “Amor mio, ci troviamo alle cinque, alle sei si parte…” e tutte queste cose.

Era invece una lettera scritta in codice, l’ho scoperto dopo quando mi hanno detto che cos’era. Io sono andata al lavoro, ho consegnato queste lettere; un paio di volte l’ho fatto. Ho scoperto che c’erano i partigiani che consegnavano. Laggiù c’era questo capitano dell’aeronautica che lavorava lì e un maresciallo della Wehrmacht, un nobile di Vienna, non ricordo come si chiamasse questo maresciallo.

Queste lettere erano scritte in codice, nel momento in cui venivano trasportate nei camion delle munizioni, invece di caricare questi camion con delle bombe di cannone, si caricavano questi signori, anch’io delle volte, si caricavano munizioni piccole, bombe a mano, cartucce, queste cose.

Questi camion dovevano attraversare dei boschi, venivano trasportati in un altro deposito. Questi boschi erano quasi vicini al confine jugoslavo. Così c’era l’appuntamento. Queste lettere non so come poi venivano trasferite, fatte arrivare ai partigiani sloveni, loro scendevano, quando si trovavano tra questi boschi, lì prendevano le munizioni, si armavano.

Così abbiamo fatto un paio di volte dal mese di gennaio al mese di giugno. Un giorno i primi di giugno sono capitati con il camion delle SS e si erano spaventati un po’. Ho detto in Friulano: “Sono arrivate le cagne”, vuol dire è arrivato un macello, davano il nome alle SS. Cercavano soltanto me, erano tutti spaventati gli operai che erano lì naturalmente.

Invece sono arrivati nel capannone dove lavoravo io, sono venuti vicino a me, mi hanno chiesto se mi chiamavo Bergamasco Elvia, ho risposto di sì. Loro avevano una foto in mano. Mi hanno ordinato di seguirli. Mi hanno scortato, io lavoravo in fondo a questo campo, mi hanno scortato con un mitra davanti e uno di dietro. Mi hanno fatto salire su una specie di jeep tedesca, mi hanno portato a Cormons, una cittadina in provincia di Gorizia.

Lì ho trovato i miei compagni, chiamiamoli compagni, delle persone di una certa età che io conoscevo soltanto di vista praticamente.

Eravamo in sette/otto di noi, ci hanno messo in fila, hanno chiamato fuori il comandante. Difatti era il commissario della zona, del battaglione Garibaldi.

L’hanno chiamato fuori. L’avevano già percosso quando l’avevano arrestato. Sono andati a prelevarlo a casa durante la notte perché gli hanno detto: “Senti, sta per morire tua madre. Vai a trovarla”.

Lui è sceso dalle montagne, era su dalle parti di Castelmonte, nelle colline di Cividale. Lui è sceso a trovare sua madre, invece c’era la spia, c’erano già i nazisti e i fascisti lì ad aspettarlo.

Per salire su un camion bisognava appoggiare le mani perché il portellone non era stato tirato giù. Mentre saliva gli hanno picchiato con il manico del fucile sulle mani.

Poi lì ritornando a Cormons lui è uscito fuori quando lo hanno chiamato per nome, lì ho avuto il primo impatto con le cose che dovevano succedere.

Davanti a noi gli hanno tolto le unghie con le tenaglie. Però dalla sua bocca non è uscito un grido. S’è trasformato dal dolore, ben s’intende.

Poi finito il loro lavoro, ci hanno caricato su una corriera, ci hanno portati a Gorizia, nelle carceri di Gorizia. Nelle carceri di Gorizia siamo rimasti quaranta giorni. In una cella eravamo venticinque donne.

Si dormiva per terra. Gli animali che c’erano lì ci facevano compagnia durante la notte. Abbiamo subito cinque processi. Io fra tutte noi che eravamo sette, soltanto io non sono stata picchiata o torturata. Le altre donne le hanno anche psicologicamente tartassate anche negli interrogatori. Nell’interrogatorio non era che si continuasse a parlare come un libro aperto, perché magari quello che mi avevano chiesto il primo giorno me l’hanno richiesto il quinto giorno.

Poi abbiamo avuto la condanna a morte. Poi è intervenuto il Vescovo di Udine e una Baronessa austriaca che abitava nel paese dove abitavo io, a Manzano. L’hanno tramutata nei lavori forzati.

Poi dopo quaranta giorni, un giorno è venuta una chiamata di prepararci che si andava a lavorare in Germania. Il nostro trasporto è un po’ anomalo anche perché veniva dall’Ungheria, avevano caricato sloveni, ungheresi, tutta la gente dell’est, ragazzi, donne, bambini.

Ma hanno bombardato, stavano bombardando in Ungheria, il nostro treno lo hanno dirottato verso Trieste, così hanno fatto i carichi prima a San Sabba, poi a Gorizia, poi alla volta di Udine. Poi siamo partiti alla volta di Tarvisio. Siamo partiti.

D: Eravate in tanti sul tuo Transport?

R: Sì. Quando ci hanno fatto salire sui carri bestiame, ci siamo guardate in giro. Eravamo tutte in piedi, ammucchiate. Quando abbiamo avuto il tempo di contarci eravamo in centoventi donne. Ce n’erano anche che venivano da Trieste sul nostro carro bestiame.

C’erano delle donne, ragazze anche, che le avevano torturate a San Sabba. Abbiamo chiesto loro cosa avevano fatto. Loro ci hanno raccontato che avevano messo loro l’elettricità nei capezzoli e nel di dietro e poi delle torture psicologiche.

Abbiamo viaggiato dodici giorni. Su questo carro bestiame c’era un po’ di paglia e due mastelli. Uno pieno di acqua e uno per i servizi igienici.

Potete immaginare, dodici giorni di viaggio senza mai aprire. Gli odori, le cose che erano lì. Il mese di agosto. L’acqua si spartiva un po’ per ciascuno, pianino.

Il mastello si svuotava soltanto durante la notte, quando il treno si fermava. Il nostro viaggio è stato lungo dodici giorni perché? Perché durante la notte fermavano la tradotta. Caricavano e scaricavano carne umana, delle persone.

Io penso che si siano fermati negli altri campi, a Mauthausen, a Buchenwald, Dachau, negli altri sottocampi. Si sentiva nel treno quando attaccavano e quando staccavano gli spintoni.

Finalmente dopo dodici giorni siamo arrivati dove si doveva arrivare. Mi ricordo una cosa. La stazione che ho visto, era scritto in una lingua che non capivo, ora lo so che si chiama Oswiecim, siamo scesi allo scalo merci. E’ stato il nostro l’ultimo trasporto che è sceso a Oswiecim.

Dopo dodici giorni si sono aperti questi vagoni. Ci hanno investito con un gran fascio di luce. Si sono sentite molte urla in lingue che non si capivano e un grande abbaiare di cani.

Gridavano: “Schnell, Los, Los, Los”. Abbiamo capito che si parlava polacco e tedesco. Poi altre lingue forse. Gridavano di scendere in fretta, in fretta, di scendere in fretta. Lì siamo scese, ci siamo girate, ma quante persone sono rimaste su quei carri, non si sa il numero.

So che eravamo una marea di gente. Il treno era talmente lungo tra bambini, donne, anziani, uomini; chi gridava, chi cercava la madre, chi cercava il figlio, la moglie, “Dov’è mia moglie…” Però con le urla dei nazisti s’è fatto tutto un silenzio, questo abbaiare di cani anche.

Poi hanno cominciato con l’ordine secco di metterci in fila per cinque. Poi mentre si passava dicevano: “Questo sì, questo no”. In più l’hanno detto nelle lingue in modo da farci capire che chi era stanco, non poteva camminare o era anziano, poteva salire su quei camion che erano a disposizione lì.

Molta gente che era stanca ha detto, vado col camion, faccio più presto. “Ma è qui vicino”, dicevano. Poi hanno cominciato a fare due file, una a destra e una a sinistra. A sinistra venivano gli anziani, i bambini che venivano strappati dalle braccia delle madri. Dovevano andare con la fila degli anziani o con quelli che non stavano bene.

Poi ci siamo incolonnati e a piedi ci siamo camminati. Non potrei dire quanto tempo abbiamo camminato perché io non sapevo quanti chilometri… Siamo arrivati davanti ad un cancello con la famosa scritta: “Arbeit Macht Frei, “Il lavoro rende liberi”.

Ci hanno detto che eravamo arrivati ad Auschwitz, nelle lingue, ognuno ha capito che eravamo ad Auschwitz. Eravamo stanchi, sfiniti, senza valigie, senza niente. In più ci scortavano lo stesso. C’è sembrato un po’ strano.

So di essere arrivata ad Auschwitz e di essere entrata in un gran capannone, lungo, fatto in mattoni. Lì dopo che erano entrate tutte le donne separate dagli uomini senz’altro, ci hanno dato l’ordine di spogliarci immediatamente.

Io non lo so, oggi come oggi di spogliarsi davanti a una bambina, a una ragazzina, una nonna, una madre, non lo so se riesce a capire la gente che cos’era a quel tempo. Poi qualcuna ha tenuto le mutandine, le sono state strappate in un modo talmente violento, cattivo. E’ difficile spiegare, dire che senso era.

Poi sempre in fila per cinque, nude, ci hanno fatto la prima cosa, ci hanno fatto un numero al braccio sinistro, il tatuaggio. Il mio numero al braccio sinistro è 88653. Poi sempre in fila per cinque, non era uno solo, erano in tanti, tante persone che facevano il numero, si andava in fila, poi si passava in un’altra stanza. C’era una vasca, si doveva mettere i piedi dentro.

C’era un’acqua bianca. In quest’acqua io credo c’era un disinfettante, un odore, come quello con cui si disinfettava una volta gli animali, la creolina si chiamava. Non so se si chiama anche adesso così.

Poi siamo passate alla doccia finalmente. Abbiamo detto: “Finalmente ci laviamo dopo dodici giorni”. C’e’ stata anche la rasatura. Ritorno indietro. Dopo il numero ci hanno fatto salire su degli sgabelli in fila, c’era una fila di sgabelli, anche lì una cosa realmente brutta è stata per noi.

Perché quando ci hanno detto di toglierci il vestito, di piegarlo, di metterlo bene, di toglierci gli ori, gli orecchini, le collane, quello che si aveva e di appoggiarlo lì perché ce lo avrebbero dato dopo, dopo aver fatto le docce, tutto.

Loro ci hanno fatto salire su questo sgabello, ci hanno guardato anche nei posti che non andava bene per vedere se si era nascosto qualche gioiello. E’ stato il primo impatto della vista schifosa della mia vita, chiamiamola così, è una brutta parola dire schifosa, ma era oltre lo schifoso questa cosa.

Poi ci hanno rasate dappertutto, ci hanno fatto alzare le mani, gambe al largo, ci hanno rasato i capelli e per tutto il corpo. Poi finalmente ci hanno portato alle docce.

Alle docce abbiamo detto, “Finalmente ci rinfreschiamo, ci laviamo”. Cos’è successo? Che ci hanno aperto l’acqua bollente, poi tutto in un momento, quando eravamo sotto che si gridava hanno aperto quella ghiacciata.

Poi tutto finito. Siamo uscite fuori nude com’eravamo. Intanto sono passate le ore, è venuta mattina, ci hanno consegnato il vestito, ci hanno dato il vestito zebrato.

Poi ci hanno incolonnate. Ci hanno dato la targhetta, da attaccare il numero sul vestito, il numero del braccio sul vestito ci hanno fatto mettere.

Poi inquadrate per cinque, ci siamo incolonnate, siamo partite alla volta di Birkenau.

D: Scusa, Elvia, con l’immatricolazione oltre al numero ti hanno dato qualche altra cosa?

R: No, no.

D: Vi hanno dato per caso anche un triangolo?

R: Ah, sì, il numero, si capisce, da mettere sul vestito e il triangolo rosso con la I e D. Voleva dire italiano, il triangolo rosso era segno di politico, che ero una deportata politica.

D: Parlavi di vestito. Oltre alla zebrata vi hanno dato biancheria intima?

R: No, solo il vestito e basta, senza biancheria. Niente, né mutandine, né camicia. Ci hanno dato le scarpe. Chiamiamole scarpe. Ci hanno dato gli zoccoli olandesi, quelli in legno, sopra e sotto tutti in legno. Di lì ci siamo incolonnate e siamo partite a piedi verso il campo di sterminio di Birkenau. Si trova a quattro/cinque chilometri di distanza da Auschwitz.

Siamo arrivate là. Era intanto mattina presto. Ci hanno messo in fila, ci hanno assegnato le baracche, ma non siamo entrate subito. E’ giunta l’ora di pranzo.

Ci hanno dato una qualità di minestra bianca, era come un gries, una cosa così. Ci hanno consegnato la Miska, la famosa Miska, la scodella. Non era nuova, era color mattone, erano in smalto, però erano vecchie, già tutte ammaccate.

Noi abbiamo detto: “In queste cose dobbiamo mangiare?” Eravamo un po’ schifate. Delle persone che erano lì già da un po’ di mesi, italiane anche, ci hanno detto: “Pregate Iddio che le avete voi, noi ce la siamo dovuta procurare”. Hanno risposto così passando: “Vi accorgerete presto quello che c’è”.

Ci hanno dato in queste scodelle, questo gries bianco l’ordine, in tutte le lingue l’hanno detto, che dobbiamo berlo, hanno gridato molto forte, di berlo senza mai lamentarci e tutto in un fiato, che se lo rifiutavamo, dovevamo pentirci molto, rimpiangerlo.

Infatti è stato proprio così, l’abbiamo rimpianto quel gries famoso, era un dolciastro schifoso, era cattivo da mandar giù. Poi s’è scoperto cos’era col tempo.

D: Che cos’era Elvia? Che cos’era?

R: Nel gries c’era bromuro. Il bromuro a cosa serve? A non far venire le mestruazioni alle donne. A quel punto, dalla rasatura al numero e avendo tolto anche questo, hanno tolto proprio la femminilità completamente a una donna.

Io dico sempre che la donna è stata molto più umiliata dell’uomo. Nel senso che… Io non so se era soltanto a Birkenau, le cose che sono successe a Birkenau in sei mesi, se ne sono viste moltissime.

D: Dopo ti hanno messo in baracca?

R: No, siamo state tutto il giorno in piedi fuori per cinque. Eravamo giovani, ragazze donne giovani, quarant’anni, cinquant’anni la più anziana del nostro gruppo.

Siamo state tutto il giorno. Verso le sei alla sera ci hanno fatto entrare in baracca. Le baracche sono fatte in mattone. Dentro nel muro delle baracche sono fatti i castelli. I castelli, non i letti che si vedono a castello, erano fatti di semimuratura anche quelli, con delle assi, a tre piani ben s’intende. Si doveva stare in otto per ogni piano.

Quando si girava una, si dovevano girare tutte le altre. Non si dovevano mai tenere fuori i piedi. L’ordine era che si dovevano avere i piedi interni nel posto da dormire.

Io ero al secondo piano, le nobili, le laureate le mettevano nel sotto, nella terra nuda a dormire. Per quello erano a tre piani, perché mettevano anche sulla terra nuda. Forse per farle umiliare ancora di più.

Quando si girava una, si dovevano girare tutte. Noi avevamo anche una ragazza incinta tra le nostre otto. Non si poteva stare nemmeno sedute, si doveva stare sempre distese o scendere giù. Erano talmente basse, c’era come un buco da infilarsi, nient’altro. Poi abbiamo scoperto che la sveglia era alle quattro la mattina, poi si usciva. Grida in polacco, in tedesco “Schnell, schnell, schnell”…

Si doveva in fretta e furia scendere da questi letti. Poi abbiamo fatto la scoperta del famoso Gummi. Il Gummi che cos’era? C’era un tubo di gomma con un filo dentro in rame e questo lo facevano girare tutto il santo giorno.

Siamo uscite fuori per cinque allappello, alla distanza delle braccia allungate una dall’altra si doveva stare. Lì siamo state dalle quattro di mattina, ci si alzava alle quattro.

Poi ci hanno portato ai famosi bagni, chiamiamoli bagni. Era una baracca con settantadue buche doppie. Si facevano i bisogni schiena con schiena. Fare in fretta, tutta la baracca doveva fare in fretta perché subentrava l’altra.

Col tempo, coi mesi che sono passati, dovete pensare che la dissenteria era facile e non si aveva il tempo per lavarsi. Non c’era l’acqua perché a Birkenau, se Birkenau è come adesso, era tutta una palude.

Queste strade, questi fossi sono stati fatti da noi prigioniere stesse, non solo io, centinaia e migliaia. Dico tante volte mentre penso ai ricordi, se ci fosse stato un elicottero a sorvolare, quando eravamo tutte all’appello, tutte rasate, con questo vestito zebrato, io non lo so quello che veniva, queste teste rapate di tutte le età. Una cosa…

Io a Birkenau non ho mai visto i bambini. Li ho incontrati solo una volta. Per tre giorni hanno fatto nella fila… Io non lo so. E’ stata una scelta proprio di questi bimbi che hanno portato lì. Nella nostra fila delle baracche c’era una distanza che vi si faceva anche l’appello.

Hanno fatto un serraglio con una rete. Hanno messo un trenta e più bambini, non lo so, praticamente. Però sapevano che questi bimbi erano figli di queste donne che erano in quella baracca.

Hanno detto alle madri, fatto capire che questi bimbi sarebbero stati trasportati a Cracovia, abbiamo scoperto di essere in Polonia, che li avrebbero portati a Cracovia dove sarebbero stati molto bene.

Queste madri… Ritorniamo indietro, il pranzo. Parliamo del mangiare. Di mattina ci davano un caffè, chiamiamolo caffè nero, da bere. A Birkenau era proibito bere l’acqua, assolutamente, perché veniva fuori l’acqua color marrone essendo una palude. Era proibito bere l’acqua.

La mattina ci davano un mestolo di questo caffè. A mezzogiorno ci davano un mestolo di rape grattugiate e bollite non so con quale acqua. Nemmeno le lavavano. Dopo col tempo abbiamo detto, la terra e la sabbia che si trovavano sotto erano la vitamina B, abbiamo detto fra noi.

La sera ci davano un altro mestolo di minestra. In più ci davano il pane. C’era un pezzo di pane. Loro lo chiamavano la strunza. Questo serviva per dodici persone. Veniva segnato con un dito mignolo, si facevano i piccoli segnetti, poi si tagliava a pezzettini.

Serviva per dodici persone, si segnava col dito mignolo, si facevano dei segnetti, poi si tagliava. Loro portavano il tavolino fuori le Kapò. Questo non ho detto. Cosa abbiamo trovato lì.

In questa baracca non so quante eravamo, non ci siamo contate, ma penso che eravamo in quante… Abbiamo fatto i conti tempo fa, eravamo quasi in quattromila. Hanno fatto i conti i ragazzi tempo fa quando eravamo ad Auschwitz calcolando in quante eravamo.

Avevamo le Kapò, le comandanti. Le Kapò erano tutte donne polacche. Erano delle persone della feccia più cattiva che poteva esistere in Polonia. Gli uomini uguali, i polacchi.

Non sentirete mai un deportato parlare bene dei Kapò, delle donne e degli uomini polacchi. Quelli che erano dentro come Kapò. Dovete pensare che la nostra comandante, la nostra Kapò aveva ucciso il marito e i due figli a coltellate.

D: Scusa Elvia, a proposito di figli, prima stavi parlando del recinto dei bambini.

R: Sì, giusto, scusa. Ritorniamo. Hanno portato i bambini in questo recinto. Hanno fatto capire alle madri che li hanno scelti realmente perché le madri ogni sera non mangiavano il loro pane. Il terzo giorno hanno detto che all’indomani i bambini partivano verso Cracovia.

Sono sgusciate fuori queste madri come dei serpenti, come delle bisce. La sera non si poteva uscire dalle baracche, era proibito. Loro sono scivolate fuori. Hanno consegnato a ogni bambino un pacchettino col pane che non avevano mangiato. Se questi bambini vanno là, così hanno per qualche giorno un pezzettino di pane in più.

All’indomani, il quarto giorno, la mattina presto… La mia baracca era nella terza fila delle baracche, la terza baracca. Sono venuti tutti tirati a lucido i capi delle SS, in nazisti, il comandante a capo del campo. Tutti sorridenti, tutti tirati a lucido, dei visi cattivi, quella mattina andando fuori all’appello non abbiamo trovato i bambini.

Si sapeva che erano partiti per Cracovia. Allora arrivano lì a fare la conta nella nostra fila, non c’entrava di venire nella nostra fila a far la conta, sono venuti lì realmente. Allora le madri hanno chiesto con l’interprete.

Hanno detto: “Madri, ricordatevi che i vostri bambini stanno bene, sono usciti per i camini”. Io non ho visto una lacrima sui volti di quelle donne, però ho visto i loro volti trasformati. Ho visto il dolore, realmente cosa vuol dire il volto di una persona che ha un dolore enorme.

Erano contraffatti. Hanno cambiato sembianze. E’ difficile capire, si sono scurite, gli occhi… E’ difficile spiegare come sono diventati i volti di queste donne. Non so se sono tornate o se sono rimaste lassù a Birkenau.

Raccontare quello che succedeva a Birkenau… Io purtroppo ho avuto la sfortuna di essermi ammalata due volte. Una volta mi sono ammalata, la seconda volta sono stata scelta. A Birkenau c’era il dottor Mengele, non solo lui, tutta l’equipe insieme, però lui era il capo di tutti, Mengele

La domenica dovete pensare che ci facevano spogliare nude con la scusa che portavano il vestito alla disinfezione e ci facevano passeggiare per cinque tutta la lunghezza del nostro percorso che avevamo da una baracca all’altra, nude tutto il giorno perché portavano alla disinfezione. Non so se è vero.

C’era il tavolino in fondo alla strada, c’era Mengele e tutti gli altri. Si marciava davanti a lui. Diceva: “Questa, questa, questa no, questa sì”.

Purtroppo un giorno sono stata scelta anch’io con l’ordine di darmi il vestito e di trasportarmi al campo B. Io ero al campo A appena all’entrata di Birkenau, c’è il campo A, poi c’è il campo B.

Sono andata al campo B. Al campo B c’era il blocco delle Krezze chiamato. Era il blocco delle malattie infettive. Era il blocco dove Mengele faceva i suoi esperimenti.

Lì io ho visto con i miei occhi le donne su cui lui ha fatto gli esperimenti. Col gran dolore, tutte le cose che lui faceva non le faceva con l’anestesia, assolutamente. Così queste donne erano anche impazzite, camminavano in giro su se stesse, nude completamente, facevano il giro.

Dentro nel campo B c’era un altro campo con una grande muraglia e un gran cancello in legno. Mi ricorderò sempre questo cancello enorme, non si doveva sentire né vedere niente.

Lì mi hanno fatto entrare in un’infermeria, chiamiamola così, Revier. In questo Revier mi hanno fatto spogliare, mi hanno dato su con un pennello delle qualità di colore. Uno verde, una pomata bianca col pennello che bruciava da morire.

Sono stata quattordici giorni, ogni giorno cambiavano colore e bruciava da morire. Stando lì questi quattordici giorni ho visto le donne, di cui altre compagne lì mie parlavano e raccontavano. Io chiedevo cos’è successo a quelle donne? Io ho visto delle donne bruciate davanti alla pancia e alla schiena.

Mi hanno detto che erano le donne che mettevano incinte, poi lui le faceva abortire con una piastra. Metteva una piastra davanti e una di dietro, poi attaccava l’elettricità, non lo so a quanti volt, so che queste donne erano bruciate. Per il gran dolore, le ho viste nude che giravano in giro per questo piccolo campo.

Poi ho visto le donne con gli sfregi nelle gambe, nei piedi, in altri posti, nel viso. Lì penso che sia stata… Io la lebbra non l’avevo mai sentita nemmeno nominare, ma credo che lì dentro ci sia stata anche quella.

Quando portavano da mangiare a mezzogiorno soltanto, portavano una volta al giorno, quel mastello non veniva portato, veniva gettato dentro e queste povere donne si buttavano sul mastello come degli animali.

Infatti eravamo diventati degli animali. Si buttavano, si picchiavano l’un l’altra. Con questa gamella che avevano, Miska, si davano giù per la testa, così si vedeva magari saltare un pezzo di naso, un orecchio, perché erano talmente piene di croste dappertutto per il corpo, perché avevano fatto degli esperimenti, delle cose che le avevano infettate tutte.

Lì sono stata quattordici giorni. Poi si vede che non hanno fatto effetto su di me, mi ha rispedita al campo A. Prima di uscire da questo grande cancello mi hanno detto in italiano di non raccontare mai a nessuno quello che avevo visto e sentito lì dentro.

Poi mi hanno accompagnata alla mia baracca. La mia Kapò quando sono arrivata quasi non mi voleva più. Invece si sono parlate con quella che mi ha scortata e ha detto che si vede che non avevo preso malattie infettive assolutamente, perché noi a Birkenau abbiamo fatto gli anticorpi grandi come il mondo.

Poi mi sono riammalata un’altra volta, credo che mi sia venuta la bronchite. Avevo un febbrone talmente alto. Io mi ricordo di essermi alzata, di essere andata fuori all’appello in fila e poi di aver gridato molto forte e di essere caduta.

Sono stata quattro giorni al Revier, mi hanno dato delle pastiglie. Sono rientrata dopo quattro giorni la sera dopo l’appello. Entrando nella baracca si doveva passare davanti alla Kapò.

Io ho fatto l’inchino perché bisognava inchinarsi e rispettarla questa Kapò. Non avevo fatto in tempo ad inchinarmi che mi ha dato, aveva un randello in mano come una mazza da baseball, mi ha dato tre randellate per la schiena che io non ho avuto il tempo di gridare. Hanno gridato le mie compagne che mi hanno sentito.

Il lavoro a Birkenau in cosa consisteva. Come ho detto prima, la sveglia alle quattro. Alle sei si partiva per il lavoro. Il lavoro. Veniva consegnato a chi il badile… C’era una carriola. Su questa carriola c’era il badile, il piccone e poi nel posto dove ci hanno accompagnato abbiamo trovato anche il rullo, quello con cui si batte la terra, la strada.

Questo a turno, quelle che facevano il fosso, questo fango che si faceva mentre l’acqua scolava, in questi fossi il fango che si toglieva con il badile si buttava per fare la strada. Poi col rullo passavano sopra.

Dieci spingevano e cinque tiravano. Lì si doveva tirare, per forza perché il Gummi volava a tutta forza sulle schiene. Quando c’era il turno invece dei nazisti, allora loro avevano un altro tipo di frusta. Avevano il frustino. C’era un manico in cuoio lungo, poi c’era un mucchio di cordoni in cuoio e loro quando passavano così senza dire niente davano giù. Non andava quella persona, le davano giù una frustata.

Poi le punizioni. Abbiamo subito noi delle punizioni che non avevano niente a che fare, che siano state comandate dai nazisti. Erano le Kapò stesse che ci facevano delle punizioni, loro proprio non c’entravano niente.

A Birkenau essendo una palude c’era il fango, quegli zoccoli famosi di cui ho detto prima ci sono durati tre giorni. Il quarto giorno sono rimasti lassù. Mi è venuto il turno di andare a prendere il caffè di mattina, sono andata. Mentre sono ritornata dalle cucine a prendere il caffè, lo zoccolo è rimasto là, si è aperto e poi ho camminato sempre scalza.

Lì a Birkenau ci facevano accovacciare con due mattoni o un pezzo di pietra con le mani alzate su così, oppure nel braccio ci facevano rotolare nel fango. Non c’era il posto per lavarsi. A Birkenau non abbiamo mai fatto una doccia, mai, non ci siamo mai lavate in nessun posto.

Forse l’acqua era proibita, noi abbiamo bevuto più di qualche volta essendo il mese di agosto/settembre. Bevuto anche quell’acqua che era nei fossi, non si badava a tante sottigliezze. La Nerina ha detto che lei non ha mai bevuto.

Io invece, noi con la mano si prendeva su. Si diceva una preghiera. Ai miei tempi si diceva: “Beve il serpente, beve Iddio, che berrò anch’io”. Si dicevano queste parole e si beveva l’acqua.

Purtroppo qualcuno ci ha chiesto quando si va nelle scuole se si pregava là. Io ho detto che abbiamo imparato le preghiere più belle che non esistono in nessun vocabolario. In meno di otto giorni abbiamo imparato le più belle che possono esistere su questa terra, tutto al contrario.

Queste funzionavano. Non so perché scattavano. Se una mia compagna mi toccava che cosa si diceva… Queste preghiere venivano a sfilza, una dietro l’altra e in tutte le lingue, queste parole si capivano in tutte le lingue, italiano, tedesco, ci sono centoventun lingue, però quelle lì si capivano in tutte le lingue.

Cosa devo dire? Birkenau cos’era? A Birkenau ci avevano tolto la parola. Il ricordo di Birkenau è come una nebbia. La nebbia a Birkenau si toccava con le mani, se la prendevi in mano la sentivi. Dovete pensare che a Birkenau c’erano dodici forni crematori, erano ventiquattro bocche, ne cremavano ventiduemila al giorno. Funzionavamo ventiquattro ore al giorno.

A Birkenau avendo fatto sei mesi, essendo al campo A, si vedevano tutti gli arrivi di quei carri bestiame che arrivavano di carne umana.

Si sentivano le grida, le urla ogni giorno e ogni notte. Durante il giorno scaricavano nella parte dove c’erano le baracche dei cavalli. A Birkenau avevano fatto i binari ed entravano direttamente fino vicino ai forni crematori. Di notte scaricavano dalla parte dove erano le nostre baracche.

Durante la notte si sentivano i pianti, le urla, le grida, chiamare mamma, chiamare la sposa. Quello che era successo a noi, così succedeva o di giorno, o di notte, arrivavano a tutte le ore questi treni.

A Birkenau c’erano più campi. C’era il campo A, il campo B, poi c’era la casa rossa, chiamata così. Che cos’era la casa rossa: Canada in principio serviva come primi esperimenti per le camere a gas. Poi hanno fatto i forni, le camere ingrandite servivano per deposito, dove venivano depositati tutti i vestiti e gli ori, la selezione.

In più c’era il parcheggio il Canada. C’è ancora un boschetto di betulle, venivano parcheggiati quelli che non riuscivano a portarli a forni crematori.

Quelli servivano per quando bombardavano, i treni non arrivavano. Allora andavano a prendere quelli, li chiamavano e venivano eliminati quelli che erano lì in attesa in questo boschetto, seduti lì aspettavano due o tre giorni.

Oppure durante la notte succedeva quando non avevano al parcheggio più nessuno, c’erano degli ebrei purtroppo, delle donne, loro sapevano che dovevano andare là ai forni, era il modo che chiamavano, perché dicendo io non dice quasi niente.

Chiamavano durante la notte: “Le Jude, le Jude”. Loro sapevano, si alzavano, toglievano il vestito, andavano davanti alla Kapò sulla porta della baracca, glielo consegnavano piegato, loro nude queste donne si mettevano in fila e andavano su al campo B dove c’erano i forni.

Loro sapevano di andare. Un’altra cosa. Siccome era tolta la parola, era tolto un po’ tutto, completamente la femminilità, non esistevi e basta, infatti in sei mesi si riesce a diventare come volevano loro. Si camminava, si sentivano gli ordini, secchi, imperiosi come si sentivano e si andava avanti.

Forse un animale si rivolta, invece ci hanno fatto diventare realmente… Forse era la vita stessa che lottava da sola, forse il tuo cervello o che non funzionava più, non lo so quello che ci avevano tolto, anche quello.

Si andava avanti come dei robot realmente. Il robot va con il clic, noi con le loro urla. Si andava avanti al lavoro, si ascoltava, ci si guardava in giro. Andando, facendo questi lavori di scavo, di fossi, è capitato che io sono andata tra la fine del campo A al campo B, adesso non c’è più lì a Birkenau, c’era più bosco.

Abbiamo visto le pire chiamate, le cataste delle donne morte, perché non riuscivano i forni a smaltirle, allora quelle che erano morte lì, le mettevano, ma le mettevano a regola d’arte una sopra l’altra. Questa catasta era ben fatta. Poi davano fuoco.

Noi abbiamo detto: “Oddio, ecco perché nevica a Birkenau fuori stagione”. Ci sono tante cose…

D: Quanto tempo sei rimasta tu a Birkenau?

R: Sei mesi. Dopo sei mesi nel mese di dicembre è venuto un gruppo d’ingegneri tedeschi a chiedere dei pezzi. Mi occorrono cinquemila pezzi.

Allora un giorno di mattina ci hanno fatto spogliare nude cinquemila donne, è stata fatta una selezione, ci hanno selezionate, ci hanno messo su una scalinata e ci hanno lasciato tutto il giorno lì. Era il mese di dicembre.

Noi siamo partite il 2 gennaio. Il 31 dicembre ci hanno messo su questa scalinata, siamo state tutto il giorno. Mi ricordo che c’era un termometro in fondo sul muro dell’entrata di Birkenau, grande era, rosso, mi ricordo di questo, che segnava dai 20 gradi in su, poi non si riusciva a vedere, sotto zero, eravamo già agli ultimi di dicembre.

Quando siamo scese la sera alle sei, quando ci siamo girate ne abbiamo lasciate molte là. Poi ci hanno dato il vestito, fatto rientrare in baracca. Credo che sia stata la minestra più buona, più calda che io abbia mangiato in un anno di campo di sterminio quella sera.

Abbiamo detto: “Siamo ancora vive”, abbiamo sentito il caldo della Miska. Una cosa, il dottor Mengele di domenica… Noi abbiamo calcolato che c’era la domenica, perché ogni quei tanti giorni, li abbiamo contati, si contava sette giorni e il settimo si riposava, si diceva, perché ci facevano spogliare e camminare nude.

Era il fatto che si doveva passare davanti al dottor Mengele, era il modo in cui lui ti toccava. Poi sceglieva lui le donne. A me purtroppo mi hanno tolto non solo la donna, il mio io, il mio essere, mi hanno tolto tutto, il modo con cui toccava.

Dovete pensare che quando si andava nel suo ambulatorio, era enorme. Quando ti metteva là, prendeva una ragazzina che non sapeva cosa vuol dire nemmeno il ginecologo, quelle cose lì, ti metteva là, lui si sedeva davanti e guardava. Io penso che, porca miseria, a me sembra che le donne siano fatte tutte uguali più o meno. Non so che cosa guardava.

Prendeva una ragazzina di quindici anni per vedere la differenza, la grandezza forse di quella di quindici e di quella di venti. Poi un’altra cosa schifosa anche. Quando eravamo nude, non sempre, ogni quel tanto tempo, io non so cosa gli serviva, la temperatura corporea. Ci facevano piegare nude, c’erano le donne addette e c’infilavano di dietro un termometro. Non il termometro con cui si misura la febbre, era molto più grande.

Avevano un modo per infilarlo, zum zum. Lo toglievano ad una e lo infilavano all’altra e via così. Queste erano le cose schifose, brutte che è difficile far capire alla gente raccontando queste cose.

Non solo io, tutta la baracca, tutte le donne che erano lì di tutte le età. Un altro fatto a Birkenau. Un giorno è venuto lì Mengele e ha scelto una ragazzina di Gorizia, si chiamava Gabriella, mentre eravamo in fila, non eravamo nude, eravamo vestite, è venuto lì, ha guardato in giro, questa no, questa no, ha scelto questa ragazza.

Era insieme a sua zia. La zia ha detto: “No, no, non lei”, gridava questa donna perché avevamo scoperto che a Birkenau c’era la casa delle bambole. Si sapeva che sceglievano le ragazzine vergini di quindici, sedici anni e le portavano in questa baracca che serviva per i loro piaceri.

Ha preso tante di quelle botte quella donna, tante di quelle botte quel giorno. L’hanno portata via la mattina, è ritornata alla sera. Siamo andate vicino a chiederle, pianino, non si poteva parlare durante la notte. “Cosa ti è successo? Cosa ti hanno fatto?” Lei tutta vergognosa ha detto: “Mi hanno fatto un’iniezione là”. Puoi immaginare a quei tempi, una ragazzina di quindici/sedici anni.

Poi finito così. Soltanto che noi con i mesi che passavano si dimagriva, si diventava così. C’erano tre ragazze, una di Firenze, si chiamava Wanda, una di Venezia, poi un’altra milanese anche. Loro dicevano, perché si era, non credo ormai disperate, non si ragionava, non penso alla disperazione, chi era disperata andava nel filo spinato.

Invece noi eravamo ridotte che non eravamo nemmeno disperate, eravamo lì e basta. E’ un po’ difficile spiegare come ci si sentiva, pensando anche adesso, una nullità realmente, completa, noi eravamo una nullità anche dentro di noi.

Queste che avevano un venticinque e più anni, anche trenta credo quella di Venezia, andavano fuori quando erano nude, ragazze, “Cosa vi disperate, siamo ritornate delle ragazzine”, dicevano.

Soltanto questa Gabriella abbiamo scoperto che i suoi seni, i nostri invece erano spariti, i suoi si arrotondavano. Poi è stata scelta anche lei tra le cinquemila, dopo l’esperimento ci hanno detto che dovevamo partire per un altro trasporto, per un altro posto di lavoro.

A questi ingegneri occorrevano cinquemila pezzi. Noi eravamo diventati dei pezzi, non eravamo più né dei numeri, né delle persone. Eravamo dei pezzi e basta. Siamo il 2 gennaio, siamo partiti alla volta di Buchenwald.

Anche lì abbiamo fatto un po’ a piedi fra i boschi della Polonia finché abbiamo trovato un binario morto dove c’era il carro bestiame, ci hanno fatto salire su questi carri bestiame e siamo partiti verso la Germania, chiamiamola così.

Dopo sei giorni abbiamo incontrato una stazione che si chiamava Dresda. Abbiamo detto, allora siamo in Germania. Poi siamo finalmente arrivati… Poichè bombardavano hanno deviato un po’ i treni. Siamo arrivati a Buchenwald. Veramente siamo arrivate a Weimar, nella stazione di Weimar, nello scalo merci di Weimar, passando col treno abbiamo letto Weimar.

Ci hanno fatto scendere allo scalo merci di Weimar, ci hanno incolonnate per cinque. Lì mi hanno dato un paio di zoccoli da infilare finalmente, zoccoli che erano chiusi, non aperti e mi hanno dato quelli più piccoli. Mi hanno fatto infilare col tedesco vicino, nazista, che dovevo infilare questi zoccoli.

Infatti ho messo dentro i piedi. Se io non avessi avuto due mie compagne che mi hanno trascinata su, perché andando a Buchenwald c’era una salita, adesso c’è la strada asfaltata, ma quella volta non c’era la strada asfaltata. Quelle che non riuscivano a fare la salita, c’era il fosso, un colpo di pistola e finito.

Così non so in quante siamo arrivate lassù a Buchenwald. Io so soltanto di essere entrata una volta sola per il cancello normale di Buchenwald e di aver trovato un albero, di averlo abbracciato che è ancora là secco nel mezzo.

Ho detto: “Oddio”, quando sono ritornata dopo un dieci/dodici anni, ho trovato il mio albero. “Che tuo albero?” diceva la gente che era insieme a me.

Ci hanno portato in fondo a Buchenwald. Lì l’indomani siamo andati, la sveglia sempre la solita, sempre i soliti Kapò, sempre le solite Stubowe,Blockowe. Sempre la sveglia alle quattro. Dopo due giorni ci hanno detto che eravamo pronte per andare a un altro lavoro.

Siamo uscite, fatta la scelta, ci siamo trovate… Perché sulla scalinata a Birkenau quando siamo scese non eravamo più in cinquemila, però alla partenza ci siamo trovate sempre in cinquemila. A Buchenwald però non so in quante siamo arrivate. Siamo morte un po’ camminando, un po’ sulla salita.

Ci siamo alzate. Hanno fatto i comandi, unite tante persone scelte. Poi ci hanno portato, fatto scendere in un sentiero da Buchenwald giù a basso, ci hanno fatto salire su un camion, ci hanno portato… Non so quanta strada, quanti chilometri distante. Mi ricordo di essere arrivata in questo posto che c’era una gran scalinata dove si scendeva, poi c’era la galleria.

Un ricordo che non dimenticherò mai. Eravamo nella galleria a Dora dove facevano la V2. Dice qualcuno che non hanno visto le donne, però ci sono dei signori invece che ci vedevano ogni giorno entrare.

Io mi ricordo a Dora che nell’entrata della nostra galleria davanti c’era una grande bomba, enorme, a noi sembrava enorme enorme, era grande, immensa, nera con una fascia rossa sotto.

Ci hanno fatte entrare in questa galleria, noi donne eravamo addette alle cariche. Si lavorava negli esplosivi, nel tritolo, balestrite, tutte queste cose. C’era come una specie di mulino, veniva macinata e mischiata la miscela di esplosivi.

C’era una qualità che bruciava anche le mani. Eravamo diventate tutte gialle. Ci facevano delle iniezioni ai seni. Si era lì nude completamente, loro passavano, avevano talmente ormai la praticità, passavano di corsa a fare queste iniezioni. Non so in cosa consistevano, per il fatto che eravamo diventate gialle forse.

Non era cambiato. Era cambiato qualcosa per noi che a Buchenwald abbiamo ricominciato a riprendere la vita, a cercare di sopravvivere Lì si capiva che si doveva lottare per sopravvivere. Poiché la domenica gli ingegneri non lavoravano, abbiamo riscoperto la domenica, si rimaneva in baracca.

Si poteva parlare. Quante cose ci siamo raccontate, quante ricette abbiamo scritto solo col cervello. Io quando vado a casa faccio così, quando vado io, allora eravamo di tutte le nazioni e di tutte le regioni del nord: Milano, Torino, ognuna aveva le sue ricette.

Lì ci si scambiava solo idealmente, solo si parlava. Forse questo ci ha aiutato molto anche per il ritorno. In più ci ha aiutato molto schivare tutte le punizioni possibili. Si cercava sempre di schivare ogni cosa.

Quando siamo andati a Kamnitz, abbiamo lavorato due mesi lì, facevamo pezzi di aerei, prima di arrivare a Buchenwald. C’è stato il bombardamento, allora ci hanno riportato un po’ in blocco. Un po’ ne hanno scelte, siamo andate a sbucciare patate, a pelare, non a sbucciare, a pelare, perché la buccia si poteva mangiare, invece pelarle era solo grattarle.

Eravamo lì che si parlava fra noi, ci siamo girate, abbiamo visto in vetro dei filoni di pane, non il nostro, un’altra qualità di pane. Come faremo? Lì si parlava di questo pane che era là. Ci sembrava già di mangiarlo, di averlo mangiato.

Lì abbiamo avuto la fortuna grande che c’era uno di Milano che si chiamava Marcello, un bellissimo ragazzo, non so di cognome, mi ricordo solo il nome, so che era un bel ragazzo, era un militare italiano. C’era quella di Firenze la Wanda. C’era solo una tedesca con noi di guardia. Ha fatto in modo di portarsela via. Si vede che sapeva il tedesco. Quando lei è ritornata era talmente svampita, talmente sognante, ha fatto un lavoro formidabile il nostro italiano, è stato bravissimo e noi abbiamo preso il pane, l’abbiamo nascosto sotto un braccio.

Quella sera quando siamo entrate in blocco si doveva alzare le braccia, ne abbiamo alzato uno solo. Non so com’è stato che ci siamo passate. Abbiamo mangiato tutta la notte. Ognuno un pezzo per ciascuno, si sono buttate su di noi quando hanno visto questi filoni di pane lì.

L’indomani sono venuti a cercare il pane. In una notte. Venire a cercare il pane l’indomani mattina? Abbiamo goduto noi quella notte, mamma mia. Non abbiamo fatto la spia.

“Guardate che avete mangiato quel pane. Il pane serve per i tedeschi, era per i nazisti, per i comandanti”, ci hanno detto. Nessuna ha parlato perché ognuno ha avuto il suo pezzo. Loro sapevano quelle che eravamo, ma loro dovevano punire tutte assieme.

Sono venuti a cercarci, hanno rovesciato i letti, non hanno trovato nemmeno le briciole. L’indomani mattina hanno cercato il pane. Non l’hanno trovato, ci hanno detto che se avessimo raccontato non ci avrebbero fatto niente, ci dicevano che dovevamo avvertire perché ci sarebbe venuta la dissenteria per aver mangiato questo pane.

Invece è successo che quelle che avevano la dissenteria sono guarite avendo mangiato questo pane. E’ successo che è venuta punita questa tedesca, cosa strana. Non so cos’è scattato. Noi ci abbiamo goduto se è stata punita questa tedesca. Realmente.

Un’altra cosa a Buchenwald. Abbiamo cantato. A noi è sembrata festa. Non abbiamo capito a cosa si andava incontro. In fila ci hanno fatto scendere da Buchenwald, ci hanno portato all’ospedale a Weimar a fare i raggi.

Mentre si passava, abbiamo attraversato il centro di Weimar. La gente ci sputava vedendo queste donne sporche, rasate, ci hanno fatto uguale a Buchenwald come ci hanno fatto ad Auschwitz, c’erano sempre i soliti dottori, altri dottori, altri nomi, però sempre le solite visite schifose, sempre le solite cose.

Noi quel giorno che siamo andate a fare i raggi abbiamo cantato per la strada per il fatto che non abbiamo lavorato. Questo fatto è stato bellissimo per noi. Per forza che i tedeschi uscivano nella città di Weimar a guardare chi era che cantava. Come si faceva a cantare? Non ci si rendeva conto che facendo i raggi si poteva… non abbiamo mai pensato di essere ammalate, assolutamente. Nemmeno l’idea lontanamente di ammalarsi. Nemmeno quando eravamo tutte gialle, non si pensava che si fosse malate, ci sembrava che era normale essere così. Questo è il fatto. Giusto per ritornare a quando ero al Revier, quando sono stata dimessa dal Revier, passando per uscire sono passata davanti a un bagno.

Dio, c’era un bagno. Ho guardato così mentre passavo, ho visto una persona nello specchio. Quando sono rientrata in baracca ho detto: “Dio, ragazze, che brutta donna che ho visto. Ho visto una ragazza talmente brutta”. E una signora: “Ti sei mai guardata allo specchio? Dove lo hai per guardarti?”.

Ero io quella che ho detto che era brutta. Dopo ritornando a Birkenau dopo tre mesi, tanto quella che aveva sessanta anni e quella che ne aveva venti eravamo tutte uguali. Una cosa a Birkenau, ritornando indietro a Birkenau, quando veniva gridata: “Oggi selezione, oggi selezione”, le donne, quelle che avevano una certa età o per la paura anche i capelli diventavano bianchi prima del tempo prendevano del fango e se lo davano su nella testa.

Quando si passava nude davanti, nel viso anche, quando si passava davanti al tavolo dei dottori molte riuscivano a passare senza venire scartate, perché purtroppo chi veniva scartato si sapeva dove si andava direttamente, ormai non era un mistero per noi. Poi un’altra cosa a Birkenau che non ho detto prima che mi è rimasta molto nella memoria. C’era una ragazzina a dormire sopra di me che avrà avuto quindici o sedici anni, era di Firenze, non lo so come si chiamava. So quello soltanto. Anche quella signora, Wanda, che era di Firenze non la conosceva, però sapeva che era di Firenze, l’ha detto lei che era di Firenze. Cantava, aveva composto una piccola canzone su “Dorme Auschwitz” e la cantava sull’aria di “Dorme Firenze”. Diceva: “Dorme Auschwitz sotto un cielo di cenere, dorme Auschwitz, si vedono tante fiammelle. Sono le anime dei bambini che escono per i camini. Dorme Auschwitz, non si vedono le stelle, soltanto cenere”. Poi ci sono altre parole, ma non mi ricordo. Solo la prima strofa mi è rimasta un po’ in testa. Anche la canzone “Mamma”, la Vittoria Gargianti la sa tutta lei, se la ricorda tutta. Io mi ricordo un pezzo, ma soltanto… Ad Auschwitz c’era l’orchestra delle donne, c’è lo spiazzo ancora dove suonavano, dove tenevano i concerti. Quest’orchestra ci accompagnava sempre nel lavoro, nel rientro e quando si usciva, uguale, sempre. In più se avveniva un’impiccagione era accompagnata dall’orchestra sempre. C’erano donne che suonavano, c’era una baracca dove andavano a fare le prove anche per loro. Di fatti stavano un pochettino meglio, non andavano al lavoro, non erano nel freddo e non avevano il vestito zebrato. Quelle che venivano scelte nel gruppo, chiedevano se sapevano suonare e andavano in questa baracca a fare le prove. Loro gli davano gli strumenti e suonavano sempre, anche per loro dopo, anche per i nazisti. Dovete sapere che la Kapò non dormiva mai nella nostra baracca, c’era la Stubowa, la Blockowa non dormiva mai.

C’era la Stubowe, le Kapò andavano a fare la bella vita. C’erano due di guardia, erano di una cattiveria incredibile, veramente.

D: E questa ragazzina di Firenze?

R: No, è rimasta ad Auschwitz. Allora ritornando a Buchenwald, mentre un giorno eravamo in galleria che si stava lavorando, perché la galleria era lunga non so quanti chilometri, mi avevano detto quanti gli uomini, adesso… Ma c’erano tante deviazioni. C’erano dei reparti, i laboratori c’erano in queste gallerie. Un giorno lì nel nostro laboratorio dove eravamo noi le è preso male a questa ragazzina di Gorizia, questa Gabriella, che ho detto che si arrotondava i seni, così. Era arrotondata anche lei. L’hanno portata via, le è venuta un’emorragia, l’hanno portata via. Dopo quattro giorni è ritornata, la ragazzina ha detto: “Mi hanno operata”. Dopo ha avuto la forza di ritornare, però abbiamo saputo che le avevano fatto la totale. Questa sperimentazione della fecondazione artificiale credo che l’abbiano messa insieme il dottor Mengele e tutta la sua equipe. Non era perfetta come è adesso, ben si intende, però credo che sia partita da lì e che veramente gli esperimenti siano stati fatti a Birkenau.

D: Eleonora chi era?

R: Eleonora era una ragazza, una sposina di Cormons, in provincia di Gorizia. Adesso vive a Belgrado. Lei quando è salita sul nostro trasporto era incinta. A Birkenau ha partorito durante una notte, dopo tre mesi che eravamo lì. Lì è stata coperta un po’, le grida, le urla, questo bimbetto che era nato lì. Si vede che l’indomani mattina la cosa… O la Kapò o la Blockowa, è stata avvertita. So che è arrivato il dottor Mengele e ha dato l’ordine di non allattarlo. Ma io non lo so dove il latte sarà stato dopo tre mesi che eravamo già lì. Noi abbiamo detto: “Se non hai il latte tu, noi metteremo un po’ di pane bagnato”. Ci avevano già tolto un po’ le cose proprio essenziali, come fa a vivere un bambino col pane bagnato in quell’acqua marrone che c’era? Dopo quattro giorni credo che un pulcino pigolasse molto più forte di quel bimbino . Mi ricordo qui una cosa, che si dormiva in otto, come ho detto prima, si cercava di lasciare il posto a lei col bambino sopra sulla pancia. L’avevano avvolto in una specie di coperta color nocciola, non lo so dov’è che è stata trovato questo pezzo di coperta. L’aveva avvolto lì questo bambino. Durante la notte sul quarto giorno, andando al quinto, è arrivata una dottoressa polacca, per forza doveva lavorare là. E’ venuta lì e ha detto il nome finalmente, perché dovevamo dimenticare anche i nomi. Difatti eravamo ridotte a chiamarci per numero, realmente. O 53 o 52, secondo il numero, non i primi due, 88.000, si chiamavano i due ultimi. Ci si capiva. E’ stata chiamata Eleonora, “Bisogna sopprimere il bambino”. Ci siamo un po’ rivoltate tutte, anche quelle nobili che dormivano sotto di noi, realmente sono saltate su, parlando austriaco, tedesco dicevano: “Far morire un bambino?”. Lei ha detto: “Queste cose le faccio per salvare la madre, perché domani mattina verrà il dottor Mengele e porterà via la madre e il bambino”. Allora lei ha messo una mano sopra e un minuto dopo il bambino non piangeva più. Lo ha preso, lo ha portato nello stanzino dove si mettevano le donne che morivano di notte. C’era uno stanzino in fondo alla baracca apposta in cui si mettevano le morte. Quel giorno nell’insieme abbiamo avuto una fortuna che il carretto della morte è arrivato molto prima, il bambino è stato caricato. Il dottor Mengele e la sua equipe sono arrivati dopo l’appello. Essendo arrivato dopo l’appello la dottoressa ha detto che il bambino era morto, e che era stato portato nel mucchio dei morti. Sapete che è andato a cercarlo tra quelle due o tre che erano morte dopo morto il bambino, è andato a vedere se c’era lì. Questa Eleonora ha avuto la forza, è ritornata, il figlio forse se lo sarà ricordato dopo, quando è ritornata forse. Non l’ho incontrata più perché essendo sposata con uno sloveno è andata a vivere là e non ci siamo più incontrate. Non lo so se è viva ancora, so che era andata là sposa a Belgrado. Dopo non lo so.

D: Elvia, la liberazione, dov’eri tu alla liberazione?

R: Alla liberazione? Dice qualcuno che hanno gridato di gioia, così, anche nei film che vedo si vede così. Io non posso dire… Non ho avuto il tempo di godermela. Perché? Perché quel giorno, il 7 maggio, che era già finita, ci hanno portato in galleria. In galleria eravamo tutti, uomini, tutti. Questo perché la loro idea era di far saltare la galleria, è questo il fatto. Se non che si vede che il fronte è avanzato molto prima della preparazione per fare queste cose. Mi ricordo che è entrato un altro gruppo di uomini, lì abbiamo avuto molto aiuto dai militari italiani.Poi le cose che si facevano per loro erano tutte sabotaggio, se mentre eri all’appello ti scappava la pipì, poiché per farla c’erano gli orari, c’era la mattina e basta per andare ai bagni, Se facevi la pipì magari lì, perché non si avevano né mutande né niente, era sabotaggio. Prendevi tante di quelle botte, prendevi dalle dodici alle venticinque frustate anche. Chi le prendeva? Io non le ho prese queste, io ho preso solo le tre legnate della Kapò, però chi le prendeva doveva anche contarle. C’era un seggiolino, le piegavano e le davano giù lì.

Poi se ci sono le russe, mettiamo quelle due che hanno cercato di fuggire a Buchenwald… Perché noi avevamo un momento quando si scendeva dal camion, sulla strada in cui ci mettevano c’era un ponte che si doveva attraversare. Non so se c’era un fiume perché durante la notte e il giorno non si aveva tempo di guardare. C’era un momento che ci si mischiava con le persone civili e queste russe devono aver fatto amicizia con delle russe lavoratrici che erano prese dalla Russia e portate a lavorare. Hanno tentato la fuga. Dopo tre giorni le hanno riprese, le hanno portate in blocco. Quando siamo ritornate dal lavoro le abbiamo trovate lì, distese per terra che le avevano bastonate, si può, all’infinito. Noi eravamo lì in piedi in fila, e il comandante ha camminato sopra. Non so il comandante di Buchenwald come si chiamasse. Ha camminato con gli stivali sopra queste due ragazze. Erano due sorelle. Le hanno prese. Dentro nella baracca c’era un Bunker, una botola in cemento armato con una porticina più un buco rotondo. Le hanno prese e le hanno messe lì dentro con l’ordine a noi di non andare a guardare né niente. Una cosa strana, fra tutte le nazionalità che eravamo, noi italiane avevamo legato con le russe, non lo so come mai c’era questo legame fra noi. Dovete pensare, mettiamo, io sono di Udine e quelle sono di Gorizia, siamo a venticinque chilometri di distanza, ma parlavano sloveno e loro si spacciavano per slovene, non si sentivano più italiane. Non si riusciva ad andare d’accordo.

Pensandoci anche adesso ci si chiede il perché di questa cosa, che abbiamo legato con queste russe. Allora a turno si montava di guardia in modo che le Kapò o le comandanti non ci vedessero. Noi si toglieva un pezzettino del nostro pane, si bagnava nell’acqua e si buttava dentro per questo buchetto. Dopo sei giorni hanno aperto il Bunker e hanno tirato fuori una viva. Io dopo cinquant’anni l’ho rincontrata questa russa a Mosca. Lei mi ha riconosciuta, io non l’ho riconosciuta, perché poi abbiamo seguito tutta la trafila insieme fino alla liberazione. Per ritornare e raccontare il giorno della liberazione…. Per noi è venuto dentro questo con un Ape che si guidava allora, quella volta, in piedi gridando: “I russi alle porte, i russi alle porte!”. Perché c’era il corridoio della galleria enorme. Noi non c’eravamo nemmeno messe al lavoro, si diceva: “Non c’è nessuno qui”, non hanno acceso il motore del mulino. Piano piano sentendo questo siamo uscite, ci siamo trovate in un grande spiazzo e c’erano… Allora quando si era in baracca si diceva sempre: “Quando andrò a casa, mi toccherà incominciare a mangiare col cucchiaino, non si potrà mangiare tanto perché il nostro stomaco si è ristretto”. Questi erano i discorsi quando eravamo su in baracca. Ma al momento che eravamo fuori e abbiamo visto le case dei comandanti cosa si è fatto? All’assalto alle case a cercare da mangiare, non si è ragionato più. Lì si aprivano tutti i sacchi, si assaggiava cos’era. Questo l’ho trovato io, sono stata molto brava. Io ho aperto, era di carta questo sacco, sono arrivata a strapparlo e ho assaggiato questa polvere, era color verdolino. Ho assaggiato, mamma mia, sapeva di fagiolo. “Sono fagioli macinati”, tutte queste ragazze che non ci siamo contate mai dopo, ci siamo buttate sopra. Lì abbiamo acceso dei fuochi in queste gamelle che avevamo, ognuno faceva la crema. “Che buono, che buono, mamma mia, che buono”. Quando abbiamo finito di mangiare tutto abbiamo scoperto che era colla. E adesso? Cosa facciamo? Ci ha fatto bene, ci sentivamo sazie, se anche era colla noi abbiamo pensato: “Ci ha fatto bene”. Adesso da che parte si va? Dove si va adesso? Dove siamo? Non si sapeva dove si era, non si vedeva dove si andava. Abbiamo cominciato a ragionarci sopra, abbiamo detto: “La strada sarà sempre in alto, mai sotto, perché qui è la collina, le strade sono sopra. Non possono essere qui dove hanno fatto le gallerie. Se venivano coi camion e con le macchine…”. Abbiamo attraversato questo bosco e difatti fuori da questo bosco sempre in salita abbiamo trovato la strada. Non ci si rendeva conto che le Katiusce sparavano sopra le nostre teste, non si sentiva. Si sentiva di andare, finito. Quando siamo arrivate in questa strada abbiamo trovato dei furgoncini rovesciati nei fossi. Via a cercare anche quello che c’è lì. Lì abbiamo trovato dei maiali già puliti, già tagliati, dei pezzi di lardo. Io non lo so se avete visto i leoni nei deserti quando prendono la preda, così è stato per noi. Tutti assieme, tutto un mucchio, lì eravamo di tutte le razze, eravamo tutte sorelle.

Coi denti si strappava. Questo purtroppo ci ha salvato, questo lardo ci ha salvato. Poi abbiamo detto: “Da che parte andiamo?”, le russe e le polacche hanno detto: “Noi andiamo verso dove sparano che là ci sono i russi”. “Noi andiamo giù di qua. Dove andiamo da questa parte? Si andrà in Italia, noi italiane”.

Anche le altre, le greche, quelle delle altre nazioni, anche le ungheresi ci avevano detto: “Andiamo da questa parte, si andrà in Ungheria”. Difatti loro indovinavano giusto, ma noi italiane si andrà in Italia di qua, loro vanno dalla parte dei russi. La Russia è la via, si diceva, vieni da quella parte.

Ci siamo incamminate e siamo arrivate in una cittadina chiamata Erfurt. Lì ci hanno visto arrivare, queste donne in quelle condizioni che eravamo, si camminava ormai che si trascinavano così i piedi, non si camminava normalmente. Ci hanno detto che stavano arrivando i russi, ci hanno fatto capire che ci avrebbero ucciso tutte.

Allora noi che eravamo rimaste ci siamo riunite anche se non ci si capiva, anche quel piccolo gruppo di italiane. Abbiamo detto: “Andiamo là dove mettono il fieno ad asciugare, andiamo a dormire in un fienile, vediamo domani”, perché erano già venute le sette di sera ormai.

Quando ci siamo avviate nei campi finalmente vediamo arrivare due carri armati con la stella rossa che era l’Armata Rossa. Sono scesi, mi ricordo che c’erano un capitano e un colonnello. Il capitano russo parlava l’italiano.

Prima ci hanno chiesto nella loro lingua di che nazioni fossimo, chi eravamo. Noi abbiamo detto, il nostro gruppetto di poche italiane che eravamo, abbiamo detto: “Siamo italiane”. Allora è sceso questo capitano, parlava l’italiano e ha detto di ritornare a Erfurt che là c’era la truppa che ci avrebbe dato di cui mangiare, lavarci, vestirci.

Difatti siamo ritornate indietro e lì ci hanno separate, le italiane da una parte, le greche, le cecoslovacche… Ci hanno messe in tante case sequestrate che avevano loro, ci hanno messo lì.

Non saprei nemmeno oggi come oggi dire cos’è stata la liberazione per me, non è che abbiamo alzato le braccia, niente. Perché abbiamo dovuto lottare ancora, perché poi si viveva sempre quei quattro o cinque giorni che siamo rimaste lì… Perché?

Perché ogni giorno di mattina presto eravamo talmente ormai abituate ad alzarci a quell’ora, si era sempre in strada. A ogni gruppo che passava si chiedeva: “Sei italiano? Sei italiana?”, alle donne e agli uomini. Erano già quattro giorni, cinque che eravamo lì.

Un giorno è arrivato un gruppo e ci hanno detto che erano italiani, mamma. Forse lì abbiamo conosciuto un po’, non nel senso di essere liberati, no, di avere trovato delle persone che erano uguali a noi, italiane insomma. Non per razza, perché hanno detto che erano italiani.

Forse questo nome ci ha dato… Allora hanno detto: “Dove andate?”. “Andiamo in Italia”, abbiamo detto. “Unitevi a noi che andiamo”. Erano un gruppo di ragazzi, c’era il corridore Monti anche.

Hanno detto: “Unitevi a noi che andiamo verso l’Italia”. Invece viene lì vicino un colonnello russo che aveva visto un po’ di gente raggrumata lì, c’erano anche altre prigioniere che chiedevano, è venuto, ha detto: “No, voi lasciate le biciclette qui, vi diamo un carro e un cavallo e tutti i viveri. Andate sempre dritti per questa strada fin quando arrivate a Praga, dovete arrivare a Praga” ci ha detto.

Ci siamo incamminati, abbiamo dormito all’albergo delle stelle, abbiamo camminato per altri cinque o sei giorni. Mi ricordo di essere arrivata entrando dalla Germania a Praga, mi ricordo di essere arrivata sul ponte di San Stanislao e poi di essere caduta lì. Poi non mi ricordo nulla per due o tre mesi, li ho persi completamente, cancellati completamente.

D: Però lì sul ponte a Praga cos’è successo?

R: E’ successo che mentre io ero caduta e avevo perso i sensi passava il Console italiano, sua moglie e una contessa cecoslovacca che faceva la crocerossina, andavano in cerca di queste persone coi vestiti zebrati.

Lei è scesa dalla macchina: “Fermati” ha detto “che c’è una ragazzina per terra”. “E’ viva ancora, questa non è morta”. Mi hanno caricata in macchina, mi hanno portato alla Casa d’Italia.

Dopo due mesi, tre che ero lì mi ricordo di essermi svegliata e quando ho guardato ho visto un viso talmente bello, talmente sorridente, come una visione. Ho detto: “Oddio, sarò in paradiso, questo è un angelo”.

Mi hanno raccontato che ho avuto il tifo, che ho avuto la malaria, poi mi è ritornata la malaria, che pesavo 25 chili, che mi hanno pesata in un lenzuolo, mi hanno legata e messa nel lenzuolo che ridevano tutti quando mi hanno pesata.

Lei non mi ha abbandonato né giorno né notte, mai mai mai. Allora si vede che avevo la febbre talmente alta, lei bagnava le lenzuola, mi avvolgeva dentro nell’acqua fredda perché ghiaccio dove? Avendo il figlio dottore forse ha…

In più mi ha curato la pelle della schiena, perché con gli esperimenti che mi ha fatto il dottor Mengele la mia pelle era come un cartoccio di carta, quella carta di una volta. I pidocchi difatti non stavano vicino a me assolutamente, perché se ti trovavano un pidocchio c’era anche la punizione.

Tanti parlano che erano mangiati dai pidocchi, dalle cimici. Non solo io, il nostro gruppo non aveva queste bestie, realmente non le abbiamo mai avute. Anzi, c’era una punizione.

D: Dopo questi tre mesi di Praga cos’è successo?

R: E’ arrivato un altro gruppo di italiani e hanno detto: “Dove andate?”. “Andiamo in Italia coi camion, andremo in Italia. C’è un treno che parte dalla stazione di Praga che va verso l’Italia”.

Invece siamo partiti coi camion, abbiamo attraversato un ponte di barche che avevano fatto i russi perché i ponti erano distrutti e ci hanno bloccati a Bratislava. A Bratislava ci siamo trovati in una caserma militare, eravamo in 17.000 persone italiane tra donne, bambini e militari, ufficiali.

Erano tutti ufficiali italiani che erano prigionieri del ’43. Quelle donne e quei bambini non erano prigionieri, loro erano delle persone che erano andate emigranti in Germania. Si sono trovati nel giro di tutte queste cose. Lì siamo stati altri tre mesi, fino al mese di ottobre.

I russi, io devo dire solo bene di loro, ci hanno dato i generi alimentari che ci si doveva fare da mangiare da soli, sbrigarsi da soli. C’era l’ordine però, si viveva come in caserma, uguale. Non c’era il permesso di uscire, perché si potevano fare dei brutti incontri, perché si ubriacavano come tutti, come gli americani, come gli inglesi e tutti, anche i russi uguale agli altri.

Allora poteva succedere, cercavano di evitare queste cose. Siamo stati fino al 30 ottobre. Un giorno è arrivato mentre eravamo lì il generale da Vienna russo, è entrato lì. Ci hanno fatto schierare gli ufficiali, i nostri italiani bravissimi, lui ha camminato in mezzo, è andato fino in fondo, si è girato.

“Italiani fascisti” ci ha detto. Me lo ricorderò sempre per il modo in cui l’ha detto. “Questa volta”, ha detto, “vi abbiamo perdonato. Se per caso ritornate in guerra un’altra volta non vivrà nessuno”. Ma in un modo ce l’ha detto, veramente.

Poi un’altra cosa: “Io non posso mantenervi più, perché non siete soltanto voi”, ha detto, “non siete solo voi 17.000. Ne ho altre migliaia a cui dare da mangiare, da vivere. Se entro tre giorni l’Italia o qualcuno non viene a cercarvi… Impossibile che in Italia non ci sia nessuno che non sappia che mancano 17.000 persone, non è una”, ha detto.

Ricordo realmente, era proprio anche un po’ incavolato questo generale. Ha detto: “Mi dispiace, se entro i tre giorni non viene nessuno a chiedervi, sono costretto a mandarvi via a Odessa”. Gli ufficiali, i militari che erano tanti anni ormai che erano lì hanno detto: “Ci mandano in Russia, se andiamo via a Odessa andiamo in Russia e non ritorniamo più”.

Invece alla quarta giornata la mattina presto abbiamo visto dei camion inglesi arrivare. Su quei camion chi c’era? C’erano gli inglesi, ma chi c’era a cercarci? C’erano i frati di Padova. In ogni camion c’era un frate, erano i frati di Padova che cercavano i deportati in giro. Non lo so come abbiano scoperto, o i russi hanno fatto sapere agli inglesi, hanno trasmesso così.

L’indomani siamo partiti finalmente con questi, ci hanno caricati nei camion abbastanza, eravamo un po’ strettini, ma il fatto di andare a casa… Invece ci hanno fermato a Vienna Noistar.

Io l’impatto l’ho avuto brutto con gli inglesi, non per me, un po’ per tutti. Abbiamo detto: “Siamo ritornati indietro”, perché ci hanno accolto in questo campo di smistamento a Vienna Noistar, a quaranta chilometri venendo sempre dalla Cecoslovacchia prima di Vienna.

Ci hanno accolti come degli appestati, ci hanno disinfettati con del flit, con delle cose che bruciavano. Siamo stati due giorni lì, poi siamo partiti finalmente. Ci hanno messi su una tradotta e siamo partiti finalmente verso l’Italia.

Mi ricordo che quando abbiamo attraversato il Brennero la gente, gli ufficiali più di tutti, sono scesi e hanno baciato il suolo italiano. Siamo arrivati a Pescantina e lì c’erano i frati di Padova ad aspettarci, c’era un campo con delle tende. Lì ci hanno dato i viveri.

Ho dormito lì, l’indomani ci hanno chiamati e hanno detto: “Guarda, c’è un treno che parte alla volta di Udine. Non so quando arriverete a Udine”. Io so di essere partita sola, perché dopo quindici mesi che ero via ci hanno arrestati assieme, una mia compagna del mio paese, siamo andate ad Auschwitz insieme, poi ci siamo perse ad Auschwitz.

Poi non l’ho vista più, l’ho incontrata a Pescantina dopo quindici mesi. Ha detto: “Elvia, andiamo a Udine, andiamo a Udine, andiamo a casa dalla mamma”. “Aspetta”, ha detto, perché lei era ritornata con un altro gruppo di italiani, “che vado a salutare quegli amici che mi hanno aiutata”, perché lei è stata liberata a Melk. “Vado a salutare”.

Il treno è partito e io sono andata, per la fretta di andare a casa non l’ho aspettata. A Udine ci hanno accolto tanto bene, mamma mia, l’impatto, il ritorno in Italia, in patria, mamma mia, il tuo paese, favoloso, da piangere anche oggi come oggi dopo cinquantacinque anni. E’ da piangere anche adesso.

Hanno detto che avevamo avuto un figlio coi tedeschi e lo abbiamo lasciato a Udine nell’orfanotrofio, non sapeva nessuno che noi siamo ritornate, dove eravamo, se eravamo vive o morte, però avevamo fatto un figlio. In più quando siamo arrivate le donne cosa ci hanno chiesto? “Vi hanno violentate?”.

Non come eravamo, già pesavo un trentacinque chili, per la mia altezza ero ancora magra. Non mi hanno detto… I capelli erano appena così, non erano ricresciuti in tre mesi, quattro della liberazione. No, queste cose.

Poi avevamo bisogno di cure ancora, di tante cose. No, niente, non si è fatto avanti nessuno, nessuno ci ha chiesto. E’ stato un professore che era amico del ragazzo che avevo che mi ha curato, mi ha fatto delle iniezioni, delle punture lombari per togliermi delle infezioni, delle cose così.

Avrà provato anche lui, non lo so, so che mi ha fatto delle iniezioni lombari contro la tubercolosi, perché quelli che sono ritornati prima di me erano tutti nei sanatori. Questo è il mio ritorno.

D: Quando sei ritornata?

R: Il 30 ottobre del ’45.

Emer Luigi

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Luigi Emer. Il mio nome di battaglia è “Avio” perché ero dell’aviazione. Sono nato a Dermulo il 27 agosto 1918, nel comune di Taio in provincia di Trento.

D: Perché sei stato arrestato?

R: Sono stato arrestato in seguito ad un combattimento contro un presidio nazifascista che si trovava a Cavalese. Abbiamo ricevuto l’ordine da parte del Comitato di Liberazione di Trento, che era organizzato dall’ex senatore Mascagni e dal professor Fabio Visentini. In seguito ebbi anche contatti a Trento col povero Manci. Da lì fui destinato prima in Val di Non poi in Val di Cembra, poi di nuovo in Val di Non sui Crozi Carlini; poi in Val di Cembra, sopra il lago di Pinè, ricevemmo l’ordine di attaccare il presidio nazifascista di Cavalese.

Partimmo di notte e arrivammo nel villaggio vicino a Molina di Fiemme; fummo ospitati da una nostra staffetta, una certa Sabina, per una notte e un giorno. In quella circostanza arrivammo stanchi e affamati e ci diedero, se è il caso di dirlo, un cane da mangiare, cosa che abbiamo saputo 5 anni dopo. All’indomani sera ci unimmo ad un’altra formazione di partigiani, comandata dal povero Iseppi Aldo ed incontrata in Val di Fiemme, e ad altri compagni, tra cui Franco Franch e Corradini Quintino, per attaccare il presidio.

Era verso le 10 di sera quando una bomba a mano mi scoppiò fra le gambe e mi fratturò completamente la gamba destra, l’ulna del braccio sinistro; le schegge mi riempirono tutto il corpo, provocandomi profonde lacerazioni e ferite.  Quando caddi, i compagni volevano sospendere l’azione; chiesi loro se avessero ultimato l’azione, dissero: “Ancora no”; allora diedi l’ordine di proseguire e di portare a termine l’azione. Portarono a termine l’azione e cercarono di portarmi in salvo, caricandomi sopra un carretto; mi trascinarono fino al villaggio di Stramentizzo.

C’era una regola fra di noi: i feriti gravi che si rendevano intrasportabili dovevano essere fatti fuori con un colpo di pistola.  Un compagno, tuttora vivente a Bolzano, si preparò per spararmi il colpo di pistola alla testa, ma disse: “Ma no, è inutile sparare, questo è morto”. Avevo infatti perso i sensi. Convinti che fossi morto, se ne andarono di notte attraverso le montagne e mi abbandonarono sul carretto. Durante la notte del 26 agosto del 1944 ripresi i sensi, cercai aiuto: nessuno rispondeva. Silenzio assoluto, buio pesto, cielo sereno: guardavo le stelle. Verso l’alba si avvicinarono alcuni partigiani paesani del posto, di Stramentizzo, fra i quali una ragazza, una certa Sabina che fungeva da staffetta. Vedendomi in quelle condizioni chiamò un medico che arrivò, mi fasciò la gamba destra e scappò subito via in motocicletta per paura di essere catturato.

Questa ragazza cercò di alimentarmi dandomi un bicchiere di latte e una coperta che prelevò dalla stalla. Avevo soldi e armi addosso, li buttai su un cumulo di legna. Dopo, notai che la gente curiosa che si era avvicinata si stava allontanando. Alzai il capo e vidi che immediatamente venni accerchiato dalle SS; fui preso e catturato.

Ma nel frattempo c’è un particolare importante. La ragazza riuscì a mettersi in comunicazione con l’ospedale di Bolzano, dove c’era una nostra cellula; dall’ospedale di Bolzano partì un’autoambulanza col dottor Lucenti, con la scusa di andare a prelevare un paziente in Val di Fiemme; l’autoambulanza venne bloccata perché se ne servirono per caricarmi sopra; contemporaneamente caricarono anche un altro giovane e mi portarono alla caserma di Cavalese. Lì dalla mattina fino alla sera fui sottoposto a lunghi interrogatori, senza essere curato, fasciato, alimentato.

Alla sera con la scorta armata mi portarono nel carcere di Trento, e la prima sera passai la notte in una stanza di detenuti comuni, qualcuno dei quali si offrì di darmi qualcosa da mangiare.

All’indomani fui posto in segregazione in una cella dove nessun altro metteva piede; neanche il cappellano delle carceri poteva entrare nella mia cella. E lì fui sottoposto a continui interrogatori, torture, sevizie; continuamente svenivo, e allora mi facevano rinvenire con delle iniezioni, poi, appena rinvenivo, altre scudisciate. Gli interrogatori si protrassero per giorni e giorni, anche di notte. Non resistevo più, spesso svenivo, invocavo la morte per porre fine a questo supplizio.

Alla mattina nella cella entravano i carcerieri a sbattere i ferri della finestra; mi diedero come alimentazione una ciotola di roba soltanto verso mezzogiorno; altro non potevo mangiare. Non potevo muovermi né spostarmi, ero completamente nudo, lacero e ferito, sporco di terra e sangue, non mi diedero neanche un indumento.

Quelle condizioni si trascinarono dall’agosto fino ai primi di ottobre; ad un certo momento alla vigilia di un giorno dei primi di ottobre, si presentò in cella un detenuto politico, un ex maestro che fungeva da infermiere. Mi sbarbò, mi lavò, mi pulì, mi diede una casacca da indossare; a quelle condizioni tutti sospettavano che io venissi condannato a morte. Quello era il nostro destino, poiché erano qualificati come ribelli tutti coloro che venivano catturati con le armi in mano, e che facevano parte delle formazioni partigiane; venivano fucilati, impiccati e quantomeno torturati. Io ebbi la fortuna di essere portato nel carcere di Trento, dove fui continuamente sottoposto a interrogatori e torture, sevizie, fintanto che una sera, dopo essere stato lavato e pulito, prevedendo che all’indomani mi avrebbero portato di fronte ad un plotone di esecuzione, entrarono nella mia cella alcune donne del carcere femminile, donne detenute politiche, che mi portarono parole di conforto, qualche frutto da consumare e nient’altro.

All’indomani mattina presto nel corridoio del carcere sentii dei passi ferrati: erano quelli delle SS che entrarono nella mia cella e chiesero subito: “Tu stare in piedi?”, dico: “No, non ce la faccio a stare in piedi in queste condizioni”. Mi caricarono sopra una barella, mi portarono fuori, nell’attraversare i corridoi del carcere altri detenuti cominciarono a battere le gavette ed i piatti di alluminio contro la porta in segno di protesta. Mi portarono nella fureria del carcere, mi diedero un panino e una coperta, da lì mi caricarono sopra un motofurgoncino e mi portarono alla stazione di Trento. Alla stazione di Trento mi caricarono sopra un vagone merci, e io ero piantonato sempre dalla polizia; entrarono altri cittadini, tra i quali un parente che, non appena mi ebbe riconosciuto, scese dal treno e scappò via.

Premetto una cosa: il giorno dopo che fui incarcerato mi portarono all’ospedale civile di Trento al pronto soccorso, per ottenere le prime cure. Al pronto soccorso c’era il dottor Franco Visentini, il quale mi riconobbe; rimasi stupito e lui disse: “Questo bisogna ricoverarlo”, e loro risposero che non era il caso; nel contempo entrarono nella sala del pronto soccorso Mascagni, con Nella Mascagni, ignorando che io fossi stato catturato, perché pensavano che fossi morto. Vedendomi in barella rimasero stupiti e feci cenno col capo ad indicare che non avevo parlato. Loro se ne andarono via subito, scapparono.

Riprendendo il discorso, caricato sul vagone merci, fui trasferito alla stazione ferroviaria di Bolzano. Lì mi scaricarono in una sala d’aspetto sempre piantonato dalla polizia; in quelle condizioni non potevo né muovermi né parlare; ricordo un particolare: un soldato polacco fece per offrirmi un frutto, ma questi delle SS reagirono in malo modo e lo picchiarono di santa ragione con i calci dei mitra.

Dopo di che ci fu l’allarme. Nel frattempo ero già passato di competenza al Tribunale Speciale di Bolzano. Quindi l’autista ricevette l’ordine questo di trasferirmi all’ospedale civile in via Fago, nel quartiere di Gries.

Fui messo in una stanza assieme ad altri detenuti politici, fra i quali il povero Francesco Rella, l’avvocato Ferrandi, il dottor Lubich, lo studente ora avvocato, Giorgio Tosi, l’avvocato Steiner di Lana; qualche giorno dopo mi trasportarono in sala operatoria e mi fratturarono la gamba destra e l’ulna del braccio sinistro. Rimasi ingessato per alcuni mesi, sempre poi sottoposto ad interrogatori da parte del procuratore del Tribunale Speciale, che era abbastanza burbero ma non osò mai usare metodi violenti.

I medici dell’ospedale, ai quali va tuttora il mio sincero e vivo ringraziamento, cercarono di protrarre il più possibile la mia degenza: mi trovavo con la gamba in trazione e dopo alcuni mesi mi ingessarono la gamba.

Tra i medici posso ricordare il professor Chiatellino, il professor Settimi, il dottor Bailoni, il dottor Lucenti e tutto il corpo infermieristico che mi assistette, sia me che altri con molto senso di umanità, di solidarietà e con molta comprensione. Questo è un ricordo che mi trascinerò sempre per tutta la vita.

Dopo il secondo giorno che avevo la gamba ingessata mi fornirono un paio di stampelle; due agenti di scorta l’indomani mattina mi accompagnarono verso i servizi, quando uno mi disse: “Tra poco verranno quelli delle SS”, al che riuscii appena a lavarmi. Non appena mi ebbero scortato in stanza, con le stampelle, entrò un ufficiale delle SS con altri quattro, sempre delle SS, e chiese: “Tu Luigi, tu Emer Luigi?” “Sì” e rivolgendosi all’altro: “Tu Francesco Rella?” “Sì” “Tutti e due condannati a morte”: il Tribunale Speciale il 12 dicembre del 1944 aveva confermato la nostra condanna a morte.

Ci prelevarono dall’ospedale ai primi del febbraio del 1945. Feci per prendere le stampelle, ma mi dissero: “Queste non servono più”; feci per prendere qualche indumento da portare con me, ma mi dissero: “Non serve più”. L’altro, Francesco Rella, aveva gli occhi bendati, era mezzo cieco. Ci prelevarono e ci sollevarono tutti e due; ci caricarono sopra una macchina, la quale macchina, con la scorta, arrivò fino al Corpo d’armata. Al Corpo d’armata fecero scendere Francesco Rella; lì poi il povero Francesco Rella venne fucilato, massacrato negli scantinati. Sapendo la nostra destinazione io aspettavo il mio turno; nonostante le invettive da parte di altri militari tedeschi, rimanevo sempre fermo in macchina: vidi che stavano trascinando per terra il corpo di un giovane, pesto e sanguinante, lo caricarono in macchina. Questi era un certo Walter Pianegonda da Schio, aveva la mamma con tre sorelline deportate nel campo di concentramento; il papà, che era capo partigiano, era stato fucilato.

Chiesi se potevo parlare, e il comandante disse: “Parlate pure”, chiesi dove ci potessero portare. L’ufficiale non rispose, ma Walter Pianegonda disse: “Io vengo dal campo di concentramento, chissà che non ritorniamo lì”. Noi pensammo subito che ci avrebbero portato sotto Castel Flavon, dove avvenivano le fucilazioni. Questo è quanto si sapeva allora.

Invece ci portarono nel campo di concentramento, io fui ricoverato all’infermeria, ma prima fui portato all’ufficio della fureria, e lì mi presero in forza, mi consegnarono un triangolo rosso col numero da portare obbligatoriamente sulla casacca. Mentre ero in fureria, una donna, soprannominata La Tigre, sapendo che ero partigiano – almeno per loro ero un ribelle – cercò di farmi avventare contro due cani poliziotto che erano pronti ad aggredirmi, sennonché intervenne un sottufficiale delle SS, la bloccò, e in tedesco la rimproverò molto, facendo capire che non poteva agire così. Questo stesso sottufficiale mi accompagnò all’infermeria e mi raccomandò, parlando in uno stentato italiano, di stare alla larga da quella donna.

All’infermeria fui messo in un lettino dove ebbi occasione di conoscere il professor Meneghetti, rettore dell’Università di Padova, e il professor Virgilio Ferrari, che era primario degli ospedali di Garbagnate e di Milano, il colonnello Andreoli da Verona, e altri deportati politici. I primi giorni mi guardavano con un certo sospetto: allora ero giovane, con tutti i miei capelli, biondi, occhi azzurri e pensavano che fossi una spia. Quando nell’infermeria stava passando un altro deportato politico per distribuire un po’ di sale e chiesi di darmene, questi fece scena muta e se ne andò. Dopo, tramite Laura Conti ed un’altra dottoressa, poiché avevano contatti con l’esterno, seppero effettivamente chi ero; allora avvertirono gli altri e da lì in poi ebbi tutto il conforto, l’aiuto ed il sostegno da parte di tutti i compagni dell’infermeria e di altri amici politici del blocco E.

Poi un amico che lavorava nella falegnameria del campo, mi fornì due stampelle; intanto avevo la gamba ingessata, ed un prigioniero pilota italoamericano di origine trentina, saputo che ero trentino, poiché poteva ricevere dei pacchi, mentre noi non potevamo ricevere niente, mi fece avere un paio di uova.

E’ un particolare a cui tengo: prima di consumarle, qualcuno mi disse: “Guarda che nel blocco E c’è il conte Wolkenstein che sta per morire di fame, potresti portarle a lui?”. Gli portai le uova, e fu come se fosse stato un lingotto d’oro. Siano state le uova, o che altro, il conte Wolkenstein di Castel Toblino si rimise bene in sesto e uscì anche lui dal campo! Lo ricordo tuttora: mi ospitò nel suo castello al lago di Toblino, mi fece conoscere anche suo figlio. Mentre ero ricoverato all’infermeria, dovevo stare molto attento e nascondermi alla vista dei famosi aguzzini, i due ucraini. I due ucraini erano sempre ubriachi, e quando vedevano uno di noi, quello veniva torturato, massacrato, picchiato … scene strazianti che è doloroso e triste rievocare.

La gente era intimorita, un po’ paurosa, ma in gran parte era anche rassegnata al proprio destino; il nostro destino era quello.

Il Tribunale Speciale, saputo della morte del partigiano Francesco Rella, infermo e cieco, chiese alle SS: “Avete fucilato un infermo; volete fucilarne un altro?”. Il Tribunale Speciale – storia ricostruita poi in seguito – commutò la mia pena di condanna a morte nell’ergastolo, destinato ai blocchi di eliminazione in Germania.

Però la mia sopravvivenza la devo soprattutto a loro, perché a loro interessava conoscere l’organizzazione clandestina della lotta partigiana.

D: Quando tu parli del campo, quale campo di concentramento intendi?

R: Il Lager di Bolzano, in via Resia.

D: I tuoi interrogatori erano per capire l’organizzazione partigiana?

R: Io soltanto ho sempre negato e taciuto tutto ciò che sapevo, però di fronte alla morte ho dovuto dare le mie vere generalità. Dopodiché una pattuglia si spinse fino al mio paese d’origine, volendo quasi incendiare la casa dove risiedevano mia madre con i miei fratelli e sorelle; questo non avvenne per intercessione di altri. La mia povera madre per ben tre volte apprese che io ero morto: la prima quando mi catturarono, la seconda dal carcere di Trento, la terza quando ero nel campo di concentramento di Bolzano.

Quello che è stata la vita nel campo del Lager di Bolzano di Via Resia è indescrivibile; la gente soffriva, penava, era affamatissima, si andava a rovistare persino nelle immondizie per cercare qualche buccia di patata. Bisognava cercare di evitare l’incontro con gli ucraini o La Tigre, perché sapevi quale sarebbe stato il tuo destino. Un giorno ci fu la partenza di qualche centinaio di deportati, politici soprattutto, che vennero caricati su carri bestiame alla stazione di Bolzano. Vi rimasero per un giorno e una notte, e poi ritornarono nel campo, perché la linea del Brennero era continuamente martellata. Da lì non ci furono poi più passaggi attraverso la Germania e l’Austria. Forse qualche camion con deportati politici, quello sì riuscì a passare.

D: Ti ricordi quando eri nel campo di Via Resia se c’erano anche dei religiosi deportati?

R: Sì, c’erano dei frati, c’erano dei religiosi, soprattutto Don Antonio Pedrotti, Don Longhi, Luigi Longhi mi pare si chiamasse, e altri frati che erano stati catturati non so esattamente dove, ma c’erano diversi religiosi.

D: Don Pedrotti non era Don Guido, per caso?

R: Don Guido Pedrotti, sì.

D:  E Don Daniele Longhi?

R: E Don Daniele Longhi.

D: Anche loro deportati?

R: Sì, nel campo di concentramento.

D: Luigi, ti ricordi il tuo numero di immatricolazione?

R: 9861, ho qui con me il triangolo rosso. E nel campo un giorno incontrai un mio carissimo amico, che è riuscito a sopravvivere, il quale rimase anche lui ferito ad un occhio, un certo Corradini Quintino, soprannominato Fagioli, destinato al blocco celle. Nel blocco celle era detenuta anche Nella Mascagni.

D: Sei stato testimone di atti di violenza all’interno del campo?

R: Personalmente non sono stato testimone, personalmente non ho visto … però voci correvano e si conoscevano atti di violenza, di pestaggi, di torture, che venivano regolarmente eseguiti. Ma si aveva anche paura di parlare e di tacere; essere presenti era molto pericoloso, perché venivi coinvolto nel fatto e andavi a fare la fine di tanti altri, venivi massacrato anche tu. Perciò si cercava di sfuggire a queste azioni.

D: Ti ricordi se nel campo c’erano anche delle donne deportate?

R: C’erano moltissime donne. Oltre alla famiglia di questo Walter Pianegonda c’era Laura Conti e un’altra dottoressa della quale mi sfugge il nome, poi c’era anche una certa Cicci, che faceva da capogruppo alle donne, che era poi diventata la moglie di un certo Novello; un particolare curioso: c’era anche la moglie di Indro Montanelli. Con Indro Montanelli ebbi un fugace incontro subito dopo la guerra perché voleva sapere del comportamento di questa donna all’interno del campo. Io naturalmente dissi che il comportamento era stato veramente esemplare, come da parte di tutte le donne.

Poi c’erano famiglie di ebrei dentro, con dei bambini. Delle tre ragazzine di Schio, le Pianegonda, ricordo la più giovane Noemi, una bambina dalla treccia bionda, che alla mattina usciva per lavorare, e rientrando la sera passava davanti all’infermeria, cercava di offrirmi una banana di pane perché la popolazione delle case Semirurali alle colonne di lavoratori e lavoratrici davano qualche cosa da mangiare. E io dissi: “Hai la mamma e due sorelline dentro, dai a loro da mangiare”, e lei rispose: “No, la mamma mi ha detto di dare a te il pane”. E’ rimasto con questa famiglia un legame molto profondo, fraterno, di sincera amicizia; è un’amicizia indissolubile che non si può così materialmente concepire perché fra noi c’era un particolare legame, cioè il destino che ci accomunava tutti quanti, il destino della morte che ci si aspettava, attraverso i blocchi di eliminazione in Germania o attraverso quello che poteva accadere all’interno nel campo stesso.

Noi col triangolo rosso, politici e partigiani, eravamo i più perseguitati e presi di mira. Io riuscii a nascondermi più volte, ma altri furono picchiati, torturati, seviziati. Personalmente non ho assistito, non posso ricordare altri episodi.

D: Nel campo c’erano anche forme di solidarietà tra voi deportati?

R: Sì, c’era molta solidarietà, anche se fino ad un certo punto. La solidarietà consisteva nel conforto morale, spirituale, era un sollievo al nostro destino che tutti ci aspettavamo, quello di essere condannati da un momento all’altro, o attraverso i campi di concentramento e i blocchi di eliminazione in Germania o attraverso i forni crematori, di cui correva voce. Noi eravamo considerati i più pericolosi, i più esposti, pertanto la solidarietà per noi era guardarsi con un occhio quasi di compatimento e di sopportazione, no, non di sopportazione ma di incitamento e di conforto.

D: All’interno del campo i deportati cosa facevano?

R: Alcuni erano destinati, quelli che potevano, alla falegnameria; altri quelli che potevano uscire, uscivano alla mattina per andare a lavorare; le donne andavano a pulire le stanze dei militari fuori o gli alloggi. Alcuni andavano verso Gries, non so cosa facessero esattamente; non ricordo a distanza di tutto questo tempo, per me è difficile dover ricordare e rievocare questi episodi.

D: Sei rimasto nel campo di Bolzano fino a quando?

R: Sono rimasto dentro fino alla Liberazione. La Liberazione è avvenuta tramite l’intervento della Croce Rossa Internazionale in accordo con il Comitato di Liberazione Nazionale di Milano e di Bolzano.

Prima uscirono politici, ebrei, ed altri tipi di deportati, renitenti al lavoro, tedeschi disertori, tedeschi renitenti che rifiutavano di prestare servizio nella Wehrmacht. C’erano diversi tedeschi, specialmente della Val Passiria, tra i quali ho conosciuto anche il dottor Pitschiller, che cercava di aiutarci, era un deportato anche lui. Per primi uscirono tutti quelli che non avevano niente a che vedere con noi. Per ultimo uscimmo noi, ma correva voce che ci avrebbero eliminati, perché dalla torretta una mitragliatrice era puntata sul nostro gruppo. Uscendo camminavamo all’indietro, perché aspettavamo che ci falciassero, e invece riuscimmo ad uscire. Da lì cominciò poi il periodo della Liberazione.

D: Come ricordi  il giorno in cui vi hanno liberato?

R: Eravamo tutti increduli, sembrava di affacciarsi su un altro mondo, di fronte alla realtà che non conoscevamo più, che avevamo dimenticato. Vedere altra gente, vedere movimento … Fui ospitato da una famiglia delle semi rurali a consumare un pasto, ricordo che questo pasto fu molto abbandonante e stetti male per tre giorni, comunque ringrazio lo stesso. Si consigliava a tutti quanti di non mangiare tanto, i primi giorni, perché lo stomaco non era più abituato ad assorbire tanto cibo.Poi fui ospite per qualche giorno della famiglia Carlini a Gries, e poi trovai modo di sistemarmi in una stanza in piazza Walther; poi ci furono dei retroscena nel dopoguerra.

D: Quando sei stato deportato nel campo di Bolzano, tu o altri deportati, potevate ricevere posta dall’esterno, pacchi?

R: No, noi non potevamo ricevere niente. Dall’esterno arrivavano solo messaggi. C’era un contatto con l’esterno, che teneva soprattutto Laura Conti e l’altra donna di cui mi sfugge il nome, tramite ad esempio il CNL esterno, fra i quali c’era Franca Turra. Ci mandavano dei messaggi. Qualche cosa facevano avere ad altra gente, ma noi come politici e partigiani non potevamo ricevere niente; solo il blocco degli italoamericani potevano ricevere pacchi.

D: Potevate comunicare con l’esterno?

R: Noi non abbiamo mai avuto occasione di comunicare con l’esterno, almeno io personalmente, ma neanche altri. Tra i tanti, centinaia e centinaia, senz’altro qualcuno riusciva a comunicare e mandare delle lettere ai suoi familiari e conoscenti, che facevano pervenire attraverso i collegamenti clandestini con quelli che erano addetti all’esterno.

D: Quindi tu non hai mai potuto scrivere?

R: No, soltanto nel carcere di Trento l’ultima notte mi diedero la possibilità di scrivere; scrissi alla mia povera madre, feci quasi un testamento spirituale chiedendole perdono di tutte le sofferenze che le avrei potuto provocare e perdono per altre eventuali cose che la videro preoccupata; ha avuto una vita abbastanza avventurosa e tormentata, perciò scrissi alla mia povera mamma, a cui confidavo tutto quello che potevo, aiutandola  a sopportare e lenire queste sofferenze; questa lettera mi risulta che non sia mai pervenuta a casa mia.

D: Ritorniamo indietro, a prima del tuo arresto. Facevi parte di una formazione partigiana?

R: Sì, era il battaglione Fabio Filzi. Per risalire alle origini, io ebbi contatti a Bolzano con il povero Pedrotti, per primo con il povero Marco Zadra, il quale mi mise in contatto con Pedrotti e Pedrotti mi mandò a Trento a prendere contatti col povero Manci. Trento mi mandò con altri compagni, che eravamo già riusciti a mettere insieme, in Val di Fiemme a Cavalese, per prendere contatti con Ariele Marangoni. Ma quando mi presentai, la mia prima funzione fu quella di commissario politico, poi quella di comandante di formazione. Quando presi contatto con la famiglia Marangoni si affacciò alla porta una signora piangente, disse: “Ma ragazzi, cosa cercate?” “Cerchiamo suo figlio” “Mio figlio è scappato, ma scappate anche voi perché ieri c’è stato un rastrellamento nella valle adiacente a Cavalese”. C’era stato un rastrellamento in cui rimasero feriti diversi partigiani della Val di Fiemme. Noi allora a piedi scendemmo giù attraverso la Val Floriana verso Trento a riprendere contatti con il povero Manci, da cui fui ospite, e che poi ci destinò come formazione in Val di Non. In Val di Non cambiammo più volte posizione perché eravamo continuamente segnalati e dovevamo sfuggire ai rastrellamenti. Siamo riusciti a sfuggirvi per ben 3 / 4 volte; c’erano sempre delle spie in giro che segnalavano ai tedeschi le nostre posizioni. Anche nella nostra formazione si era inserita una spia, che scappava di notte, andava ad informare sulla nostra posizione; poi quale spia fu condannata a morte.

D: La vostra zona di operazione come partigiani era la Val di Non?

R: Per prima era la Val di Non, poi i Crozi Carlini sopra il Lago di Pinè, poi la Val di Cembra. Dopo aver fatto alcuni atti di sabotaggio alla ferrovia del Brennero, scendemmo dalla Val di Non, ma non potemmo più risalirla, perché i tedeschi ci stavano alle costole; allora scendemmo verso Mezzocorona, bloccammo con le armi alla mano il trenino che proveniva dalla Val di Non e scendemmo a Lavis. Da lì entrammo in Val di Cembra. Al nostro passaggio, ricordo specialmente il paese di Albiano, si chiudevano tutte le finestre. Dalla Val di Cembra salimmo fin sopra a Baselga di Pinè e Miola e ci attendammo sui Crozi Carlini. Avevamo poche tende, si dormiva all’aperto, si mangiava quello che si poteva, e spesso soffrivamo la fame, soprattutto la fame. Qualche volta andavamo nelle malghe e lasciavamo dei buoni di sequestro per prendere qualche pezzo di formaggio e qualche pezzo di burro; erano contenti, tutti ci aiutavano, e c’è stata molta solidarietà da parte dei malgari e dei contadini, che cercavano di aiutarci in ogni modo. Da lì ci trasferimmo, appunto, in Val di Fiemme, per compiere questa azione contro il presidio nazifascista. Avevamo altri compiti per il dopo, cioè quello di spostarci verso il Veneto, ma tutto fu troncato con la mia cattura: la formazione si sciolse, qualcuno entrò a far parte delle formazioni venete, qualcun altro entrò nella missione speciale che è stata paracadutata dagli alleati, che operavano con delle ricetrasmittenti; insomma la nostra formazione fu quasi sciolta, altri si sbandarono e entrarono a far parte di altri gruppi.

D: Del campo di concentramento ti è rimasto qualche documento? Accennavi al triangolo.

R: Sì, il triangolo rosso con il relativo numero di matricola. Inoltre ho anche il foglio di rilascio della liberazione dal campo di concentramento. Questo è il fazzoletto dei deportati politici con sopra il numero originale di matricola del campo di concentramento del Lager di Bolzano.

D: Quello era il tuo numero?

R: Questo era il mio numero.

D: E dove lo avevate questo numero?

R: Appuntato al petto; poi l’ho attaccato sul fazzoletto.

D: All’appello ti chiamavano per numero?

R: Per numero sì, si doveva rispondere col numero.

D: Vi chiamavano in tedesco?

R: Eh sì, ci chiamavano in tedesco.

D: E chi non capiva?

R: Doveva capire per forza, c’era qualcuno che parlava anche mezzo italiano fra i tedeschi, c’era qualche elemento che conosceva anche l’italiano.

D: Accennavi alla motivazione della medaglia.

R: La motivazione della medaglia d’argento fu di aver resistito alle torture, alle sevizie del carcere prima e del campo di concentramento poi, di non aver parlato, di non aver fatto nessun nome, nessun accenno; ho sempre resistito, ho fatto sempre scena muta, a costo di rimetterci la pelle perché preferivo che mi ammazzassero, nelle condizioni in cui ero. Tant’è che in cella, quando mi capitò quello delle SS, chiesi: “Se avete da fucilarmi, fucilatemi” “Non ti preoccupare – disse questo maggiore … di Merano – le tue gambe stanno facendo cancrena”. Allora mi diede quattro scudisciate, io gli sputai in un occhio; mi diedero tante di quelle scudisciate che svenni. Secondo loro sarei dovuto morire per le ferite che non erano mai state curate, di cui porto tuttora le tracce; porto tuttora nel corpo e nelle ossa schegge della bomba a mano che si sono ossificate o incarnite.

D: Quelle medaglie le porti sempre con te, Avio?

R: Quando ci sono le celebrazioni del 25 aprile.

D: Altri documenti non ne sono rimasti del campo?

R: Sì, li ho lì nascosti.

D: La dottoressa a cui accennavi era forse Ada Buffulini?

R: Buffulini, sì, Laura Conti e Buffulini, proprio lei.

D: Era lei che ti ha aiutato?

R: Sì. Ecco qui la motivazione della medaglia d’argento.

D: Cos’è che hai in mano adesso?

R: Un notes, ecco qui: “Comitato di Liberazione Nazionale, campo di concentramento Bolzano, il signor Emer Luigi, matricola 9860 è un ex detenuto politico proveniente dal campo di concentramento di Bolzano; egli merita perciò l’aiuto di tutte le autorità civili e militari e di tutti i cittadini dell’Italia liberata, riconoscimento ecc. ecc. Il possessore di questa tessera deve essere subito munito del documento di scarcerazione”, che ho qua. Questo è un santino che conservo ancora del campo di concentramento, distribuito in occasione della Pasqua 1945, con sopra i nomi di altri deportati, c’è anche un tedesco.

D: Chi te lo ha dato, ti ricordi?

R: Il santino me lo ha dato il prete, quando è venuto a celebrare la Pasqua.

D: All’interno del campo?

R: All’interno del campo, e sopra vi sono le firme di alcuni detenuti politici.

D: Quel notes lì l’avevi tu nel campo?

R: Sì, me lo avevano dato nel campo quelli che lavoravano alla tipografia. Qua c’è il nome del dottor Leoni, del colonnello Andreani, poi c’era Padre Ghino Andreani, direzione generale società Ilva di Genova. Qui ci sono le monete che sono riuscito a recuperare all’uscita del campo di concentramento, alcune monete da 10, 50 e 100 lire, che erano di carta.

Questa era una tessera della cellula clandestina del partito comunista del campo di concentramento. Qui ci sono il dottor Leoni, il Colonnello Andreani, Ada Buffulini, il professor Baroncini Ciro di Verona, Brunner Giuseppe da Corvara, Rabenstein Moser di Passiria, il dottor Antonio Dalle Mule da Belluno, l’avvocato Ducci Luigi di La Spezia, Deria Cesare da Torino, tutti con i rispettivi numeri di matricola, Dossi Giovanni via Tasso Bergamo, il professor Virgilio Ferrari senatore in Garbagnate Milano, il dottor Franco Ferrazzi da Castelfranco Veneto Treviso, Polivotto Carlo Perearolo di Pieve di Cadore, Pisciotta Frank. Questo Pisciotta Frank era un italo-americano, era dottore, catturato con gli americani, nel Lager fungeva da dottore, Zuliani Bianca da Longarone, Zusso Mario di Milano, Sardi Alberto da Asti, Bonifaci Beppi da Valdastico, è quello che mi ha fatto avere le stampelle, lavorava in falegnameria; poi c’è l’avvocato Ferrandi Giuseppe, il dottor Lubic Gino, quelli che erano all’ospedale, l’avvocato Steiner Massimiliano di Lana.

E devo aggiungere un particolare: dopo che mi hanno portato via dall’ospedale con il povero Francesco Rella, il procuratore del Tribunale Speciale, persona degnissima, per quanto fosse compito condannare in base alle leggi che vigevano allora, commutò la mia pena di morte nell’ergastolo. Trasferì questi altri detenuti politici, fra i quali Ferrandi, Lubic, Steiner, un certo Tosi Giorgio da Riva e il professor Doglioni da Belluno, nelle carceri mandamentali della provincia, dove la vigilanza era esercitata soltanto dalla Wehrmacht, per sottrarli alle eventuali vendette della SS o della Gestapo.

Hudson Giorgio di Genova, Calter Antonio di Vicenza; insomma qua ci sono vari indirizzi. Ecco qua … Montanelli Margarita si chiamava, era di origine austriaca lei. E poi Tomba Antonietta da Riva del Garda, Di Giovanni Renzo da Predazzo, non li guardo mai, Pianegonda da Valli Sant’Antonio, è quella di cui parlavo prima; questa è di Vicenza, Antonella, Bianconi Valentino di Vittorio Veneto, Roncoletta Giuseppe era impiegato alla Cassa di Risparmio di Belluno. Poi c’era dentro un tale Fabbro Rinaldo, Dino del Bo di Milano, il dottor Ribotto Lionello di Garbagnate Milano matricola 9664, Massetti Piero da Milano, Segno da Torino, Lubic Luigi, il dottor Luigi. Il conte Tonetti di Roma, lo ricordo, Marianna Scola di Torino. Luciana Feratro di Roma.

Poi basta, mi ero stufato di scrivere a penna i nomi.

Esposito Eugenio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Eugenio, quando sei stato arrestato te?

R: Il 31 luglio del 1944.

D: E sei stato arrestato a casa tua, assieme a chi?

R: A casa mia, assieme a mio padre.

D: Chi è che ti ha arrestato?

R: L’UPI, Ufficio Politico Investigativo.

D: Perché, l’accusa qual era?

R: Partigiani, antifascisti.

D: Tu facevi parte di una brigata partigiana?

R: Sì, della 113° brigata GAP.

D: E dopo ti hanno arrestato. Era mattino quando ti hanno arrestato?

R: Al mattino, intorno alle 8.

D: Del mattino.

R: Del mattino, sì.

D: Sono venuti in casa …

R: Sono venuti in casa. Uno è venuto in casa a farmi credere che si doveva partire per l’Oltre Po Pavese. Mi ha messo fretta. Ha preso la scusa col dire “Dopo cambiano il posto di blocco a Pavia e non conosco le sentinelle che ci sono. Invece queste le conosciamo, ci lasciano passare”. E c’era tutto un trucco per far sembrare la cosa vera. E quando siamo scesi in macchina, e siamo scesi in strada, la macchina l’avevano parcheggiata dietro la casa dove abitavo io, e quando stavo per salire sulla macchina e salutare mio padre, che hanno detto di accompagnarmi, per non destar sospetti, quando stavo per salire in macchina e stavo per salutare mio padre, sono saltati fuori altri due con le rivoltelle, e su tutti sulla macchina.

D: Anche tuo padre?

R: Anche mio padre.

D: Tu avevi quanti anni?

R: Avevo 18 anni.

D: E tuo padre, invece?

R: 46.

D: Da lì, dove vi hanno portato?

R: In via Copernico, a fianco alla Stazione Centrale, all’Ufficio della UPI.

D: E lì hai subito i primi interrogatori.

R: Lì c’è stato il primo interrogatorio.

D: Cosa ti chiedevano?

R: Volevano sapere di mio fratello, e volevano sapere dei partigiani che c’erano nei pompieri.

D: Perché tu eri un pompiere, allora?

R: Ero un pompiere, sì.

D: E volevano sapere di tuo fratello perché? Tuo fratello dov’era?

R: Mio fratello doveva essere militare nei Paracadutisti della Folgore, invece era in montagna con i partigiani.

D: L’interrogatorio è durato fino a quando?

R: E’ durato fino al tardo pomeriggio. Dopo ci hanno messo in cella, che c’erano le celle giù al piano terreno. E verso mezzanotte è arrivata la macchina, ci hanno caricati, e ci hanno portati a San Vittore.

D: E ti hanno messo dove?

R: Alla cella 87, credo, del 6° raggio.

D: Sempre te e tuo padre assieme?

R: Assieme.

D: E lì sei rimasto quanto tempo, a San Vittore?

R: Sono rimasto dalla notte del 31 luglio al 1 agosto, fino al 16 agosto. Credo che sia il 16 o 17, che siamo partiti per Bolzano.

D: Però, alcuni giorni prima, ti hanno separato da tuo padre.

R: Due giorni prima ci hanno spostato di cella e cambiato il raggio. Ci avevano portato subito al 5° raggio, dopo qualche giorno al 6°. Ci hanno portato al 5° raggio, che è il raggio dei politici, e all’8 ci hanno separati. Lo hanno portato in un’altra cella e io sono rimasto lì.

D: A San Vittore non hai subito più interrogatori?

R: Nessun interrogatorio.

D: Nessuno ti ha chiesto niente?

R: Niente, più nessuno. Non ho visto più nessuno io.

D: Dopo, al 17 di agosto …

R: Il 17 di agosto.

D: Ti hanno chiamato.

R: Ci hanno chiamato la sera, forse il 17 o il 16. Hanno aperto tutte le celle e giù tutti nei corridoi del piano terreno. Eravamo lì tutti. Hanno vuotato il carcere quasi. C’era la partenza, dicevano, per Bolzano. Si doveva andare tutti a Bolzano.

D: Avevi un numero di matricola a San Vittore?

R: L’avevo, ma l’ho perso. Non l’ho più. Non so neanche che numero era. Ho fatto la richiesta. Sono andato là e me lo hanno dato. Mi hanno dato anche il certificato, che sono stato a San Vittore come detenuto politico, però non lo trovo più.

D: Poi siete partiti. Siete partiti con i camion con carri, con cosa?

R: Siamo partiti con i pullman della … di Milano. Forse c’era qualche pullman dell’Azienda Tranviaria. Comunque, erano tutti pullman con i finestrini sigillati e non si potevano aprire. Hanno tolto le maniglie, la maniglia per tirare giù i vetri dei finestrini.

D: Assieme a te, sul pullman, c’era qualche altra persona che conoscevi?

R: Quasi tutti. C’era un certo Bellamio, che dopo in Germania faceva da interprete. C’era Gibillini sul mio pullman. Eravamo in quattro o cinque, adesso non me li ricordo bene. C’era Giovanni Ferrario, che è morto a Dachau, che era uno degli ostaggi come me.

D: Ascolta. Il viaggio lo avete fatto passando da Verona, o passando dal Garda?

R: Da Verona.

D: Da Verona?

R: Da Verona, sì.

D: Poi siete andati a Bolzano. Voi non sapevate dove eravate diretti?

R: No, non si sapeva.

D: Siete arrivati a Bolzano e vi hanno messo nel Lager di Bolzano.

R: Sì, nel campo di concentramento di Gries. Ho visto che c’era scritto Gries. Abbiamo passato un ponte, un ponte sul fiume. Io a Bolzano non c’ero mai stato, non sapevo neanche com’era come città, insomma. So che abbiamo passato un ponte, e al di là del ponte abbiamo camminato un po’ e ci siamo trovati in un campo di concentramento.

D: Lì, ti ricordi in quale baracca ti hanno messo?

R: Era la seconda o la terza baracca di destra, era la B. Per me era la baracca B, che mi ricordo.

D: Ti hanno dato un numero qui a Bolzano?

R: Anche a Bolzano mi hanno dato un numero, ma non me lo ricordo.

D: Ti hanno lasciato i tuoi vestiti o hai dovuto spogliarti?

R: No, a Bolzano mi hanno lasciato i miei vestiti. Com’ero vestito, sono rimasto.

D: Lì, nel campo di Bolzano, sei stato addetto a fare dei lavori?

R: No, niente. Solo una volta, o due, siamo usciti un po’ a gruppi a lavorare nei frutteti, ma non mi ricordo neanche il lavoro. So che era un lavoro inutile, che si poteva anche farne a meno. Forse l’hanno fatto per farci fare una passeggiata.

D: A proposito di frutteti ecc, c’era un tuo compagno di deportazione, lì a Bolzano, che distribuiva a voi deportati delle mele. Ti ricordi chi era questo qua?

R: Sì. A me, che dava le mele, era Gianotta. E una volta me le ha date anche Olivelli.

D: Tu, soldi, non ne avevi?

R: Se avevo, avevo 5 lire.

D: E invece, questi due deportati distribuivano …

R: Non so. Gianotta i soldi li aveva, qualcosa aveva. Olivelli, non so, penso anche lui, o ha trovato un sistema di avere le mele. Non so come facevano. So che avevano le mele e le distribuivano.

D: Ti ricordi se nel campo, quando tu eri qui nel campo a Bolzano, hai avuto modo di vedere se c’erano dei bambini dentro nel campo?

R: Quelli, non li ho mai visti.

D: Non li hai visti. E le donne invece?

R: Le donne sì. Perché il blocco prima del mio era tutto di donne. Nel mio gruppo c’era un certo Lupo Dorino, che cantava bene, e la sera cantava. E le donne gridavano “Bis”. Volevano risentire ancora le canzoni.

D: Ascolta, ti ricordi se c’erano dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Con me c’era proprio Padre Agosti Gianantonio, un frate. Ha detto che era il frate che c’era nella Chiesa dei Cappuccini di viale Piave a Milano. Tant’è che, finita la guerra, sono andato a trovarlo lì. Dopo la Liberazione siamo andati a trovarlo in quella Chiesa lì.

D: Lui era stato arrestato e deportato perché?

R: Perché aiutava gli ebrei, nascondeva gli ebrei. Li nascondeva in Duomo, credo. Perché lui tutte le domeniche mattina, alle 10, faceva la messa in Duomo.

D: Nel Duomo di Milano?

R: Nel Duomo di Milano, sì.

D: E l’hanno arrestato …

R: E’ stato arrestato e portato a San Vittore. Lo ricordo ancora, un bonaccione, Padre Gianego, Agosti Gianantonio da Romallo. Era un trentino. Romallo è lì in Trentino.

D: Ed era nel tuo stesso blocco a Bolzano?

R: Nello stesso blocco.

D: Sai se celebrava messa?

R: No, non si poteva. Dopo, in Germania, veniva a benedire i morti che si trovavano nel gabinetto.

D: Ascolta, ti ricordi qui a Bolzano, tu sei rimasto pochi giorni qui a Bolzano …

R: Penso una ventina di giorni.

D: Ti ricordi se c’era un blocco celle a Bolzano?

R: Mi hanno detto che c’erano le celle, però non le ho mai viste.

D: Tu non le hai mai viste?

R: Mai viste.

D: E qui a Bolzano, sempre quando eri qui a Bolzano, hai assistito a episodi di violenza?

R: No, non posso dire di averne visti. Non ne ho visti.

D: Poi un giorno vi hanno chiamato, qui a Bolzano.

R: Sì, per una spedizione. Hanno detto che si andava in Germania.

D: Non hanno detto dove?

R: Niente, non hanno detto niente. Ci siamo accorti che siamo arrivati a Flossenbürg, perché c’era sempre uno che spiava attraverso il finestrino in alto del vagone bestiame e ha visto la scritta Flossenbürg. E dopo un po’ si è fermato il treno.

D: Dal campo di via Resia, dov’è che vi hanno caricato sui vagoni?

R: So che c’era un binario, che sembrava un binario morto. Non era in stazione. Sulla destra c’era un muro, come un muro di cinta di uno stabilimento, o un palazzo alto. Era di notte, non si poteva vedere di preciso dov’ero. So che non era in stazione.

D: E lì, vi hanno caricato sui vagoni?

R: Caricati su dei vagoni, piombati. Ci hanno messo su una cassa di mele per vagone. Non era roba tedesca. Era qualche comitato, qualche clandestino, che le ha messe su, non da parte dei nazisti, quello no.

D: Acqua?

R: Niente acqua.

D: Mangiare?

R: Mangiare, niente.

D: Solamente quelle mele lì?

R: Solo quelle mele lì.

D: In quanti eravate, più o meno, sul vagone?

R: Cinquanta per vagone.

D: Chiuso, sigillato …

R: Chiuso e piombato dall’esterno.

D: E via partenza.

R: Senza la possibilità di un posto dove fare i nostri bisogni, niente. E siamo partiti. Era notte.

D: Più o meno ti ricordi quanto è durato il viaggio?

R: Adesso non mi ricordo di preciso se erano due notti e tre giorni, o tre giorni e due notti. So che è stato abbastanza lungo.

D: Sete, fame?

R: Più che la fame, era la sete. Perché era da poco che era estate, ed eravamo ancora in carne. La fame è venuta dopo.

D: Dopo, dicevi, quando si è fermato il treno, eravate a Flossenbürg.

R: A Flossenbürg.

D: Scesi dal treno, che cosa è successo?

R: Scesi dal treno, incolonnati e contati. In marcia, e siamo andati nel campo di concentramento. Ma non è proprio vicino alla ferrovia il campo, perché abbiamo camminato un bel po’.

D: L’ingresso nel campo come te lo ricordi?

R: Mi ricordo un cancello e tutte le guardie fuori.

D: C’era una scritta da qualche parte?

R: Credo che c’era scritta quella famosa frase “Arbeit macht frei”. Olivelli e Bellamio, che erano i due interpreti, hanno detto che voleva dire “Il lavoro rende liberi”.

D: Dopo, dicevi, vi hanno messo in un capannone.

R: Non era un capannone chiuso. Era un posto, dove ogni tanto facevano gli spettacoli. Perché, per burlarsi di noi, ogni tanto la domenica facevano i concerti. Sembra un paradosso, ma la prima canzone che suonavano era sempre “Tornerai”. Quella faceva piangere tutti.

D: Ma l’orchestra era composta, da chi?

R: Da prigionieri.

D: Da deportati?

R: Da deportati. C’erano dei veri professori di musica.

D: E in questo posto qui, cosa avete dovuto lasciare voi?

R: Noi abbiamo lasciato tutto quello che avevamo. Messo tutto nei sacchi col nome, perché dicevano che a guerra finita ce li davano indietro.

D: Cioè, tutti i vostri vestiti …

R: I vestiti, gli oggetti. E hanno detto “Non abbiate paura, se avete oro mettete qua, che qua è sicuro”.

D: Quindi vi siete denudati.

R: Denudati completamente.

D: E poi?

R: Poi siamo andati alle docce. C’era una scala, che andava giù. Siamo entrati in quel gran locale, con tutti gli spruzzatori sul plafone e abbiamo capito che erano docce. Quando era ben saturo l’ambiente, quando eravamo dentro tutti, hanno aperto i rubinetti dell’acqua bollente, non dico calda ma bollente, che a tanti sono venute le piaghe. Quelli che sono capitati proprio sotto il getto, avevano le piaghe sulle spalle. E dopo, a furia di grida e urla, chiusa l’acqua bollente hanno aperto l’acqua gelata. E lì altre urla, perché l’acqua era troppo fredda. Dopo, spenta l’acqua, per farci asciugare, era un sogno un asciugamano, hanno aperto le finestre, hanno fatto aria corrente e ci siamo asciugati con l’aria corrente.

D: Ascolta, se uno non capiva gli ordini, che erano dati in tedesco, cosa succedeva?

R: Erano bastonate o calci, mai con le mani. Non toccavano con le mani, o con il bastone o con i piedi.

D: E con te c’era sempre Padre Gianantonio?

R: Era sempre stato con noi. Lo ricordo nudo, davanti a me, quando si andava giù alla scala per le docce.

D: Dopo, la rasatura.

R: Dopo c’è stata la rasatura.

D: La rasatura in tutte le parti del corpo?

R: La rasatura in tutte le parti del corpo. Dalla testa, fino sotto le ascelle, chi aveva il pelo sullo stomaco. Padre Gianantonio con la barba, tagliata. Abbiamo chiesto pietà per lui, perché la barba è simbolo dei frati, ma non c’è stato niente da fare.

D: Non ti ricordi se per caso, questo particolare della barba, non gli è stata tagliata a Bolzano a Padre Gianantonio?

R: Non credo che l’hanno tagliata a Bolzano.

D: Gliela hanno tagliata a Flossenbürg?

R: Credo che gliela abbiano tagliata proprio a Flossenbürg.

D: Quindi, depilazione, rasatura. Poi?

R: In tutte le parti del corpo. Poi ci hanno portato alla vestizione. Tutti nudi, attraversare il piazzale dell’appello, c’erano i magazzini, si camminava in fila indiana. Lì c’erano dei prigionieri che ti buttavano, chi la giacca, chi la camicia, chi i pantaloni e gli zoccoli, e basta. Senza fermarsi. Dovevi prendere tutto al volo, tutto di corsa, al volo, perché eravamo in tanti da vestire. Era già sera.

D: Ascolta, biancheria intima?

R: Mai vista, né calze, né mutande.

D: Una maglietta?

R: Chi aveva la maglietta, non aveva la camicia. Il capo era uno.

D: Poi, il blocco di quarantena.

R: Dopo, incolonnati verso il blocco di quarantena. L’abbiamo saputo dopo che era un blocco di quarantena. Il 23 era il blocco più terribile di Flossenbürg.

D: Perché?

R: Chi è stato a Flossenbürg, tutti sanno che cos’era il blocco 23 perché lì la morte era giornaliera, bastonate, tutto. Era il blocco più terribile. Quarantena non per le malattie, io penso per selezionare ancora il personale. Chi resisteva lì, poteva continuare a fare il prigioniero. Infatti, non sono passati dieci, quindici giorni, che sono andato al gabinetto, chiamiamolo gabinetto, perché era uno schifo, e ho visto un cadavere sotto i lavandini. Al ritorno sono andato da Padre Gianantonio e gli ho detto “Padre c’è un cadavere al gabinetto”. Sarà morto lì, ma è nudo. E’ andato là e l’ha benedetto. Dopo un po’ qualcuno è voluto andare a vedere anche lui. E’ tornato e fa “Guarda che ce ne sono due, tre o quattro di cadaveri”. Dopo abbiamo capito. Tempo di sera, i due, tre cadaveri, diventavano catasta perché portavano anche quelli del blocco 22.

D: Quindi, quando uno moriva, veniva portato …

R: Quando uno moriva, veniva spogliato, bagnato con il getto di acqua fredda, per bagnare la pelle per poter scrivere il numero di matricola sulla pelle del morto. La matita copiativa, si usa se è bagnata. E per non star lì a bagnarla ogni volta, bagnavano il cadavere e scrivevano il numero di matricola, che dopo veniva registrato e depennato come deceduto.

D: Vicino alla tua baracca, vicino al blocco 23, cosa c’era?

R: C’era il forno crematorio, però non lo vedevamo. L’abbiamo saputo, che era il forno crematorio, perché vedevamo sempre il carro passare. Al mattino passava il carro pieno di cadaveri, e vedevamo il fumo che usciva. Dopo ci hanno detto, gli anziani del campo, che lì c’era il forno crematorio. Di fronte c’era una garitta, una garitta con su le sentinelle, le mitraglie. Era un posto bello però, malgrado la garitta e il forno crematorio, perché più di una volta abbiamo visto i caprioli passare sotto le garitte. Era qualcosa di anormale vedere un capriolo in libertà.

D: Ascolta. Il tempo che sei rimasto lì a Flossenbürg, hai avuto modo di vedere se lì sono state consumate delle violenze?

R: Ma lì erano all’ordine del giorno le violenze. Tutti i giorni era violenza lì. Le 25 bastonate con un tubo di gomma. Basta pensare che il capo blocco era un assassino, un delinquente comune, e il capo campo un pluriassassino. Quelli lì ci comandavano. Il vice capo blocco era un polacco, più delinquente ancora del tedesco. Perché non sembra, qua si parla sempre di tedeschi, ma i polacchi ci hanno fatto piangere e ci hanno bastonato tanto. Non era solo quello lì polacco, tanti capi blocco e vice capi blocco erano polacchi.

D: Tanti Kapò.

R: Tanti kapò.

D: Ascolta, mi sono dimenticato di chiederti una cosa. Lì hai avuto anche l’immatricolazione?

R: Lì mi hanno immatricolato, sì.

D: Ti ricordi il tuo numero?

R: 21.587.

D: Quindi, dovevi rispondere, ogni volta che ti chiamavano?

R: E’ un numero che non sono riuscito ad impararlo in tedesco. Ancora oggi, non sono riuscito ad impararlo. Se non si rispondeva, venivano a prenderti ed erano bastonate. Per fortuna che io ero molto amico di Bellamio, che faceva da interprete, e lui si intrufolava in mezzo e me lo spiegava in tedesco. E all’attimo capivo e rispondevo, qualche volta. Qualche volta andava male.

D: Com’era il gabinetto di Flossenbürg?

R: Il gabinetto di Flossenbürg, metta di vedere una grande fossa, profonda tre o quattro metri, lunga sei, sette, otto metri, larga tre, quattro, cinque metri. Sui bordi c’era una trave. In mezzo c’era un divisorio perché serviva anche per il blocco 22. Ai lati c’era una trave di legno, sia di qua che di là, nelle due parti, e ci si doveva sedere su quella trave lì per i bisogni.

D: Ma non era pericoloso, instabile?

R: Per uno sano non era pericoloso, ma tanti morivano al momento, o erano deboli e cadevano dentro la buca, e stavano dentro. Morivano dentro, seppelliti dagli escrementi di tutti quelli che andavano al gabinetto. Una volta ogni tanto, penso che lo vuotavano e tiravano fuori i cadaveri. Siccome i capi blocco, che mangiavano le patate e la frutta, la pelle non la davano a noi ma la buttavano dentro quel gabinetto lì, in quella buca, ho visto prigionieri russi andare giù, farsi da scala e andar giù a prendere quelle pelli lì e mangiarle. Io speravo di morire prima di arrivare a quel punto lì.

D: Durante la quarantena tu sei uscito anche dal campo per lavorare?

R: Lì, andavamo alla cava di pietra. Non tutti, facevano due o tre squadre. E si andava alla cava di pietra, che distava due o tre chilometri. Di notte brillavano le mine e spaccavano la montagna, e noi di giorno si andava a caricare le pietre. Pretendevano che erano cubi, come se la dinamite, quando scoppia, fa i cubi perfetti. E si stava lì anche a picchiarsi, l’uno con l’altro, tra noi, perché uno vedeva il cubo che andava bene e cercava di portarlo via, e l’altro voleva fregarlo. Perché era importante perché dopo c’era il controllo, c’era la sentinella che controllava. Se la pietra era troppo piccola o non era fatta bene, erano bastonate. Non c’era pietà lì.

D: Le pietre le prendevate lì dalla cava, e dove dovevi portarle?

R: Si ritornava al campo, ma non si rientrava nel campo. C’erano delle costruzioni su una strada, che anche la strada era nuova, che stavano facendo, e si depositavano lì, ai margini di quella strada, dove c’erano delle costruzioni che dicevano essere delle villette per le SS.

D: E poi ritornavate …

R: E poi si ritornava alla cava. Si facevano tre, quattro viaggi al giorno, andata e ritorno.

D: Ritornando al campo, ti ricordi se nel campo di Flossenbürg hai visto delle donne?

R: C’erano le donne. E per la verità c’era anche il bordello.

D: Dentro il campo?

R: Dentro il campo. Era dietro l’infermeria.

D: Ma chi ci andava?

R: I capi e anche qualche lavoratore, perché davano i buoni per potere andare. Quelli che lavoravano già negli stabilimenti, penso che avevano quei buoni lì.

D: Gli altri deportati del campo uscivano anche loro a lavorare?

R: Sì, tanti uscivano, ma non la maggioranza però. Sì rimaneva ad oziare tutto il giorno. Pochi uscivano. Si vede che non c’erano grandi industrie in giro lì. Chi usciva, dicevano che andavano fuori a fare le strade, a fare quella famosa strada lì, dove portavamo noi le pietre. Ma non era come negli altri campi, dove sono stato dopo, che c’erano proprio gli stabilimenti, lì grandi industrie, non ne ho viste io.

D: Lì sei rimasto un mese.

R: Un mese circa, sì.

D: Poi, che cosa è successo?

R: Siamo partiti ancora con il treno, anche lì, il viaggio abbastanza lungo, due giorni e due notti. Abbiamo visto Kempten, che c’è la stazione. Siamo scesi dal treno, e ci hanno incolonnato fino a Kottern, si vedeva il cartello, e lì c’era un campo di concentramento e siamo entrati lì. Come siamo entrati, il capo campo ha fatto il discorso, il discorso burla “State puliti. Non tentate di fuggire. Non rompete i vetri”. Non so, come se fossimo dei giocatori di calcio, a giocare lì in mezzo alle case. Ci ha proprio detto di non rompere i vetri, se no ci avrebbero punito. La prima zuppa che ci hanno dato però, era già più sostanziosa di quella che si mangiava a Flossenbürg. Era più spessa. Abbiamo detto “Qua stiamo bene”, ma purtroppo è durata poco lì.

D: Ascolta, ma a Flossenbürg non avete mai avuto contatti con la popolazione, o visto abitanti?

R: Mai visto un abitante di Flossenbürg, mai. Sembrava un posto fuori dal mondo.

D: Neanche quando siete arrivati …

R: Neanche quando siamo arrivati.

D: … che avete attraversato il paese?

R: Niente. Abbiamo attraversato il paese, ma era notte, era sera, c’era buio. So che siamo passati vicino ad una segheria, credo che c’era una segheria sulla destra, ma non abbiamo visto nessuno, come se ci fosse il coprifuoco. C’erano delle case, però mai visto una persona camminare in strada, nessuno. Sembrava un posto fuori dal mondo.

D: In questo campo qui nuovo, non a Flossenbürg, quello in cui sei arrivato

R: A Kottern

D: A Kottern ti hanno immatricolato di nuovo?

R: Lì, hanno cambiato numero di matricola. Era 116.355.

D: E questo era un sottocampo di Dachau.

R: Era un sottocampo di Dachau. Tant’è vero che, lì, non c’era il crematorio. Quelli che ammazzavano, o morivano, c’era il camion il mattino che li portava a Dachau a bruciare.

D: Perché eravate lì, voi deportati? Cosa facevate in questo campo?

R: Dopo due o tre giorni, ci hanno fatto a squadre e ci hanno divisi. Si partiva al mattino alle 6, e si facevano tre chilometri a piedi su una stradina che costeggiava il paese. Lì, si vedeva qualche abitante, ma quando passavamo noi le donne, nelle case, chiudevano le finestre. Non so perché, facevamo orrore, non lo so. E c’erano due stabilimenti, che dicono che erano due tessiture modernissime della Germania, che però sono state bombardate perché le hanno fatte diventare due stabilimenti.

D: Cioè, costruivate parti …

R: Parti di quei missili, diciamo.

D: E la ditta?

R: Io non so che ditta era quella lì. Per me, era un’azienda militare. Non lo so. Non c’era scritto niente fuori. So che costeggiavamo un fiume. C’era un ponticello da attraversare, e si entrava in quel cancello lì. Sempre scortati, e si facevano dodici ore di giorno per una settimana e l’altra settimana dodici ore di notte.

D: Questo nome qui ti dice qualcosa? “Messerschmitt”.

R: Sì. Ah ecco, era proprio la Messerschmitt

D: Avevate dei capi civili anche?

R: C’erano dei civili, ma i capi erano solo tedeschi militari.

Tanti civili, ma come maggioranza erano militari dell’Aviazione Tedesca. Dicono che erano tutti feriti che rientravano dal fronte e venivano lì in convalescenza, ma dovevano lavorare. Ci facevano vedere il lavoro che dovevamo fare noi.

D: Ah ecco, vi spiegavano che tipo di lavoro dovevate fare?

R: Sì.

D: Ascolta. Uno invece, non è che ti ha spiegato un lavoro, aveva chiesto se tu gli facevi un particolare oggetto in cambio …

R: Ho fatto i bocchini per le sigarette, e poi ho fatto anche degli accendisigari e porta sigarette. Tant’è vero che, uno di quelli lì, l’ho fatto io, e Castelli, che adesso è morto, l’ha inciso con il disegno che ci ha dato uno del campo, che era un capo della Mercedes. Era un prigioniero politico tedesco. Era all’ufficio di quello che teneva la registrazione del campo. E quello lì, a me e a Castelli, ogni volta che ci portava a far vedere il lavoro, tutte le sere, ci dava una mezza gamella di zuppa.

D: Ma un altro, invece, che era una SS …

R: Non era una SS. Me ne ha ordinato uno per lui ed uno per la fidanzata. Ne ho fatto uno prima di quelli lì. E quel militare lì, che era dell’aviazione, mi ha dato una fetta di pane. Sarà stato un etto e mezzo, due etti. E’ tanta manna. E’ il lavoro di più di una settimana. Facevo tutto di nascosto, perché se mi prendevano era sabotaggio, era impiccagione. Lì non si scappava. E quello lì ha fatto vedere ad un altro dell’aviazione, che lavorava lì anche lui, sempre in divisa, erano in due, e quando l’ha visto mi ha chiamato e mi ha detto che lo voleva anche lui, uno per lui e uno per la fidanzata. Allora a racimolare il materiale, che non era roba facile. Dovevo andare di notte, scardinare la porta, già scardinata per i bombardamenti, e i piani superiori bombardati, cercare gli interruttori di bachelite, portare via i pezzi. Io facevo quei bocchini lì delle sigarette e porta sigarette, che erano una meraviglia. Sono usciti dei gioielli. Neanche io credevo di essere capace di fare delle cose così belle. Il tempo l’avevo, ma sempre di nascosto però. Avevamo fatto il contratto che doveva darmi del pane. E quando sono andato a consegnarli, ero tutto contento. Ho detto “Stasera mangio”, e invece mi sono preso due calci nel sedere che mi hanno alzato da terra. Quello è stato il pagamento. E non era una SS, era dell’aviazione. Era rosso di capelli.

D: Lì, sei rimasto per quanto tempo?

R: Fino al 22 o 23 aprile del 1945. Purtroppo, tre o quattro giorni prima della Liberazione, diciamo, ci hanno caricato tutti su i camion ma è suonato un allarme ed è iniziato un bombardamento terrificante. Lì, ci siamo guardati un po’ ed ho deciso di scappare. Ci siamo trovati in cinque. C’ero io, c’era Gibillini Venanzio, c’era Selmi Umbro, c’era Nicolini e c’era …, un triestino, un istriano. Abbiamo fatto molta strada a piedi. Il pericolo era che si camminava vestiti da prigionieri. Allora abbiamo deciso di camminare a metà costa, sulle colline, tra una pianta e l’altra, per non farci vedere perché la strada era tutta piena di militari tedeschi che ritornavano sconfitti dal fronte, tutti feriti. E’ stata proprio una disfatta. Ho visto proprio la disfatta dell’esercito tedesco lì. Nel camminare, abbiamo trovato una donna che ci ha salutato. Noi abbiamo risposto al saluto e siamo arrivati ad un boschetto. Un boschetto, ma saranno state cinque o sei piante in fiore. Non posso dire se erano meli o se erano ciliegi, quel boschetto lì. Dopo 5 minuti che eravamo lì, è arrivata gente. Si sono presentati. Erano operai francesi, che lavoravano alla BMW. Ci hanno chiesto chi eravamo, e noi glielo abbiamo detto. E hanno detto “Non state in giro vestiti in quella maniera lì”, in francese, qualche parola si capiva, “perché vestiti a zebra, se vi vedono, vi pescano subito. Aspettate qua un’oretta, che andiamo dove lavoravamo, perché oramai lo stabilimento è distrutto, bombardato, cerchiamo dei vestiti borghesi e ve li portiamo”. Difatti, dopo un’oretta, sono arrivati con due sacchi pieni di vestiti. Ci hanno messo lì i vestiti, ci hanno dato una sigaretta per uno, cinque sigarette, e se ne sono andati. E noi ci siamo cambiati i vestiti. Nell’attimo di buttar via, anche i berretti ci hanno portato, cinque berretti, nell’attimo di buttar via i vestiti a zebra, abbiamo visto due canne di mitra e sentito delle grida. Ci siamo guardati in giro, ed erano due Sergenti delle SS del campo. Lì abbiamo capito che quella donna là ci ha indirizzato quella gente lì. Perché quelli ci hanno inseguito subito da come siamo scappati, però non ci vedevano. Si vede che hanno chiesto informazioni e qualcuno ci ha visto. Di sicuro quella donna là, è una che ha fatto la spia. E lì, avevano un bastone per uno, hanno passato il mitra nella mano sinistra e con la destra, con quel bastone lì, fino a che non hanno avuto in mano più niente, si sono sfogati su di noi. Tant’è vero che le ultime bastonate le ha prese il Gibillini Venanzio, che è caduto in un fosso, una pozza d’acqua, ma profonda 60, 70 centimetri. E ho detto “Quello lì annega”. E allora mi sono messo in ginocchio e con la poca forza che mi è rimasta l’ho tirato fuori. Il tedesco, quando ha visto così, si è sfogato ancora su di me e mi ha conciato proprio per le feste, però ho salvato Gibillini. Dopo, la strada che abbiamo fatto a fuggire, l’abbiamo fatta a tornare. Però hanno voluto che ci vestivamo ancora da zebra. Hanno voluto che ci vestivamo ancora da zebra. Noi, quando ci hanno detto di spogliarci e chi eravamo, abbiamo detto “Civili francesi”. E quelli hanno detto “Togli il berretto”, e voleva dire essere scoperti, perché noi avevamo la Strasse. Come italiani e russi, oltre ad essere rapati a zero, avevamo la Strasse per riconoscerci, perché se ci hanno bastonato da dar via, era nostra e per i russi. Loro erano i nemici e noi eravamo i traditori. Abbiamo fatto tutta quella strada, che avevamo fatto durante la fuga, ma siamo tornati indietro. Siamo passati da una cascina, e abbiamo capito che quella era la donna di uno dei Sergenti che ci ha preso. Ci ha dato un carrello a mano, una carretta, e ci ha accompagnato in un magazzino bombardato. Ci ha fatto caricare margarina, salami, wurstel e bottiglie di grappa, e ce li ha fatti portare alla cascina e dare a quella donna là. Dopo che loro hanno mangiato, noi si guardava, non si sono degnati neanche di passarci un pezzetto di pane, allora siamo tornati al campo, quasi tutto di corsa per arrivare in tempo. Siamo arrivati al campo che era l’una di notte, circa.

D: Però non siete entrati nel campo?

R: No, ci hanno lascito fuori. Uno è entrato, ha chiamato sei SS, sono usciti con il moschetto e hanno formato il plotone di esecuzione. Ho detto “Ormai ci fucilano”. E dopo hanno litigato i due Sergenti. Quello che ci ha preso per primo ha detto “Li fuciliamo subito”. L’altro ha detto “No, aspettiamo domani mattina, che arriva il turno di notte, che ora sono fuori a lavorare, e passano in rivista”. “Passare in rivista” per dire “Chiunque tenterà la fuga, farà la fine di questi e li fuciliamo davanti a tutti”. Il Comandante, sentendo quella discussione, ha preso la motocicletta ed è andato al Comando Superiore. E’ rientrato dopo un’ora e mezza, sentivo la motocicletta nella notte che si avvicinava. Nella fuga, che abbiamo fatto noi cinque, si sono aggiunti due tedeschi politici, che anche loro hanno tentato la fuga ma sono stati presi come noi. Quando è rientrato il Comandante con la motocicletta, ha bisbigliato qualche parola, e poi ho visto i due tedeschi che si sono messi in ginocchio per baciare la mano a questo SS. Allora ho detto “Allora siamo salvi”. Però ho detto “E se è solo per quelli lì, che sono tedeschi?”. Dopo, invece, ha mandato via il plotone di esecuzione e ci ha detto di rientrare tutti in campo. Ci ha messo in un Bunker, che sarà stato lungo tre metri per due metri, senza finestre, con una porta stagna, con dentro circa mezzo metro d’acqua. E siamo stati lì fino a circa le 11 del giorno dopo. Non ci si poteva coricare, stanchi com’eravamo, se no si annegava, e ci siamo messi a coppie, in modo da poter star seduti uno sul ginocchio dell’altro e viceversa. Ci hanno tirato fuori alle 11 del giorno dopo. Era una giornata splendida, bruciavano gli occhi per il sole, con tutto il buio che avevamo sofferto. Il primo sole a momenti ci brucia gli occhi. Ci hanno dato una fetta di pane e ci hanno detto “State in campo”. A lavorare non si andava più, perché ormai la guerra era alla fine. Dopo due giorni, ancora incolonnati, rimangono quelli dell’infermeria, che sono quelli che non possono camminare, ci hanno contato, plotoni di cinquanta per volta e file di cinque. Noi cinque, che abbiamo tentato la fuga, ci siamo messi tutti vicini. Abbiamo fatto una fila. E come ci hanno visto uscire, hanno detto “No, tu qua, tu là” e ci hanno separato, ma dopo un po’ ci siamo riuniti ancora. E lì si è vuotato tutto il campo. Era la marcia di eliminazione. L’abbiamo capito dopo, perché chi cadeva veniva ucciso. Chi tentava di fingersi morto, quando si ripartiva dopo i 10 minuti di riposo, veniva ucciso anche lui con un colpo alla nuca. Era una prova che volevo fare anche io, ma mi sono guardato bene di farla perché avevo visto l’esito. E abbiamo capito che si girava sempre in giro ad una collina. Era sempre quello il panorama. Fino a che, verso le 5 di sera, tutto il cielo è diventato rosso, e ci siamo chiesti “Che cosa vuole dire? Cos’è questa roba qua?”. C’erano degli ufficiali con noi, prigionieri, che hanno detto “Nell’esercito, quando ci sono questi razzi, vuole dire di evacuare la città dalle Forze Armate”. Ci siamo guardati in giro, e non c’era più una SS. E’ finito. Ho messo le mani in tasca, che era proibito farlo, finalmente dopo dieci mesi mi sono messo le mani in tasca, e siamo rimasti liberi. Tanti sono ritornati al campo, alcuni si sono fermati lì, ed io, in tre, ci siamo diretti verso le prime abitazioni. Abbiamo trovato una cascina e ci siamo accampati fuori dalla cascina, sotto i portici, a dormire. Prima, però, ho trovato un tedesco, che anche lui mi ha messo in mano un carretto e mi ha detto di andare ad un magazzino alimentare, mi ha accompagnato lui, e mi ha fatto caricare dei viveri. Mi mandavano a rubare. Ho caricato dei viveri e li ho portati nella sua villa, anche quello lì se mi avesse detto “Grazie”, neanche un pezzo di pane. Il giorno dopo, quando ci siamo svegliati, siamo andati noi a saccheggiare qualche negozio e abbiamo mangiato. Il mattino dopo, un gran rumore sulle strade ci ha svegliato. Ho guardato fuori, proprio per primo, e ho detto “Ci sono i carri armati”. E il Gibillini mi fa “Ma che distintivo c’è su? C’è su una stella? Allora sono americani.” Infatti, siamo usciti e come ci hanno visti, eravamo vestiti a zebra, hanno fermato tutta la colonna e sono scesi a prendere informazioni. Parlavano tutti il napoletano, quei militari lì. Devo dire che ci hanno trattato proprio bene.

D: E lì sei rimasto fino a quando?

R: La nostra intenzione era quella di seguire il fronte. I militari americani ci portavano da mangiare tutti i giorni, mattina mezzogiorno e sera. Arrivavano due uomini con la pignatta e ci davano da mangiare. Posto, loro, non ne avevano. Erano accampati anche loro. Ci davano da mangiare loro. E quando si spostava il fronte, noi li seguivamo perché l’intenzione era di seguire il fronte per arrivare a casa prima. “Perché questi vanno verso l’Italia” pensavo io “Vanno verso l’Italia, li seguiamo, e ci troviamo là”. Invece, ci hanno portato in un altro paese. Lì ci hanno fermati, perché il paese era un po’ più grande, non mi ricordo che paese era, e ci hanno messo in un asilo a mangiare e a dormire. Lì, con i medici, ci hanno visitato, e ci hanno tolto tutti i pidocchi con il DDT. Ci hanno spruzzato con una pompa, ci spruzzavano sotto i vestiti, e di pidocchi non ce ne erano più. Siamo stati lì qualche giorno. Dopo, sono arrivati dei camion americani, ci hanno caricato e ci hanno portato a Bolzano.

D: A Bolzano ti ricordi dove ti hanno portato?

R: A Bolzano ci hanno portato in una caserma. Tant’è vero che, meraviglia, a Bolzano giravano ancora i militari tedeschi armati, cosa incredibile. Era già finita la guerra.

D: Quanto tempo sei rimasto a Bolzano?

R: Poco, lo stesso giorno siamo ripartiti. Siamo ripartiti. Sono venuti i pullman. Ogni città mandava i suoi pullman. Milano ha mandato i pullman, Torino, Genova. Tutte le regioni mandavano i pullman, perché sapevano che c’era il rientro, e ogni comitato mandava i pullman. Io ne ho preso uno di Cernusco sul Naviglio, che ci ha portato fino alla Stazione Centrale di Milano. Abbiamo fatto una sosta a Trento. Un posto di preti ci ha dato da bere roba calda, e ci hanno dato un panino, credo. Poi siamo ripartiti subito, e siamo arrivati alla Stazione Centrale di Milano che era l’alba del giorno dopo.

D: E alla Stazione Centrale che cosa hai fatto?

R: Alla Stazione Centrale hanno fatto l’appello di quelli che eravamo. Quando sentivano il mio nome, tutti mi correvano incontro a guardarmi in faccia, ma nessuno parlava. “Sei Esposito Eugenio?”, “Sì”. “E allora vai a casa adesso?”, “Sì”. Allora mi hanno fatto un documento, un foglio di carta prestampato già. Hanno messo su il nome, la provenienza del campo, e mi hanno detto di andare a casa. Io esco dalla Stazione, dall’atrio, e sono rimasto imbambolato perché non sapevo dove abitavo. Non so che cosa mi è successo. Sarà stata l’emozione, perché non sapevo dove abitavo proprio. Dopo un po’ mi è venuto in mente che avevo dei parenti in quella zona lì. Pensa, pensa, e gironzolavo da solo, come una trottola. Penso e ho detto “Ma io, in viale Monza, avevo degli zii e dei cugini”. Allora ho chiesto dov’era viale Monza. Mi hanno indirizzato e sono arrivato in viale Monza. Ho bussato a tutte le porte dei palazzi, fino a che al 36 mi hanno detto “Sì, abitano qua”. Mi hanno detto il piano e sono andato su. Ho suonato il campanello, è uscita mia cugina e mi ha abbracciato. Mi ha detto “Sai di tuo padre?”, “Che cosa c’è?”, “Tuo papà è stato fucilato, qua in Piazzale Loreto”. Ecco, io l’ho saputo lì.

D: Poi ti ha accompagnato a casa?

R: Poi mi ha accompagnato. Prima di passare da casa, mi ha portato in Piazzale Loreto. Ho detto “Fammi vedere dove”. E quando sono arrivato lì, in Piazzale Loreto, c’era una catasta di fiori, corone e fiori. C’era il drappello dei Vigili Urbani in onore. Quando hanno saputo chi ero, si sono messi tutti sull’attenti. Dopo ho preso un taxi, che mi ha portato a casa. Mi ha detto “Non salire. Stai in strada, che vado su io”. Infatti, dopo 10 minuti è venuta giù a prendermi e ho trovato mia madre. Anche lei mi ha detto “Hai sentito del papà”, “Sì, ho sentito”.

D: A proposito del papà, il papà, che era stato arrestato con te, poi vi hanno diviso l’8 di agosto del 1944 nelle celle, il papà è stato fucilato?

R: Sì, in Piazzale Loreto.

D: Perché? Il motivo? Si dice che è stato per rappresaglia …

R: Rappresaglia di una bomba, che dicono che hanno messo le Gap in viale Abruzzi sotto un camion tedesco, dove sono morti nove tedeschi. Invece non era vero, perché nessuno può dire che erano morti dei tedeschi. Perché, né il rapporto della polizia, né i rapporti dell’ospedale, né la Prefettura, neanche i Comandi fascisti, neanche loro, lo hanno dichiarato, sono morti solo civili, non sono morti dei militari tedeschi. L’unico militare tedesco era l’autista, che ha avuto solo un graffio, qua sulla guancia, e basta. L’hanno medicato all’ospedale e l’hanno mandato fuori subito. Altri, in ospedale, hanno dichiarato che erano solo morti e feriti civili.

D: Dovevano essere ventisei ad essere fucilati.

R: Sì, nella lista erano ventisei.

D: Ricordi il primo di questa lista chi era?

R: Il primo ero io, il secondo mio padre, e poi avanti. E l’ultima ,era una donna, una certa Mozzolon Giuditta. Non se ne è più parlato. Abbiamo scoperto da poco che è morta a Sesto qualche anno fa. E’ stata insignita di medaglia d’argento. E’ morta che aveva quasi 90 anni.

D: Da ventisei…

R: Da ventisei, in undici siamo stati graziati. Dicono “graziati”, da pena di morte all’ergastolo, però ergastolo sempre come ostaggi. Eravamo sempre ostaggi. Per il primo fatto che succedeva, eravamo noi undici ad essere fucilati.

D: E poi, non tanto ergastolo quanto deportazione.

R: L’ergastolo voleva dire la deportazione nei campi di eliminazione, dove sono andato a finire.

D: In una parola, in due parole, l’esperienza dei Lager, che tu hai vissuto, cosa è stata?

R: E’ un’esperienza che non si augura a nessuno, neanche al peggior nemico. E’ un’esperienza che si può augurare solo a quelli che l’hanno fatta a noi.

D: Perché?

R: Perché è una cosa incredibile. Uno che non ha provato, non può credere. Si possono raccontare dei fatti, delle storie, ma uno che non l’ha provato ha il diritto di non credere. Io l’ho sempre pensata così e sempre la penserò così.

D: Per le cose che hai visto?

R: Per le cose orribili che succedevano in quei campi lì, la vigliaccheria, la brutalità, cose mai viste, mai sentite, mai scritte da nessuno.

D: Però ci sono state delle cose, chiamiamole così, belle tra di voi.

R: A beh, qualche atto di solidarietà c’era. Ho portato solidarietà sempre al mio carissimo amico Gibillini. A lui avevano rubato il pullover e soffriva molto il freddo. Io, a mia volta, in un …, che era la doccia per il controllo dei pidocchi, dopo ci davano un po’ di biancheria pulita in cambio di quella sporca, una volta o due è successo, sono riuscito a recuperare una camicia di tela, tutta ricamata però, bella, e la tenevo sotto il maglione. E quando Gibillini si lamentava che gli avevano rubato il pullover e aveva solo la giacca, era freddo, era quasi primavera ma era ancora la fine dell’inverno, l’ho chiamato da parte e gli ho detto “Senza farti vedere, adesso ti passo una camicia, che l’ho sotto nascosta”. Di fatti, ho tolto il pullover, ho tolto la camicia, e gli ho dato la camicia. Mi sono tenuto io il pullover di lana. A momenti mi bacia i piedi per quel favore che gli ho fatto, per quel regalo che gli ho dato, perché realmente c’era freddo e ne aveva bisogno. E poi l’altro fatto, quando gli ho salvato la vita, quando stava per annegare nel fosso, nel fossato, lì, mentre ci bastonavano.

D: Ci sono stati altri deportati ad avere fatto gesti di solidarietà?

R: Pochissimi, tant’è vero che non li ricordo. Pochissimi ce n’erano. Lì, si pensava magari anche a rubarci uno con l’altro un pezzetto di pane.

D: Dicevi, che un giorno avevi quasi perso la voglia di resistere.

R: Chi mi ha salvato, è stato un ingegnere. Mi stavo per buttare sui reticolati della corrente elettrica a 12.000/13.000 volt. Mi è corso dietro l’ingegnere, adesso è morto anche lui, poverino, e mi ha strappato via, prima di toccare i reticolati. Io mi volevo buttare contro, almeno era finita, mi risparmiavo sei, sette mesi di sofferenze.

D: Ascolta Eugenio. Secondo te, è importante che i giovani di oggi conoscano questo aspetto della storia, questi fatti della storia?

R: Non dico che è importante, dico che è obbligatorio. Per il semplice fatto, che da che c’è mondo, c’è mondo, la storia si ripete. Io sono convintissimo che questi fatti si ripeteranno. Se li dimentichiamo, questi fatti si ripeteranno. E’ una mia convinzione. Spero di sbagliarmi, ma io sono convinto che si ripeteranno.

D: E’ importante, secondo te, che gli studenti, i giovani, vadano, per esempio, nei Lager?

R: Devono andare nei Lager, devono visitarli, ma devono sapere tutto dei Lager e tutto di chi ha vissuto nei Lager. Devono sapere tutta la storia dei Lager e quello che hanno sofferto tutti quelli che entravano in qui Lager lì, perché erano tutti innocenti, quelli che entravano in quei Lager. Solo perché si pensava diversamente da un altro, che la pensava male.

D: Ascolta. Dopo il tuo ritorno a casa, in questi cinquantaquattro anni, le istituzioni, lo Stato, la Regione, i Comuni, qualsiasi istituzione, secondo te, si sono impegnati, hanno fatto qualcosa, rispetto ai deportati, rispetto alla deportazione?

R: Pochissimo. Quel poco che è stato fatto, e dovuto alle richieste fatte dai nostri dirigenti, delle nostre Associazioni, perché, liberamente, nessuna autorità ha fatto niente per noi.

D: Quanto ti è pesato il dopo Lager?

R: E’ pesato tanto. Mi ha pesato l’insonnia perpetua. La notte, per me, quando dura tre ore, dura troppo. Non riesco più a dormire.

D: Tu pensi che sia per questo?

R: E’ da allora, perché io da giovane dormivo. Da allora io non riesco più a dormire. Non so che cosa sia, ma è così. Io, quando sono gli orari stabiliti che avevo là in Germania, mi alzo. Mi alzo alle 3,30 o 4,30, e non vado più a letto. Giro per casa come un fantasma, ma non vado più a letto.

D: E i sogni?

R: I sogni, i primi tempi, erano duri. Gridavo di notte. C’era mia moglie che ogni tanto si spaventava. Me lo diceva “Stanotte hai parlato, hai gridato”, “Io?”, eppure era così.

D: Nel campo non sognavi?

R: Niente. Nel campo l’unico pensiero era qualche volta della famiglia. L’unico pensiero era quello di portare a casa la pelle.

D: Del tuo trasporto, che ti ricordi, in quanti siete ritornati?

R: Io penso il 30%, 35% su 500. Adesso siamo rimasti il 2% o il 3%. Sono tornati in pochi.

D: Appunto. Quella lì che zebrata è?

R: E’ la giacca che avevo io in Germania, nei campi di eliminazione. Adesso non c’è più, ma qua c’era il numero di matricola con il triangolo rosso e la scritta “I”. E questa mi ha scaldato fino oltre i 20 sottozero, questa, una maglia e un paio di pantaloni. Io non ho mai posseduto il cappotto. Tanti avevano il cappotto, in tanti campi, anche nei campi dove sono stato io, ma mai io ho avuto la fortuna di averlo. Sono venuto a casa, vestito così. Avevo anche i pantaloni, ma erano tanto schifosi e laceri che li ho buttati via.

D: Poi lì c’è un pentolino?

R: Questo non è un pentolino, questa è la mia gamella. Io qua ci ho mangiato dieci mesi, dal caffè, se si può chiamare caffè quella brodaglia che ci davano il mattino, acqua calda sporca, alla zuppa del mezzogiorno, perché la sera era sempre secco il mangime. Era una fetta di pane e un pezzettino di margarina, un etto di pane. Negli ultimi mesi poi, la razione è arrivata a meno di un etto di pane. Perché era un bastone in undici, un bastone pesa un chilo, una forma di quel pane lì tedesco rettangolare. Gli ultimi mesi, perché c’era un po’ di carestia anche per loro, ci davano un bastone in undici prigionieri, che vuole dire meno di un etto, con un pezzetto di margarina. E come si teneva da conto, non si mangiava subito. Durava una mezzora quella fetta di pane lì, però sempre vigilata. Perché, se camminavi con il pane in mano, te lo fregavano subito, non durava, lo curavi più della tua vita stessa. Non si poteva girare con un pezzo di pane così. Se era roba da mangiare, te la rubavano. Come io lo rubavo ad un altro. La legge era quella. La fame è fame.

D: Morte tua, vita mia.

R: Morte tua, vita mia. La fame non guarda in faccia nessuno.

D: Il numero di data, non l’hai detto. Caso mai, ripeti il numero di data.

R: Sì. Qua c’era anche il mio numero di matricola. Era tanto lacero, che l’ho buttato via. Era 116.355 con la “I”, che vuole dire italiano. Gli jugoslavi avevano la “J”, il Belgio aveva il “B”, la Spagna aveva la “S”. Ogni nazione aveva la sua sigla. E i triangoli, i colori dei triangoli distinguevano la categoria del deportato.

D: Eugenio, questa qui che cosa è?

R: Questa è una fotografia, che ho fatto dopo cinque o sei mesi. Ci siamo trovati, tre o quattro, “Dai, andiamo a fare una fotografia”. Io ci ho messo la giacca, ed un altro ci ha messo il berretto. E’ venuto a casa con il berretto. E abbiamo fatto questa fotografia qua, vestiti da zebra. Qua ero già ingrassato. Comunque non è che io ero magro. Ero gonfio. Il peso non c’era, però ero gonfio. Con un po’ di cure, che mi ha dato il dottore, è calato. Ha detto che era nefrite. Qua sono ancora un po’ gonfio, perché non ero così dopo cinque mesi, ero un po’ più magro ancora.

D: ….

R: Non so che materiale era, comunque erano bottoni normali. Su quella strada lì, quando seguivamo il fronte, abbiamo visto un posticino dove c’erano dei cadaveri di militari. Erano tutti feriti, ad uno mancava la gamba destra, ad uno mancava la gamba sinistra, e ho preso una scarpa di uno ed una scarpa dell’altro. Avevo un 42 e un 43. Sono venuto a casa con quelle scarpe lì.

D: Te le sei fatte andare bene lo stesso.

R: Le ho fatte andare bene. Meglio degli zoccoli.

D: Va bene.

Figini Ines

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Sono Figini Ines, sono nata a Como il 15-7-1922, abito a Como.

D: Allora Ines, quando sei stata arrestata e dove?

R: Io sono stata arrestata il 6 marzo 1944, sono stata arrestata a Como, all’interno della mia fabbrica dove lavoravo. Quel mattino quando io entrai, notai subito qualcosa di non normale e, infatti, giravano dei manifestini nei quali si incitava tutti a non lavorare, cioè a scioperare per tanti motivi, fra i quali questi: ribellarsi contro i fascisti, ribellarsi perché avevano tesserato tutto e l’operaio non poteva vivere con quello che la tessera passava, e poi malgrado c’era il Federale di Como che diceva Insomma l’operaio può vivere con un pezzo di pane e una mela”, e queste cose non andavano bene, e poi anche per incominciare a creare dei disordini perché c’erano i tedeschi e naturalmente si cercava in tutti i modi di combattere questa loro presenza in Como.

Così quel mattino naturalmente non so chi ha chiamato la polizia fascista, venne il Questore con dei fascisti armati, girarono tutti i reparti, e poi quando la sirena fischiò, era mezzogiorno, tutti si riversarono nel cortile, ed eravamo in molti. Il Questore tolse dalla tasca una lista con dei nomi, questi nomi erano stati scritti da un capo reparto e dettati da un altro direttore, erano cinque uomini e due donne.

Il Questore, che si chiamava Pozzoli disse che questa era una cosa che non si doveva fare, e che senz’altro sarebbero stati inviati in Germania a lavorare, naturalmente non si sapeva che esistevano questi campi di lavoro. Quando disse: “Aprite i cancelli adesso potete andare”, trattenendo appunto questi uomini e queste due donne, io non so come, mi trovai davanti al Questore e difesi strenuamente questi miei compagni, dicendo loro che se tutti avevano scioperato era logico che il castigo fosse stato per tutti, pensavo una cosa impossibile fermare la produzione e arrestare tutta la gente.

Al che lui mi venne vicino e mi fece dire i motivi perché avevamo scioperato e se sapevo chi aveva organizzato tutto questo. Io non sapevo chi aveva organizzato, perché anche io il mattino quando sono entrata con altri, non si sapeva di tutto questo e così lui mi venne vicino e mi fece notare che nessuno degli altri operai veniva a darmi man forte, cioè la difesa praticamente è stata solo mia. Poi mi disse che se mi impegnavo e il pomeriggio il lavoro veniva ripreso i miei compagni li avrebbe lasciati liberi, non so forse l’incoscienza dei miei giovani anni, promisi che senz’altro avrebbero ripreso il lavoro basta che lasciava liberi i miei compagni, e così fu.

Furono aperti i cancelli, loro uscirono anche loro con tutti, e arrivai a casa. Non dissi niente ai miei genitori per paura che prendessero altri provvedimenti, capendo anche la gravità della situazione, io non ho capito veramente la gravità della situazione. Pomeriggio riprendemmo il lavoro come se niente fosse, però durante la notte vennero questi fascisti, la polizia fascista e arrestò anche me.

Entrò in camera, con i fucili spianati, io meravigliata, dato che per me la cosa era finita, non pensavo più, poi nel sonno pensavo: “Forse hanno rubato, forse io sono testimone”, non so, comunque dissi: “Va bene mi alzo”. Rassicurai mio padre che mi guardava allibito, e dissi “Vado, definisco la cosa e torno subito. Non ti preoccupare papà e mamma, torno subito” e così. Però non so chi mi ispirasse dissi “Scusate avete un mandato, avete un foglio, avete qualcuno che si prende le responsabilità, voi mi portate via così” e loro mi fecero vedere questo foglio firmato dal Prefetto, dover c’era scritto arrestare tutti e mandare al lavoro in Germania. Di questo foglio ho ancora una fotocopia, ma perché dopo tanto tempo fu pubblicato sul giornale e i miei lo tennero.

Così seppi più tardi che una persona molto fascista, che lavorava in Tintoria Comense, più tardi si chiamò TICOSA, ma era Tintoria Comense ed era una delle ditte più grandi non solo di Como ma forse anche d’Europa, perché si lavorava per conto terzi cioè entrava il greggio, veniva purgato, tinto, stampato e usciva la pezza completa, e mi dissero che questa persona andò dal Prefetto, ma più che il Prefetto il Questore, e disse che non era una cosa da lasciare perdere perché se no tutte le altre piccole ditte, Como era molto industriosa, avrebbero preso l’esempio e tutte le volte ci sarebbero stati questi scioperi, quindi la restrizione di prendere queste persone e cercare di portarle via.

Mi portarono in Questura, mi interrogarono, naturalmente non sapevo niente, poi io, Ada Borgomaniero e Celestina Tagliabue, fummo chiuse in una cella e i cinque uomini, poi diventarono quattro, non so l’altro che fine a fatto, comunque lì non c’era, anche loro furono chiusi lì. Poi il mattino dopo ci portarono in una palestra di Como, la palestra Mariani, dove già c’erano altre persone, non so se ricordo se erano tutte politiche o se c’erano anche ebree, insomma ce ne erano diverse, fummo lì per qualche giorno, poi un mattino molto, molto presto ci incamminammo verso la stazione con la polizia e ci portarono a Bergamo.

D: Ines in questo periodo, da quando sei stata arrestata a quando sei partita per Bergamo, hai potuto comunicare con la tua famiglia, dire che eri lì …

R: Sì, perché la palestra Mariani aveva un piccolo spiazzo fuori, una specie di giardino, un cortile e c’era una rete. Sotto questa strada parlai anche con mia sorella e poi venne il direttore generale che passò e disse se avevamo bisogno di qualche cosa, ma però non sapevamo, ignoravamo se da lì ci avrebbero lasciato liberi, oppure ci avrebbero trasportato in qualche altro posto, perché naturalmente si ignorava ogni cosa.

D: Tu avevi addosso quello che avevi quella notte che ti hanno arrestato e basta?

R: Certo, il cappotto, il vestito e le scarpe normali, non avevamo niente, comunque ci portarono a Bergamo in questa caserma militare, che mi pare fosse il 78 Fanteria, e di lì riuscimmo, non so come, a comunicare con la famiglia, per cercare di portarci della roba anche per il cambio, non sapevamo dove andavamo a finire. Però non fecero più in tempo a venire, non vidi più nessuno, solo che lì la Tagliabue Celestina, forse soffriva ai reni non so, aveva le caviglie veramente molto gonfie, venne un dottore italiano, cercò di aiutarci, mandò a chiamare un dottore tedesco e gli spiegò che questa ragazza non poteva farcela ed è stata fortunata, la rimandarono subito a casa.

Noi il giorno dopo incolonnati C’erano altre persone che nel frattempo erano arrivate in maniera da formare un certo convoglio, attraverso la città andammo alla stazione fra due ali di gente, mi ricordo davano del pane, davano dei biscotti, davano delle caramelle, una cosa addirittura questa gente, vedevo, forse avevano già assistito a dei trasporti, ma leggevo sui loro visi della compassione, qualche cosa di triste perché nessuno parlava, e così ci misero in questi vagoni.

Eravamo rimaste solo queste due donne, io e Ada Borgomaniero, e poi ci furono cinque donne, mi sembra di Lecco, che anche loro nel frattempo avevano scioperato, e così eravamo sette donne, siccome eravamo in poche noi viaggiammo con il Comando, però non era ancora la SS, era un Comando militare, quindi parlavano, erano abbastanza, e lì scoprii che un militare, un sergente, parlava molto bene l’italiano disse che era di stanza a Como, e mi fece un nome che io conoscevo benissimo, allora gli chiesi matita e carta se poteva spedirmi una lettera per i miei genitori.

Così scrissi di non preoccuparsi, che stavo bene, che andavamo in Germania a lavorare, che c’era anche Ada Borgomaniero, di avvisare i suoi che tutto procedeva bene, con l’entusiasmo e l’incoscienza della gioventù, non sapendo certamente che fine noi avremmo fatto. Noi credevamo di andare a lavorare in Germania un anno o due, quello che poteva essere la nostra condanna, e poi naturalmente venire a casa. Questa lettera fu realmente spedita da Como, i miei genitori la conservarono, ancora oggi io ce l’ho.

Poi proseguimmo fino al confine, al confine ci fu la SS, ci prese loro e qui finì la pacchia, perché qui viaggiavamo abbastanza serene. Poi arrivammo a Vienna in una prigione, salimmo queste scale, questi lunghi corridoi, ricordo il rumore caratteristico di questi cancelli che si chiudevano, e ci portarono in un enorme stanzone e lì ci diedero della zuppa, una cosa schifosa, e noi ci guardavamo come facciamo dobbiamo dormire, non avevamo niente, così sedute sul nudo pavimento e cercammo di dormire, il giorno dopo vennero dei camion, ci caricarono e ci portarono a Mauthausen.

Mauthausen è un campo prettamente maschile, diciamo così, poi forse ci saranno state delle branchie femminili, però noi ci chiusero tutte e sette in una cella, e di lì probabilmente si aspettava altri convogli che dovevano arrivare, per fare questo lungo treno famoso, che ormai si vede in tutti i film e in tutte le riviste, per arrivare a destinazione, che era Auschwitz. Devi farmi qualche altra domanda?

D: Quindi a Vienna più o meno quanto siete rimaste?

R: Una notte.

D: E a Mauthausen circa?

R: Io penso circa una settimana, cinque o sei giorni, adesso precisamente non è che abbia un ricordo molto forte, posso dire cinque, anziché quattro, anziché sei.

D: Ti ricordi se a Mauthausen sei stata immatricolata?

R: No, no.

D: Hai mantenuto i vestiti?

R: Sì, sì. Quando arrivammo ci spogliarono, ci fecero una doccia, poi ci rivestimmo, e ci portarono in questa cella.

D: E non vi siete mossi dalla cella per cinque o sei giorni?

R: No. Solo uscivamo lì fuori della cella. C’era una specie di lavandino circolare con dei rubinetti per lavarci un po’ così e basta. Poi dopo qualche giorno si aspettò questo convoglio e di lì la nostra meta era Auschwitz, arrivammo ad Auschwitz.

D: Più o meno che periodo potrebbe essere questo del trasporto da Mauthausen ad Auschwitz?

R: Penso verso la fine di marzo, venti, venticinque marzo, penso questo periodo.

D: Sempre del ’44?

R: Sempre del ’44 naturalmente, e quando arrivammo a Mauthausen cominciammo a capire che non era una fabbrica dove noi potevamo lavorare. Intanto scene apocalittiche, questo campo illuminato a giorno, gli urli e i comandi dei tedeschi, c’erano i dottori tedeschi, c’erano ufficiali tedeschi, c’erano Kapò, c’erano degli uomini con dei carrelli, che spingevano questi carrelli, e capii dopo purtroppo cosa era.

D: Questo è Mauthausen o Birkenau?

R: No, Birkenau, no Mauthausen partimmo e basta, non c’entra l’ho detto.

D: Che cosa ti ricordi del trasporto tra Mauthausen e Auschwitz, come avvenne?

R: Avvenne su questo convoglio, e noi eravamo non ammassati come gli ebrei tutti insieme così, ma c’era questo vagone, come i vecchi treni della terza classe, quasi a piccole cabine, chiuse dentro a chiave, quattro o cinque donne per volta, ed eravamo chiuse, eravamo smarrite, non potevamo neanche fare delle supposizioni “Ma dove finiremo? Ma cosa sarà” insomma domande senza risposte. Quindi un po’ si dormiva, un po’ si aveva paura, il soldato passava ogni tanto, è stata una cosa che non so, che non posso descrivere bene perché eravamo così in attesa di qualche cosa che definisse la nostra situazione, dove ci portavano, cosa sarebbe stato, cosa sarebbe avvenuto, tante domande che non avevano naturalmente nessuna risposta.

D: Vi hanno dato da mangiare in questo tragitto da Mauthausen ad Auschwitz?

R: Io non ricordo, prima di partire forse ci diedero del pane non so, non ricordo questo, non ricordo di aver …

D: Più o meno quanto è durato il viaggio lo ricordi?

R: No, non lo ricordo questo, perché si dormicchiava, non so, forse due giorni, questo non lo posso sinceramente dire, perché eravamo così fuori di noi, un po’ si piangeva, un po’ si dormicchiava, quindi il tempo per noi non era scandito da pensare che ora sarà, eravamo terrorizzate. Guardando fuori, vedendo tutta questa neve, io ricordo tanto questi candelotti di ghiaccio, questi pini, foreste immense, ho questi ricordi così, ma quasi sfumati nella mia memoria.

Non è che sia molto vivo questo viaggio, perché quando tu non sai cosa puoi fare, una ragazza di vent’anni, ventuno, eravamo su per giù quasi tutte giovani, mai viaggiato, mai avuto un’esperienza di viaggio, da sapere se eravamo in Austria, forse noi pensavamo Austria chissà dove era, Cecoslovacchia, un nome che a noi ci sembrava chi sa come, capisci è nebuloso quel periodo lì, sinceramente.

D: Però ti ricordi bene dove siete arrivate?

R: Certo. Naturalmente, io non sapevo ancora che si chiamava Oswiecim Birkenau, non sapevamo, quando vidi questo treno che entrava in questo posto, come dicevo, illuminato a giorno, con questi ordini, dicevamo “Ma dove siamo capitati? Ma chi sa?”

Poi il rumore dei vagoni che si aprivano, questi ordini così forti, tedeschi, duri, di scendere ed, infatti, noi giovani subito dai vagoni scendemmo, ma cera gente handicappata, gente anziana, bambini, gente che non poteva saltare addirittura, e quindi lì, questo l’ho in mente molto bene, salivano i militari, o a pedate o a buttare giù così anche i bambini, e scene che proprio che … “Ma dove siamo capitate? Forse è l’inferno? Ma cosa sarà?”.

Eravamo quasi gelati, non so se nella mente, che non si poteva neanche formulare dei pensieri dal terrore, il freddo intenso, perché puoi immaginare a fine marzo là c’era anche neve, immaginare una cosa così, questa gente che urlava, perché dividevano le famiglie, i bambini che piangevano e chiedevano della mamma, la moglie chiamava il marito, il figlio …, una cosa che forse anche avendo fantasia non si poteva immaginare una cosa così.

E di lì incominciammo a capire che non era naturalmente una fabbrica dove noi potevamo lavorare. Poi ci incamminarono e lì avvenne la selezione. Noi naturalmente eravamo tutte giovani e forti, meno male che non siamo morte, e ci misero da parte, poi c’erano questi ammalati, handicappati, ecc, ecc, da un’altra parte, questi più giovani, insomma divisero, e penso che divisero anche gli ebrei dai politici.

Poi ci portarono in questa capanna dove c’era non so se era una soldatessa, o un’ausiliaria, o una Kapò, e ci impressero il tatuaggio, il numero, io cercai subito di cancellarlo ma non era possibile. Intanto guardavo la velocità che avevano di scrivere questi numeri, sono tutti in puntini, una velocità tale che quasi non si riusciva neanche a vedere quello che scrivevano. Lì chiesi “Ma io non ho fatto niente, perché numerarmi? Perché?” Vedi, allora si pensava che il tatuaggio, non è come adesso che l’hanno tutti, ma un tempo erano solo gli ergastolani, i marinai, ecco, questo noi intendevamo il tatuaggio su questa gente, quindi quando mi misero il numero capii subito che ero prigioniera, cioè qui allora cambia, questa è la situazione.

Poi ci avviarono verso la sauna …

D: Ci dici il tuo numero prima?

R: Il mio numero è 76150, naturalmente progressivo, e poi ci portarono in questa sauna, chiamata sauna, ma allora non si sapeva, queste docce, ci spogliarono, ci portarono via tutte le cose. Tornando indietro un passo, questi carrelli che erano alla selezione, venivano riempiti tutti dalle valigie degli ebrei, dalle pellicce, perché loro avevano fatto credere agli ebrei che sarebbero andati in un ghetto, quindi di portare tutto quello che occorreva, quindi soldi, non soldi, oro, e hanno portato via tutto, dentro in queste cose, forse gli avranno detto “Poi ci raggiungerete e le cose verranno distribuite”, non so.

D: Tu avevi una valigia, tu e le tue amiche?

R: No, io non avevo niente perché non hanno fatto in tempo i miei a venire a Bergamo a portarmi …, io avevo solo un cappotto, le scarpe pesanti, una cosa normale quando tu vai al lavoro.

Poi lì così ci fecero questa doccia, ci portarono via, anche io avevo una catenina d’oro, un anellino d’oro, e mi ricordo li infilai nel dentifricio, aprii il dentifricio e infilai nel dentifricio, pensai “Mi lasceranno il sapone e il dentifricio” mi girai, lo misi giù sulla panchina, mi girai e non c’era più niente, naturalmente forse loro sapevano che si nascondeva l’oro anche …, e poi a tante facevano anche le visite intime per vedere se si nascondesse l’oro, quindi dalla bocca e da altre parti, è una cosa umiliante, perché addirittura …

Va bene, poi da lì ci diedero questi vestiti, che era un vestito di cotone molto grezzo, a righe grigie e blu, con già impresso il numero, e poi una giacchetta sopra. Per intimo avevamo una maglia mezza rotta, un paio di mutande lunghe fino al ginocchio, sempre di quel cotone lì grosso, ancora come forse nel ‘800, che si allacciavano in vita, dei calzettoni, uno corto uno lungo, questi zoccoli che erano tremendi, perché poi ci arrangiavamo a scambiarli tra di noi perché magari ne avevamo uno grande e uno piccola, un foulard da mettere in testa per il freddo, e basta.

Poi ci portarono in questo capannone che si chiamava, dicevano “Block, Block”. Ogni Block aveva il suo numero, e lì in queste cuccette, chiamiamole cuccette, restammo terrorizzate, si tremava dal freddo, dalla paura, ma proprio una cosa tremenda perché il tremare, tremi per il freddo è un tremito, ma il tremito interno è una cosa tremenda, pareva che il cuore tremasse, ed è vero che la paura prende anche le ginocchia, si sentiva le ginocchia proprio …, sono sensazioni che solo chi le ha provate penso le possa capire.

Poi ci dissero di non parlare, sempre la gran Kapò, ci disse di non parlare e di cercare un posto dove poter dormire. Ti puoi immaginare, non padroni della lingua, non si capiva niente, se parlavamo fra di noi anche queste che dormivano si svegliavano “Rue, silenzio!” una cosa … finalmente trovammo una cuccetta, diciamo così, questa è una descrizione tremenda perché una cuccetta io non so quanto sarà larga, sì e no 2 metri non era larga, c’era della paglia, poi sopra una coperta, ci diedero una coperta per uno e tutte e cinque bisognava dormire lì, quindi ci coricammo e cercammo di dormire.

Al mattino presto col fischio della sirena o col gong dipendeva, la Kapò passava urlando “Alzatevi! Alzatevi!” naturalmente in tedesco. Aveva uno staffile di cuoio in mano e se non si era abbastanza svelte da scendere da questo posto lei picchiava, non c’è niente da fare. Poi da lì noi le prime necessità, dove ci si lavava, dove era il gabinetto, là proprio dalla vita normale, non è fatta solamente …, bisogna pensare anche a tante cose, non sapevamo, nessuno ci dava ascolto, anche le prigioniere medesime, un’indifferenza!

Forse dopo ho capito perché non ti interessava più niente, non c’era nessuno che ti diceva “Guarda a lavarsi si va là, al gabinetto devi uscire e devi andare di là” e quindi come scimmie cercavamo di imitare, se andavano a destra andavamo anche noi a destra, se andavano a sinistra … e scoprimmo dove c’era un po’ di acqua per lavarsi, ma era una cosa inavvicinabile, perché il mattino il Block era molto grande, non so quanto non potesse contenere, ma molte donne, cinque per ogni cuccetta, era a due piani se non a tre, quando arrivavano i nuovi convogli anche dieci al posto di cinque, quindi non ho idea di quante, so che erano tantissime, quindi impossibile avvicinarsi perché a questi rubinetti c’erano addirittura gruppi.

Poi scoprimmo dove erano i gabinetti. I gabinetti erano una cosa addirittura terribile, mi ricordo quando entrai la puzza e quello che vedevo, il vomito, sono uscita disperata perché era una cosa impossibile, allora era un lungo capannone, all’altezza ci circa 60, 70 cm, ogni 60 cm, 70 circa, intercalando a scacchiera c’erano dei buchi enormi e su questi buchi appollaiate c’erano queste donne e potete immaginare che spettacolo, e lì soffrivano già di dissenteria, una cosa atroce, però la necessità è la necessità, e, “O mangiamoci questa minestra o salta la finestra”, cosa devo dire, mi feci coraggio e cominciai ad entrare.

Poi c’era l’appello, fuori da ogni capannone, da ogni Block, schierate a cinque a cinque, c’eravamo noi. Certo il freddo era intenso, fermi su questo posto, cercavamo una con l’altra di essere abbracciate, perché il freddo era freddo, però era il vento che era terribile, il vento penetrava, il vento è una cosa tremenda, perché per quanto tu cerchi di rannicchiarti, poi vestite così ti puoi immaginare. Dopo l’appello, non so se prima o dopo, ci distribuirono questa gavetta, che era una specie di ciotola di forma rotonda con un buco e della corda e bisognava tenerla legata in vita, poi il cucchiaio nelle asole del vestito.

Non possedevamo niente, né fazzoletti, né carta igienica, domandare “Ma come? E se arrivano le mestruazioni come faremo? Non abbiamo niente?” E poi capii, perché mestruazioni non ce ne erano assolutamente, dicevano che nella zuppa mettevano delle sostanze che, infatti subito il primo mese a me, a nessuno di noi vennero le mestruazioni. Però succedeva anche questo che non avendo questo sfogo, tanti si ammalavano negli intestini, nelle ovaie; a me fortunatamente mi venivano una specie di ascessi, di bubboni nelle gambe, dovevo andare al mattino a farmi tagliare, mi tagliavano e poi mi mandavano ancora al lavoro, grazie a Dio non ho mai preso un’infezione.

Comunque finito di fare questo appello, sempre a cinque a cinque, in colonna e ogni quindici ragazze, c’era un soldato, naturalmente armato, con il cane. Quando si usciva dal cancello, sul lato destro c’era un’orchestra di ebrei, che suonavano delle marce per tenere il passo, perché distanziando bene era più facile anche la conta, quando tutto è ordine, quando tutto è così.

C’erano queste vecchie babe russe o polacche, non lo so, insomma gente vecchia che trascinavano i piedi, non potevano avere il passo come lo avevamo noi, e lì il soldato secondo come pensava o come agiva, arrivava e calcio del fucile sulle spalle o sulla testa, gli arrivava via, queste donne andavano avanti a fare il loro passo perché non potevano fare altro, fino a che arrivavamo sul posto di lavoro, so che camminavamo abbastanza, forse era lontano qualche kilometro, ed era una zona paludosa, che noi prigionieri prosciugammo.

Quindi ci diedero pala e piccone, ci fecero vedere dove c’erano questi canali da picconare, da scavare, e questo lavoro era molto duro perché la terra era argillosa, molto dura infatti, e picconare e poi con il badile buttare fuori da una parte, poi più tardi venivano messi dei tubi di questi rossi, adesso mi sfugge la parola, insomma dei tubi dove poi l’acqua veniva incanalata e la palude veniva prosciugata.

Quando poi era tutto coperto questo terreno veniva arato, e c’erano i cavalli, i buoi, non so, però anche noi ragazze con delle corde, in otto, dieci ragazze, si tirava questo enorme aratro, e di lì veniva poi seminato grano e orzo, e cresceva magnificamente bene, primo perché terra vergine e poi veniva ingrassato con la cenere degli ebrei, più di una volta si arrivava e buttava sul terreno, anche perché tanta cenere degli ebrei veniva buttata … come si chiama questo fiume?

D: Vistola.

R: La Vistola e anche quell’altro che c’è …

D: La Sola.

R: La Sola. Quindi pensate voi, i pesci si nutrivano di tante cose, il pesce veniva pescato, guardate il giro che si faceva, e l’uomo lo mangiava. Va bene. Comunque poi si lavorava fino circa alla una, poi arrivavano questi bidoni, chiamati ghible, piene di zuppa. La zuppa era acqua e cavoli bolliti, o acqua e rape; il soldato distribuiva nella nostra gavetta, si mangiava, poi non c’era acqua per risciacquarla, si prendeva l’erba che rigava bene tutto il grasso lì della ciotola, e si riprendeva il lavoro fino alle quattro, quattro e mezza, perché poi non possedevamo niente, non sapevamo mai che ora poteva essere.

Poi si ritornava al campo, un’altra ora di appello, poi ci distribuivano un pane in cinque, questo pane tipo pan carré scuro, una fetta per ciascuno e un quadratino di margarina, so che tante volte credo che all’ultimo boccone io dormivo di già.

E poi via la solita vita. Il mattino alzarsi, quindi diventava una routine, un robot, tutti i giorni che si andava avanti dentro di noi si perdeva qualche cosa, la nostra personalità, il nostro modo di vedere, il nostro modo di pensare, basta non esisteva, questa vita così e pensavo “Ma un giorno finirà questa vita! Un giorno arriverà qualcuno a liberarci!” e anche qualche parola che si faceva tra di noi pensavamo “Ma nessuno saprà che siamo qui? Ma nessuno si interessa di venire a vedere?” Insomma era una cosa … e a poco a poco si diventava anche indifferenti, perché dovete pensare che si perdevano tante cose, vivevamo come in trance, non lo so, in aspettativa che potesse sempre capitare qualche cosa.

Naturalmente la speranza non era mai morta, e tanti pensavano “Io non ce la faccio tutti i giorni! Io non ce la faccio!” e quante volte qualcuno andava a toccare i fili e rimaneva morto, invece per me l’idea fissa era “Un giorno voglio camminare su questo campo libero, un giorno voglio venire qua” cioè dentro di me sebbene quasi morta come idee e come pensieri, però sentivo che io tornavo, che ritornavo alla mia casa e alla mia Patria, non c’è niente da fare, viene come una fissazione, capisci.

E dopo di lì cosa vuoi, si sentiva che la guerra era ormai vicina, i russi erano vicini, perché ogni tanto si sentiva parlare, e poi i tedeschi diventavano sempre più cattivi, forse quando perdevano qualche cosa si vedeva che erano nervosi, fino a che arrivò, forse era novembre, dicembre, non mi ricordo bene perché sono passati tanti anni, mi mandarono a Ravensbrück, mentre la Ada Borgomaniero che era sempre dentro questo ospedale, non so se era stata operata di appendicite o di qualche altra cosa, rimase al Revier.

Così arrivai a Ravensbrück. A Ravensbrück ci mandarono a lavorare negli stabilimenti della Siemens, e qui lavoravamo per cose belliche, facevamo una settimana dodici ore di notte, e una settimana dodici ore di giorno, rotolavamo su dei rulli, su dei piccoli rulli, del filo di rame, che serviva naturalmente a loro.

Poi man mano che i russi si avvicinavano, quindi a gennaio, febbraio, hanno incominciato a mandarci in diversi altri campi vicino, camminavamo e ci portavano lì, poi man mano che si avvicinavano, io non so neanche i nomi perché come si faceva a sapere i nomi dei campi di concentramento, Auschwitz perché dopo là si parlava e sono stata tanto tempo, Ravensbrück idem con patate …

D: Posso chiederti una cosa?

R: Dimmi.

D: Il trasporto da Birkenau a Ravensbrück, hai un ricordo non so, vi hanno chiamato per un appello, vi hanno messo in un …, eravate in tante?

R: Sì, eravamo in tanti, ci fecero partire su dei vagoni, con il treno partimmo, però adesso io …

D: Ti ricordi se siete partiti da Birkenau o se vi hanno portato fuori?

R: Sì, sì, da Birkenau, però non ti so dire quanto tempo ho messo, perché come dico sai il tempo per noi era zero.

D: Eravate in tante?

R: Sì, sì eravamo in diverse.

D: Di varie nazionalità?

R: Io penso, sì.

D: Scusa un attimo Ines, nel periodo che tu sei rimasta a Birkenau, mentre invece la Ada era stata ricoverata al Revier, tu riuscivi sfidando la sorte …

R: Certo ad andarla a trovare naturalmente.

D: E a portarle anche delle cose?

R: E sì, perché gli ebrei lavoravano al Canadà, questo posto chiamato Canadà dove avveniva la cernita dei vestiti, e loro naturalmente qualche cosa contrabbandavano, e allora naturalmente da buon ebreo rivendevano con il pane. Quindi se io prendevo una camicia da notte per la Ada, perché là all’ospedale non passavano queste cose, dovevo magari per due sere non mangiare la mia porzione di pane, loro non lo dicono ma questo è anche vero.

Quindi io quel giorno lì io dovevo stare senza la zuppa del mezzogiorno perché arrivavo a trovare la Ada, la Ada era sempre stata fortunata che era sola nella cuccetta, perché la Ada è sempre stata fortunata, mi spogliavo andavo sotto con lei perché se magari qualcuno passava, ma poi quando arrivava la zuppa dovevo andare a nascondermi, prima quando arrivavano i dottori o c’era il giro di ispezione, io scappavo e andavo ai gabinetti, andavo a nascondermi, poi dovevo stare attenta quando rientrava la mia squadra per l’appello, perché se mancavo all’appello addirittura suonava l’allarme, quindi bisognava essere anche svelta.

Ma dopo quando vivi in queste comunità impari tante cose, impari a nasconderti, impari a capire questo, solo anche dalle espressioni dei militari e delle Kapò, eravamo abituate anche se non eravamo padroni di una lingua a carpire quello che volevano. Io li guardavo sempre in faccia, non avevo paura; li guardavo sempre in faccia per capire dalla loro espressione con una parola cosa volevano dire, tanto erano sempre quei comandi, “Lavora”, “Fai questo”, “Fai quello”, non è che dovevo fare conversazione. Quindi la Ada rimase sempre lì, lei è stata liberata il 27 gennaio, c’è la documentazione che lei è stata liberata. Dimmi?

D: Se tu ricordi il blocco del Reviere dove stava la Ada non era vicino al tuo blocco?

R: No, non era vicino, però non dirmi la strada che facevo perché guarda volavo, guardando sempre in giro a destra e a sinistra, e poi arrivando là, il terrore perché chi moriva durante la notte, nudi li buttavano fuori, quindi guarda non so quanto tempo sono stata, forse anche adesso, non sono più andata a vedere un morto nella mia vita, perché nudi, voi avete visto le fotografie, stare attenta a dove mettevi i piedi per infilarti dentro nella cosa, adesso mi dispiace che Ada sia morta, ma Ada può testimoniare tutto questo che facevo.

D: Quindi tu rischiavi dopo il tuo appello per andare a trovare la Ada…

R: Rischiavo le punizioni, e le punizioni erano tremende.

D: Tu una volta sei stata punita?

R: No, no, mi hanno dato uno schiaffo appena, perché non capivo bene a muovere il timone di un carro, però non mi hanno mai picchiato per esempio con il calcio del fucile o così.

Anzi una volta che mi sono ribellata perché non padrona della lingua e, le russe e le polacche erano tremende, al ritorno ci facevano sempre portare, al nostro gruppo sparuto italiano, queste ghible che pesavano, perché dovete sapere che c’era la roba calda dentro, e quindi per mantenere il calore erano molto …

Pesavano e dovevamo fare qualche kilometro, sempre una maniglia di qua e una maniglia di là, arrivavamo dopo aver lavorato, perché in coscienza lavoravo, dopo aver lavorato portare queste cose, un giorno ho detto appunto a queste ragazze italiane, il nostro gruppetto, “Adesso vado e glielo dico al soldato che non è giusto perché io lavoro come tutte e allora deve cominciare a …” “Ma Ines non farlo, non farlo, vedrai …” “Ma io vado” e sono andata.

Forse era anche ubriaco, era appoggiato ad un bastone, ricordo sempre i due occhi azzurri così cattivi, un naso aquilino, magro, ce l’ho in mente come chi sa che cosa, non so se era tedesco o polacco, questo non lo so, e sono andata e come potevo, nella lingua che potevo, un po’ polacco, un po’ tedesco “Che io lavoravo uguale, tutti uguali”, e che “non è giusto sempre ghible sempre italiane, questo non è giusto” lui mi guardò non so per quanto tempo, poi mi prese un braccio e mi fece fare un giro e mi dice “Tu menc italiana” “Sì sono italiana” ma intanto mi venivano giù le lacrime, mi sono girata e dice “Adesso vai tu” e lì parolacce, perché le più belle parole tedesche hanno un linguaggio così sporco ad insultare che non ti dico, le prime cose che imparavi, “Vai a prenderle te adesso, te e le tue amiche”, e gli ho detto “Ma vai all’inferno” e sono andata.

Al mattino quando veniva a distribuire il lavoro girava avanti e indietro “Oddio… mi cerca, Oddio adesso chi sa?” arrivava di lì e giravo di là, arrivava di là e giravo di qui, ma finalmente mi ha pescato, quando mi ha pescato l’ho guardato in faccia per capire l’espressione e ho visto che gli occhi non erano cattivi e ho detto “Ma chi sa cosa ha” e lui ha mormorato qualche cosa che non ho capito però ho detto alla mia amica che parlava tedesco “Cosa ha detto?” “Ha detto chi sa cosa penserai che ti prende il numero” perché mi tira indietro e mi prende il numero.

“Cosa vuoi che pensi, stasera dopo l’appello mi chiameranno al comando e avrò la punizione”, e infatti quando è finito l’appello mi chiamano e “Oh mamma mia”, mi accompagnano al comando, “Adesso chi sa”, sono andata che forse il cuore l’avevo in bocca, e invece sai cosa mi hanno dato? Un pane intero e un carnusco così di marmellata, quasi svengo, ho preso e via di corsa “Ragazze! Ragazze!” tutte a fare fettine e a mangiare marmellata.

Poi quando c’era questo che vedeva che io lavoravo, mi faceva il buono per andare a ritirare il pane e la marmellata. Sì, ma perché, perché ha capito che siccome là c’erano queste straniere, generalmente erano russe e polacche, facevano finta di lavorare, anche per ribellarsi, ma non lavoravano, e loro non erano scemi, capivano quando …

Invece io dicevo ad ogni picconata “Crepa!”, ma picconavo e cosavo, non mi sono mai … perché mi sono detta, è stupido, perché se io faccio finta di lavorare, loro non sono stupidi, e se vengono e mi picchiano anche solo con il calcio del fucile sulla testa, non so … io ero una delle poche che avevo ancora i capelli, non so cosa mi può capitare, mi può venire anche una commozione cerebrale con quei colpi lì, quindi ho detto è meglio che lavori bella tranquilla piuttosto che farmi così.

D: Scusa Ines, oltre al comando lì di scavo, tu accennavi ad un altro comando che era quello lì del …

R: Appena arrivata. Appena arrivata ci avevano messo a ritirare quello che erano le fosse, come si chiamano …

D: Il pozzo nero.

R: Lo scarico delle latrine, il pozzo nero, e bisognava scaricare questi. Erano gli uomini che buttavano via tutte le porcherie, ed erano quei carri che ogni tanto si vedono ancora in Polonia. Io era la prima volta che vedevo carri così, ed hanno un lungo timone davanti, il carro non è come il nostro che è piano, è piano ma ai lati vengono su delle assi fatte così, e di lì ti puoi immaginare, allora dietro le ragazze spingevano e noi davanti a tirare come i cavalli questo timone.

Siccome il terreno era molto argilloso le ruote potevano affondare, ecco dove mi ha dato questo schiaffo, l’unico che mi ha dato, io non sapevo che muovendo questo tremendo lungo timone le ruote specialmente dietro o davanti non ricordo, svirgolavano un po’ quindi le altre spingevano, ma quelle là facevano finta di spingere e il carro non andava avanti. La tedesca era una soldatessa è venuta “Sprechin in doich” chi la capiva si è messa ad urlare con me e io ho lasciato andare il timone per guardare cosa diceva e lei mi ha dato uno schiaffo, sai proprio sono rimasta a bocca aperta, perché lì sentivo la voglia di ribellarmi, ma come facevo, mi ammazzava quella. L’unica volta che ho preso uno schiaffo lì, lo schiaffo è lo schiaffo, ma prendi il calcio del fucile sulla testa o sulle spalle, ti segnavano. Va bene, questo è un intercalare ancora …

D: A Ravensbrück?

R: A Ravensbrück.

D: E ti hanno immatricolata di nuovo?

R: Sì, però non mi hanno tatuato, mi hanno solo cucito sul vestito, il numero che era, mi pare, 11154. Così andammo a lavorare in questa fabbrica della Siemens, poi si tornava naturalmente stanche, si dormiva, lì ogni tanto suonava l’allarme, ci mandavano fuori tutti, ci mettevano in un’altra capanna non so, ma io una volta e due, ma quando era la notte, io di giorno avevo talmente sonno, dormivo in alto il soldato non si accorgeva neanche. Entrava, vedeva che erano tutti fuori, dicevo “Tanto se è destino crepo là e crepo qui”, dopo da Ravensbrück man mano in questi campi dove si andava un giorno o due, poi si avvicinavano sempre …

L’ultimo Lager ci diedero una coperta, che arrotolavo intorno alla vita, del pane, delle scatole di carne, e sempre a cinque a cinque, sempre con il militare e i cani dietro, ci avviavamo chi sa per dove, chi sa dove, camminavamo, camminavamo, solo che c’era in ultimo il militare che se una non c’e la faceva più e cadeva per terra, le sparava e la piantava lì.

Però da lì incominciavamo a vedere la disfatta dell’esercito, loro che erano così baldanzosi, le giacche slacciate, camminavano uno di qui uno di là, carri armati abbandonati, camion mezzi su mezzi giù, proprio vedevi la disfatta, e noi eravamo contenti e dicevamo “E allora la guerra finisce presto, guarda che roba hanno perso ormai”. Eravamo su di morale.

Poi arrivammo in questo posto, mi pare che si chiamasse Poznam, Oddio adesso, mi pare Poznam, era il 5 maggio e quella notte lì, durante la marcia ci fermavamo nelle fattorie dove c’erano i contadini e gli stessi militari dicevano “Dateci le patate o qualche cosa da mangiare, perché guardate che se arrivano i russi vi portano via tutto”, allora ci davano le patate, le facevamo bollire nei secchi e dormivamo nel bosco con questa coperta, avvolte in questa coperta.

Poi arrivammo in questo posto e la sera tardi mi sono svegliata e non c’era più nessuno, non c’erano più né militari, non c’erano più né cani, non c’era più nessuno, un silenzio di tomba, allora ho svegliato i miei amici, perché era come un fienile ma basso “Ma guarda non c’è più nessuno, Oddio non c’è più nessuno, che gioia sono scappati, allora vuol dire che sono vicini” perché se non c’erano vuol dire che i russi erano vicini, e in tanto sentivamo il rombo del cannone e la mia amica “Andiamo fuori” “Ah no, chi vuole andare fuori, vada fuori, io sto qui, non vado fuori, mi arriva qualche scheggia”, e infatti così abbiamo fatto fino al mattino.

Al mattino verso le 5, mi sono svegliata, io ero una delle più giovani, ma oramai ero diventata la più … non la più svelta, avevo preso più l’acume di …, a furia di stare con queste persone che bisognava capire quello che …, apro gli occhi e vedo in fondo al portone una cosa tremenda, un soldato russo, dunque io non ne avevo mai visti, però ho capito che era russo perché aveva questo pastrano, di quel colore coloniale un po’ imbottito, e veniva avanti a tentoni.

Allora la sera prima, dopo che era successo che eravamo soli e pareva che i russi non si sentivano più, io e le mie amiche siamo uscite in questo posto per guardare intorno cosa c’era, e abbiamo trovato dei militari, così ci hanno detto, dei militari italiani, allora quando ho sentito parlare italiano “Ma voi siete italiani?” “Sì” “Noi dovevamo firmare alla Wermacht per tornare in Italia”, sai che facevano firmare per tornare in Italia “Però non siamo riusciti e siamo qui”.

Quasi piangevano “Ma le nostre donne come sono conciate” quindi puoi immaginare, sporche, dimagrite, conciate in una maniera, poi ci hanno fatto piangere perché uno ha levato dal portafoglio un fazzoletto di seta, come c’era una volta, tricolore “Ecco però la bandiera l’abbiamo sempre qui …” e ci diedero dei viveri, e poi ci diedero un secchio con dentro questa vodka che hanno trovato dai contadini.

Così siamo tornate lì la notte, ero io che controllavo cosa dovevano mangiare, da bere niente perché mi rimbambiscono tutte, la grappa la conoscevo, allora ho preso una bottiglia, ho buttato via quasi tutto, però c’era una bottiglia l’ho riempita, ho detto questa qui quando saremo giù la berremo, invece quando ho visto questo soldato che avanzava, ho preso la bottiglia e gli sono corsa incontro, da sola perché gli altri dormivano tutti, e intanto gridavo “Sono arrivati i russi! Sono arrivati i liberatori!”.

Questo ragazzo ha capito che ero italiana e mi dice “Italijanska” “Sì” E’ venuto con me e si è fermato nel posto dove eravamo noi cinque o sei italiane e ha detto di cantare “Mamma”. Mamma mia che commozione ancora, si cantava ma lui piangeva e noi piangevamo, e dopo questo ragazzo io gli ho dato da bere e lui dice “Bevi prima tu”, vedi avevano sempre un po’ di paura e difatti ho bevuto e dopo è andato a trovare le russe che erano diverse perché era tutta la colonna.

Poi ci diede tutte le notizie, era il 5 maggio, che la guerra era finita, che Mussolini era kaput, che c’erano in ballo queste bombe tremende, non era forse ancora la bomba atomica ma che anche con il Giappone doveva essere finita, tante cose e poi ci disse di andare al Comando che ci avrebbero dato disposizioni per tornare a casa, ti puoi immaginare, filammo subito al Comando e lì c’erano degli ufficiali e ci dissero che bisognava raggiungere una postazione di militari italiani, che era abbastanza lontana, circa 100 km, adesso non ricordo più bene il posto.

Come fare, perché erano quasi tutte maggiori di me, erano due slave del Montenegro, no non Montenegro, una delle parti di Magenta, ma non era questa piccola, era questa Ernestina, poi …, insomma quattro o cinque. “Come si fa? Non si può fare a piedi 100 km e poi la direzione!” Era tutto sporco, tutto fuori, tutto bombardato, allora eravamo riunite in questo campo di prigioniere, ma libere naturalmente e dice “Vai Ines in cerca di qualche cosa” e mi sono messa un po’ a girare il paese.

Ho visto che arrivava un carro tirato da due cavalli grossi così, sembravano quelli del Far West, coperto da un enorme tappeto, forse rubato da qualche chiesa, e c’erano dei francesi, loro erano arrivati e io gli ho detto se potevo prendere il carro, e loro mi hanno detto “Prendilo che noi siamo arrivati” e ci può servire. Mai visto un carro così tiro a due, ne ho preso uno per la cavezza, povere bestie mi venivano dietro come non so cosa e li ho portati all’accampamento.

“Oh mio Dio Ines Hai trovato” “Sì ma chi li guida perché non è mica facile guidare, adesso vado a cercare qualche militare”, a tutti quei militari che trovavo dicevo “Tu sei contadino? Conosci i cavalli?” uno sì, uno no, fino a che ne ho trovato due, bisognava organizzare non è facile guidare un carro con due cavalli, e poi il foraggio, bisognava sapere …, non so chi mi dava queste cose che non ho mai saputo …

Allora ho trovato questi due ragazzi e ho detto “Va bene”, andiamo al Comando ci facciamo dare quello che è la provvista per mangiare anche noi e poi bisogna andare a cercare per il foraggio per i cavalli. E infatti lo hanno trovato, lo hanno caricato e noi con il secchio, che erano le nostre pentole da far bollire, loro ci hanno dato del pane, delle cose così, dove arrivavamo … guarda come ho assaporato la libertà in quei momenti lì, il mio sogno che amavo i cavalli, amavo le bestie, dentro in queste foreste, ogni tanto trovavi qualche casupola, erano scappati, trovavi anche qualche cosa da mangiare, fermarsi fare il fuoco, in questo secchio magari facevi bollire qualche cosa, e dicevi, Oddio mio, i miei saranno magari a casa a pensare che fine ho fatto e io sono qui felice che assaporo finalmente la libertà.

Bene a farla corta siamo arrivate a questo accampamento militare e gli ufficiali dicono “Bene questo è il posto che dovevate raggiungere, scegliete un posto dove dormire”, allora c’era come una tettoia e c’era sotto un carro degli zingari, allora non sapevo neanche cosa era la roulotte, ma adesso penso che era come la nostra roulotte, abbiamo preso della paglia l’abbiamo messa giù, poi il tappeto del carro lo abbiamo messo sopra, le coperte ce le hanno date, e lì era la nostra casa e stavamo benone.

Poi con questi cavalli, i soldati uno lo hanno ammazzato subito e abbiamo fatto bollire tutta la carne e abbiamo mangiato in non so quanti, e quell’altro mi dispiaceva, lo tenevo, allora c’era un ufficiale che diceva “Per andare a cavallo, “Sì, mi piace”. Aveva delle cosce così, senza sella, quando camminava andavo giù di qui andavo giù di là, ma insomma ero così felice che non ti dico.

Poi un ufficiale ha detto “Ines ci sono qui vicino i cosacchi, hanno dei cavalli bellissimi, magari se gli diamo questi cavalli che anche loro hanno fame, facciamo il cambio” “Andiamo”, ci siamo tirati dietro questo cavallo e andiamo a contrattare con questi ufficiali. Loro l’hanno preso perché la carne di cavallo era bella grossa ed era buona, e ci hanno dato un cavallo che io credo che l’hanno scaricato perché era alto così, nero, terribile.

Allora senza sella, c’erano gli ufficiali che erano bravi a cavalcare e volevo andare a cavallo anche io. Quando andava giù, non andava mai, ma quando doveva tornare dovevi vedere, una volta una pianta mi ha dato un colpo che mi sono ribaltata indietro, un’altra volta c’era un rigagnolo un po’ grande, mi dicono perché dietro c’era sempre qualcuno “Stringi le ginocchia Ines, alza il sedere, buttati in avanti” ma il cavallo è arrivato lì si è impuntato e sono finita in acqua, non mi sono mai fatta niente. Ero così contenta perché assaporavo veramente il senso fisico della libertà, fisico è un’altra cosa.

Poi lì alla sera chi aveva trovato il piano, chi aveva trovato la tromba, chi aveva trovato la chitarra, c’era sempre musica e baldoria. Purtroppo però è scoppiato il tifo, tifo perché i russi prendevano tutti gli armenti, le bestie, le pecore, le mucche per portarle verso di loro naturalmente, ma la mucca se non hai una mungitura regolare diventa cattiva, avevano le mammelle così grosse e allora avevano detto “Se volete mungetele”, ma prendi una mucca quando è così, è terribile.

Io non so che coraggio avevo, prima mi attaccavo alla coda, e non sapevo che saltassero le mucche, le staccionate così e come corrono, prima per fermarle mi attaccavo alla coda e niente da fare, dopo alle corna, prendevo le corna ma si fregava sul terreno, un giorno una mi ha dato un colpo e sono andata a finire su un’altra che era sdraiata, a gambe all’aria, va bene lasciamo …, se racconto ero così contenta.

Poi un contadino mi ha detto “Ines per fermarla devi mettere le dita nelle sue froge e stringi” allora io correvo e cercavo di fermarla e la mia amica dietro con il secchio, e sono riuscita a fermarla mettendole le dita sotto al naso, l’ho fermata e quella si è messa a mungere, quando è stato ben pieno la mucca ha alzato il piede e si è infilato dentro nel secchio e io le ho detto “Io lo bevo ugualmente”. Insomma ti dico non lo so, è stato destino, è stato che lì il tifo si è propagato, io ho preso un tifo bestiale.

Chiamo un dottore italiano e mi dice “È una forma intestinale, ti faccio una puntura”, mamma mia la febbre altissima; tre giorni dopo arriva una delegazione russa di dottori e cominciano a girare il campo, vengono vicino a me e dicono “Tu cosa hai?” “Niente” ho nascosto la cartella “No, non ho niente, tutto bene” “No, no” dice il dottore “Fammi vedere la lingua”, perché la lingua ti viene gonfia, insomma mi è toccato e loro hanno capito, solo la febbre che avevo, figurati.

Non hanno fatto storie, hanno chiamato due militari russi o due infermieri, adesso non so, le cocche del lenzuolo e mi hanno preso su come un fagotto e mi hanno messo su sul camion, urlavo come una dannata, adesso che dovevo andare a casa questi mi portano via ancora, sai non era tanto piacevole. “Voglio il mio dottore italiano” quello là non si è più fatto vedere perché sapeva che … e mi hanno portato a circa 3 o 4 km penso, perché con il camion sono andata un bel pezzetto in un lazzaretto militare loro.

C’era la guardia fuori, la sentinella perché nessuno poteva entrare perché era proprio un reparto di malattie infettive, mi hanno portato lì, una dottoressa mi ha visitato, un’altra davanti allo specchio mi ha tagliato tutti i capelli a zero, che urlavo “Non tutti, non tutti” ma non c’è stato niente da fare. Poi alla dottoressa dico “In fine dei conti cosa ho dottore?” “Tifus” “Non è vero, non è possibile che abbia il tifo” insomma una scena.

Però mi hanno messo in una camera dove c’erano questi letti con le lenzuola bianche, ragazzi quando sono entrata in questo letto con le lenzuola una sensazione, qualche cosa di stupendo, mi sono addormentata di colpo, non capivo più niente, mai stata in un ospedale, mai stata da un dottore, mai avuto niente, puoi immaginare. Hanno incominciato con le analisi del sangue, le analisi delle urine, non sapevo come si faceva, che disastro.

Insomma quattro mesi sono stata fino ai primi di ottobre e mi curava un maggiore militare russo, di una gentilezza e di una bontà che non so, e c’erano le russe che parlavano di casa, e io capivo qualche cosa, però ero con la febbre alta non penso di avere avuto il delirio, però ero sempre assopita, alle volte al mattino mi svegliavo e dicevo “Forse sono già morta, perché sento odore di morte” proprio le braccia, mi odoravo le mani e dicevo “Forse sono morta”, poi riprendevo e poi tornavo a dormire e venivano le infermiere. Poi avevo gli incubi, questi li ricordo, vedevo la morte, sai la morte classica: il cranio, il mantello, la falce, cose che addirittura…

Quando incominciavo a riprendermi un po’ dissi: “Dottore non è possibile avere qualche italiana vicino” infatti me ne mise una, mi pare fosse di Torino, tutta notte a gridare “Dottore, dottore” e io “Fai la brava!” era sorda, le aveva preso le orecchie e non sentiva e morì. La mattina mi sveglio, “Ma, si vede che c’è qualche mosca” era coperta, e dico all’infermiera “Ma perché hai coperto?” e dice “Ma Ines è morta” “Oh Madonna santa, ho dormito vicino ad una morta”.

Dopo due o tre giorni me ne hanno messo un’altra, lei tutta notte una pena a chiamare la mamma, e muore anche quella lì e dico “Oddio la terza adesso sono io”, sai anche quello un po’ di superstizione ti veniva, veniva il dottore e dicevo “Ahi dottore, non ce la faccio più, ho idea che devo morire!” “No, toio serza dobra, il tuo cuore è buono, fai la brava; riuscirai ad andare in Italia”.

Lì ho chiesto matita e carta e scrivevo alla mamma, non perché non arrivassero, facevo su il pacchetto e dicevo alla russa vicino “Se io muoio, dalle ad un soldato italiano queste lettere”, poi vengono i primi di ottobre e questo mio amico di Lucca, che avevo conosciuto lì quando mi avevano liberato, è riuscito a farmi avere dentro una lettera, ha messo una croce rossa qua sul braccio e la sentinella lo ha lasciato passare, però arrivato sullo scalone gli infermieri hanno capito che era un italiano e lo hanno fermato.

Allora lui, ero l’unica italiana lì, gli ha dato questa lettera da consegnarmi. Lì mi spiegava che era passata una delegazione americana e aveva visto ancora le bandiere italiane, ma come ottobre ’45, fine settembre o principio ottobre ’45 e ci sono ancora gli italiani, bisogna organizzare, mandarli a casa, e pare che in una settimana dovevano organizzare questo viaggio. Ti puoi immaginare quando leggo così che avevo ancora la febbre, la flebite alla gamba.

Allora viene il dottore e glielo dico “Dottore guardi, io devo andare a casa, bisogna che lei mi lasci andare, i miei amici partono, come faccio” lui dice “Non c’è problema, tu stai qua con noi” “No, io non sto qua con voi, voglio andare a casa” “Ma non puoi, bisogna fare quarantena”, sai allora c’erano i quaranta giorni per le malattie infettive e “Poi tu hai una flebite” e mi spiega “Lì c’è un embolo, se ti si sposta e ti va al cuore muori oppure rimani paralizzata” “No io sono sicura che arrivo a casa” forse mi ha visto così disperata, che piangevo e urlavo “Garda che se stai otto giorni senza febbre” forse non ci credeva neanche lui “ti porto io alla stazione”, e lì mi ha quietato.

Non so se qualcuno da lassù ha guardato giù, o se le preghiere sono state accolte, non lo so, il mattino dopo, che di solito avevo 35 e poi la sera arrivavo fino a 41, il cuore era tutto così, altro che averlo buono, e verso sera, prima di darlo all’infermiera guardavo io, non avevo febbre “Oh mamma mia che gioia, sta zitta, sta zitta, forse anche domani” , il giorno dopo ancora senza febbre, il terzo giorno tento di alzarmi, faccio per alzarmi se non sono svelta ad attaccarmi lunga e distesa cado, non stavo in piedi, poi sempre con la gamba così e ho detto “Va bene, tanto sul vagone starò seduta, non ha importanza”.

Arriva il dottore tutte le sere e dicevo “Dottore, non ho febbre” “Bene, brava italiana, giorno italijanska” mi chiamava ancora italiana “Fai la brava”. È arrivato il giorno che dovevo partire. Ma lo sai che mi ha portato lui su un carro di buoi alla stazione? Tante volte dico che mi pareva di essere su una Rolls Royce, perché seduta così vicino a lui, che fremevo di arrivare, perché sapevo che arrivavo a casa, me lo sentivo, quando sono arrivata, sempre questi vagoni a convoglio con quaranta o cinquanta militari, mi caricano su e cosa faccio e mi danno un pane nero e delle scatolette, come faccio, io non posso mangiare questa roba, quindi sono stata un po’ di giorni ad acqua e qualche cosa, ho sbriciolato un po’ il pane.

In cantuccio al buio, perché quando viaggiavi non è che il treno partiva e arrivava, il treno si fermava magari anche un giorno, e li incominciavano anche le tue necessità, dovevi dire “Oh ragazzi tiratemi giù”, prima piangevo un po’ perché dicevo Dio mio quando penso che saltavo giù altro che dei vagoni e adesso devo chiedere l’aiuto, loro mi mettevano a seggiolino così con le braccia, mi portavano in fondo in mezzo al prato e stavo là. Io andavo a fare quello dovevo fare, poi dopo li chiamavo e stavo dentro lì così fino a che dopo ripartivamo. Un giorno siamo arrivati in Austria. In Austria c’erano gli americani e allora hanno incominciato a darmi un po’ di latte, un po’ di pane bianco, disinfezione ancora a tutto, e dopo di lì naturalmente a Bolzano è stato diretto.

Quando siamo arrivati a Bolzano c’era anche il treno ospedaliero, ma ti puoi immaginare arrivare in stazione in Italia in un attimo sul vagone non c’è stato più nessuno, mi hanno tirato giù, ma sai in Italia chi andava forse al bar, non so, so che ho provato un’emozione così grande: mi sono appoggiata al vagone, avevo un turbante in testa perché ero pelata, poi il fagottello sul braccio delle cose che avevo trovato per cambiarmi, e piangevo, ma piangevo, un’emozione perché poi c’era la musica, “Il Piave mormorava”, “Montegrappa”, “Mamma sono tanto felice”, una cosa che credo che il singhiozzo mi partiva dai piedi, una cosa!

Finalmente sono arrivati dei dottori perché se no ero ancora là a piangere, e questi dottori mi dicono “Vieni con noi, hanno detto che tu hai fatto il tifo, ci hanno avvisato i tuoi che hai viaggiato insieme, questi militari, vieni sul treno che ti guardiamo, ti controlliamo”. Quando mi guardano mi dicono “Ma non puoi proseguire il viaggio, i tuoi genitori te li facciamo arrivare “No ho detto che io devo andare a casa, sono in Italia sono a casa mia, non posso stare qui” “Ma guarda figliola che tu rischi, guarda questo, guarda quello …” insomma io non volevo, allora sai loro cosa hanno fatto? Mi hanno caricato su un’auto colonna inglese, e sentivo la gamba gonfia che mi tirava “Che il Signore me la mandi buona” e sono arrivata a Pescantina, vicino a Verona.

Lì c’era l’Opera Pontificia, allora subito anche questo, le sensazioni così belle che ho provato che non trovo le parole per descriverle, la pastina fatta con il brodo, ma quando ho visto il pane bianco ragazzi, toccarlo, mi pareva proprio di sentire il profumo del grano, le sensazioni nel toccarlo, ne ho presi due, li ho nascosti per portarli a casa, forse non ne hanno abbastanza perché era ancora tesserato, tutta notte sotto una tenda in terra ho dormito e poi verso sera su un’auto colonna inglese sono arrivata a Milano.

A Milano c’era il treno e c’erano due di un paese vicino a Como che praticamente facevano quasi la mia strada, insomma sono scesa e tutto il viale Varese, lo sai dove è, dalle piante, erano forse quasi tutte toccate perché non ce la facevo con la gamba così rigida e gonfia, lo sapevo che non era tanto una cosa che dovevo fare, e io abitavo in fondo alla via Tommaso Grossi, che è quella strada che va a Brunate, sai dalla stazione centrale, arrivare su fino in cima dove c’è dopo la Chiesa della Provvidenza.

Arrivata al crocicchio della via Dante loro dovevano andare, insomma tutti avevano fretta di arrivare e quindi sono rimasta lì sola e zoppicando mi sono avviata per questa strada, arrivata a circa 50 m dalla mia casa, dietro di me sentivo una voce che diceva, era un signore parlava da solo “Ma è la Ines? O non è la Ines? Ma forse la Ines è morta. La Ines dicono che le hanno tagliato le gambe. Ma sarà la Ines?” allora mi sono girata ed era il mio vicino di casa, ho detto “Sono proprio io, forse dico più ossa che carne, però sono io” “Oh Ines” è venuto vicino e mi ha abbracciato, dico “Voglio suonare il campanello e farmi trovare davanti a casa” “Non lo faccia, troppa emozione per i suoi genitori, sono anche già un po’ anziani, vado avanti io ad avvisare, e allora ho pensato forse è più saggio fare così, infatti è andato.

Ora che io sono arrivata poi c’era un grande cancello, una piccola discesa, un grande cortile. C’era fuori mia mamma, mio padre, mia sorella, il mio nipotino e tutti i vicini, non so il sesto senso, ai balconi, non erano le famose ringhiere, erano proprio bei balconi, “È arrivata la Ines” sarà stata mezzanotte non so che ora era …

D: Che giorno ti ricordi più o meno?

R: Era credo il 25 ottobre.

D: Dunque era ottobre quando tu sei arrivata a casa?

R: Sì, allora quando sono entrata in casa naturalmente mio padre era tutto felice “Guarda proprio ieri ho fatto la polvere alla tua bicicletta, ho detto domani arriva la Ines” e mia sorella dice “Tutti i giorni fa la polvere alla tua bicicletta e dice domani arriva la Ines”. Io tiro fuori le mie michette bianche e dicono “Cosa vuoi da mangiare?” e dico “Mangerei volentieri la polenta” perché la sognavo, allora polenta e latte, perché il latte era ancora tesserato, papà va a prenderlo da mio nipotino poco lontano, mangio questa polenta, poi tutta felice “Domani mi alzo, devo andare al distretto, devo fare questo, devo fare quello, devo fare su, devo fare giù …” sono stata a letto ancora quattro mesi senza muovermi.

Veniva il dottore mi curava questa flebite, poi sai il gioco del piede si era anchilosato, però dopo tutto è andata a finire bene, dopo quattro mesi mi sono alzata verso febbraio, ho incominciato a camminare, a riprendere il lavoro, poco a poco riprendere sempre la mia vita, ho incominciato ancora le mie montagne, i miei sport, e ora eccomi qua alla mia verde età …

D: Ti ricordi quanto pesavi più o meno quando sei tornata?

R: No, non mi ricordo perché sono sempre stata a letto, quindi non ho avuto …, dunque io normale pesavo dai 67 ai 70, quindi penso che sarò stata sui 55 chili, 60 al massimo ma sai…

D: Hai portato con te dei documenti quando sei tornata da …

R: No, non avevo documenti.

D: Neanche a Pescantina ti hanno rilasciato niente?

R: No, avevo solo queste mie lettere che scrivevo alla mamma che non ho mai mollate, queste sì, ma se no non c’erano.

D: E lì forse su quelle lettere c’era scritto dove eri, in che ospedale ti trovavi?

R: Non mi ricordo questo se c’era, non lo so, perché so che la data la mettevo, però non ricordo se mettevo, mi pare di no bisogna guardare.

D: Non sai se eri in Polonia, o a Poznam vicino a Berlino?

R: Bisogna che controlli, che guardi e poi vi farò sapere.

D: Forse c’è scritto dove è?

R: Non lo so, non lo so, perché vedi non avevi la roba di dire dove sono, cosa faccio, come si chiama, adesso se mi capitasse una cosa così è logico che mi informo, ma allora come il tempo ti passa e basta, va bene.

D: Le necessità erano altre.

R: E sì, la mia storia è finita, io penso …

D: Io volevo chiederti una cosa, adesso tornando in dietro, sei stata praticamente interrogata a Bergamo in Questura e basta?

R: No. A Bergamo …

D: No scusa a Bergamo, a Como in Questura?

R: E basta, no, mai più nessuno si è interessato.

D: Neanche alla palestra Mariani?

R: No, no.

D: Palestra Mariani, vuol dire la palestra di un istituto scolastico che si chiama Mariani?

R: Fa parte in Via Aperti …

D: Esiste ancora?

R: Sì, sì esiste ancora questa palestra, è dove andavo …

D: Via?

R: Oddio, via Aperti angolo via Aperti …, fa parte delle scuole della via Aperti.

Gibillini Venanzio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Mi chiamo Gibillini Venanzio. Sono sopravissuto nei campi di Flossenbürg e Dachau. La mia storia comincia dopo l’8 settembre del 1943, quando gli alleati concedono l’Armistizio agli eserciti italiani.

Io ero l’ultima classe chiamata a militare. Ero andato a militare il mese di agosto del ’43 e venuto l’8 settembre, siamo stati due giorni in caserma e poi abbiamo fatto la fuga e dopo di lì ero considerato disertore, renitente, tutti quei proclami che con la nascita della Repubblica Sociale Italiana mi rendevano condannabile per la fucilazione. Perché non presentandosi a tutti quei bandi che nell’autunno del ’43, che la Repubblichetta Sociale Italiana ha tappezzato tutta Milano di quei bandi, allora sono finito per varie cause a lavorare al deposito di Milano Greco. Deposito che fa parte della zona industriale di Sesto San Giovanni di allora, adesso non so se ne fa parte ancora.

E lì naturalmente esisteva la Resistenza.

D: Sei finito a lavorare dove esattamente?

R: Sono finito a lavorare al deposito locomotive di Milano Greco.

D: E tu avevi quanti anni?

R: Avevo 19 anni, perché non ancora diciannovenne fui chiamato a militare.

Lì si sono avvicinati degli uomini, perché io allora ero un ragazzo di 19 anni, che dicevano appunto che lì non si lavorava e che al momento opportuno si sarebbero fatti dei sabotaggi, perché se no tutto quel materiale, tutto il materiale rotabile: locomotrici e altro che venivano riparati nel deposito finivano per i nazisti e poi veniva portato tutto in Germania.

Noi essendo diversi, essendo scappati dopo l’8 settembre, sbandati dopo l’8 settembre, già dimostravamo da che parte pendevamo.

Allora nel mese di giugno o luglio, adesso non mi ricordo più di preciso, comunque gli atti di sabotaggio si sono verificati. Sono saltate due o tre locomotrici e il deposito dell’olio. Allora i tedeschi, i nazisti hanno fatto una retata e hanno portato a San Vittore diversi compagni.

Anch’io finii a San Vittore e fui indagato come sabotatore.

D: San Vittore in che raggio?

R: A San Vittore, periodo bellico, perché era diviso in due parti: c’erano tre raggi per la sezione politica e tre raggi per i reati normali, reati per ladri eccetera.

A San Vittore sono finito anch’io come indagato per sabotaggio nelle Ferrovie dello Stato. Un bel momento, quando un giorno vado all’aria, perché ho fatto subito ventidue giorni in segregazione, la cella 62, al 1° piano del 5° raggio.

Il 5° raggio era un raggio silenziosissimo, al piano terra esistevano tutte le celle con fuori l’etichetta “pericoloso”, “pericoloso”, “pericoloso”. 1° piano idem. E poi ogni tanto arrivavano delle disposizioni, perché esisteva anche lì una certa Resistenza e malgrado tutto la Resistenza funzionava anche a San Vittore che “diffida da questo”, “diffida da quello là”, “spia fascista”, “spia qui”, “spia là”.

C’era un certo Bruno Zanotta che è stato un animatore per quello, perché ha dato compassione proprio per la causa giusta della Resistenza.

Sono all’aria, perché all’aria ci portavano quelle poche volte che ci hanno portati, nello spicchio d’aria da soli e in cima a questa rotonda c’era un secondino che parlava con un altro e diceva: “Chi deve pregare la Madonna adesso sono solo i ferrovieri”. E infatti ho saputo che tre ferrovieri, tre uomini che avevano 40 anni o forse più, li hanno portati indietro, non so se erano i responsabili di tutto quello, li hanno portati indietro e hanno fermato tutti gli operai che lavoravano al deposito e davanti a tutta la maestranza li hanno fucilati.

Invece io ho subito un interrogatorio solo a San Vittore. Un giorno, dopo non so quanto tempo che ero in cella da solo, si apre la porta e viene un secondino che mi dice: “Interrogatorio”. Sono sceso giù nell’ultima cella, infondo al piano rialzato, proprio al piano terra; c’era un ufficio, una cella adibita ad ufficio, c’era un tedesco. Suonavano le 10,00, perché al tempo di guerra alle 10,00 suonavano le sirene per coordinare se tutto funzionava bene e per vedere se funzionavano anche quelle. E c’era un SS che scriveva a macchina e poi c’era un altro vestito in kaki, perché era il mese di luglio, tutto elegante in un altro angolino della cella, in una scrivania. Nessuno parlava. Io ero lì in piedi sull’attenti davanti a loro, nessuno diceva niente. Poi quello in borghese, che ho saputo chi era dopo, si alza con il pacchetto delle Serraglio. C’erano le Serraglio, un pacchetto azzurro, piatto e mi chiede: “Fumi?” e io gli ho detto: “No”. E lui “Fumi!” e io ho capito che era un po’ una imposizione e allora ho accettato la sigaretta. Lui ha preso l’accendino, me l’ha accesa e ho cominciato a fumare. Si è seduto ancora, poi si alza e intanto che stavo fumando mi ha dato una tremenda sventola e mi ha fatto volare la sigaretta. E mi dice: “Vai avanti, raccogli la sigaretta e vai avanti a fumare”. Allora io ho raccolto la sigaretta e sono andato avanti a fumarla e poi incominciavano a fare delle domande un po’ a trabocchetto: se conoscevo il tizio. Io dicevo che non conoscevo nessuno, io ho lavorato qualche mese ma non conoscevo nessuno. Beh in conclusione, dopo non so quanto tempo, mi dice:” Ti manderemo in Germania a lavorare, guadagnerai dei soldi che manderai a casa a tua madre” e mi ha fatto firmare delle carte che io ho firmato senza sapere cosa erano e poi sono tornato ancora in cella.

Invece mi hanno mandato in Germania, a lavorare sì ma non …

D: Scusa due cose: quando ti hanno arrestato, non ti hanno arrestato in fabbrica?

R: No.

D: Ecco, dove ti hanno arrestato?

R: Lì è stato un po’.. Lì hanno ingannato un po’ mia madre, perché si sono presentati due dell’UPI, e si sono presentati dicendo che erano miei compagni di lavoro, che dovevamo scappare insieme perché la cosa diventava…

D: Dicevi che quelli dell’UPI sono venuti, hanno raggirato la mamma…

R: L’hanno raggirata dicendo che erano miei amici, dovevamo scappare insieme e lei ci ha creduto. Gli ha detto dove mi trovavo e in poche parole mi hanno arrestato.

Uno di quei due ha aperto una borsa e mi ha detto di non cercare di fare il furbo perché se no mi avrebbe sparato dietro e mi hanno accompagnato a San Vittore in mezzo a loro due.

D: Eri da solo?

R: Ero da solo.

D: Dicevi che lì a San Vittore, in cella, sei stato per più di venti giorni da solo in isolamento. Poi ti hanno messo in cella con altri?

R: Sì. Dopo mi hanno tolto dall’isolamento, quando ormai tutta la mia sorte futura era destinata e mi hanno messo dal 5° raggio, che era il raggio più terribile, mi hanno messo nel 6° da dove poi siamo partiti.

E lì sono andato a finire in cucina. Ho fatto gli ultimi dieci giorni, un paio di settimane, in cucina a fare da mangiare per i detenuti politici.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno di cella di San Vittore?

R: Ero con Molteni Mario, mio compagno ferroviere che poi lui è ritornato in ferrovia nel dopoguerra ed è deceduto nel ’98-’99. E Dario Borroni che è deceduto a Flossenbürg. Da Flossembürg l’hanno mandato a Mauthausen ed è morto a Mauthausen o Gusen non so di preciso. E poi un certo Bosè Egidio, anche lui ferroviere che è morto a Flossembürg.

Perché di sette tre sono stati fucilati, sette ci hanno deportati in Germania, cinque sono rimasti lassù, Gargano Andrea è morto a casa ma subito pochi giorni dopo e io e Molteni Mario siamo sopravvissuti; che Molteni è deceduto tre o quattro anni fa.

D: Poi c’era anche Esposito?

R: E poi c’era Esposito. Esposito era sullo stesso piano, adesso non mi ricordo più. Il papà di Esposito era nella cella 64 se non sbaglio. Quella notte che nel Piazzale Loreto, quando hanno assassinato i quindici martiri di Loreto, l’hanno tirato fuori e sentivo dire: “Ma dove vado?” “Vai in campo di concentramento a Bergamo” Invece alla mattina all’alba li hanno portati in Piazzale Loreto e li hanno fucilati tutti.

In Piazzale Loreto c’è un particolare: mia mamma si trovava, dove abitavo io da ragazzo, dall’ortolano, non so in un negozio a fare la spesa e ha sentito la novità e ha lasciato lì tutto ed è venuta in Piazzale Loreto per vedere se c’ero anche io. E le hanno detto: “Signora se trova suo figlio niente scene.” E li ha fatti girare. Poi l’ultimo sembrava che era girato e le hanno detto:”Suo figlio è un ingegnere” e lei ha riposto.”No,no” e le hanno detto:”Beh allora l’ultimo era un ingegnere” e non c’entrava niente con me.

E di lì invece, il giorno 17 agosto, fui inviato al campo di concentramento di Bolzano.

D: Con che cosa vi hanno portato a Bolzano?

R: Con dei pullman dell’azienda tranviaria o del municipio. Durante la notte hanno fatto tutto al 6° raggio, tutta la chiama. Il primo di tutta la chiama era sempre il Padre Gianantonio Agosti. E alla mattina, albeggiava già al mese di agosto, era il 17 di agosto, ci hanno portato a Bolzano.

D:Scusami Venanzio, chi c’era a fare la guardia sul vostro pullman?

R: La 24^ Legione. I ragazzi della 24^. Portavano un fez con il fiocchetto sulla spalla. Erano ragazzi più o meno della nostra età, naturalmente fiancheggiati da auto con su i tedeschi.

Ma seduti sul pullman proprio con noi c’era la 24^ Legione fascista.

D: E siete arrivati a Bolzano?

R: Siamo arrivati a Bolzano.

D:Come te lo ricordi l’ingresso nel Lager di Bolzano?

R: Allora non era come adesso, era periferia lontana. L’impressione un po’ brutta, perché erano capannoni quasi industriali.

Io fui mandato al blocco B e la mia matricola era 3111, a Bolzano. Naturalmente lì abbiamo subito visto delle scene un po’… La scena di padre Gianantonio, perché lì tutti venivano già rasati, davano via un triangolino di Bolzano, perché quella sera lì una coperta, un qualche cosa e una scena un po’ toccante che abbiamo visto è stata la scena di prendere il Cappuccino che era con noi, Padre Gianantonio, preso per la barbetta a pedate nel sedere tagliandogli la barba, tagliandogli i capelli che come religioso, se non hanno rispetto per un religioso che con un saio di Cappuccino, che era della chiesa dei Frati di Via Premuda Porta Monforte. Lui era dentro perché era stato arrestato perché nel confessare gli ebrei in Duomo gli dava documenti falsi e per quello ha pagato. Da Flossenbürg è finito a Dachau nel blocco dei religiosi con diversi religiosi italiani. Invece noi dopo Bolzano siamo finiti…

D:Parlami ancora di Bolzano. Ti hanno messo nel blocco B, ti hanno dato un numero.

R: Il numero 3111 con il triangolino rosso politico.

Lì era già dura la vita, naturalmente lì la fame per noi ragazzi del popolo si sentiva più degli altri, perché con noi c’era anche gente che stava bene: generali, professionisti, gente che poteva avere i loro famigliari alla porta che gli portavano i viveri di sussistenza. Invece per noi ragazzi del popolo la fame si sentiva. Io la sentivo già a Bolzano, la sentivo già anche a San Vittore. Però a Bolzano si sentiva di più perché scarseggiava già e poi cominciava già proprio quel timbro di nazismo, di teutonico che cambiava un po’ l’aria che si respirava. Era buona l’aria come clima ma…

D: Cosa ti ricordi del campo di Bolzano, oltre questi capannoni?

R: Mi ricordo che come sono entrato i capannoni li trovavo sulla destra. Adesso non mi ricordo, il B doveva essere il penultimo, doveva essere stato un blocco centrale. Poi c’erano le celle in fondo per le punizioni. Di rimpetto a questi capannoni c’era il comando. C’era la cucina, c’era il comando.

E mi ricordo che d’estate, qualche sera, non sempre, ci hanno fatto fare delle docce. La doccia consisteva in un tubo in cui passava dell’acqua forellato in doversi punti, all’aperto.

D: Quindi la doccia la facevate all’aperto?

R: Sì. Quella poche volte non sempre. Lì ci portavano fuori, c’era una cava, e quelli che ci portavano a lavorare, però lì c’erano tanti tipi di trasporto.

Ho trovato dei miei amici che abitavano nella zone dove abitavo io in Milano, che uno mi ha raccontato che un certo Marangoni era appena partito per Mauthausen, ma lui era finito invece a lavorare in una fabbrica in Germania. Perché lì partivano un po’ tutti: i rastrellati, chi non aveva da San Vittore un qualche cosa già prenotato per il viaggio partivano a lavorare. Invece la maggior parte eravamo politici, per esempio Teresio Olivelli, per me una figura molto nobile, portava la coccarda in più di dietro. Una coccarda come fuggitivo perché i settanta trucidati a Fossoli, lui non so dove si è nascosto se in un fienile o dove, è stato lì due o tre giorni e quando è arrivato a Bolzano portava già quella coccarda rossa di dietro. Deve essere stata rossa e bianca o qualche cosa di pericoloso perché era già fuggito e ripreso al momento che avevano evacuato il campo di Fossoli.

D: Tu mi dicevi prima che a Bolzano ti hanno dato il numero e un triangolino. Ma voi avevate i vostri vestiti ancora?

R: Sì, a Bolzano io mi ricordo che avevo un vestito grigio con un gessato o qualche cosa di simile. Avevo una bella camicia, le scarpe con il carro armato che si usava allora, poi in tempo di guerra anche.

D: A lavorare quindi uscivate dal campo?

R: Sì, ci portavano in una cava a lavorare, sempre con quei camioncini lì a riempire, sempre quei lavori di facchinaggio, di sterro.

E anche lì la fame già la sentivamo noi. Perché io ed Eugenio, che adesso non c’è più poverino, noi dormivamo proprio vicino a Padre Gianantonio e Padre Gianantonio per essere un religioso era un po’ coccolato da tutti, specialmente dai professionisti, e allora lui dormiva con una borsa, una sporta, un qualche cosa sulla pancia con dentro le mele e le pere e una volta io ed Eugenio abbiamo provato a vedere se riuscivamo a portare via qualche cosa dalla borsa. Invece lui mi ha fermato la mano e poi ce ne ha date una per uno. Perché lui essendo un uomo già anziano, un uomo di cinquanta anni forse già allora, era un po’ coccolato da tutti gli ufficiali superiori che c’erano con noi, professionisti, letterati. Non so c’erano avvocati, dottori e allora era un po’ ben visto, ecco.

D: Ti ricordi se tu nel periodo che sei rimasto a Bolzano hai ricevuto da casa tua qualche lettera o qualche pacco?

R: No, niente. Ho scritto io una lettera che conservo ancora. Tutta lacerata naturalmente. Scritta con una matita, un foglio di carta con una busta rossiccia, non proprio rossiccia e c’era timbrato ……… che scrivevo censurata e che chiedevo ai miei se potevano mandarmi, allora fumavo, tabacco, cartine, qualche galletta per mangiare, un po’ di marmellata, qualche cosa, perché la fame la sentivo già lì. E invece… Comunque al mio ritorno quella lettera l’ho trovata ancora e adesso l’ho fotografata. E’ un documento che ha cinquantasette anni circa, carta anche del tempo di guerra.

Si capisce poco o niente. Comunque fotografata soprattutto per la busta, l’indirizzo e il mittente.

D: Ti ricordi quando tu eri lì a Bolzano se hai assistito, se hai visto azioni violente?

R: Ecco questo me lo ha chiesto anche Maris, però quel caso lì delle azioni violente io non le ho viste perché sono successe in ottobre novembre, più avanti.

Io ero già partito per la Germania. Perché lì quando il campo si riempiva preparavano il trasporto. Il trasporto prima di noi è andato a Mauthausen, il nostro è andato a Flossembürg e poi ce n’è stato un altro subito che è andato ancora a Dachau.

D: Ecco ti ricordi altre due cose: nel campo hai visto se c’erano delle donne?

R: Sì le donne c’erano e ce n’erano anche tante. Anzi le donne le sentivo anche cantare alla sera, perché a Bolzano la sera cantavano le donne.

Poi c’era un certo Lupo, un ragazzo partigiano, che cantava bene. Cantava quelle canzoni un po’ nostalgiche: “La bella Madunina”, “La mamma”. Quei motivi che al momento della sera che eri nella tua cuccia ti veniva un po’ di malinconia. E dove esistevano le donne si sentiva .., perché le donne sono forse, su certe cose, sono più coraggiose e più resistenti in tante cose rispetto all’uomo.

D: E oltre a Padre Gianantonio hai visto altri religiosi?

R: Religiosi li ho conosciuti dopo. Ma dopo leggendo libri dopo la Liberazione ho trovato che più o meno la mia stessa Via Crucis l’hanno fatta diversi. Per esempio a San Vittore quando c’ero io c’era Don Paolo Liggeri, c’era un Vescovo di Crema Don Manziana che è finito nei blocchi, uno è finito a Mauthausen e dopo verso la fine, l’inverno del ’44, la primavera del ’45 erano finiti tutti nel blocco religioso di Dachau.

D: E sempre lì a Bolzano per caso tu hai visto se c’erano anche dei bambini?

R: Si. C’erano gli ebrei, c’erano famiglie intere. Perché al 5° raggio di San Vittore, al 5° raggio sopra ai camerini, c’erano famiglie intere di ebrei. Che, anzi, sentivo a quanto dicevano che gli facevano fare anche delle cose orribili o li facevano mettere giù davanti alla latrina a camminare. E allora lì li tenevano separati da tutto il resto di noi non ebrei al 5° raggio. Che poi la maggior parte di loro sono passati per Bolzano, ma poi sono partiti e sono andati nei campi dove sono entrati e sono passati per il camino.

D: Quindi tu a Bolzano, nel periodo che sei rimasto, sei uscito per andare a lavorare in questa cava.

R: Sì, una cava dietro lì.

D: E non ti ricordi più o meno dove? Facevate tanta strada, poca strada?

R: Non tanta, perché andando a lavorare alla cava non incontravamo mai nessuno. Perché era già periferia di Bolzano allora. Era una strada lunga verso le montagne e sulla destra c’era questo campo, si usciva e si andava in questa cava …… con i lavori di sterro, non so cosa combinavano con quel lavoro lì.

Tanti giorni ci lasciavano anche in pace a Bolzano, tanti giorni non ci facevano niente. Si aspettava gli eventi, si organizzava da mangiare e basta.

D: E il comandante del campo, comunque delle SS del campo, ti ricordi …?

R: Del comandante del campo mi ricordo di Maltagliati. Maltagliati era il fratello, un parente della famosa Evi o Eva Maltagliati attrice di cinema.

Non so, ecco io allora ero un ragazzo, comunque Maltagliati. Poi a Bolzano, proprio il comandante lo vedevo quando alla sera parlava, faceva discorsi, però non mi ricordo né nome e né niente. Di Maltagliati si.

Poi anche lì hanno fatto i capi blocco, una cosa e l’altra. Fra l’altro il capo blocco del mio blocco lì a Bolzano se non sbaglio era Mazzullo, Luigi Mazzullo, che era tenente dell’aviazione allora, adesso è generale. Anzi adesso è l’ambasciatore italiano dei deportati a Dachau. C’era Castelli che era già un pittore. Ce n’erano diversi, tutta gente che ho incontrato a Bolzano che poi a Bolzano sono arrivati con noi tutti quelli dei Lager di Fossoli. Lì la maggior parte erano gli arrestati degli scioperi del marzo del ’44. Ce n’erano diversi che poi…

C’era un certo Ferrario che è rimasto là e ce n’erano diversi di quei ragazzi lì, adesso la fisionomia… Tanti nomi li ricordo, leggendo dei libri li ricordo perché parlando di questo periodo erano senz’altro con me.

D: Il campo di Bolzano aveva una recinzione?

R: C’era una cinta, una mura. C’era un qualche cosa di così, perché sembrava quasi una falegnameria, un deposito, un hangar, tipo hangar, qualche cosa di simile.

D: E c’erano delle …. delle sentinelle?

R: Le reti delle sentinelle sugli angoli naturalmente e le entrate erano un cancello che si vedevano di fuori.

D: Non c’erano scritte?

R: No, non credo, almeno non mi ricordo di questo.

D: Lì a Bolzano tu sei rimasto quanto tempo?

R: A Bolzano sono rimasto dal 17 di agosto fino al 5 di settembre, alla mattina che ci hanno incolonnati i famosi cinquecento e ci hanno portato allo scalo di Bolzano, sullo scalo merci, per una destinazione che non si sapeva; la destinazione era ignota.

Anzi tanti dicono che dopo o prima di Monaco, non so dopo Innsbruck, è stato fermo, il treno ogni tanto rimaneva fermo, che dovevamo andare a Mauthausen e invece all’ultimo momento siamo andati verso…

D: Ecco scusami sempre, dal campo di Bolzano, in questo posto che vi hanno portato allo scalo tu dici eccetera, vi hanno portato come?

R: Per cinque, incolonnati a piedi. Camminavamo, non so se era l’Isarco o un fiume vicino; quello mi ricordo.

Era mattina presto, si vedevano già gli operai con le biciclette che entravano; perché lì era zona industriale. Entravano in fabbrica. E a noi ci hanno portato in questo scalo, c’erano già pronti tutti i vagoni e dopo un po’ di cerimonia, non so se con una lista o con un numero, adesso non so di preciso quando, io penso sessanta o settanta, ci hanno messo dentro, chiusi i vagoni fuori, anche il finestrello del carro bestiame, era con i reticolati anche quello. Basta, chiusi dentro lì tutti i sogni di evasione erano impossibili, perché tanto adesso si parla ma allora non si poteva. Prima di tutto per gli anziani che c’erano con noi, ufficiali, che se mettevamo in repentaglio la vita di loro, perché se ci mancava qualcuno…

E poi dopo insomma la mattina, dopo tre o quattro colpi che si è mosso il convoglio, era la mattina del 5 di settembre, hanno aperto i vagoni il 7 di settembre con le urla dei cani. Eravamo arrivati a Flossenbürg allora.

D: Quindi il tuo viaggio è durato due giorni e due notti. Avevate sul vagone qualche cosa da mangiare e da bere?

R:No, io non avevo niente, perché anche a Bolzano avevo già sofferto la fame, perché non avevo niente, non aveva niente la mia famiglia in tempo di guerra, non c’era niente. Naturalmente noi siamo partiti con tutto quello che avevamo addosso e chi aveva valigie o borse. Io avevo il mio fagottino e non c’era niente.

Allora c’era gente che aveva avuto i mezzi e sono partiti. Naturalmente di notte mangiavano, perché avevano vergogna a farsi vedere mangiare. Perché questa è la verità, non si può mangiare. Perché sai nel momento che vai verso l’ignoto pensi subito :”Qui soffrirò la fame”, allora se hai una scatoletta cerchi di conservarla per il domani. Invece quando siamo arrivati a Flossenbürg il domani non esisteva più, perché là c’è stato portato via tutto, tutto, tutto. Dai capelli, i peli, la barba; tutto ci è stato portato via. Nudi come ci ha fatto nostra madre. Basta, lì non avevi più niente.

D: I bisogni corporali durante il trasporto?

R: I bisogni corporali erano un po’.., anche lì, perché insomma c’erano persone anziane, persone che avevano bisogno più sovente rispetto ad un giovane.

La resistenza, perché adesso io alla mia età un viaggio di quelli lì mi buttano giù dal treno. Comunque per fare la pipì andavamo dove c’era la porta che scorreva e lì si faceva la pipì sperando che si perdeva tramite le fessure. Ma per fare qualche cosa di più pesante, di più bisognoso dovevamo farlo con un pezzettino di carta e poi buttarlo da quel finestrello lì, perché? Perché si è verificato che dal 5 al 7 di settembre che di giorno c’era un caldo terribile, chissà che puzzo che c’era dentro quel vagone lì perché sessanta, settanta persone chiuse lì con quella finestrella lì. E invece di notte un freddo incredibile perché era l’incontrario, di notte c’era freddo.

Poi anche la notte per trovare di allungare un po’ i piedi, trovare la posizione. Poi in quel pezzettino lì c’era gente anziana, cercava di resistere magari se aveva bisogno proprio dei bisogni fisiologici di farli di notte, perché è un po’ meno vergognoso, un po’ meno deplorevole che farli in faccia a tutti anche se la luce filtrava poco, ma di giorno ci vedevamo in faccia, invece di notte puoi farle scomparire.

Ma tra i corpi, tra gli odori e il resto puoi immaginarti.

D: Il treno si fermava ma le porte non si sono mai aperte?

R: Non si sono mai aperte.

D: E da bere e da mangiare?

R: Per bere e mangiare quando siamo partiti hanno messo una cassa, non so chi l’ha pagata, perché ce l’hanno fatta pagare quella cassa lì. Una cassa di mele sul mio vagone, perché sugli altri non so cosa ci fosse stato. Sul mio carro, no vagone. Sul mio carro bestiame l’hanno messa. E sono venute fuori due mele a testa, una o due mele a testa. Basta, quello lì è stato il nostro vitto e basta fino a Flossenbürg.

D: Una volta arrivati a Flossenbürg, dopo due giorni e due notti di viaggio, allora lì hanno aperto i vagoni.

R: Perché quella ferrovia terminava proprio a Flossenbürg; l’ultima stazioncina tedesca terminava a Flossenbürg. Arrivati a Flossenbürg basta, prima che il treno si fermava definitivamente si sentiva già urlare in tedesco. Ma l’abbaiare dei cani!

Lì albeggiava, era l’alba del 7 di settembre. Poi hanno aperto il vagone e ci hanno fatto saltare giù lì.

Naturalmente ognuno vedeva quell’altro com’era conciato, perché io non potevo specchiarmi. Vedendo i compagni, ognuno vedeva la faccia dell’altro. Lì ci hanno incolonnati per cinque e dopo quando siamo scesi tutti con il nostro bagaglio, io non avevo niente.

La stazioncina di Flossenbürg era proprio all’imbocco del paese, poi c’era una salita che sarà stata lunga 1,5 o 2 km, non so. Tutto il paese su quella strada lì e poi in cima c’era il campo. E sicché andando su, quando ci hanno messo per cinque, camminavamo verso il Lager, la prima cosa che mi ha scioccato, che ci avrà scioccato un po’ tutti, era la vista di questi zebrati.

Io vedevo già quei vestiti da galeotto con la testa rapata, con gli zoccoli silenziosi, magri. Io pensavo: “Ma qui è una colonia penale”, non so come i film che si vedevano quando ero ragazzo e cercavo di non pensare che dovevo finire in quel posto lì.

Siamo entrati e infatti la zebra era tutta sparsa per tutto il campo.

D: Lì avete attraversato il paese?

R: Tutto il paese, fino in cima. Perché adesso anche in cima dove c’è il campo ci sono delle villette. Invece prima c’erano solo le villette degli ufficiali delle SS e Flossenbürg era tutta quella strada lì con a parte quei cascinali, con la chiesetta protestante che c’è. Ci sono due chiesette mi sembra. E basta.

D: Gli abitanti del paese vi hanno visti?

R: Ci hanno visti, ma indifferenti proprio. Anche i bambini, niente, come fossero abituati forse a vedere questi passaggi.

E dopo circa quaranta giorni abbiamo rifatto quella strada ma tutti vestiti elegantemente con la zebra nuova, con gli zoccoli nuovi ai piedi senza più bagagli, senza più niente e l’abbiamo fatta per andare a …

D: L’ingresso del campo di Flossenbürg, quando siete arrivati, come te lo ricordi?

R: All’ingresso del campo di Flossenbürg c’è la Kommandantur che è una cosa impressionante. Adesso è bella pitturata dipinta. Metà è del comune e metà è una associazione di ex deportati.

Allora invece era tipo teutonico con quella specie di torre centrale lunga e vedendo proprio di facciata si entrava verso la nostra destra che c’era come una lingheretta, qualche cosa, come un ballatoio subito lì rialzato e lì c’erano già i cancelli che si aprivano e lì si entrava e ci contavano sempre per 5: 5,10,15, ecc. e intanto ci contavano. Si entrava non dal portone. Abbiamo girato indietro che era la piazza dell’appello, e lì chi aveva i bagagli li aveva depositati. Qui sto già parlando di Flossenbürg. Dopo un po’ è uscito un ufficiale e ha detto che adesso ci avrebbero chiamato per nome e che sarebbe stata l’ultima volta che avremmo sentito il nostro nome e al momento che avremmo sentito il nostro nome avremmo dovuto rispondere “Qui”

Ecco dovevamo rispondere così. Infatti quando è arrivato il Gibillini Venanzio io risposi “Qui”. E siamo stati lì un po’, perché era mattina e quando siamo arrivati nel blocco che ci hanno assegnato era sera, diventava già buio.

Lì siamo stati circa una, due, tre ore, perché ci hanno abbandonato lì con un indifferenza totale. Però vedevo che dentro erano tutti di corsa, tutti silenziosi. Poi ci hanno portati allo spogliatoio sotto una tendopoli e lì ci hanno spogliati. Lì i nazisti hanno detto che ci dovevamo spogliare e consegnare tutto quello che avevamo: dalla fede alla catenina, una fotografia. Non dovevamo avere niente e tutto ci sarebbe stato restituito al momento opportuno.

Mi hanno fatto una specie di ricevuta con un pezzo di carta e poi me lo hanno stracciato proprio come presa in giro.

Io naturalmente non avevo niente e quando mi hanno tolto il vestito e la camicia che avevo su, io basta non avevo più niente da nascondere.

E lì c’è stata gente che ha cercato di salvare qualche cosa: una fede, una fotografia. Ho visto stracciare dei soldi di carta piuttosto che darli, ma se li pescavano li avrebbero uccisi senz’altro; li avrebbero uccisi a bastonate. E nei tubetti di dentifricio mettevano dentro la fede o la catenina, che poi in quell’ambiente lì non siamo più andati.

Dopo eravamo tutti nudi, un po’ grotteschi, perché noi allora avevamo diciannove, vent’anni anni ed eravamo i giovani. Ma c’era gente di quarantanove, cinquant’anni, c’era gente già con un po’ di pancetta un po’ di qualche cosa che andava un po’ storto insomma. E il nostro processo di spersonalizzazione lì cominciava già in pieno, perché quando un uomo è nudo davanti ad uno vestito con gli stivali e con in mano un frustino è già una nullità quello che è nudo e mantenersi davanti a quello lì.

D: Ma anche Padre Gianantonio era con voi?

R: Si, anche lui tutto nudo.

D: Quindi anche lui ha subito questo?

R: Tutto quel processo lì. E se c’era anche il Sommo Pontefice, tanto per dire, l’avrebbe subito anche lui. Cardinali, Prelati, alti Prelati li hanno subiti tutti.

Dopo averci denudato ci hanno portati al bagno. Il Wäscheraum c’erano due scalinate che scendevano in un seminterrato ed entrato nel primo locale seminterrato tutto piastrellato, tutto fatto bene. Naturalmente sui fianchi del Wäscheraum i primi colpi che ricevevi li ricevevi con il Gummi che era un tubo di gomma con dentro dei fili elettrici, ma esistevano anche a Dachau, esistevano dappertutto. E quello lì ti dava il colpo, ti intontiva senza lasciarti il livido quasi, perché la gomma era piena fuori, sicché era pesante. E qui ti pigiavano e quelli che pigiavano erano vestiti zebrati. I primi colpi non è che li ricevi in un posto talmente terribile, coraggio ragazzi qui dovete…. Qui niente, tutti picchiavano, tutti urlavano e non si capiva più niente.

Allora ci hanno messo dentro quel locale lì, prima c’era una preanticamera abbastanza grande tutta piastrellata e c’erano dei manifesti, dei poster proprio, delle gigantografie con il pidocchio che scritto in tutte le lingue diceva: “Difenditi da questo parassita che sarà la tua morte”.

Poi siamo entrati in profondità più avanti e c’erano dei traversini di legno con su il pavimento, le solite docce.

Prima ancora sono venuti i Friseur, i parrucchieri che erano tutti compiti che svolgevano gente aristocratica del campo. Perché lì il bifolco, il triviale, il duro acquistava valore in un Lager, invece il laureato, quello con gli occhiali con i denti d’oro veniva menato.

Lì ci hanno sbarbati un po’ dappertutto, ci hanno tolto i peli da tutte le parti. I capelli erano già tagliati da Bolzano e lì ce li hanno tagliati ancora. Poi ci hanno fatto la Strasse, con una macchinetta molto fine proprio una strada. La strada di Hitler, che partiva dalla fronte e finiva alla nuca. Poi ci hanno disinfettato con il petrolio, non so che cosa fosse lisoformio non credo, era un qualche cosa che bruciava enormemente perché tagliati i peli e barba dappertutto con quelli che ormai non erano più rasoi ma erano coltelli e tutti mezzi insanguinati e dopo ci hanno cacciati sotto le docce. Quando eravamo sotto le docce hanno aperto l’acqua calda così bollente che ti spelavi e acqua fredda che faceva contrasto. Penso che sia stata una cosa veloce, poi fuori. Arrivavano sempre colpi che si cercava di schivare perché il più impappinato, il più anziano li prendeva invece io avendo diciannove, vent’anni cercavo di schivarli.

E lì ci hanno fatto una visita medica, tutti nudi davanti ad uno che penso sia stato un dottore, un ufficiale medico con i suoi aguzzini intorno, si andava davanti ci guardava davanti, ci giravamo e ci guardava da dietro e poi un incaricato di quelli lì con la vestaglia bianca con una vernice rossa ci faceva una lettera sulla fronte: A, B, C; penso che sia stata una lettera. E lì era già una selezione che facevano per la forza lavoro e la forza non lavoro.

Dopo di quello ci hanno vestito. C’erano un mucchio di stracci della guerra ’15-’18 e non so ad uno capitava magari una cosa spaccata, rotta o scalcinata, ti buttavano lì una giacca e un paio di pantaloni e penso una camicia. Biancheria intima lì non esisteva più.

Naturalmente quando siamo stati vestiti per la sera ci hanno dato già il filo e qualcuno ci ha incaricato che quel filo doveva durare per diversi per attaccare il nostro numero di matricola che lì ero diventato il 21626 triangolo rosso. Politico perché nel Lager si distingueva il politico perché era la maggioranza di quasi tutti i Lager, che era il triangolo rosso. Poi c’era il triangolo verde che erano i signori del Lager, perché la maggior parte erano criminali, la maggior parte tedeschi che sapevano la lingua e più erano feroci e più facevano carriera.

E poi il Lager era formato da tutta una miriade di gente che girava intorno: gli addetti alla … , gli addetti ai bidoni, gli addetti alle latrine, gli scrivani, tutta una miriade di gente che organizzavano e riuscivano anche a mangiare qualche cosa di più di quelle miserrime razioni che davano via.

D: E poi ti hanno mandato in blocco.

R: E poi mi hanno mandato nel blocco. Nel blocco naturalmente dopo due giorni ormai era arrivato sera e cominciava già a diventare buio quando tutta questa cerimonia è durata un giorno, perché pensa che chi arrivava al mese di gennaio con il freddo con i 15-20 gradi, io sono arrivato a settembre, con i 15-20 gradi sotto zero tutta quella processione che abbiamo fatto noi loro la facevano all’aria aperta fuori nudi così delle ore sotto la neve, sotto all’acqua. Che poi lì a Flossenbürg erano 1000 metri, non so, è sempre stato freddo. E dopo mi hanno assegnato il blocco. Naturalmente nel blocco avevamo bisogno del gabinetto. Due giorni e due notti, ormai era al terzo giorno, e allora si doveva andare cinque, dieci persone alla volta alla latrina e poi ritornare indietro. I primi che vanno:”Eh che gabinetto!”. E allora siamo andati tutti anche per la curiosità di vedere questa latrina. E la latrina era un locale, mezzo blocco, un quarto di blocco, con due buche profonde in mezzo con delle tavole di legno per accomodarsi e tutto intorno c’erano dei lavandini sempre in legno con ad ogni vetro un rubinetto con “Vietato bere: acqua non potabile”. E sotto quei lavandini c’erano già i morti. Erano già accatastati sotto i lavandini in attesa perché il crematorio era sotto.

Sotto il blocco 23, il blocco 24, esisteva il crematorio. Che poi per andare giù nel crematorio c’era una scalinata che si andava giù con una trentina di gradini, non so di quanti metri. Però loro non li portavano giù con la barella. Sotto l’ultima garitta c’era un sottopassaggio con un vagoncino, caricavano i corpi decessi e scivolavano giù sul tetto del crematorio. Dal tetto del crematorio li scaraventavano proprio davanti all’ingresso e poi venivano bruciati. E quell’odore lì del crematorio stagnava tutto il giorno quando poi c’era la bassa pressione che pioveva, perché là in quaranta giorni che sono stato a Flossenbürg ho visto il sole non so se una volta e mezzo o due, il resto sempre freddo perché si andava verso ottobre.

D: Il numero del tuo blocco qual era?

R: Il mio blocco era il 23. Vicino al nostro blocco c’era il 24, che non era il Bunker, erano i terminali.

Quando uno non moriva allora via, veniva portato al 24. Al 24 venivano buttati là dentro e basta. Se aveva la forza di uscire a prendere la zuppa usciva, se no moriva lì con gli escrementi. E quando uno se la faceva addosso, tutti i Kapò dicevano: “Ah italiano sporcaccione!” Prendevano l’idrante e ti lavavano con quello per far vedere che noi eravamo degli sporcaccioni. Di conseguenza ti veniva la broncopolmonite e non morivi per la dissenteria ma per la broncopolmonite fulminante.

D: Ci racconti una giornata di Flossenbürg? La sveglia, cosa vi davano da mangiare.

R: A Flossembürg era molto terribile. Prima di tutto perché è stato anche l’impatto della deportazione, la prima settimana c’erano già morti due fratelli. Dopo dieci giorni, anche per il crepacuore, perché capivi che non potevi sopravvivere dentro lì. E’ stato considerato forse uno dei peggiori, per niente ripulito, venticinque legnate, venticinque frustate, un gabellino apposta per metterti lì. E poi se vedeva che ero un italiano amico, chiamava me per picchiare. Io picchiavo adagio andavo giù anche io finché usciva un russo o un polacco per non prender lui picchiavo forte. E quando picchiavano i Kapò te dovevi contare i colpi che ricevevi e loro addirittura si fermavano a riposare e a prendere fiato.

D: E da mangiare?

R: Da mangiare al mattino alle 4,00 d’estate, 4,30 dicono d’inverno, ma noi abbiamo sempre fatto quasi il mese di settembre e ottobre, c’era ………: 5, 10 minuti l’appello. Allora subito, perché l’appello ti uccideva. Fuori pioveva nevicava, tu sempre sugli attenti; quegli appelli lì erano terribili.

L’unico pregio che aveva era che era un po’ calda. Però io non so quante volte l’ho bevuta. Dopo verso le 11 ti davano la zuppa. In quel blocco lì eravamo circa in seiciento e non c’erano le gamelle per tutti; c’erano circa cinquanta, sessanta gamelle. Di conseguenza le gamelle continuavano a girare fino a che avevano servito tutti i deportati, tutto il blocco. Di conseguenza nessuno voleva entrare per primo, perché forse entrando per primo aveva la gamella pulita però pescava l’acqua perché il bidone fresco, 50 litri di roba se c’è qualche cosa di sostanza o pesante resta sul fondo e lui non mescolava, lui pescava l’acqua e ti dava l’acqua. Allora gli addetti a quello spingevano con il tubo di gomma per andare sotto. Poi l’affare girava fino a che arrivava l’ultimo che andava sotto. Ma l’ultimo poteva pescare il pezzo di ratto, un pezzo di carota, qualche cosa di sostanzioso. Questo alle 11,00. Poi si parlava alla sera. Di sera rientrando in blocco, chiamandoti per numero, che se non uscivi al tuo numero giusto le prendevi, perché dicevano che sabotavi e che prendevi la razione di un altro che non ti aspettava, e lì la sera c’era il pane che da sei è diventato in otto poi una fettina di pane tedesco fatta nel Lager, non so di che composizione fosse quel pane lì. E poi c’era o una fetta di margarina o un cucchiaio di marmellata o una fetta di salame.

Ogni tanto davano una fetta di salame, ma un salame gommoso proprio che lo masticavi ma tutto era buono da cacciare nello stomaco che non so di che cosa fosse stato fatto. E quello lì era la razione che ti aspettava al giorno.

Naturalmente durante il giorno quando non ci prendevano, perché lì eravamo in quarantena, perché qualche comando, cinquanta uomini con me, no uomini 50 pezzi, 50 Stück. Dicevano, per portare pietre alla cava ci lasciavano in pace e si parlava solamente: “Se andiamo a casa faccio fare da mia mamma la pastasciutta, lo spezzatino, il pane, il tonno”

D: E il lavoro invece?

R: Lì eravamo in quarantena perché sai i tedeschi organizzati, perché prima di contaminare quelli che erano già moribondi ti facevano fare la quarantena. Allora lì il lavoro consisteva nel portarti alla cava, sempre quei lavori di sterro, sempre con picconi, zappa e martello.

E lì c’erano degli affari da mettere sulla spalla come zaini in legno che avevano come appoggio una tavoletta o diverse tavolette dove tu mettevi la pietra, il masso e lo portavi. Tante volte penso che li facessero portare su e poi riportare giù, non so.

Comunque penso che tante cose le facessero fare proprio per demolire e lì sentivi proprio la mancanza. Io vedevo le nubi nel cielo che si spostavano e vedevo la libertà di un qualche cosa fisicamente che si spostava, il poter viaggiare, il poter spostarsi. E questi erano i lavori. Finita la quarantena a Flossenbürg già si parlava che per sopravvivere lì, perché nessuno rimaneva nel campo madre. Flossenbürg non so quanti campi satelliti aveva intorno. E l’unica sopravvivenza era di finire in un comando diciamo dolce, che faceva paura già a qualcuno anziano che abbiamo trovato dentro.

Il primo trasporto italiano è stato il nostro ma proveniva da altri campi. Ci hanno detto: “Cercate di difendervi dall’inverno, perché se arriva l’inverno che siete a Flossenbürg a portare le pietre non si salva più nessuno”. Allora gli ultimi tempi, ormai era l’ottobre del ’44, i tedeschi capivano che la guerra la perdevano, malgrado tutto, allora avevano bisogno di meccanici. E allora ci è arrivata la voce che dovevano fare un esame per vedere chi era meccanico.

Loro hanno fatto presto a fare l’esame. Nella piazza dell’appello hanno messo un tavolino con non so se era un ingegnere o un civile tedesco e lì siamo andati tutti uno ad uno davanti a questo ingegnere e lui aveva degli strumenti su questo tavolino che erano il calibro, la vite micrometrica, le punte elicoidali. Ha preso in mano un calibro e mi ha chiesto: “Quant’è?” Tanti millimetri tanti decimi. Poi ha preso in mano la vite micrometrica è mi ha detto:” Quanto?”. Poi ha preso due punte elicoidali mi ricordo: una affilata bene e l’altra invece da una parte affilata malamente e dall’altra non poteva più tagliare. E in principio che se uno ha fatto il meccanico… e chi ha indovinato quello lì penso che l’abbiano indovinato quasi tutti. Chi l’ha indovinata ci hanno mandato a Kottern, un sottocampo di Dachau. Però lì abbiamo cambiato matricola, abbiamo cambiato tutto. Perché ho abbandonato Flossenbürg con il 21626 e sono andato a Dachau e sono diventato il 116361. Questo era il mio nome a Dachau. E da Flossenbürg ci hanno mandato addirittura, ecco il viaggio che da Flossenbürg va a Kottern non me lo ricordo più. L’abbiamo fatto sul treno ma penso che non ci hanno neanche chiuso sul vagone, perché c’erano due SS seduti lì. Ci hanno tolto quegli stracci che al momento opportuno ci aveva dato al momento della doccia a Flossenbürg, ci hanno dato una zebra nuova, degli zoccoli nuovi e anche un cappello. E non so se il numero da Dachau ce l’hanno dato direttamente lì o se ce l’hanno dato a Kottern. Adesso questo non me lo ricordo più.

Di conseguenza dicono che il treno non si è fermato più neanche ad una stazione, si è fermato su una scarpata, e di lì ci hanno portato nel Lager. In quel Lager c’erano circa 2000 persone. Era un piccolo Lager rispetto agli altri, però il trattamento era sempre quel trattamento. In più però noi lavoravamo per la Messerschmitt in un capannone. Lavorare per la Messerschmitt era stata la mia fortuna penso, perché io ho schivato quasi tutto l’inverno, via che un quindici, venti giorni che ho fatto a trasportare delle lamiere con la slitta ghiacciata all’aperto, perché quei lavori ti decimavano completamente, invece lì facevo l’aggiustatore.

Dovevo, con delle dime, limare dei pezzi che poi li montavano E lì quando entravi le SS ti portavano alla porta, poi i Kapò ti portavano al posto di lavoro e poi entravano i Meister. I kapò non potevano più far niente al momento che entravano i Meister. I Meister erano dei civili che ci davano il lavoro. Man mano che questi Meister segnalavano che il tale non rendeva più venivano inviati ancora a Dachau e quando andavi a Dachau non so se facevi in tempo a fare un altro trasporto.

Se andavi a Dachau, perché non facendo più produzione perché eri deperito, la maggior parte di tutti noi, insomma dei duecento circa che abbiamo fatto la marcia di eliminazione ormai eravamo poche decine. Tutto il resto era tornato a Dachau.

D: E lì quante ore lavoravate?

R: Dodici ore di lavoro al giorno. Dodici ore per quindici giorni di notte e dodici ore per quindici giorni di giorno. E ogni quindici giorni ci cambiavano il turno e quella domenica lì ci lasciavano in libertà. Quella domenica lì si poteva scambiare qualche parola, andare a cercare qualche amico che poi magari scoprivi che era tornato a Dachau o era andato da qualche altra parte. Perché quando siamo tornati ci siamo detti dove eravamo finiti.

Noi eravamo NN: entrati nella notte e usciti nella nebbia. Si scompariva così. E voglio dirti un particolare. In quella fabbrica lì con me e con i Meister c’erano anche i militari. E c’era un ragazzo tedesco, un aviatore tedesco, che più o meno avrà avuto la mia età e io ho iniziato a lanciargli degli sguardi e lo vedevo bello pulito nella sua divisa che mangiava e che beveva. Lui mi guardava e forse io gli facevo compassione vestito da zebrato, affamato, pieno di pidocchi, e ha cominciato che quando beveva la birra ne avanzava sempre un pochino nella bottiglia e poi mi faceva un cenno come dire di andare lì a prendere la birra. E questa cerimonia è durata per un po’ di tempo, perché ha fatto tanti mesi anche lui lì. Quando facevo il turno di giorno lo incontravo. E un giorno, giudicandolo un buono, un dolce, non come un SS, un giorno ho osato. Vedevo che stava affettando il pane e lo mangiava con la marmellata e gli ho chiesto se me ne dava un pezzettino. Lui mi ha guardato e mi ha detto:”Nein”. Come dire: “Niente. Perché sei prigioniero? Sei un bandito? Sei un partigiano?” E con quello è cessata anche la cerimonia della birra. Perché forse io non dovevo chiedere, perché prima di tutto era pericoloso anche per lui, perché il tedesco, il nazista non considerava quegli atti, quei valori non li considerava. Se uno doveva morire doveva morire. Era una bocca in meno da dare da mangiare, anzi uno che non lavorava era inutile tenerlo in vita, doveva andare al crematorio.

E questa era la mentalità del nazista. E la compassione e quegli atti, perché se vedevi qualche atto che ti centrava, che ti toccava, qualche flash che vedevi perché qualche cosa che era il contrario della malvagità ti restava impresso. Perché io quel ragazzo lì quando vedevo che ha continuato per diversi giorni, forse per settimane a darmi la birra ho pensato che forse a cercargli un pezzetto di pane mi avrebbe dato anche quello. Invece il pane non me lo ha dato. O era poco anche per lui, comunque mi auguro che viva ancora e che sia al mondo e sia un uomo felice.

D: Lì a Kottern quanto tempo sei rimasto?

R: A Kottern sono rimasto tanto, sono rimasto un infinità. A Kottern non ce la facevo più. La Pasqua del ’45 era …… proprio, perché per entrare al Revier dovevi avere almeno 39 di temperatura, 39 di febbre. Se no non entravi al Revier. Mi hanno controllato la temperatura. Il Revier di Kottern era in miniatura, non era una baracca. Dove mi hanno messo era un tavolazzo tutto lungo su tutta la lunghezza della Stube che era in muro e uno vicino all’altro. E lì avevo la febbre. Naturalmente entrando al Revier perdevi tutto. Nudo con un camicione sempre a righe e mi hanno messo lì sul castello. E un infermiere, un deportato anche lui, un polacco, mi ha dato una pillola. Non so che pillola fosse, ma mi ha fatto cessare la febbre e basta mi hanno tolto dal Revier e sono tornato in fabbrica.

Ma gli ultimi giorni la fabbrica ormai bombardata una volta, due, tre è stata bombardata definitivamente. Allora ci adoperavano solamente per fare quei lavori sempre di sterro. Sulle massicciate delle ferrovie dove c’erano i binari divelti, dove c’erano i vagoni, case, macerie, tutti quei lavoracci lì, fino alla fine che al 25 aprile, alla mattina ormai c’era stato un appello in generale e solamente il comandante è rimasto. Lì ci hanno incolonnati, ci hanno permesso di prendere la nostra coperta.

Pioveva come Dio la mandava e con la coperta sulle spalle o sulla testa sottobosco, non nelle vie principali, e anche lì abbiamo camminato due giorni e due notti. Tanti dicono che ci hanno dato dei chicchi di grano; bevevamo l’acqua piovana perché il camminare ci ha provocato una sete terribile. Io non mi ricordo cosa ci hanno dato, questo particolare non me lo ricordo. Però l’hanno detto in due o tre e io ne prendo atto.

E così fino a che siamo arrivati a Fronten. Arrivati a Fronten, questo è quello che ho visto io, ho visto un razzo luminoso alzarsi.

Tornando indietro un passo, intanto che noi camminavamo, ci portavano sempre verso le ultime città tedesche e poi c’era l’Austria. Ci portavano verso l’interno, non so. Noi vedevamo tutta la ritirata dell’esercito tedesco che veniva contro di noi come marcia di direzione. Si vedeva proprio lo sfacimento. Siamo arrivati lì che era sera e ho visto un razzo luminoso alzarsi verso il cielo. In quel momento le SS che ci accompagnavano si sono fermate. Naturalmente la colonna era ormai tutta disordinata, perché man mano che restavi indietro sentivi gli spari e venivano seminati anche per la strada. Poi sono arrivati degli autocarri che si sono fermati e le SS sono andate su e sono filati via. I Kapò hanno cercato ancora di tenerci inquadrati e lì non si capiva più niente perché in quel momento c’era il caos più terribile. Poi i russi e i polacchi con la loro forza da spinta d’urto per cercare da mangiare non ci sono stati più né Kapò né mica Kapò. Lì lì sono andati a cercare tutti e i Kapò sono stati sopraffatti. Però come siamo entrati in paese i contadini asserragliati nelle loro case ci sparavano contro perché vedevano questa marea di zebrati affamati e le loro truppe tedesche che si allontanavano e questi qui che venivano avanti, allora ci sparavano. Allora io, Eugenio e un certo Bruno ci siamo messi sotto una tettoia fuori dalla strada provinciale, perché era un piccolo paese dove c’era solo quella strada lì, ci siamo messi lì e poi però la fame era più forte di noi e siamo andati a cercare da mangiare. E infatti siamo andati in un magazzino dove c’erano dei civili e non civili che si azzuffavano per prendere qualche cosa e abbiamo visto dei barattoli che nessuno li prendeva e allora piuttosto che niente ne abbiamo preso uno e lo abbiamo aperto e dentro c’erano i cetrioli sotto aceto. Ecco la prima cosa che ho mangiato è stata quella e così ha disinfettato tutto. Dopo però abbiamo preso un carrellino che una donna tedesca aveva già riempito di cibarie, scatolette di carne, abbiamo fatto la fuga e siamo andati ancora sotto quel cascinale dove eravamo prima e piovigginava ancora. Era il 27 aprile. E lì tra il cetriolo che abbiamo mangiato, tra una scatoletta di carne, siamo crollati tutti e tre e ci siamo impappinati lì che se tornavano le SS ci facevano fuori tutti. Alla mattina invece c’era un’alba stupenda, c’era un sole che annunciava proprio la libertà. E’ uscito il contadino con tre caraffe di latte appena munto e ce le ha date. In quel momento non avevamo ancora visto le truppe alleate, invece dopo un po’ hanno cominciato a passare i carri armati e i camion che andavano in su più o meno dove andavamo noi a piedi, verso l’Austria e sono passati per tutto il giorno.

Io ho visto che tutti i veicoli portavano la stella bianca e allora ho chiesto al contadino :”Chi sono?” E lui ha detto che non erano russi ma americani. E quindi al mattino abbiamo capito realmente che eravamo liberi.

D: E dopo per tornare in Italia?

R: Gli zebrati alcuni sono ritornati a piedi, alcuni sono ritornati in Dachau, alcuni sono andati verso la Svizzera: Ferruccio Belli, Magenis sono andati verso la Svizzera e in Svizzera li hanno messi ancora nei campi di concentramento per fare la quarantena. Era un campo di concentramento bello ma erano ancora chiusi lì dentro. Invece io, Eugenio Esposito e Bruno Donelli siamo sempre rimasti insieme. Allora siamo andati verso l’Italia e siamo entrati in Austria in una cittadella del Tirolo e la differenza vedevi che le bandiere bianche della resa le vedevi dove eravamo stati liberati e invece come siamo entrati in Austria c’era la sua bandiera nazionale rossa e bianca, purché si definivano anche loro invasi dai nazisti. Però dico una cosa, perché i nazisti negli ultimi giorni ci hanno fatto fare quelle marce lì che hanno seminato tantissime persone. Sono partiti in 14000 e sono arrivati in 1000-1500 persone, seminati tutti per la strada. Quella è stata l’ultima carneficina inutile da fare fino al momento che sono arrivati gli americani, fino a che non hanno visto i carri armati americani hanno continuato a punirci e ad ucciderci.

D: E poi in Italia però da dove sei entrato?

R: In Italia sono entrato da Bolzano.

D: Dal Brennero?

R: Dal Brennero. Io avevo organizzato uno zainetto, avevo tolto la zebra e invece Eugenio l’aveva portata a casa, mi sono pentito perché potevo almeno tenere il triangolo; l’unica cosa che ho portato a casa è il cucchiaio. Perché noi eravamo dei barboni, avevamo il cucchiaio e la gamella con un pezzo di corda attaccato all’altra corda che faceva da cintura. Gli americani con la camionetta in quindici persone con quindici zaini ci hanno portato a Bolzano. Lì siamo andati all’ospedale di Bolzano e ci ha preso in mano la Croce Rossa e dopo con il camion del Comitato di Liberazione di Cernusco sul Naviglio siamo partiti da Bolzano e siamo arrivati a Milano.

D: Quando sei arrivato a Bolzano c’era un comitato di assistenza?

R: Sì c’era qualche cosa, ma non come forse ci doveva essere. A parte che rientravano dalla Germania di tutte le qualità: rientravano i lavoratori liberi, rastrellati. Non tutti erano dei campi di eliminazione. Io ero nei campi di eliminazione ma c’era gente che era là a lavorare. In Austria siamo finiti in un asilo ospite; eravamo occupati dentro in un asilo austriaco in una bellissima cittadella di montagna. E lì ci hanno dato la tessera. Invece quando siamo arrivati a Bolzano ci hanno fatto una visita medica sommaria e a Bolzano abbiamo iniziato a vedere gente con le fotografie che cercavano i loro parenti e che chiedevano da dove venivamo e se avevamo visto i loro parenti. E penso che l’amico Esposito ha saputo della fine di suo padre che è stato fucilato in Piazzale Loreto, malgrado lui l’avesse sospettato, però la conferma l’ha avuta a Bolzano proprio al ritorno di quei quindici fucilati in Piazzale Loreto che poi sono stati tirati su per le gambe dai nazisti.

D: Lì a Bolzano ti hanno fatto un certificato di rientro?

R: No a Bolzano non me lo hanno fatto, però me lo hanno fatto a Milano. Ce l’aveva anche Eugenio, me lo hanno fatto in Porta Vittoria. Era un tesserino rosso dove c’era scritto proveniente da Dachau.

D: Quindi te lo hanno fatto lì a Milano.

R: A Milano all’ex sindacato fascista.

Folgarait Riccardo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Allora Riccardo: cominciamo dall’8 settembre del ’43. Piu’ o meno quanti anni avevi in quell’epoca?

R: Adesso facciamo un piccolo calcolo: avevo circa vent’anni o ventuno.

D: Che cosa facevi?

R: Prima? Ero in Finanza.

D: Alla Guardia di Finanza? In ferma?

R: No, no perché ero ancora … Si doveva fare la ferma, non l’avevo ancora terminata. L’8 settembre io sono scappato dalla Jugoslavia, mi hanno preso in Jugoslavia, e dopo con quel sistema lì sono arrivato a Trento. Era obbligatorio, allora, o che si andava a lavorare per la Todt o che si era alla Polizia Trentina.

Un giorno è morta una zia a Rovereto ed io sono andato al funerale però ho preso la corriera per ritornare un’altra volta a Trento. E’ passata in viale Rosmini la colonna della Wermacht la quale era ferma però, ho chiesto un passaggio e son salito sul camion. Quando sono sceso in piazza Venezia qua a Trento mi si presentano due persone e mi chiedono i documenti: era il Commissario della Gestapo col subalterno.

Allora io mostro i documenti e mi dice: “Lei è della classe del ’21, cosa fa?” “Lavoro alla Caproni” Perché lì o si era obbligati o lavorare o andare con loro.

Dice: “Va bene allora venga con noi”. Alla Caproni c’era mio fratello che lavorava, ecco perché mi è venuto in mente la Caproni. Salendo gli scalini di via Brigata Acqui, della Villa della Gestapo, ha telefonato. No, però logico io alla Caproni non lavoravo, allora ha incominciato a prendermi a schiaffi. Quando è arrivato al terzo, era un omone grande, aveva delle manacce, dico: “Guardi mi dica cosa vuole”, perché non mi rendevo conto di cosa volesse.

Rispose: “Lei è un partigiano?” “Mi sogno?” “Va bene”. Ad ogni modo mi ha preso e mi ha portato in carcere qua in via Brigata Acqui, in carcere di Trento. Lì sono rimasto venti giorni.

Era d’inverno, gennaio o febbraio, dopo ci hanno caricati io, il Dr. Pettinella, insomma, diversi che sono venuti a finire in campo con noi e ci hanno portato al campo di concentramento di Bolzano.

D: Aspetta: Quando eri qui nel carcere di Trento hai potuto comunicare con i tuoi, la tua famiglia? Sapevano niente?

R: Mi sembra che mi abbiano lasciato fare una telefonata; mi sembra. Non mi ricordo con precisione ad ogni modo.

D: Ti hanno dato un numero di matricola? D’iscrizione?

R:. Sì, 8084. Al campo.

D: No ancora a Trento, là in carcere.

R: No, no. Ero dentro con la gente comune insomma.

D: Ecco. Sempre qui a Trento: dopo quei primi schiaffoni ti hanno fatto degli altri interrogatori?

R: No, sono andati a farmi una perquisizione a casa, ma non hanno trovato niente, però per loro ero un partigiano.

D: Quindi sei stato arrestato con la denuncia di essere partigiano?

R:. Sì, sì appunto una cosa del genere.

D: Ma interrogatori non te li hanno più fatti?

R: No, no, no. Mi sembra di no.

D: Processo non te l’hanno fatto?

R: No, no, no.

D: Ti hanno messo in carcere e basta.

R: Bravo!

D: Ma anche dentro in cella o in isolamento?

R: In cella. Eravamo una ventina di persone, una ventina, quelle che ci stavano insomma.

D: Giovani o anche persone più anziane di te?

R: Ma no, più o meno, sì, sì più anziane logicamente perché il Dr. Pettinella, Pettinella si chiamava era il direttore della ZOI e dopo, beh adesso non mi vengono in mente i nomi.

D: Anche donne o solo uomini?

R: No, no tutti maschi.

D: Sacerdoti magari preti? Qua in carcere come prigionieri c’erano dei preti?

R: No io non l’ho conosciuto, ma c’era un certo, di Casteltesino un certo… che poi l’ho conosciuto lassù al campo però io non l’ho visto. Eravamo dentro oltre mille persone al campo: mica una persona sola. Insomma mi hanno portato là.

D: Con cosa ti hanno portato?

R: Con il camion, il camion legati uno all’altro, con le manette uno con l’altro. Ero legato a Pettinella mi sembra. Era freddo perché era sottozero, forse. Ci hanno portato al campo, all’ingresso, ci hanno lasciato dalla mattina fino alle due, le tre del pomeriggio sempre in piedi, non si poteva, legati al muro, all’ingresso del campo, proprio. Dopo ci hanno portato dentro, mi hanno assegnato la mia branda. La branda era un lettino a castello per due persone e tutto lì. Mi hanno dato la matricola 8084 e lì e incominciato l’odissea…

D: Ti hanno spogliato?

R: Ma no, non mi hanno spogliato, ma a tanti non hanno dato una divisa da carcerato, lì non l’aveva quasi nessuno. Nessuno direi anzi.

D: Quindi avevi i tuoi abiti civili?

R: Sì, sì, abiti civili.

D: E hai cucito sugli abiti civili il tuo numero di matricola?

R: No non l’avevo sull’abito: Io ho ancora il triangolo. Insomma il triangolo rosso vuol dire politico, ma io di politica francamente non mi sono mai interessato. Ecco come dicevo prima: l’adunata di mattina alle cinque, freddo o non freddo, oh Madonna! Ci si può immaginare, ci distribuivano ‘sta broda d’acqua calda poi si rientrava in blocco.

Alle volte, a me è successo una o due volte, c’era una catasta di legna, di assi, 4 metri di lunghezza, in cima al campo e si doveva portare in fondo in due persone. Quando era accatastata si doveva riprendere e riportare un’altra volta verso…. fino a che veniva la sera.

Quando si rientrava al campo ho conosciuto il dr. Pasqualini di Casteltesino, che era l’interprete del campo, faceva l’interprete e tramite lui mi ha mandato in lavanderia. Allora sono andato in lavanderia e lì ho conosciuto il Conte Wolfgang Stein di Casteldublino, il quale aveva sempre il raffreddore. Allora mi dava i fazzoletti ed erano persone abbastanza importanti perché uno era l’interprete e l’altro aveva mansioni nel campo abbastanza elevate insomma un po’ su, no, io parlo di mille persone. Allora io gli preparavo sempre i fazzoletti lavati e stirati per la sera e mi ha preso in simpatia: ecco perché dicevo prima che per me non è stato così pesante come per altri.

Ah, premetto questo: prima di andare in lavanderia allora ci distribuivano una pagnotta al giorno e io avevo fame, avevo vent’anni o ventidue, e allora io sono andato volontario a scavare le bombe sul Virgolo, più o meno dove cadevano la notte perché c’era il Pippo, il famoso Pippo, che veniva sempre alla notte, dopo vi racconto un altro particolare del campo sempre. Si andava a scavare queste bombe, cioè si individuava dov’era la profondità, dopo subentrava l’artificiere che le disinnescava e si rientrava al campo, soltanto che, con la pagnotta di supplemento, vent’anni che avevo, e lavorando la fame aumentava, insomma io avevo sempre fame, la notte mi sognavo piramidi di panini.

D: A mezzogiorno non vi davano da mangiare?

R: Ah, la sera la minestra, alle cinque mi pare o alle quattro quando che l’era.

D: Basta?

R: A mezzogiorno mi davano la famosa pagnotta di supplemento che l’avevo già mangiata praticamente.

D: A piombo, a piombo però?

R: A piombo sì, sì. Ah beh, che cosa pretendeva che fosse un panino? No beh è tutto lì. E dopo allora tornando, ho conosciuto ‘sto Conte Wolfgang Stein, gli lavavo i fazzoletti tramite… insomma aveva preso una buona cosa, allora avevo dopo conosciuto l’amante del comandante, una certa Renata mi sembra, beh adesso mi sfugge un po’ il nome.

D: Il comandante si chiamava?

R: Ah non me lo ricordo no… Allora avevo accesso al comando. Se aveva bisogno mi mandava a chiamare allora andavo a fare il the, andavo nelle loro cucine e ogni volta si presentava l’occasione logicamente no, no, io grattavo qualcosa, eh insomma fame, fame.

Posso raccontare un particolare? Allora un giorno è venuto un ufficiale della Wermacht o chi per essa delle SS e dovevo offrirgli il the, allora mi manda a chiamare e mi dice: “Va a farmi il the”. No ma è un paradosso, eh! Allora lì vicino a me quando sono andato in cucina per preparare ‘sto the hanno aperto, il cuoco era un ebreo, ha aperto una scatola di sgombri, e dopo si è girato no… io girarmi prendere gli sgombri, infilarli nella teiera e correre in blocco. Mi sembrava di essere Babbo Natale quando entravo la sera io e rovesciare questi sgombri nella ciotola e rientrare lì, e lava, lava, lava. Però l’odore dello sgombro, eh la Madonna!

Continuavo ad indugiare però praticamente non arrivavo alla fine finché è arrivata ‘sta Renata: “Riccardo cosa fai?” “Ma Renata!” E ho raccontata la storia che ho raccontato adesso.

Beh ma questa era italiana, era di giù, di Bassano, da quelle parti lì, “Disgraziato! E cosa fai?” “Insomma Renata” dico, “cosa vuoi che ti dica, io ormai l’ho fatto!” Dico: “Se faccio il the saprà di sgombro, eh eh!” Non mi ricordo la fine dopo, non me la ricordo proprio. So che mi ha salvato insomma. Eh sì, perché sennò lì era tremendo.

Ora tornando a bomba al Pippo, un giorno ha bombardato il campo, è caduta una bomba all’esterno del muro e ha fatto un bel buco. Lì si stava per infilarsi per scappare no, che dopo però invece gli altri dalle torrette si sono accorti e logicamente non è successo niente: siamo rientrati. Poi la vita normale era quella insomma che Le dicevo prima: io andavo in lavanderia, lavavo la roba, rientravo in blocco. Avevo tentato anche di scappare. Un bel particolare questo: allora la lavanderia era fatta a due piani: sopra c’erano delle assi lunghe quattro metri; la distanza dalla lavanderia al muro di cinta, però era quasi sotto la torretta della guardia, che era 3 metri o 2 metri e mezzo. Allora ho svitato un’asse, l’ho preparata con una gru che ho racimolato da qualche parte, l’ho messa a posto. Dico: “La sera invece di rientrare in blocco io mi nascondo qua” e avevo intenzione di tentare la fuga insomma. Aprivo le finestre prendevo l’asse senza far rumore, con la carrucola con uno spago che andava su perché se no come si fa a buttare fuori un asse. L’appoggiavo sul muro e allora andava; però c’era il rischio che c’era sempre la guardia.

Insomma mi è andata buca. Dopo non lo l’ho fatto sennò io dal campo sarei scappato…Ah! Che mi ha trattenuto è stato questo: perché era fuggita altra gente, avevano tentato la fuga però cosa facevano: venivano a casa, sono andati a casa di ‘sta gente e prelevavano i genitori. Ecco cosa che mi ha trattenuto di tentare la fuga. Dopo tutto sommato….

D: Riccardo, allora il tuo numero di Bolzano era ottomila…

R: 8084

D: E il blocco qual era?

R: L’A, blocco A.

D: Ti ricordi il capoblocco come si chiamava?

R: Era uno di Milano… non me lo ricordo no. C’era dentro il sindaco di Milano ma non mi ricordo il nome. Me lo ricordavo fino a ieri ma oggi…

D: Virginio Ferrari

R: Ah Madonna, Ferrari, giusto. Brava!

D: E questo nome ti dice qualcosa : Luigi Novello. Gigi Novello?

R: No.

D: La Cicci.

R: No.

D: Cicci è una donna piccolina, bionda.

R: No.

D: Quest’altro nome. La Tigre?

R: La Tigre certo che me lo ricordo: era… anzi, Le porto un altro particolare: i mastini del campo che noi chiamavamo i Mastini erano due ucraini…

D: Come si chiamavano?

R: Ah beh, come si chiamavano non so, mi auguravo di non aver contatto con loro perché di notte si sentivano le grida dal blocco… beh il blocco non mi ricordo il nome…

D: Blocco Celle forse?

R: Dove c’erano le celle insomma . La notte con quel freddo che faceva, prendevano i mastelli d’acqua, li rovesciavano addosso a queste povere persone e insomma sono morti di polmonite e botte, botte che ce ne erano…roba… si sentiva. Il blocco A era vicino e si sentivano le grida. Pazzi erano, pazzi, pazzi.

D: Ed erano due ucraini?

R: Due ucraini erano.

D: Questi nomi ti dicono qualcosa? Otto.

R: Può darsi, sì.

D: E Misha?

R: Può darsi. Otto, Otto, può darsi, sì, però non me lo ricorderei, a metterli a fuoco proprio bene, non me lo ricordo.

D: Erano giovani?

R: Sì avranno avuto trent’anni non di più, forse anche di meno ma proprio io non ho mai avuto a che fare con loro. Aspetta c’è un altro particolare. Credo… quello degli sgombri l’ho raccontato. Io alla sera quando rientravo perché andando giù dove…..

D: Al Virgolo?

R: No … lì no, prendevo solo la pagnotta, ma dopo che sono andato in lavanderia e che avevo libero accesso, libero accesso quando mi chiamava per fare il the, quelle cose lì, c’era sempre qualcosa da grattare e allora mettevo nella giacca, qua, là, quando entravo in blocco vedevo la gente così attorno e distribuivo quello che ero riuscito a racimolare. Mi sembrava di essere Babbo Natale.

D: Lo dividevi con gli altri?

R: E beh, logico no? Io praticamente, come per il mangiare dopo che sono andato in lavanderia e compagnia, o il panino nella sua cucina o questa Renata me lo rifilava lei, mi dava qualcosa. Insomma, tutto sommato non ho patito la fame.

D: Riccardo, in lavanderia, ti ricordi il nome di uno che lavorava in lavanderia?

R: Eh no, no.

D: Spreafico. Ti dice qualcosa questo nome?

R: No.

D: Edgardo Spreafico?

R: No, guarda no…

D: Eravate in tanti in questa lavanderia?

R: No, eravamo cinque persone, neanche,forse quattro, però anche quello mi è difficile metterlo a fuoco, ma non eravamo tanti no, ma si lavava la loro roba di questo Conte Wolfgang Stein di Pasqualini, poi non so…

D: Ascolta: prima parlavi di un sacerdote.

R: Quello non me lo ricordo. Si chiama…

D: Don Narciso Sordo.

R: E’ di Casteltesino ad ogni modo, mi sembra.

D: Don Narciso Sordo.

R: Sordo, bravo, sì Sordo certo, certo… dopo là ho conosciuto, amnesia…c’era un ‘altro di Casteltesino dentro con me…

D: Don Guzzato.

R: Brava, certo.

D: E quest’altro sacerdote: Don Girardi, l’hai mai sentito?

R: No.

D. E Don Daniele Longhi?

R: Neanche.

D: Mai sentito?

R: No.

D: Vicino al blocco A c’era anche il blocco delle donne?

R: Era il blocco E ma era di sotto: fra il blocco A e blocco C che era dei pericolosi, poi veniva il blocco E.

D: E ce n’erano tante di donne?

R: Eh beh era pieno… non so dirle con precisione adesso ma per essercene centocinquanta persone era come ridere.

D: Ascolta: quando tu uscivi dal campo per andare al Virgolo in quanti uscivate?

R: In cinque o sei persone.

D: E vi portavano al Virgolo come?

R: A piedi sono andato più di una volta ma non fino al Virgolo, sono andato per altri parti, però al Virgolo ci portavano col camion mi sembra, mi sembra non sono troppo sicuro però.

D: Quindi andavate da altre parti a prendere le bombe?

R: Oh la Madonna! Ne hanno buttato di bombe lì a Bolzano sì, sì tante per quello! Un particolare per dare un esempio. Quando eravamo in cella a Trento, quei venti giorni, hanno bombardato la ferrovia di Trento e abbiamo recuperato una bomba che sarebbe stata di 2 quintali. Enorme, proprio sul ponte, sul cavalcavia. Abbiamo attaccato uno spago e mi ricordo sempre il fuggi-fuggi della gente perché noi la tiravamo lungo…per filo del marciapiede ecco ‘sta bomba l’abbiamo tirata fino in fondo. Poi lì l’hanno caricata non mi ricordo più.

D: Ascolta quando tu sei rimasto dentro nel campo, quando eri dentro nel campo, hai visto atti di violenza?

R: No, per sentito dire sì ma che li abbia visti di persona no però. Allora c’è stato uno che ha tentato la fuga: un bell’uomo grande e dopo l’hanno preso. E’ stato tutto il giorno lungo quella famosa parete, il muro dove ho detto che sono stato anch’io fino alle due, tre, in piedi, se si accasciava doveva rialzarsi e dopo uno gli ha rotto la testa con un mastello, un secchio ma di legno, loro lo chiamano mastello, gliel’ha spaccato sulla testa e l’ha ucciso insomma. E’ morto. Me lo hanno detto. Io non l’ho visto però è stato ucciso con questo mastello.

D: Voi quando eravate nel campo, potevate scrivere a casa?

R: No.

D: E potevate ricevere…

R: Si! Si poteva ricevere i pacchi, però i pacchi prima passavano da lassù! Allora prima portavano via tutto quello che interessava loro. E dopo ecco perché alle volte io avevo della roba da portare in blocco, perché ‘sta Renata mi metteva da parte qualcosa e allora…..

D: Ti ricordi se nel campo c’era anche un’infermeria?

R: Certo che c’era un’infermeria! Aspetti un attimo. Era di fronte proprio al blocco A, al centro del campo. C’era l’infermeria.

D: Tu non sei mai andato in infermeria?

R: Sì me la ricordo molto bene però che io ci sia mai andato per qualcosa di personale non penso.

D: Non ti sei mai ammalato?

R: Ah … no… no…no….

D: Per fortuna no.

R: Per fortuna no, perchè lì non c’era da curarsi eh…!

D: La Ada Buffolini te la ricordi?

R:No guarda… cinquant’anni fa…. Non è mica facile!

D: Laura Conti?

R: No, ma delle donne io conoscevo ‘sta Ginevra che abita qua ma non è che si avesse libero accesso, a piacimento suo, so che sono entrato una volta o due per tutto il periodo di otto mesi, sei mesi che sono stato dentro io…

D: Nel campo?

R: Sì.

D: No. Da febbraio a maggio.

R: A maggio sì, perché il campo l’hanno vuotato caricandoci su dei camion allora a venti, trenta persone. A me mi hanno portato a Salorno per darvi un esempio, venti o trenta persone le portavano a Merano, altri… siamo stati sparpagliati per tutta la zona di Bolzano insomma, ecco. Perché se no, l’intenzione era di fare una rivolta. Volevamo, e sì perché eravamo in tanti, però loro sono stati più furbi di noi, e hanno vuotato il campo insomma in quel modo lì.

D: Ecco, ma questo quando è avvenuto?

R: Eh…cosa è stato lì, quando? Alla fine della guerra insomma.

D: Alla fine di aprile.

R: Di aprile, più o meno sì.

D: E questi camion erano guidati da chi?

R: Da tedeschi, da loro.

D: Ti hanno anche rilasciato il certificato…

R: Sì. Ce l’ho a casa. Eh Madonna, gli ho fatto un quadro. Eh eh, eh.

D: Ascolta….

R: Vuole che….. Me lo ricordo ancora, che c’è su :”Il presente documento deve avere l’attenzione di tutte le autorità…” Una roba del genere.

D: E da chi è firmato quel documento lì?

R: Eh…. Ce l’ho io a casa ma non …..

D: Dal comandante del campo era firmato?

R: Mah, gli direi una fesseria. Non lo so. So che è firmato, ad ogni modo. C’ho il mio triangolo rosso.

D: Ascolta… Con te altre venti, trenta persone le hanno fatte salire….

R: Sul camion, e ci hanno portato fino a Salorno. Io da Salorno a Trento sono venuto a piedi.

D: E poi cosa vi hanno detto: “Via, siete liberi?”

R: Sì, “Giù, giù, giù, giù” .Ci hanno buttato giù dal camion, insomma. Dopo tutto il periodo che si era dentro non servivano tanti “Giù, giù”, no. Io sono venuto fino a Trento a piedi.

D: Questo nome ti dice qualcosa: Edgardo Sogno? Non ti dice niente questo nome? E Gervasio Massetti?

R: No.

D: O Milanesi Carlo?

R: Ma ce ne erano tanti di milanesi perché c’era chi veniva da Fossoli, chi veniva di qua, di là…No io non me lo ricordo questo nome qua, no…

D: Ma ce n’erano di ebrei nel blocco A?

R: Non penso no…almeno …non mi ricordo! Nel blocco A eravamo sempre dentro un centinaio di persone e conoscerle tutte non era… almeno a distanza di tempo perché se Lei mi dicesse Marietto per esempio, mi è venuto in mente perché me l’ha detto Lei adesso benché ci troviamo ogni tanto però sono passai cinquant’anni, mica ieri no?

D: Ascolta: cosa è successo, se ti ricordi, nel giorno di Pasqua del ’45?

R: Ma non mi ricordo neanche che era Pasqua io.

D: Era il 15 aprile del ’45.

R: Può darsi: non mi ricordo niente io.

D: La Messa. Una Messa.

R: Ah non me ricordo io.

D: Non ti ricordi una Messa fatta nella piazza dell’appello del campo?

R: No, no, non me lo ricordo più.

D. Non te lo ricordi…

R: No…no non me le ricordo

D: Ascolta un’altra cosa: Il campo…

R: Sì è rettangolare…

D: E c’era la recinzione in muro…

R: Sì. Il muro intorno, intorno si.

D: Sopra il muro c’erano dei reticolati?

R: Reticolati. Almeno aspetti che penso… mi sembra di sì….No perché se c’erano dei reticolati come facevo io a passarlo?… No allora non c’era il reticolato.

D: E c’erano però le torrette?

R: Le torrette… ce n’erano una, due, saranno state quattro come minimo. Bene. Due me le ricordo.

D: E di che cosa erano fatte? Di muro?

R: No, no, di legno. Di legno.

D: Vicino al campo, fuori però dalla recinzione del campo…

R: Era campagna…

D: E c’erano anche delle officine?

R: Ah, no ma questo non lo so. So che dalla lavanderia, dove volevo scappare io, era campagna. Dopo se c’erano delle officine non lo so.

D: Ma non c’erano deportati che andavano a lavorare?

R: Ah, uscivano dal campo tanti alla mattina quando facevano l’appello che loro non chiamavano, il numero diceva: si usciva in diversi. Un particolare: quando che c’era il trasferimento a Mauthausen, a Buchenwald ogni quindici o venti giorni che li portavano sul treno. Allora in infermeria avevano procurato delle seghe perché volevano scappare. Tagliavano le assi del vagone, si calavano giù, almeno probabilmente quando si fermava perché quando andava penso di no, e dopo si sono accorti però. Però è successo diverse volte che insomma sono scappati.

D: Ascolta. Quando tu uscivi per andare a disseppellire le bombe, che uscivate a piedi dal campo…

R: Ma una volta o due siamo usciti a piedi perché era vicino perché sennò se si andava al Virgolo, eh no, ci caricavano sul camion.

D: Quando uscivate a piedi, vedevi la gente di Bolzano? Le persone?

R: Eh ma non si passava mica nella città. Io sono sempre andato in periferia più o meno. E avrò ben visto qualcuno ma non me lo ricordo questo. Anche su al Virgolo quella volta che siamo andati in campagna, avrò ben visto qualche contadino non mi ricordo questo però…

D: Ecco a proposito del Virgolo: tu prima ci raccontavi un particolare…

R: Quello lì della bomba? E quello lì. Allora ci hanno prelevato, eravamo in cinque, sei, come al solito, per andare a scavare le bombe e ci hanno portato in aperta campagna. Lì mi hanno fatto scavare una fossa, però generalmente le bombe andavano giù un metro, si trovavano subito insomma, quella volta lì siamo andati in profondo, siamo andati giù un metro e mezzo o anche due forse e allora faccio a quello che ho vicino, non mi chieda il nome perché non me lo ricordo, dico: “Guarda che qua ci fanno la festa! Qua ci fanno scavare la fossa e dopo col mitra ci ammazzano e ci buttano dentro!” Risponde: “Lo penso anch’io perché qua bombe non ce n’è”. E non c’era neanche il segno di sopra però. Si vede che scendendo io, era più sabbioso, l’avrò coperto. Allora io gli dico: “Ascolta! La pala… io riempio la pala di terra la butto addosso, tu salta addosso a quell’altro perché qua, se morire bisogna morire! Se va bene…” Mentre proponevo questa cosa qua lui con la vanga, con la pala lui ha trovato una roba dura, c’era la bomba! Se però non sentiva in quell’attimo lì il duro del coso, succedeva quel che succedeva.

Con ogni probabilità io non ero qui a raccontare perché loro erano armati. Fisicamente cosa si può fare contro! Ad ogni modo è andata bene: abbiamo trovato la bomba, bella grossa, è subentrato l’artificiere, l’ha disinnescata e morta lì; poi ci hanno portato in campo.

D: Ma l’artificiere era un prigioniero come voi o?

R: No, era uno di loro, sì… sì.

D: Vedo che facevate il lavoro proprio di vanga oppure?

R: Noi dovevamo dissotterrarla, cioè liberarla dalla terra, poi subentrava lui che sapeva come fare, svitava, la disinnescava insomma.

D: Quindi durante il tuo periodo… finisci…

R: Ah no, penso che era un tedesco…. Era un tedesco perché non era uno del campo insomma.

D: Durante il tuo periodo che sei rimasto lì al campo a Bolzano tu sei stato impegnato prima nel raccogliere le bombe e poi in lavanderia?

R: E dopo in lavanderia si, e dopo ho conosciuto ‘sto Conte:il Conte Wolfgang Stein era una brava persona.

D: E perché era stato preso questo?

R: Ma sempre anche lui per motivi, si presume, politici. Si presume non so se… Invece il Pasqualini era l’interprete, cioè fra tedesco e italiano.

D: Ecco: che tu ricordi nel campo c’era uno spaccio dove voi potevate andare a comperare …

R: Macchè! No… non c’era. Lo spaccio! A parte tutto che di soldi non ce n’era ma ad ogni modo no, non c’era.

D: Non avevi mai visto quei soldi da 1 lira, da 2 lire, da 5 lire del campo?

R: Io no.

D: Mai visti?

R: No, no, non li ho mai visti io.

D: E se tu ti ricordi: c’era qualcuno che entrava con un camion a vendere le mele?

R: Oh mai visti. Ma sì anche quello è una novità!

D: No, mai visto. Mai visto. Questi nomi ti dicono qualcosa: Titho e Haage?

R: Vede fino a….

D: Colonia?

R: Eh.

D: Colonia?

R: No, è che mi ricordo molto bene il nome della Tigre quello sì… dei due ucraini sì ma degli altri…

D: Ma perché l’avete chiamata Tigre?

R: Oh … seviziava le donne in numero tremendo! Almeno come raccontavano loro. Era cattiva insomma perché per dare le botte era come ridere insomma.

D: Basta che menava, dava botte….

R: Ah, la menava a tutto spiano. Insomma se l’hanno soprannominata Tigre, io non ho mai avuto a che fare, però c’è un perché! I due ucraini quelli me li ricordo perché erano vicini al blocco A, però erano piccoletti, tarchiati. So che menavano a tutto spiano quelli… Lì c’era gente che aveva commesso delle infrazioni nei riguardi di loro, non so, magari risposto male,o qualcosa avranno fatto. Ah lì non c’era mica da sgarrare tanto così! Li portavano lì e lì avevano fatto anche i forni crematori se non erro: stavano costruendoli insomma. Non sono mai entrati in funzione, però stavano costruendoli.

D: Ascolta: la liberazione, da Salorn cioè prima di essere caricato sul camion, chi è che vi ha detto a Voi che eravate liberi nel campo?

R: Hanno fatto l’adunata alla mattina fuori nel coro allora hanno chiamato i numeri: tot..tot..tot.. Logicamente su Radio Campo noi sapevamo che ci portavano.. No, noi si presumeva… Le ho detto che si voleva fare una rivolta perché praticamente c’era il fuggi-fuggi generale dell’esercito che andava fuori e dico qua…Loro temevano una rivolta ma noi volevamo farla anche! Eravamo…insomma tutti si era d’accordo su questo!

Soltanto che le ho detto, ci hanno preceduto, sono stati più furbi di noi! Noi la nostra furbizia poteva raggiungere fino ad certo punto! Allora ci hanno chiamato: 8084…eravamo una ventina, trenta, ci hanno caricato sul camion e portato a Salurno. Il giorno prima, perché non è che l’hanno vuotato tutto in un giorno, il giorno prima li avevano portato a Merano, di qua, di là insomma….

D: Ecco un’altra cosa: quando tu sei rimasto dentro nel campo hai visto se c’erano anche nel campo dei bambini per caso?

R: No… mi sembra di no…

D: Bambini non ne hai visti?

R: No, mi sembra proprio di no.

D: Poi, allora: sei sceso dal camion a Salorno e sei arrivato a Trento?

R: A piedi.

D: Da solo?

R: Ah per le campagne perché avevo paura ad andare sulle strade: era tutto pieno di militari che scappavano! Eh per la malora! No, no, sono andato per le campagne, ho seguito l’argine dell’Adige e giù, giù, giù fino che sono arrivato a Pie’ di Castello!

D: E quando sei arrivato a casa?

R: Eh… tremendo!

D: Cioè?

R: Mah. Come fare a dirglielo!

D: Magone! Mamma c’era però….

R: La mamma, anche il papà, può immaginarsi…guarda sorvoliamo lì.

D: Quanto ti è pesata dopo, questa esperienza, nella tua vita?

R: Che quando ne parlo mi viene il magone eh eh! No, no, non è che abbia dato eccessivo peso ma forse ero un po’ superficiale ..non so io…insomma non l’ho presa dal lato effettivamente reale, l’ho presa un po’ sportivamente…

D: Non ti sei più sognato le piramidi di pane?

R: No, quando sono arrivato a casa m’ha fatto una polenta che non finiva più! Anche loro non è che nuotassero nell’abbondanza ad ogni modo, quella polenta, io non ne avevo mangiata di così buona…

D: E hai ritrovato ancora tutti i tuoi amici?

R: Sì.

D: E ti hanno chiesto di questa esperienza?

R: Mi hanno chiesto sì. Ad ogni modo gliel’ho raccontata con più particolari. Allora me la ricordavo come se l’avessi vissuta adesso, dopo si è attenuata nel tempo.

D: Ecco Riccardo: poi ti sei sposato e hai fatto una famiglia.

R: Certo.

D: Ai tuoi figli hai raccontato queste tue storie?

R: Sì, gliel’ho raccontate. Io ho anche una nipote e ho fatto fare un memoriale richiestomi da un padre cappuccino qua a Trento, che adesso è priore a Cavalese, e lui mi ha detto che vuole farmi un’intervista e che racconti tutta la mia storia perché voleva scrivere un libro. Continuavo a menare il can per l’aia perché mi scocciava, ma un giorno: “Beh,” dico, “lo faccio io il memoriale!” Ero su ad Andalo e ho ‘sta nipote che fa l’università ed il discorso che abbiamo fatto adesso, l’ho fatto a lei nei minimi particolari perché oltre allo sgombro c’è le uova… Allora avevano cotto delle uova soltanto che, anche lì, si girava apposta o no, il cuoco era un ebreo, si girava apposta, faceva finta di non vedere! Fatto sta che io le ho prese e le ho messe in un sacchetto di carta. Soltanto che prendendo il sacchetto mi sono cadute a terra perché erano appena cotte, mi ha rincorso con un coltellaccio così! Sì beh però poverino era anche buono perché io ne ho combinate tante ma poi tante dentro quella cucina lì!

D: Gli sgombri al the!

R: Guarda che l’odore dello sgombro non viene mica via eh!

D: E quindi a tua nipote le hai raccontato tutte queste storie?

R: Tutte queste cose qua: ha fatto un memoriale e dopo l’ho consegnato a ‘sto padre che adesso è priore su a Cavalese però.

D: E non ti ricordi come si chiama?

R: Sì, ma lui non ha niente a che fare con il campo.

D: Sì, no, ma come si chiama questo? L’ha scritto poi il libro, l’ha pubblicato il libro?

R: Non lo so. Io non l’ho più visto.

D: Ecco ai tuoi figli comunque hai raccontato questo?

R: Certo che gliel’ho raccontato!

D: Secondo te è importante che i giovani adesso conoscano questa storia?

R: Sì. Se fossero stati presenti sarebbe stato molto più efficace che averglielo raccontato così perché… Ad ogni modo, logico che sono rimasti impressionati anche loro, insomma però io lo raccontavo come un’avventura, non seriamente, quello che ho subito! Perciò l’efficacia delle parole ha un altro valore! Insomma un tipo così insomma non è che….

D: Riccardo: i giovani di oggi, è importante che conoscano a scuola?

R: E’ importantissimo!! Non importante! Importantissimo se danno il peso giusto a quello che è successo. Perché io per darle un esempio sono andato a Mauthausen, sì qua a Monaco …

D: Linz, Mauthausen è a Linz. Monaco è Dachau.

R: Ah, Dachau giusto… Allora sono andato all’Oktober Fest e fra le cose che insistevo, eravamo in cinque, sei amici, dico: “Andiamo a vedere il campo” e nessuno voleva indicarci dov’era! Beh, uno che ha vissuto dentro nel campo e che ha visto quelle cose lì, allora l’impressione che io ho avuto è stata molto superiore di Pinco Pallino che avevo vicino! Perché vedere le porte contorte, quei ganci, quelle cose lì! No io non ho pianto però…

D: Ascolta: quindi i giovani a scuola devono…

R: Certo! Se la interpretano seriamente, non come l’ho raccontata ai miei figli, ha un valore molto efficace.

D: E’ importante!

R: Eh sì.

D: Riccardo, vi siete più visti dopo la guerra o con il conte Wolfgang Stein o altri che erano dentro nel campo, avete mantenuto dei rapporti?

R: Sì, ma ‘sta Ginevra la vedo frequentemente perché passa di lì, andiamo a prendere il caffè, e con la signora Gianna per darle un esempio, sono andato ad un pranzo, io lei e suo marito, mia figlia. Dopo ne conosco un altro però, eh non mi viene in mente il nome, però ne conosco un altro io che abita più o meno dalle Ghiaie, da quelle parti lì. Moranduzzoli no… Meneghini quello di Casteltesino lì.

D: Ma sì, eh… Adesso mi sfugge…

R: Con quello anche! Insomma quando è Natale…

D: Marietto, Marietto!

R: Marietto! Quando è Natale gli faccio gli auguri!

D: Con questa Ginevra eravate, vi siete visti anche dentro nel campo o vi siete conosciuti dopo?

R: Ma no, io l’ho conosciuta al campo perché lei era al blocco E. Quella volta che sono andato dentro probabilmente… adesso i particolari non me li ricordo… e dopo è venuta lei a cercarmi a Trento. Non mi ricordavo neanche più, so che un giorno si è presentata, mi ha detto: “Guarda Riccardo io sono la Ginevra!” E allora ho messo a fuoco, dico: “Dio buono! Ciao!” Baci e abbracci! Quando passa di qua che ha occasione di passare, ah ecco! Con la Gianna è venuta anche lei al pranzo. Quando passa ben volentieri, io vado a bere il caffè.

D: Riccardo cosa è stato il campo per te? Il Lager per te?

R: E’ stata una brutta esperienza, però mi è servita nella vita che praticamente so decidere il bene dal male, so il dolore e la gioia. Ieri ridevo con la signorina: però là non ridevo.

D: Oltre alla violenza all’interno del campo, atti di amicizia, di solidarietà come tu quando entravi in baracca alla sera, che distribuivi….

R: Insomma guardi, ero per loro Babbo Natale quando entravo e dopo, amicizia vera e propria dopo no, beh sì ce n’era, perché eravamo tutti amici però non è che….

D: Anche altri, anche altri deportati dividevano le cose che avevano con gli altri?

R: Non avevamo niente da dividere perché non c’era niente!

D: Non c’era niente!

R: No. Io solo ho avuto la fortuna di avere qualche panino in più, qualche pezzo di salame in più, sgombri in più! Eh ..Eh..

D: Uova per terra…

R: Uova per terra! Adesso non mi viene in mente…no quando io andavo in cucina ero una favola per tutti! Da magro perché adesso sono un po’ robusto, ma allora ero così,da magro diventavo così. Andava roba dappertutto!

Accidenti! Roba da tutte le parti….

D: Ascolta: tra i guardiani del campo, chiamiamoli le guardie insomma, c’erano i tedeschi o c’erano anche italiani?

R: No, c’erano solo tedeschi.

D: Non c’erano quelli con il medaglione qui con scritto SOD?

R: No, erano tutte SS.

D: O del corpo di….

R: Per conto mio erano tutte SS ma il medaglione e divisa sì ma non che… E l’appello lo facevano tutti i giorni sia la mattina che la sera.

D: Due volte al giorno ?

R: Mi sembra di sì.

D: Anche con la pioggia?

R: Ah non c’era pioggia lì! Anche se c’era la pioggia, la neve, lei doveva andare fuori e quello che aveva, aveva! Quei quattro stracci che aveva addosso! Non c’era altro. Perché lei mi ha accennato… non c’erano divise. Perciò io avevo quello che mi hanno preso, lo avevo ancora lì quando sono scappato. Ah, ci mandavano… mi sembra adesso un particolare, a fare la doccia ! “Schnell!” Loro dicevano: “Schnell!” Arrivava dentro, andava sotto, freddo al gelo, era già fuori…

D: Neanche il tempo di bagnarti?

R: No. Anzi l’unica cosa che si faceva dopo quello del gas, Radio Campo, la prima cosa che faceva, si guardava che veniva fuori l’acqua! E insomma….

D: Comunque se tutto ti ha portato il magone come dicevi prima, però quando sei tornato a casa, lì è stata forte eh!

R: E’ stata fortissima!! Dovrei aver pianto penso, no non è che pianga con facilità.

D: Beh ma quando ti sei….

R Ma guarda, guarda…ci sono stati dei momenti….. se lei me li rievoca io adesso….

D: Se ci ripensi vengono alla memoria….

R: Ma no mi viene… son cose che non si dimenticano Sono indelebili…

Ferrante Franco

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: La mia storia incomincia dall’epoca in cui ero studente, forse anche prima per l’educazione che ho ricevuto a casa mia. Mio padre era un vecchio socialista, iscritto al Partito Socialista Italiano dal 1900 ed ha continuato ad essere iscritto fino all’avvento del fascismo. Dopo la fine del fascismo ha ripreso. Mio nonno a sua volta coltivava certamente uno spirito molto libertario perché era anche lui magistrato, come mio padre, a Verona ancora sotto l’Austria. Nel 1859 buttò la toga, mise la camicia rossa e se n’andò con Garibaldi.

C’era nella famiglia uno spirito, un modo di pensare, di dirigersi, che era indubbiamente di carattere estremamente liberale, contro ogni violenza, contro ogni divieto, ogni limitazione di parola, d’azione, io sono cresciuto in quell’ambiente lì. Sono cresciuto con delle idee che ancora non avevo maturato, ma che però erano in un certo qual modo, rispetto ai tempi, parlo del periodo fascista, rivoluzionarie anche se non facevo niente per muovermi. Mi capitò di dover fare qualche cosa, ciò avvenne quando ad un certo momento a Milano, io frequentavo allora il liceo, istituirono la legione universitaria della milizia.

D: Scusa Franco, ti ricordi in che anno questo avvenne?

R: Questo avvenne negli anni ’30, non ero ancora all’università, ma ero ancora al liceo. Avvenne che per costituire questa legione universitaria, quello che era destinato ad essere il comandante mandò in giro per tutte le scuole medie superiori i suoi ufficialotti della milizia, invitandoli ad iscriversi volontariamente. Il che avvenne con un’estrema facilità da parte loro, sia perché c’era sempre la preoccupazione d’eventuali vendette, ritorsioni, sia perché avevano buon gioco, nel senso che in quell’epoca esisteva già il servizio premilitare obbligatorio. Tutte le domeniche i giovani di una certa età, io compreso, dovevano andare nel piazzale del politecnico a fare esercitazioni, avanti, indietro, istruiti per il lato tecnico da ufficiali dell’esercito, ma per quello che era il movimento, la squadra dalla milizia. Avevano buon gioco ad ottenere iscrizioni perché dicevano che se ti iscrivevi alla milizia eri esonerato da questi corsi premilitari.

La stragrande maggioranza diceva che così non aveva tutte le domeniche la seccatura, però nonostante ciò, saremo stati una quarantina, dicemmo di no. Allora ci radunarono in corso Roma, dove adesso c’è l’ufficio elettorale, allora c’era l’università, ci doveva essere la sede di questa futura legione universitaria. Lì fummo portati a gruppetti di otto o dieci davanti ad un altro ufficiale della milizia, dove con altre pressioni la maggior parte cedette. Rimanemmo in tre, un mio compagno di classe che la pensava come me ed un altro che non so chi fosse. Siamo andati ed abbiamo detto di no, senza fare gli eroi, ci tengo a dirlo, io la domenica dovevo lavorare, tutte storie. Sta di fatto che quando io scesi, mi fermai sulla porta per aspettare il mio compagno, quando lui venne gli chiesi che cosa avesse detto, lui mi disse che aveva detto di no. Io dissi, testuale, che aveva fatto bene. Si erano messi intorno a me, senza che io lo rilevassi, in borghese alcuni di questi militi, mi hanno acciuffato, mi hanno portato dentro, erano in sette e mi hanno caricato di botte.

Questo è stato il mio inizio. Non ha avuto fine lì perché nello stesso pomeriggio arrivò un’auto a casa, davanti alla villetta dove abitavamo, poco lontano da qui, con un milite, il quale mi disse che il comandante voleva vedermi. Io andai e mi trovai di fronte a questo non egregio signore, il quale minacce, lusinghe, arrivò persino a dirmi che se io venivo mi davano un grado, il prestigio. In quel caso lì, decisamente dissi di no. Mi mandarono a casa. Io non so se poi le vicende successive, il mio arresto, eccetera, possano essere messe in relazione con quello o con altro.

Lì si era creata un’altra situazione. Proprio davanti alla villetta dove abitavamo noi si era installato un disgraziato, uno di quelli che aveva partecipato alla riunione di piazza S. Sepolcro per la costituzione dei fasci di combattimento, che era un poveretto, ignorante, un bestione, che probabilmente provava invidia nei confronti di mio padre, che invece era stimato da tutti, era l’uomo a cui andavano, Avucat” gli dicevano, chiedevano consiglio, lui lo dava gratuitamente, aveva acquisito un grandissimo prestigio. Per di più noi eravamo amicissimi, molto, molto amici di una famiglia d’ebrei, che abitavano vicino a noi. Lui si chiamava Gustavo Sacerdote, ed era un uomo di una cultura spaventosa, aveva scritto diversi volumi, di cui due soprattutto, uno la storia di Garibaldi pubblicata da Rizzoli, un’altro Cesare Borgia pubblicata da Rizzoli, era un accademico dell’Accademia Humboldt di Berlino, ed era stato per molti anni redattore dell’Avanti a Berlino, conoscitore perfetto della lingua tedesca. Noi frequentavamo lui e la moglie, erano i nostri amici, forse non ne avevamo altri come loro. Questo ovviamente non era una cosa sana in quel periodo.

Sta di fatto che ad un certo momento arrivarono di notte, il 2 di marzo del 1944, suonarono alle due di notte il campanello, chi era? Era la polizia, voleva portarci via tutti e due perché chiedevano dell’avvocato Ferrante. Io giocai sull’equivoco, eravamo due avvocati Ferrante, mio padre che era magistrato in pensione, ed io che ero un magistrato in servizio, chi volevano? Anche qui c’è un esempio tipico di quello che era il sistema fascista, perché questo graduato rimase un po’ interdetto, pensava ci fosse un errore, lo credevo anch’io. Andò a chiedere, uscì e ritornò poco dopo, diede la risposta di tutte e due. Al che io dissi che avevano chiesto avvocato Ferrante, l’avvocato Ferrante ero io, andai io. Questo si adattò e mi portarono via. Insieme a me portarono via altri due poveretti, uno era Belgada, l’altro era Vacchini un vigile in pensione, malato, aveva già oltre settant’anni, aveva un’ulcera allo stomaco, il quale purtroppo fu il primo italiano, che io sappia, che morì ad Ebensee, perché morì subito dopo. Tutti e due non hanno fatto ritorno, sono morti tutti e due. Erano brave persone, erano tutti e due anti-fascisti, ma forse il massimo che avevano fatto era quello di ascoltare Radio Londra e parlottare tra di loro in gran segreto.

Questo fu il mio inizio. Fui portato a San Vittore e vi rimasi insieme con altri. C’era Sapone, che era un altro che abitava vicino a casa mia, che non so che fine ha fatto, non so se è stato deportato anche lui, ed altri che invece furono deportati insieme a me. Lì siamo rimasti per due giorni. C’è un episodio che voglio sempre raccontare perché è un elemento positivo per l’umanità. Io avevo il mio anello ed avevo un orologio d’oro, che mi aveva dato mio zio, quando capii come si mettevano le cose, dissi che era inutile che li tirassi dietro perché me li avrebbero portati via. Parlai con uno di quelli che giravano per il carcere, prigioniero anche lui e faceva i servizi, lui mi disse di darglieli, che ci avrebbe pensato lui. Gli diedi anello e orologio con la catena, che adesso ha mia sorella, con un biglietto in cui invitavo mio padre a compensare il datore di quegli oggetti adeguatamente al valore che io davo ad essi. Poi non ne ho saputo più niente, fino al ritorno. Al ritorno ho appreso che si era presentato uno, probabilmente un operaio, suppongo che fosse uno dei muratori che lavoravano per ricostruire il muro che era stato danneggiato da un bombardamento, il quale diede gli oggetti, non diede nome e cognome, non volle assolutamente niente e scomparve nel nulla. Purtroppo allora non c’erano quei mezzi che ci sono stati dopo per la ricerca delle persone, perché io cercai disperatamente di ritrovarlo, ma non sono mai riuscito. Questo è l’episodio positivo nella mia vicenda.

Poi siamo stati trasportati nel vagone bestiame a San Vittore. Mentre eravamo in attesa della partenza…

D: Scusa Franco, da S. Vittore alla stazione.

R: Sì, con un camioncino.

D: Era di giorno o di sera?

R: Era di mattina molto presto.

D: In quanti eravate su questo camioncino?

R: Sul camioncino eravamo in pochi perché era piccolo, ma fece diversi giri. Il gruppo complessivo era esattamente di cento.

D: Che giorno era?

R: Doveva essere il 4.

D: Il 4 marzo?

R: 4 marzo del 1944. Ci portarono con questo mezzo avanti ed indietro. Durante la strada io avevo preparato dei bigliettini che da un buco della capotte buttavo per terra, in cui avvertivo che eravamo destinati ad Innsbruck , che stavo bene. Che io sappia, nessuno di quei biglietti fu raccolto o sortì l’effetto sperato. Alla stazione ad un certo momento eravamo nei sotterranei, ci portarono sul piano ferroviario. Anche qui ci fu un altro episodio, che parla chiaramente di quella che era la situazione dei tempi, perché noi potevamo affacciarci a quel famoso finestrino che c’era in cima al vagone bestiame e da lì vedevamo un treno, che era adiacente, sul binario adiacente.

D: Al vostro?

R: Al nostro. Mi misi a berciare che eravamo dei deportati, che cosa stessero facendo di noi. Silenzio assoluto. La paura folle di questa gente che sentiva, vedeva e non diceva niente.

D: Erano civili?

R: Civili, era un normale treno con i finestrini aperti, guardavano, si vedeva lo sgomento di questi poveretti, però neanche una parola. Una parola invece ce la fece intendere un ferroviere che con fare indifferente, con una specie di mazza, ci fece capire che se noi buttavamo qualche bigliettino avrebbe pensato lui a raccoglierli. Buttammo questi biglietti ed io so che una di queste comunicazioni è arrivata, me lo disse poi mio padre, non so se è stata quella, ma altre dopo non ce ne sono più state.

Finalmente ci mettemmo in moto, incominciò il viaggio. Come sempre dentro il vagone, dove eravamo tutti stipati come sardine, anche lì ci furono degli episodi. Un episodio soprattutto, che oggi mi fa sorridere. Lo sapevano tutti che io ero un giudice: ad un certo momento vidi un signore distintissimo, con un cappotto blu e la lobbia che venne verso di me, dentro il vagone bestiame con la lobbia in mano, a presentarsi, era l’avvocato Sergio Dragoni, che divenne poi un mio carissimo ed affettuosissimo amico. Me lo ricordo, con il cappello in mano dentro il vagone bestiame. Lì ci adattammo un poco, passammo due notti molto tristi perché una prima notte, forse ancora in Italia, ci misero su un piano di smistamento del vagone.

D: Dove questo?

R: Non lo so.

D: Non te lo ricordi?

R: Era notte, cupa notte, non lo so. Con la manovra a spinta. Un freddo spaventoso, io avevo i piedi completamente gelati, non sapevo proprio cosa fare. Tutti stavano uno a ridosso dell’altro, senza poter dormire perché in questa manovra a spinta continuamente, ogni tanto questo vagone andava a sbattere contro un treno in formazione, puoi immaginarti che sollievo, che possibilità di muoverci. Questo avvenne lì e poi ancora subito dopo il Brennero, penso che fosse, per un’altra notte successiva.

Arrivati ad Innsbruck ci fecero uscire dai vagoni, era tardo pomeriggio, ma era ancora chiaro. Inquadrati, eravamo un gruppo di cento, ci portarono attraverso la città fino al campo, che era un campo come gli altri a vederlo così, le solite baracche di legno. Lì ci misero in due stanze separate da un tramezzo di legno. Ci lasciarono lì con le finestre accuratamente chiuse, perché non volevano evidentemente che vedessimo che cosa succedeva nel campo. Tutto questo perché ovviamente non sapevano ancora quale sarebbe stata la nostra destinazione, se come cosiddetti liberi lavoratori o se come deportati a Mauthausen.

La situazione divenne intollerabile perché eravamo accatastati lì dentro, l’aria era diventata assolutamente irrespirabile, sensibilmente irrespirabile, tanto che fui io a scoprire in una delle finestre, sebbene chiusa dall’esterno con il legno, che c’era uno spicchio rotto. Allora dissi che potevamo andare lì ogni tanto a respirare un po’ d’aria, così a turno andavamo lì a prendere qualche boccata d’aria, ma poi smettemmo perché era peggio, era un sollievo momentaneo per poi ritornare lì. Così rimanemmo fino a che io, facendomi coraggio, parlando con una SS, anzi non era una SS, erano dei vecchi richiamati dell’esercito, ebbi l’occasione di parlare con lui per portare fuori il mastello degli scarichi. I miei compagni non volevano, anche perché io parlavo il tedesco e volevo vedere se riuscivo a parlare con questo. Riuscii a parlare, gli chiesi, lui mi disse che era della gendarmeria, era un vecchio con i capelli grigi, mentre si facevano queste operazioni di scarico, il tempo era splendido, c’erano le montagne cariche di neve, chiacchierai un po’ e poi cercai di tastarlo e allora si bloccò, non mi disse più niente. Quello che riuscii a dirgli fu che quando noi uscivamo per prendere il mangiare, se poteva spalancare le finestre. Riuscimmo ad ottenere questo, a cambiare un poco l’aria, in modo da potere vivere lì dentro.

Le vicende interne erano le più varie. C’era tra di noi un poveretto, adesso è morto, ma è morto dopo la Liberazione per fortuna sua, che era il tipico bullo di periferia. Questo qui si trovava un po’ nel suo ambiente perché era già stato si vede condannato, faceva il tosacani di professione ed era una sagoma irresistibile. Nonostante la tristezza dell’ambiente, la preoccupazione, rideva e scherzava. Raccontava le più inverosimili storie sulla sua vita. Diciamocelo pure, in fin dei conti giovò, nel senso che ci tenne sollevati un pochino perché ci faceva ridere, parlava in dialetto milanese. Tra di noi c’era prigioniero Stucchi, che era un noto tipografo milanese, un uomo anziano, lui lo affrontava, gliene diceva di tutti i colori, non posso ripetere certe frasi che lui diceva, quell’altro si scandalizzava. Avevamo trovato anche la maniera di intrattenerci parlando delle proprie vicende a tutti, della propria vita, per cercare di tenersi su.

Ad ogni modo si rimase dieci giorni circa ad Innsbruck. L’esito fu quello purtroppo che noi speravamo che non fosse, cioè Mauthausen. Ci chiamarono, ci fecero firmare un registro, di cui una pagina era coperta. Ero ancora inesperto, non sapevo che cosa poteva costare un azzardo, avvalendomi della lingua tedesca chiesi che cosa stessimo firmando, mi rispose che non m’interessava.

D: Scusa Franco, il campo d’Innsbruck era una vecchia caserma, dov’era?

R: Era proprio un campo costruito con quelle solite baracche, più o meno come quelle che abbiamo visto noi. Seppi dopo che era una specie di campo di punizione, così mi dissero, non lo so di preciso. Era certamente un campo di passaggio. Un giorno, mentre ci recavamo a prendere il cibo che ci davano da mangiare, andavamo fuori a prenderlo, passammo davanti ad una baracca dove c’erano delle donne ebree. Queste ci chiamarono e ci dissero qualche cosa, purtroppo non ero lì davanti perché ero più avanti, ma dietro c’erano degli altri che si erano fermati proprio all’altezza di queste finestre, queste cercavano di incoraggiarci.

D: Erano italiane?

R: Italiane ebree.

D: C’erano altre nazionalità che tu ricordi?

R: C’era una specie di capo russo. Questo lo so perché lui venne più di una volta nella nostra baracca, ad un certo momento ci distribuì dei numeri. Il nostro nome era scomparso. Questo si prese il gusto, sapendo che io conoscevo il tedesco, di dirmi che quello era il mio nuovo nome, me lo disse in tedesco. Era un russo, non so se ucraino, ed era lì con funzioni evidentemente di capo perché girava nel campo. Del campo poi non ho visto nient’altro perché era assolutamente silenzioso, nel modo più assoluto, non si sentivano voci, non si vedeva nessuno. Anche quando, chiarita la nostra destinazione, aprirono le finestre, non si vedeva circolare nessuno.

D: L’ubicazione, più o meno hai dei riferimenti?

R: Sì, era una frazione d’Innsbruck che si chiamava Reichenau, era il campo di Reichenau. Da lì fummo poi, alla fine di questi dieci giorni, trasportati di nuovo attraverso la città, assolutamente indifferente.

D: Era giorno?

R: Era giorno, assolutamente indifferente, non ci degnavano di uno sguardo, purtroppo devo pensare che fossero ormai abituati a questi spettacoli. Ci portarono alla ferrovia, dove ci misero di nuovo in due vagoni e ci spedirono. Il treno, dopo una certa attesa, partì e ci avviammo in una direzione che io, guardando un po’ la luce del sole, avevo stimato essere verso nord-est, più est che nord. Lo dissi ai miei compagni, si pensava di andare in Polonia, ma non c’era la possibilità di rendersi conto di dove eravamo perché il paesaggio era tutto coperto da neve, praticamente non si vedevano villaggi, per un lungo tratto di tempo non abbiamo visto assolutamente niente, fino a che, sempre dal finestrino del vagone bestiame, si vide una specie di sperone, una specie di montagna molto, molto lontana che figurava all’orizzonte. Vedevamo che ci avviavamo sempre in quella direzione.

D: Scusa un secondo Franco, t’interrompo.

R: Va bene.

D: C’era questo sperone, questa montagna che tu vedevi.

R: Questo sperone, che però non ci diceva ancora niente. Il treno andava molto lentamente, era un treno merci. Finalmente si arrivò ad una città.

D: Scusa Franco, quando parli di treno intendi sempre le carrozze carri bestiame?

R: Era un treno merci, in cui erano inserite le nostre due vetture, con manovra a spinta le avevano messe.

D: Chiuse?

R: Chiuse.

D: Carri bestiame?

R: Carri bestiame, con il finestrino con il filo spinato per evitare…

D: Le porte erano chiuse anche dall’esterno?

R: Erano chiuse dall’esterno, lo so perché quando poi ci facevano scendere, si sentiva che schiavacciavano, c’erano dei grossi lucchetti, per cui erano chiuse dall’esterno.

D: Una stima, in quanti eravate su ogni vagone?

R: Dipende, complessivamente eravamo cento, erano due vagoni, se i vagoni erano uguali, cosa che sinceramente non ricordo, eravamo cinquanta e cinquanta.

D: Vi avevano dato da bere e da mangiare?

R: Niente. A San Vittore ci avevano rifornito di cibo in maniera inverosimile, con del pane come noi non vedevamo da tempo. Io chiesi come mai, mi dissero, sempre uno di questi che girava, che questo compito di fornire il vettovagliamento se lo era assunto un industriale ignoto, che ci dava del pane bianco, non era il pane bianco d’oggi evidentemente. Ci siamo portati al seguito, siamo arrivati a Mauthausen che avevamo ancora un poco di questa roba.

D: Scusa se faccio ancora un salto indietro. Interrogatori, quante volte ti hanno interrogato e chi ti ha interrogato?

R: Interrogatori io non ne ho mai avuti, né io né altri. Ancora a Milano, prima di andare a finire a San Vittore, ci portarono al commissariato di via Copernico, lì successe un altro fatto strano. Ad un certo momento, eravamo in un cortile chiuso naturalmente, mi sento chiamare ed era un poliziotto, mi chiese cosa ci facessi lì. Era uno che aveva partecipato ad un’operazione in grande stile, a cui avevo partecipato anch’io come giudice a Milano e mi aveva riconosciuto. Mi fece gli auguri in una maniera! Fummo portati a gruppi di dieci dal cortile in una stanza, dove c’era un funzionario semi-sdraiato, dietro ad una scrivania, che ci chiese nome, cognome, età, professione, luogo di nascita e basta.

D: Era italiano?

R: Italiano, era della polizia. Dietro a questo brav’uomo faceva bella mostra di sé appeso al muro un bastone lungo così, che mi sembrava fatto di vimini ricoperto di pelle, sono memorie che non si dimenticano. Mi fece impressione perché questo non era uno strumento previsto in un commissariato di pubblica sicurezza. Lì abbiamo avuto il primo incontro con le SS, è arrivato un camioncino, lo stesso camioncino che ci avrebbe poi portato alla stazione, con le SS e dei militi italiani. A gruppi ci portarono a San Vittore.

D: Un’accusa a te non l’ha rivolta nessuno.

R: Mai da nessuna parte, né a me né agli altri. Assolutamente niente. Siamo stati presi e mandati là. L’unico interrogatorio che mi hanno fatto è stato quello. Dopo, inutile parlarne, nel campo anche lì generalità e basta, né tanto meno interrogatori da parte delle SS.

D: E’ stato qui a Milano che è avvenuto il passaggio dagli italiani alle SS?

R: Sì. Ti dirò che già all’arrivo al carcere di San Vittore, dal commissariato di via Copernico, arrivammo e ci ammassarono, eravamo tutti a gruppi, per presentarci di fronte all’ufficio matricola per la solita storia del nome e cognome. Io con un’incoscienza, che dovevo semplicemente alla mia ancora inesperienza di quello che sarebbe successo, ad un certo momento vidi una SS, che era lì in piedi, a gambe larghe e ci guardava. Io andai da lui e gli parlai in tedesco, gli dissi come mai ci avessero portato qui, quello mi rispose che non lo sapeva, che eravamo a disposizione degli italiani. Questo lo seppi dopo, era il famigerato Klemm, era il capo delle SS che erano di servizio al carcere di San Vittore, di una ferocia unica. Una delle cose che lui si divertiva a fare nel carcere, era di far inginocchiare i prigionieri per terra e farli camminare a quattro gambe leccando il pavimento, lo chiamava il gioco dei ranocchi. Ne parla anche Di Martino nel suo libricino. Era un uomo di una ferocia non comune, lì le botte andavano.

D: A San Vittore ce n’era un altro con un cane, una SS.

R: Non lo so. Erano diversi, però lì Klemm, per quanto ne so io, era il capo, era un graduato, non era un ufficiale, doveva essere un sergente, un sottoufficiale. Questi sono stati i miei contatti, dopo riprendo la storia e si va avanti.

Si arriva finalmente a Salisburgo. Lo sperone si era reso evidente, era la montagna dietro a Salisburgo, tra di noi c’era uno che poveretto è rimasto lì, era stato prigioniero di guerra della prima Guerra Mondiale a Mauthausen, allora era stato già destinato a campo di prigionia, di stile diverso. Lui quando lo vide disse che eravamo a Salisburgo, e che ci stavano portando a Mauthausen. Effettivamente fu così perché da Salisburgo si sostò, non mi ricordo, un’ora, due o tre in stazione. Il treno si avviò di nuovo finché arrivammo a S. Valentin, dove c’era la derivazione per il trenino ad un binario solo per Mauthausen. Sganciarono i vagoni e ci portarono a Mauthausen, dove incontrammo le prime vere SS perché erano quelle dei campi, erano quelle che avevano la Totenkopf, la testa da morto sopra il berretto, le quali ci accolsero con un mucchio d’ingiurie, “Adesso vi arrangiamo noi”, “Badogliani”, “Traditori”, “Ci avete tradito”. Al momento del saluto, nel momento in cui eravamo lì, rumorosamente armarono i fucili. Poi inquadrati per cinque ci avviarono su per la strada, che non è la strada d’oggi di Mauthausen, che è asfaltata; era terreno, terra battuta, siccome aveva piovuto e pioveva ancora, era tutto un fango.

D: Era giorno quando siete arrivati?

R: Sì, siamo arrivati di giorno, sempre sul pomeriggio. Abbiamo intrapreso quest’ascesa, faticosa, infangati fin sopra ai capelli. La strada era stretta, stavamo per cinque, dovevamo essere come l’uso sempre nel campo, si mettevano i piedi dove si dovevano mettere perché non c’era altra scelta. La situazione era anche tragica perché tra di noi c’erano due, uno un vecchio mutilato di guerra, che viaggiava col bastone, bastone che gli avevano portato via subito ad Innsbruck appena arrivati, poi peggio, un giovane privo di una gamba con le stampelle, anche a lui ad Innsbruck avevano già tolto le stampelle. Questo poveretto dovette essere trasportato a spalla, ci si alternava per portarlo su. Il percorso durò quasi un’ora, il percorso a piedi era lungo e faticoso per questa situazione. Finalmente ci arrestarono davanti a queste mura che vedevamo davanti a noi, il muro di Mauthausen , anzi ci fermarono prima, dove c’erano delle baracche, lì avemmo un momento di sosta.

Poi ci portarono dentro e ci misero sulla desta, dove c’era il cosiddetto muro del pianto. Lì rimanemmo. Fummo assaliti subito dai nostri compagni di prigionia, i capi che venivano per depredarci, sotto l’occhio vigile di una SS, tutto ciò andava a finire nelle mani delle SS. La maggior parte li dava perché tanto…, però qualcuno riuscì a nascondere qualche cosa, tanto che ancora ad Ebensee c’era ancora qualcuno che aveva una catenina, forse se la infilavano da qualche parte. Ci spogliarono completamente, ci fecero entrare nella scaletta sotto, tolti tutti gli abiti ed entrati nel locale docce, che conosci molto bene. Ci aspettavano i barbieri e ci rasarono dalla testa ai piedi, eravamo ridotti tutti a tagli, sfregi perché tagliavano senza andare per il sottile. Eravamo pieni di ferite.

D: Scusa Franco, cosa vuol dire nel 1944 trovarsi, anche se è un gruppo d’uomini, tutti nudi da quello giovane a quello anziano?

R: Non vuol dire niente, nel senso che ormai noi eravamo talmente presi dalla tragicità della situazione per cui era indifferente. Mi fai venire in mente un particolare, uno dei miei compagni di prigionia, che ritornò e mi regalò una bicicletta, commerciava in biciclette in via Tadino, lui mi disse che avevo un gran bel corpo, ero giovane.

D: Quanti anni avevi?

R: Avevo ventisette, ventotto anni.

D: Un’altra cosa, Franco, cosa vuol dire portare via tutto, cosa significa? Anche le fotografie, non potevi tenere nulla.

R: Nulla, assolutamente niente.

D: Una fotografia non ha un valore economico ma affettivo.

R: Niente, ci spogliarono completamente nudi. Mi ricordo che avevo un paio di scarpe bellissime, che mi aveva fatto un mio soldato, ero stato richiamato come ufficiale a Como, ed uno dei miei soldati mi disse che mi avrebbe fatto lui un bel paio di scarpe. Mi aveva fatto un paio di scarpe magnifiche, tipo carro armato, che allora era una grande novità. Se ne sono andate quelle. Avevo un cappotto bellissimo, il cappello, eccetera, tutto, completamente spogliato, nudo. Nudo e spelato perché poi tutto rasato dalla testa ai piedi.

Da lì ci portarono nel cortile, con una camicia, una mutanda e degli zoccoli, che ci avevano fatto prendere da un mucchio buttato lì alla rinfusa da una di queste stanze. Ci aspettava Erik, che era il capo blocco della baracca 16 nel reparto di quarantena, dove noi eravamo destinati ad andare. Questo Erik era un delinquente comune naturalmente, aveva il triangolo verde, ma ebbe delle premure, ci disse di muoverci, di non stare fermi, di continuare a muoverci altrimenti prendevamo un accidente, di corsa, zoccolando rumorosamente ci portò dentro il reparto della quarantena e dentro il blocco.

Nel blocco ci aspettavano gli scrivani. Ci presero di nuovo tutte le generalità, i dati che già avevano, ma li ripresero comunque tutti. Poi ci mandarono nello stanzone che era destinato alla nostra abitazione. Fu un grande sollievo perché entrammo in questo stanzone ed eravamo solo noi, cento. Ci potevamo sdraiare per terra tranquillamente e riposare, al coperto, quindi era un senso di benessere che provavamo dopo tutte queste fatiche. Questo durò poco perché ad un certo momento arrivarono altri prigionieri, dei russi e dei polacchi. La situazione cominciò a diventare difficile, soprattutto per andare a dormire.

La situazione del dormire avveniva in questo modo, erano disposti per terra, in lunghe file, dei pagliericci ed i prigionieri venivano fatti entrare, ma non potevamo coricarci perché altrimenti erano botte da orbi, dovevamo fermarci alle estremità, due per ogni pagliericcio, due da una parte e due dall’altra, tutti in piedi, in attesa del comando di buttarsi giù. Succedeva l’ira di Dio, perché non ci stavamo, era un continuo lamentarsi, una cosa impossibile. Dopo pochi giorni ebbi subito il beneficio della mia conoscenza del tedesco. Un piccolo inciso, sai come ho avuto la fortuna di imparare il tedesco? Perché un mio professore universitario ebreo, che insegnava diritto canonico ed ecclesiastico, mi propose per una borsa di studio a Berlino, che mi fu concessa dalla facoltà, ed io ho imparato il tedesco.

D: Perché tu sei stato a Berlino?

R: Sono stato nove mesi a Berlino.

D: In che anno questo?

R: 1936, l’anno delle olimpiadi tra l’altro. Ho visto Hitler, Goring, Goebbles, li ho visti tutti quei cerberi lì. La mia fortuna era il tedesco perché ad un certo momento saltò fuori Georg Godsche, era un delinquente comune anche lui. Non ho mai saputo bene che cosa avesse fatto. Era un “bunascia”, per dirlo alla milanese, non l’ho mai visto picchiare qualcuno, anche dopo che fu incaricato di funzioni di capo, perché tutti i tedeschi venivano tirati fuori, ma soprattutto i delinquenti comuni, i politici no, ma i delinquenti comuni erano tutti scelti per essere capi. Questo qui aveva saputo della mia professione perché sopra il mio cartoncino c’era scritto. In via Copernico avevo dichiarato d’essere magistrato, quindi se io cambiavo mi caricavano di botte, quindi figurava.

Lui era venuto a sapere che ero un magistrato, forse meditava che questa mia funzione avrebbe potuto giovargli nel futuro, quindi mi aiutò. In quel periodo disastroso, con mia grande vergogna, dovevo andare a dormire con lui, sopra in un castello, era l’unico castello che c’era, mi aveva preso con sé. Mia vergogna nei confronti dei miei compagni dico io, non per lui, era un brav’uomo anche se non so cosa avesse commesso, ma era un brav’uomo. Io ho cominciato già ad avvantaggiarmi in quella maniera, non solo, sempre per questa mia conoscenza del tedesco, lui mi teneva nella baracca quando cacciavano fuori tutti gli altri per la pulizia eccetera, per mettere a posto i materassi, per fare quei lavori lì, anche questo era un enorme privilegio, perché eravamo in marzo e là nevicava ancora, un freddo tremendo, spaventoso, tanto che quelle volte, prima dell’inizio di questa situazione, andavo fuori anch’io, ci mettevamo uno addosso all’altro, stretti l’uno all’altro per tenerci caldi, battendo i piedi, poi ci tenevano lì due o tre ore, a loro non costava niente questo. Io avevo già questo grandissimo beneficio di essere sottratto al rigore del freddo.

In genere tutti gli altri che erano lì avevano intrapreso a conoscermi, io ero diventato l’interprete ufficiale del gruppo italiano. Anche quando veniva una SS e chiamavano un interprete, io dovevo presentarmi e fare da traduttore di quello che veniva di volta in volta riferito. Non solo, ma anche nei confronti dei capi, ad eccetto di uno, io acquisii, non dirò familiarità mai, né l’avrei voluta, ma ero accettato, tanto che io ebbi occasione di parlare anche con Erik, il capo blocco, il quale si confidò con me. Lui era da dodici anni in prigione, tra campi di concentramento, prigioni, anche lui non so che cosa avesse fatto, una cosa tipica che lui mi disse è che non aveva più visto la sua famiglia e non l’avrebbe mai più rivista perché dopo quello che avevano sperimentato, non li avrebbero lasciati vivi, li avrebbero ammazzati tutti. Un altro mi disse un’altra cosa, anche lui tedesco, che se lui fosse riuscito ad uscire da qui, ad essere libero, avrebbe scritto un libro intitolato Cultura Civiltà. Questi sono piccoli particolari della vita.

Non facevamo nulla. Praticamente eravamo lì, stavamo lì in attesa dell’appello che veniva fatto dentro la baracca perché noi eravamo in quarantena. Io ero tormentato dal dubbio che mio padre fosse stato arrestato anche lui, infatti, so che lui la mattina successiva al mio arresto andò, forse qualche persona caritatevole gli disse di andare via, l’hanno mandato via perché era andato alla Caserma del Savoia Cavalleria, dove in un primo momento ci avevano portato, proprio le prime ore, invece no, per fortuna. Ritrovai invece Brigada e Vacchini, che non erano partiti con noi, ma che erano partiti con un gruppo successivo e che purtroppo, come ho detto, morirono entrambi. Lì passavamo la giornata. Io avevo trovato un giovane polacco, un giovane studioso che voleva imparare l’italiano. Mi ero messo con lui a cercare di insegnarli l’italiano. Questo si è ricordato di me perché anche dopo che ero ad Ebensee, in due occasioni mi fece pervenire i suoi saluti, poi non ne ho saputo più niente naturalmente, spero che si sia salvato. Era un giovane molto educato, fine si capiva, lui aveva funzioni d’aiuto scrivano nella baracca, spero che si sia salvato.

Un bel giorno ci dissero che dovevamo partire.

D: Scusa Franco, l’immatricolazione quando te l’hanno fatta a Mauthausen?

R: Nel momento in cui arrivammo dentro la baracca, trovammo un quattro o cinque scrivani, ciascuno dei quali prendeva tutti i dati relativi ed aveva quei famosi cartoncini, che erano la nostra carta d’identità, che ci hanno seguito dappertutto, anche da morto perché quando io accompagnavo i morti al crematorio dovevo portare anche il cartoncino relativo. Un giorno ci dissero che dovevamo partire.

D: Scusa ancora, il tuo numero te lo ricordi?

R: 57.576.

D: Contestualmente al numero cosa ti hanno dato?

R: Mi hanno dato una piastrina, ho quella di Dragoni di là, in cui c’era inciso il numero e dovevamo tenerla al polso con un filo di ferro. A lui avevano fatto un cinturino perché era diventato infermiere, quindi si era perfezionato. Questo era tutto.

D: Il triangolo non te lo hanno dato?

R: Sì. Quando partimmo ci diedero la divisa nuova di zecca, pulita, a strisce, lì ci applicarono la striscia con il triangolo rosso, l’iniziale “I” ed il numero, in più questo braccialetto da portare al polso, il numero inciso sopra una piastrina metallica, tenuta ferma da un filo di ferro.

D: E poi il triangolo.

R: E poi la giacca con la striscia, con il triangolo ed il numero 57.576.

D: L’impatto di quando sei arrivato all’interno di Mauthausen, avevate già una percezione per esempio del forno crematorio?

R: No, l’impatto fu tragico perché arrivammo, come ho detto, nel tardo pomeriggio, pioveva, entrando dal portone principale si arrivava sulla piazza dell’appello, completamente deserta e lucida dalla pioggia. Un senso di freddo, non c’era niente che ti desse qualche incoraggiamento, tutto freddo, silenzio assoluto, non un’anima, salvo quei due o tre che ci giravano intorno e quest’enorme spiazzo di cemento lucido per la pioggia. Si vedevano a sinistra delle baracche, la prima era quella dove c’erano le donne, il postribolo, poi ce n’erano delle altre invece per i prigionieri, poi più in là c’era il muro dell’entrata della quarantena, sulla destra invece c’erano degli edifici in parte in legno ed in gran parte in muratura, con dei camini, ma noi ancora non sapevamo che cosa fossero, poi ce l’hanno detto subito, si sentiva l’odore della carne bruciata. L’impressione fu durissima perché non c’era niente d’incoraggiante, assolutamente niente.

D: Poi il giorno della partenza.

R: Il giorno della partenza ci hanno portato alla stazione.

D: Da Mauthausen alla stazione sempre a piedi?

R: Sì, a piedi, però era pulito, non pioveva, era ormai il giorno 9 d’aprile, era il giorno di Pasqua, era una bella giornata. Tutti inquadrati scendemmo giù e ci misero dentro un treno, un vero treno, non un vagone bestiame, con i sedili, doveva essere di terza, ci sembrava di andare a fare un viaggio di piacere. Con questo treno ci avviammo, passammo diversi paesi Welz, Munden ed ad un certo momento ci trovammo a costeggiare un lago, che era il lago di Ebensee, la ferrovia corre lungo una delle rive di questo lago.

D: Scusa Franco, per prendere voi e portarvi in questo trasporto, hanno fatto una selezione?

R: Sì, ci fu una selezione, anzi lì c’era qualcuno che si era interessato per me, volevano cercare di salvarmi, credendo di potermi salvare, per cui avevano detto che avrebbero fatto in modo che il medico mi scartasse, perché ci fu una visita, una visita pro-forma e così non sarei andato lì perché la fama di Ebensee era spaventosa, era considerato, come lo era effettivamente, uno dei più duri campi, anche perché diversamente da tanti altri, era sotto la diretta amministrazione e sorveglianza delle SS, lì era un’istituzione delle SS. Questo non funzionò, io rimasi tra gli ultimi, furono scartati due, che erano due giocatori di football, che sono tornati tutti e due, sono tutti e due vivi perché dovevano servire per fare la squadra di football del campo. Loro rimasero, io no, quindi mi riunii agli altri e partii insieme agli altri.

Intraprendemmo questo viaggio, come dicevo, arrivammo lungo la costa del lago di Ebensee, paesaggio splendido, la giornata era meravigliosa, tra l’altro durante il viaggio si ebbe l’occasione di vedere la popolazione vestita con i costumi tradizionali perché era il giorno di Pasqua, gli uomini e le donne con i costumi nazionali, che già giravano perché era giorno festivo. Tutto questo faceva un certo piacere perché era la vita che si manifestava, anche se non per noi. Arrivammo in fin dei conti ad Ebensee, il treno si fermò un po’ dopo la stazione, doveva essere un piano di smistamento. Lì ci fecero scendere. Lì mi arrabbiai con un mio compagno di prigionia, era un avvocato, preferisco non fare il nome, era un avvocato che si rese famoso perché lo chiamavano il corvo di Mauthausen perché era un pessimista ad oltranza. Questo qui dovendo urinare, preoccupato di non farsi vedere, mi urinò completamente sui calzoni. La cosa era grottesca perché eravamo conciati in un modo tale, che gli dissi che cosa stava facendo.

A piedi ci portarono su al campo per una strada, anche quella allora era tutta in terra battuta, ci fecero entrare nel campo. Pioveva, tanto per cambiare, lì si ebbe subito un esempio immediato di quella che era la nostra sorte. Lì venne Magnus, che era il capo interno del campo, delinquente comune anche lui, aveva un numero a tre cifre, quindi era un vecchione. Si mise a sberciare contro di noi, ordinò che trasportassimo del materiale, che era accatastato sulla piazza dell’appello, all’interno.

D: Subito?

R: Subito, sotto la pioggia battente, con i capi e capetti che seguivano con il bastone e lo adoperavano. E’ inutile dire che dopo poco eravamo tutti completamente fradici. Cosa succedeva? Che qualcuno nei viottoli del campo, perché il campo era sistemato in un bosco d’abeti, riuscivano a scappare ed andavano a rifugiarsi nella baracca, dove c’era una stufa al centro, che non serviva a niente. Tutto questo serviva a poco perché ogni tanto arrivava un capo, veniva lì, tastava se eri fradicio o no, se non lo eri abbastanza botte e fuori di nuovo a lavorare. Ad un certo momento ero proprio grondante, seguii l’esempio, a me andò bene perché quello che mi ha tastato ha visto che ero fradicio e mi ha lasciato lì. Questo fu il nostro saluto all’arrivo ad Ebensee.

L’accoglienza nella baracca fu la più umana possibile, il capo della baracca, il capo blocco era uno spagnolo, Jornet, era un antifascista stragiurato, quindi questo qui ci fece trovare subito una zuppa calda, rape da foraggio, ma comunque calde. Questo fu un grande benessere. Lui era una brava persona, ho visto dare qualche scapaccione, purtroppo lo doveva anche fare, lui era uno dei diecimila spagnoli che erano stati decimati. Come tutti gli spagnoli aveva acquisito una posizione di rilievo perché lui era capo blocco; moltissimi altri, che non erano morti, erano barbieri perché era un modo per sottrarsi al lavoro e stare nella baracca.

Lì incominciammo la nostra vita da deportati, che incominciò abbastanza bene, grazie al famoso Georg Godsche, Giorgio, il quale come tedesco fu incaricato subito di una squadra che doveva portare pietre da fuori del campo. Si doveva uscire dal campo con un carrello, una decauville, e riportarlo dentro carico di pietre per fare il fondo di quella che avrebbe dovuto essere la piazza dell’appello, perché era ancora un terreno tutto avvallato, fango. Lui aveva preso questo comando e mi aveva detto di prendere i miei compagni e di farli andare con lui, che lui gridava per farsi credere. Non l’ho mai visto picchiare nessuno, il Georg Godsche. Lui pretendeva che io facessi il suo interprete, ma io volevo fare quello che facevano gli altri. Facevamo questo lavoro, lui era un assoluto inesperto, avevamo montato bene o male questa decouville, si usciva ogni volta dal campo, davanti alle SS annunciando il numero, si andava trecento metri più avanti, dove c’erano questi frantumi di pietre, li caricavamo nei carrelli, li portavamo indietro, avanti ed indietro, questo era il lavoro.

In quel periodo mi ammalai, avevo la febbre, non stavo bene, probabilmente era un’infiltrazione polmonare, come poi pare che abbiano riscontrato, lì intervennero i miei compagni, Dragoni & C., sai che cosa fecero? Noi lavoravamo sulla piazza dell’appello, e nella piazza dell’appello c’erano da un lato delle baracche che erano a quindici o venti metri dal filo spinato, allora mi portavano dietro a queste baracche, dal lato dove c’era il filo spinato, aprivano una delle finestre delle baracche, che era piena di balle di paglia, mi infilavano lì dentro. Io stavo lì fino a che poi venivano a riprendermi, dopo aver guardato bene che non ci fosse nessuno, mi tiravano fuori e ritornavo con loro. Intanto io dovevo andare avanti perché farsi visitare era anche un rischio, perché si poteva essere spediti subito. Intervenne anche qui la fortuna.

Nel momento in cui noi arrivammo nella baracca, ci ammassarono tutti nella prima Stube, era divisa in due stanze e fecero l’appello uno per uno, chiamando il numero, dopodiché si passava dalla porta dall’altra parte e si faceva quello che si voleva. Nel momento in cui arrivai io, che ero come gli altri, rasato, lo scrivano, che era un lussemburghese mi chiese in francese, Dio sa perché, che professione facevo. Dio sa perché, io gli ho risposto in tedesco, dicendogli una bugia, risposi che facevo il ragioniere. Quello mi guardò e non capiva perché mi parlasse in francese e io gli rispondessi in tedesco, così io gli dissi che conoscevo tutti e due. Guardò il mio cartoncino, fece una gran risata e mi disse che non ero un ragioniere, ero un pubblico ministero. Io ero stato zitto perché avevo visto che c’era una sfilza di triangoli verdi, se io andavo a dire che ero un magistrato mi conciavano subito per le feste. Successe l’ira di Dio, disse che avrei visto cosa volesse dire prendere i poveracci e mandarli in galera. Pensa che non ero giudice, ma proprio pubblico ministero, chi mi ha salvato è stato ancora Georg Godsche, che è venuto avanti con la sua autorità di delinquente professionale, ha detto che mi conosceva e che non avevo mai fatto il giudice penale, il che era vero, ma civile. Sai che non mi ha più toccato nessuno per quel motivo lì, per altri motivi sì, sotto quel profilo non ho avuto più nessun fastidio.

Io andai nell’altra stanza e mi venne incontro un perticone tedesco che mi disse se parlavo tedesco, mi feci furbo e gli risposi che parlavo ancora meglio l’inglese, tedesco, francese ed anche un po’ di spagnolo; lo inventavo lo spagnolo ma fa niente. Lui prende il mio numero e mi dicee “Fatto”, e se ne va. Appresi che questo era uno scrivano del blocco uno. Il blocco uno era quello dove c’era la segreteria del campo, con il capo scrivano e tutti gli altri scrivani che gli facevano corona per i lavori del campo. Io andai e ad un certo momento tornai nella mia baracca, ripresi il lavoro come al solito, faticando e tremando per la febbre, finché un giorno, alla fine dell’appello della sera, venne lo scrivano, che era anche lui un lussemburghese, e mi disse che domani dopo l’appello dovevo fermarmi perché mi voleva parlare il capo scrivano, che si chiamava Albert, era un lussemburghese pure lui, ed era un funzionario di un’impresa d’assicurazioni.

Dopo l’appello mi fermai lì davanti ad Albert che incominciò a parlarmi in francese, in tedesco, l’inglese lui non lo conosceva. Alla fine di questo colloquio, mi chiese diverse cose, come avevo imparato il tedesco, poi mi disse che da domani, presente l’altro scrivano, dovevo andare nel blocco 6, di presentarmi allo scrivano e che avrei fatto l’aiuto scrivano. Così fui destinato a questa baracca, il cui capo blocco era una carogna tremenda, un bestione polacco, che mi odiava a morte perché sapeva che ero magistrato, ormai lo sapevano tutti. Ebbi invece la fortuna di trovare uno scrivano che era un prete, Konrad, prete cattolico.

D: Di dove?

R: Il paese preciso non lo so.

D: Nazionalità?

R: Polacca. Arrivai lì e non c’era lo scrivano, quindi quando arrivai mi aggredì subito il capo blocco dicendo che ero scappato dal lavoro. Gli dissi che mi avevano mandato lì come aiuto scrivano, bofonchiò qualcosa di disapprovazione ed andò dentro la sua baracca. Finalmente arrivò Konrad, che era un prete, era un tipo stranissimo, dopo ti dirò anche perché, era una persona civile, colta, mi accolse cordialmente, mi chiese chi fossi, s’informò su di me e poi mi disse che dovevo aiutarlo, che mi avrebbe ammaestrato per quello che era il nostro lavoro ed io l’avrei aiutato. Preparavo il libro per gli appelli, tante altre cosette, sempre mal visto da tutti, tra l’altro in quella baracca c’erano solo due italiani. Appena ebbi la possibilità di farlo, andai a cercarli e mi dissero di tutto, del capo blocco prima di tutto, dei compagni che erano quasi tutti polacchi e russi e che li odiavano a morte. Un inciso, noi italiani eravamo particolarmente mal visti da tutti, anche dai nostri compagni di prigionia. I francesi ci consideravano i traditori, i russi ed i polacchi ci consideravano fascisti, le SS poi non ne parliamo addirittura. Eravamo in genere mal visti da tutti. Questi poveretti erano delle vere e proprie vittime, non so neanche in che squadra lavorassero. Io ho continuato per un po’ di tempo a fare l’aiuto scrivano.

In quel periodo ci sono stati degli episodi tragici. Il primo episodio tragico a cui ho assistito personalmente fu quando, accompagnando gli ammalati all’infermeria, fui chiamato a fare da interprete perché c’era il capo del campo SS, che si chiamava Rimer, non era l’ultimo Ganz, che poi fu mandato via, ed un altro che erano davanti ad un infermiere che stava medicando un uomo italiano, che si era tagliato con la falce due dita, volevano sapere come era successo, lo chiesi a lui e lui rispose che lo avevano mandato insieme ad altri a raccogliere degli arbusti sempre nel bosco dentro al campo, per il gelo della mano non aveva sentito e se le era tagliate. Io ho tradotto letteralmente, ed il capo blocco disse che era un sabotaggio, cioè ferirsi per non lavorare. Era presente anche Magnus, il prigioniero del campo, il quale si mise a berciare che quella gente non la voleva nel suo campo. Per farla breve, questo poveretto fu bendato in qualche maniera, mandato fuori e lì c’erano ad aspettarlo i soliti capi e capetti già istruiti, che a bastonate lo spinsero verso il filo spinato, la SS preavvertita gli sparò due colpi e lo ammazzò. Rimase lì, tornai dopo a rivederlo come senso d’omaggio, non sapevo neanche come si chiamasse, chi fosse, doveva essere un romano. Quello è stato il primo veramente grave episodio, di violenze ne avevo già viste, bastonature.

D: Anche tu ne hai subite?

R: Altroché.

D: In che episodio?

R: Tanto per cominciare, subito all’inizio, quando ero nella baracca appena arrivato, la mattina dovevamo andare a lavarci, io mi sbrigavo a preparare il mio letto apposta per andare fuori a lavarmi, lì c’era un altro spagnolo, perché il capo blocco era uno spagnolo, che mi disse di portarlo a vedere il mio letto, io lo portai e quello mi disse se era fatto bene, giù botte con il tubo di gomma. Era un pretesto perché il letto era perfettamente a posto. Questo è uno, poi ne ho avuti tanti altri, sberle.

Una volta, mentre ero ancora aiuto scrivano, ci fu il capo della Wäscheraum dove c’erano le docce, che mi aveva chiamato per fare dei lavori insieme agli altri aiuti scrivani, io dovevo andare ad accompagnare gli ammalati, e gli dissi che dovevo andare a fare quello, come risposta mi diede una sberla tremenda che mi buttò per terra, mi rialzai e mi diede un’altra sberla dall’altra parte che mi butto di nuovo per terra. Mi azzardai di grosso perché me ne andai dal mio capo blocco, il polacco, il quale evidentemente lusingato perché mi ero rivolto a lui, gli dissi che cosa era successo, che io dovevo andare là, cosa dovevo fare, e mi disse di andare ad accompagnare gli ammalati. So che l’altro era andato lì a protestare, l’aveva liquidato e finì la storia. Questo è uno dei tanti.

Poi potrei raccontartene altre di cose tormentose. Ogni tanto anche come aiuti scrivani ci facevano scaricare dei sacchi di cemento per portarli sul luogo del lavoro, mettevano sulle spalle cinquanta chili, con questi dovevo fare un certo percorso e poi salire una scala fatta a mala pena, con il rischio di farli cadere, farli cadere voleva dire sabotaggio, quindi morte. Questo è un altro degli episodi che ho vissuto. Potrei raccontartene un’infinità di questi, finché non sono arrivato ad essere un vero e proprio scrivano, io sono sempre stato alla mercé di tutti.

D: Nella gallerini non sei mai andato?

R: Sì, sono andato ma poche volte, per fortuna o per disgrazia, non lo so, come sono andato nella Steinbruch giù, sempre occasionalmente perché dopo quei primi quattro o cinque mesi, quando poi fui nominato aiuto scrivano, la mia situazione era ancora precaria, ma era migliorata, nel senso che avevo quel lavoro e bene o male ero tutelato dallo scrivano. Ogni tanto prendevano tutti e via. Una volta, quella fu una scoperta di un capo blocco, aveva nevicato, era l’inverno del 1945, c’era più di un metro di neve, questo qui diede disposizione che tutti gli aiuti scrivani andassero sui tetti delle baracche a tirar giù la neve. Io dovetti insieme agli altri arrampicarmi lì sopra, con il rischio di scivolare, a fare scivolare la neve perché c’era il pericolo che sfondasse le baracche.

D: Il campo rispetto al paese.

R: Era dislocato a qualche chilometro di distanza, quattro chilometri circa. Da alcuni punti del campo si riusciva a vedere qualche casa del paese.

D: Poi tu da aiuto scrivano…

R: Da aiuto scrivano, quando arrivò un trasporto d’ebrei ungheresi, che erano ancora tutti in buone condizioni fisiche…

D: Trasporto che arrivava da dove?

R: Non lo so. Fui incaricato di occupare una nuova baracca e di occuparmene come scrivano questa volta. Mi trovai con questi, ti dirò che all’inizio mi trovai un po’ a disagio, nel senso che loro mi consideravano uno dei capi da trattare con rispetto, mi chiamavano Herr Schreiber, io mi arrabbiavo, dissi che ero come loro, poi riuscii a farglielo capire. Ruppi questa che era la conseguenza delle persecuzioni avute nei secoli. Era un gruppo che era ancora abbastanza sano fisicamente.

Lì ebbi un altro esempio tragico. Il mio primo capo blocco era un polacco, si chiamava Zacroski, era come gli altri, lo manifestò una volta che venne nella baracca a dirmi che un ebreo l’aveva aggredito, mi disse chi, io gli dissi che quello lì aveva il fratello qui e che il fratello mi disse che era un po’ tocco nella testa, gli avrà gesticolato davanti, non voleva aggredirlo, era un po’ matto. Poi dovetti andarmene via per preparare l’appello, quando tornai trovai una macchia di sangue nella stanza dove stavo. Io vivevo con loro, con il capo blocco, in una stanzetta ricavata e stavano lavandola. Chiesi cosa era successo, mi dissero che aveva chiamato gli altri capi blocco polacchi, avevano caricato di botte questo poveretto, gli avevano fratturato la mascella, per cui fu portato in infermeria dove morì, perché lì non erano certo in grado di rimettergliela a posto. Mi ricordo il fratello che piangeva disperato e mi disse che non aveva fatto niente. Gli dissi che l’avevo detto al capo blocco, ma che non aveva voluto intenderlo. Questo è uno dei tanti episodi, ne ho avuti altri che forse non ho neanche scritto nel mio libro.

Sempre come scrivano, ero ormai in un’altra baracca, mi capitò che c’era uno che non so che cosa diavolo avesse fatto, allora il capo blocco diede ordine che fosse messo nella squadra dello Zigeuner. Lo Zigeuner era uno zingaro di una ferocia non comune, proprio feroce, istintivamente lo faceva, io credo, per suo piacere, massacrava tutti. Questo qui tornò la sera da questa squadra, lavoravano alla fognatura, dovevano preparare la fognatura del campo, ritornò ridotto a pezzi. Questo andò dal capo blocco e gli chiese prima di tutto dieci sigarette di compenso per l’opera prestata, poi gli disse che lui aveva cercato di accopparlo, ma che non c’era riuscito perché erano intervenuti i civili e l’avevano bloccato. Anche questo fu poi mandato all’infermeria dove morì. Questo è un altro dei tanti episodi che ho visto con i miei occhi. Questo disgraziato ebbe il coraggio di chiedere le dieci sigarette anche a me come scrivano, ma gliele rifiutai naturalmente, a parte che non ce le avevo neanche.

D: Ad Ebensee c’era in funzione un forno crematorio?

R: Ad un certo momento istituirono il forno crematorio. Prima i morti venivano messi in casse grezze e portati a Mauthausen per essere bruciati. Aumentata la mortalità, costituirono il forno crematorio. Era un forno crematorio in cui c’era anche una cella che avrebbe potuto servire come camera a gas, però non fu mai adoperata. Questo mi risulta di preciso, che non ce n’era bisogno del resto perché morivano in tanti. Era un forno crematorio a capacità ridotta perché mi pare che potesse portare tre cadaveri per volta, uno sopra l’altro, li mettevano dentro e poi bruciavano, ci mettevano un bel po’ di tempo, per cui lo smaltimento era molto lento. Quando poi ci fu la moria generale, quella di migliaia di morti al giorno, dovettero scavare due fosse comuni perché il forno non ce la faceva più.

D: Parlavi di trasporti prima, c’erano degli ungheresi, poi venne un altro trasporto?

R: Ne sono venuti diversi, più di uno, ma quello che fu clamoroso fu quello, era ancora inverno perché c’era ancora la neve, almeno l’inverno di quella zona lì, doveva essere tra febbraio e marzo, erano partiti in 3.000 dal campo di Gross Rosen in Polonia, con un viaggio lunghissimo in vagoni bestiame scoperti, per cui avevano viaggiato portandosi dietro i morti, gli ammalati. Arrivarono al campo in gruppi di cento, il sistema era dividerli in gruppi di cento per facilitare la conta, entrarono nel campo. Furono portati immediatamente in uno spazio dietro le infermerie, c’era ancora uno spazio libero, non occupato da baracche, coperto di neve, furono lasciati lì. Loro arrivarono nel tardo pomeriggio, furono lasciati lì tutta la notte.

Il giorno successivo, a gruppi spogliati completamente, anche loro furono avviati nella baracca della doccia, della disinfestazione, nudi. Da lì venivano avviati a quattro blocchi, di cui uno era il mio, erano stati sgomberati completamente perché la SS, che era Ganz allora, voleva che fossero tra di loro, capi blocco, tutti dovevano essere tra di loro. Io rimasi in questa baracca insieme agli altri tre delle altre tre baracche perché dovevo istruire il mio successore, che poi è venuto anche qui in Italia, a Milano, si chiamava Hausler, è morto libero per fortuna sua. Lui era destinato a sostituirmi, intanto io per un quindici o venti giorni sono rimasto insieme a loro. Era una cosa micidiale. Cosa era successo? Che tutti quelli che erano in condizioni spaventose, ridotti a pezzi, noi li chiamavamo musulmani, erano stati avviati alla quarta baracca, messi lì dentro. Una puzza di cancrena, tutto fradicio.

Lo scrivano, che era un bravo giovane, era lì e mi ricordo che una volta nella Schreibestube, durante la preparazione dell’appello, arrivò Ganz, il capo SS, il quale chiese allo scrivano del blocco, mi pare fosse il 27, come andavano queste morti, lui rispose che ne morivano molti al giorno, ed allora lui disse testualmente “Peccato che il forno non ce la fa più”, infatti, fu l’epoca in cui poi furono scavate quelle fosse perché, come ti ho detto, passavano tutti i giorni davanti a me le slitte, c’era ancora la neve, cariche di cadaveri. Quello che lui aveva ordinato era anche un’altra cosa. Siccome c’era una puzza tremenda di cancrena nella baracca, lui aveva ordinato che fossero tolte tutte le finestre, per cui erano al coperto, nel senso che non pioveva dentro, però al freddo gelato, non solo, ma quelli che potevano stare in piedi dovevano stare per parecchie ore della giornata inquadrati davanti alla baracca sul vialetto. Io mi ricordo che passando di lì vedevi questi poveretti che tremavano. Questo era Ganz. Io potrei andare avanti per delle ore a raccontare quello che…

D: La Liberazione.

R: La Liberazione. Ti dirò che ad un certo momento, faccio un passo indietro, quando ci fu questo sistema degli ebrei, dissi che non volevo avere più incarichi, allora allo scrivano, che era questo lussemburghese, dissi che non volevo fare più lo scrivano, di mandarmi dove volesse, allora mi affidò come aiuto scrivano di un altro scrivano, che era uno dei due altri giudici del campo, era un giudice polacco, si chiamava Taddeus Vesoloski, era uno stangone, alto, un uomo colto, educato, lui era lo scrivano di una baracca. Io andai lì come aiuto scrivano di questo, praticamente facevo poco o niente, mi ero ormai un po’ sistemato. Alla fine dissi che volevo farmi ricoverare.

Andai all’infermeria, andai dal Dottor Derbries, francese, che non si chiamava Derbries, ma si chiamava Dreifuss, era ebreo ed era riuscito a nasconderlo perché era stato arrestato come partigiano, gli dissi che tante volte gli avevo portato dei miei compagni, gli portai Dragoni per esempio che venne da me conciato, l’aveva ricoverato e poi Dragoni divenne infermiere, ed a Derbries dissi che non me la sentivo più di stare in quell’ambiente perché poi ero mal visto dai polacchi, dai russi, ed allora mi trovò una pleuritis sicca, che a quell’epoca non avevo, e mi ricoverò nella stanza dell’infermeria il cui capo stanza chi era? Era Georg Godsche, non ti dico, venne a prendermi, mi portò nella mia cuccetta e lì sono rimasto fino alla Liberazione.

Vengo alla Liberazione. Era il 5 maggio, no, adesso mi confondo. Il 5 maggio è stato a Mauthausen, allora è stato il giorno dopo, il 6. Un gran frastuono, io ero in infermeria, fracasso, rumoreggiare da lontano perché le infermerie erano sul lato opposto dell’ingresso, il campo era lungo quasi un chilometro, ottocento metri circa, novecento, si sentiva vociare “Gli americani”. Allora amen, erano arrivati gli americani, si era sparsa la voce, incominciò ad arrivare lo scrivano dell’infermeria, che venne ad annunciare che il capo blocco dell’infermeria era stato ammazzato, l’avevano ammazzato i prigionieri perché era stata una carogna tremenda, come lo era anche quel periodo lì, tra l’altro aveva picchiato questo scrivano, gliene aveva fatte di tutti i colori, questo venne in giro dappertutto a raccontare che quello era morto, che gli americani erano qui. Da lì c’è stata la Liberazione.

Nella Liberazione è successo l’ira di Dio perché si sono buttati prima di tutto all’assalto dei magazzini viveri, per cui portavano via tutto quello che c’era, la farina dentro il cappello, per cui vedevi per il campo strisce di farina per terra, la seminavano così. Gente che poi è morta per le indigestioni fatte mangiando la farina cruda, erano in condizioni veramente tremende. Il giorno dopo dissi che volevo andare fuori anch’io a vedere, così andai e constatai quello che c’era da constatare, che diversi li avevano accoppati in quattro e quattr’otto. C’era un grande bacino che doveva penso servire in caso d’incendio, abbastanza profondo, dove c’erano tre o quattro cadaveri sul fondo, li avevano sistemati in quattro e quattr’otto. Sempre in quell’epoca lì vidi sempre trasportare davanti alla baracca dove mi trovavo uno trascinato per i piedi, erano due uomini che trascinavano un terzo per i piedi, chiesi chi fosse, mi dissero che era lo zingaro lo Zigeuner. Ti confesso che non ho provato nessuna pietà, l’hanno ammazzato a botte, lo portavano al crematorio perché quello ne aveva ammazzati un’infinità con le sue mani. Ho questa sensazione, di non aver provato proprio niente, che fosse giusto così, tragico che fosse, era giusto così, non poteva essere diversamente.

Una sensazione analoga, non in condizioni così tragiche, l’ho avuta un giorno sempre dopo la Liberazione, in cui incontrai il capo campo numero due, parlo sempre dei prigionieri, non di quelli esterni, che era Lorenz, quello che faceva le esecuzioni, impiccava, era addetto alle impiccagioni pubbliche ma anche private. Uno per esempio lo impiccò attaccandolo ad un abete davanti alla mia baracca, era uno che era scappato, era un delinquente comune, non so cosa disse o cosa avesse fatto, era andato a rifugiarsi nella fossa della latrina, poi l’avevano trovato, lui l’aveva preso e portato lì, l’avevano portato in cima su una scala, gli avevano messo il cappio al collo, avevano tolto la scala ed era rimasto lì appeso. Mi ricordo che, infatti, venne la SS a vedere, Ganz, questo Lorenz gli disse che l’uccellino era lì appeso. Rimase lì per tutta la giornata perché doveva servire come esempio per gli altri. Incontrai questo Lorenz, dopo la Liberazione, seguito da un guardaspalle perché aveva dei buoni motivi per temere. Lui mi conosceva bene perché ero uno scrivano ed ero in quella parte del campo che era affidata a lui, in tono cordiale mi chiese cosa stessi facendo, io gli risposi molto freddamente. C’era con me un mio compagno di prigionia e gli dissi, senza nessun rimorso, che avrei preferito vederlo morto.

Queste sono piccole pennellate, rispecchiano poi quella che era la nostra situazione, la nostra sensazione, eravamo sotto certi profili diventati insensibili. Ti dirò per esempio che quando raccontai al mio scrivano Konrad, agli inizi, il primo episodio, quello d’uccisione del poveretto, io glielo andai a raccontare, smarrito, cosa avessero fatto, lo trovai non dirò freddo o calmo, ma disse che purtroppo nel campo succedevano queste ed altre cose. Si era creata una mentalità per cui vedere ammazzare uno era una cosa normale, come vederlo soggetto a torture. Per esempio mi ricordo di aver visto uno, non so cosa avesse fatto, con le mani legate dietro alla schiena, appeso con le braccia dietro, il che voleva dire lussazione completa degli arti, in modo irrimediabile. Oppure c’era una specie di casottino di più o meno un metro di larghezza, dove mettevano dentro il prigioniero, chiudevano, questo doveva stare lì, non poteva sedersi perché non c’era spazio, pioggia, neve, gelo, freddo, caldo, per lo più si afflosciavano e morivano lì dentro. Questi erano dei sistemi previsti perché l’avevano costruita apposta questa baracchetta qua. Come ho visto quell’altro, lo sapevo già che lo facevano quel lavoro lì, ma l’ho visto con i miei occhi questo poveretto appeso con le braccia dietro, conciate in quella maniera, che puoi immaginarti.

D: Franco, che cos’è un Lager?

R: E’ difficile esprimersi. Lager nella sua etimologia vuol dire un campo, una zona circoscritta da un filo spinato, con dentro delle baracche, in cui stanno i deportati. Questo è niente. E’ un luogo di perdizione, dove non esiste più nulla, non esiste più nessuna morale, nessun principio valido, nessun principio di diritto, di tutela dell’uomo, si compie qualsiasi cosa pur di salvare la pelle. Devo dirlo con dolore, anche tra i miei compagni ci sono stati dei casi di cannibalismo, l’ho constatato io, dentro la mia baracca, ad uno gli avevano tagliato un pezzo di carne da un gluteo, era un morto. Cose di questo genere, per il mangiare si faceva qualsiasi cosa, si vendeva anche l’anima, ammesso che avesse un’importanza. Lo stesso Konrad che era un prete, non l’ho mai visto pregare, ma l’ho visto molte volte chiuso in sé, ho pensato che stesse pregando mentalmente. Non c’era nessun ausilio, qualcuno che ti desse una mano, che ti diceva di farti coraggio, mancava assolutamente. Era un luogo proprio spietato, affidato a persone spietate, che lo facevano per salvare la loro pelle se vuoi. Tutti i capi tedeschi, tutti questi capi, capetti, sotto capi, era tutta gente che, in fin dei conti, si prestava a fare qualsiasi cosa per portare la pelle a casa, triste ma è così. Il quadro è difficile descriverlo, è un quadro che più nero non lo si può descrivere.

D: Dopo la Liberazione, peripezie per tornare a casa?

R: Peripezie no, nel senso che ci siamo trovati in una situazione, il gruppetto di quelli che erano ancora abbastanza validi, tra cui c’ero anch’io, c’era Enzo Ferrari e compagni, c’era Dragoni, avevamo detto che appena ci liberavano noi ce ne andavamo. Conoscendo il tedesco ero in grado di muovermi, sennonché ad un certo momento abbiamo guardato intorno, abbiamo visto i nostri compagni, ignoranti poveretti, senza una conoscenza della lingua, ammalati, ridotti a pelle ed ossa, così abbiamo detto che non li potevamo lasciare lì. Allora abbiamo deciso, salvo qualcuno che se n’è andato per conto suo, tra cui il nipote di Carlo Scorza, a cui avevamo affidato una cassettina di medicinali, di organizzare una baracca per conto nostro. Prendemmo una delle varie baracche, la ripulimmo e tutti quelli che non sapevano dove andare, venivano lì. C’era un gruppo notevole d’italiani divisi in due categorie, quelli che erano ancora in grado di muoversi che facevano la loro vita tranquilli, nei limiti della libertà che era concessa, e poi un altro reparto invece in cui c’erano quelli che erano malati, ma non avevano bisogno di cure vere e proprie, per cui c’era ormai l’ospedale americano che li ricoverava. C’eravamo organizzati, c’era Enzo Ferrari che faceva il cuoco, i viveri li andavamo a prendere nel magazzino.

Passo indietro, il comandante del campo americano, non quello che ci ha liberato perché era andato via, che si chiamava Kepten Schien, era rimasto lì a comandare i reparti, tutta la zona militarizzata che comprendeva anche gli ospedali. Allora appena seppe che c’erano tre giudici, rispetto estremo della giurisdizione nei paesi anglosassoni, li mandò a chiamare. Diede a ciascuno un incarico, uno che era Vesoloski non mi ricordo che incarico gli diede, all’altro gli diede l’incarico dei ragazzi, c’era una baracca di ragazzini.

D: C’erano dei bambini?

R: Sì, erano addirittura tutti in una baracca, quando non servivano per altri scopi ignobili, di cui usufruivano i capi, lavoravano nelle baracche per fare pulizia, facevano quelle che si chiamavano i lavori di stanza, ma non tutti. Erano parecchi, c’era una baracca completa.

Uno di questi tre giudici fu incaricato di dirigere questo. Io fui incaricato dal Kepten Schien, virtù della conoscenza dell’inglese, al magazzino viveri. Il magazzino viveri veniva rifornito giornalmente dal basso perché gli americani andavano, requisivano, portavano su il materiale ed io tutte le mattine ricevevo i delegati dei vari gruppi che mi dicevano tanti, presenti, e distribuivo quello che avevo, di volta in volta. Davo il cibo, poi se lo preparavano loro, ciascuna baracca se lo preparava per conto proprio, infatti, da noi c’era Enzo Ferrari che faceva da mangiare e mangiavano bene. Io quello che avevo lo davo, regolarmente. Questo è stato il primo periodo di liberazione ancora sul campo, che si è protratto per un mese buono, in attesa del trasbordo ad Innsbruck .

Questo trasbordo avvenne poi per mezzo di camion americani. Lì ci fu un’altra tragedia nell’insieme delle tragedie perché purtroppo quelli che erano ammalati non potevano essere trasportati, fu estremamente difficile far comprendere a questi che dovevano rimanere lì, nel loro interesse, per essere curati. Ricordo che uno, non ci fu verso di tenerlo, scappò, arrivò sulla piazza dell’appello, dove c’erano già questi camion carichi, si fece issare anche lui sul camion ed arrivò a Salisburgo, dove facemmo sosta. A Salisburgo fu ricoverato e morì perché era ridotto in condizioni tali. Prima di andarmene feci il giro di tutte le infermerie per trovare tutti. Mi ricordo che andai, un’altra cosa che non dimenticherò mai, in una baracca che era degli infettivi, trovai il maestrino, era un maestro di Sesto S. Giovanni, adesso mi sfugge il nome purtroppo, gli portati qualche cosa, era ridotto male, infatti morì poi lì di tubercolosi. Andai in giro per vedere, per chiedere a questi infermieri americani se c’era qualcuno che poteva ancora venire via. Qualcuno sì, me li indicò, questi tutti contenti si presero il loro straccetto e furono portati a Salisburgo. A Salisburgo ci misero in una caserma dove rimanemmo praticamente due o tre giorni.

D: Croce Rossa Internazionale?

R: No, era arrivata prima una delegazione francese, insieme agli americani, poco tempo dopo. Ho anche delle fotografie di tre che erano lì. Praticamente fecero tutto gli americani.

D: Però a Salisburgo c’era…

R: No, a Salisburgo c’era Monsignore Bicchierai. Lì avvenne un fatto di cui non ho parlato, ma posso parlarne senza fare nomi. Devo fare un piccolo passo indietro. Lì ad Ebensee con noi c’era un nostro compagno, di cui non intendo assolutamente fare il nome, che era certamente un antifascista, ma che era uno strano tipo, usando strano uso un termine eufemistico, riuscì brillantemente a venirne fuori, fino ad un certo punto, perché raccontava un mucchio di storie. Lui raccontava per esempio di essere un capitano di corvetta, vantava questa sua posizione nei confronti degli ufficiali delle SS, soprattutto dell’Ufficiale Medico, che abboccavano perché lì uno diceva di essere il Padre Eterno, chi gli diceva di no. Lui raccontava questa storia, aveva anche il taglio un po’ del militare.

Dopo la Liberazione venne una sera nella baracca dove viveva insieme a noi, quella che avevamo istituito, a dirci che aveva sentito alla radio italiana che era stato promosso contrammiraglio. Inutile dire che erano tutte balle. Io ho avuto poi una piena conferma assoluta, nel senso che fu ricoverato, dopo essere rientrati in Italia, perché affetto da tubercolosi fulminante, infatti, morì in poco tempo in un sanatorio, dove c’erano tra l’altro altri ufficiali, tra cui due ufficiali di marina, ma c’era soprattutto un mio compagno di liceo, avvocato, anche lui ammalato di tubercolosi. Lui mi raccontò questa storia, che anche lì questo disgraziato, non si può dire altro, continuava in questa leggenda, raccontando di essere un ufficiale, ufficiale a rapporto perché era il più alto in grado, li convocava, faceva prediche, cose di questo genere. Capirai, lì c’erano, come ho detto, due ufficiali di marina, si conoscono tutti, hanno chiesto informazioni e hanno scoperto che non era neanche marinaio. Il risultato è che fu cacciato via da questo sanatorio, che era qui su al monte, sempre raccontatomi da questo mio compagno di scuola, che è ancora vivo e che conosco molto bene. Dopo un po’ è ritornato, ha ripreso con quella storia lì. Per fortuna sua, mi dispiace dirlo, è morto perché quello finiva veramente male.

Questo a Salisburgo saltò fuori con una storia del genere perché ci fu uno dei miei compagni che, come io del resto l’avevo capito che era tutto un bluff, l’aveva capito e ad un tenente colonnello, che era un cretino integrale che era lì, gli raccontò questa storia per cui quando questo si fece avanti per andare anche lui a parlare lo cacciò via. Lì fui preso un poco da una sensazione particolare, cioè la sensazione di chi, giusto o non giusto, buono o cattivo, aveva ingiustamente sofferto, allora presi un po’ le difese di quest’uomo, pur sapendo chi era ormai, tanto che Monsignor Bicchierai voleva invitarmi a mangiare con loro, privilegio di quest’etichetta di giudice. Io ringraziai e rifiutai, di fronte ai miei compagni, lo feci anche nei confronti di questo e nei confronti di quell’idiota d’ufficiale, che si era comportato villanamente, senza sapere per altro perché erano voci. Monsignor Bicchierai ad un certo momento siccome venne fuori uno che era quello che aveva organizzato quella specie di campo, di quella loggia a Salisburgo, che era un torinese, anche lui non so quanto raccomandabile, aveva preso posizione contro questo qui. Allora io in presenza di questo gruppo d’italiani, di cui Monsignor Bicchierai, dissi che titolo avevano per giudicarci, e Bicchierai disse che avevo ragione, che non avevano nessun titolo per giudicarci. La cosa finì lì.

Da lì fummo portati, sempre con mezzi degli americani, fino ad Innsbruck. Ad Innsbruck c’era un comitato italiano diretto, non mi ricordo chi era, non l’ho mai saputo il nome, il quale si occupava di fare l’ultima fase del trasporto. Avevano riattato la ferrovia da Innsbruck fino a Bolzano e quindi aveva organizzato questi viaggi. Capitò anche il nostro turno, ci portarono a Bolzano. A Bolzano fummo mandati in una caserma, quartierati, in attesa di essere poi portati alle rispettive destinazioni.

D: A Bolzano ti ricordi dove ti hanno messo?

R: No. Noi eravamo dei poveretti dispersi, non sapevamo niente.

D: Quanto pesavi Franco?

R: A quell’epoca lì pesavo già un pochino di più, quarantadue chili.

D: Ed avevi quanti anni?

R: Avevo ventisette, ventotto anni. Il mio peso normale, già allora, era sui sessantasette, sessantotto chili. La mia acquisizione di scrivano mi aveva dato il grande vantaggio di sfuggire al lavoro pesante, ma di benefici non ne avevo perché le SS mangiavano quello che volevano, ma a me non davano mai niente, io vivevo di quello che vivevano gli altri, né più né meno, avevo il vantaggio di non essere logorato fisicamente, come dieta era quella, salvo due episodi. Una volta, non mi ricordo come, mi furono date delle carote, allora chiamai Enzo Ferrari, che è ancora mio carissimo amico, che era nella mia baracca, gli dissi di mettere insieme quel nostro po’ di salsiccia e di friggere le carote tutto insieme, e che poi ce lo dividevamo, lui fu subito d’accordo, sulla stufa mettemmo questo pentolino con un po’ di margarina, con questo pezzettino di salsiccia e le carote tagliate a fettine. Ci preparammo questo mangiare, ma ti assicuro che non arrivammo neanche ad aspettare che fosse del tutto cotto, ce lo mangiammo così, tutti contenti di averlo mangiato.

Poi c’era Jim Dobroceck , che è un altro capitolo triste, perché lui figurava italiano ma non ha avuto nessun beneficio di quelli che avremmo potuto avere noi, anzi, una volta riuscì a raccapezzare della farina, allora mi mandò a chiamare per fare le palacinche. Fecero queste frittelle, appena impastate con l’acqua e cotte in qualche maniera. Al di fuori di questo e di qualche altro episodio…

D: Franco, cosa ti è rimasto del Lager dentro?

R: Tutto. Io per fortuna ho una forza di carattere notevole, riesco a sotterrare tutto, però ci sono dei momenti, soprattutto sono i momenti d’insonnia, che alla mia età purtroppo sono frequenti, allora riemerge tutto, emergono anche particolari che magari lì per lì non ricordo, ma lì mi vengono fuori tutti. Sono ferite che non si rimarginano.

D: E’ ancora importante, secondo te, che i giovani d’oggi conoscano queste storie?

R: Enormemente importante, anche se è difficile credere che possano rendersi conto di quello che era. Quando io vado nelle scuole e parlo a questi ragazzi, cerco soprattutto di far comprendere loro com’è difficile realizzare la vita di allora, anche a cominciare dal periodo fascista, è difficile far comprendere a loro che non si poteva parlare perché c’era il rischio delle botte, c’era il rischio del padre che perde il lavoro, non le capiscono queste cose, soprattutto oggi che hanno acquisito una capacità di raziocinio formidabile, è veramente difficile fargliela intendere questa situazione. Bisogna farlo io credo, qualche cosa resta io penso, anche che resti poco, qualche cosa deve restare, deve restare come ammonimento per il futuro perché purtroppo gli uomini sono sempre gli stessi, quello che è avvenuto nel passato può verificarsi ancora, inutile farsi illusioni. Basta guardarsi in giro e vedere che cosa succede nel mondo, cose di questo tipo, anche se non così matematicamente organizzate, com’era il nazismo, l’olocausto, si verificano ancora. E’ veramente molto importante.

In quest’opera dovrebbero esserci d’aiuto, lo dico al condizionale, gli insegnanti. Gli insegnanti spesso non le sanno queste cose, ed è comprensibile che non le sappiano perché solo chi le ha vissute sa cosa significano. Il sentirlo raccontare è qualche cosa che sfugge, che sa di barzelletta, se è lecito dirlo, nel senso che chi ascolta dice che sto esagerando, chissà cos’era in realtà. E’ fatale che una persona normale possa ragionare così di fronte a certe vicende, a certi episodi che non sono umanamente concepibili, se non in quell’atmosfera, in quel mondo, con quegli uomini, non può essere altrimenti. Io ho avuto un pugno che mi ha spaccato un dente, perché? Non lo so perché, forse perché non sono rimasto rigidamente sull’attenti e basta. Mi hanno spaccato un dente, che poi ho dovuto farmi togliere perché mi faceva male. Come si fa a far comprendere ad un giovane che oggi è libero, che il professore lo chiama prof, che fa quello che vuole, parla in classe, insomma tutto un mondo diverso. E’ quasi impossibile, è estremamente difficile farlo comprendere, però bisogna farlo lo stesso.

D: Franco, è importante secondo te portare i giovani ad Ebensee?

R: Questo sì, questo è molto istruttivo perché lì toccano con mano, lì vedono. L’impressione visiva è più forte di quella uditiva, di quella di chi racconta. Uno può raccontare nella maniera migliore, più convincente, ma non riuscirà mai a convincere come quando tu arrivi a Mauthausen e gli fai vedere il salto dei paracadutisti, dove buttavano giù gli ebrei a sfracellarsi nella roccia. Questo è importante. Non avrai mai la stessa impressione che hai quando li porti davanti ad un forno crematorio, che in sé per sé era un modo di eliminare dei cadaveri, solo che lì erano moltiplicati perché la molteplicità dei cadaveri era tale che non bastava. Questo è estremamente utile, secondo me, perché lì li immedesimi nel campo, nella classe sono ancora tra di loro, se sono poi tanti, come mi è capitato a Castano Primo, dove sono venuti in duecento circa, ci sono quelli che ridono, scherzano, non la pigliano neanche sul serio, nonostante ciò bisogna farlo. Spero di continuare a farlo, nonostante i guai in cui mi trovo.

D: Trascorsi 53 anni dalla liberazione dei campi, in questi 53 anni le istituzioni italiane, da quella centrale, il Governo, a quelle periferiche, tutte quelle che vuoi, hanno fatto qualcosa per i deportati?

R: E’ stato fatto qualche cosa. Moltissimi anni fa tu sai che è stata stabilita una somma di risarcimento, è un significato simbolico, diciamolo pure, quanto meno c’è quello, ma poi per il resto è stato fatto poco o niente. Io ricordo ancora nei primi anni dopo la Liberazione, di essere stato invitato in casa di alcuni amici che avevano organizzato una specie d’incontro con un apparecchio ricettivo, in cui mi chiesero qual era la mia sensazione, fin da allora dissi che avevo la sensazione che si fosse fatto poco o niente, non per noi, ma soprattutto per gli altri perché tutto ciò che è avvenuto non si ripercuota. Guardando il seguito, guardando quello che succede fino ai giorni nostri è un vero macello, un disastro in cui domina dappertutto la ricerca della posizione sicura, dell’opportunismo, dei dané, come dicono a Milano, e basta.

Ci sono queste istituzioni che ancora resistono e cercano di fare qualche cosa, ma con mezzi molto ridotti. Tra l’altro anche la nostra associazione che, sotto quel profilo lì, si può dire benemerita perché non solo assiste gli ex prigionieri, ma assiste anche i parenti quando ne hanno bisogno e quando ciò è necessario, anche noi ormai siamo quattro gatti, quando saremmo finiti noi, mancheranno i testimoni oculari. Speriamo nell’istituzione di un qualcosa che possa garantire una continuità, però sarà sempre qualcosa di diverso. Una fondazione è in progetto perché un certo giorno finirà la nostra vita, e finirà anche la nostra possibilità di andare in giro a parlare soprattutto ai giovani, diventerà un vero problema.

D: Perdonare sì, ma non dimenticare.

R: Una volta ad una trasmissione televisiva, mi pare di Telenova, ho detto una frase della quale non so se devo pentirmi francamente, mi hanno fatto la stessa domanda, se io perdonavo. Lì non me l’hanno posta in questi termini, non dimenticare ma perdonare, io ho detto che non me la sento di perdonare chi ha preso delle giovani ebree e le ha messe nei postriboli, dove sono morte o per malattia o perché non potessero poi dichiarare quello che avevano fatto, non mi sento di perdonare la gente che ha fatto le atrocità che ho visto coni miei occhi. Sarà una minoranza, sarà quello che volete, ma certo io quelli non me la sento di perdonarli, non posso perché penso che farei un grosso oltraggio a quelli che poveretti sono rimasti là.

Morelli Vittorio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Mi chiamo Morelli Vittorio, sono nato a La Spezia il 6 luglio 1920.

Nel periodo della guerra, io sono anche invalido di guerra, rimasto ferito in Albania, facevo parte della Divisione Acqui, però sono rimasto ferito il secondo giorno di Natale del 1940.

Dopo numerosi interventi chirurgici al braccio sinistro, alla gamba ecc… sono stato poi nel ’43 messo in congedo assoluto, date le mie condizioni fisiche menomate.

Nel 1943, nel marzo del ’43 qui a La Spezia, visto che avevano iniziato i primi bombardamenti, ma non massicci, poi avvenuti nell’aprile, la gente spaventata ha iniziato a sfollare la città, pur rientrando al mattino quelli che erano al lavoro. Poi alla sera ritornavano a casa.

Anche noi dalla stazione dove abitavo in via Paleocapa n.3, siamo sfollati in località Bonviaggio, sempre di La Spezia. Una località sopra Migliarina, bisognava andarci per la strada.

Lì poi sono venuti i grossi bombardamenti dell’aprile che hanno colpito duramente l’arsenale, la città ecc… Noi però eravamo lassù, un po’ al riparo da questi bombardamenti che avevano distrutto in modo molto forte la città di La Spezia.

Per alcuni mesi siamo stati abbastanza discretamente, a parte il fatto degli allarmi continui ecc… Io venivo a lavorare, allora lavoravo con il Comune di La Spezia.

Poi è sopravvenuto l’8 settembre, i tedeschi si sono impadroniti rapidamente della città, anche perché poi la resistenza italiana qui non c’è stata, diciamo la verità. Gli alpini in località Bottania hanno abbandonato tutto e se ne sono andati a casa. La Marina la mattina, se non vado errato, del 9 o 10 settembre è salpata, ad un certo momento non abbiamo più visto nessuna nave da guerra, se ne sono andati. Poi è successo quello che è successo.

Qui nel golfo non c’era più una nave militare.

Noi siamo stati praticamente alla mercé dei tedeschi che si erano impadroniti della città. Impadroniti direi che è proprio la parola giusta. Il valico del Bonviaggio, la Foce. Ricordo che una mattina mi pare intorno al 10 settembre capitai in piazza Verdi, dove sempre qui a La Spezia c’erano i tedeschi nel palazzo delle Poste, esiste tuttora, nelle due scalinate c’erano i tedeschi accucciati per terra con le loro mitragliatrici, con le cose, i cartucceri, però alla popolazione non hanno fatto nulla perché non c’è stata nessuna reazione da parte nostra. Si limitavano soltanto ad osservarci, eventualmente a reagire se avessimo reagito. Ma ciò non è accaduto.

Ho continuato il mio servizio giorno dopo giorno con il Comune, all’Ufficio Censura di giorno.

Poi nel pomeriggio passavo da Migliarina con il tram e mi recavo poi a casa, in questa casa, chiamiamola così, non era veramente proprio una casa ma quasi, di sfollato insieme ad altre famiglie.

Viene però l’8 settembre. Allora cosa succede? L’8 settembre era già venuto, come avevo detto prima. Lì avevano installato anche una stazione di Brigate Nere, le quali mattina e sera controllavano i documenti a tutti. Dovevamo avere la carta d’identità, farla vedere. Oggi c’era uno, domani un altro, e chiedevano continuamente questi documenti.

Va bene, fino a qui non era ancora successo nulla. Se non che prima il primo novembre i repubblichini, cioè i facenti parte della tristemente nota Repubblica Sociale Italiana di Salò, avevano formato queste Formazioni Nere, le cosiddette Brigate Nere, ed in più la Guardia Repubblicana, sempre formazioni fasciste che aiutavano, collaboravano strettamente con i tedeschi ecc…

Il primo novembre del ’44, anzi, alcuni giorni prima, due o tre giorni prima avevano messo dei gran manifesti nella frazione di Migliarina, lì dove io ero sceso dal tram, dovevo poi farmela a piedi fino a Bonviaggio. Avevano messo dei gran manifesti dove dicevano: il giorno primo novembre dalle ore 12 saranno passati per le armi dodici banditi. Alle ore 12.

Ancora prima mettevano anche i bandi, come diceva il mio amico Montefiori, per tutti gli ex appartenenti al Regio Esercito, la Marina, l’Aviazione, dovevano presentarsi entro e non oltre una certa data. Coloro che non si presentavano venivano dichiarati disertori e passibili di passare dal Tribunale Militare di Guerra e passibili anche di fucilazione.

Ma una buona parte di questi non si presentarono, dovettero per forza andare ai monti.

Io da quel lato lì non mi preoccupavo molto perché ero già invalido di guerra, siccome ero ferito gravemente con il braccio in anchilosi, facevo il mio lavoro e…

Fui chiamato una volta insieme ad altri giovani di Bonviaggio se volevo aderire a loro. Dice: “Anche se tu non sei in grado di fare… però potresti sempre collaborare con noi”. Dico: “Guardi, ci penso un po’ sig. Tenente, poi ne riparleremo”. Ma poi non era vero. Ero contrario a loro perché non mi piacevano, avevano certe facce, né i tedeschi, né niente. Io la guerra l’ho già fatta, cosa devo ancora…

Allora il primo novembre insieme con il mio padrino buonanima dice: “Io quasi quasi domani è il 2 novembre e devo andare al cimitero a trovare le mie figlie decedute, però perché non ci andiamo oggi?” Dico: “Va bene, andiamo oggi”. Facciamo la strada del Bonviaggio per recarci a Migliarina e poi proseguire. Dico: “Eugenio, così si chiamava, vedi, siamo qui all’incrocio che là si va a… avevano messo dei manifesti che avevano fucilato della gente, a mezzogiorno ancora non avevano fatto niente però mi sembra che ci sia qualcosa che non va”. Vedo le saracinesche dei negozi mezze abbassate, dico, qualcosa è successo, si è spaventata la gente, le donne…

Abbiamo avuto il coraggio di recarci sul luogo dove hanno fucilato sei partigiani, che il Montefiori li ha conosciuti in carcere. Erano lì distesi per terra, di marmo ormai, il sangue rappreso per terra, e le Brigate Nere erano dentro quella caserma che ridevano, parlavano ad alta voce ed ogni tanto intramezzati da sonore risate, vero?

Però lui, il mio padrino si è avvicinato a questi poveri giovani che avevano i pantaloni da marinaio, barbe incolte da una dozzina di giorni, scalzi. Erano letteralmente tagliati a metà dal fuoco dei mitra. Cioè c’era il vuoto fra la parte superiore del corpo e la parte inferiore. Tagliati, proprio ci passava… Io li ho guardati, poi ad un certo momento il mio padrino che credeva di poter riconoscere qualcuno ha detto “No, andiamo, andiamo”. Lo spettacolo era orribile poverini.

Le finestre intorno tutte chiuse, le persiane… Forse ci sarà stato qualcuno ma non si è fatto vedere. E noi ce ne siamo andati.

Questo, 20 giorni dopo poi il grosso rastrellamento effettuato il giorno 21 novembre a Migliarina, ecco che io come al solito, come me anche tanti altri, dal Bonviaggio siamo venuti… Non si sapeva di questo. Quando arriviamo al … dice: “Un controllo”; un grosso controllo, le Brigate Nere, che bloccano.

Io ho detto, ho pensato, io praticamente sono contrario a loro perché non li posso vedere, però insomma, anche se avessi parlato con qualcuno dove ero sfollato io ad alta voce, ma quello era un antifascista di vecchia data ed io gli davo ragione. Speriamo che non abbia sentito qualcuno, che non mi abbia denunciato.

In sostanza vengo giù ed ho detto: ma, tanto se non è un giorno o l’altro faccio vedere i documenti. Invece due o tre Brigate Nere mi si avvicinano, “Dove va?” “Io vado al lavoro, sono sotto al Comune.” “Vieni un po’ con noi”. Con i mitra puntati…

D: Vittorio, ma questi erano fascisti?

R: Erano Brigate Nere, formazioni di fascisti di allora, sì, erano fascisti. Mi mettono in un vasto cortile dove già ce ne erano parecchi, perché io ero capitato alle otto e loro erano già lì dalle sette e mezzo, perché nelle prime ore del mattino avevano iniziato il famoso rastrellamento, man mano che arrivavano venivano imbottigliati come dei pesci.

Mi portano lì. Mi trovo in mezzo ad una moltitudine di giovani. Siamo qui anche noi, non abbiamo fatto niente. Tutti non avevano fatto niente, erano tutti innocenti. Ci saranno stati dei partigiani veri, però i più erano presi, anche quelli di una certa età avevano preso.

Anzi, lì debbo dire l’episodio, un signore di una certa età, avrà avuto allora quarantacinque anni, era stato fascista fino alla caduta del fascismo. Il quale, eravamo vicini ad un muro che dava sui campi, sempre lì alla Flage, dove ci avevano tutti sistemati in quel modo. Disse: “Io sono stato fascista fino ad ieri l’altro, loro lo sanno, a voi forse non vi fanno niente perché risulta che… però a me mi pestano bene e poi non so che fine farò. Se qualcuno mi dà una mano… Se mi vedono mi sparano. Io tento il tutto per tutto”.

Bene, aiutato da alcuni presenti, io non l’ho potuto aiutare per via del braccio, l’hanno aiutato a salire, lui è salito ed è poi scappato per i campi. Cosa che poi mi ha ripetuto quando finita la guerra lo rincontrai. Dice: “Guardi, sono fuggito, ho fatto avvertire a casa che io sono riuscito a fuggire”. Va bene, fino a lì questa persona è scampata alla morte.

Noi poi ad uno ci hanno riportato sempre lì alla Flage in una vasta stanza in cui erano sedute parecchie persone, tutti in borghese. Anche persone di fascisti di provata fede, ma erano in borghese con la camicia nera. In piedi c’era il capitano delle SS italiane Battisti, trentino di nascita, che era stato Ufficiale dell’Esercito, ma dopo l’8 settembre si era naturalmente subito arruolato di là con le SS, ed era questore di La Spezia. Un boccione aveva, il quale prendeva i nostri documenti, a me ha detto, aveva già la carta d’identità che ci avevano requisito subito all’entrata, mi ha chiesto come mi chiamavo, ho detto Morelli Vittorio. Lui dice: “Morelli Vittorio, abitante in via Bonviaggio…” Però guardava poi tutti quei signori che ormai sapevano come si dovevano comportare, ed hanno fatto cenno con la testa che non mi riconoscevano, come infatti era vero.

Però un giovane di bassa statura, un certo Capitani, che poi ho saputo dopo che si chiamava Capitani, fa al capitano, dice: “Sì, ma lo conosco io di vista”. Dice: “Lo vedevo prendere il filobus al mattino, al pomeriggio”. Dico: “Sì, perché mi reco al lavoro, io sono impiegato al Comune, vado e vengo e poi vado a casa”.

Però ad un cenno particolare, che tra di loro si intendevano, ha fatto un cenno in cui invece di lasciarmi uscire, come qualcuno usciva anche anziano ecc… mi ha fatto accomodare di nuovo in una stanza sempre li alla Flage, dove praticamente c’era ancora molta gente nel cortile, ma io e tanti altri che ho trovato già nella… ci avevano messi lì da una parte.

Lì ci siamo stati tutta la mattina fino addirittura alle due e mezzo del pomeriggio. Per fortuna uno che non conoscevo ma che era di Migliarina, un certo Gianardi Oriente, dato che era venuta una sua sorella a trovarlo, non so come abbia fatto a passare, dice: “Guarda abbiamo fame, ho fame, portami qualche cosa”. Allora questa sorella poverina ci ha portato una marola di pane grossa con due uova fritte, bianco e rosso naturalmente, in mezzo. Ebbene, quest’uomo ha fatto un po’ come il Nostro Signore, ha spezzato il pane e ne ha dato metà a me. Non ha potuto darlo a tutti perché ci guardavano ma abbiamo mangiato io e lui.

Verso le ore due e mezza circa, tre meno un quarto, si apre il cancello della Flage, entrano due camion venuti per prenderci. Ci hanno fatti salire sui camion e poi, lo chiamavano Comandante, ma io so che è stato prima autista del Vescovo di allora di La Spezia, e poi successivamente del Federale di La Spezia Avvocato Enzo Toraca, ed era Aurelio Gallo, un tipo sornione, veneto, parlava poco, guardava di traverso anche quando ancora non era successo niente.

Bene, era assunto a torturatore che i partigiani che prendevano li portavano nell’ex Caserma del 21°, a La Spezia, e li torturava con dei sistemi medievali. Mettevano le cose elettriche, sotto le unghie… Insomma, li torturava per farli parlare.

Bene, quel giorno lì venne lui. Non aveva gradi, aveva i pantaloni alla cavallerizza neri, con gli stivaloni, un giaccone di pelle nero, un berretto quasi da autista ma senza fregi. Lo chiamavano, qualcuno dice: “Comandante, noi non abbiamo fatto nulla.” Tutti quelli che erano sul camion. Ci hanno preso.

Allora lui disse, lo ricordo sempre, “Per questo dovete ringraziare quelli che voi chiamate patrioti, che si sono infiltrati qui in città. Noi avremo modo di appurare se siete innocenti o meno. Comunque adesso vi portiamo via. Se uno non ha fatto nulla non avete da temere.”

Noi ormai eravamo lì, il primo camion esce dalla Flage, percorre via Fonte Vivo di fronte al carcere, e poi giù in città, piazza Verdi, salita, c’è una salita, e siamo finiti in via XX Settembre sempre qui a La Spezia, e poi ad un certo punto c’era una Caserma delle Brigate Nere. Si sono fermati un po’.

Ricordo che le Brigate Nere erano proprio dei barbut, quasi tutti barbut con il mitra sulla spalla. Uno di loro, di quelli di questa stazione delle Brigate Nere, disse all’autista: “Oggi l’avete fatta una bella retata”, disse. Noi eravamo lì.

Poi giù dopo poco ci hanno portati alla vecchia Caserma del 21° Fanteria, e di lì messi nelle varie celle. Io ero attiguo a quella dei sacerdoti, avevano arrestato numerosi sacerdoti, don Mori e tanti altri. C’era persino il cappellano della Milizia, don Pieroni, che disse una mattina di quei tre giorni che ci siamo stati, disse: “Dopo 16 anni di milizia questo è il premio”. Era cappellano della Milizia, figuratevi, era stato in Africa, la Campagna d’Africa. Avevano arrestato anche lui. Bene.

Noi siamo stati tre giorni. Ci hanno interrogati anche i tedeschi che erano SS, “Ma come mai voi altri?” “Noi non abbiamo fatto nulla, ci hanno preso…” Uno alla volta ci prendevano… Io sono impiegato lì al Comune, potete chiederlo, c’è anche della gente che prima era nell’esercito ed adesso sono passati nella milizia perché è cambiata… Ma loro si figuri se andavano a chiedere, ormai eravamo lì nelle loro mani.

Al terzo giorno… In cella io mi sono trovato con molta gente, in una cella dove ci si stava in quattro o cinque eravamo una decina. C’era il tavolaccio dove una volta mettevano i militari puniti, un po’ in pendenza. Ricordo un particolare, quelle scatole di salsa vuote che una volta si prendeva la salsa ad etti, era vuota, ed era piena, scusate il termine, di urina, che poi dopo che era pieno colava tutto per terra. Lì poi ci chiudevano dentro per ore ed ore.

Ho provato anche a sdraiarmi ad un certo momento, hanno detto: “Noi ci siamo un po’ riposati, vacci anche tu”. Ci sono andato ma si figuri, duro come non so che cosa. Siamo stati tre giorni in quelle condizioni lì.

Alla sera del terzo giorno ci hanno ricaricato sui camion, e nel piazzale ricordo che c’erano tutti quegli ufficiali della Guardia Repubblicana in stivaloni lucidi, tutte divise perfette, che ci osservavano incuriositi mentre ci facevano salire sui camion. Poi hanno aperto le porte del cancello e via, per il lungo viale che conduce poi al lungo mare, per portarci al cosiddetto Molo Pirelli.

Ma nel momento dell’uscita le donne di Migliarina e di Bonviaggio ecc.. tra le quali mia madre erano tenute a distanza dal cancello, però… “I nostri ragazzi…” “Vittorio…”. Qualcuno mi ha detto: “Guarda che c’è anche tua mamma”. Hanno riconosciuto le sorelle, le mamme, e qualcuno è riuscito a riconoscere. Io impietrito dal dolore, il cuore mi si era impietrito, anziché guardare verso la mamma mi sono afflosciato con il cappotto che avevo nel camion, e non l’ho voluta vedere. Poteva essere l’ultima volta.

Dopo di che siamo andati al Molo Pirelli, ci hanno scaricati, e lì c’erano ad aspettarci le bettoline che ci portavano a Genova. C’erano ad attenderci quattro o cinque soldati tedeschi, forse della Wermacht, quelli lì, erano seduti su delle latte vuote a modo di sgabello e ci hanno indicato gli oblò che ci dovevamo… Infatti uno alla volta, due alla volta o tre. Io ho detto a qualcuno: “Aiutatemi”, perché con questo braccio bisognava andare giù e… “Va bene, non ti preoccupare che ci pensiamo noi”.

Però nel frattempo i fascisti che ci accompagnavano, i soldati tedeschi si erano limitati inizialmente a dire, ad indicarci di calarci giù. Uno dice: “Badoglio, traditore, Badoglio, traditore”. Allora quelli lì con queste parole si sono rimboccati le maniche ed hanno incominciato a darci calci nel sedere, spinte, ci hanno brutalmente fatto… non so come ho fatto a non farmi male.

Dopo di che, dopo ore ed ore di navigazione si sentiva qualche colpo di mitragliatrice, non so cosa avevano visto durante la traversata, che era di sera, di notte.

Siamo arrivati a Genova che abbiamo, scusate il termine, rimesso tutto. C’era un lago per terra nella bettolina che faceva paura.

Quei soldati che ci accompagnavano, tedeschi e fascisti, hanno detto: “Ci sono tra voi…” Ci avevano messo così, a modo di corona lì, eravamo ormai fermi, arrivati al molo di Genova. “Ci sono tra voi professionisti, avvocati?” “Io sono professore”. Quell’altro dice: “Io sono ingegnere”. “Io sono avvocato”. Bene, bene, mi fa piacere. Disse: “Allora a questi signori qui date una ramazza, devono…” Allora noi, parecchi di noi si erano… Dice: “Sono anche anziani…” “No, lo devono fare loro”.

Poi tra l’altro ricordo benissimo che sono venuti due militari della Monterosa, Alpini della Monterosa. Uno era un po’ più anziano, era Sergente Maggiore, e l’altro era Caporale Maggiore. I quali si sono rivolti anche a noi, e parlando bonariamente, diciamo così, tra virgolette, dicono: “Cosa avete fatto?” “Non abbiamo fatto niente”. Tutti innocenti naturalmente, anche se lì per lì… Però poi un uomo anziano di circa cinquantasei anni dice: “Io ero Commissario di… Sicurezza al Canaletto”, sempre una località prospiciente il golfo a La Spezia. Dice: “Chissà quanti schiaffi hai dato alla gente”. Dice: “Io ho cercato di essere sempre umano”. “Ma aspettavi gli americani…”. Gli ha mollato due schiaffi a questa persona anziana, ma secchi, i quali risuonavano in quel momento sinistramente. Noi si stava tutti zitti.

Poi un altro l’hanno preso in divisa di Tenente della Sanità. Un bonaccione, faccia bianca e rossa che attualmente l’ospedale porta il suo nome al reparto infettivi. Non è più tornato dal campo di sterminio di Mauthausen. Gli disse: “Anche tu aspettavi gli americani?” Dice: “Io veramente cercavo di fare del bene alla gente che si sentiva male, non ho guardato niente.” “Ah sì?” e lì hanno schiaffeggiato queste due persone.

Dopo di che, per farla breve, intanto nel frattempo hanno fatto ripulire per bene a tutti questi signori che erano ingegneri, avvocati, professori ecc…

Dopo di che all’uscita dal bettolino c’era già la Brigata Nera di Genova schierata in due file, con quelle lampade a torcia, come si suole dire oggi, che ci aspettava. Ci hanno fatto salire su dei camion coperti con dei teloni, e ricordo che io dovevo salire su uno dei tanti camion che erano lì a nostra disposizione. Forse uno sporgeva un po’ con la schiena e formava come una gobba. Allora uno da terra delle Brigate Nere con il mitra gli ha dato una cassata di mitra. Un urlo che non le dico perché gli ha fatto anche male a questo disgraziato qui.

Poi ci hanno portato a Marassi. A Marassi ci hanno assegnato ai vari reparti, io ero nella quarta sezione, e mi trovavo in cima ad altri due, uno ero un ex Sott’ufficiale di Marina giovane, che avrà avuto intorno ai ventitre, ventiquattro anni. Io avevo ventiquattro anni e lui ne avrà avuti ventitre, ventiquattro. Un altro di venti anni, suo fratello commerciante, con un negozio vicino alla nostra Pubblica Assistenza in via Priori che ora ha cessato. Quello lì era il fratello, che è morto anche lui a Mauthausen, non è più venuto a casa. È morto si può dire tra le braccia del papà a guerra finita. Il campo è stato liberato dai russi, mio figlio ha avuto la forza di guardarmi negli occhi e mi è morto tra le braccia. Poi è riuscito a portarlo a casa, a tumularlo nella tomba di famiglia.

Bene, ero con queste due persone qui. I quali erano sfiduciati. Lì in carcere pervenivano anche delle notizie dal di fuori, dicevano che i russi avanzavano sul fronte est, che avevano occupato parte della Polonia, che erano alle porte di Varsavia. Ma tutti sappiamo che poi il Maresciallo Stalin aveva dato ordine di fermarsi ad un certo momento. Ma loro dicevano: “Fanno a tempo, purtroppo, a portarci via e ad ammazzarci ancora tutti.

L’altro dei due invece diceva: “Ma no, speriamo bene, la guerra non potrebbe durare…”. Io ero lì con loro, con questi due.

Da mangiare erano soltanto due buoni sfilatini di pane, ma una volta al giorno, e ci davano da mangiare torsoli di cavolo senza pasta, senza nulla. Poi quel poco di condimento che galleggiava sopra questa brodaglia di cavoli, di torsi di cavoli, se lo scremavano e lo portavano via i carcerieri che erano di ruolo per portarselo a casa, perché mancava il condimento. A noi praticamente acqua sporca. Di buono ripeto, c’erano quei due fili di pane che noi divoravamo all’istante, dopo di che fino all’indomani non si mangiava più.

Ad un certo momento mi hanno fatto un interrogatorio. Poi ero andato giù, mangiavo di appetito, mangiando così poco ero rimasto debilitato. Noi ci siamo stati sessanta giorni, dal 24 novembre del ’44 fino al 31 gennaio del ’45, sessantanove giorni.

Mi hanno interrogato. Ma nell’uscire in quel momento non mi avevano ancora picchiato, un mancamento, diciamo un giramento di testa forse, sono caduto battendo violentemente la testa, la fronte. Lì mi è venuta un’emorragia oculare. Tutto il sangue negli occhi. Io ho fatto così… prima tutta nebbia e poi non ho più visto niente. Lì mi è venuto poi male, mi hanno portato…

Allora cosa è successo? Che da lì mi aveva assistito nei primi giorni anche la buonanima del nostro caro compagno Bettacini, che poi è morto poverino. Però quando mi è successa quella disgrazia lì mi hanno cambiato, dalla Quarta Sezione mi hanno passato al piano terreno in un altro stanzone, perché poi me l’ha descritto uno che era lì con loro. Dico: “Ma come è questa?” . Guardi, non c’è come quando uno perde la vista che si acuisce l’udito, e poi si chiedono tante cose. Con quello lì mi confidavo perché avevo una paura addosso. Dice: “Ma io non ho fatto nulla. Loro sono stati catturati in combattimento, dimostrano molto coraggio, ma io ho tanta paura. Ho tanta paura perché qui hanno già fucilato cinquantanove persone al Passo del Turchino tre mesi fa”, diceva. Non è escluso, se ammazzano qualche tedesco ci ammazzano a noi, ne prendono dieci di noi. Non ci rendiamo conto.

Dico: “Altroché se ci rendiamo conto, ma cosa dobbiamo fare?”

Bene, con questo Angiolino, si chiamava, aveva una paura… Ed era lì ad assistere noi, ma detenuto anche lui.

Bene, lì in questa Quarta Sezione mi sono trovato a contatto con tre ragazzi, uno di diciannove anni, uno di Savona di ventidue e poi l’altro di venti di Genova, i quali li avevano catturati in combattimento, poi rimasti feriti li avevano ricoverati al San Martino di Genova, ed in quell’occasione le famose crocerossine che c’erano in tempo di guerra, ne so qualcosa io quando ero stato ricoverato ferito ad Ancona ed a Bologna, erano lì intorno a noi, mi avevano lavato…

Allora c’erano ancora le crocerossine che facevano però parte della Repubblica Sociale. Nel passare accanto a loro dicevano coraggio. Poi erano anche piantonate da militi fascisti, questi tre ragazzi qui.

Ad un certo momento, questo me l’ha raccontato uno di loro, hanno detto: “Coraggio ragazzi, i camerati, fatevi coraggio”. Allora lui ha detto: “Non siamo camerati, siamo partigiani”. Aver visto la smorfia di questa donna, che però poi è proseguita. Poi li avevano portati lì e li tenevano si può dire come ostaggi.

Ecco, ritorniamo poi alle cose pratiche. Io avevo bisogno di andare anche alla toilette, chi è che è venuto in mio soccorso, che mi ha aiutato tante volte? Lui, il Montefiori Aldo che aveva la mansione di scopino, aveva il modo di poter girare nei corridoi. “Caro Vittorio” dice “ti aiuto io, quando hai bisogno io vengo”. Veniva e mi accompagnava alla toilette, poi mi veniva a riprendere, e così via.

Naturalmente provvedeva anche alla mia pulizia, poverino, perché lì cosa vuole, la roba che arrivava da fuori era poca. Avevano il coraggio di chiamare quando arrivava qualcosa, magari in un altro corridoio, risultava naturalmente assente ed allora gli fregavano tutto. Quando chiamavano quello non rispondeva perché non c’era.

Io ho ricevuto sì e no due paia di calze.

D: Vittorio, dopo più di sessanta giorni di carcere lì a Marassi..

R: Settanta giorni.

D: Settanta giorni, ti hanno portato a Bolzano.

R: Sì, ma non è finita. Non è finita. Io da cieco ero lì con questi poveri ragazzi che hanno dimostrato… Tre di loro ed altri diciassette fanno parte dei martiri di Cremasco di Genova. Sono stati prelevati, costoro, questi tre insieme agli altri, la notte dopo San Giuseppe, perché avevano ucciso due tedeschi in città e ne hanno prelevati dieci, tra i quali quei tre lì.

Li hanno portati via e li hanno fucilati, questi poveri figlioli. Ricordo che pieni di bontà anche verso di me a Natale mia mamma sì che era venuta… a piedi… Dice: “Ti aveva portato anche un bel dolce, ma il dolce se lo sono mangiati loro perché io non ho ricevuto niente”.

Ebbene, loro avevano ricevuto dei ravioli e li hanno per così dire distribuiti un po’ a tutti noi che eravamo lì dentro.

Ritorniamo indietro. Per una settimana… In seguito al fatto che io avevo perso la vista. Mi chiamano le SS tedesche, praticamente i padroni del carcere erano loro, di fascisti ne esistevano uno o due. Mi chiamano e dicono… “L’hanno picchiata?” Dico: “No”. Anche se mi avessero picchiato bisognava dire di no. dico: “Per la verità ho subito l’interrogatorio ma praticamente mi è venuto male dalla debolezza, e sono caduto a terra.

Nel frattempo quando mi ha chiamato c’era già l’oculista che veniva da Genova, il quale mi ha visitato con degli strumenti, ricordo che mi ha fatto alzare le dita come fanno loro, poi visitato bene gli occhi, per bene. Dice: “Purtroppo è un’emorragia oculare, non si può neanche dire che al paziente qui possa ritornare la vista domani o dopo domani, può andare anche alla lunga, può durare dei mesi. Speriamo che non duri degli anni, ma non è messo bene”.

Allora loro avevano preso una decisione, cioè di rimandarmi a casa. In quella settimana che io credevo di andare a casa, purtroppo in quelle condizioni lì la mamma mi avrebbe aperto le braccia lo stesso, ma ero in quelle condizioni lì, ecco che proprio dopo una settimana circa mi viene il Brigadiere Morelli, che si chiamava come me ma che non eravamo affatto parenti, assolutamente. So che mi dava del lei, ed era anche un picchiatore quello lì, ma con me… poi in quelle condizioni. Mi ha detto: “Ti vuole il capitano Battisti, ti vuole dire qualche cosa”. Io mi sono alzato, mi hanno aiutato ad alzarmi che ero seduto, e mi ha portato in una stanza.

Ricordo che, ripeto, l’udito si era acuito lì, ho sentito che… praticamente avevo l’impressione che ci fosse solo lui… Mi ha detto: “Ma lei non è mica il figlio di Morelli dei tram?” Dico: “Sì Brigadiere, perché lo conosceva?” “Sì, perché io ero bigliettaio”.

Dopo un cinque minuti di questo discorso, io credo che ci sia stato solo lui, ecco che sento uno scalpiccio di passi ed entrava, perché poi era lui che ha parlato, è entrato il capitano Battisti, che poi tra l’altro era questore fascista di La Spezia in quel periodo.

Dice: “Ma in un primo tempo hai fatto il tuo dovere ed ora no?” dico: “Cosa devo fare in queste condizioni, ho una gamba che cammina male.” Dice: “Basta, poche parole, dimmi chi ti ha introdotto al comitato di…” ed ha fatto diversi nomi. Dico: “Ma non conosco nessuno io, non so nulla. Se devo dire un nome che me lo fate dire voi non è vero, io non li conosco.”

Quello a forza di ripetere… alla fine ha detto va bene, tralasciamo che tanto tu c’eri.

Poi mentre ero lì hanno fatto entrare, perché si è sentito lo scalpiccio di numerose persone, delle persone dietro che parlavano… Dice “Lo conosceva questo?” “No”. Dice: “Dottor Campodonico”, c’era anche Campodonico, pover’uomo, che anche lui era stato pestato prima, “Lo conosceva?” Dice: “No”. Don Stretti, il famoso sacerdote… “Sì, lo conosco io, c’era al comitato”. Io mi giro, anche da cieco, dico: “Ma come fa a dire così che non è vero?” “Carogna, vedi?”, con quel vocione che aveva, “Vedi? Innocente, lo si mandava a casa questo, anche se è in queste condizioni ma…” Poi un altro ha detto: “Sì, lo vedevo io lì alle riunioni.” Insomma, su quattro due no e due sì.

Allora poi quelli lì li hanno fatti allontanare, ho sentito che si allontanavano.

“Perdo la pazienza, mi vuoi dire?” Poi sentivo che sfogliava. Dice: “Allora hai partecipato a delle azioni contro le forze italo-tedesche?” Non le chiamavano tedesche, germaniche, italo-germaniche in località.. Queste località della provincia, ha citato numerose località. Dico: “No”.

“Allora eri qui?” “No”. dice… Mi è toccato dire: “Sì, ero lì.” Perché poi l’ho detto dopo, perché lui ad un certo momento.. perdo la pazienza ed è stato zitto per un mezzo minuto, un minuto non ha detto più niente. Tutto ad un tratto io ero lì fermo, senza vedere, mi è arrivato un ceffone, un manrovescio con quelle manone che aveva lui. Mamma mia… “Carogna” dice, “allora ti vuoi decidere a dire dove hai partecipato a delle azioni?” Insomma, alla fine del discorso, dopo che ho detto due o tre località, perché poi avevo già saputo che ci massacravano di botte, la morte del Dottor Valenti, del domenicano Padre Pio che con la tonaca bianca e nera e la parte bianca era rossa. Era come una specie di Bud Spencer quell’uomo, robusto, ma gli hanno fracassato anche delle sedie sulla tesa. L’hanno tramortito. Noi avevamo già recepito queste.

Dice: “E’ inutile che continuate a negare, loro vogliono le vostre confessioni e nient’altro, poi vi lasciano…”

Prima di dire sì mi ha gonfiato la faccia di schiaffi, ma di quegli schiaffoni che mi hanno fatto venire una faccia che per una settimana in cella mi faceva sempre male.

Poi però ha fatto anche un’altra cosa. Io avevo l’impressione che mi uccidesse, avendo fatto il militare. Sai cosa faceva? Con la sua arma di ordinanza, io l’avevo vista quando mi aveva preso la carta d’identità all’inizio che mi avevano arrestato, aveva un pistolone da una parte a tamburo. Aveva tolto le cartucce dal tamburo ma io cosa ne sapevo? Ho detto “Mi ammazza, signor capitano mi ammazza, muoio innocente”. Lui zitto. Aveva tolto tutte le cartucce dal tamburo per picchiarmi con la parte metallica nelle mani. Perché istintivamente con questa con ci arrivo, ma con quell’altra cercavo di difendermi. Dopo che mi aveva dato lo schiaffo mi difendevo, oppure lo facevo anche prima che me ne desse un altro.

Allora lui mi picchiava… Insomma, mi aveva fatto venire delle mani gonfie come palloni, e la faccia le dico… Tanto è vero che quei tre fucilati di Chiaravasco, dopo che mi hanno… dice: “Morelli l’hanno pistou” in genovese, “Guarda che faccia, guarda che mani”.

Da lì altro che a casa, mi hanno riportato in cella.

Ma poi cosa è successo? Che mi avevano fatto firmare i verbali con la croce, mi ha fatto richiamare per mettere una firma… anche se l’ho messa male ma mi ha fatto firmare nome e cognome, come se ci vedessi, ma non vedevo niente. Anche quello.

Poi cosa è successo? Sono stato lì con quei poverini fino all’ultimo, poveracci, facevano anche dei nomi dei capi della resistenza di Genova, hanno nominato Taviani, hanno nominato il professore tal dei tali, il Cardinale, parlavano, ma io non li conoscevo. Taviani era professore in camicia nera, anche se mi sentono è la verità, a palazzo degli Studi al tempo del fascio. Però poi è uno dei capi stimati della resistenza, qui non c’è nulla da dire. A quell’epoca erano tutti fascisti, fuori che Perotti però, il professor Perotti ha perso il posto ma non ha mai aderito al fascio. Si è trovato in Germania durante la notte dei cristalli, che poi ha scritto quel bel libro.

Comunque a Genova hanno fatto dei nomi, ma eravamo tra di noi che tutto è rimasto lì.

Dopo la sera del 31 dicembre hanno fatto un grosso appello, ci hanno portati tutti in fondo al carcere dove c’era un grosso salone, ed hanno chiamato tutti i nomi di quelli che erano stati arrestati a La Spezia. Ricordo che avevano fatto il nome Linari Achille, presente, Linari Ettore, presente, e poi tanti altri nomi che ora mi sfuggono, e che purtroppo… Anche quei due che erano con me, Boni e quell’altro, Corticelli, li hanno chiamati anche loro e sono partiti prima di noi. Li hanno portati in Germania e sono morti.

Noi invece siamo rimasti lì ancora, dopo averci riportato in cella, dopo quell’appello, e siamo rimasti lì fino al 31 dicembre del 1944. Va bene?

La notte tra il 31 dicembre o il mattino del primo febbraio ci hanno fatti uscire, naturalmente ammanettati due alla volta. Il tedesco ricordo che mi ha ammanettato con Torraca Franco, mi ha detto: “Ammanettare così guidare lui” ha detto a me. Ha visto che sono cieco. Per dire ti ammanettiamo, ti potremmo lasciare anche così, però ti ammanettiamo perché ti guidi lui a salire, a scendere. Mi hanno aiutato poi a salire su dei torpedoni. Hanno fatto varie tappe, siamo passati in mezzo alla neve a quell’epoca lì, anche a fare un po’ d’acqua fuori, uno di qua, uno di là, insomma…

Poi ci hanno portato a San Vittore a Milano. Abbiamo oltrepassato il famoso portone di San Vittore e siamo andati su nelle celle. Qui ci hanno rincuorato i carcerieri, hanno detto: “Ragazzi, dovrebbe finire presto, fatevi coraggio.” Ci hanno dato una bella scodella di riso, non so se avevamo la gabella noi o ce l’hanno fornita loro. Abbiamo mangiato.

Sempre rincuorandoci i carcerieri di Milano ci hanno trattato bene.

Dopo di che è proseguito per Bolzano. Siamo arrivati alla mattina del 2 febbraio. Naturalmente la spedizione che era partita il giorno prima, quel giorno lì ci hanno lasciato fuori dai blocchi per tutto il giorno nudi. Ricordo che c’erano anche i frati tutti nudi, poverini, ma lì non ci si faceva caso per niente.

Ci hanno lasciati nudi nel piazzale. Si tremava dal freddo ma va bene così. Qualcuno era caduto anche per terra. Questo me l’hanno detto perché… Dice: “Ma sai che è caduta della gente anziana che non ce la faceva più?” “Io non lo so”, dico, “se cado o se sto diritto non lo so”. Perché poi hanno disinfettato tutti i vari blocchi, specialmente i due blocchi politici, il D dove c’era Perotti ed il blocco E dove siamo andati ad infilarci noi.

Poi ci hanno messo dentro ai blocchi, ammassati come acciughe che non ne parliamo. Sporcizia. Anche se avevano disinfettato ma dopo poco i pidocchi la facevano da padroni. Tanto è vero che vicino a me c’era il professor Pardi, Ugo Pardi, e l’ingegner Del Chicca che erano amici, proprio vicini a me, i quali uno non ci vedeva, credo che il professor Pardi ci vedesse poco o niente, io addirittura ero cieco, e l’altro dice… “Ma non hai trovato Terenzio tu?” Dice: “Io ne ho contati duecentodue oggi” di pidocchi. Con quello che si mangiava, una volta al giorno… dice: “Io ne ho contati appena centonovantasette” di pidocchi. Schiacciavano…

D: Vittorio, ti ricordi il tuo numero di immatricolazione di Bolzano?

R: Sì, 9044.

D: Ecco, parlaci un attimo del campo di Bolzano, Vittorio.

R: Dunque, anche se io non ci vedevo, ma diciamo mi informavo. Cercavo di informarmi da chi mi aiutava. Dicevo: “Ma chi c’è qui nel campo?” Dice: “Se tu potessi vedere c’è tanta gente, ci sono gli ebrei, le donne ebree che le abbiamo qui vicine” diceva, “poi ci sono anche dei vecchi, proprio stamattina ne ho visto uno.” Ma adesso non so se era Aldo che me lo diceva o qualcun altro che si era preso in quel momento lì… Forse Aldo… Dice: “Ho visto un vecchio alto, anche vestito abbastanza bene, con le ghette”. Dice: “Ma lo sai, siccome la propaganda fascista li faceva vedere con il naso adunco l’ho visto un po’ di profilo ed aveva veramente il naso adunco come lo faceva vedere la propaganda, con le ghette”. “Poi ci sono dei bambini piccoli”. Dico: “Hanno preso anche i bambini?” “Sì, perché sono figli degli ebrei ed allora bambini piccoli, donne di qualsiasi età ed anche uomini anziani o giovani, purché siano ebrei li prendono”.

Loro sprezzantemente li chiamavano judei.

Poi c’era la signora Ida di Bolzano, una signora alta che poi l’ho conosciuta dopo a Bolzano nell’86, ed il professor Ferrari in infermeria, che mi ha fatto anche delle punture per gli occhi, mi avevano visitato. Fatto numerose punture a più riprese per cercare di aiutarmi.

Anzi, direi anche una cosa, il famoso tenente Titho era superiore al Maresciallo Haage, ma il Maresciallo Haage penso che era quello che sotto sotto comandava più di quell’altro, perché era lui che ordinava cappelli giù, cappelli su al mattino. I primi giorni anche io insieme agli altri facevo cappelli su, cappelli giù.

Poi però il Maresciallo, saputo che io ero cieco, mi ha mandato a chiamare, e qualcuno mi ha accompagnato là, anche Aldo, dice: “Il Maresciallo ti vuole vedere”.

Mi hanno portato… “Allora questo venga esentato da questo capelli giù, dal salutare…” Che poi per umiliazione ce lo facevano ripetere che non andava bene, al tempo. Qualcuno mi ha detto, c’erano anche le scenette in fondo che me l’hanno detto, che quel quadro lì l’ha dipinto mio figlio, quello che abbiamo in Associazione, con delle fotografie che ci ha dato Aldo. Quelle scenette lì ci mettevano, che poi lo descrive bene anche il professor Perotti, quelli che giudicavano più pericolosi dei pericolosi, c’era anche un Ammiraglio in divisa.

Poi qualcuno ha assistito anche a questa pietosa scena, che mentre li portavano nell’ora d’aria.. l’Ammiraglio che era già di una certa età, un Ammiraglio con una greca con filetto mi hanno detto, rimaneva un po’ indietro, e lui con il frustino, questo ragazzo tedesco lì lo frustava, quello camminava e raggiungeva gli altri. Era un’umiliazione.

D: Vittorio, ci parli della Liberazione?

R: Quando mi è ritornata la vista, poi così finiamo. Mi è ritornata la vista alla vigilia di Pasqua.

Aldo Montefiori si preoccupava. C’erano i frati che dicevano il rosario, lui: “Ragazzi c’è il rosario”, e ci invitava a partecipare.

Poi il cappellano ha chiesto chi voleva fare la comunione, io detto: “La vorrei fare anche io”. “Sì, sì” e così abbiamo fatto la comunione. La vigilia di Pasqua io poi ho ripreso la vista. Durante la notte ho cominciato a vedere un pochino un po’ più annebbiato sì, ma distintamente in quel momento. Poi sempre un po’ più chiaro, un po’ più chiaro, insomma che ho ripreso la vista improvvisamente.

Ho detto a loro: “Come siete brutti” perché li ho visti per la prima volta in quelle condizioni lì, con barba ecc… Eravamo si può dire sulla fine, avevamo assistito anche alla messa del Vescovo di Bolzano, avevano gli svizzeri in consegna il campo, erano diventati buoni anche quelli là, i nostri aguzzini.

Quando… mandavano via tutti, quell’ucraino veniva, diceva: “Raus, Raus“…qualcuno che nicchiava li mandava fuori. Quando passava vicino a me io sentivo il passo pesante di quegli scarponi che aveva, passava e non mi diceva niente perché aveva ricevuto l’ordine di lasciarmi stare.

D: Vittorio, ecco, la Liberazione.

R: La liberazione, gli ultimi giorni di aprile. Già dal 30 aprile potevamo uscire. Io sono uscito invece la mattina del primo maggio, mi hanno preparato. Ormai la vista mi era tornata, ho potuto vedere la gente, tutta una festa. Può darsi che abbia incontrato anche il professor Perotti, ma lì per lì eravamo così…

Uscendo ci hanno messo sui camion, anche i tedeschi erano diventati… Io ricordo che avevo preso, perché ero un po’ fissato con gli elmetti tedeschi, durante la Prima Guerra Mondiale facevano vedere i tedeschi, io andavo al cinema, erano il nostro nemico. Prendo quest’elmetto, può servire anche come…

Arrivo con un bel fagotto, lo portavo a casa come cimelio. Ebbene, poi abbiamo proseguito parte a piedi e parte in camion. Ricordo che sul lago di Garda ci hanno fatto la barba gratis, sono stato condotto dal barbiere, il quale poverino quando ha saputo… io ed altri e ci ha fatto la barba gratis.

Nel contempo c’era la radio accesa, che aveva appreso che il comando Tedesco, l’Alto Comando Tedesco a Caserta aveva firmato la resa con gli alleati.

Scollo Antonio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Quanti anni avevi quando tu, a Milano iniziavi a fare le azioni partigiane?

R: Mancavano due o tre mesi a compiere i diciassette anni,dall’8 settembre , avevo sedici anni, quando ho cominciato a frequentare i gruppi della Resistenza, “i ragazzi del Fronte Gioventù” che cominciava a essere fondata, da allora ho cominciato a fare l’attività clandestina, alla Bovisa, con i ragazzi della mia età, qualcuno anche più grande, sedici diciassette anni al massimo, abbiamo organizzato questo gruppo “Fronte della Gioventù” e nel quartiere attaccavamo i manifesti contro il fascismo e quando non avevamo niente altro avevamo tagliato con dei pezzi di gomma di bicicletta, degli specie di timbri sul legno e timbravamo, con il timbro blu, i manifesti dei tedeschi e dei fascisti che coprivano i muri della città.

D: Ecco, poi cosa è successo?

R: Con questo siamo andati avanti fino alla primavera del ’44.

La primavera del ’44, ci hanno incaricato di distribuire i volantini, siccome i fascisti, i tedeschi, avevano chiamato a militare la classe del secondo semestre del ’26, del ’25 e del ’24, per andare a militare sotto la Repubblica di Salò , allora noi eravamo incaricati di distribuire i manifesti perché questi non si consegnassero, non andassero a fare il militare e salissero in montagna a fare la Resistenza.

Allora noi volevamo combattere i tedeschi e i fascisti con le armi in pugno e allora nonostante gli ordini contrari del comando, siamo saliti in montagna per aggregarci a una brigata partigiana.

D: In montagna dove, Antonio?

R: In montagna, in Val Taleggio, eravamo una brigata Garibaldina che operava sia in Val Taleggio, con distaccamenti, sia in Valsassina; era un comando unico ed era la novantesima brigata Garibaldi, adesso non mi ricordo più bene, era una brigata Garibaldi che operava in questa zona.

D: Ecco e lì quanto tempo sei stato?

R: Lì sarò stato un po’ di tempo, forse un mese, perché lì c’è stato uno dei più grandi rastrellamenti , che abbiano mai fatto i tedeschi e i fascisti, che hanno cercato di serrare dentro le montagne tra la Valle della Lombardia e dalla Svizzera, mano a mano con le brigate Garibaldi, le brigate partigiane che operavano nelle nostre montagne.

Dopo un breve combattimento ci siamo dileguati e abbiamo camminato, siamo andati al rifugio dei Savoia, rifugio a Bobbio, quei rifugi che c’erano in montagna, che una volta non erano molto popolati, c’era solo qualche rifugio, siamo andati in quei rifugi lì e ci siamo portati sempre più avanti e l’appuntamento era al Pizzo dei Tre Signori.

Però siccome un ragazzo dei miei, del “Fronte della Gioventù” non aveva più scarpe, camminava a piedi nudi sulle rocce, sai si rovinavano i piedi, noi ci siamo sganciati, l’appuntamento era al Pizzo Tre Signori e noi siamo andati in paese per vedere di trovare delle scarpe, qualcosa, per poter raggiungere gli altri.

Però ci hanno catturato in questo rastrellamento, ci hanno catturato dei fascisti armati fino ai denti, ci hanno catturati e ci hanno portati a Delebio, cioè a Ballabio, che è per andare in Valsassina, c’è Delebio, dove c’era una caserma che era presidiata dai fascisti, che allora erano come guardie ferroviarie, perché i tedeschi hanno cercato di far vedere che c’erano tutte le formazioni che aveva prima, quando c’era l’Italia a posto, tutte quelle formazioni che c’erano prima.

Allora erano solo fascisti ma per far vedere che c’era, mettevano un po’ di fascisti un po’ nella polizia ferroviaria, un po’ nella multipla, per far vedere che l’esercito era grande, l’esercito fascista e la Repubblica di Salò, era grande e allora lì c’era osteggiata questa caserma delle ferrovie ferroviarie che aveva servito, aiutato i tedeschi a fare questo rastrellamento, però nella seconda linea, perché la prima linea che i tedeschi che catturavano li fucilavano li impiccavano.

Quelli della seconda linea li prendevano come prigionieri per farli parlare, per sapere le informazioni, quello che è capitato anche a noi.

D: Ecco Antonio, che rapporto c’era con la gente, con gli abitanti di quelle valli, della zona di montagna, tra voi partigiani e questi abitanti?

R: Allora, il rapporto con la popolazione civile, era ottimo, tanto è vero che loro ci aiutavano e ci guardavano con simpatia, magari ci davano la fetta di polenta, nascondevano qualcuno se ce ne era bisogno, cioè il rapporto era ottimo, ci aiutavano in tutti i modi.

Meno sempre qualcuno che si dimostrava, qualcuno c’era sempre che, qualche fascista c’era anche lì e che poi dopo è quello che ha fatto la spia che c’è stato il rastrellamento e ha fatto portare via i civili che avevano aiutato i partigiani e ospitato i partigiani e ha fatto portare via i civili.

Insieme a noi, al carcere di San Vittore , prima ci hanno portato a Ballabio in una caserma che era anche il comune del paese, dalla caserma ci hanno portato lì a Ballabio e da lì hanno raccolto tutti quelli che c’erano sul Legnone i vari gruppi della resistenza partigiana e i civili che ci avevano aiutati … e durante gli otto giorni di interrogatori, alcuni li hanno lasciati andare e alcuni li hanno portati a San Vittore.

Ecco, il rapporto così era ottimo, però hanno pagato caro i civili perché molti sono stati deportati insieme ai partigiani.

D: Ecco Antonio, accennavi prima che c’era questo tuo amico, questo tuo compagno, che non aveva scarpe, eccetera, dal punto di vista proprio del sostentamento e anche dal punto di vista delle armi, voi disponevate di armi?

R: Le armi, che erano poche, noi aspettavamo in quei giorni invece del rastrellamento, aspettavamo un lancio che radio Londra segnalava con varie parole non so, “domani piove, domani è una giornata bellissima”, parole d’ordine che volevano dire per certe brigate partigiane, ogni brigata partigiana aveva il suo ordine del giorno e quando dicevano queste cose, significava che c’era un lancio e noi in questi giorni che c’era il rastrellamento, perché pochi giorni prima, un po’ di tempo prima, avevano fatto un lancio e le armi erano andate a finire in mano ai fascisti invece che a noi, erano pistole, qualche mitragliatrice e dei soldi, che invece che andare in mano a noi sono andati in mano ai fascisti.

I soldi sono spariti e non si è capito chi è che ha recuperato questi soldi e praticamente noi avevamo poche armi e aspettavamo questo lancio, noi avevamo occupato tre paesi, Piccino, Deseta e Volta e questi paesi della Val Taleggio e per arrivare su dovevano fare una strada a “U” che da sopra noi dominavamo la strada che se avevamo delle mitragliatrici pesanti e qualche mortaio non sarebbero potuti venire su.

Invece queste armi ci mancavano, avevamo mitra e qualche fucile 91 e qualche bomba a mano, era tutto quello che noi avevamo.

Le armi erano insufficienti per noi.

D: Ecco, nella tua brigata in quanti eravate?

R: Saremmo stati una cinquantina, perché continuavano ad arrivare, nella primavera, continuavano ad arrivare giovani, chiamati alle armi renitenti alla leva, si erano messi nella brigata partigiana e aumentavano sempre di numero tanto è vero che un po’ li avevano spediti al rifugio ai Laghi Gemelli dove c’era un altro distaccamento sempre della stessa brigata che operava.

Li hanno mandati là perché cominciava ad essere il gruppo troppo ampio e per i rifornimenti e il resto era giusto fare una resistenza a gruppi, a distaccamenti, così era la formazione di allora.

D: Quindi tu sei stato poi arrestato durante il rastrellamento…

R: Portato a Ballabio, dove ci hanno fatto questo interrogatorio mentre terminavano il rastrellamento; otto giorni di rastrellamento, nella zona. Quando è terminato il rastrellamento siamo stati portati via e come ho detto prima con tanti civili che ci avevano aiutati, perché qualche spia nel paese c’era e questi ha fatto i nomi senza mostrarsi, ha fatto i nomi di chi erano, che avevano aiutato questi partigiani e chi nutriva simpatia per i partigiani e hanno portato via molti padri di famiglia, montanari che l’unica colpa è quella di averci aiutato.

D: Ecco, poi da lì dove ti hanno portato?

R: Da lì ci hanno portato al carcere di San Vittore, a San Vittore, noi siamo andati al primo piano, cella di isolamento… dove c’erano anche famiglie di ebrei che erano alloggiate al secondo piano, perché San Vittore era piano terra, primo piano, il secondo piano dove c’erano i cameroni e dove c’erano le famiglie di ebrei, che mano a mano che venivano catturati venivano deportati lì.

D: Tu eri in cella con qualcuno?

R: No eravamo in cella di isolamento, sono rimasto per quaranta giorni in cella di isolamento e lì hanno portato via con noi, quando ci hanno portato via, anche due guardie carcerarie, una perché dava da mangiare alcune cose ai bambini, perché lì c’erano anche intere famiglie di ebrei con bambini piccoli che piangevano, allora questi portavano qualche cosa da mangiare, marmellata, cioccolata, qualche cosa da mangiare a questi ragazzi e uno è stato deportato per quello e l’altro invece è stato deportato solo perché passava i bigliettini, perché la maggior parte erano politici e passavano i bigliettini fuori dal carcere per avvisare altri che erano stati arrestati e di mettersi in salvo, di nascondersi e così questi hanno condiviso la nostra sorte.

D: Ecco, ti ricordi il periodo?

R: Io sono stato lì, ci hanno portato lì al 3 luglio del ’44 e sono rimasto fino al 17 agosto del ’44 e nel periodo che ero lì continuavano lo stesso gli interrogatori e diciamo anche le torture per sapere, per avere informazioni da noi e da tutti quelli che erano dentro a San Vittore.

Altri li portavano addirittura all’Hotel Regina dove torturavano più raffinatamente per farli parlare, qualcuno purtroppo era costretto a parlare.

D: Ecco Antonio, tu sei stato accusato di cosa?

R: Niente noi, siccome ci hanno arrestati, accusati come partigiani ecco, siccome ci hanno arrestati in montagna nel rastrellamento, eravamo accusati come partigiani e i partigiani erano soggetti anche alle pene peggiori, fucilazione, impiccagione e nel periodo che sono stato io nel carcere di San Vittore, ci sono state due rappresaglie perché avevano ucciso dei fascisti o dei tedeschi.

Allora due rappresaglie: una che hanno fucilato quindici in piazzale Loreto, che dovevano essere venticinque, dopo dieci per intervento del Cardinale Schuester sono rimasti solo quindici fucilati in piazzale Loreto.

Li hanno fucilati e li hanno lasciati lì scoperti fino alla sera e sei al campo Giuriati.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno di prigionia, lì a San Vittore?

R: A San Vittore, certo non è che potevamo molto parlarci, però insomma erano tutti quelli che avevano preso con me nel rastrellamento in montagna sia coi montanari, sia con quelli che avevano fatto la Resistenza con me, con la brigata partigiana e allora mi ricordo Bertani Angelo che adesso è sopravvissuto, è un ragazzo del ’26, poi c’era Beppe, Massimo, altri che invece sono morti quando ci hanno portati a Flossenbürg , erano insieme a noi e sono morti, parecchi altri sono morti.

Poi Zappa Ugo, che era un ragazzo che era a militare, operava nella brigata militare, anche questo è sopravvissuto; Ignazio che adesso abita in Svizzera, che però anche lui ha fatto parte della mia stessa brigata Garibaldi.

D: Ecco Antonio, gli interrogatori, chi te li faceva, i fascisti o i tedeschi?

R: Gli interrogatori ce li facevano i tedeschi, i primi, quando ci hanno catturato in montagna ce li hanno fatti i fascisti, per otto giorni, poi ci hanno consegnati ai tedeschi e sono i tedeschi che hanno continuato gli interrogatori.

Interrogatori molto più difficili, molto più brutti perché quelli picchiavano, massacravano, torturavano per far parlare.

Volevano sapere quanti eravamo in brigata, chi era il comandante e noi continuavamo a dire che non c’entravamo per niente, che eravamo lì per caso, però non è che ci credessero molto e però continuavano a interrogarci, sorgeva magari il dubbio che non si sapesse niente, perché eravamo ragazzi giovani e forse induceva anche a crederci che non sapevamo niente però le torture c’erano lo stesso, le botte c’erano ugualmente anzi più degli altri perché non si parlava.

Mi ricordo di tre ragazzi che erano della polizia fascista, erano lì a fare il servizio militare nella zona della Valsassina e questi sono andati su con la brigata partigiana, sono stati catturati nel rastrellamento e questi dicevano che sono stati i partigiani a catturarli e a portarli su, sono stati loro a portarli su, invece sono andati loro, però cosa hanno fatto i fascisti, hanno torturato uno a sangue, prima con le botte poi con un frustino l’hanno frustato a sangue, finché questo è svenuto, allora l’hanno mandato via, hanno preso il più giovane che era quello del ’26 e gli hanno detto che avrebbero fatto le stesse torture e hanno cominciato a picchiare e a fustigarlo, allora questo qui ha parlato, ha detto: “No, non siamo andati noi” e purtroppo parlando così è andata a finire che sono stati deportati tutti e tre e due sono morti e invece quel ragazzo che ha parlato penso che sia ancora vivo ed è sopravvissuto.

D: Franz te lo ricordi?

R: Franz era il comandante di San Vittore, era un caporalmaggiore, un maresciallo che comandava il carcere di San Vittore.

Era un essere brutale e spietato che noi eravamo obbligati a non stare seduti durante il giorno di lavoro e durante tutto il giorno di lavoro, di stare in piedi in cella e non sederci mai nemmeno sul pagliericcio e nemmeno sulla specie di sedia che veniva fuori dal muro, questo sedile e non dovevamo sederci.

Uno si sedeva lui passava via, guardava dentro lo spioncino e ordinava di portare via il pagliericcio e stare a pane e acqua per tre giorni.

Ed era terribile, tant’è vero che nel periodo che siamo andati via noi, è successo che questi qui, il capo degli ebrei che portava da mangiare a queste famiglie di ebrei si faceva pagare in oro e questo qui è stato scoperto e ci hanno trovato questo gruzzoletto d’oro e messo in punizione, nei sotterranei di San Vittore e questo qui, aveva sempre un cane lupo terribile e questo cane lupo quando è andato giù, quello là dalla disperazione ha preso Franz per il collo e il cane, si è avventato contro, gli ha strappato lo scroto ed è morto dissanguato questo qui.

E lui si divertiva ad aizzarlo contro di noi, noi alla sera avevamo una fame terribile, perché ci davano da mangiare solo un po’ di brodaglia che chiamavano caffè e un bastoncino di pane, a mezzogiorno un minestrone e tante volte diventavano delle palle, il riso, si forma assieme, il minestrone e un pezzo di pane e alla sera niente, né caffé né niente, la cena non c’era.

Allora noi alla sera portavamo le gamelle fuori dello spioncino e “Fame! Fame!” per fare che ci portassero ancora qualcosa, ma Franz quando arrivava lui, da mangiare non c’era niente e c’era il pericolo che faceva sbranare qualcuno dai cani.

Però c’era il comitato interno che aiutava, c’erano degli scopini e tra questi uno che era un grande, adesso è diventato un grande matematico, adesso è in pensione, allora era solo studente e rischiando la pelle portava in giro una cucchiaiata di risotto, come lui e altri deportati, portavano una cucchiaiata di risotto di nascosto da Franz, perché se no avrebbero preso un sacco di botte, portavano di nascosto qualche cucchiaiata di risotto, ma non tutte le sere, magari una sera o due alla settimana riuscivano a portarci di nascosto questo cucchiaio di risotto, però poveretti sono andati a finire con noi, ecco.

Allora si racconta adesso perché allora non so se c’era… c’era con noi anche Mike Bongiorno, che essendo figlio di italo americani era stato tenuto a San Vittore tutto il periodo dell’occupazione nazista ed è stato liberato a San Vittore.

Strano caso che non lo abbiano portato insieme agli altri americani in campo di concentramento, ma l’abbiano tenuto lì a San Vittore e anche lui faceva lo scopino, anche lui ha tentato di aiutare gli altri.

D: Ecco Antonio, lì sei rimasto a San Vittore fino ad agosto, poi cosa è successo?

R: Al 17 agosto ci hanno caricati, prima di tutto ci hanno chiamati giù nello scantinato, in cantina avevano piazzato due o tre mitragliatrici e un faro che ci accecasse ed eravamo stipati lì, noi eravamo convinti che ci fucilassero, come hanno sempre fatto anche in altre parti, l’hanno fatto anche in Francia; pensavamo che ci fucilassero tutti e invece alla fine ci hanno ridato indietro il portafoglio, la cintura e le stringhe delle scarpe e ci hanno caricati su dei pullman, che hanno sequestrato ai lavoratori che venivano a lavorare su dei grossi pullman lunghi, una volta che portavano dai paesi nell’interland milanese li hanno perquisiti e li hanno portati lì a San Vittore e ci hanno caricati su lì, assieme ai fascisti di guardia e ci hanno portati al campo di concentramento e di smistamento di Bolzano .

È successo che durante il viaggio noi cercavamo di buttare i bigliettini, però le finestre erano chiuse ermeticamente all’interno, non c’erano maniglie e chiusi con noi c’erano ad ogni porta quattro fascisti, ed è successo che durante il viaggio dalla paura i fascisti se la facessero addosso e abbiamo dovuto aiutarli a liberarsi un po’ con dei giornali con degli stracci che si liberassero, perché dalla paura si sono fatti i bisogni addosso e l’odore non era piacevole, chiusi così senza i finestrini aperti ed era ancora agosto…,ci hanno portati fino a Bolzano, ci hanno fatto fare un giro più lungo perché ci hanno portato attraverso le strade di montagna perché avevano paura che i partigiani ci venissero a salvare.

La colonna era, in testa c’erano delle jeep, delle macchine dei fascisti, dei tedeschi armati con le mitragliatrici e procedevano la colonna e indietro seguivano la colonna… se qualcuno aveva la fortuna di far passare qualche bigliettino attraverso qualche spiraglio, veniva subito sequestrato da questi nazisti.

D: È durato molto il viaggio?

R: Il viaggio è durato dal mattino presto, siamo partiti, saranno state le quattro, c’era ancora buio e fino alle cinque, sei della sera che siamo arrivati in questo campo, che era appena stato finito e ci hanno portato in questo campo, che era un campo di smistamento e provvisoriamente ci hanno messo a dormire nelle baracche , così c’erano anche le donne con noi che venivano da San Vittore, eravamo circa quattrocentocinquanta e ci hanno portato lì, ci hanno distribuito a dormire nelle baracche, ci hanno fatto l’appello , però fino all’indomani, non hanno fatto l’appello generale, all’indomani invece ci hanno messo in fila in quadrati, hanno fatto l’appello, la conta e via, via queste cose le facevano due tre volte al giorno, specialmente alla mattina e alla sera, bisognava presentarsi e loro contavano e facevano l’appello.

Però, lì non è che…c’era un gruppo che era appena partito da lì, che veniva dal campo di Fossoli e questi gli avevano fatto costruire questo campo, Fossoli, è stato evacuato, perché erano arrivati gli alleati e non volevano che gli alleati ci liberassero e allora hanno evacuato il campo di Fossili e li hanno portati a Bolzano.

Quelli di Fossoli, hanno completato questo campo, lì sono rimasti una ventina o una cinquantina, non mi ricordo più bene e da questi, gli altri li hanno portati a Bolzano e noi siamo rimasti con questi qui e loro ci hanno raccontato la storia del campo, la storia delle fucilazioni che hanno fatto quando hanno sciolto il campo di Fossoli che ne hanno fucilati sessantotto e lì c’era un certo Olivelli che era scampato, si era nascosto alla fucilazione di Fossoli, si era nascosto in una fogna e aveva quelli che si usavano nei campi, quei cerchi rotondi con su tanti colori che vuol dire che questo aveva tentato di fuggire, allora le SS potevano sparargli a vista, se volevano, anche per divertimento, perché era uno di quelli che doveva essere fatti fuori.

Allora questo Olivelli è rimasto lì, era rettore dell’università di Pavia, era una brava persona, una grande personalità, che adesso l’hanno fatto beato, aspettavano solo l’ordine del Papa, il processo glielo hanno fatto e questo qui, aiutava tutti, perché lì, quando eravamo lì, c’erano le SS, non so se sequestravano o compravano delle mele e allora si poteva comprare queste mele, ma siccome nel gruppo dei partigiani, facevo parte io, non avevamo un soldo in tasca, non avevamo niente e non si poteva nemmeno comprare queste mele.

Le mele, allora questo Olivelli Padre Giannantonio che era anche lui, da San Vittore è stato portato a Bolzano, anche questi si impegnavano a raccogliere delle collette a chi aveva qualche soldo in tasca per poterci comperare qualche mezzo chilo di mele per noi.

Si erano impegnati in questo lavoro qui, fino alla Liberazione e però, noi come lavoro non c’era, perché erano i primi allestimenti del campo c’era la tipografia, c’erano i Bunker che erano le carceri, ma come attrezzatura, non erano ancora attrezzati per il lavoro.

Allora ci facevano portare delle traversine come quelle della ferrovia di legno, ce le facevano spostare da un posto all’altro, tanto per impegnarsi a lavorare oppure ci tenevano sull’attenti per delle ore, tanto per impegnarci a lavorare ed eravamo abbastanza liberi per parlare tra di noi; avevamo tempo per parlare, si discuteva di politica, si discuteva della situazione politica attuale e si sperava sempre che arrivassero gli alleati a liberare il paese.

D: Antonio, lì a Bolzano ti hanno immatricolato ?

R: Sì, appena arrivati a Bolzano, perché al carcere San Vittore avevamo un numero, quando siamo arrivati, all’indomani ci hanno immatricolati, hanno fatto la conta, ci hanno immatricolati, a ognuno hanno messo il nome, adesso io non mi ricordo più precisamente quello che era il mio numero, però si è potuto scrivere a casa un paio di volte, siamo stati lì dal 17 agosto fino al 5 settembre e ho potuto scrivere a casa due volte, che però dopo ho visto le lettere quando sono arrivato a casa che era tutta censurata c’era poco da capire cosa si scriveva.

D: Ascolta, quindi tu sei rimasto lì a Bolzano sempre all’interno del campo?

R: Sempre all’interno del campo, senza mai uscire.

D: Ti ricordi la baracca qual era? Il tuo blocco qual era?

R: Era il blocco “D” c’erano le lettere, blocco “D” e mi ricordo che erano arrivati, dopo un po’ di tempo che eravamo lì noi, un gruppo dal carcere di Verona, che dovevano essere fucilati e questi sono stati immatricolati, ma messi in un blocco dove c’erano solo loro e davanti in un angolo del cortile è stato cintato con il filo spinato, in modo che non potessero uscire di lì.

Dovevano camminare solo in quello spazio lì e parlavano con noi attraverso il filo spinato, mi ricordo che c’era un ebreo che si chiamava Sereni e questo qui, era ancora in divisa, è stato catturato appena paracadutato era ancora in divisa degli alleati, aveva due triangoli , il triangolo rosso e il triangolo giallo, che era un ebreo politico e questi qui, per quel che mi risulta, appena arrivati a Dachau , l’hanno fucilato.

D: Arriviamo al 5 settembre, cosa è successo quel giorno lì?

R: Il 5 settembre, al 4 hanno cominciato a rasarci tutti a zero.

D: Scusa un attimo, Antonio, ti ricordi chi c’era a fare le guardie, dentro nel Lager di Bolzano? Erano fascisti o erano tedeschi?

R: No, al Lager di Bolzano c’erano alcune SS tedesche e alcuni militari erano i civili, i veterani di Bolzano arruolati per quel lavoro lì.

Ci facevano le guardie, c’era il muretto attorno e facevano la guardia attorno.

Loro facevano solo le guardie sugli spalti, se noi si usciva per fare qualche lavoro ci accompagnavano le SS e non questi qui.

Questi qui, facevano la guardia solo sugli spalti.

D: Ecco un’altra cosa Antonio, a Bolzano ti ricordi se c’erano anche delle donne?

R: Sì, a Bolzano c’erano delle donne, c’erano delle donne che erano venute via da San Vittore con noi, tant’è vero che mi ricordo la prima sera che siamo arrivati, loro ci hanno messi, il mio blocco era vicino a quello delle donne e siccome il muro non arrivava fino al soffitto ma rimaneva alto dai castelli in alto, ci si poteva spingersi in alto e si poteva guardare dentro, infatti lì, siccome c’era con noi uno che a san Vittore era uno che cantava sempre “buonanotte mamma” e cantava molto bene, quando era la sera, a San Vittore, attraverso lo spioncino cantava e allora questa qui ha voluto vedere chi era, chi è che cantava?. Abbiamo fatto un po’ d’amicizia e abbiamo scambiato qualche chiacchiera….

Poi le hanno spostate e non ci hanno più permesso di parlare insieme a loro, però cosa è successo? È successo che quando, il giorno dopo, ci hanno obbligati a mettere il numero, perché era una strisciolina di tela, dovevamo scrivere il numero sulla giacca, o se non avevamo la giacca sulla camicia, e sui pantaloni ilnumero di matricola ed hanno adibito a questo lavoro le donne, le donne che c’erano con noi, che venivano da San Vittore e queste nostre compagne di sventura, ci facevano coraggio, specialmente a noi giovani, ci facevano coraggio, perché insomma avevano i loro famigliari a casa, fratelli o cosa e ci facevano coraggio.

Tante volte anche i figli ci facevano coraggio per affrontare la situazione con abbastanza serenità e non era molto facile, perché la situazione era terribile per loro, perché la donna ha sofferto di più per tante cose, per igiene personale e via il resto che non poteva più fare, e soffrivano più di noi, però avevano il coraggio di farci coraggio a noi, questa è la cosa che non dimenticherò mai, che ricorderò sempre queste nostre compagne di sventura.

D: Antonio, accennavi prima che lì a Bolzano c’erano anche dei sacerdoti?

R: Sì, con noi c’era questo Padre Agosti, don Antonio, che era con noi e difatti, quando il giorno prima di partire….

D: Scusa, padre Agosti o padre Giannantonio?

R: Agosti Giannantonio si chiama e siamo andati, il giorno prima di partire cosa hanno fatto, ci hanno rasati tutti e siccome questo era un Padre Cappuccino, aveva la barba, allora volevano rasare anche la barba, i capelli e la barba e noi con il gruppo di partigiani quelli di cui facevo parte io, ci siamo opposti e siamo andati al comando delle SS a protestare, a dirgli di lasciargli la barba e i capelli, che questo era un frate Cappuccino, era un affronto tagliarci la barba.

Siccome si vede che le SS, il comando non voleva grane allora ci ha detto di sì, per evitare storie, però dopo abbiamo capito che avrebbe potuto anche fucilarci, perché per le SS ammazzare la gente era quasi un divertimento, avrebbero potuto anche ammazzarci, ma si vede che questi non volevano grane e siccome dovevano stare lì e per stare lì tranquilli ancora in Italia erano lontano dal fronte, stare lì ancora, hanno preferito lasciare perdere.

Però all’indomani quando noi ci hanno portati dove c’erano i binari del treno e c’era la schierata di vagoni merci, dove ci hanno caricati, sessanta per vagone, allora ci hanno tenuto il portone aperto, quando eravamo su tutti, ci hanno tenuto la portiera del carro merci aperta e hanno fatto sfilare, assieme al comandante delle SS, l’hanno fatto sfilare questo padre Cappuccino per tutto il treno, per far vedere che la barba e i capelli glieli hanno tagliati e comandavano loro e facevano come volevano loro, era una sfida che ci hanno fatto a noi, per far vedere che loro hanno il diritto di fare tutto quello che vogliono.

D: Ecco, ti hanno caricato sul treno, poi dopo il treno è stato chiuso…

R: L’hanno chiuso ermeticamente dall’esterno e si è messo in viaggio e cammina, cammina per delle ore, fino che siamo arrivati che c’erano dei cartelli, prima nella zona dell’Austria per dire nella zona italiana in Alto Adige, poi mano a mano siamo entrati in Austria per andare in Germania.

D: Tu non sapevi dove stavi andando?

R: No, vedevamo solo delle scritte, attraverso uno spioncino che a turno andavamo a curiosare per vedere dove eravamo, certo che quando siamo arrivati a vedere i nomi stranieri ci sono cascate le braccia, qui ormai andiamo in Germania e chissà la nostra sorte chissà cos’è.

La speranza era che ci facessero lavorare, invece purtroppo non era così.

Ad ogni modo c’era questa speranza che ci portassero solo a lavorare.

D: Quanto è durato?

R: Due giorni e una notte, alla terza mattina siamo arrivati a una stazione, si è fermato e abbiamo letto: “Flossenbürg”, che per noi non voleva dire niente, mai sapevamo che esisteva una cosa di quelle lì.

Ci hanno fatto scendere dai vagoni, e subito uno spettacolo impressionante, c’erano delle persone con dei vestiti a strisce come gli ergastolani, vestiti a strisce, che scaricavano i blocchi di granito, a meno sembrava che scaricavano dai carri e caricavano sui vagoni ferroviari i blocchi di granito e c’erano altri vestiti a strisce come loro, però armati di grossi bastoni e che li bastonavano per spingerli a lavorare di più e se uno cadeva lo picchiavano doppio finché si alzava ed è stata una cosa terribile, ci ha scossi enormemente perché è una visione che noi non avevamo mai visto, è terrificante.

Poi ci hanno incolonnati, però hanno detto che tutti quelli che non potevano camminare o cosa, che li avrebbero portati con dei camion o con dei pullman e qualcuno si è fidato, si è consegnato e noi a piedi, solamente che quando siamo arrivati e abbiamo attraversato il paese e persone anziane nei balconi ce n’erano e c’erano dei bei bambini biondi, abbiamo attraversato questo paese di Flossenbürg, dei bei bambini biondi che ci guardavano e dicevamo: “Però dei bambini così belli non possono essere cattivi” ed era una consolazione magra che poi non è risultata vera.

Alla fine ci hanno portato fino al campo e lì siamo stati accolti dalle SS a pedate nel sedere e con il fucile o con le pistole ci spingevano dentro nel campo e lì ci hanno portato nell’Appelplatz dove ci hanno ordinato di spogliarci completamente e mettere tutta la roba in un sacco, anche la roba di valore, tutto doveva essere consegnato, completamente tutto e di lì, difatti noi abbiamo consegnato tutto, e lì ancora ci hanno rasato i capelli, rasati nelle parti intime dove c’erano delle pelurie e ci disinfettavano con un acido che bruciava per mezz’ora, da contorcersi…e tutte le cose di valore, chi aveva i denti d’oro glieli hanno strappati via, chi si era tenuto la vera ci hanno strappato anche la vera, alla fine gli oggetti d’oro e d’argento se li sono presi loro anche tutti i ricordi, catenelle anche se non erano… le tiravano per vederle dopo.

Ci hanno requisito tutti, ci hanno lasciato nudi, completamente e rasati a zero in tutte le parti del corpo.

Di lì, dopo ci hanno portato al bagno, al bagno erano le docce e di lì a bastonate ci hanno spinti, noi, non si capiva cosa volevano, a spintonate e a bastonate ci hanno mandati dentro nel locale delle docce che era sotto terra e nel locale delle docce ci hanno spinto a bastonate e lì hanno aperto l’acqua calda alternata a quella fredda, poi l’acqua calda, poi quella fredda, alla fine, senza asciugarsi né niente ci hanno distribuito il vestiario.

Il vestiario erano degli stracci che avevano lì, dei vestiti zebrati , oppure anche delle giacche con degli squarci, che erano messi dei panni zebrati cuciti insieme, con scritti KL in grosso, pantaloni lo stesso, e ci venivano buttati per la biancheria intima, capitava magari che erano mutande di carta, maglie di carta, una camicia di cotone, però la stagione era propizia, andava bene anche così.

In inverno invece… faceva freddo ci davano magari camice di nailon, le giacche e i pantaloni, degli zoccoli aperti.

Però non si poteva protestare, la giacca non mi va bene magari capitava che davano due zoccoli destri, zoccoli sinistri, capitava la giacca larga, la giacca stretta a bastonate ci spingevano via, non si poteva, uno si fermava prendeva un sacco di legnate e doveva scappar via.

Noi, ci hanno messo nella piazza all’aperto, nell’Appelplatz e ci hanno fatto un discorso…”Guardate che questo qui, voi che siete italiani è come l’inferno di Dante, qui si entra e non si esce se non per il camino o per andare in un altro campo come questo. Voi qui siete destinati a morire. Il vitto è appena sufficiente per sopravvivere, sopravvivere alla giornata”.

D: Antonio, il tuo numero di immatricolazione?

R: Il mio numero era capitato a tutti quelli del mio gruppo da 19000 a 20000 a me…era il numero 21720, il mio numero di matricola.

D: E dovevi impararlo in quale lingua?

R: Ecco, dovevamo impararlo in tedesco, però in quel momento lì avevamo ancora l’interprete italiano e non c’era bisogno.

Dopo ci hanno portato in un blocco di quarantena , che era il blocco 23 e vicino a noi c’era un altro blocco che era il 22, che i prigionieri chiamavano “precrematorio”, perché lì il Kapò spediva presto nel forno crematorio , se vedevano che non si riprendevano per poterli mandare a lavorare, se duravano troppo, ci pensava il Kapò a mandarli al forno crematorio e lì li pestavano di santa ragione tutti i momenti, finché raggiungevano il forno, lì c’era anche il Wascheraum , dove ci si lavava e c’era anche il gabinetto e lì accumulavano i morti.

Difatti il primo giorno, appena arrivati lì abbiamo visto un cumulo di cadaveri e ci siamo impressionati e che purtroppo dopo pochi giorni hanno cominciato anche i nostri a fare parte… quelli che avevano dei disturbi, mal di cuore, qualcosa, li portavano lì.

Mi sono dimenticato di dire che quelli che invece li hanno portati con il pullman, li hanno portati sì con il pullman, però durante il viaggio li hanno gasati, tanto è vero che li hanno scaricati al Wascheraum, dove siamo andati a lavarci, già morti.

Dopo li hanno svestiti, hanno portato via la roba e loro li hanno bruciati.

Per il mucchio di cadaveri è capitato anche a noi, i primi che sono morti qualcuno… c’era uno di Novara che era uno grande e grosso e questo qui è stato uno dei primi a raggiungere il cumulo, aveva problemi di cuore, era nel cumulo dei morti.

Tutti i giorni c’era anche qualcuno dei nostri, io ero nel 23, nel 22 c’era qualcuno dei nostri, il comandante del blocco era Vladimir, si chiamava ed era un delinquente comune tedesco e si divertiva a massacrarci di botte, lui e tutti i suoi aiutanti.

D: Dove eravamo rimasti Antonio? Lì a Flossenbürg?

R: Sì, appena arrivati… per noi la giornata era, sveglia alle 4 del mattino ci veniva distribuito una specie di caffé, una specie di tè, porcheria chissà cos’era di erbe, senza zucchero senza niente, senza pane, senza niente, ci incolonnavano e ci chiamavano per numero.

Il numero lo chiamavano in tedesco finché eravamo tutti tra di noi bastava ricordarsi il numero prima di noi, siccome chiamavano sempre con lo stesso ordine, allora ce la cavavamo.

Poi avevamo ancora i nostri interpreti e se c’era qualcosa ci aiutavano e questo è andato avanti un po’ di tempo e poi dopo a mezzogiorno ci davano una specie di zuppa, i primi giorni non avevano…avevamo delle gamelle di terracotta, non avevamo cucchiai e niente, bisognava… questa zuppa che era nauseabonda, i primi giorni, noi la mangiavamo lo stesso perché eravamo affamati, qualcuno invece si era rifiutato di mangiarla.

Il secondo giorno invece l’ha mangiata lo stesso perché non c’era nient’altro, è che le gamelle erano anche sporche. Alla sera ci distribuivano ancora la brodaglia e ci davano una fetta di pane, i primi tempi che eravamo lì era diviso in cinque, un pane tedesco era da un chilo, era di segale, chissà quale porcherie c’erano dentro, sembrava segatura e veniva distribuito in cinque e poi ci davano della margarina vegetale o del butter che era vegetale ci davano quella roba lì e basta, questo era il cibo con cui si doveva tirare avanti.

Però in questi giorni, cosa facevano? Cominciavano a scegliere quale lavoro, anche se eravamo in quarantena e a quale comando dovevamo essere adibiti.

Allora ci mandavano a fare una specie di esame e lì c’erano molti studenti, io ero metalmeccanico. Quelli che non erano meccanici, sono stati mandati a a scavare una galleria nella montagna e sono morti tutti o quasi tutti in poco tempo, gli altri li hanno mandati al lavoro come meccanici e allora quell’Olivelli ha cercato di aiutare i ragazzi giovani che erano anche studenti, non hanno fatto nessun mestiere, erano solo studenti, allora ha insegnato loro il calibro. Qualcuno ha dato l’esame, ha fatto vedere che conosceva il calibro e si è anche salvato, erano sempre in un campo di sterminio però se ne sono salvati di più.

Mentre quelli che sono andati a Hersbruck sono morti quasi tutti e siccome io ero minorenne, cosa hanno fatto, sono rimasto lì.

Quando i nostri compagni sono partiti, i primi sono andati a Hersbruck e assieme a loro c’era Olivelli che sapeva e parlava benissimo il tedesco e sapeva benissimo dove andavano a finire e che era il posto più terribile dove sarebbero andati e invece non è andato con i meccanici, perché si sarebbe potuto forse salvare e ha preferito scegliere di andare con quelli là ed è morto proprio perché lui dava da mangiare agli altri e per i nazisti, per le SS aiutare uno era un atto di sabotaggio, non si poteva aiutare nessuno, se uno cadeva bisognava lasciarlo caduto perché se no, se tu aiutavi questo ti ammazzavano di botte, invece magari quello si poteva alzare.

Allora guardare negli occhi le SS era un atto di lesa maestà, potevi essere assassinato se guardavi negli occhi le SS e noi siamo rimasti lì.

Mi hanno mandato al blocco dei minorenni e lì nel blocco dei minorenni, c’erano i figli degli ebrei che avevano sterminato i genitori, figli degli ebrei, piccoli, fino ai diciotto anni.

L’altra metà era composta dai figli dei resistenti di tutta Europa, francesi, polacchi, russi che magari avevano ammazzato i genitori e i figli erano portati lì a morire nel campo di sterminio.

Quelli che morivano era meglio la fucilazione perché hanno sofferto meno, però non è che il trattamento fosse differente dagli altri, era uguale.

Tanto è vero che ne morivano parecchi, soffrivano di più perché erano ancora in stato di formazione e non avendo da mangiare, più soggetti alle malattie, ne morivano tanti, gli altri massacrati di botte.

Mi ricordo un ragazzo che con un piede aveva rotto un vetrino, le finestre avevano dei vetrini piccolissimi e questo è stato massacrato di botte, è stato assassinato a botte solo perché aveva rotto un vetrino.

Un’altra volta invece un altro che diceva che aveva rubato le scarpe, al segretario e lì l’hanno messo dentro e ci hanno dato un sacco di botte finché l’hanno assassinato.

Un altro invece, un ragazzo di una decina d’anni, forse anche meno, che si era nascosto nel Wascheraum, che era dove ci si lavava e alla conta non c’era, l’hanno cercato, finché l’hanno trovato che si era nascosto nel Wascheraum, non era scappato, non era fuori dal campo, è stato sufficiente che, davanti a tutti noi, le SS davanti…il segretario e il capo blocco, se lo passassero a pedate e a pugni finché l’hanno finito così.

Noi si doveva andare a lavorare, la fortuna nostra è che sono stato scelto per andare a lavorare in fabbrica, altri invece trasportavano i pezzi da uno stabilimento all’altro, perché lo stabilimento era fatto, sotto, siccome c’erano tanti bombardamenti allora facevano le carcasse dei Messerschmitt , allora era nascosto nelle caverne, sotto nella montagna per non subire i bombardamenti e lavoravano sotto lì.

Io ho lavorato, ero il blocco 11 e facevamo le carcasse dei Messerschmitt, però come dicevo, il trattamento era uguale a quello degli altri, le botte c’erano sempre, molti venivano anche massacrati di botte, qualunque ordine non capito era sufficiente.

Per noi è cominciato un calvario terribile, per esempio, quando chiamavano i nomi, che facevano la conta, la facevano al mattino, la facevano quando si entrava in fabbrica, quando si usciva la sera…e quando facevano la conta i primi giorni noi non conoscevamo il numero.

Allora erano un sacco di botte, noi cercavamo di mostrarli ai polacchi, ai russi che erano vicino a noi e questi ci davano spintoni, pugni, perché gli italiani erano odiati da tutti, perché hanno invaso mezza Europa erano andati dappertutto a fare la guerra, poi solo per il fatto che eravamo alleati dei nazisti, tutti i prigionieri odiavano gli italiani e noi siamo andati di mezzo, anche se eravamo lì per le stesse cause….

Allora quando succedeva che nessuno rispondeva, noi facevamo così, per far vedere il nostro numero, il capo guardava, quando vedeva quello che non aveva risposto era un sacco di legnate.

Allora l’unica cosa è stato imparare al più presto i numeri, quando eravamo in fila alla mattina, quando facevano la conta al mattino, quando facevano la conta alla sera, tutte le volte che facevano la conta, noi eravamo soggetti a prendere un sacco di legnate, allora l’unica cosa è stata imparare prestissimo almeno il numero e poi alcune parole essenziali, più che altro era il numero, perché, altrimenti, ogni volta che c’era la conta noi prendevamo un sacco di botte, perché non sapevamo il tedesco e non è che loro la facevano in italiano la conta, in francese, in russo, eccetera, no, solo in tedesco, dovevi imparare, per forza, se no le altre lingue non le usavano.

Così abbiamo imparato al più presto i numeri tra di noi ragazzi italiani, eravamo un cinque o sei che erano rimasti lì e…di scambiare i numeri e i numeri lì dei ragazzi con me, c’era rimasto il figlio del pittore Carpi, Carpi Paolo, c’era uno che era il figlio del direttore del giornale del Vaticano, poi c’era Massimo, Massimo e Beppe, questi qui erano i ragazzi che erano con me, purtroppo questi invece sono morti.

Poi c’era Bertani Angelo che l’ho già nominato prima, e lì isolati in mezzo a tutti gli altri di tutte le razze d’Europa e non potevamo parlare con nessuno, potevamo solo parlare tra di noi e poi questi qui ci picchiavano anche, perché essendo italiani tutti ci spintonavano, ci picchiavano, ci maltrattavano.

Abbiamo dovuto stentare a far capire loro che eravamo lì per le stesse ragioni, anche i francesi ci picchiavano, loro dicevano che noi avevamo dato una pugnalata alla schiena alla Francia perché aveva già perso la guerra e Mussolini ha fatto invadere Mentone, ha dichiarato guerra alla Francia e allora anche i francesi ci maltrattavano e ce ne è voluto del bello e del buono, dei mesi per far capire che noi eravamo lì alle stesse condizioni, noi eravamo la resistenza ed è per quello che eravamo lì e condannati a morte come loro e finire come loro nel forno crematorio del campo oppure andare in un altro campo.

D: Ecco, tu sei rimasto a Flossenbürg, fino a quando?

R: Fino al gennaio del ’45, perché io il 30 settembre compio gli anni e ho compiuto i 18 anni al 30 settembre del 1944. Mi hanno portato via nel gennaio del ’45, perché appunto mi hanno tenuto lì, hanno creato le condizioni per mandarmi via, trovare un posto di lavoro, un campo di lavoro per poterci mandare via, tutti quelli che avevano compiuto i 18 anni e poi gli altri che erano arrivati lì.

Con noi era appena arrivato un trasporto dall’Italia e veniva da Trieste e questi sono stati incorporati con noi quando si è riuscito a raggiungere un certo numero sulle 400, 450 persone, allora ci hanno portato a Kamenz.

Lì c’era una vecchia filanda e lì nella vecchia filanda l’hanno fatta come campo, si andava a dormire e poi di giorno ci portavano fuori, ci portavano in una fabbrica che avremmo dovuto riparare tutti i macchinari di una fabbrica, metalmeccanici, pulirli, metterli a posto metterli in funzione e, però quando ci hanno portato lì noi non avevamo né stracci, né carta vetrata, né… niente, niente di niente, l’azienda non aveva niente, allora dovevamo pulire le macchine con le dita, immaginate voi, le macchine tutte sporche di olio e di porcheria, come facevi a pulirle con le dita.

Non siamo riusciti, eravamo lì e giravamo intorno a queste macchine facevamo finta di toccare qui, toccare là, ma alla fine non abbiamo fatto niente, però anche lì maltrattamenti c’erano e anche lì c’erano le punizioni corporali, però anche lì certo che non era come a Flossenbürg, Flossenbürg è stato più terribile.

Anche lì c’era un forno crematorio e lì purtroppo, quando sono arrivati, arrivarono i russi, allora il problema era come evacuare…allora cosa hanno fatto? Prima di tutto abbiamo smontato le macchine per portarle via, però non abbiamo fatto in tempo a fare nemmeno quello perché non avevamo né le chiavi, né niente, anche lì, non siamo riusciti a niente.

La fabbrica è rimasta come quando siamo arrivati noi e quando siamo partiti è rimasta uguale.

Però cosa hanno fatto loro? A tutti quelli che dicevano che non potevano camminare ci hanno fatto le punture di benzina, benzolo quelle che facevano loro, c’era un forno crematorio e di notte hanno bruciato i cadaveri.

Noi per andare ai bisogni corporali, a turno abbiamo visto, che continuavano a portare giù i morti in barella e allora abbiamo immaginato, visto che in infermeria non c’era più su nessuno, li hanno portati tutti a bruciare e anche quelli che si rifiutavano di camminare a piedi venivano trattati in quel modo lì.

Però hanno aperto una breccia e ci hanno fatti marciare per andare fuori, però prima di partire c’era un medico che era un francese, che è quello che ha fatto le punture, c’era un polacco che però hanno detto: “Sono scappati”, che però evidentemente li hanno assassinati per impedire che dopo divulgassero la notizia e a noi, ci hanno messi in fila, però c’era qualcuno che era stato male e li hanno messi lì, sulle balle di paglia e noi pensavamo che erano diventati umani tutti ad un tratto e però appena avanti ci hanno dato fuoco e hanno bruciato vivi anche quelli che non potevano camminare.

Lì abbiamo camminato per alcune ore attraverso questa breccia per arrivare alla stazione e arrivati alla stazione ci hanno caricati su dei carri bestiame però io sono arrivato sfinito, sono svenuto proprio lì mentre mi caricavano sul carro bestiame, i compagni mi hanno aiutato a mettermi su e sono rinvenuto che il treno era già in viaggio e ci hanno portati ad un altro posto, però ci sono voluti quattro giorni, quattro notti, per arrivare a Dachau perché il treno ogni tanto era fermo e per i bisogni corporali ci facevano scendere, non ci davano né da mangiare, né da bere.

Siamo andati a fare i bisogni corporali vicino ai binari che erano sporchi di tutti gli altri bisogni corporali di altre portate, perché lì c’erano tutti i trasporti di militari, di civili, di deportati che li portavano, trasportavano via dall’altra parte dove c’era il fronte e gli alleati e portarci più all’interno della Germania.

Lì dopo un po’ di giorni ci hanno dato da mangiare un po’ di pane con la margarina, che era quella salata vegetale, non so come la facevano, dal carbone, che ci ha messo una sete terribile che però l’acqua non ce la davano e noi succhiavamo i bulloni a turno del carro bestiame per dissetarci, perché avevamo una sete terribile.

Dopo quattro giorni che si viaggiava, hanno aperto i vagoni e ci hanno dato tanta di quell’ acqua, forse per farci morire, tanto è vero che io ho bevuto due o tre gamelle d’acqua per farmi passare la sete e tutti hanno fatto così e dopo qualcuno è stato anche male perché insomma quando il corpo è disidratato non si può bere troppa acqua.

Da mangiare ancora un’altra volta poi fino all’arrivo, praticamente siamo stati quasi sempre con poco mangiare e poco bere.

Però in mezzo a noi avevano messo, tra i due portelloni, c’erano quattro SS ucraini, quattro SS russi che avevano aderito al nazismo, erano persone di fiducia che li mettevano lì a far la guardia, che però quando di notte si dormiva, le gambe uno nell’altro ci si schiacciava, perché eravamo sempre sessanta per vagone, ci si schiacciava uno sull’altro, schiacciavamo quelli dietro.

Quelli dietro…se uno dei prigionieri si spostava con i piedi in avanti o sui due portelli, questi quattro, le SS tiravano giù i cinturoni e ci davano botte della madonna e sparavano anche, anche la possibilità di ammazzare qualcuno senza pagare e che loro favorivano di più i russi, ascoltavano di più i russi che noi, perché erano sempre russi anche se non erano SS.

I nostri venivano schiacciati indietro e io per salvarmi levavo lo zoccolo che era di legno, era massiccio e lo picchiavo in testa a quello davanti a me quando mi sentivo schiacciare, che a sua volta picchiava quello e quell’altro per tirarsi su e respirare un po’, altrimenti uno poveretto era sfinito.

Tanto è vero che quando ci hanno scaricati dal vagone erano più i morti che i vivi, e ci hanno scaricati a Dachau.

A Dachau ci hanno portato all’Appelplatz e lì, anche lì, c’era la solita storia che dovevamo spogliarci, disinfettarci, tagliare i capelli.

Noi ci hanno spogliati e, a differenza di altri posti, per tre giorni e tre notti non ci hanno dato vestiti, niente, dovevamo andare in baracca, nudi, sempre a letto con delle coperte e ci hanno tenuti così. Dopo un certo periodo ci hanno dato i vestiti, sempre i soliti stracci, zebrati non ce ne erano più, erano vestiti che tiravano via ai morti e davano agli altri, oppure stracci di vecchie divise dei vari paesi occupati e ci hanno vestito in questo modo.

Lì a Dachau, c’erano i gruppi di lavoro, andavamo sempre all’Appelplatz, la sveglia alla mattina alle quattro, adunata, ci davano sempre quella brodaglia, sempre quel pane che però negli ultimi tempi era diventato non più in cinque, ma diviso in dodici e quel tè senza zucchero, senza niente, che ti davano di erbe aromatiche e basta.

Alla sera lo stesso, ci davano questa fettina di pane, la zuppa a mezzogiorno ed era una fame terribile, era sempre di più.

Però cosa succedeva, lì si avvicinava la fine della guerra, allora i Kapò cercavano un po’ di barcamenarsi, ci pestavano ancora come prima però cercavano di barcamenarsi, cercavano di salvarsi un po’, se arrivano gli alleati qui ci ammazzano di botte.

Adagio, adagio, però lì facevano gli esperimenti, prelevavano il sangue, io vedevo che prelevavano il sangue, ci chiamavano lì per dare il sangue, io non lo davo mai perché cercavo sempre di evitare, perché, non è che sapessi che fine facevano, però avevo sempre il dubbio, perché sapevo che le SS erano criminali e avevo paura di qualunque cosa loro facessero, qualunque loro iniziativa e difatti, perché loro con il prelievo di sangue, cosa facevano? Se trovavano il sangue adatto per certi esperimenti, prelevavano il malcapitato, lo portavano al castello del Hartheim dove facevano gli esperimenti.

Magari tanti che erano moribondi, li portavano lo stesso al castello, così con gli esperimenti, senza mai addormentarli, morivano, gli tiravano via delle parti magari di valore, trapianti, certi esperimenti e così morivano.

In più lì a Dachau, facevano anche gli esperimenti sul freddo, mettevano un deportato vestito come un pilota, in una vasca di ghiaccio, con dei blocchi di ghiaccio, poi questo qui lo lasciavano una mezz’ora lì, poi lo tiravano fuori, lo spogliavano, prima con due corpi di donne nude e poi dopo con quattro, per vedere dopo quanto tempo si riprendeva, però il malcapitato moriva sempre, perché, a parte che era già debilitato e però con il freddo non è che uno poteva riprendersi.

L’esperimento era perché i piloti tedeschi che venivano abbattuti sui mari del nord quando li tiravano su dal mare, questi morivano assiderati, non c’era la possibilità di salvarli.

Allora vedevano, se potevano in qualche modo salvarsi, però sono esperimenti che andavano a far morire i deportati e poi di polmonite, le povere donne, deportate, che dovevano riscaldare questo corpo gelato.

D: Antonio, quando sei arrivato a Dachau, dopo ti hanno dato un’altra immatricolazione?

R: Ecco, quando sono arrivato io a Dachau, mi hanno dato il numero 145691.

D: E sempre il triangolo rosso?

R: Sempre il triangolo rosso, perché ero politico, perché loro quando portavano da un campo all’altro c’era sempre la scheda di accompagnamento, che c’era su politico.

Allora sempre con il triangolo rosso e anche lì con il triangolo rosso, sono arrivato finché sono arrivati gli alleati americani, come detto però il mangiare è sempre più scarso, gli ultimi giorni non ci hanno neanche dato da mangiare, perché non avevano più rifornimenti e noi gli ultimi giorni ci portavano sempre nell’Appelplatz, perché dovevamo raggiungere il Tirolo a piedi.

Tanto è vero che ci avevano dato da mangiare, mezza scatola di carne da mezzo chilo e una mezza pagnotta di quelle lì grosse che doveva servire fino ad arrivare al Tirolo a piedi, però non avevano SS sufficienti per accompagnarci allora gli ultimi giorni ci portavano all’Appelplatz e dopo ad un certo momento ci portarono via.

Un certo giorno sono riusciti a trovare un treno e hanno detto: “Tutti gli ebrei devono essere evacuati” e molti sono scappati nel campo non si sono presentati, quelli che si sono presentati, cosa hanno fatto, li hanno caricati sul treno e li hanno portati avanti un pezzo, poi li hanno scaricati e li hanno fucilati.

L’indomani doveva toccare agli italiani, però cosa è successo? Perché durante la notte, perché le SS si rubavano anche i treni per portare via tutta la roba rubata in Europa, caricati sui treni e portarli via, nella notte sono spariti tutti i vagoni che dovevano portarci, allora l’indomani non hanno trovato i vagoni per caricarci, allora nell’Appelplatz, le SS non arrivavano per accompagnarci a piedi, alla fine ci riportavano sempre nel nostro blocco.

Però, in fianco al nostro blocco, c’era un blocco dove c’erano rinchiusi tutti quelli che avevano tentato di scappare e questi avevano le finestre sbarrate e poi erano senza scarpe, dovevano lasciare le scarpe in “Stube ” e lì quando noi ci hanno portato indietro non ci hanno dato il nostro blocco, ci hanno dato quel blocco lì e abbiamo dovuto lasciare gli zoccoli.

Siccome lì per fortuna avevamo avuto l’occasione di prendere degli zoccoli, sempre di legno però con la tomaia coperta, cioè non più scoperti e se dovevamo camminare a piedi, questo era essenziale e noi ci siamo rifiutati di consegnarli.

Allora, cosa è successo, che alla fine il Kapò spazientito ci ha fatto entrare con gli zoccoli, sì, ma da una finestra, per evitare di sporcare la “Stube”, dove dormiva lui e così siamo andati là.

Poi, per andare a dormire, siccome ci avevano dato quella roba lì che dovevamo portare da mangiare per camminare, cosa ho fatto, io non sono riuscito a trovare dei compagni italiani per dormire, c’erano solo due slavi, che “Vieni cono noi, vieni con noi” nel suo castello ci sono andato, però siccome con la fame che c’era, ci rubavamo il mangiare tra di noi, allora io ho preso la giacca, l’ho levata, ho fatto un pacco e mi sono messo sotto la testa, perché non mi rubassero, allora questi qui si sono offesi, oppure avevano certe intenzioni allora c’era una copertina per terra, l’anno tenuta solo loro e mi hanno cacciato di piedi e siccome c’era il vetro della finestra rotto, ho preso tutta notte un freddo terribile.

All’indomani ho cominciato a star male e tanto è vero che mi è venuta la broncopleurite e poi anche la dissenteria.

Allora gli ultimi giorni stavo anche male, per fortuna siamo partiti, perché altrimenti dopo due passi sarei caduto e mi avrebbero assassinato.

Sono stato male, però l’indomani sono arrivati gli americani, i carri armati americani e loro ci hanno mandato contro tutti i cani, perché intorno al campo di Dachau c’era un treno blindato e poi ogni SS aveva un cane, un cane lupo e loro hanno mandato contro gli americani i cani e poi hanno sparato anche.

Allora, prima di tutto hanno ammazzato tutti i cani perché sono andati contro i carri armati, questi li hanno fatti fuori.

Poi hanno preso dei prigionieri che erano quelli che erano di guardia alle torrette al treno blindato, la maggior parte delle SS sono scappate attorno al campo e anche i Kapò, perché quando hanno visto dalle finestre che scappavano le SS, sono scappati e sono rimasti in pochi.

Allora hanno preso pochi Kapò, quasi nessuno e poche SS, che sono rimaste fino all’ultimo, credendo chissà cosa, solamente che all’interno del campo c’era scritto “Il lavoro rende liberi”, sono entrati nel campo e hanno trovato un treno gli alleati, l’hanno aperto, era pieno di cadaveri.

Allora i negri hanno passato alla baionetta, le SS che hanno fatto prigionieri e qualcuno si è nascosto, poi nei giorni dopo li hanno ritrovati, li hanno presi e li hanno linciati nel campo che si conoscevano bene, allora si erano nascosti come tre prigionieri, però avevano i capelli, erano grassi, non erano magri come i deportati, li vedevano lontano un chilometro e li hanno fatti fuori e qualcuno li ha linciati e però io mi sono ammalato, broncopleurite e dissenteria, non avevo più neanche la forza di alzarmi. Tanto è vero che la sera che sono arrivati gli americani, hanno aperto le porte, hanno dato il diritto al vincitore di uscire e fare tutto quello che volevamo noi, potevamo uccidere tedeschi, violentare le donne, rubare da mangiare, roba di valore, niente, che però la maggior parte di noi era addirittura in stato precomatoso, stato pietoso e non poteva alzarsi e uscire, sono rimasti nel campo, pochi sono usciti.

Sono usciti in pochi tanto più che anziché cercare di vendicarsi sono andati a cercare da mangiare e chi ha trovato da mangiare poi è morto perché noi avevamo talmente le budella così asciugate, perché non c’era più né grassi, né niente, così secchi che mangiando un po’ di più, si rompevano e veniva la dissenteria e poi morivano.

Così è stato per molti che hanno trovato da mangiare.

D: Ecco, Antonio, durante la Liberazione quindi tu, eri in baracca?

R: Sì, sono rimasto in baracca.

D: In baracca ammalato?

R: Sì, certo, non mi potevo muovere perché ero malato e sono rimasto lì.

D: Ecco, quanto tempo sei rimasto lì?

R: Ecco, nella baracca lì, pochi giorni, perché hanno messo a capo blocco, un belga, un fiammingo, che un po’ assomigliava un po’ ai tedeschi, come mentalità, forse era prigioniero, forse non capiva, fatto sta che io lì non potevo nemmeno alzarmi dal letto, a fare i bisogni corporali, io l’ho detto: “Guardi che io sono malato”; lui mi lasciava lì in un angolo, allora siccome lì i castelli erano composti di poche traversine di legno e un pagliericcio leggerissimo, io spostavo il pagliericcio e facevo i bisogni lì, perché se non avevo la forza di alzarmi, non mi accompagnavano e li facevo lì.

Allora gli scopini che facevano pulizia si sono accorti, hanno reclamato con il Kapò, allora finalmente si è deciso e hanno chiamato un dottore, che poi era un dottore polacco, per vedere quelli che dovevano portare all’ospedale, allora alla fine ha visitato gli altri, ha visitato anche me e ha detto: “Questo qui è inutile che lo mandiamo al Revier perché questo è un moribondo e allora chiesi: “No, un momento”, perché capivo il francese, “no, no a me mi mandi all’ospedale, perché a casa ho mia mamma che mi aspetta, io devo andare a casa”.

Allora, questo qui, mi ha mandato, però abbiamo dovuto fare a piedi non so, duecento, trecento metri, ci abbiamo messo non so quanto tempo ad arrivare là.

Si passava dal Wascheraum dove ci si lavava, e c’erano i mestoli dove davano la zuppa attaccati, allora siccome con la dissenteria si secca la gola, non si riesce a mandare giù niente, allo stesso tempo si secca la gola e viene una sete tremenda, siccome era proibito bere perché l’acqua non era acqua potabile, era non potabile, era pericoloso bere quell’acqua lì, perché oltre la dissenteria poteva venire qualcosa d’altro, c’erano dei microbi.

Allora, se devo morire almeno soddisfo la sete e ho bevuto due tre litri d’acqua e sono arrivato là che almeno muoio senza la sete.

Però mi hanno disinfettato e vestito e mi hanno messo in un letto, è lì che sono rimasto un bel po’, sono rimasto, adesso non ricordo più quanto tempo, stavo molto male, un po’ tra la vita e la morte, non riuscivo neanche ad aver la forza di mangiare, mi mettevano su uno sgabello il cibo, io con un po’ di forza, andavo lì masticavo un po’ di briciole di pane, però non mangiavo e non bevevo perché non mi aiutavano e non mi davano niente.

Allora, io avrei avuto bisogno di un brodino, però lì non c’era.

Allora cosa è successo, dopo questo periodo lì, sono arrivati, però cominciavo a rimettermi un po’, sono arrivati gli americani e mi hanno portato all’ospedale degli americani.

Fuori dal campo, cioè era dove c’erano gli alloggiamenti delle SS, che erano baracche più confortevoli e lì c’erano i medici delle SS, che ci visitavano e ci curavano, sotto le divise degli americani.

A me mi hanno fatto delle lastre e mi hanno messo nel blocco dei TBC, perché avevo la pleurite evidentemente, avevo delle macchie sui polmoni e questi per non pensarci troppo, perché la maggior parte degli altri erano tubercolosi, mi hanno messo nel blocco dei TBC.

Il blocco dei TBC, che poi io mi disperavo perché dicevo: “Porca miseria, ammalato di TBC”, poi allora si moriva, c’erano le case di cura dove non ti lasciavano uscire se era positiva, non ti lasciavano uscire, non potevi avere contatti con la gente, allora mi disperavo, “Ho i nipoti piccoli, ho la mia famiglia, non posso più vederli”. Sono rimasto lì per un po’ di tempo e venivano dei superstiti sono venuti a trovarmi e io gli davo il pane, dopo è venuto lì uno e… “Via di lì! Questo è il blocco TBC, non potete prendere il pane”, però loro avevano ancora fame e lo prendevano.

Dopo adagio, adagio, siccome lì ci davano da mangiare, quattro, cinque volte al giorno, ci davano il latte alla mattina, con dei biscottini, ci davano ancora alle dieci, ci davano una zuppa a mezzogiorno, poi alla sera ci portavano lì, un cucchiaino di cioccolato, scatoloni di rosso d’uovo, un po’ di zucchero e facevano la “rusumada”, zabaione e così, mangiavo e adagio adagio mi sono tirato su in forze e dopo mi hanno tirato via dal blocco di TBC mi hanno messo in un altro blocco. Mi hanno mandato via dal blocco TBC perché dicevano: “Ha fatto la pleurite, però non è tubercolosi”, allora mi hanno mandato in un altro blocco e lì sono rimasto ancora fino al 24 giugno, che sono rimpatriato nel ’45.

D: Cioè sei rimpatriato come?

R: Lì c’era una colonna, ci ha portato una colonna americana, ci ha portato fino a Bolzano e ci hanno portati, noi siamo scappati, perché dall’ospedale, noi non potevamo uscire, ci hanno trasportato in viaggio, alcuni sì alcuni no, praticamente con un elenco e ci hanno fatti uscire dall’ospedale, perché l’ospedale era cintato, c’erano le guardie armate che proibivano di uscire agli ammalati e con questo elenco, siamo andati lì, ci siamo presentati era un italo americano, ha letto i nomi, ci ha fatto passare e siamo andati dove c’erano quelli che dovevano partire l’indomani e anche noi dovevamo partire l’indomani.

Però appunto non volevano farci partire perché nel primo trasporto che è stato fatto subito dopo la Liberazione, in maggio sono morti dieci italiani, nel fare il Brennero, allora non volevano che noi si partiva, ma noi nella fretta di andare a casa, allora siamo scappati e siamo andati insieme agli altri italiani.

Io avevo il foglio di viaggio e questa colonna americana ci ha portati fino a Bolzano, a Bolzano ci hanno scaricato, dove c’era il vecchio campo di smistamento, ma era ormai abbandonato da tutti, c’erano solo dei capannoni aperti da tutte le parti, dove riposavano quelli che arrivavano e dove c’erano gli uffici, dove scrivevano il foglio di viaggio.

Io mi sono seduto lì, ma si vede che sono svenuto e non ho trovato più nessuno, allora sentivo gli altoparlanti che dicevano “partenza per Milano…” bisogna presentarsi in ufficio.

Sono andato là con il mio foglio di viaggio, allora questi mi hanno timbrato il foglio di viaggio, mi hanno dato il foglio di viaggio, sono andato lì e questi camion civili ci hanno portato fino a Milano.

Milano, alla stazione Centrale dove c’erano i posti di ristoro, però io avevo fretta di andare a casa e allora sono saltato giù, sono saltato sul tram per andare a casa, allora era il due che passava da Corso Italia e il bigliettaio mi ha cercato i soldi, il biglietto, io non ho soldi e c’è stata una signora che mi ha pagato il viaggio, però là davano via i biglietti per il tram alla stazione Centrale però io avevo fretta di arrivare a casa per vedere i miei, perché non sapevo che fine avevano fatto e così sono arrivato a casa.

Ammalato, pesavo 35 chili c’è voluto un bel po’ di tempo, prima di riprendere, ma più che di riprendere fisicamente, di riprendere con il cervello perché a parte gli incubi che avevo di notte, ma anche perché mi spaventavo per niente, se passava un’ombra vicino mi nascondevo il mangiare e tanti si offendevano, perché dicevano: “Cosa vuoi, non ti porto mica via il mangiare”.

Ma la psicosi del Lager, prima di guarire da quella cosa lì, c’è voluto un bel po’ di tempo, ancora di più di quella fisica.

D: Antonio, che cos’è un Lager?

R: Un Lager, dovrebbe essere un campo, però purtroppo un Lager di sterminio, come quello che abbiamo conosciuto noi, era un posto di morte, bisognava andare lì, solo per morire, una condanna a morte, dovevamo morire lì, però prima di morire dovevamo rendere, dovevamo rendere, allora avevano fatto una statistica di quanto uno rendeva, perché tanto per i capelli, tanto per i denti, tanto per questo, per quell’altro, anche le protesi che poi vendevano, tanto per il lavoro, che almeno per un certo periodo lui rendeva, la media era di un mese che rendeva, dopo moriva però aveva reso tanti soldi, era lì per morire, però doveva rendere, perché i tedeschi erano rimasti a corto di manodopera, perché i suoi erano al fronte, anche i giovanetti e gli anziani li portavano al fronte e lì a servizio delle SS, prendevano gli ammalati, quelli feriti, li portavano a fare servizio, però un corpo speciale anche, era “testa di morto”, che era un corpo speciale dei nazisti che era apposta per i campi.

Allora questi qui, che avevano il diritto di morte su di noi, questi qui erano lontani dal fronte e avevano bisogno di manodopera, allora cosa facevano, portavano via, razziavano tutta la manodopera d’Europa.

Allora portavano via, quelli che erano lavoratori alla sera andavano a dormire nelle baracche, ma erano liberi, li obbligavano a lavorare là.

Poi c’erano i militari, che avevano portato via all’8 settembre e li hanno resi anche liberi, ma non potevano scappare perché li ammazzavano, però erano liberi di lavorare, non erano accompagnati dalle SS.

Poi c’erano tutti gli altri prigionieri di guerra, poi c’eravamo noi che eravamo lì solo per morire.

Non fucilavano e assassinavano in tutte le città occupate, perché altrimenti la gente avrebbe capito e si sarebbe ribellata.

Per evitare facevano solo delle rappresaglie, volevano solo dimostrare che bisognava aver paura di loro, vivere con il terrore e questa logica la portavano anche nel campo; e nel campo oltre che lì eravamo destinati a morire allora tante volte facevano delle punizioni apposta.

Lì a Flossenbürg una volta avevano impiccato sei persone, perché dicevano che avevano rubato le sigarette alle SS, cosa impossibile perché le SS tenevano poche sigarette anche loro e non è che si potevano rubare le sigarette.

Fatto sta che hanno impiccato davanti al campo ed hanno portato là tutti i prigionieri per vedere l’impiccagione, sempre per terrorizzare la gente.

Poi, dopo una volta hanno impiccato un ufficiale russo, perché diffondeva le notizie e dava fiducia di sopravvivere e loro non volevano che uno avesse la speranza di sopravvivere, loro volevano che uno diventava una larva umana, che lavorasse e morisse a ordini.

D: Antonio, secondo te è importante che i giovani di oggi conoscano questa parte di storia?

R: È importantissimo per i giovani conoscere questa parte di storia ed è un peccato che non diventi proprio materia di studio, perché queste cose possono anche succedere.

Prima di tutto l’odio razziale verso gli ebrei, ma l’odio razziale è nato anche per portare via i loro beni, è nato anche perché prima hanno colpito i politici, cioè è nato proprio per eliminare tutti i differenti e questa mentalità può ancora sopravvivere, non è che solo i nazisti, anche qualcuno altro ha fatto altre cose, non uguali ai nazisti, quello lì è stato veramente il genocidio, però potrebbe ritornare e poi le cause, è importante sapere quali sono state le cause, perché un uomo può arrivare a tanto.

Le cause sono le più importanti e possono verificarsi anche adesso.

Il razzismo, l’odio razziale, l’odio verso chi è differente da noi perché non sono stati deportati solo gli ebrei, ma anche gli zingari, oltre i politici, anche i seguaci di Geova, praticamente tutti quelli che erano di mentalità differente venivano eliminati.

Veniva eliminata ogni ideologia che era differente da quella nazista, da quella fascista.

Questo bisogna insegnare ai giovani, che abbiano comprensione, per tutti gli altri, per tutte le categorie che pensano… è importantissima e non ci siano differenze di colore, di nascita e di niente.

D: Antonio, perché tu, almeno una volta all’anno ritorni nei campi?

R: Io almeno una volta all’anno ritorno nei campi perché non ho mai dimenticato tutti quelli che sono morti là e gli ideali per i quali sono morti e vado là per ricordarli e vado là principalmente anche per trasmettere le nostre speranze e i nostri ideali ai giovani, gli ideali di quelli che sono morti, ai giovani.

Per portare avanti questo patto di solidarietà umana, questa società più giusta che tutti noi auspichiamo.

Brambilla Pesce Onorina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono stata arrestata a Milano il 12 settembre 1944.

D: Il motivo?

R: Il motivo, io facevo parte della terza brigata GAP comandata da Visone, che è Giovanni Pesce. Avevamo un collegamento con un tale che si definiva Arconti, ma poi non era nemmeno il suo vero nome, il quale era riuscito ad arrivare nel comando delle brigate Garibaldi perché, dicendosi partigiano, dicendosi che poteva dare informazioni e armi ai gappisti e il comando delle brigate Garibaldi aveva passato questo individuo, questo collegamento, a Giovanni Pesce, il quale non si fidava molto perché questo qui faceva un sacco di domande. Non era il periodo allora di fare troppe domande, di voler sapere troppe cose. Quindi un giorno, esattamente il 12 settembre, c’era un appuntamento con questo Arconti e avremmo dovuto andare io e Pesce perché appunto lui ci avrebbe dato dei recapiti per avere delle armi. Però all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire perché qualche giorno prima, in un’azione nella quale c’ero stata anch’io, era morto un partigiano qui a Milano in Via Ponzio davanti alla piscina e un gappista era stato ferito e arrestato e stavano progettando di liberarlo, era stato portato al Policlinico, e per organizzare questa azione per liberare Antonio, all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire. Mi ha detto: “Vai tu e rimandi l’incontro con questo individuo”. Infatti io sono andata in Piazza Argentina davanti al cinema, adesso da un po’ di tempo non c’è più, c’era il cinema, lui era lì, io mi sono avvicinata, ma immediatamente sono arrivati altri e lui mi ha detto: “Non muoverti, siamo circondati”, dopodiché è sparito lui e invece sono venuti altri e quindi sono stata arrestata. Poi, dopo, io mi sono accorta più tardi che c’era tutta la zona circondata, era una vera e propria imboscata per prendere il comandante dei GAP. Per loro sarebbe stato un bel colpo. Certo, forse io non sarei qui a raccontarla come moglie di Pesce.

D: Ci spiega cosa vuole dire GAP e cosa ….

R: Gruppi di Azione Patriottica. Che erano i partigiani che agivano nelle città e anche nelle pianure, cioè non in montagna, ed era una lotta particolare. Perché, piccoli gruppi, distaccamenti di quattro o cinque e qualche volta anche meno, che compivano azioni di disturbo, di sabotaggio e poi di colpire le spie e i collaborazionisti. Una lotta piuttosto dura perché si era soli in mezzo proprio alla città che era occupata con caserme e così via sia dai tedeschi che dai fascisti, dalla Muti e da tutti gli altri gruppi di fascisti, e io sono entrata in questa formazione perché volevo andare in montagna prima ancora di conoscere Pesce. Io, subito dopo l’8 settembre, ho fatto parte dei gruppi di difesa della donna, che è stata una grande organizzazione, che si è collegata, ha mobilitato, proprio è il caso di usare questa parola, centinaia di migliaia di donne in tanti modi di aiuto ai partigiani, per la distribuzione della stampa clandestina, per portare ordini e poi su tutta l’Italia del nord, anche da Firenze, da Firenze in su. E fu un’organizzazione veramente capillare, molto importante, per cui le donne davvero hanno dato un grande aiuto, un grande contributo. Anche se cinquanta anni dopo, però Boldrini l’ha detto, che se non ci fossimo state noi, se non ci fossero state le donne, noi non avremmo combinato niente. E questo è veramente vero.

Io ho fatto parte per diversi mesi e poi avevo altri incarichi di distribuzione della stampa clandestina in alcuni recapiti di Milano. Poi, a un certo punto ho chiesto di entrare in una formazione combattente e di andare in montagna con i partigiani. Mi hanno proposto, invece, di rimanere a Milano perché la GAP si stava ricostituendo dopo tanti arresti che erano stati fatti e quasi tutti sono stati fucilati, prima Rubini poi Campeggi e tanti altri, ed è così che sono entrata nella brigata e ho conosciuto Visone e ho fatto quello che mi si chiedeva di fare insomma. Purtroppo, non per tanto tempo perché dopo sono stata arrestata.

D: Quindi, dopo essere stata arrestata?

R: Dopo sono stata arrestata ed erano le SS di Monza. Perché, questo tipo, questo Arconati, era al servizio delle SS di Monza che agivano in quella che era la sede del fascio, la Casa del Balilla, che avevano requisito proprio per la lotta anti-partigiana. Infatti, parecchi sono morti lì di compagni e di partigiani. Rubini, il primo comandante dei GAP di Milano, dopo grandi torture è stato ucciso proprio lì nel carcere di Monza. Per cui, a un certo punto non mi trovavano nemmeno più i compagni, non sapevano più nemmeno che fine avessi fatto perché mi cercavano a Milano. C’era la Muti, c’erano tutti questi gruppi, invece sono stata portata a Monza alla Casa del Balilla e poi, dopo, lì nel carcere, che hanno chiuso da non molto tempo; un vecchio carcere. E lì sono stata due mesi, sempre isolata, sempre da sola. Questo è stato il periodo forse peggiore. Oh dio, se avessi saputo cosa succedeva in Germania, forse no, ma non lo sapevamo noi che c’erano i campi di sterminio. Anche a me quando mi hanno detto, un po’ scherzando e un po’ sul serio, “Non ti fuciliamo, ti mandiamo a lavorare in Germania”, io ho pensato “Va beh, andrò a lavorare in Germania, pazienza, finirà la guerra, tornerò a casa”. Certo che non sapevo che magari non sarei tornata.

D.: Quanti anni aveva Onorina?

R: Avevo 20 anni; li avevamo tutti. La guerra la fanno sempre i giovani eh! In grande maggioranza eravamo tutti giovani, tutti i partigiani che hanno combattuto e che sono morti eravamo tutti giovani, erano pochi quelli che magari erano già uomini o donne un po’ più mature. Ma, soprattutto chi combatteva in prima linea, diciamo così, erano soprattutto i giovani.

D: Quindi, dopo il carcere di Monza?

R: Dopo Monza, dopo due mesi, un giorno sono uscita, mi hanno tenuto due giorni a San Vittore e poi mi hanno mandata al campo di concentramento. L’avevano detto, destinata al campo di concentramento, però io non sapevo dove, assolutamente. Siamo arrivati a Bolzano esattamente l’11 novembre del ’44, due mesi dopo. E, tutto sommato, il fatto di essere rimasta due mesi in carcere è quello che mi ha salvato la vita. Perché, quando io sono arrivata avevano già grandi difficoltà a far partire i treni. Li hanno mandati lo stesso alcuni, però le donne non le hanno più mandate. Noi eravamo lì in parecchie donne a Bolzano e da altre testimonianze forse lo sapete; siamo arrivate anche a essere in cinquecento in quel capannone che era il blocco F riservato alle donne.

Io ho visto parecchi convogli partire in dicembre e in gennaio; l’ultimo in febbraio, che però tornarono indietro perché non avevano potuto passare il Brennero perché c’erano le ferrovie tutte bombardate dagli alleati. Però di donne.. ho visto qualche donna ebrea, ma erano pochi gli ebrei che sono passati da Bolzano; si parla, mi pare, di un centinaio o poco più, perché gli ebrei venivano subito mandati nei campi di sterminio, non li mandavano al campo di smistamento come era a Bolzano. Però, di donne, l’ultima spedizione, l’ultimo convoglio, credo che sia stato proprio dieci giorni prima che arrivassi io, che erano partite parecchie donne che sono finite a Ravensbrück.

D: Onorina, ci può parlare del suo trasporto da San Vittore a Bolzano? Compreso l’arrivo, l’ingresso.

R: Sì. Noi siamo partiti da Milano di sera. Non ci hanno messo sui carri merci, non siamo andati in treno, ci hanno trasportati su un pullman. Anzi, credo che fosse un autobus di quelli normali, quelli che credo i tedeschi sequestravano, ed eravamo in settantotto di cui sette donne. Abbiamo viaggiato tutta la notte, naturalmente non ci hanno dato niente da mangiare, ci hanno fermato un paio di volte perché qualcuno aveva qualche bisogno, nei posti di campagna e siamo arrivati poi a Bolzano al mattino verso le 7-7,30 ed eravamo naturalmente un po’ stanchi. Anche perché nessuno di noi era riuscito a riposarsi, a dormire. Non solo perché eravamo scomodi, ma poi perché non si sapeva dove andavamo. Allora c’erano naturalmente le opinioni più diverse: “Mah, ci fermiamo a Bolzano, ci mandano direttamente in Germania”, comunque non lo sapevamo. Arrivando lì abbiamo visto .. nessuno di noi, forse specialmente le donne, ma nemmeno gli uomini allora sapevamo cosa fosse un campo di concentramento, non avevamo mai .. anche se sotto il fascismo, va beh, sapevamo che c’era stata gente nelle galere, al confino, ma i campi di concentramento veri e propri perlomeno non lo sapevamo. E allora l’impressione, arrivando lì al mattino che cominciava già a fare freddo, c’era un po’ di nebbiolina, vedere queste baracche, alcuni uomini che giravano un po’ malmessi, la prima impressione di essere in un mondo così che non sapevamo cosa fosse, avevi perfino l’impressione che entrando lì sparivi, nessuno avrebbe saputo più niente di te, sarebbe stata una cosa… completamente divisi dal resto del mondo. Va beh, dopo però un pochino ci si abitua, ci si abitua a tutto. Poi a Bolzano, voi lo sapete, c’era una forte organizzazione clandestina che era stata iniziata e soprattutto sostenuta dai comunisti e dal Partito Comunista, però c’erano anche dei compagni Socialisti e altri e questo naturalmente dava anche coraggio di sopportare.

Poi, siccome avevano il collegamento con l’esterno, venivano a sapere chi erano i partigiani. Perché è chiaro che è arrivata lì anche gente che era rastrellata per le strade e che non aveva fatto proprio niente e poi magari sono finiti … anzi sono finiti senz’altro nei campi di sterminio. Però, per esempio, dopo un po’ di giorni, qualcuno mi ha avvicinato e io ho capito che la mia presenza era stata segnalata dall’organizzazione. Quindi questo mi ha permesso di conoscere i compagni che dirigevano l’organizzazione clandestina, Carlo Milanesi, Ottavio Rapetti che era stato uno di quelli che abita qua vicino, uno di quelli che avrebbe dovuto essere fucilato in Piazzale Loreto. Invece, per la sua giovane età, aveva diciannove anni, era anche più giovane di vent’anni … e allora va beh, dopo è cominciata la vita nel campo insomma.

D: Onorina, lei è stata immatricolata a Bolzano?

R: Siamo state subito immatricolate; ad ognuna hanno dato il numero e il triangolo corrispondente alla propria colpa. Allora noi eravamo considerati politici, quindi rosso; mi hanno dato il 6087. Poi, dopo, ci hanno fatto girare un po’ per il campo dopo avere fatto tutte le registrazioni, che ci hanno dato questa divisa che non era poi nemmeno tanto brutta. Perlomeno, nel senso che erano pantaloni e casacca colore bianco avorio di tela grezza; dietro sulle spalle c’era la croce di prigioniero, però era una cosa che si poteva mettere. Ecco, non è successo come a quelli che andavano nei campi di Germania e che gli davano gli stracci e magari delle scarpe scompagnate. Un paio di zoccoli, però lì potevamo tenere anche i nostri vestiti. Potevamo tenerli e, infatti, in quella fotografia si vede che io ho un mio golf.

D: Ma non era il Suo primo numero di matricola vero?

R: Come?

D: Questo di Bolzano non era il Suo primo numero di matricola.

R: Beh, l’avevo avuto a San Vittore. Sì, a San Vittore. Ce l’ho segnato il numero, però a San Vittore sono rimasta solo due giorni perché ero lì proprio di transito. Mi hanno mandata lì per dopo aggregarmi a quelli che andavano in Germania.

D: Scusa Onorina, due cose. Nel viaggio da San Vittore a Bolzano eravate una settantina dicevi …

R: Settantotto, perché dopo ho fatto ricerche, e sette donne.

D: Poche donne e il resto erano tutti uomini.

R: Tutti uomini, tutti giovani.

D: Ti ricordi qualche nome di uomo o di donna?

R: Ho dimenticato. Mi ricordo solo la compagna Giuseppina Ruga che era una partigiana della Val Sesia, che avevo conosciuto a San Vittore, che dopo la guerra non siamo più riusciti a sapere, sia io che l’altra compagna che l’abbiamo cercata. Lei era già lì nel carcere di San Vittore, era stata arrestata in Val Sesia. Lei diceva di essere una staffetta di Moscatelli. E lì abbiamo fatto amicizia, se così possiamo dire, infatti dopo siamo sempre rimaste insieme anche a Bolzano. Dopo è arrivata anche un’altra compagna che avevo conosciuto a San Vittore, ma che è arrivata dopo di noi, Casati Serafina che è ancora viva. Però non mi è rimasto il ricordo dei visi. Anche perché, come ho detto, finita la guerra io ho cercato un po’ di dimenticare.

D: Degli uomini non ti ricordi?

R: Mah, guardando i nomi, siccome mi hanno dato l’elenco, ho un elenco di quelli che sono usciti perché all’ANED hanno l’elenco di quelli di San Vittore. Che, credo, lo tengono da qualche parte molto al sicuro e un compagno, un paio di anni fa, mi ha dato la fotocopia. Che, fra l’altro, sono stata fortunata ad averlo perché sono proprio una delle ultime, dopo non si è trovato più niente di San Vittore. Perlomeno, quando poi San Vittore è stato liberato, nella documentazione che hanno trovato non hanno trovato gli altri. Perché poi, da novembre a dopo ce ne sono stati ancora tanti, ma arriva proprio a metà novembre del ’44 e io infatti sono una delle ultime insomma.

D: L’altra domanda era: sempre nel Transport da San Vittore a Bolzano chi c’era come guardie su questo pullman?

R: C’erano dei tedeschi. E, forse, anche qualche italiano però. Qualcuno magari si ricorderà più di me di quel trasporto. Chissà, bisognerebbe ricercare qualcuno di quei settantuno uomini.

D: Quindi, arrivati a Bolzano, vi hanno fatto spogliare?

R: Sì, sì. Mi ricordo che prima di scendere dal pullman abbiamo aspettato un po’. E, chissà perché, mi è sempre rimasto il ricordo di un pezzo di pane che c’era per terra. Forse perché avevamo fame! Perché non ci avevano dato niente da mangiare in tutta la notte. Sì, quel pezzo di pane per terra nel fango, sono quei flash, quelle cose strane. Magari poi ci si dimentica di altre cose.

D: Quindi sei entrata, spogliazione …

R: Sì, siamo andate nell’ufficio dove hanno preso tutte le generalità, i dati anagrafici. Ci hanno dato il numero, il triangolo e poi siamo andate in magazzino e ci hanno dato questa tuta, questa divisa del campo. C’è voluta tutta la mattinata, sono state parecchie ore per fare tutto questo lavoro e poi, dopo, ci hanno destinati in quelli che chiamavo i blocchi. Noi, il blocco delle donne, che era quello vicino alla porta di ingresso del campo perché era l’ultimo, si vede dalle fotografie, era il blocco F.

D: In ufficio, al momento dell’immatricolazione, si ricorda ….

R: No, non ho un ricordo di qualche cosa …

D: Una donna, un uomo, non si ricorda?

R: C’era un uomo, c’era un tedesco mi pare. C’era un tedesco. Però non mi ricordo bene se c’era qualcun altro.

D: Quindi siete entrate nel blocco F tutte voi donne.

R: Noi donne, noi sette donne.

D: E lì hai trovato altre donne nel blocco F.

R: No, non subito, solo qualche giorno dopo ho individuato Laura Conti perché mi era stata segnalata dai compagni, però in un secondo tempo. Invece, poi dopo ci eravamo legate, eravamo entrate un po’ in amicizia che ci aiutava con una compagna che è arrivata però una settimana dopo. Poi, più tardi, una compagna di Verona che è morta qualche anno fa, che il marito è morto poi a Mauthausen, Rosetta Meloni. Ecco, lei non era giovane come noi, lei aveva già quarant’anni. Era stata arrestata con il marito che era un comunista, erano tutti e due comunisti; lei è riuscita a fermarsi a Bolzano, è arrivata dopo però. Poi con un gruppo di compagni di Genova. C’era Girelli e la moglie Iolanda; poi un gruppo di compagni che venivano dall’Ansaldo, che erano stati arrestati per gli scioperi. Lì c’erano tutte donne, c’era la moglie di Montanelli, la prima moglie di Montanelli, Margherita Montanelli. Lei è stata liberata anche prima di noi, mi pare che in marzo lei è stata liberata; non è stata fino alla fine. Lei era tedesca, di origine tedesca, ma era una donna che faceva un po’ la vice campo insieme alla ragazza giovane, la Cicci. Questa era una ragazzina in gamba che ci faceva filare, ma in senso buono eh! Perché, per la verità anzi eravamo legate, non era assolutamente una carogna per niente. In questo momento il nome mi sfugge, ma nel libro di Happacher il suo nome c’è, e la Montanelli faceva un po’ la vice campo ed era una donna disponibile anche ad aiutare, una bella donna alta, bionda, proprio il tipo un po’ di tedesca.

D: Mentre la Kapò vera era tedesca?

R: Era tedesca. La Kapò vera era questa che noi avevamo soprannominato La Tigre. Che c’è anche il nome sui libri, il nome adesso a me sfugge, che era veramente una carogna; piccola e brutta fra l’altro. E da quella bisognava girare al largo perché girava sempre con la frusta e per niente… insomma, bisognava stare alla larga, ecco. Era inutile fare gli eroi e farsi picchiare se non era il caso, bisognava girare alla larga. Poi lei però ad un certo punto è andata via. È andata via e ne è venuta un’altra; gli ultimi tempi forse e la chiamavamo La Zigrina. Sì, sì, lo so che si parla poco di questo, ma in realtà, forse l’ho letto da qualche parte, dopo ne è venuta un’altra, ma dovevano essere proprio gli ultimi tempi.

D: Sempre tedesca era?

R: Sempre tedesca, sempre tedesca. E sì eh. Il capo campo, quando sono arrivata io era Maltagliati, sul quale poi, dopo, si erano dette … c’erano stati dei sospetti, ma per quello che posso dire io aiutava, poi lui è andato via ed era Novello il capo campo, questo compagno che è stato poi fino alla fine. Che poi credo abbia sposato la Cicci dopo la guerra.

Ecco, io sono stata cinque mesi e mezzo in questo campo. Dove certo, rispetto alla Germania, lo ripeto, non c’era nemmeno da paragonare, però non è che noi stavamo bene, non è che eravamo in villeggiatura.

D: Ti ricordi come era organizzato il campo?

R: Sì, sì, mi ricordo. C’erano tutti i blocchi da una parte, di fronte noi avevamo le docce, dall’altra parte rispetto dove eravamo noi, poi sulla destra c’erano i servizi fra cui anche la sartoria dove io andavo … erano tanti compagni che avevano detto: “Se ti mettiamo in un lavoro del campo forse si evita la Germania”. Forse però, perché io ho visto tanti che erano addetti ai servizi, che sono compagni e che sono andati soprattutto … Beh, io ho accettato anche se non mi entusiasmava l’idea di stare tutto il giorno in questo ambiente buio, basso, brutto, a cucire che non mi piaceva per niente, non ne avevo mai voluto sapere. Però lì c’erano anche le altre due compagne, Serafina che noi chiamavamo Ina e Giuseppina Ruga, poi c’erano delle altre. E allora eravamo lì a cucire gli indumenti dei deportati che venivano dalla lavanderia per modo di dire e così cucivamo tutta questa roba che erano stracci.

Io, in questo momento mi sono stufata.

D: Ti ricordi chi c’era in lavanderia che comandava un po’ la lavanderia?

R: Accidenti sì, ma non riesco a inquadrare, a mettere a fuoco il nome. Però me lo ricordo. Poi mi ricordo il compagno che era in tipografia; mamma mia il nome, accidenti il nome lo so, che è morto qualche anno fa. Che deve essere lui che ha stampato poi queste tessere. Sì, ma se guardo il libro poi mi vengono in mente.

D: Scusa, ti ricordi il blocco celle?

R: Ah il blocco celle! Il blocco celle era in fondo sulla destra e anche da lì cercavamo di passare un po’ alla larga perché chi entrava lì dentro, lo sapevamo, entravano lì dentro, c’erano i due ucraini giovani che erano veramente bestiali. Chi entrava lì! Ada Buffolini c’è stata venti giorni perché lei teneva i collegamenti con il CLN fuori e le avevano trovato qualche cosa; le è andata ancora bene. Lei era in infermeria perché era dottoressa, era radiologa, insieme a Ferrari che, dopo, è stato Sindaco di Milano. Io me li ricordo bene non solo perché si vedevano e sapevo chi erano, ma anche perché abbiamo avuto bisogno di andare in infermeria perché avevamo sempre raffreddore e tosse naturalmente. A un certo momento io ero diventata sorda, probabilmente mi aveva colpito una forma di otite; sono stata un paio di mesi sorda. E c’era invece l’altra compagna, Ina, che non parlava. La cosa ci faceva anche un po’ ridere, aveva perso la voce. Va beh, siccome avevamo vent’anni, in quelle condizioni qualche volta facevamo anche un po’ di ironia sulle nostre condizioni, però credo che mi abbiano curato con l’aspirina perché era tutta una messa in scena naturalmente, anche se loro si davano da fare. Poi c’era un altro medico, adesso il nome non lo ricordo, però sui libri c’è, ma quello chissà perché non me lo ricordo. Invece, mi ricordo molto bene della Ada e di Ferrari.

D: Poi c’è stato anche quello della casa farmaceutica, Lepetit.

R: No, io non l’ho conosciuto. Penso che però fosse già partito, non ci fosse più al campo quando sono arrivata io a metà novembre.

D: E Piccil, Le dice qualcosa questo nome?

R: No.

D: Era uno dei medici

R: Ah ecco, forse è quello che io non riesco …

D: Un altoatesino, tedesco, Piccil si chiama.

R: Ma cosa faceva?

D: Il medico.

R: Ah beh. No, non me lo ricordo. Io, in infermeria, mi ricordo, mi sono sempre ricordata della Ada e di Ferrari. Forse perché li conoscevo di più, non lo so. Poi mi hanno curata loro… curato! Hanno fatto quello che potevano.

D: Ma, la sartoria, la tipografia… poi c’erano altre …

R: Sì, poi c’era la lavanderia, le cucine.

D: Erano dentro nella recinzione o fuori dalla recinzione del campo?

R: Erano dentro credo. No, eravamo dentro senz’altro. Almeno, in sartoria eravamo dentro nel recinto del campo.

D: Ecco, il recinto era fatto come? In muro, in filo spinato, cos’era?

R: Sì, sì, c’era filo spinato ma c’erano anche dei pezzi di muro mi pare.

D: C’erano delle garitte?

R: Beh sì, la garitta c’era. Anzi, una delle prime cose che avevo visto arrivando è stata la garrita. Ma appunto, siccome ho detto non sapevamo cosa fosse il campo di concentramento, abbiamo visto questa visione e poi la garitta.

D: Nei blocchi, i blocchi erano tutti liberi oppure c’era qualche blocco che era …

R: Il nostro blocco, con quello vicino che era il blocco E dei pericolosi, in alto aveva uno spazio. Tanto è vero che più di una volta anch’io mi sono arrampicata. Mi sono arrampicata perché davamo qualcosa da mangiare a questi poveracci che erano particolarmente isolati. Potevano uscire solo un’ora al giorno, poco, ed erano quelli ai quali gli davano ancor meno da mangiare ed erano veramente compagni … Tanto è vero che quando noi, io e Linda, siamo andate poi fuori alla Caserma, i soldati lì ci davano dei pezzi di pane e tornando glielo davamo a loro e loro ci aspettavano fuori. Perché poi la divisione era una divisione proprio …. anche il muro, io penso che se qualcuno avesse voluto abbatterlo ci riusciva. E in alto c’era questo spazio. Per cui, specialmente quando sapevamo che c’era una spedizione, allora noi cercavamo di dargli qualcosa. Non sapevamo che arrivando in Germania poi gli portavano via tutto. Anzi, se avevamo un golf, se avevamo delle calze di lana, della roba, ci spogliavamo quasi e spesse volte siamo state anche punite per questo, inquadrate fuori davanti al blocco per delle ore senza mangiare; quella era proprio la punizione, non era solo l’appello.

D: Quando chiamavano l’appello …

R: Sì, l’appello era al mattino e alla sera.

D: Vi tenevano lì in attesa …

R: Invece per punizione, hanno visto che noi aiutavamo quelli che partivano e noi donne siamo state fuori parecchie ore inquadrate davanti per punizione proprio. Comunque, più di una volta anch’io mi sono arrampicata e loro si arrampicavano dall’altra parte e oltretutto ci salutavamo anche. Loro ci abbracciavano poveretti perché, insomma, oltretutto erano così isolati, così soli, così … che, vedere anche delle compagne, delle donne … E questo è successo più di una volta, sì.

D: Prima diceva della struttura clandestina del campo; ce ne può parlare?

R: Sì. Comunque ci sono dei libri che ne parlano bene, con tutti i nomi di chi faceva parte. C’è una relazione, ma penso che voi la conosciate, è lì in archivio, che pubblicò sul suo libro Marozin: “Odissea partigiana”. Lì riporta una relazione di qualcuno che lui, per conto del Comitato di Liberazione di Milano, aveva incaricato di fare un’indagine.

D: Qualcuno che aveva incaricato …

R: Incaricato sì. Perché, siccome loro erano lì, la Osoppo era nel padovano, nel Friuli, la famosa Osoppo con Marozin vero. Un individuo molto discusso anche dopo la Liberazione. C’è una relazione e lui aveva dato bene l’idea di come funzionava il campo e ci sono i nomi di tutti quelli che facevano parte del Comitato clandestino. Ho detto appunto c’era Rapetti, c’era Milanesi, c’erano altri. E, come funzionava? Beh, funzionava molto, perché cercavano intanto di aiutare tutti. Io so che dopo la Liberazione ci fu una polemica, soprattutto da parte dei socialisti, che si lamentarono che i comunisti erano più aiutati. Il che poteva anche essere eh! Poteva anche essere avvenuto. Nel senso che noi venivamo individuati, qualcuno informava di chi si trattava e, quindi, c’era anche un problema di sicurezza per loro. Qualcuno può darsi che non siano riusciti ad aiutarlo, anche per timore che dessero delle informazioni ai tedeschi.

Veramente hanno fatto moltissimo questi compagni di aiuto.

D: Del tipo? Ci puoi dare …

R: Per esempio rubavano nelle cucine per darci qualche cosa di più da mangiare. Poi, i collegamenti che riuscivano a tenere con l’esterno.

D: Vi arrivava posta?

R: Sì, noi potevamo scrivere una volta al mese mi pare, o due. No, una volta al mese forse. Io ho ancora qualche … io ho tutte le lettere, che mia mamma ha conservato, che le ho mandato io. Non ho quelle che mi mandava lei perché non le tenevo, anche perché avevamo bisogno di carta. Avevamo bisogno di carta, è buffo ma è così. Invece mia mamma le ha conservate tutte, che io non lo sapevo. Me le ha date diversi anni dopo, si vede che anche lei si era dimenticata. Mia mamma è stata anche lei una partigiana, è stata anche lei nei gruppi di Difesa della donna. Una donna molto coraggiosa, un’antifascista. E a novantacinque anni è ancora viva ed è in gamba. Una donna molto coraggiosa proprio. Però noi riuscivamo a mandare via clandestinamente delle altre lettere da quelli che uscivano a lavorare, i gruppi che uscivano a lavorare. Ce ne sono alcune con il timbro di censura, altre invece che non c’è niente e quindi devono essere quelle che io sono riuscita a mandare fuori senza passare da loro. Però, queste lettere, ora delle fine non facevo altro che chiedere roba da mangiare. Anche di questo mi vergogno un po’. No, ma poi dicevo altre cose, certo che non potevo dire molto sulle condizioni; facevo capire. Ecco, soprattutto dal punto di vista igienico eravamo in mezzo ai pidocchi, eh! Avevamo imparato benissimo ad ammazzarli. Sì perché, oltretutto, quando facevano l’ispezione per i pidocchi, almeno nel blocco delle donne non ne facevano tante, se li trovavano ci punivano. Noi non potevamo, non avevamo modo di pulirci troppo per le condizioni in cui eravamo. Mi ricorderò sempre che nel nostro pagliericcio un giorno abbiamo trovato una nidiata di topolini. Sì, abbiamo trovato dei topolini proprio. Insomma, d’altra parte le condizioni igieniche erano quelle che si può bene immaginare, anche se noi cercavamo molto di stare pulite. Io credo che prendevamo sempre la tosse anche perché andavamo a lavarci a torso nudo, al freddo, con l’acqua gelida. Ma questo era perché non volevamo lasciarci andare. Volevamo resistere anche in questo senso; di essere, nel limite del possibile, di cercare di essere ordinate, pulite. Perché ci sembrava, in questo modo, anche di combattere i tedeschi. Di dire, avete cercato di umiliarci … questo l’ho letto anche per quelli che sono stati in Germania sia pure nelle condizioni terribili. Il libro della Rolfi: le donne di Ravensbrück, come lei descrive proprio. Ed è vero, c’era questo spirito, noi cercavamo …

Io mi ricordo, una volta, non so come, o forse erano dei pezzi delle lettere no, quelle no. Ho trovato comunque dei pezzi di giornale e allora mi sono fatta i bigodini. Perché allora non c’erano i bigodini che ci sono adesso; anche a casa adoperavamo i pezzetti di giornale della sera per Insomma, forse anche perché eravamo giovani, non lo so, però era anche un modo di reagire a quella situazione che voleva degradarti sempre di più. Infatti c’erano alcune donne, che non erano giovani come noi, che si lasciavano molto andare, invece quelle giovani … Fra l’altro, fra di noi ad un certo punto sono arrivate da Genova un bel gruppo di prostitute che avevano rastrellato a Genova, ma erano delle ragazze simpaticissime e generose. Quelle mi pare che sono uscite prima, ma le avevano rastrellate per le strade. Qualcuno nel campo diceva che le avevano anche utilizzate, ma a me non è mai risultato perché erano sempre lì fra di noi ed erano molto allegre. Mi pare che fossero una quarantina, era un bel gruppo. Sì, sì, era un bel gruppo.

D: Allora il blocco F la mattina si svuotava e…

R: Si svuotava e ognuno era destinato a lavorare o nel campo o fuori.

D: E fuori che cosa …

R: Andavano in quella che chiamavano galleria, e sono andate anche delle donne lì, dove producevano le armi; era una fabbrica di armi dei tedeschi che, adesso, mi dicono è un tunnel dove ci si passa sotto ho saputo. Oppure, andavano al campo di Vipiteno. Un po’ le hanno mandate … ma era un campo piccolo, soprattutto uomini, però poi rimanevano là e lavoravano a Vipiteno. Poi, quando io sono stata stufa di stare lì in sartoria, ho detto ai compagni “Vi ringrazio, andrò in Germania, non lo so, ma io qui non resisto più”; mi hanno detto “Va beh, fai come vuoi”, allora ho chiesto di andare fuori a lavorare. Allora siamo andati in diversi posti. Un giorno, per esempio, in un bosco a raccogliere legna, che chiamavano “al fuoco”. Un’altra volta a fare qualche cos’altro. Poi, dopo, alla Caserma della Wehrmacht a fare le pulizie, che è stato l’ultimo lavoro che ho fatto. Perché poi, a un certo punto, mi pare verso il 20 aprile, forse anche un po’ prima, non ci mandavano più fuori. Almeno, non mi hanno più mandata fuori. E, al posto delle SS, erano arrivati a fare i guardiani questi della Wehrmacht. C’erano ancora quelli che comandavano naturalmente, poi anche le SS italiane e gli altoatesini. Però diversi. Per esempio, quando uscivamo dal campo per andare fuori a lavorare c’era uno della Wehrmacht, mentre prima c’era stato l’SS che ci controllava e quello si era messo a farmi la corte.

D: Quando rientravate venivate perquisite?

R: Sì, sì, quando rientravamo venivamo perquisite. Però, in realtà, noi riuscivamo a portare dentro il pane. Quindi vuol dire che era un controllo … anche perché eravamo già in marzo, era verso la fine, era verso quando sono andata fuori a lavorare, infatti il tutto sarà durato un mese e mezzo. Che dopo, il campo, va beh il 30 aprile siamo usciti.

D: Da chi ricevevate il pane?

R: Dai soldati della Wehrmacht. Noi, io e la Linda, quando siamo andate fuori alla Caserma della Wehrmacht, eravamo tutte contente. Intanto perché mangiavamo il rancio dei soldati. Eh sì, ci davano il rancio, il loro rancio. Poi, appunto, ci davano soprattutto del pane, forse glielo avremo anche chiesto noi, non mi ricordo bene, però senza difficoltà, non erano SS, anche se la Wehrmacht nella seconda guerra mondiale ha avuto le sue responsabilità e come con degli eccidi e … Lì dovevano essere tutti piuttosto anziani ormai.

D: Quando uscivi dal campo per andare lì alla Caserma, il tragitto lo facevate a piedi?

R: A piedi, a piedi, sì, sì.

D: Passavate in mezzo …

R: Passavamo in mezzo alle case, in mezzo alla gente che ci guardava con stupore, non sempre con simpatia. Non sempre con simpatia, però, in realtà, nessuno ci ha mai detto niente. Eravamo solo io e lei insieme a questo soldato e per noi era anche un diversivo indubbiamente andare fuori dal campo.

D: Voi sapevate che fuori c’era un gruppo, un’organizzazione che aiutava, che mandava dentro informazioni, bigliettini ..

R: Sì, noi lo sapevamo. Io lo sapevo, le compagne del mio gruppo, eravamo tutte comuniste ..

D: E anche pacchi. Tu hai mai ricevuto …..

R: Mah, io ricevevo pacchi che mi mandava mia mamma. Perché, va beh, qui c’era l’organizzazione gappista, quindi l’organizzazione del Partito Comunista, del Comitato di Liberazione e quindi a me hanno mandato parecchi pacchi. Io credo di averli ricevuti quasi tutti e li dividevo, di solito, con tutte le altre compagne che invece non ricevevano niente. Per cui non durava molti giorni quello che ci arrivava. Noi ci siamo nutrite molto di mele. Per fortuna, dopo la guerra mi sono piaciute ancora e le ho mangiate. C’erano dei giorni che c’erano solo quelle. E meno male! Le pagavamo eh, ce le facevano pagare, le compravamo.

D: Con quali soldi?

R: Beh, io ero riuscita ad avere, mi avevano mandato qualche soldo. Mia mamma era anche riuscita a farmi avere … ho una lettera dove si parla di 2.000 lire.

D: 2.000 lire o 200 lire?

R: 2.000 lire che era lo stipendio di un mese. Poi, magari i compagni stessi ci aiutavano.

D: Ma dove compravate le mele?

R: I tedeschi li lasciavano entrare. Poi c’era qualcuno, non mi ricordo chi, chissà, magari forse Ottavio; lui queste cose le potrebbe dire meglio di me, questi particolari. Lui poi era particolarmente responsabile della cucina, responsabile di queste cose. Avevano incaricato qualcuno, qualche deportato, di venderle. Infatti riuscivamo ad averle, non tutti i giorni.

D: Che tu ti ricordi, c’era anche una moneta che valeva …

R: Sì, c’era qualche cosa all’interno del campo. Che io però… c’è Pirola, Felice Pirola, che è dell’ANED, lui è stato a Buchenwald, è un deportato che è stato in Germania e che da anni raccoglie, ricerca, ha un archivio spaventoso proprio e lui ha uno di questi buoni di Bolzano nella sua collezione.

D: Un’altra cosa. Che tu ricordi, hai visto delle scene violente all’interno del campo?

R: Io personalmente non credo di essere mai stata lì nel momento, come per esempio hanno preso quel ragazzo che aveva tentato di scappare, forse eravamo chiuse dentro, non saprei bene, però lo sapevamo. Mi pare che è stato a Pasqua quando è successo questo fatto. Poi sapevamo delle celle; delle celle, quello lo sapevano tutti. Anche perché non è che la cosa fosse nascosta, ogni tanto si sentivano delle urla. Poi, quell’ebrea di cui si parla, che è morta dentro, che è stata praticamente ammazzata lì dentro le celle, che era una donna già di una certa età, io me la ricordo perché era nel castello sotto il nostro. Noi cercavamo sempre di andare in alto, anche perché eravamo le più giovani e facevamo meno fatica a salire. E mi ricordo di questa donna che piangeva sempre, piangeva sempre, poi un certo giorno non l’abbiamo vista più. Anzi, noi giovani cercavamo di dirle: “Ma dai, piantala di piangere, tanto finirà la guerra”. Cercavamo un po’ di … me la ricordo questa donna.

D: Senta, lei aveva il triangolo rosso; c’erano anche triangoli di altri colori nel campo?

R: Sì, c’erano soprattutto i verdi, che dicevano che erano gli ostaggi. Non c’erano tutti lì. Per esempio, io il rosa degli omosessuali non li ho mai visti lì. C’era la stella, c’erano i gialli degli ebrei ma, ripeto, di ebrei non ne sono passati molti lì. Mi ricordo, le ultime settimane, gli ultimi arrivi di ebrei che si vede non potevano più portare in Germania, che forse si saranno salvati. C’era una donna giovane molto carina con una piccola che si chiamava Nicoletta. Però, chissà perché non mi ricordo se dopo è stata liberata con noi o se è andata via prima. Ho cercato a volte di .. tant’è che qualche volta mi era venuta voglia di andare lì al CDEC per vedere se magari si poteva ricercare, vedere.

D: Si ricorda anche di prigionieri americani?

R: No, io no.

D: O italo-americani.

R: No, no, no. Quando siamo arrivati ci hanno detto che parecchi erano stati uccisi. Quelli che sono stati fucilati era la voce che circolava nel campo, però, lì dentro io .. Bisogna tenere conto anche che noi siamo arrivati… quando eravamo pochi, eravamo tremila o quattromila quando io sono arrivata ce ne erano già. Beh, se non tremila, quattromila, duemila senz’altro. Poi, prima della fine della guerra, prima che il campo si liberasse, eravamo quasi cinquemila perché oramai arrivavano continuamente. Infatti, si vede dagli elenchi gli ultimi numeri che erano 10.000 anzi, un giorno è arrivato lì un gappista, un ragazzo che era con me nella GAP, che purtroppo è morto qualche anno fa, Mauro Borsetti, ma era già quasi la fine di marzo. Infatti si vedono i numeri: 10.000 e qualcosa. Gli ultimi due mesi eravamo lì veramente in parecchie migliaia e noi donne eravamo in tante veramente, accatastate lì in quel blocco dove avevamo veramente poco spazio tra un castello e l’altro.

D: Ti ricordi se c’erano dei bambini?

R: Sto dicendo che ho visto questi bambini ebrei, ma non degli altri. Io ho letto da qualche parte che parlano di bambini, ma lì nel mio blocco non c’erano.

D: Neanche per il campo li hai visti?

R: Nemmeno per il campo. Sì, va beh, c’erano ragazzi molto giovani, anche di quindici, sedici anni che erano stati rastrellati, ma piccoli no. C’era questa Nicoletta, anche perché era lì vicino a noi e naturalmente stavamo insieme a questa bambina, chiacchieravamo. Poi, mi pare che ce ne era un’altra sempre degli ebrei, ma io mi ricordo soprattutto la Nicoletta.

D: Ti ricordi se c’erano dei religiosi dentro nel campo?

R: C’erano, ma io francamente non me li ricordo. Beh, c’era Liggeri, ma dopo è andato in Germania; forse è andato via anche prima che io arrivassi. Credo di sì, non era lì nel novembre. Comunque eravamo veramente in tanti. Poi sai, non è che si poteva girare come si voleva eh! Anzi, bisognava stare attenti fuori orario a girare per il campo. Perché, cosa facevi? Ti beccavano, ti mandavano via a calci, non potevi Qualche volta si riusciva a scappare, magari io scappavo per andare nel blocco A dove c’erano i compagni. Eh sì, ero un po’ indisciplinata, sì. Però bisognava stare attenti; noi avevamo la Tigre che era sguinzagliata. Bisogna che chieda alla Ina se si ricorda della Zigrina; bisogna che glielo chieda perché lei poi si ricorda molto.

D: Un’altra cosa. Dicevi prima che hai visto molti trasporti, molti uomini Ecco, come avveniva questo …

R: Avveniva che … intanto, chissà perché circolava sempre la voce il giorno prima che c’era il convoglio, preparavano il convoglio. Poi, in ogni caso, a noi ci rinchiudevano nei blocchi. Il mattino, quando cominciavano a radunare quelli che dovevano partire sulla spianata del campo, ci chiudevano nei blocchi tutti quanti e noi guardavamo fuori arrampicandoci su delle finestrelle che erano in alto e non potevamo uscire finché non era finito tutto. Quindi li vedevamo in questo modo, da qualche buco, però, ripeto, si sapeva anche prima, tanto è vero che noi cercavamo di dare a loro quello che pensavamo avrebbero avuto bisogno in Germania. E ne ho viste almeno tre, tre spedizioni di sicuro, la quarta poi tornarono indietro a metà febbraio. C’è un compagno di La Spezia che è uno di questi, si chiama Botticini, che tornò indietro. Si, ai primi di febbraio, era già la metà di febbraio quasi.

Siamo stati dei mesi che ci davano da mangiare quella sbobba completamente senza sale, perché il sale poi mancava dappertutto, mancava anche alla popolazione.

Io mi ricordo che quando mia mamma è riuscita, nel pacco, a mandarmene un pacchetto, ce lo mangiavamo così come se fosse pane. Ce lo siamo proprio mangiato così io e le altre compagne, eh!

D: Ti ricordi se c’erano molte compagne feltrine? Di Feltre.

R: Sì, feltrine ce n’erano un bel gruppo, anche di uomini. E queste erano le feltrine, le compagne che sono arrivate poco dopo di noi credo. Sono arrivate, forse, verso la fine di novembre ed erano evidentemente state segnalate all’organizzazione clandestina perché dopo, infatti, con Linda ci siamo conosciute.

D: Ti ricordi degli eventi ben precisi all’interno del campo? Per esempio, non so, la notte di Natale adesso io dico, oppure la notte del primo dell’anno.

R: Beh sì, cercavamo noi di ricordarla. Bisogna dire che quel giorno di Natale ci hanno dato una sbobba un po’ migliore del solito. C’era dentro qualche pezzetto di carne, di qualcosa ed effettivamente era migliore del solito. Erano talmente bravi che festeggiavano anche loro il Natale.

C’è qualcuno che ha scritto che hanno messo l’albero; io non me lo ricordo l’albero. Dei poveri uomini che erano costretti a fare cappello giù e cappello su. E li tenevano lì per delle mezz’ore fintanto che non avevano realizzato una sincronia perfetta. Si sentiva il rumore cappello giù, cappello su. Questo me lo ricordo. Ed era un modo per umiliare la gente perché, che bisogno c’era di fare una cosa del genere?

Poi mi ricordo, però non ho trovato ancora qualcuno … no, per esempio la compagna Serafina senz’altro perché eravamo lì insieme, gli ultimi quindici giorni credo, che è venuta la Croce Rossa. Ma questo lo dicono anche altri. Cosa sia venuta a fare nessuno l’ha mai capito. E allora hanno fatto la disinfestazione, per cui noi donne ci hanno mandato tutte una notte nella lavanderia nude, ci hanno dato una coperta, che poi quella coperta lì non era stata sterilizzata, per cui .. e io mi ricordo, quello lo ricordo molto bene, siamo state nella lavanderia per una notte intanto che loro facevano la disinfestazione del blocco. Ed eravamo completamente nude con una coperta. Io mi ricordo che, malgrado tutto, mi sono anche addormentata per terra. Invece le altre non dormivano e mi punzecchiavano per svegliarmi.

D: Scala di Torino parla di questo episodio.

R: Ah ecco.

D: Se la ricorda?

R: Io però mi ricordo anche, non credo di … però non ho trovato ancora nessun compagno che me la confermi, che gli uomini però li hanno messi, li hanno schierati nel cortile e li hanno depilati dappertutto. Io l’ho chiesto a Botticini per esempio, l’ho chiesto a qualcun altro, possibile che … a meno che non l’abbiano fatto a tutti. Io mi ricordo che noi passavamo e vedevamo questi uomini completamente nudi e li depilavano dappertutto. Tutto questo perché, dopo abbiamo saputo. doveva arrivare la Croce Rossa. Fra l’altro, nessuno di noi ha visto, ben pochi hanno visto. Cosa abbiano fatto o dove siano andati non lo so proprio.

D: Prima della Croce Rossa, nel campo erano entrati altri personaggi?

R: Che io mi ricordi no. Poi, la Croce Rossa ormai era quasi la fine.

D: Io dico prima. Per esempio, non so, il giorno di Pasqua del ’45.

R: Ah, c’è qualcuno che dice che è venuto il vescovo. Io non … forse perché io non ho voluto andare alla messa.

D: Ma non ti ricordi di …

R: No, non me lo ricordo. Infatti, io l’ho letto questo, sono stata lì a pensarci, ma francamente non …

D: E anche di altre messe celebrate settimanalmente?

R: No, non credo che ci fossero, non mi risulta. E poi, forse, io non sarei andata, questo è il fatto. E, siccome il campo era piuttosto grande, magari …

D: Ma la voce però l’avresti sentita.

R: Sì, la voce l’avrei sentita.

D: Si cantava dentro nel campo?

R: Noi cercavamo di cantare. Non solo, ma c’era la Rosetta, lei era stata molti anni in Francia in esilio con il marito antifascista e conosceva molte canzoni francesi, aveva una bella voce e ci cantava sempre … Voi non la conoscete, è una bellissima canzone. “J’attendre les jour et la nuit, J’attendre” Cioè: “Tornerai”. In italiano era: “Tornerai”. Che allora la si cantava anche in Italia. “Tornerai da me, j’attendre”, lei con altre parole ce la cantava in francese. La Rosetta aveva una bella voce.

D: Rosetta chi?

R: Meloni. Tosoni, Meloni era il nome del marito che è morto a Mauthausen. Che era un compagno, un dirigente comunista di Verona, che faceva parte del CLN che li presero tutti. Lei si fermò a Bolzano, lui andò a Mauthausen e non è più tornato. Loro non avevano figli e lei è morta cinque o sei anni fa, era anche più anziana di noi. Poi cantavamo, sì, sì, cantavamo.

D: Non ti ricordi se c’era una canzone del campo?

R: No, io no.

D: Non te la ricordi.

R: No.

D: E la famiglia Nulli l’ha conosciuta o sentita nominare?

R: No, non mi ricordo.

D: Le sorelle Nulli?

R: Mah, forse quelle, vagamente. Però, quei nomi no, magari chissà, se fossero persone che vedo magari potrei anche ricordarmeli. Perché lì, in realtà, noi eravamo in tante, ma più o meno ci …

D: Marisa Scala te la ricordi? Di Torino.

R: Macché, non me la ricordo. E magari invece … è ancora viva?

D: Sì, sì.

R: Ah! Marisa Scala. Può darsi che però vedendola …

D: A proposito della Croce Rossa ecc., poi è arrivata la Liberazione.

R: Il 30 aprile. Cioè il 29 sera, o notte, non so, le SS hanno tagliato la corda e se ne sono andati. Abbiamo scoperto che sono ancora vivi, no? Due, recentemente.

D: Tu ti ricordi qualche nome?

R: Oh, altroché, soprattutto Haage. Titho e Haage che vedevamo di più in giro per il campo. Quello era il più cattivo. Sono spariti, però noi avevamo anche saputo che si preparava qualcosa. Noi avevamo saputo, il 27 credo; no, subito il giorno dopo, il 26, che Milano era stata liberata, quindi! È una cosa che, quando la dico, mi prende ancora la commozione di quello che abbiamo provato. Allora lì io ho detto una cosa veramente strana, che me la ricorderò per tutta la vita. Siccome io avevo fatto quel lavoro di distribuzione dell’Unità, della stampa clandestina, che era molto importante, allora quando ho saputo della liberazione di Milano ho detto alla Ina: “Ma pensa che adesso leggono l’Unità sul tram”. La mia reazione e la mia idea è stata questa. Era il massimo di libertà leggere l’Unità, che era il giornale del mio partito, perché io ero comunista e sono comunista. Però, comunque dicevo, il 30 mattina ormai il campo era libero, forse anche il 29, qualcuno dice il 28, può darsi, non mi ricordo bene, che se ne siano andati il 28. Prima di partire, voi lo sapete che hanno dato a tutti il nostro documento, che ce l’ho ancora, che siamo stati nel campo dal/al, con precisione teutonica, che comunque ci è servito. Bisogna dire è stato un documento che ci è anche servito se era il caso di dimostrare quello che ci era capitato perché nel dopoguerra ci sono state anche tante cose e le cose che si dicevano… Qualcuno ci guardava un po’ stupefatto.

Allora si poteva rimanere lì e aspettare che, o il Comitato di Liberazione oppure gli alleati che ormai erano oltre Trento mandassero dei camion a prelevarci, ma noi, Milanesi, suo figlio, i due compagni marito e moglie di Genova, un altro compagno di Genova, la Serafina e la Giuseppina, abbiamo deciso di venire via a piedi e abbiamo camminato cinque giorni. Abbiamo fatto tutta la Valle di Non, mi ricordo era il primo maggio quando siamo venuti via e ci siamo fatti tutta la scalata della Mendola, e nevicava, perché non volevamo rimanere un momento di più. Infatti abbiamo camminato, io mi sono presa una cartina e ho cercato di ricostruire, ma non è facile. Comunque ci fermavamo nelle cascine, allora c’erano ancora i contadini che ci davano … ci guardavano un po’ sospettosi perché poi eravamo anche abbastanza stracciati, eravamo anche abbastanza malmessi, però ci davano da mangiare qualcosa, qualche patata, ci lasciavano passare la notte nella stalla. Poi mi pare, arrivati quasi al Tonale, un po’ prima, abbiamo cominciato a trovare i pullman che mandavano incontro ai deportati, anche a quelli che arrivavano dalla Germania, allora siamo arrivati a Ponte di Legno, poi a Lovere, sempre aiutati, rifocillati. A Lovere ci hanno messi su un treno e il 7 mattina siamo arrivati a Milano. I compagni hanno proseguito per Genova e noi … io sono uscita dalla stazione, ho preso il biglietto, mi sono sempre chiesta come ho fatto a pagare il biglietto, o che mi avessero dato qualche soldo i compagni di Lovere perché sono salita sul 7, io abitavo vicino a Lambrate e sono tornata a casa. Ma abbiamo camminato cinque giorni. Io credo che solo noi abbiamo fatto una cosa del genere. Però, anche Milanesi che era molto più anziano di noi, Carlo Milanesi, quel compagno che è morto a oltre ottanta anni ed è sempre stato attivo nel Partito Comunista, un uomo straordinario proprio, molto aperto, molto tollerante, veramente un uomo straordinario, con una storia antifascista, è stato lui che ce lo ha proposto di tornare.

D: Altra gente invece è partita con dei camion.

R: Beh, altri si sono fermati a Bolzano e dopo hanno preso dei mezzi che c’erano a Bolzano. Ognuno avrà avuto un modo di tornare diverso. E poi, forse, arrivavano … Forse, se avessimo aspettato un paio di giorni, sarebbero arrivati i pullman, i camion mandati dai Comitati di Liberazione della zona. No, noi abbiamo voluto venire via subito. Volevamo allontanarci.

D: Fino a quando tu sei rimasta nel campo, certi deportati sono partiti prima, se ne sono andati prima?

R: C’è stato qualche caso, almeno che sia a mia conoscenza. Per esempio, c’era uno di Brescia che, mi ricordo, si chiamava Venturini, che dieci giorni prima della chiusura del campo è stato liberato. Non mi ricordo nemmeno bene per che cosa fosse… era un triangolo rosso anche lui. Me lo ricordo perché evidentemente avevo modo di conoscerlo e di parlare, forse ci trovavamo fuori, non lo so, non mi ricordo bene. Però, di altri non saprei se altri sono stati liberati prima, ma non credo. Beh, la Montanelli. La Montanelli è andata via prima, ma lei era un caso particolare. Lei era lì come ostaggio. Quando lui è stato arrestato, almeno così si diceva, così dice, perché lui è stato in carcere a San Vittore, Montanelli, lui l’ha detto anche più di una volta, era stato arrestato. Lui dice che addirittura doveva essere fucilato, non lo so. E lei quindi era lì come ostaggio. Lei non la facevano lavorare però.

D: Ah, ecco.

R: Forse perché ha fatto la vice campo; poi era tedesca comunque, quindi aveva un trattamento … per quanto che era lì con noi.

D: La Cicci, invece, è scappata anche lei?

R: Beh, si, siamo usciti tutti il giorno 30. Chi il 30, chi il giorno dopo, perché ormai potevamo anche rimanere lì, ormai eravamo anche liberi. Se volevamo aspettare un paio di giorni … allora eravamo così in tanti, ognuno sarà tornato in un modo diverso. Certo che come noi credo nessuno.

D: A piedi!

R: Beh, avevamo ancora si vede delle forze; avevamo ancora qualche forza. Va beh che eravamo giovani, quindi!

D: I collegamenti con il Comitato di Liberazione esterno. Voi sapevate che tipo di ordini si passavano? Cioè, non lo so, le formazioni, vi davano indicazioni delle formazioni? Oppure, non vi siete mai chiesti perché i partigiani esterni a Bolzano, al campo, non hanno mai fatto un’incursione, un’azione.

R: Allora no. Noi speravamo che ci bombardassero perché tutti i giorni passavano i bombardieri che andavano soprattutto .. andavano in Germania e poi bombardavano il Brennero, le linee ferroviarie. Noi speravamo che ci bombardassero, ma anche questo… Va beh che gli inglesi dopo la guerra hanno detto non potevano uccidere … Per noi poteva anche passare l’idea perché comunque eravamo ancora in Italia, ma l’avessero fatto sui campi di Germania, anche se moriva qualcuno per i bombardamenti! Va beh che dopo avrebbero avuto il problema di dove andare, dove scappare.

D: Quindi, rispetto al Comitato di Liberazione di Bolzano, non ti ricordi …

R: No, io so che sapevo che c’era, ricevevamo le notizie soprattutto di informazione sull’andamento della guerra, i compagni ce le passavano perché questo ci dava anche entusiasmo, coraggio insomma. E poi sapevamo che aiutavano, aiutavano noi e aiutavano tutti. Sapevamo chi erano.

D: Come è avvenuta, per esempio, all’interno del campo la tessera del Partito.

R: È avvenuto che un giorno, credo che sia stato Milanesi stesso a consegnarcela. Ci hanno detto: “A tutti i comunisti diamo una tessera”. Io, la prima tessera del Partito Comunista l’ho avuta in campo di concentramento. La Serafina ce l’ha ancora anche lei, l’ha conservata. Eravamo tutti contenti. Che è un’azione abbastanza rischiosa eh! Anche perché oramai eravamo alla fine e rischiavamo proprio di …

Io devo dire una cosa e l’ho sempre detta. Io, naturalmente non è che quei cinque mesi siano stati allegri. Poi, privati della libertà, senza sapere … nelle mani delle SS che non sapevi bene mai che cosa sarebbe successo di lì all’ora dopo, non il giorno dopo, poi comunque sotto la paura, il rischio di essere picchiati, di essere mandati in cella per qualsiasi cosa che a loro non andava. Sono stati cinque mesi e mezzo certo non allegri, anche se … almeno, io ne ho visti anche altri, essere lì per una motivazione di lotta, noi avevamo fatto la Resistenza, avevamo fatto i partigiani, eravamo antifascisti, va beh, sapevamo che eravamo lì non perché eravamo dei ladri o dei malfattori, quindi c’era indubbiamente una differenza e quindi questo ci dava anche un certo non dico orgoglio, ma certo una nostra forza ecco. Però, insomma, cinque mesi e mezzo non sono stati nemmeno corti, giorno dopo giorno e quindi abbiamo anche sofferto, non solo la fame … no, l’acqua noi l’avevamo. È quello che mancava, poi la salute e tutto quanto. Certo che quando io sono tornata, che ho saputo da quelli che tornavano dalla Germania quello che là era successo, io per un po’ di tempo non ho avuto nemmeno il coraggio di dire che ero stata a Bolzano. Mi aveva talmente colpita, scioccata, che li ho visti macilenti, che raccontavano … poi, quando abbiamo cominciato a vedere … no, quello l’abbiamo visto qualche anno dopo quando c’era la televisione, comunque abbiamo cominciato a saperlo, certo che è stato una cosa, anche per noi che eravamo stati comunque lì prigionieri, carcerati e deportati, però abbiamo capito che noi ce la siamo cavata; rimanendo a Bolzano abbiamo comunque salvato la vita. Poi le condizioni fisiche. va beh, avevamo vent’anni, quindi … però l’ho detto, avevamo sempre la tosse. Adesso, riguardando le lettere che scrivevo a mia mamma, ho visto che le chiedevo continuamente degli sciroppi per la tosse e le dicevo che avevamo sempre la tosse.

Poi noi, noi donne, avevamo avuto il problema della scomparsa, non completa, magari a cicli, del ciclo. Infatti ho una lettera dove dico a mia mamma di mandarmi un farmaco per questo. E le dico: guarda però che non sono incinta, non pensare che sono incinta, perché qui è una cosa, il ritardo nel ciclo, che colpiva tutte, tutte le donne giovani. Io, dopo la guerra, ho avuto anche dei problemi di carattere ginecologico, ho dovuto curarmi per una forma di infiammazione ecc. Che, non è escluso che sia stato per quel fatto, su cui si è poco indagato effettivamente, si è poco approfondito. Anche alcuni medici interpellati, ho letto da qualche parte, hanno detto che poteva essere, che poi è capitato anche a quelle in Germania, quelle peggio di noi, lo stress, la paura degli arresti, di quello che avevamo passato. Io sono stata picchiata quando mi hanno arrestata, sono stata duramente picchiata. Non lo so, però era capitato a tutte, anche a quelle che erano lì per ostaggio. Va beh, era sempre un arresto che subivano, quindi era sempre uno choc. Non lo so se invece mettessero qualche cosa nel cibo che ci davano. Non lo so, però questo fatto riguardava tutte. Forse è anche per questo che eravamo gonfie, per tutto un metabolismo, un ciclo tutto sconvolto dall’irregolarità del ciclo mensile probabilmente. E tutte quante, tutte quante avevamo avuto questo problema.

D: Per una donna che cosa è stato il campo di concentramento?

R: Per una donna è stato una cosa prima di tutto diversa da quella degli uomini e certo più pesante, più brutta proprio. Non solo perché le condizioni per noi erano più dure, non potevamo lavarci, non potevamo tenerci in ordine, vivere in mezzo ai pidocchi. Ma poi anche tornando. A un uomo non avrebbero mai detto cosa hai fatto nel campo di concentramento, non avrebbero mai avuto il sospetto di qualcos’altro. A una donna sì. A me personalmente non è capitato. Non è capitato perché quando sono tornata c’era la mia famiglia, mi sono sposata, l’ambiente dei compagni e così via, quindi nessuno pensava che io avessi fatto chissà che cosa nel campo. Però c’è stato anche questo aspetto. E magari le stesse famiglie. Le stesse famiglie che non erano state d’accordo con l’attività svolta magari da quella che aveva fatto la partigiana, da quella che aveva fatto qualche cosa e per questo motivo era stata arrestata. E che, quindi, le stesse famiglie chiedevano alle ragazze: “Cosa hai fatto, cos’hai fatto là?” Quindi, a un uomo credo che nessuno abbia mai chiesto. Quindi anche questo aspetto. È forse per questo che noi per un po’ di anni, ancora più degli uomini, non abbiamo parlato, specialmente quelle che tornavano dalla Germania; specialmente quelle povere compagne, le poche sopravvissute.

Io sono stata recentemente, alla fine di giugno, a Ravensbrück, c’ero già stata un po’ di anni fa, perché si è inaugurata la lapide … perché hanno fatto tutta una ricerca dell’ANED e pare che siano state un migliaio le donne italiane, quasi tutte antifasciste e partigiane, restate o passate da Ravensbrück, e lì hanno messo una lapide nuova con un maggior numero nel memoriale dell’Italia. E lì c’è un bellissimo lago. Adesso poi è tutto ben tenuto, ridente come si usa dire, e lì c’è la cenere di novantamila persone in fondo a quel lago. In novantamila morirono lì a Ravensbrück, tutte donne e bambini. Sì, anche qualche uomo, pochi però. E non solo italiane, ma anche francesi, tedesche, cecoslovacche, russe. Quindi, quelle che tornavano dalla Germania, le compagne veramente, quelle donne …

D: Onorina, secondo te è importante che i giovani conoscano queste storie?

R: Beh, io credo di sì. Purtroppo, per molti anni … intanto è mancata la scuola. Io mi sono molto arrabbiata con le dichiarazioni di Violante quando è diventato presidente della Camera perché proprio in quell’occasione lui ha detto una cosa che io ritengo sbagliata. Anche se l’ha detto con altre intenzioni, però in realtà metteva tutti sullo stesso piano. Allora dopo mi hanno chiesto una mia opinione sul giornale dell’Associazione dei perseguitati politici antifascisti, “L’antifascista” si chiama, e io naturalmente ho detto il mio parere. Poi ho proprio sottolineato che, in realtà, se c’è qualcuno a cui bisognerebbe fare qualche critica, è la scuola che è mancata. È mancata la scuola. Però qui il discorso sarebbe lungo. Perché noi che uscivamo dalla Resistenza, che eravamo felici e contenti che fosse finita, che il giorno più bello della nostra vita, io l’ho detto una volta e ho constatato che poi l’hanno detto anche altri compagni, è stato il Giorno della Pace, però abbiamo vissuto degli anni duri. Che è un altro ragionamento: la guerra fredda, la persecuzione contro i comunisti. Quindi, anche questo ha rallentato indubbiamente un certo … non potevano certo insegnare nelle scuole la storia. A parte che poi c’è sempre qualcuno che dice che bisogna aspettare tanti anni prima di insegnare la storia contemporanea, va beh! Però, certo è mancata l’informazione giusta. Per cui a volte ci dicono: “Eh ma voi avete fatto i martiri, avete fatto dell’apologia, avete parlato solo degli aspetti belli della Resistenza e invece ci sono stati anche delle pagine” … c’era la guerra però e non l’avevamo voluta noi. E la guerra è brutta. In guerra si ammazza e si è ammazzati, quindi … Questo può anche essere vero. Per quello che se, invece, la scuola avesse dato un’informazione storica, scientifica, questo non sarebbe forse avvenuto. Ammesso che sia anche avvenuto che qualche volta, qualche 25 aprile è stato celebrato in modo retorico, questo è anche avvenuto e mi ero un po’ arrabbiata anch’io, però, in realtà, è perché è mancata l’informazione a scuola. Per cui praticamente quasi due generazioni hanno saputo poco. E non è che adesso sappiano poi tanto di più; forse un po’ di più sì. Noi dell’ANPI e anche dell’ANED andiamo, quando ci chiedono, nelle scuole, in questi incontri con i ragazzi, anche delle elementari eh, e in generale sono simpatici, ci ascoltano. Di solito, questi incontri avvengono per l’interesse dell’insegnate. Perché, chi non ha questo interesse, che se ne frega, è difficile. Noi non possiamo mica imporci, noi andiamo dove siamo richiesti; se ce lo chiedono andiamo, altrimenti no. Quindi è un lavoro un po’ frammentario, così, qua e là, non certo su tutta la superficie scolastica in modo anche più scientifico. Beh, noi raccontiamo la nostra esperienza, diciamo le nostre cose. Io faccio sempre la premessa di dire che io non sono lì a dirvi: “Ah come sono stata brava, come sono stata …” No, io in quel momento, in quella situazione mi sono sentita di non restare estranea alle sorti del mio Paese e l’ho fatto. Adesso scopro che sono entrata nella storia; non io, ma tutti quanti. Se ce l’avessero detto a noi quarant’anni fa, ci avremmo fatto una risata. Però è storia, questo è vero.

D: Accennavi a Ravensbrück Lager femminile. Secondo te è importante che i giovani vadano a vedere questi luoghi della storia? I campi di concentramento.

R: Beh, io credo di sì, anche se è triste, c’è qualcuno che ha delle remore a portare i giovani a vedere cose così brutte. Credo di sì perché vedono che è vero. Vedono che è vero, ecco. È vero, il protagonista ti racconta la storia, questo è già molto, va beh che io l’ho vissuta, non sono qui a raccontarvi storie, però vedere il posto mi pare che è quello il punto insomma. Del resto non so, a volte si portano ai monumenti patriottici nelle ricorrenze, lì è un monumento di un pezzo di storia. E non solo dell’Italia, ma di tutta l’Europa, quasi di tutto il mondo.

Che poi la Resistenza abbia avuto anche qualche pagina oscura come si dice adesso, capirai! Può anche essere. Però, chi lo dice, io lo avrei voluto vedere in quel momento cosa avrebbe fatto magari. Poi, insomma, noi eravamo volontari, nessuno ci aveva … dall’altra parte no invece. Dall’altra parte ricevevano la cartolina di precetto e per paura magari andavano, poi erano anche pagati.

D: Un’altra cosa. Ritornando nel campo di concentramento, un atto di solidarietà.

R: Beh, ce ne erano molti atti di solidarietà. Io credo che è stato un momento di grande solidarietà. Non solo, ma anche nella Resistenza, anche nella lotta. Anche lì io ricevevo i miei pacchi, ero quasi l’unica del nostro gruppo, e subito lo distribuivamo fra tutti. Avrei potuto anche magari mangiarmela solo io.

Poi, appunto l’aiuto ai compagni che partivano, quelli che andavano in Germania, che sapevamo che andavano a stare peggio di noi, anche se non in quel modo. Quindi c’era la solidarietà, c’era senz’altro. Direi che era anche un fatto che ci permetteva di affrontare la situazione la solidarietà, perché non ti sentivi sola. Tu aiutavi un compagno, però magari saresti stata aiutata. Anche questo fatto. E’ stato un momento indubbiamente di solidarietà sì.

Mi pare che anche in Germania, sia pure nelle condizioni peggiori da quello che ho letto, nei campi di sterminio, almeno la Rolfi racconta questi episodi. Certo, poi potevi trovare anche quello che pensava solo a se stesso, l’egoista. In mezzo a migliaia di persone c’è, non è questo il punto. Però, in realtà… E la solidarietà, secondo me partiva soprattutto da quelli che erano deportati perché avevano fatto la Resistenza, avevano fatto comunque la lotta, sia pure in tanti modi.

D: A proposito di lotta, per esempio voi qui a Milano, nella tua formazione di gappista ecc., in quanti eravate …

R: Ah guarda, nella brigata c’erano dei momenti che si poteva anche essere in quaranta o cinquanta, non di più, Pesce l’ha anche scritto nei suoi libri.

D: Quaranta o cinquanta. Eravate armati?

R: Beh, le armi c’erano abbastanza. Per fare quello che dovevamo fare c’erano. Poi le armi sai si riducevano all’esplosivo per fare gli atti di sabotaggio e alle rivoltelle. Eh, non potevi portare altro, nemmeno lo sten anche se non era troppo lungo perché in città non potevi assolutamente, si riducevano a quello. Però, in generale, al massimo eravamo una ventina, la media. Sai, era una lotta che in parecchi sono passati nella brigata GAP, ma sono durati anche poco, però si capiva. Se non se la sentivano di affrontare quella lotta non venivano certo perseguitati, gli si diceva “Vai in montagna”. Fra l’altro, parecchi si sono comportati proprio coraggiosamente e sono morti in montagna.

D: Il tuo nome di battaglia qual è?

R: Sandra.

D: Chi te l’ha dato.

R: Io, mi piaceva. Sai, poi anche questo fatto, le donne …