Addomine Renato

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io sono di Feltre, la mia famiglia è di Feltre da generazioni e generazioni. La caratteristica di Feltre, essendo provincia di Belluno, storicamente è sempre stata la bella stagione di Goldoni, il retroterra dell’estate per i veneziani, come educazione, come tutto. A un bel momento mi trovo senza sapere perché nella situazione della Seconda Guerra Mondiale, la capitolazione e tutte queste cose. Nelle tre province, sia di Trento che di Bolzano che di Belluno, ci sono dei villaggi e delle zone in cui si parla tedesco, basti pensare a Cima Sappada, su nell’alta provincia di Belluno, tanto quanto Trento. Caduto il fascismo, si è formato il fascio repubblicano anche a Feltre, un po’ dappertutto. A un bel momento sono venuti i…

Noi chiamiamo tedeschi nel senso generale tutto ciò che è aldilà del Brennero, non andiamo mica tanto per il sottile. Quello che noi chiamiamo tedesco non distinguiamo se è prussiano, se è di altre parti. Sono venuti i tedeschi, ci hanno occupati. A un bel momento hanno dato ventiquattro ore di tempo perché i fascisti abbandonino le tre province di Trento, Bolzano e Belluno, cosa che non tutti sanno. Questi signori hanno fatto le consegne di tutta la loro situazione politica delle varie famiglie, di chi era e di chi non era, consegnati ai tedeschi e sono andati via.

I fascisti sono stati mandati via. Non era più questione di fascisti o non fascisti, era soltanto l’ennesima occupazione che noi avevamo, cosa che non abbiamo mai fatto noi. C’era una piccola storia piuttosto interessante che ricordo, che mio padre quand’era ragazzino, parliamo dell’ottocento ancora, sentiva da mio nonno una frase di cui non ho mai saputo chi sia l’autore, probabilmente qualcuno lo saprà. Mio nonno diceva: “E poiché gli Alemanni in casa avete, serviteli bene e fatevi mostrare le spade loro con che vi hanno fesso i visi e padri e figli uccisi”.

Mio papà diceva: “Ma no, ormai sono finiti quei tempi”. Si è beccato tutta la Prima Guerra Mondiale, sette anni di servizio militare, Feltre è stata invasa per l’ennesima volta. Mio padre quando è successo che siamo entrati in guerra nella Seconda Guerra mi ripeteva questa frase: “E poiché gli Alemanni…”. E io dicevo: “Ma papà, dai che sono cambiati i tempi”. Per l’ennesima volta è successa la stessa cosa.

Quindi nel sangue noi non è tanto con le persone, io ho degli amici tedeschi singoli. Addirittura c’era un ufficiale delle SS, lui viveva in America, che eravamo amici intimi, però lui sapeva e io gli dicevo: “Guarda che se tu metti la divisa, tu mi fai fuori”. E lui mi diceva: “Cosa vuoi che ti dica? Così è”. Per dire l’abisso mentale che c’è, questa è quindi la cattiva disposizione.

D: Addomine, Lei dice che i fascisti sono andati via…

R: Sono stati mandati via. Tanta gente non lo sa.

D: Quando è avvenuto questo?

R: Glielo dico subito, forse non esattamente, verso l’agosto, settembre del 1944.

D: 1944?

R: 1944. Sono stati mandati via. E cosa che non tanti sanno, il capo un po’ dei fascisti repubblichini che era quello che faceva arrestare e consegnavano ai tedeschi il Tizio, Caio e Sempronio, perché venivano consegnati soprattutto da questi, a un bel momento sono stati mandati via. Però hanno lasciato tutto un dossier di dichiarazioni. Aspetti, ho detto agosto? No, il 19 giugno c’è stata una grande retata a Feltre, quindi ai primi di giugno sono stati mandati via con l’occasione di quella retata.

D: Voi quanti anni avevate allora?

R: Io ho compiuto vent’anni in campo di concentramento, perché sono del 1924, quindi avevo diciannove anni. Mio fratello ne aveva sedici, quindici e mezzo, sedici e due sorelle maggiori, perché siamo stati deportati in quattro. Io mi ero appena diplomato a Vicenza e a Feltre c’era la direzione della costruzione della diga del Trabignolo su in Val di Fiemme.

Io lavoravo dentro in quest’impresa svizzera. Circolavo coi documenti Schuetzbetrieb, cioè stabilimento protetto e venivo anche a Milano ai collaudi delle turbine, delle centrali allora sotto i tedeschi, sempre con questi documenti. Quando c’è stato il grande rastrellamento, i documenti stracciati, buttato via tutto, portato via tutto quello che avevamo addosso.

D: Voi siete stato fermato in un rastrellamento?

R: No, al mattino alla cinque tutta Feltre è stata occupata da un’azione militare e hanno portato via duemila e tante persone su una cittadina come Feltre. duemila circa concentrate tutte in uno stabilimento e mandate poi alla Todt, a lavorare alla Todt. Centodiciassette selezionati, fra i quali io, un fratello e due sorelle tirati fuori. Questi centodiciassette, ci hanno portati tutti su un teatro, chiusi dentro senza mangiare né niente né bere là, sulle sedie di questo teatro. Il giorno dopo sono andati su sul palco, tutte le porte picchettate.

In questo non c’entrano né fascisti né niente, perché ormai erano stati mandati via. Avanti una famiglia. Questa famiglia, nome? Avevano tutti i foglietti consegnati dai fascisti. Posso dire che quando è toccato a me, eravamo io, mio padre, mia sorella, altre due sorelle e un fratello, sei persone, quando siamo arrivati: famiglia Addomine. Allora uno fa con la mano così, metà da una parte e metà dall’altra. Un gruppo concentrato così, dov’è la metà?

Un po’ qua, un po’ là. Hanno fatto così e ci hanno sbattuti quattro da una parte e due dall’altra senza stare là a contare. Poi questi qua fucilati e gli altri no non si sa niente, là il momento era così, perché fuori intanto avevano fatto l’ira di Dio, avevano impiccato delle persone. Ci siamo trovati in quattro e gli altri mandati via.

D: Le volevo chiedere: che giorno era questo?

R: Questo era il 3 ottobre 1944. Ci hanno separati in questa maniera, né mangiare né niente, privati di tutto quello che avevamo addosso, portati via ori, anelli, orologi, tutto, spogliati di tutto, messo dentro tutto in un sacco, portato via tutto. Al mattino presto chi poteva dormire là tra un seggiolino e l’altro di un cinema? Ci sono dei camion fuori, si sente che sparano, l’ira di Dio.

Veniamo fuori, incolonnati e messi su dei camion. Attraversando tutto il centro di Feltre tutta la gente che piangeva, noi ci sentivamo che è finita, volavano dalle finestre le coperte per cercare di ripararci. C’è stato quel senso che senza guardare in faccia chi fosse bisognava aiutare questa povera gente. Col camion dove andiamo?

Erano cinque o sei camion, eravamo stretti come sardine. Un piccolo particolare: quelli che hanno mandato via, sono tornati a casa e quelli che siamo rimasti, siamo stati in centodiciassette, cento uomini e diciassette donne. Questi che poi siamo stati deportati.

D: E la Vostra famiglia era?

R: Io, due sorelle e un fratello, quattro. Invece che fare tre e tre, che siamo rimasti lì hanno fatto quattro e due. Poteva essere.. Non lo sapevo se così o così, che andavano a casa. Il babbo e una sorella a casa. Quattro ci siamo trovati così. Con questi camion coperti di teloni cercando di guardare fuori abbiamo passato Primolano, siamo arrivati a Grigno. Hanno fermato i camion, dentro in una scuola. Scendere tutti, ci hanno fatto dormire dentro nelle scuole elementari di Grigno, un paesetto per andare in Valsugana, per andare a Trento.

Al mattino presto: “Su, Aussen, tutti su, tutti in piedi, tutti allineati contro il muro”. Dico: “E’ finita qua”. Altra volta, qua adesso ci hanno messi al muro. Invece no, ci hanno tenuti là fermi finché arrivava sulla ferrovia della Valsugana un treno merci che si è fermato non in stazione e ci hanno fatto montare su, su dei vagoni come bestie. Bombardavano la linea del Brennero allora. Siamo arrivati alla sera del 5 ottobre a Bolzano. Guardano fuori, chi conosceva: “Sì, siamo a Bolzano”. Poi a un bel momento davanti a un grande cancello eravamo all’entrata del campo di Gries a Bolzano.

D: Siete arrivati in treno a Bolzano dove?

R: Alla stazione di Bolzano.

D: Alla stazione.

R: Alla stazione ci hanno fatto scendere, caricato con dei camion ancora e portati davanti al portone del campo. Guardando fuori ho visto reticolati, mi sa tanto di campo di concentramento, ma noi non sapevamo dove eravamo, dove andavamo.

D: Lì cos’è successo?

R: Lì ci hanno fatto entrare, tutti fermi. Vedo certa gente, tutti con una tuta addosso, pelati a zero. Era pomeriggio e ci mettono dentro divisi in baracche. C’erano baracche con castelli di tre piani di legno, pagliericcio per modo di dire, era una specie di coperta straccia e segature. In questo grande capannone, uno dei due o tre, ci siamo tirati su e vedevamo questi qua che venivano su al buio come anime morte e noi: “Dove siamo?”. “Siete in campo. Siamo destinati ad andare tutti in Germania”; le prime informazioni che correvano.

Al mattino giù tutti, hanno diviso le femmine da una parte, gli uomini dall’altra, spogliati, un grande getto con la manichetta per fare la doccia davanti al cortile con la manichetta dei pompieri. I cani addestrati che ci mordevano se uno si curvava, anche questa è una cosa nota, cosa che è molto bella. Il nervo di bue è l’unica cosa, a frustate, ci hanno dato una tuta che erano le tute di fatica, allora, quella che ho avuto io, dell’aviazione nostra, quelle tute bianco grezzo. Quella mi ha accompagnato. Spogliato di tutto il resto, solo la tuta.

Hanno fatto il primo discorsetto: “Da questo momento siete sotto il controllo del vostro capo campo”, che era un certo Maltagliati, fratello della Evi Maltagliati attrice. In gamba, perché con un assembramento di gente così eterogenea se non c’è un capo succede l’ira di Dio, perché le donne, gli uomini erano dagli avanzi di galera Il professor Ferrari, primo Sindaco di Milano del dopoguerra dormiva vicino a me. Mi ricordo, una mattina mi sono svegliato, avevo un mal di gola tremendo, avevamo il terrore di cose del genere perché non c’erano condizioni igieniche.

Mi fa: “Dopo ti guardo io”. “Ma te ne intendi un po’?” mi ha detto lui, mi ha guardato… “No, no, è un angina semplicemente”. Dico: “Ma chi sei tu?”. “Sono Ferrari di Milano”, poi è diventato il primo Sindaco del dopoguerra di Milano, professor Ferrari.

Mi ha guardato in gola, era anche lui con la tuta come me, con gli zoccoli, eravamo tutti uguali, tutti “Banditen”, eravamo banditi e basta.

D: Lei ha subito un interrogatorio?

R: No.

D: Niente?

R: Una cosa posso dire, c’è una storia pregressa. Nessun interrogatorio perché era già tutto predisposto e deciso, era la lezione che dovevano dare a Feltre. Perché con l’occupazione delle tre province a un bel momento i giovani di leva, come ero io, come altri, io ero iscritto al corso ufficiale di stato maggiore di Marina, perché avevo fatto radiotecnica come specialità, ma che poi è finita la guerra l’8 settembre

Ci avevano dato la possibilità di scegliere, scegliere volontari delle SS o delle SD, di vestire in ogni caso la divisa tedesca. Un bel mattino corre la voce che sono arrivati giù i partigiani e hanno portato via tutto… Certo, non hanno potuto fare la chiamata ufficialmente e questa è stata la grande lezione che ci hanno dato. Duemila portati a lavorare in fortificazioni alla Tod e centodiciassette deportati, che eravamo destinati all’eliminazione. Come siamo entrati in campo di concentramento ci hanno dato un triangolo rosa, che vuol dire rastrellato.

I triangoli erano il giallo, ebrei, rosa, rastrellati, rosso, politico pericoloso e azzurro che era qualche inglese, qualche svedese, straniero ma non militare, senza significato politico. Questi erano i triangoli. La cosa è durata poco, perché a un bel momento hanno cominciato a fare le prime partenze, a mandare via qualcuno di noi, poi non è tornato nessuno. Sono andati in Germania, il campo di Bolzano era un campo di smistamento, era un Durchgangslager, un campo di attraversamento. Sotto SS, soltanto controllato da SS.

Noi non potevamo neanche salutare qualcuno della Wermacht. In pieno inverno ci avevano dato una specie di berretto fatto con un pezzo di coperta, a passare davanti a uno della SS bisognava tirare giù il berretto e stare fermi, fermi, fermi finché c’era il consenso di proseguire. Al mattino era una beffa. Alle cinque del mattino, sei, che era notte, quando ci facevano l’adunata, ci contavano tutti. Davanti ad ogni blocco c’era il capo blocco, ci contavano e allora uno diceva: “Siamo in tanti più tre che sono magari morti dentro”.

Dovevano quadrare i conti, sennò là era fame, botte, acqua mai vista, fuoco: chi ha mai visto il fuoco? Sa cosa vuol dire? Passare un inverno, lavorare, poi le squadre. O portavi i feriti che scaricavano dai treni all’ospedale di Bolzano, c’erano degli ospedali, mi ricordo, grandissimi che ricoveravano i feriti che venivano dal fronte, e li portavamo con le barelle su. O a cavare granito.

D: Ma fuori dal campo?

R: Sì, sì, fuori dal campo. Al mattino c’era un certo numero di squadre che uscivano. Andavamo a Gries, andavamo a Appiano, andavamo di qua e di là a fare qualunque lavoro, pulire tutti gli ospedali. In ogni caso la cosa più frequente era cavare pietre in cava.

D: In cava?

R: Sì, le cave di granito, ci sono su, di porfido.

D: E dove, si ricorda?

R: Esattamente no. Sa che non mi ricordo esattamente? Poi c’era un distaccamento a Merano, aspetti. C’era un distaccamento del campo di Bolzano a Merano perché tutta la roba che portavano su con l’avanzata degli alleati dall’Italia veniva messa dentro, i vari castelli della Val Venosta, tutti i castelli che ci sono là. Io mi ricordo una volta un certo maresciallo Kek, allora io avevo studiato tedesco, tedesco e francese, l’inglese era proibito ai miei tempi, io avevo studiato tedesco e allora ero comodo, qualche volta potevano rivolgermi la parola per certe cose.

Una volta chiedevano uno Spezialist Tecknik degli orologi, dico: “Se si tratta di mangiare un pezzo di pane in più, mi intendo anche di orologi”. Avevano migliaia di orologi che avevano sequestrato, allora li avevo tutti classificati, mi ero fatto gli attrezzi, quelli che lavoravano come forgiatori mi avevano fatto le pinzette, degli amici dentro. Tanto per darLe un’idea, ero diventato uno Spezialist, mi era comodo in un certo senso. Ecco perché dico se vado a Merano non c’è l’aria di Bolzano, Merano è un altro clima d’inverno di Bolzano, a Merano si sta molto meglio come temperatura.

Là a Merano qualche grado di più voleva dire tanto per sopravvivere, veramente. Là mi ricordo siamo entrati in un castello accompagnati da un signore con questi della SS sempre, perché c’erano dei quadri. Eravamo io, un certo dottore, che è morto adesso, Nino Paoletti, Bepi D’Antoni che era direttore, è stato direttore della Dalmine Acciai Speciali, che era prigioniero anche lui con me. Avevamo una certa cultura, per chiederci se potevamo classificare in ordine di valore un certo numero di tele.

Erano tele che credo fossero state portate su da Bologna, Modena, non so dove, ma delle tele meravigliose. Allora noi mettevamo a seconda dell’ordine d’importanza, classificate così. E’ venuto dentro un signore che parlava tedesco perfettamente e mi ha chiamato in disparte. Mi ha detto: “Come vi trattano qua?”. Come si fa a dire a uno che me lo porta la SS che mi trattano male? Per prenderle? Ho detto: “Così”. “Abbi pazienza, ci vedremo presto”.

Ed era quello stesso signore, era il rappresentante della Croce Rossa Internazionale, svizzero di Merano che è venuto dentro lui a portarci il foglio di scarcerazione. Questo che era un esperto di pittura, d’antichità, che viveva a Merano, che è venuto dentro con la scusa dei quadri per fare la valutazione di queste tele che avevano portato via, a Castello… Non mi ricordo più quale, li conoscevo tutti.

D: Ma in città o fuori città?

R: Fuori città. A Merano eravamo alla caserma di Maiabassa, prigionieri. Però eravamo sempre fuori. Per cui ho visto dei capolavori passare via, cosa ci potevo fare? Questo signore che avevano invitato per fare la stima in franchi svizzeri, l’aveva fatta lui la stima di questi quadri, è stato quel tale che è venuto dentro ufficialmente. Al 30 aprile è finita e sono arrivati gli americani.

Al 2 o 3 maggio eravamo ancora prigionieri dentro e non si sapeva cosa succedeva, è capitato dentro accompagnato dagli ufficiali con i fogli di scarcerazione di tutti noi. Per cui tutte le cose impensate, chi lo sa. Questa è un po’ la mia strana storia. Posso dire una cosa, però. Quella notte, dopo che ci hanno lasciati dentro, chiusi dentro quei centodiciassette, mi sono arrampicato su sul palcoscenico dove avevano le loro scrivanie, eravamo in due o tre, a raccogliere i bigliettini che avevano stracciato, dove avevano preso gli appunti.

Nel caso mio, cosa straordinaria, mi è capitato proprio “famiglia Addomine, composta di sei elementi, favoreggiatori e collaboratori di banditi”. Questa era la mia accusa. “Dichiarazione Recalchi”. Storia premessa: mio padre aveva uno studio fotografico, questo Recalchi era venuto su perché parente di un certo Rovali da Ferrara, io non ero neanche nato allora. Aveva uno studio fotografico, in un certo senso c’era la concorrenza professionale. I ricordi più lontani della mia infanzia, quindi parliamo del 1926, 1927, ho visto mio padre piangere perché il Recalchi aveva mandato i figli che erano tutti fascisti, mio padre invece non era fascista, era socialista, a spaccare tutti i vetri delle finestre di casa nostra.

Non potevamo fare niente, perché mio padre era socialista e quegli altri erano fascisti. Questi naturalmente erano tutti fascisti, tant’è vero che uno di questi Recalchi sono andati a prelevarlo in prigione e l’hanno fatto fuori, perché ha fatto quella cosa orribile. Una cosa strana che succede: la guerra finisce, sono venuti su con dei camion da Feltre a portarci giù, noi sopravvissuti. Arriviamo giù e ormai eravamo ai primi di maggio. Mi dicono che mio padre è impazzito, dico: “Perché?”. “Pensa che avevano preso Recalchi e messo su in una nicchia che c’è nella porta imperiale a Feltre per fucilarlo, mio padre gli ha fatto scudo e ha detto: “Questo mai”.

Pur essendo lui che ci ha deportati, ci ha fatto deportare lui e la sua famiglia, ha detto: “Ci sarà una giustizia, non facciamo queste cose”. Questo è un ricordo meraviglioso che ho di mio padre. Lei non sa niente perché ci siamo conosciuti e sposati in America con lei, poi era di Rovereto, però soltanto sentito dire. Però testimonio che quando mio padre è morto, vent’anni fa, io da Milano sono andato a Feltre naturalmente perché c’era il funerale di mio padre e vedo uno lontano, ricordo, dico: “Quello è Recalchi”.

Un figlio, il più giovane di questa famiglia era venuto con il motorino da La Spezia a Feltre per rendere scusa e omaggio alla tomba di mio padre. Guardi se non è un po’ un dramma impressionante. Questa è la mia storia. Eccola qua. Io non sono un eroe, non ho meriti particolari, ringrazio il Padre Eterno che mi ha fatto uscire in qualche maniera ed essere qui a raccontare, non posso neanche dire “Io sono un eroe”. No.

D: Una cosa, quando eravate lì a Merano a Maiabassa nella caserma, Vi ricordate la caserma qual’era? Era vicino a una stazione, a un albergo?

R: La caserma me la ricordo sì. Dunque, c’era la strada, uscivo qualche volta che mi facevano tirare fuori i cavalli. Fra me e i cavalli… Con il carretto… Una volta mi è scappato il cavallo, anzi no, ho preso il cavallo. La cavalla, la chiamavano la Fittoria… Questa ha aperto la porta, ha preso la corsa, le si sono fermate le stanghe e io sono volato fuori… Un disastro, fra me e i cavalli proprio non… Si costeggiava un fiume. Comunque la caserma di Maiabassa per me era notissima.

R: Addirittura a Feltre devo avere una delle fotografie del grande cortile interno, perché c’era un grande cortile interno.

D: Della caserma?

R: Sì. Proprio fatte il giorno che ci avevano liberati, devo avere una o due fotografie con le mie sorelle. Poi il triangolo me l’hanno cambiato in rosso. Senza sapere perché, non era più rosa, sono diventato rosso, politico pericoloso, ma non so perché.

D: Una cosa, oltre al triangolo Le hanno dato anche un numero?

R: 4.972.

D: Le Sue due sorelle erano con voi a Maiabassa?

R: Sì.

D: Anche loro?

R: Anche loro.

D: Ma qui non avete però la tuta bianca?

R: No, quella era a Bolzano, questo è Merano. Quella è la foto che si deve vedere il cortile, mi pare, è il cortile della caserma di Maiabassa quello là.

D: Allora, rimaniamo un attimo a Bolzano.

R: Sì.

D: Allora, Vi hanno dato il numero, la tuta e il triangolo.

R: Sì.

D: Poi il capo campo vi ha fatto il discorso.

R: Ha fatto il discorsetto il capo campo che si chiamava Maltagliati, che poi è stato sostituito da altri che adesso mi sfugge il nome, ma a cui posso risalire.

D: In che baracca Vi hanno messo?

R: Io sono entrato nella H.

D: Nella H?

R: Sì.

D: Vi ricordate il capo blocco chi era?

R: Sì, Musi, tenente dei carabinieri.

D: Qualche altro Vostro compagno Ve lo ricordate, oltre al professor Ferrari?

R: Compagni?

D: Dentro in baracca.

R: Dentro in baracca? Giuseppe D’Antoni… Ah no, questo poi era a Merano, poi ci siamo trovati là. E’ un gruppo diverso. Tutto il gruppo di Feltre, me li ricordo… Ci deve essere qualche elenco…

D: Se Le viene in mente qualche nome così.

R: Perbacco, il dottor Nino Paoletti, Antonio Paoletti che era il mio vicino di casa.

D: Vostro fratello era con voi?

R: Sì.

D: Invece le Vostre sorelle dove le hanno messe?

R: Nel blocco a fianco, che era delle donne.

D: Vi ricordate se avete visto che dentro nel campo c’erano anche dei sacerdoti?

R: Sì.

D: Lì avete visti?

R: Sì, perché il giorno di Natale a un bel momento uno di questi prigionieri si è messo su uno straccio sopra, ha fatto la messa per tutti, ha dato un pezzettino di pane secco, ha detto: “Questo è il simbolo…”, senza confessione né niente, “fate la comunione tutti perché qui è finita”.

D: Il nome non Ve lo ricordate?

R: Non me lo ricordo.

D: Ma era un feltrino?

R: No, non era un feltrino perché li conoscevo.

D: La messa di Natale.

R: La messa di Natale. Non ricordo chi fosse. Ha detto: “Questa è la confessione generale a tutti, perché avete pagato tutte le vostre colpe”, senza confessione né niente, un pezzo di pane che sia simbolo della comunione.

D: Vi ricordate i capi invece tedeschi?

R: Sì.

D: Questi nomi Vi ricordano qualcosa?

R: Haage, il maresciallo Haage, il tenente Thito, che quando veniva fuori lui era perché c’erano delle spedizioni, organizzava le spedizioni, le partenze, Thito poi il maresciallo Kek.

D: A Bolzano questo maresciallo?

R: No, Kek era a Merano, invece Haage e Thito erano a Bolzano. Ricordo benissimo che c’erano due o tre ucraini che erano i capi celle che pestavano la gente, poi li impiccavano con le mani sul palo così, sollevati da terra a morire dal freddo.

D: Nel campo?

R: Nel campo. Alla mattina si usciva e si vedeva sul palo uno là e non si poteva toccare, stava morendo servito da questi signori ucraini.

D: Lei a Bolzano quanto tempo è rimasto prima di partire per Merano?

R: Tre mesi e mezzo, quattro mesi.

D: Quindi ha visto numerose partenze?

R: Altroché.

D: Quegli ucraini, Ve li ricordate i nomi degli ucraini?

R: No, però in uno dei libri che ho ricevuto, ho letto, ho trovato, non so che, ci sono.

D: Otto e Lischa?

R: Esatto.

D: Vi ricordate se c’era anche una donna?

R: Sì. Era la iena, era tremenda, la chiamavano “la iena”. C’era questa donna, sì.

D: Una cosa, il campo aveva un muro di recinzione?

R: Sì.

D: Sopra il muro c’era del filo elettrificato, del filo spinato?

R: Filo spinato tutto attorno, elettrificato lo ritenevamo, ma non lo sapevamo. C’erano però ogni tot metri delle torrette con le guardie armate.

D: Delle garitte quindi?

R: Delle garitte proprio sopra il muro.

D: Senta, l’appello come avveniva?

R: Mai fatto appello. Noi dal momento che si entrava, che ci hanno dato il numero, il nostro nome era sparito, soltanto il numero, eravamo solo il numero.

D: Ma alla mattina non vi chiamavano fuori dalle baracche?

R: Certo, tutti in fila e ci contavano, ogni blocco. Questo ne ha centoventicinque, centoventitre, allora il Kapò del blocco veniva avanti, due sono morti dentro, oppure non so, uno è moribondo. Il papà di Gianfranco Grabuio per esempio una volta era pronto per la spedizione, portato via, hanno detto: “E’ morto, lascialo qua”, invece poi è sopravvissuto. Il papà di Gianfranco Grabuio era…

D: A proposito di morti, diceva prima di violenze. Quindi Voi avete assistito a delle violenze?

R: Io ad esempio, siccome lavarsi niente, avevo un’infezione di barba tremenda, siccome non c’era barbiere, altro che per tagliare i capelli con la forbice, i capelli a zero, un’infezione di barba tremenda, mi ricordo. Un mattino col freddo passo via e il maresciallo Kek mi chiama, grida, mi giro, fermo, duro, siccome non ho tirato giù il berretto sperando che non mi vedesse mi ha dato delle nervate in viso.

Avendo tutte le croste dell’infezione di barba sono entrato in blocco che ero tutto sanguinante, sembrava chissà che, però era superficiale, perché erano croste. A vedere i miei compagni che piangevano mi è venuto un male al collo, loro piangevano e per me e io dicevo: “Va beh, insomma, mi ha dato delle nervate”.

Non mi ero visto allo specchio che avevo tutto il sangue dell’infezione di barba. Così si viveva, in queste condizioni. Col terrore. Poi i cani poliziotti sempre addestrati, sguinzagliavano i cani con l’istruzione precisa di saltare addosso se uno si muoveva fuori dalla riga, mordevano. Anche questa era una cosa piuttosto antipatica.

D: Nel periodo che Voi siete rimasto a Bolzano uscivate a lavorare, costituivano delle squadre di lavoro?

R: Sissignore.

D: Quindi uscivate dal campo?

R: Si usciva dal campo comandati da un plotone tedesco, sempre accompagnati da un plotone armato e ci portavano, non so, ad un ospedale o in cava o a scaricare vagoni.

Oh, una cosa che mi sono dimenticato, molto carina anche quella, con i bombardamenti che c’erano nel Brennero le varie stazioni, tutti i vari binari venivano smantellati per ricostruire le linee su cui poter passare. Quella di cavare su rotaie era una cosa spaventosa.

D: Quindi vi mandavano a lavorare sulle massicciate anche?

R: Certo, anche molto grazioso era scaricare le bombe inesplose con un bel martello di gomma, le istruzioni, poi si mettevano di dietro e ti facevano segno così. Quando davi il colpo così slittava la spoletta, facevi così, sono qua o sono… Anche quella era una cosa molto graziosa.

D: E sotto la galleria del Virgolo?

R: Il Virgolo l’abbiamo fatto noi, la galleria del Virgolo era galleria per la strada, ma è diventata una fabbrica di cuscinetti a sfera che era necessaria e dentro al Virgolo a fare le massicciate, a portare i muri… Il Virgolo è stato fatto con tutti i prigionieri. La fabbrica di cuscinetti a sfera.

D: La Imi, Imi si chiamava.

R: Non lo so, non ricordo.

D: La Imi. Quindi Voi siete stato anche lì?

R: Certo. Altroché.

D: A proposito di questa cava, può dirmi qualcosa di più? Perché di questa non avevo mai sentito. Non so assolutamente dove collocarla, era vicino al campo o andavate a piedi?

R: Era lunghetta. Per …. era un altro, subito prima di Bolzano per andare su, cosa c’è? Laives?

D: Laives Bronzolo.

R: Da quelle parti là.

D: Porfido quindi?

R: Porfido, il granito.

D: Estraevate il porfido e lo mettevate sul camion?

R: Sul camion i blocchi venivano caricati…

D: Quindi una cava all’aperto?

R: All’aperto. … Quello era un altro, poveretto.

D: Cioè, hanno ammazzato qualcuno?

R: E’ successo dentro, quando l’hanno portato in Germania, un mio amico.

D: A Bolzano?

R: No.

D: A Merano?

R: No, in Germania, non mi ricordo più, erano tre o quattro campi, erano sempre quelli.

D: Allora, lì siete rimasti tre mesi?

R: Tre mesi circa, sì. Poi sono stato liberato a Merano ed è stata a Merano la storia dei quadri. Di quello che era il funzionario della Croce Rossa Internazionale, che nessuno lo sapeva, che faceva l’antiquario di Merano, loro credevano che fosse un antiquario, era uno svizzero.

D: Il nome non lo sa?

R: No.

D: E questi quadri erano dentro a questo castello?

R: Sì.

D: Però diceva che il castello è fuori Merano.

R: Fuori, fuori. Tutti quei castelli lì attorno, Annaturno, Sluderno…

D: Se io Le dico un nome, Le dice qualcosa San Leonardo in Passiria?

R: San Leonardo anche, sì.

D: Ma non è quello dei quadri?

R: No, non è quello dei quadri questo.

D: Lì a Merano la sua occupazione qual è stata? Quella dei quadri sempre?

R: No, quella è stata incidentale. A Merano era caricare e scaricare i vagoni, tutto quello che portavano su, dai sacchi di caffè, che allora il caffè era una cosa rarissima. Caricare e scaricare vagoni.

D: In stazione?

R: In stazione.

D: Maiabassa?

R: Maiabassa, sì. Ma tante volte non si fermavano in stazione i vagoni, perché con la storia dei bombardamenti venivano spostati in rami ferroviari tirati fuori, secondari. E cavare su rotaie per ripristinare la linea ferroviaria, il ponte di Bodi, quante volte l’hanno bombardato.

D: Siete andati anche lì?

R: Anche lì, perbacco.

D: Sai dov’è? Prima di Trento?

R: Fra Trento e Bolzano. Il ponte di Bodi. Coi bombardamenti di allora buttavano giù tante di quelle bombe che facevano spavento, tant’è vero che la montagna per un certo periodo aveva tutte le buche delle bombe. Anche là, prendere e ripristinare almeno una linea che potesse tirare dritto per poter proseguire.

D: E uscivate con le zebrate, con le tute?

R: Sì, sì. Non esisteva altro per cambiarsi. A Merano avevo quell’altra tuta, due pezzi, a Bolzano quella bianca. Non ho mai avuto altro.

D: Quando eravate lì a Bolzano o anche a Merano avete potuto scrivere a casa?

R: Sì, qualche volta sì. Perché quando ci mandavano fuori con le squadre c’era qualche paesano che salutava così e allora avevamo sempre nascosto un pezzettino di carta, qualche cosa. “Tò, consegnalo”, si poteva comunicare in questa maniera.

D: Però voi potevate ricevere lettere o pacchi?

R: No, mai ricevuto.

D: Avete mai ricevuto niente?

R: Io non ho mai ricevuto pacchi, però c’è stato qualcuno che riceveva dei pacchi. Come non lo so.

D: All’interno del campo c’era chiamiamolo un movimento resistenziale, c’era qualcuno che si dava da fare?

R: No, no. Ho visto delle cose meravigliose, delle cose orribili, però là era proprio la sopravvivenza e basta.

D: Vi ricordate qualche cosa meravigliosa?

R: Una cosa meravigliosa sì. Quando hanno scavato quella galleria nel silenzio per uscire dal blocco, per poter scappare, li hanno sorpresi all’ultimo momento perché hanno fatto la spia. Eravamo 15, 20 gradi sotto zero, tutti inquadrati fuori al freddo. “Se non salta fuori chi è stato non vi muovete”.

Le solite guardie, i cani, ecc.

Non è saltato fuori per un giorno, il giorno dopo si è fatto avanti uno che era un ex ufficiale, non mi ricordo più se degli alpini o di dove fosse. Si è costituito lui, in realtà erano più, erano parecchi. Però con questo hanno liberato le squadre. Ho visto un gesto di uno che ha dato la propria, ha offerto la propria vita per gli altri, sì. Anche questo ho visto. Era nel blocco…l’ultimo del capannone su, non mi ricordo più come si chiamasse. Che roba!

D: Voi dicevate prima dei triangoli azzurri che erano degli inglesi.

R: Sì.

D: Cioè nel campo c’erano anche…

R: Sa che con la guerra, ancora quando c’era l’esercito italiano, un certo numero per esempio di inglesi erano stati catturati in Africa e portati qua. A quelli sbandati, i tedeschi hanno attribuito questo triangolo che non erano né italiani né niente, militari ma non catturati da loro. Questo era il triangolo azzurro.

D: Erano lì a Bolzano, nel campo di Bolzano?

R: Sì, c’erano questi, c’erano i gialli che erano gli ebrei, i rosa che erano i rastrellati e gli ostaggi.

D: Gli ostaggi?

R: Bambini di cinque o sei anni col nonno di sessanta, settanta.

D: Bambini c’erano?

R: Bambini di pochi anni, certo.

D: Dov’erano questi?

R: Qua e là, messi nel blocco. Magari cercavano uno che era, non so, ufficiale degli alpini, avevano preso il padre e il figlio. Allora praticamente nonno e nipote messi in campo di concentramento e tenuti dentro. Che fine abbiano fatto non lo so, però c’erano sì.

D: Non Vi ricordate che c’era una famiglia dentro nel blocco celle che avevano un bambino appunto piccolo di quattro anni, c’erano due sorelle?

R: Ho un vago ricordo. Però quello delle celle era proprio in mezzo al campo, messo di traverso così.

D: In mezzo al campo?

R: Sì, sì. Non era un blocco, le celle erano proprio in mezzo al campo.

D: Non erano in fondo?

R: O in fondo, ma comunque non facevano parte dei capannoni. No.

D: Questa famiglia che erano mamma, due figlie di vent’anni…

R: Ho vaghi ricordi di tutte queste mostruosità, però… C’erano anche quelli, sì.

D: Ci raccontate un’altra cosa bella del campo che avete visto? Oltre a quella del tentativo di fuga.

R: Quella è stata una cosa che non dimenticherò mai.

D: Un altro fatto, un altro episodio a cui avete assistito di questi belli?

R: Non saprei.

D: Allora uno brutto. Quello più brutto a cui avete assistito.

R: C’era uno messo dentro in cella con le gambe e le braccia rotte. Dopo una settimana tirarlo fuori proprio con gli arti spezzati e pestarlo ancora, a questo ho assistito, fatto da quei due ucraini maledetti.

D: Lui chi era?

R: Un italiano sicuramente. Queste sono cose terribili.

D: Su quando Vi hanno chiamato per andare a Maiabassa, cosa Vi hanno detto?

R: Che c’era bisogno di uno Spezialist. Siccome io servivo per fare l’elettricista… Una cosa molto graziosa: nella caserma di Maiabassa nel distaccamento delle SS di Merano, nel distaccamento di Merano verso la fine della guerra erano un po’ tutti abbacchiati, sentivano che stava per finire anche questi signori della SS. E bevevano.

Avevano preso l’abitudine, siccome avevano tutte le villette attorno, vivevano dentro nelle villette questi ufficiali, avevano preso la mania di spararsi un colpo di pistola nella serratura dopo essersi ubriacati, così non vai a letto, uno con l’altro.

Alla mattina lo Spezialist, che ero io, doveva andare ad aprire le porte, per cui io facendo il giro avevo tolto tutte le combinazioni dentro, in maniera che bastava anche un chiodo piegato per aprire, perché sennò dovevo stare là a diventare matto. Come Spezialist ogni tanto mi davano magari una mela o mi davano…

D: Cioè gli avete tolto un nottolino?

R: Sì, sì. Sa che c’è la combinazione? Ho tolto quel nottolino per non stare a diventare matto. Anche queste cose…correre dietro a…

D: Il campo di Merano era anche quello sotto le SS, non c’era Wermacht?

R: Solo SS. E non solo, noi eravamo consegnati con tutti i numeri da un distaccamento all’altro e se ne assumevano la responsabilità di questi numeri.

D: Quanti eravate più o meno lì a Merano?

R: A Merano trenta o quaranta.

D: Arrivavano ogni tanto delle persone in più oppure siete…

R: No, perché eravamo già verso la fine e quindi non arrivavano più.

D: Neanche se ne tornavano?

R: Neanche andavano indietro. Per me è stato un bel rifugio, un bello scappare, Merano per me è stato un bel passo avanti. Anche perché avevo cominciato, sia pure ad andare ad aprire le porte, ma almeno sentivo un ambiente caldo per scaldarmi le mani.

D: Cos’era, marzo, aprile?

R: Fine aprile.

D: A Merano?

R: A Merano io sono andato tra febbraio ed aprile, sono stato a Merano.

D: Il 30 aprile del ’45 Voi eravate a Merano?

R: Prigioniero ancora. Sapendo la gente che gridava per le strade, questo e quell’altro, eppure…finché non sono venuti dentro ufficialmente a scarcerarci. Avevo però da buon Spezialist fatto le chiavi false dell’armeria. Eravamo in tre o quattro pronti a vendere cara la pelle se per caso capita.

D: Anche Vostro fratello?

R: No, mio fratello non è venuto con me.

D: Ah no? E’ rimasto giù?

R: E’ stato scarcerato lui. Un certo numero dopo due mesi o tre li hanno scarcerati, triangolo rosa ancora. E’ stato allora che hanno mandato là quelli rosa e poi quelli dentro sono diventati rossi.

D: E le Vostre sorelle invece sono venute su?

R: Rosse anche loro, triangolo rosso, sempre con me, sempre.

D: Il 30 aprile a Merano, attorno al 30 Aprile, è successo un fatto di sangue, Ve lo ricordate?

R: Sì. Sparavano dalle strade, ci hanno sparato dietro anche a noi.

D: Come vi hanno sparato dietro?

R: Dalle case, le infermiere degli ospedali. Sa che gli alberghi erano ospedali, quasi tutti. Ci hanno sparato dietro. Quando sono uscito per la strada ci sparavano gli infermieri, dicevano, perché chi poteva essere che rimaneva là ormai?

D: Sono state uccise anche delle persone?

R: Certo.

D: Altre due cose importanti. Nel campo di Bolzano, quando siete arrivati nel campo di Bolzano all’ingresso c’era su una targa, c’era qualcosa?

R: Sissignore. Polizeilisches Durchgangslager.

D: Era sul cancello?

R: Sul cancello.

D: Sopra il cancello?

R: Sopra il cancello e i reticolati, sopra c’era questo cartello e poi c’era il cancello.

D: E a Merano cosa c’era scritto?

R: Niente. C’era il cartello che diceva “Amministrazione delle SS del distaccamento di Merano”.

D: La vita nel campo di Merano era un po’ sul ritmo di quello di Bolzano?

R: Mille volte meglio. Eravamo pochi, ci conoscevamo e anche qualche maresciallo o con le denominazioni delle SS che erano completamente diverse di gradi, qualcuno diceva: “Presto finisce”. Sentire confidenze di questo genere dalle SS per me sembrava di toccare il settimo cielo, sta proprio per finire.

D: E a Merano c’erano anche ebrei o eravate solo triangoli rossi pericolosi?

R: Nessun ebreo a Merano.

D: Donne?

R: Donne sì.

D: Le sorelle. Più uomini o più donne?

R: Più o meno metà e metà. Perché le facevano cucire, confezionare sacchi, sempre per queste spedizioni, sa?

D: Quando eravate a Bolzano nel campo avevate sentito di questi altri campi? Avevate sentito parlare prima di Maiabassa o di altri posti?

R: No, però ho sentito il capo blocco Maltagliati che aveva detto: “Occorre un certo numero di persone per Merano”. Un mio carissimo amico che è morto adesso purtroppo, proprio nati e cresciuti insieme, Nino Paoletti che conosceva, era andato tanto tempo, diceva: “Potessimo andare a Merano, è tutta un’altra aria”. Si è fatto avanti, allora per me lo stimolo, dice: “Se non altro, non moriamo dal freddo in queste condizioni”, perché il freddo è stata una cosa tremenda.

Arrivare bagnati con una sola tuta e fare il bilancio scientifico: conviene tenerla visto che non è calda l’acqua che ho addosso o toglierla? Qual è il bilancio termico che conviene tra questi due ragionamenti? Comunque con tutto questo sono arrivato a casa che pesavo quarantadue chili io, uno di ottanta chili.

D: Avevate vent’anni?

R: Sì. Vent’anni giusti. Sono del ’24.

D: Per quello che riguarda le funzioni religiose, Lei si ricorda di questa di Natale e si ricorda magari di qualche altra funzione oppure è l’unico episodio?

R: L’unico episodio che ricordo è questo, però c’erano dei preti. C’erano dei preti perché so che quando ci hanno portato via tutti gli indumenti, i vestiti e ci hanno dato questo berretto, alla mattina c’era la famosa adunata, tutti inquadrati con i numeri, “berretti su” traducevano, “berretti giù”, finché non sentivano il colpo secco tutti insieme non si diceva: “Fuori le squadre”.

Ce n’erano uno o due che avevano tagliato il cappello da prete che avevano e avevano fatto il berretto un po’ più consistente con la cupola che poteva stare addosso. Sapevo che erano preti insomma.

D: Glielo ho chiesto perché alcuni si ricordano di un sacerdote che entrava che non era prigioniero, ma che veniva apposta il sabato o la domenica a celebrare messa.

R: Mai visto.

D: E poi usciva, era un esterno.

R: No, non lo ricordo assolutamente.

D: Neanche a Pasqua?

R: Io ero a Merano a Pasqua.

D: Magari era venuto qualcuno nel campo di Bolzano.

R: A Pasqua ero a Merano.

D: Il Monsignore però, Monsignore Bontignon.

R: Il Vescovo?

D: Il Vescovo, sì.

R: Io non ero…

D: Era su a Merano. Lì a Merano Vi ricordate, a proposito di questo personaggio della Croce Rossa, che c’era un italiano che poi è scappato alla Liberazione e che ha riparato in Svizzera? Non Ve lo ricordate?

R: Non esattamente.

D: Edgardo Sogno? Non Ve lo ricordate?

R: Mi suona il nome, ma non ricordo assolutamente.

D: E’ andato su a Merano Sogno, scappando. La Liberazione, ce la raccontate?

R: La Liberazione è stata un sogno.

D: Dove eravate Voi in quel momento?

R: Già la sera prima avevamo visto dei movimenti strani e avevo distribuito le mie chiavi dell’armeria, perché dico: “Questi qua ci fanno fuori”. Al mattino chi dorme? Nessuno. Affacciarsi con la testa così a guardare giù, vedo tutto uno strano movimento.

Ci hanno riuniti tutti insieme ed è venuto avanti questo signore che era quello che giorni prima era venuto per i quadri, questo svizzero. Ha detto: “La guerra è finita”, c’è stato un urlo generale per noi. Quando abbiamo varcato la porta e abbiamo visto le jeep americane, erano già arrivati gli americani, delle jeep americane, ci sembrava un sogno. Mi ricordo che si sono avvicinati e ci hanno detto se eravamo prigionieri. Mi hanno offerto le Chesterfield. Un sogno sembrava.

D: Poi cos’è successo?

R: Poi da Feltre sono venuti su con dei camion, l’impresa locale Dalla Corte, questi Dalla Corte avevano avuto anche loro dei figli prigionieri come me, a raccoglierci, a portarci giù. Ci hanno portati giù a Feltre coi camion.

D: Quindi direttamente da Merano?

R: Da Merano.

D: Non siete più ritornati a Bolzano?

R: No, perché eravamo un certo numero, ci siamo riuniti e siamo venuti giù da Merano direttamente.

D: Lei a Merano ha ricevuto il foglio di rilascio?

R: Sì.

D: Proprio quello firmato da Titho?

R: No, Titho non c’entrava, dalla Croce Rossa Internazionale.

D: Ce l’ha ancora questa carta?

R: No, non sono riuscito a farmela dare, perché quando è finita la guerra mi hanno chiamato al servizio militare. Allora ho dovuto allegarla come documento al distretto militare di Belluno. In altre occasioni successivamente sono andato per farmelo ridare indietro, mi hanno detto che non c’era più.

D: Ma dopo avete dovuto fare il militare, il servizio militare?

R: No. Perché avevo questo documento di scarcerazione dal campo di concentramento.

D: Neanche le Vostre sorelle hanno quel documento?

R: Sono morte ormai da anni. Probabilmente sì.

R: Mi ricordo che ci hanno fatto la lunga presentazione del mondo che avremmo trovato fuori, dice: “Guardate che trovate per tornare a casa un percorso duro e tremendo. La guerra è stata spaventosa”. Ci raccontava tutti questi particolari questo svizzero. E’ stata una sorpresa, io non avrei mai immaginato.

D: Cos’era, uno svizzero che parlava italiano?

R: Parlava italiano, tedesco, parlava benissimo.

D: Ma lui era svizzero tedesco, italiano? Che svizzero era?

R: Parlava italiano benissimo, però parlava tedesco benissimo perché era lui il consulente per i quadri della SS.

D: Che età poteva avere più o meno?

R: Allora avrà avuto sui quarant’anni.

D: Con divisa da SS?

R: No, no, in borghese.

D: Ah, in borghese?

R: Era un cittadino che era stato preso per stimare dei quadri.

D: Un esperto?

R: Un esperto di quadri. Però mi ha chiamato in disparte quando mi ha detto: “Come vi trattano?” Io gli ho detto: “Zitto, per l’amor del cielo, guai, si sbaglia tutto”.

D: E’ importante secondo Voi che i giovani di oggi conoscano questa storia?

R: Le ho premesso prima: “E poiché gli Alemanni in casa avete…”. Mio nonno garibaldino lo diceva, mio papà: “Ma dai che sono cambiati…”, mio papà lo diceva a me e io dicevo: “Ma papà, dai che sono cambiati…”. Io l’ho ripetuta cento volte alle mie due figlie, che non mi vengano a dire che i tempi sono cambiati perché può succedere ancora.

Ecco perché è importante, perché è un niente che un gruppo di violenti col potere in mano… Non c’è più né destra né sinistra, non c’entra, sono tutte balle. Io ho girato il mondo con molto piacere e ho visto due cose che si assomigliavano spaventosamente: la Spagna di Franco, che più fascista non poteva essere, e la Russia di Breznev, che più comunista non poteva essere. La stessa roba, da una parte a Barcellona dicevano sottovoce: “Stamattina ne hanno fucilati due ancora”, a Mosca mi dicevano: “Stamattina ne hanno mandato quattro in Siberia dei nostri” sottovoce. Poi in confidenza dicevano: “Che speranza c’è per il mio popolo?” I russi.

Mi ricordo che una volta ho detto: “Guardate, io stamattina sono entrato al Cremlino. Voi da cinquanta anni non ci entrate, se non settanta anni. Vuol dire che siete sulla buona strada, visto da me evoluzione, non rivoluzione, perché sennò vanno su quelli più cattivi di voi, secondo me”. Allora sentire queste famiglie a Mosca che volevano sentire il “Kapitalist”, che ero io secondo loro, come la pensavo, è successo così.

Io ho portato mia moglie ed è entrata tranquillamente al Cremlino, ma loro per due generazioni o tre non sono mai entrati. Evoluzione, non rivoluzione. La rivoluzione non fa niente.

D: Prima raccontavate di quell’episodio quando eravate a Caracas se non mi sbaglio, che è venuta questa…

R: Zoppoli, sì.

D: Chi era questo?

R: Quello era un prigioniero che lavorava nell’officina delle automobili, di riparazione automobili dentro nel campo di Bolzano. L’officina era dietro il muro, là facevo l’orologiaio io.

D: Allora, se questo è il campo, questo è l’ingresso…

R: L’ingresso, l’officina era qua, da questa parte.

D: Si usciva come? Da qui oppure c’era una porta nel muro?

R: No, no, la porta è sempre stata interna, dal muro.

D: C’era una porta dal muro?

R: Sì, sì.

D: C’era questo garage, c’era questa officina meccanica, poi c’erano altre officine?

R: Sì, forgiare, ferro, fare catenacci…

D: C’era anche una tipografia?

R: Sì, ho un vago ricordo che c’era anche una tipografia, sì. Con delle macchinette.

D: Voi a Bolzano avevate delle monete interne del campo?

R: No, io no. Avevo sentito parlare, però io non le ho mai avute monete interne del campo.

D: C’era anche una falegnameria che Lei sappia?

R: Non ricordo.

D: Una lavanderia?

R: Sì, lavanderia sì.

D: Vi ricordate, visto che facevate un po’ l’elettricista anche, se c’era un elettricista di Milano?

R: Non ricordo.

D: Che aveva nascosto una radio, un apparecchio radio.

R: Io non ho mai detto che ero radiotecnico, perché quella era una condanna a morte per me, per paura di spionaggio, sa? Mai, per questo che da buon radiotecnico sono andato a fare l’orologiaio, perché solamente a parlare di radio era finita, paura di comunicazione col nemico. Mai detto.

D: Quando partivano i deportati per la Germania, cosa succedeva lì?

R: Succedeva questo: al mattino era una mattina come un’altra, però si vedeva il tenente Tito con tutte le scartoffie. Adesso qua le liste. Cominciava l’appello dei numeri, tirava fuori e durava un’ora, un’ora e mezza, ripetere il numero…

A un bel momento questi venivano messi da parte, gli altri rientravano nei blocchi, questi venivano portati alla stazione che c’erano già i treni di solito, perché gli stessi prigionieri dovevano sigillare i vagoni. C’era Beppi Grisotto e altri che conoscevo che tornavano indietro dopo aver sigillato i vagoni con questa gente che veniva spedita via dalla stazione.

D: Dalla stazione? Non da altre parti?

R: Non lo so, perché io non sono mai andato.

D: Li facevano sigillare?

R: Sì.

D: Adesso una cosa, questa fotografia qui…

R: Questo sono io e le mie due sorelle, questa è proprio dentro nel cortile di Maiabassa di Merano. In fondo questi erano capannoni dove si imballava roba.

D: Che tuta avete su lì?

R: Questa ormai eravamo liberi, perché potevamo fare le fotografie. Ci siamo messi su una maglia per uno. Avevamo la tuta in due pezzi.

D: C’è il triangolo però?

R: Sì, non è una tuta, avevamo due pezzi qua. Tutti, era a Bolzano che avevamo la tuta unica.

D: Chi vi ha fatto questa foto?

R: Uno che era venuto su, perché dentro veniva anche a lavorare della gente fuori di Merano, venivano a lavorare anche loro. Non ricordo più chi me l’abbia fatta, so che mi ha fatto un rullino. Ho detto: “Dammelo che poi penso io”. E questa eccola qua. Vede, il triangolo e il numero.

D: Certo.

R: Io avevo il 4.972.

D: Vi siete ricordati il numero, eh?

R: Già mi crescevano i capelli, vede già lunghi due dita. Eravamo sempre rapati a zero. Qualche volta anche le donne. Se non c’erano cimici, c’erano pidocchi, piccole cose che si dimenticano. Le assicuro che la scabbia, grattarsi fra le dita qua, non avere acqua, non avere niente, cose che non si credono. Qui è stato il ritorno alla vita.

D: C’era un’altra foto. C’è un’altra informazione molto preziosa perché una memoria così viva sui motivi della presenza a Merano non l’avevo mai sentita.

R: Questa è stata così. A Merano occorrevano dei prigionieri un po’ da fidarsi, perché c’era da trattare della roba bella, non solamente mani da cava, capisce? Bisognava tirare fuori qualcuno che sapesse come si tiene un quadro, per dare un’idea.

D: Certo. E di quella roba non si sa poi che fine…?

R: Hanno detto che parte è stata recuperata. Sono tutte voci che ho sentito dopo, perché io non ho voluto più saperne niente, sa, la ripulsa di dire che è il mondo passato, la vita comincia domani, guardiamo davanti.

D: Sa che c’è una via a Merano che si chiama Via trenta aprile?

R: Non lo sapevo. Allora bisogna che si torni a Merano.

D: Questa foto invece?

R: Questa è in Piazza Alta, però me la sono trovata a casa. Era la foto della resa di Feltre, così mi hanno detto, la presentazione dei documenti della resa agli americani, doveva essere.

D: Quindi questo è il ’45?

R: Il ’45 questa.

D: In che zona della città questa?

R: Piazza Vittorio Emanuele, sulla Piazza Alta, questo è il palazzo Guarnieri a sinistra, che non si vede, quello tutto settecentesco, bello. Ricordo benissimo dov’è. Qui a destra c’è il teatro del Palladio.

Forse l’ha fatta mio padre di sfuggita.

D: Allora Vi piace Merano e Bolzano?

R: Sì, molto.

D: Non siete più ritornato?

R: Ogni tanto. Mia figlia appunto per l’ospedale che ci è andata su, diverse volte ho detto: “Vengo su anch’io magari in giro”. Ma non è neanche più l’ombra di quella triste cosa. Guardi che era brutto, perché…

D: Non Vi andrebbe di raccontare la vostra storia a degli studenti?

R: Quali studenti?

D: Ragazzi delle scuole medie o delle medie superiori. Di Bolzano e di Merano. Italiani o tedeschi.

R: Io non ho niente, assolutamente niente in contrario.

D: Raccontare la Vostra storia come ce l’avete raccontata a noi?

R: Certo, perché no? Io ho visto una cosa molto simpatica che mi ha fatto impressione, vedere dei ragazzi giovani che uno parla italiano, l’altro risponde correttamente in tedesco o viceversa, senza problemi. Io sono un internazionalista, sono cittadino del mondo io, a me piace la libertà. Quando ricordo che fuori per le squadre magari ci fermavano in centro…

R: Dicevo che passeggiando era normale che venissero dei bambini e vedevano queste bestie rare vestite con la tuta. Mi ricordo uno che veniva: “Bist du ein Zigeuner?”, “Sei uno zingaro?” Perché eravamo confusi come degli zingari, come della sottospecie. Guarda caso, magari con me c’era il professor Ferrari, però eravamo ridotti in quelle condizioni.

Un’altra cosa che mi ha fatto molto dispiacere, una volta a Bolzano, c’era la Lancia a Bolzano, sì, lo stabilimento della Lancia, erano tutti italiani. Quando passavano le squadre c’era dietro qualche angolo qualcuno con dei pezzi di pane che cercava di darci un pezzo di pane, perché era fame. Vedere magari una bella signora molto elegante avvicinarsi, buttarlo per terra e schiacciarlo sotto i piedi. Questo è capitato anche a me. Non è bello questo.

D: Cioè gli operai vi davano…?

R: Certo, se potevano. Qualcuno cercava di dare un pezzo di pane a questi prigionieri che passavano al mattino e poi scappavano via, perché era proibito avvicinarsi. Mi ricordo di questa donna molto fine, si è avvicinata, avevo il pane così in mano, me l’ha buttato per terra e schiacciato sotto i piedi.

Questo non deve essere una ragione per creare sette e odi, però dire che gente che c’è dappertutto. Io sono razzista perché il mondo si divide in due razze, persone per bene e persone non per bene. Non c’entra il colore della pelle. Guardi, io ho vissuto in mezzo ai sanguemisti. Meglio un negro onesto, in gamba che un ciarlatano di quelli pieni e presuntuosi nostri bianchi. E viceversa.

R: Una cosa bellissima, come siamo arrivati, un gruppo di una ventina, quindici o venti, da Bolzano che ci hanno portato a Merano, ci hanno portati tutti nelle cantine a spidocchiarci. Eravamo pieni di pidocchi e di scabbia, ecc. Per poi portarci nella caserma di Maiabassa. Ci hanno spidocchiati tutti. Sa che sollievo. Era normale che venissero fuori i pidocchi dalle maniche, che roba. Non eravamo esseri umani.

D: Vi fate un giro su a Bolzano e a Merano.

R: Volentieri.

D: Vi chiamo come testimone.

R: Sì.

D: Sai cosa sarebbe bello? Sarebbe bello… assieme all’ingegnere Bettion.

R: Di … mi ha detto?

D: No, di Belluno.

R: Anche a Belluno con la storia là di Piazza dei Martiri, ne hanno impiccato uno per ogni palo. Che vergogna.

D: Invece l’ingegnere Bettion era a Certosa Val Senales e scendeva a Giuderno anche lui alla stazione per caricare…

R: Ecco, vede.

D: Anche lui mi ha parlato di questo, però per un’altra zona. Per la zona di Merano Lei me ne parla.

R: La zona di Merano, sì, sì.

D: Bettion era anche a Maiabassa, penso. Lui andava in un castello solo, si chiama Castel di Nova, dice che portavano dei tappeti e loro dovevano trasportare questi rotoli di tappeti dentro al castello.

R: Sì, sì.

D: L’abbiamo trovato questo castello, abbiamo fatto un giro con l’ingegnere, un giorno un giro a Merano e poi l’abbiamo trovato. Ovviamente il nome non lo conosceva.

R: Che nome ha?

D: Castel di Nova in italiano.

R: Sì, ma mi pare di saperlo che aveva tutti i tappeti dentro.

D: Lui dice che lì portavano i rotoli di tappeti.

R: Perbacco.

D: Lui dice che questo castello…

R: Ingegner Bettion, non lo ricordo.

D: Tullio Bettion si chiama, ma lui è scappato a marzo del ’45, è scappato dal campo di Certosa Val Senales.

R: Ce l’ha fatta?

D: In due sono scappati.

R: Querincig, anche lui è scappato.

D: E’ scappato da dove?

R: Dal treno per andare in Germania.

D: Allora lui è scappato che stava andando… E di dov’è lui?

R: Non lo so, lui era venuto a Feltre, ma non era feltrino. E’ stato catturato a Feltre. Doveva essere sloveno, da quelle parti là.

D: Quindi è arrivato a Bolzano?

R: E’ stato a Bolzano, poi tra gli imbarcati per portare…ed è riuscito a scappare dal treno.

D: Vi siete visti dopo la guerra?

R: Sì, perbacco.

R: Comunque il rastrellamento di Feltre e la deportazione di Feltrini quel 3 ottobre sono significativi perché erano tutti gruppi, pezzi di famiglia. Molti erano in due, tre, unici in quattro noi, io, un fratello e due sorelle. Gli altri due o tre, i Dallacorci, i Palminteri, ecc. Se tu guardi nella lista…

D: Sono passati con gli elenchi.

R: Uno faceva così col mitra, da una parte e dall’altra, nessuno ha mai saputo se quelli di qua vivi e gli altri morti o viceversa. Certo è che era avvenuta la divisione. Poi ho visto che quelli che erano di qua, compreso mio padre e una mia sorella, hanno aperto le porte e li hanno accompagnati fuori e siamo rimasti noi là di notte, può pensare che allegria.

D: Quando è finito tutto avete rivisto Vostro padre?

R: Io ho detto una cosa, è una cosa che sembra mostruosa, ma bisogna provare. Solo una gioia così grande si prova soltanto con un dolore così grande. Questa è la verità. Ero padrone del mondo.

D: …. E’ un professore di Verona che era già laureato in lettere e filosofia quando è stato preso, è stato mandato a Bolzano, Flossenburg, ….., è vissuto a ….. Poi è andato in Sud America a cercare fortuna, perché poi è stato anche picchiato quando è tornato a casa, non solo picchiato in campo, ma quando è uscito si è accorto che la lotta non era finita. Forse non era neanche cominciata. Poi dal Sud America è passato in Nord America e lì è stato in un’università del posto a Chicago. Adesso sono cinque o sei anni che è tornato in Italia. E’ a Verona.

R: E’ così. Tredici anni sono stato io in Venezuela. Dal ’47 al ’60. Siamo stati fra i fondatori della Casa d’Italia ai tempi a Caracas, poi ha portato un angolo di cultura musicale. Facevo le trasmissioni alla radio nazionale della presentazione della musica italiana tutte le domeniche al pomeriggio, la presentazione delle opere, della musica classica. Lo facevo per hobby così mi divertivo un mondo. Senso di libertà. Io sono nato e cresciuto in un ambiente musicale per la verità, quindi questo ha contribuito. Tintinnio e musica.

D: Anche Vittore, Vittore poi è un pittore. Poi si è innamorato, Vittore quando racconta la sua storia, viene con noi nelle scuole a raccontare la sua testimonianza…

R: C’era una certa Marianne Menius e una certa… due tedesche di Ulma, prigioniere, giovani. Anche zingari c’erano.

D: A Merano anche gli zingari?

R: A Merano no.

D: A Bolzano?

R: Sì, a Merano sì, c’era la Maria Ferrari si chiamava che era zingara, sì.

D: Che triangolo aveva?

R: Come il nostro, italiana.

D: Rosso?

R: Rosso.

D: E queste due tedesche?

R: Monica Cloz e Marianne Menius si chiamavano. Non sono mai riuscito a sapere cosa facessero là, avevo sempre paura che fossero spie dentro. Poi scarcerate, sparite, così. Di Ulma.

D: Lavoravano come voi?

R: Sì.

D: Prigioniere?

R: Prigioniere. Io credo che probabilmente avevano seguito qualche militare ai tempi e le hanno prese e messe dentro. Probabilmente erano fidanzate di qualche italiano prima, forse è successo questo. Là non guardavano in faccia a nessuno.

Le zingare, la Maria e sua sorella. C’era la cosa strana, proprio gli ultimi giorni un certo maresciallo Kek che era un archeologo della SS, era una persona coltissima, uno specialista in scavi, nel Nord Africa era stato. Maresciallo Kek. Aveva un certo cuore, almeno con me mi chiamava: “Renato, Spezialist, komm”.

Cosa strane, non era di quelli che si sparavano dentro le serrature, erano gli altri disgraziati. Questo maresciallo Kek una volta mi ha detto: “Renato, vieni che andiamo a caricare della roba là”. Poi mi ha portato all’ospedale, “Andiamo a trovare Maria”, era questa zingara che stava morendo. Un gesto di umanità di questo maresciallo della SS.

D: Questo a Merano?

R: A Merano.

D: All’ospedale c’era una zingara deportata?

R: Deportata che stava per morire, però mentre a Bolzano l’avrebbero lasciata morire nella baracca, a Merano l’hanno fatta ricoverare e sono andato a salutare Maria che era tubercolosa.

D: Di dov’era questa?

R: Non lo so, so che si chiamava Maria, Ferrari di cognome. Parlava italiano, so che era zingara. Siccome questo maresciallo Kek era tubercoloso, allora non c’era ancora la penicillina né antibiotici… Guarda come saltano fuori tutti questi ricordi. Incredibile

Ratti Angelo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Io mi chiamo Angelo Ratti. Sono nato a Cernusco sul Naviglio il 2-5-1926. Sono stato arrestato il 12 dicembre 1943. Il 18 dicembre esattamente.

D: Dove sei stato arrestato?

R: Siamo arrestati a Cernusco.

D: Da chi?

R: Siamo arrestati dalle SS.

D: Italiane o germaniche?

R: C’erano gli italiani e i tedeschi perché, diciamo, che la scoperta di quello che stavamo facendo noi è stata fatta da quelli della Muti che nel motivo dell’arresto che noi eravamo sei studenti e dopo il coprifuoco noi andavamo fuori a strappare i manifesti fascisti. Uno di questi della Muti ha individuato uno di noi e una mattina l’hanno preso e lo hanno portato in una caserma e l’hanno fatto parlare. Questo è stato costretto a parlare e ha dovuto dare i nomi. Il 18 dicembre del ’43 arrivano a Cernusco un camioncino di SS con dei fascisti che erano quelli che sapevano gli indirizzi di tutti noi e ad uno a uno ci hanno preso tutti.

D: Tu eri in casa?

R: Io ero in casa. Di lì quando ci hanno preso tutti ci hanno portato nella caserma dei carabinieri di Cernusco e c’era un furgone. Ci hanno messo su e ci hanno portato a San Vittore, quella sera stessa lì. Il 18 dicembre del ’43 è stata la sera che hanno ucciso Resega a Milano, il famoso federale, quindi non ti dico che atmosfera appena entrati a San Vittore. C’erano questi qui della Muti che picchiavano, urlavano, quindi è stata una serata indescrivibile dallo spavento, perché noi avevamo diciassette anni, diciassette e mezzo, diciotto, il più anziano aveva ventuno anni e lì ci buttano nelle celle, isolati. Siamo rimasti lì per quaranta giorni isolati. Abbiamo subito un interrogatorio in viale Monte Rosa, però, devo dire che ci hanno spaventati, nel senso che durante l’interrogatorio avevano in mano la pistola per dire “Vi facciamo fuori, eccetera, eccetera”; però non ci hanno picchiati. Dopo di questo interrogatorio ci hanno riportati a San Vittore e ognuno nelle sue celle. Arriva il 3 marzo del ’44; si sentivano già le voci di una spedizione in Germania, però noi non sapevamo dove si doveva andare e dove si doveva finire. Alla sera verso le undici e mezza, mezzanotte, in ogni cella arriva la guardia carceraria con uno della Muti che andava a prelevare il detenuto, chiamiamolo così, e li portavano giù nel sotterraneo. Insomma, alla fine eravamo un gruppo di cento. Ci hanno caricato su questo camion e qualcheduno è riuscito a scrivere dei bigliettini buttarli giù, dicendo: “Siamo qui, destinazione ignota, eccetera”. Qualcheduno è riuscito a trovare dei biglietti e a recapitarli poi ai genitori. Questo però l’abbiamo saputo dopo la liberazione, quando siamo rientrati in Italia. Va beh di lì ci portano alla stazione Centrale, sotterraneo. Erano circa le 5 del mattino ed eravamo in cento. Cinquanta per vagone. Naturalmente il vagone non era completamente libero, c’erano dei cassoni delle SS. Non so cosa avevano dentro, probabilmente delle cose che portavano via dall’Italia, probabilmente quadri, non lo so, cose di un certo valore. Di conseguenza il vagone per un quarto era ristretto, quindi noi eravamo costretti a stare in piedi perché non c’era la possibilità di stare seduti oppure facevamo dei turni. E arriviamo alla sera circa alle 20 a Innsbruck. E ci portano in una località chiamata Reichenau. che credo che sia una periferia di Innsbruck e lì c’era un campo strano. Ci portano lì. Ci mettono dentro, anche lì, in due baracche chiuse. Cinquanta da una parte, cinquanta dall’altra, però anche lì eravamo stretti, non c’era la possibilità di sdraiarsi. E facevamo dei turni. Prova ne sia che noi eravamo i più giovani di questa deportazione qui. Non c’era posto da dormire e qualcheduno di noi, per esempio il mio amico Camerani, è andato a dormire sulle travi della baracca per lasciare il posto agli altri. E lì siamo stati chiusi circa otto giorni. Quindi immaginate chiusi senza una finestra. Bisognava fare i bisogni in un mastello di legno. Ti portavano da mangiare una volta al giorno. E quando ti portavano da mangiare, la prima cosa era di portare fuori questi bidoni di… puzze, eccetera, eccetera. Naturalmente siccome era pieno, uno si sporcava anche le mani ma non è che c’era la possibilità di lavarsi. Quindi bisognava ritornare in baracca e stare lì. Qualcheduno cominciava un po’ a… c’era qualche anziano che cominciava a disperarsi. Passano otto giorni e di mattina del 13 marzo del ’44, sempre alla mattina al buio, verso le quattro e mezza, cinque, ci caricano su un treno, carrozza vagone bestiame, destinazione ignota sempre anche lì. Noi non sappiamo dove andiamo. Arriviamo verso le 19 di sera, mi ricordo che era una serata triste, pioveva. Stazione Mauthausen. E cos’è questo Mauthausen? Con noi c’era un anziano che nel ’15-’18 era stato prigioniero a Mauthausen. Però non era quello il campo, era un altro. Però, si è ricordato. Ma dice “Ma questo qui, io ci sono già stato”. E mi ricordo che questo qui era un ex-comunista, cioè un ex-comunista, era un attivista del partito comunista e aveva il tatuaggio di falce e martello sul braccio. Era proprio un comunista convinto, un combattente, un antifascista al 100%. Arriviamo a questa stazione di Mauthausen. Un buio, un silenzio, quando arriviamo. Ad un certo punto ci scaricano e allora sentiamo i cani che gridano, le SS che con il frustino … “Fate presto, incolonnatevi, state zitti”. E i cani che abbaiavano. Ci incolonnano a cinque per cinque. E dalla stazione ad arrivare su al campo erano circa quattro chilometri. E arriviamo alla sera circa… siamo arrivati alle 19, saremo arrivati su circa alle otto e mezza, nove, di sera. E lì, prima di arrivare, vediamo una muraglia, una cosa, “Ma cos’è questa cosa?”, impressionante. Queste mura, nere, di pietra, scure. Era un’ossessione. “Ma dove andiamo?” Alla fine ci fanno salire e vediamo l’entrata, con le croci. Una cosa spaventosa. Aprono il portone e ci mettono appena dentro e ci lasciano lì. Ed eravamo sempre cento. Con noi c’era un anziano che aveva una gamba di legno e poi c’era un tenente degli alpini, che era stato con i partigiani, che l’hanno preso. Come hanno fatto a saperlo i tedeschi non si sa. Questo aveva la scabbia. A un certo momento ci mettono lì in fila. Via, lasciate giù tutti i vostri vestiti, anelli, orologi. E tirano fuori questi due qui. Non so dove sono andati a finire in quel momento. Comunque questo è stato uno dei momenti della, diciamo, della umiliazione che può avere un uomo, cioè nudi, completamente. E ci buttano sotto un sotterraneo dove c’erano gente strana in quel momento, vestiti con delle divise a righe, conciati, però anche abbastanza, in quel momento cattivi perché noi eravamo italiani e quelli erano i famosi Friseurs, cioè i barbieri, quelli che tagliavano i capelli, i peli, insomma, ti rasavano completamente. “Ah, siete italiani, siete dei fascisti”. Gli spagnoli con gli italiani non è che avevano molta simpatia perché ricordiamoci che i nostri italiani sono andati ad affiancare il Franco. Questi qui, però, erano oppositori di Franco e hanno combattuto contro Franco. Franco ha vinto, diciamo, la guerra in quel momento di Spagna e sono stati costretti a scappare in Francia. La Francia è stata presa dai tedeschi. I tedeschi hanno preso questi spagnoli e sono stati i primi, cioè nel ’42 gli spagnoli, ’41, erano già a Mauthausen. Vi voglio ricordare che Mauthausen è stato aperto nel 1938 e i primi detenuti erano gli oppositori di Hitler erano la maggior parte tedeschi ed austriaci. E il campo ha cominciato a funzionare con questa gente qui. Inoltre per riorganizzare il campo cosa hanno fatto i tedeschi? Hanno preso la maggior parte dei detenuti criminali comuni, li hanno levati dalle galere e li hanno messi lì ad organizzare il campo e a fare il Kapò. Di conseguenza il campo lo avevano in mano loro. Beh, torniamo diciamo a questa rasatura. “Ah, siete italiani, siete fascisti”. Dico: “No, non siamo fascisti. Abbiamo combattuto. Siamo contro”. “Allora siete Badoglio”. Quindi, se eri fascista non andava bene; se eri Badoglio non andava bene perché c’erano anche i russi lì. Insomma, di conseguenza ci hanno trattato un po’ male questi spagnoli qui. Finito questo tipo di disinfezione ci portano in un’altra camera e lì vediamo un mucchio di vestiti, di abiti a strisce grigie, blu; con degli zoccoli, uno a destra, uno a sinistra. E ci dicono “Prendete una giacca, un paio di zoccoli, pantaloni e una camicia e una mutandona lunga”. E lì era un problema perché lì bisognava fare in fretta e non è che c’erano le misure, quello che capitava, capitava. Insomma, non ti dico che ad un certo punto ci siamo guardati in faccia, uno lo vedevi con lo zoccolo di destra più lungo di quello di sinistra, oppure due destre. E cominciava già il tormento. E di lì ci portano su e ci fanno attraversare la piazza dell’appello del campo, e ci portano in una zona di quarantena. La quarantena cos’era? Erano dei blocchi dove i primi arrivati li mettevano lì in attesa che in un secondo tempo i campi dove avevano bisogno di manodopera li prelevavano e li mandavano a destinazione. Il primo impatto. Arriviamo lì, a uno a uno “Come ti chiami?” nome, cognome, eccetera. “Ecco, da questo momento tu non sei più Ratti Angelo. Il tuo nome è questo”. E mi danno una targhetta. Il mio passaporto. La mia carta d’identità. 57616. Loro naturalmente lo dicono in tedesco. Questo numero qui era la cosa più importante perché quando ti chiamavano, ti chiamavano per il numero. Se non rispondevi, erano botte. Di conseguenza io ho avuto la fortuna di avere sempre con me un carissimo amico che poi è morto che lui è stato, ha fatto la campagna russa, era un sottotenente, è ritornato dalla Russia, ha fatto un po’ il partigiano, l’hanno preso. Però questo sapeva benissimo il tedesco e di conseguenza con lui, mi aiutava a parlare, “Guarda che questo numero te lo devi memorizzare”. Era un po’ più anziano di me, però era un po’ il fratello maggiore e mi ha aiutato in parecchie cose. Allora, dopo averci dato questo numero di matricola ci danno un ago e un filo per cinque. Sempre le cose per cinque. Ci danno questo numero di targa. Sul numero di targa c’era scritto il tuo numero, uno che andava sulla giacca a sinistra, e sulla coscia sinistra. Bisognava cucirlo e, cavolo, io non so cosa voleva dire cucire. E’ una cosa… come faccio? Però questo mio amico Franco, lui ha fatto il militare “Ci penso io, vieni qua che ti faccio” E ci ha messo, diciamo, il nome. Di conseguenza però prima di darti volevano sapere la professione, eccetera, ti guardavano le mani, se avevi i calli, se avevi le belle mani. E lì cominciavano a fare delle selezioni. Chi aveva le mani grosse aveva un certo tipo di lavoro. Il laureato che aveva le belle manine era destinato ad altre destinazioni. Lì ci buttano in quarantena. E c’è ancora adesso, si chiama Campo due. Però ai tempi che siamo stati noi lì, il campo della quarantena era alla baracca 16. La baracca 16, come tutte le altre, era divisa in due, blocco A e blocco B. e ci buttano dentro. E lì entriamo e vediamo questa gente strana, spaventata. La maggior parte erano dei russi e c’erano anche dei bambini. Tutti stravolti. Ed erano già come le sardine a dormire; abbiamo capito che avevano fame e volevano da mangiare. Ma avevamo lasciato quel poco pane che avevamo all’entrata del campo. e lì bisognava entrare per dormire. Insomma non ce la facevamo. Alla fine il Kapò ha incominciato, col tubo di gomma, a picchiare a picchiare finché siamo riusciti ad entrare. Magari avevi i piedi in bocca dell’altro. E abbiamo cercato di dormire. Era un dormire per modo di dire. Poi avevi il gomito dell’altro e il piede che picchiava. Era una tortura che andare… non c’era bisogno delle botte.

D: Scusa Angelo, oltre al numero ti hanno dato anche il triangolo?

R: Sì, il numero era già, se vuoi adesso ti faccio vedere. C’era una striscia di stoffa. Triangolo rosso con dentro IT, che voleva dire italiano. Cioè noi avevamo IT, i russi avevano UR, i francesi avevano la F, i polacchi avevano la P. Allora, triangolo rosso, IT, e il numero di matricola. Questo sempre sul petto e sulla coscia sinistra.

E alla mattina arriva il Kapò … e lì continua a gridare. Ma cosa c’è da gridare? E con questo bastone ci picchiano e ci buttano fuori. Alla mattina alle cinque fuori in un cortiletto tra la parete della baracca e il muro dove poi c’erano i fili di alta tensione per evitare che qualcheduno potesse evadere. Una cosa impossibile. Poi ne riparleremo di un’evasione che hanno fatto i russi. E lì ci buttano fuori. Un freddo cane. Per scaldarci cominciamo uno a mettersi vicino all’altro, con la schiena, farsi i massaggi. Poi arriva una specie di caffè. Arriva il Kapò. Ci chiama tutti e ci dà delle scodelle e ci dà circa un mezzo litro di, noi lo chiamavamo caffè ma chissà cos’era; era una cosa impossibile. Dopo del caffè, arriva l’appello. C’è l’appello, ci mettono sempre in fila a cinque a cinque e aspettiamo lì in piedi che arriva il guardiano delle SS. Ci hanno detto “Mettete su il berretto. Quando entra la SS, il kapò dice “Giù il cappello”, cioè a un dato momento dicevano: “Cappello giù, cappello su”. Allora il capo-baracca, che era diciamo il contabile di chi entrava e chi usciva e gli dà il numero dei detenuti della baracca. Questo qui glielo dice in tedesco e poi fanno il conteggio per vedere se effettivamente da quello che gli ha detto era giusto. Capitava magari che l’appello durava anche mezz’ora, ed era una meraviglia. E capitava invece che chissà perché ti lasciavano lì due o tre ore, all’appello, sempre in piedi. E arriva. Beh, finito l’appello ci lasciano sempre in quel cortile lì perché era un cortiletto piccolino. Eravamo cinquanta di qui, cinquanta di là noi italiani e in più c’erano anche i russi. Quindi eravamo già circa un quattrocento persone in quel raggio lì. A mezzogiorno dicono che arriva la zuppa. Allora arrivano due detenuti con delle… e queste facce qui, strane, con queste divise. Nessuno sorrideva. Avevano tutti una faccia strana, spaventati. E ci portano questi.. li chiamavano bidoni di zuppa. E viene fuori un Kapò che era addetto a distribuire la zuppa. Naturalmente a uno a uno in fila ci danno questa Miska e andiamo a prendere. Senza il cucchiaio. Non c’era il cucchiaio. Appena che te la metti in bocca, una cosa terribile. Noi avevamo ancora delle riserve da San Vittore, dall’Italia, quindi non eravamo proprio dei morti di fame e allora questi russi qui che già erano prigionieri da parecchio tempo venivano lì: “Italiano, italiano”. E gli davamo la zuppa a questi russi e polacchi. E però vedere questa gente che mangiava con la Miska in mano, come i cani. Poi dopo con il dito a prendere il fondo. “Ma dove siamo arrivati? Questi qui sono proprio morti di fame. E’ possibile che mangino in quella maniera lì”. Ad un certo punto dico: “Ma sono proprio degli incivili. Come si fa?” La giornata praticamente era quasi finita. La sera sempre la stessa storia. Nella baracca, parte nella Stube A e parte nella Stube B. Allora il Kapò si presenta nella nostra Stube e dice: “Fate attenzione che quando dovete andare a fare i vostri bisogni, assolutamente silenzio, non dovete farvi sentire perché se il capo-blocco sente un rumore sono venticinque legnate che prendete. Naturalmente quando veniva il Kapò a parlare veniva fuori l’interprete italiano. E noi, combinazione, avevamo il Franco Ferrante, un magistrato anche lui deportato a Mauthausen nello stesso trasporto, poi lui è andato a finire a Ebensee. Comunque, in ogni baracca c’era sempre l’interprete, o che era italiano per gli italiani, russo per i russi. Quando dovevi alzarti e andare a fare il tuo bisogno, era un problema perché dovevi passare sulla testa di uno, sulla pancia dell’altro ed era impossibile anche non fare rumori. Insomma, sono cose abbastanza… Alla mattina arriva una SS. Dentro alla nostra baracca c’erano degli ebrei. Allora tutti contro la baracca, contro le pareti della baracca, e questi cinque, sei ebrei in mezzo alla baracca. E lì vediamo questa SS che ride, scherza, e fa sdraiare questi ebrei e gli fa fare quella famosa ginnastica che noi l’abbiamo fatta anche a San Vittore con il maresciallo, che era il comandante di San Vittore. Allora, bisognava camminare con i gomiti e la punta dei piedi, avanti e indietro. La SS controllava che se uno cedeva, lui aveva il suo frustino e frustava. Da quel momento lì noi, dico “Ma noi dove siamo arrivati?” impauriti e vedendo queste cose qui dico “Ma dove siamo?” mi facevo la domanda. Però nessuno parlava. E questa cosa qui succedeva ogni due o tre giorni. Ogni due o tre giorni capitava il fatto che la mattina entrava la SS e pigliava qualcheduno e si divertiva a picchiare i prigionieri. Ogni tanto, lì era quarantena, alla mattina arrivava uno della SS e chiedeva allo Schreiber che aveva bisogno di cinque, sei uomini. A me è capitato tre volte, sfortunatamente. “Fuori andate a lavorare”. A lavorare ci mandavano alla cava. Alla cava di Mauthausen è stato un cimitero per i detenuti. C’era una scalinata di 149 gradini. Uno sconnesso, non erano tutti uguali. Ci portavano giù in questa cava e ci davano una pietra da portare. Dalla cava bisognava fare questi gradini, attraversare tutto l’esterno del campo, lasciare giù la pietra perché dovevano costruire delle mura e fare un altro campo, cioè il campo due. Poi ritornare. Questa era veramente una cosa paurosa. Quando te salivi questa scala, il Kapò che picchiava, il cane che ti abbaiava, se combinazione uno doveva cadere, ne cadeva uno ma ne cadevano altri dieci. Quindi era una tragedia questa, che poi fu chiamata la scala della morte dove sono morti parecchi prigionieri. Adesso arriviamo alla partenza, perché Mauthausen era un campo di smistamento dove…

D: Prima della partenza scusa Angelo, tu con i tuoi amici di Cernusco che siete stati arrestati lì a Mauthausen eravate ancora assieme?

R: Eravamo ancora assieme. Sì, però, combinazione tre in un blocco. Blocco A e blocco B. Comunque eravamo sempre insieme.

Alla mattina del giorno di Pasqua che era il, mi pare circa il 15 aprile, circa settanta del nostro trasporto vengono chiamati per una destinazione, diciamola ignota, però era una destinazione di un campo di lavoro. E questi partono. E poi abbiamo saputo che dove sono andati si chiamava campo di Ebensee, ed era uno dei sottocampi di Mauthausen, perché Mauthausen aveva quarantanove sottocampi. E praticamente settanta sono partiti e siamo rimasti in trenta. E di questi trenta qui noi eravamo un po’ delusi… “Perché non siamo andati con loro, perché loro sono andati e noi siamo qui? Non era meglio che andavamo tutti insieme?” e lì cominciava la tristezza. “Noi qui cosa faremo?” comunque sia loro sono partiti e non ci siamo più rivisti. Con qualcheduno che è ritornato ci siamo rivisti dopo la liberazione a Milano; a Milano o in altri paesi. Dopo una settimana arriva il nostro turno e mi ricordo che quella partenza lì da Mauthausen eravamo circa duemila, duemila prigionieri di Mauthausen tirati fuori dalla quarantena pronti per andare in un altro campo però, il campo era più vicino e si chiamava Gusen. Era a circa otto chilometri da Mauthausen e a piedi ci fanno attraversare il campo, si esce dal campo, si scende e si arriva a Gusen. Ed eravamo circa duemila, sempre attraverso la strada che abbiamo fatto… e lì cominciamo a vedere un campo strano anche quello. A Mauthausen le baracche avevano un senso quasi di pulizia, tenuto bene, no? Lì invece una cosa obbrobriosa, scura, nera, le cose basse. Era una cosa più spaventosa, più rudimentale. Ci buttano lì. Anche lì, destinazione, chi in una baracca, chi in un’altra. E andiamo sempre a finire parte in una baracca, parte in un’altra; però alla mattina successiva c’è già il posto di lavoro. E da Gusen 1 si andava a costruire Gusen 2. questo era verso la fine di aprile. Si andava alla mattina e si ritornava la sera. C’è un particolare: a Mauthausen la sveglia era alle cinque del mattino. A Gusen 1, era alle quattro e mezza. Non si sa il perché. E lì andiamo a costruire il campo di Gusen. Era già quasi fatto perché avevano già cominciato i polacchi, eccetera, eccetera. Però non era ancora funzionale. Diciamo che erano gli ultimi lavori di rifinitura alle baracche, i gabinetti, eccetera, eccetera. E lì una sera io non lo conoscevo, con noi c’era un certo professor Carpi, e poi mi è venuto in mente era il preside di Brera ed era già anziano ed era in fondo al gruppo e ad un certo momento questo professore cade per terra perché non ce la faceva più. Allora io e il mio amico Franco, quello famoso di cui parlavo prima, e un altro che non ricordo il nome “E guarda qui il prufessur”, in dialetto, “è caduto per terra, andiamo a prenderlo perché questo qui non ce la fa”. E sottobraccio lo portiamo al campo, al rientro al campo, perché lì si andava solo a lavorare. Nel rientrare lì c’era un Kapò polacco e gli abbiamo detto, perché quel mio amico qui parlava il tedesco, il polacco parlava il tedesco, “Guarda che questo è un pittore di grido, non c’è la possibilità di sistemarlo perché non ce la fa più”. Combinazione, lì a Gusen 1 c’era un sergente maggiore delle SS, adesso non ricordo il nome esattamente, ed era di padre austriaco e di madre italiana e parlava perfettamente l’italiano ed era un amante della pittura. Quando ha saputo che c’era questo professore Carpi, naturalmente il polacco per farsi vedere bello dice “Guarda che c’è”. Allora questo qua va da Carpi e lo sistema. Però lui cosa doveva fare? Faceva i quadri delle sue amanti. Li dipingeva e faceva tutte le cose che gli ordinava. Di conseguenza lui, o bene o male, la vita del campo non l’ha conosciuta. Lui aveva una baracchina. Stava lì. Aveva qualche cosetta in più da mangiare rispetto agli altri. E se l’è cavata così. Arriva però, questa è una parentesi anche per citare il nome di Aldo Carpi, arriva però il giorno di andare a Gusen 2. Era il 7 maggio del ’44 e la solita storia. Il campo era vicinissima a circa cinquecento, seicento metri. Si attraversava un campo di patate e si entrava. E questo campo qui aveva solo due baracche, però sempre la baracca era grandissima. Stube A e Stube B, numero 1 e numero 2, 3 e 4. C’erano solo due baracche. Dietro alle baracche c’erano le latrine. Chissà perché con più si cambiava con più si peggiorava. Gusen 2, la sveglia non era alle quattro e mezza ma alle quattro. Cioè a Mauthausen alle cinque; a Gusen 1 alle quattro e mezza e lì alle quattro. E le latrine erano una cosa veramente puzzolente per dire profumo, no? Praticamente era una buca con una traversa di legno e lì ognuno faceva i bisogni. La differenza è questa, che se te ci stavi cinque minuti in più, c’era il Kapò con la gomma in mano e ti picchiava, ma maledettamente. Se poi se ne accorgeva che uno aveva la dissenteria, allora erano veramente dei momenti… ti picchiava e tanti li buttava nel… di fuori c’era una botte, li buttava dentro lì. Un mio amico, partendo da Milano anche lui nello stesso trasporto, è morto nella botte. Si chiamava Tufin. Partito anche lui da San Vittore con me. Morto lì nella… questo l’ho visto io con i miei occhi. E anche lì la cosa comincia a diventare dura. Però, adesso devo dire una cosa, che per esempio, noi che eravamo giovani eravamo un po’ incoscienti anche. Forse è stata un po’ la nostra fortuna. Incoscienti perché? Perché non si vedeva il pericolo, cioè una persona di una certa età vede il pericolo, non rischia. Noi giovani che eravamo abbastanza numerosi, si rischiava di più. E il morale era più alto del papà che aveva a casa la famiglia, i figli, eccetera. Io non ho mai pensato a casa, all’Italia, ai genitori. Dico: “Io di qui ne voglio venire fuori. Non mi interessa cosa succede in Italia, quello che succede a casa mia. Sicuramente, male che stiano, stanno sempre meglio di noi. Quindi devo cercare di combattere e di venirne fuori”. Allora, questo lo abbiamo saputo dai comitati antifascisti, perché nel campo c’erano i comitati antifascisti, per esempio russi, spagnoli; sapevano l’andamento di come andava la guerra, eccetera. Allora, il Gusen 2, il motivo per cui deve nascere Gusen 2, l’apertura di Gusen 2 fu nel 6 maggio del ’44. Allora, su ordine di Hitler presi Speer, che era il Ministro degli armamenti e dissi “Qui bisogna prendere le nostre fabbriche e cercare di metterle ai ripari perché stanno bombardando tutte le nostre industrie”. Speer era il Ministro degli armamenti, era uomo di fiducia di Hitler. Hanno scoperto St Georgen. E praticamente lì c’era la collina, qui bisogna fare dei tunnel e salvare le industrie perché i bombardamenti nelle grandi città sfasciano tutta l’industria. Allora il progetto era già pronto. Speer era lui che aveva fatto questo progetto su idea di Hitler e scoprono questa montagna e il motivo qual’era? Scavare la montagna e tutte le officine della Messerschmitt e della Stayer dovevano andare lì sotto per continuare l’industria bellica, eccetera. Allora, queste gallerie che dovevano fare erano nella località di St Georgen, era una collina. Noi quando arriviamo a Gusen 2, il lavoro era perforare la montagna. Perforare la montagna perché una volta terminata, in questa montagna qui andavano sotto le officine della Messerschmitt e della Stayer; cioè la Messerschmitt faceva le carlinghe dei Messerschmitt e la Stayer, piston-machine, eccetera. La galleria era nove metri di altezza e undici metri di base, perché lì dovevano passare macchinari. Insomma, nel giro di quindici mesi sono stati fatti diciassette chilometri di tunnel. Terminati. Allora, non vi dico le tragedie in queste gallerie perché bisognava perforare a mano questo materiale. A mano nel senso che c’era la chiamavano bora, un martello pneumatico con delle punte, che io dopo ve la farò vedere, e bisognava perforare questa montagna.

D: Ecco, Angelo, scusa. Voi da Gusen 2 raggiungevate St Georgen, come?

R: Con un treno, cioè erano dei vagoni scoperti. Era un tragitto di circa quattro chilometri. C’era un giro strano da fare, però si arrivava lì.

D: Ecco, vi caricavano lì vicino al campo di Gusen?

R: Nel campo di Gusen 2 entrava il treno e ognuno doveva salire su questi vagoni qui. E a distanza di circa quattro, cinque kilometri in linea d’aria non era distante ma bisognava fare un giro strano per arrivare al posto di lavoro. E naturalmente questi treni qui erano scoperti. Pioveva, non pioveva, non c’era problema per loro. Il problema era sempre nostro. Arrivavi la mattina bagnato. Ritornavi la sera bagnato. E non c’era possibilità di asciugarsi.

D: Ecco, una volta arrivati St Georgen, raggiungevate questa zona per fare gli scavi, eravate organizzati in squadre?

RISPOSTA: In squadre. Allora, si partiva col treno da Gusen 2 e c’era un tragitto di circa quattro, cinque chilometri, però in linea d’aria non erano quattro o cinque chilometri; in linea d’aria saranno stati un chilometro, un chilometro e mezzo. Si arrivava lì c’era una specie di scivolo e ci buttavano giù. Ognuno doveva trovare la propria squadra perché se sbagliavi erano veramente dei dolori, cioè ognuno doveva trovarsi in un dato punto con la stessa squadra. Quando tutto era organizzato si entrava in questo campo di lavoro, che praticamente erano le gallerie dove venivano fatte, dove c’erano le officine della Messeschmitt e della Stayer.

D: Tu eri addetto agli scavi?

R: Io ero addetto agli scavi.

D: Ecco, com’è che avveniva, parlavi prima del martello pneumatico, ma andava ad aria compressa?

R: Andava ad aria compressa. Io qui ho una punta che l’ho portata a casa. E questo materiale qui era anche friabile, abbastanza no, quindi bisognava stare attento perché ogni tanto c’erano delle vene, delle crepe che crollavano. Quindi era un lavoro anche pericoloso.

D: Ecco, poi il materiale che voi scavavate veniva caricato.

R: Il materiale veniva caricato su dei vagoncini, portati all’esterno della galleria, circa quasi ad un mezzo chilometro fuori dalle gallerie. E il comando lì si chiamava Libenaua, il comando che prendeva il materiale e lo portava fuori. E lì bisognava spianarlo, tanto è vero che dopo la guerra hanno trovato una montagna di questo materiale qui perché scavando diciassette chilometri di montagna figuriamoci. Ed era lì nelle vicinanze della stazione di St Georgen.

D: Ecco, scusa tu ti ricordi, oltre ai vagoncini, nelle gallerie c’erano anche dei nastri trasportatori?

R: Sì. Dopo, in un secondo tempo, siccome con il vagoncino si impiegava troppo tempo, hanno inventato i nastri trasportatori. Il materiale appena veniva perforato, sciolto, si buttava su questi nastri trasportatori e usciva fuori dalla galleria e lì c’erano dei vagoni che li portavano direttamente a smistare, che poi alla fine è diventata una montagna quella roba lì.

D: Il turno di lavoro di quante ore era?

R: Il turno di lavoro era dodici ore e dodici ore.

D: Cioè?

R: Dalle sei del mattino alle sei di sera. L’altro turno, dalle sei di sera alle sei di mattina.

D: Ecco, chiamiamolo il pasto a mezzogiorno, dove lo consumavate?

R: Sul posto di lavoro, cioè ci chiamavano fuori. Ogni comando veniva chiamato fuori dalla galleria. Loro sapevano che c’era un comando, ipotesi ti faccio un nome “Petsgruppe”, dove era il mio comando, eravamo quasi duemila, e lì c’era da mangiare per duemila. C’era circa un’ora di pausa. Ti davano questa, che poi il cucchiaio non c’era, non esisteva, però noi o col pezzo di legno o col pezzo di alluminio si faceva il cucchiaio di nascosto e si mangiava questa zuppa con il cucchiaio fatto da noi.

D: E poi, dopo la pausa dentro ancora?

R: Dopo la pausa si tornava in galleria a lavorare.

D: Fino al termine del lavoro?

R: Fino al termine del lavoro. Noi alle sei dovevamo essere fuori e alle sei c’era già l’altro turno, che erano dodici ore di lavoro. Se ne uscivano quattromila ne entravano quattromila. Di conseguenza il lavoro era continuato, ventiquattro ore su ventiquattro.

D: Quando terminavate il lavoro riprendevate il trenino?

R: L’appello, un tormento, prima di uscire. Se c’erano dei morti bisognava metterli sulla barella. Ogni nazionalità doveva portare il suo morto perché tanti morti capitavano ogni tanto che crollavano le gallerie cioè si entrava in cinquemila bisognava uscire in cinquemila. Non interessava se ce n’erano quattromila morti. L’importante era che il numero quadrava. Cinque entrati e cinque usciti. Morti o vivi non gliene fregava niente alle SS.

D: Prendevate il trenino?

R: Prendevamo ancora il trenino lì a San Gorge e si ritornava al campo.

D: E una volta ritornati al campo cosa succedeva?

R: Una volta ritornati al campo, sempre l’appello giù dal treno. L’appello. Poi ti lasciavano nel cortile. Alle volte magari quattro o cinque appelli, non si sa il perché, fino al momento in cui distribuivano la zuppa. Però, alla sera non c’era la zuppa, c’era il pezzettino di pane che inizialmente era per tre, una specie, un chilo di pane in tre; poi in quattro, poi in cinque, poi in sei. Il problema era come dividerlo questo pane perché quando era per sei, ogni sei davano il pezzo di pane. E come si fa a dividerlo? Lì c’era sempre il marchingegno dell’uomo. Il pezzettino di lamiera a fare il coltello, tagliare il pane con due bilancini, si divideva il pane o con i russi o con i cecoslovacchi o i francesi e si pigliava un pezzo di corda, si faceva la bilancina e si guardavano proprio, si mettevano su le briciole in modo che il pane doveva essere uguale per tutti. Quando poi lo mangiavi prendevi il pezzo di carta di cemento sotto per recuperare la briciola. Quindi praticamente siamo partiti in tre, in quattro, in cinque ad arrivare a sei. Un chilo di pane in sei.

D: E oltre al pane cosa vi davano la sera?

R: Alla sera ogni tanto c’era il pezzo di margarina. La chiamavano margarina, cos’era non si sa. O se non c’era la margarina c’era un cucchiaio di marmellata, ma non di marmellata nostra, chissà cos’era, oppure il salame, che era una cosa scivolosa. Era, non so, come mettere in bocca l’anguilla viva. Comunque era sempre buono perché la fame, amico mio, era troppo arretrata. Era una cosa indescrivibile la fame che noi abbiamo sofferto perché non è ipotesi il militare al fronte che soffre la fame. Giusto, però, arrivano i rifornimenti e si riempie la pancia. Noi più di quel tanto non ti davano da mangiare. Quindi la fame era arretrata. Bere era difficile perché l’acqua era inquinata. Di conseguenza le malattie, la dissenteria era una cosa allucinante. Gente che moriva, che andava al gabinetto, perdeva… Queste cose qui ti rendevano ancora la vita ancora più disastrosa del campo…

D: Ecco, il lavoro su sette giorni, sull’arco della settimana, voi andavate a St Gorgen quando? Tutti i giorni, anche la domenica?

R: Tutti i giorni; una domenica ogni quindici c’era riposo.

D: E lì cosa facevate?

R: Stavamo nel campo. Si pigliavano i nostri vestiti. Si guardavano i pidocchi. E si cercava di ucciderli, insomma, perché eravamo pieni di pidocchi. E la nostra giornata era quella di stare lì ad uccidere i pidocchi.

D: Un’altra cosa: tu hai raccontato che quando siete arrivati a Mauthausen, la prima volta vi hanno portato al Wäscheraum c’erano i Friseurs, vi hanno tagliato i capelli, eccetera. Poi all’interno del campo il taglio dei capelli o gli uomini che avevano la barba?

R: Questa è una cosa importante che mi dici. Allora, il taglio dei capelli veniva fatto circa una volta al mese. Una volta al mese, magari ti svegliavano di notte e in più ti facevano una riga di cinque centimetri, che la chiamavano la Strasse, cioè ti rasavano, però anche lì era una tortura perché questi Friseurs qui quando ti dovevano rasare non è che limavano. Finivi la tosatura che ognuno sanguinava perché dovevano fare in fretta ed era un tortura anche tagliare i capelli.

D: E anche la barba veniva fatta?

R: Sì, veniva fatta anche la barba. Io ero giovane e la barba non ce l’avevo. Combinazione. Veniva fatta anche la barba. Figuriamoci i rasoi, per modo di dire, perché magari il rasoio veniva usato per trenta, quaranta persone. Non è che per ogni barba quello che era addetto a fare la barba stava lì a…

D: Ecco, questo circa una volta al mese veniva fatto? Capelli…

R: Capelli, e sempre la Strasse. La Strasse bisognava sempre averla, guai se non ce l’avevi.

D: Se ti ricordi, anche a Gusen questo no?

R: Sì. Ma qui siamo sempre a Gusen, Gusen 2, questo è.

D: Se ti ricordi, tu hai potuto scrivere, comunicare o ricevere dei pacchi?

R: No.

D: C’erano dei deportati invece…

R: Allora io ti posso dire una cosa. Il mio carissimo amico, quello che abbiamo fatto, diciamo, da Mauthausen siamo arrivati alla liberazione. Questo aveva fatto il partigiano, era un tenente degli alpini. Si chiamava Rigamonti Franco, che abbiamo fatto tutta la deportazione insieme. Questo per me è stato veramente più di un fratello. Combinazione lui parlava bene anche il tedesco. E tante cose si riusciva a farle. Chi non riusciva a parlare non riusciva ad ottenere diverse cose. E stavamo dicendo? Adesso mi è sfuggito.

D: Il ricevere dei pacchi o scrivere.

R: Ecco, noi italiani, pacchi niente. Pare che chi riusciva ad ottenere dei pacchi erano dei polacchi. Ma raramente. Però, venivano selezionati diciamo. La maggior parte se c’era qualcosa di buono se lo portavano via loro. Ti devo dire che il fatto dello scrivere, ecco questo mio amico qui, Franco Rigamonti, è riuscito con un Meister. Sai che nelle gallerie, nei posti di lavoro, c’erano i Meister che erano i cosiddetti lavoratori volontari, costretti, però a loro era proibito parlare con i detenuti. Lui sapeva bene il tedesco. Ha conosciuto un Meister, era un veneto, ed è riuscito tramite questo qui ad avere i contatti con i genitori. Questo ha rischiato perché diventava una cosa… ti fucilavano, non c’era niente. Eppure questo Meister qui è riuscito a mettere il contatto, dare notizie ai genitori di questo Franco Rigamonti, mio carissimo amico, e riusciva a parlare.

D: E un’altra cosa, visto che tu che conosci bene sia Gusen 1 che Gusen 2, oltre a quel trenino che dicevi che vi portava a St Gorgen, lì a Gusen 1 c’erano degli altri treni? Tu ti ricordi se c’erano altri treni? C’era una stazione?

R: Ma, guarda, io sinceramente di Gusen 1 non ti so dire niente. Mi pare che c’era un treno. Però non è che lo so… mi pare che c’era un qualche cosa, però siccome io ci sono stato poco a Gusen 1, il treno era solo Gusen 2 – St Georgen dove era questo cantiere che era il massacro delle vite umane.

D: Un’altra cosa, fra i deportati tu ti ricordi sia a Mauthausen che a Gusen 1 e Gusen 2 se hai trovato anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì. Per esempio mi ricordo don Sordo. Il fratello del dottor Sordo.

D: E questo dove te lo ricordi?

R: Questo me lo ricordo a Gusen. Però, sai, lì di persone ne conoscevi parecchie. Magari le vedevi due, tre giorni, poi non le vedevi più. Poi ne riconoscevi una. Era tutta una…ed era molto difficile. In effetti noi che siamo partiti da Mauthausen, siamo rimasti in pochi, perché morivano però arrivavano sempre i nuovi. E te quando facevi parte di un gruppo di lavoro era difficile che cambiavi e, piano piano, ti facevi la amicizie; noi abbiamo avuto delle amicizie veramente da fratelli con gli spagnoli. Gli spagnoli sono stati per noi dei salvatori perché il primo momento gli spagnoli ci maltrattavano perché dicevano “Voialtri siete dei fascisti che siete venuti in casa nostra”. E allora questi qui erano antifranchisti ed hanno dovuto scappare. L’Italia era fascista, e noi ci hanno presi per fascisti. Poi invece hanno capito quale era la posizione politica e allora ti dirò che gli spagnoli avevano, sono riusciti ad avere in mano delle cose importanti nel campo, o chi faceva il capo-blocco, o chi faceva il capogruppo di lavoro e devo dire che ci hanno anche aiutati anche parecchio. Anche perché poi come lingua eravamo abbastanza vicini, si capiva. E ti devo dire un fatto personale con uno spagnolo. Dunque, io lavoravo con un gruppo a St Georgen e il comando si chiamava Petsgruppe. Questo era uno dei gruppi che erano i primi a sfondare la montagna proprio il primo gruppo che doveva perforare la montagna. Sai che dopo la montagna finita entravano le officine della Messerschmitt. E il capogruppo di questo qui era un delinquente tedesco, un delinquente comune. Tu non sai con le labbra sottili e quando parlava che lo vedevi ti faceva paura veramente ed era un pazzo. Questo comandava duemila uomini. Duemila ne comandava. E io sono capitato proprio nel suo gruppo ed era uno che bisognava stare lontani perché era un pericolo. Era un pericolo. E io mi ricordo un giorno cosa facevo. Io portavo gli spiz. Adesso te lo faccio vedere. Io ero addetto a portare questi spiz. Che cos’erano. La punta del perforatore della montagna. Questa ormai è consumata ma era lunga quaranta, cinquanta centimetri. Poi si consumava e io dovevo fare il giro del gruppo delle gallerie, quando erano consumate, ritirarle e portarle allo Smit perché c’erano un gruppo di fabbri che facevano le nuove punte. E un giorno porto questi spiz a fare il mio giro perché dovevo essere preciso, in ogni turno dovevo fare il cambio quattro volte. Però ci voleva del tempo perché dovevo andare dal fabbro, aspettare che mi faceva la punta. Quando arrivava così, te la cambiava, però bisognava dare il pezzo vecchio. Insomma, fatto sta che un giorno io avevo la febbre. Ho la febbre e non ce la faccio più. Dovevo portare questi spiz qui a fare il giro. E gli dico al mio amico Rigamonti: “Senti io non ce la faccio più”. Allora quando perforavi la galleria, quando era finita la perforazione si faceva una intercapedine di legno e di lì entrava il bitume e poi la galleria veniva finita. Allora, quel giorno cosa succede? Io avevo la febbre e gli dico: “Franco, io non ce la faccio più. Mi butto là e vado là a riposarmi. Controlla”. Naturalmente devo dire che i polacchi erano tremendi. Devo dire che i polacchi sono stati degli eroi anche, ma la maggior parte dei polacchi ci ha fatto soffrire. Erano veramente la vergogna del campo. Cattivi. La maggior parte dei capi erano polacchi, capi-blocco erano polacchi. Ce l’avevano a morte con gli italiani. Il polacco per noi era.. dopo il tedesco, era il polacco. Veramente, guarda, una cosa. che poi i polacchi hanno lasciato tanti morti, hanno avuto degli eroi, però per noi italiani siamo stati massacrati dai polacchi perché i Kapò polacchi erano peggio dei tedeschi. Mi dispiace dirlo ma questa è la mia realtà, dove l’ho vissuta io. Allora cosa succede. Ho la febbre. Gli dico: “Senti Franco, io vado su a cercare di dormire non ce la faccio più a stare in piedi”. Sai che un polacco mi ha visto andare su ed è andato dall’Oberkapò, cioè l’Oberkapò era il delinquente comune messo lì a fare il Kapò e aveva duemila prigionieri sotto di lui, con i diversi Kapò suddivisi in diverse squadre. Ad un certo punto questo qui era uno che quando prendeva un prigioniero per qualunque ragione lui se non vedeva il sangue non era soddisfatto. Guarda che ti strappava le orecchie, non è che lo dico tanto per dire. L’ho visto io. Lui voleva vedere il sangue, altrimenti non era soddisfatto. Ad un certo momento mi sento dire “Italieno …. vieni giù”. Dico: “Orca, malora, è finita. Questo qui è il Filip, io sono finito.” Vengo giù ed è stato un polacco ad avvisare questo, perché se te facevi la spia allora stavi bene in quel comando lì. Il ruffiano veniva protetto. Io sento “Italieno, italieno”. Dico: “O porco cane, questo qui è il Filip, qui sono finito.” Allora, mi chiama giù “Tu italiano adesso ti impicco. Kaput, assieme a quei quattro là”. Là c’erano quattro impiccati perché il Kapò poteva fare qualunque roba. Te eri nelle sue mani. Se ne fregava la SS. “Questo non ha lavorato l’ho impiccato, l’ho ammazzato”. “Va bene così. Bravo”. Anzi, gli davano il premio. Allora, questo qui mi chiama “Italiano, … tu, detto in italiano, non lavorare, tu delinquente, tu sabotatore”, perché non lavoravo. Allora, mi dice: “Per adesso mettiti là col sedere per aria”. Sedere per aria, come minimo erano venticinque … lui aveva la gomma con dentro un filo di alluminio o di piombo. E mi metto là e me ne dà venticinque. E devi contarle, fino ad un certo punto che svieni e vai per terra. E ad un certo punto io grido. E arriva uno spagnolo che mi conosceva, con il quale avevo lavorato. Proprio ci conoscevamo da quando siamo partiti da Gusen 1 con questo spagnolo qui siamo sempre stati insieme. Mi sente gridare, mi riconosce, perché lui era un sottocapo di questo Oberkapò e dice “Senti questo qui lascialo stare. A te ucciderne un altro cosa te ne frega. Uccidere uno, uccidere un altro, cosa te ne frega. Dammelo a me che lo metto a posto io”. Lo ha convinto. Allora mi prende con lui, questo spagnolo. Si chiamava Cardona. Mi ricordo il nome perché ormai quelle cose lì sono memorizzate nel cervello. Sono momenti della vita in cui non te le puoi dimenticare, cioè è un salvatore di una vita umana. Allora non ti dico il mio sedere cos’era. Era un pallone nero. Viene il momento di ritornare in baracca. Allora mi dice: “Italiano, viene con me”. Ci portano sui vagoni perché il tragitto da Gusen 2 al cantiere St Georgen era di circa quattro chilometri e lo facevamo su questi vagoni scoperti. E mi mette là in un angolo per dire “Italiano, Angelo, culo, stai attento”, perché avevo il culo che era nero, e dice: “Tu domani non devi più tornare a lavorare perché Filip, il Kapò, ti fa fuori”, perché lui lo conosceva. Quello era un delinquente comune, uno dei peggiori del campo, era uno che se lui non vedeva il sangue non era soddisfatto. “Allora te domani devi cambiare comando”. Entriamo nella baracca. Va a parlare con lo Schreiber. Da quella baracca lì mi porta in un’altra baracca. Quindi, praticamente, io sono stato allontanato da quello là. Dall’altra baracca ne è venuto un altro. L’importante era che i numeri funzionavano, cioè nella baracca ce ne erano mille, devono essere mille. Quindi, lui è riuscito a farmi fare lo scambio. Quindi io sono andato in un’altra baracca e sono andato a finire in un altro gruppo di lavoro, in modo che questo non l’ho più visto, perché mi ha detto: “Se io non ti cambio, quello lì domani ti fa fuori”. Qui devo dire che gli spagnoli con l’andare del tempo sono stati dei fratelli, sono stati quelli che ci hanno aiutati, veramente.

D: E nel nuovo comando cosa facevi?

R: Nel nuovo comando andavo a spalare la sabbia fuori, che era un altro comando rispetto a questo. Cosa succedeva? Succedeva che il materiale che usciva dalla galleria veniva con dei vagoncini, li buttavano lì e diventava una montagna e di conseguenza bisognava spalarla. Lì c’era il Meister, c’era il Kapò, e facevo quel lavoro lì. Però era un lavoro che almeno non vedevo quella persona lì. Quello se non vedeva il sangue lui non era soddisfatto.

D: E, Angelo, lì una cosa è importante. Tu citavi due fabbriche, la Messerschmitt e la Stayer. Ti ricordi se c’erano altre ditte?

R: Sì, ce n’erano altre però non le ricordo. Le più grosse erano queste. Le più grosse.

D: E tu sei rimasto lì a spalare fino a quando?

R: Sono rimasto lì fino quasi alla liberazione però ti devo dire una cosa. La mia salvezza è stata l’incoscienza della giovinezza. Perché non vedevamo il pericolo, affrontavamo certe situazioni, che uno anziano non rischiava. Per esempio, quando si andava a scavare le buche e c’è ancora a St Georgen un muro dove stavamo facendo un depuratore, c’era da fare un depuratore per diecimila prigionieri perché lì non c’era niente, c’era una latrina e bisognava gettarla nei campi. Allora stavamo facendo questo depuratore qui. Era un depuratore per diecimila persone.

D: Stavi dicendo che la tua salvezza è stata … poi il depuratore…

R: Sì e poi cosa succede? Dicevo l’incoscienza della gioventù che non vedevi il pericolo. Poi sprovveduti anche, te vedevi la morte ma te ne fregavi un cavolo proprio, eri diventato proprio peggio di una bestia.

D: Quando stavi scavando le buche per fare il depuratore cosa è successo?

R: Quando scavavo le buche per il depuratore, io guardavo il Kapò. Se il Kapò era girato io smettevo di lavorare, cioè qui bisogna preservare le forze. E gli italiani mi dicevano “Ratti stai attento che qualche giorno ti ammazza quello lì”. E io dicevo “Senti io finché posso devo far sì che le mie forze resistano, cioè sfido quello là, però dall’altra parte mi salvo le mie forze”. E di fatto ho sempre fatto così finché è andata bene. Difatti tanti che erano lì con noi sono morti sfiniti di lavoro perché la paura… erano più anziani di noi, la paura, la paura. Comunque, lì è stato un momento che il giovane praticamente non vede il pericolo però ha la forza di reagire perché io ho detto “Io qui ci devo ritornare, o in una maniera o nell’altra io ci devo ritornare”. Poi con questo mio amico qui Franco, abbiamo escogitato diciamo un sistema per guadagnarci qualche zuppa in più. Cosa succedeva? Che il Kapò nella baracca, lui aveva magari dei pezzi di carne, cioè il capo-blocco, aveva tutto però non aveva la legna per cucinarli. Allora questo cosa fa? Dice: “Angelo facciamo una bella cosa. Siccome questi Kapò qui, questi capiblocchi, non riescono ad accendere la stufa, perché non portiamo a casa dei pezzi di legna da St Georgen”, che lì ce n’erano di.. e allora cosa abbiamo fatto? Pezzettini di legno, facevamo una specie di fascinetta e la mettevamo sotto la giacca e quando c’era il controllo del conteggio, te eri così e nessuno immaginava che sotto avevi la legna. Quando rientravamo nel campo, questo andava dai capiblocchi e diceva: “Sentite, io vi do la legna così voi altri cucinate ma a me cosa mi date?” Allora lui contrattava, siccome lui parlava bene anche il tedesco riusciva tante volta a dare anche tre o quattro zuppe, ma di quelle zuppe caro mio che ci hanno salvato la vita. Allora io magari ne mangiavo una e l’altra la davo all’amico, al vicino. E lì siamo andati avanti per un bel po’ di tempo però poi ad un certo momento i russi ci hanno tenuti d’occhio e dicono: “Ma questi qui come mai riescono ad avere tutte queste zuppe qui?” E ci hanno controllato per vedere cosa facevamo.

Allora, questi russi qui dicono: “Ma come mai questi qui vengono a casa e prendono le zuppe e mangiano come dei maialini?” E noi con quelle zuppe lì abbiamo salvato diverse persone. Per esempio c’è un mio amico di Cernusco, è morto dopo la liberazione però con queste zuppe qui siamo riusciti a tenerlo in piedi. Che poi magari lì si faceva il commercio, io ti do la zuppa però tu mi dai un pezzo di pane, o viceversa. Allora i russi ci controllavano come facevamo. Allora cosa succede? Che un giorno incominciano a fare il lavoro che facevamo noi. Noi ce ne siamo accorti. E il mio amico qui era un sottotenente degli alpini, era più… lasciamoli fare. Portano via i pezzettini di legno fanno la fascinetta e poi quando arrivano al campo a chi glieli danno? Non sapevano a chi darli, quindi, praticamente loro hanno portato dentro la legna ma non sanno a chi darla. Quindi, uno dei russi viene dal mio amico qui e dice: “Ma la legna a chi la dai?” “Arrangiati, se vuoi te la metto a posto io. Mi dà due zuppe, una per me e una per te”. E allora lui cosa faceva? Loro portavano dentro la legna e il rischio era loro. Si faceva dare le zuppe, erano metà loro e metà nostre. E così noi siamo andati avanti per un bel po’ di tempo e vuol dire salvarsi la vita perché oramai cominciavamo a crollare. Fatto sta che poi questa cosa qui finisce perché ormai era incontrollabile, ti controllavano e quindi è finito anche quel lavoro lì. Allora il mio amico Franco dice: “Qui bisogna escogitare qualche cosa d’altro perché qui, adesso caro mio, mancano le zuppe e noi dobbiamo tirare avanti, cosa facciamo? Un lavoro pericoloso, rubiamo le lampadine dalla galleria e le portiamo dentro.” E facciamo così. Soltanto che se ti vedono con una lampadina te sei un sabotatore e quindi vai sicuramente all’impiccagione. Però noi abbiamo rischiato. Dalla galleria si pigliavano le lampadine, si mettevano sotto la giacca, si davano ai capi-blocchi. E i capi-blocchi ce le pagavano bene perché là le lampadine non c’erano. E loro, sai, volevano la luce, perché loro avevano la loro camera. Ed è stato il periodo in cui ci siamo rinvigoriti. Però ad un certo momento… adesso basta perché qui se ci beccano, noi non ritorniamo. E difatti abbiamo smesso perché era diventato un pericolo. Intanto tra la legna, tra le lampadine arriviamo verso la fine dell’anno. Quindi, siamo stati in grado ancora di stare in piedi. Ma ti devo dire che il momento più brutto della deportazione di Gusen 2 è stata la disinfezione del campo. Ora io mi meraviglio perché tanti libri parlano di disinfezione ma non entrano nei particolari come adesso io vi racconterò. Perché questo? Perché in Gusen 2 c’era il pericolo del tifo petecchiale. Sporcizia. Non c’era la possibilità di lavarsi. Si tornava a casa dal lavoro pieni di terra. Quindi, non ti lavavi. E le SS cominciano a preoccuparsi di questo tifo qui, perché se ti prende il tifo petecchiale non è che prende solo il campo ma bensì va oltre, a dieci chilometri all’esterno. E allora cosa decidono i comandanti del campo? Di disinfettarlo. Allora viene il momento della disinfezione. Questo è stato uno dei momenti più tristi e cruciali di Gusen 2. Questo succede il 5 gennaio 1945. La mattina, noi non sapevamo niente, quattro e mezza, tutti fuori dalla baracca. “Svestitevi”. Faceva un freddo cane. Nudi completamente. Ci danno una coperta in quattro. I vestiti vengono raccolti da un carro e li portano via. E ci hanno lasciati lì, dalla mattina alle quattro e mezza fino alla sera alle sei. Quindi io non ti dico i morti che vedevo vicino a me. Uno crollava, l’altro… era una cosa indescrivibile. Era un campo di battaglia, mitragliato completamente. E quei pochi rimasti lì con questa coperta, aspettare alla sera che da Gusen 1 che c’erano i macchinari, arrivavano i vestiti già disinfettati. Non ti dico la tragedia per trovare la tua, perché la tua giacca dove avere il tuo numero. Quindi, anche lì è stata una disperazione. Lasciamo perdere il momento di quando arrivano i vestiti. Il momento triste è quando noi entriamo nella baracca. La baracca era mezza vuota e ci guardiamo in giro; e degli amici che non trovavano più gli amici. E tanta gente che piangeva dalla disperazione perché diceva: “Ma dove sono andati a finire?” Erano là tutti nel cortile morti. Quello è stato uno dei momenti veramente… Quando te entri, come dire, entri in casa, hai la famiglia, hai i figli, hai la moglie. Entri il giorno dopo, non c’è più nessuno. Quindi medita un attimo cosa puoi provare. Gente che piangeva disperata perché non trovava più… ecco, io devo dire che questa disinfezione qui è stato l’inferno di Gusen 2. Pare in linea di massima che siano morte circa 5.000 persone. Tanto è vero che il giorno dopo squadre apposite per portare via i morti; il crematorio di Gusen non ce la faceva più e neanche quello di Mauthausen. Pare che oltre a questi due siano andati a finire nei crematoi di Hartheim. Per dire il massacro che c’è stato. Quando ti guardavi indietro ti sembrava di vedere non so come in Russia che congelavano lì. E’ stato un quadro, non so come descriverlo, proprio una cosa mostruosa. Per me quella lì è stata proprio la tragedia di St Georgen. E’ stato, gira e rigira, in ventiquattro ore è successo questo.

D: Angelo, come te la ricordi la liberazione?

R: Io della liberazione ho poco da dire, però c’è stato il momento del pianto, del pianto di gioia e c’è stato il momento che dico: “Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Noi abbiamo promesso ai nostri cari amici che hanno lasciato qui la pelle che dovevamo testimoniare e da questo momento il nostro giuramento è di far conoscere al mondo cos’è stato il Lager, cos’è stato Mauthausen,… ed Auschwitz. Per noi è stata la vittoria.

D: Ecco, ma tu dove eri al momento della liberazione?

R: Ero lì a Gusen 2. Ero sempre lì a Gusen 2.

D: Eri nel campo?

R: Ero nel campo. Però ti devo dire che ci sono stato poco nel campo lì durante la liberazione perché avevamo fame. Allora eravamo già d’accordo in cinque o sei. “Ragazzi, quando arrivano le truppe di liberazione ci troviamo qui e scappiamo”. Perché guarda eravamo così stufi di sentire quegli odori, di vedere i cadaveri, di vedere quelle facce stravolte, di vedere delle facce che ti dicevano: “Aiutami perché non sto più in piedi”; gli odori, queste divise, e dico :”Qui bisogna scappare”. E allora eravamo cinque o sei e abbiamo deciso di uscire. Difatti non ti dico cosa è successo quella sera lì alle cinque quando è arrivato…

D: Allora, arriva il momento della liberazione, dicevi? Tu sei a Gusen 2 e in quattro o cinque dovete scappare.

R: Diciamo noi qui bisogna… cioè eravamo d’accordo di uscire perché l’odore del campo, i morti, le disperazioni, dico: “Fuggiamo e diciamo di andare a trovare qualcosa”.

E con me c’era un altro amico di Cernusco che è stato deportato con me e gli dico: “Allora Pierino vieni con noi”. E lui è morto là dopo la guerra, dopo quindici giorni è morto. Dico :”Vieni con me”.

D: Pierino come?

R: Colombo si chiamava. Era uno dei deportati di Cernusco. E gli dico: “Ti trovi qui e andiamo fuori insieme”. Ad un certo punto si presenta, si mette a piangere e dice: “No, io Angelo non ce la faccio più. Non me la sento. Andate voi”. Difatti noi cosa facciamo? Usciamo dal campo. usciamo dal campo, facciamo circa duecento, trecento metri e troviamo degli ex- militari italiani, prigionieri anche loro, ma prigionieri di guerra e ci vedono lì, sai, magri, qualcheduno era come mussulmano sai che in campo mussulmano voleva dire che ormai stava morendo, era alla fine. E questi militari italiani ci vedono e dicono :”Ma chi siete voi? Da dove venite? Cosa avete fatto?” E lì gli raccontiamo la nostra storia. Veniamo da un campo, eccetera. “Ma come siete conciati. Avete fame?” “Sì”. “Venite con noi”. Ci fanno fare circa trecento, quattrocento metri. Loro avevano perquisito una baracca dove c’erano dentro le SS e lì avevano tutto: riso, margarina… alla fine ci buttano lì in questa baracca e si cucina. Insomma, io quella sera lì ho mangiato un catino di riso così, un catino. Il giorno dopo a momenti crepo. Allora questi militari qui cosa hanno fatto. “Stai qui nella branda, riposati che ci pensiamo noi”. Sono andati fuori nelle cascine. Andavano nelle cascine. Si sono fatti dare dello zucchero, della marmellata e mi hanno tirato su. Mi hanno tirato su piano, piano. Praticamente mi hanno salvato la vita perché poi tanti alla fine sono morti per lo stomaco che ormai non ce la faceva più. E difatti siamo stati lì circa una settimana e dopo ci siamo rifugiati in un luogo dove c’erano delle piccole baracche, dove c’erano degli ufficiali della Wermacht che stavano lì, non so perché. Erano delle baracche piccoline però c’era la cucina con tutta la batteria e siamo rimasti lì per un quattro, cinque giorni. E andavamo fuori ad arrangiarci per mangiare. Un bel giorno chi è che mi trovo? Aldo Rovelli. E’ venuto lì con noi e lì abbiamo parlato: “Finalmente siamo liberi”. Andavamo nelle cascine a rubare. Abbiamo rubato anche delle caprette. E poi questi austriaci qui andavano al comando a lamentarsi che noi rubavamo il bestiame, le galline, eccetera. Fatto sta che gli americani un bel giorno arrivano, ci prendono e ci riportano al campo. Ci dicono: “Dovete ritornare perché stiamo organizzando di farvi rimpatriare per l’Italia”. Io ritorno al campo e vado a cercare il mio amico Pierino, questo qui di Cernusco, che avevo lasciato.

Cosa si è messo in testa questo qui e altri tre o quattro? Dopo che siamo andati via hanno detto: “Andiamo via anche noi”. Volevano andare verso Linz. Ad un certo punto gli americani li hanno visti e li hanno presi e li hanno portati dentro al campo. Vado a cercarlo. Non c’è, non c’è. Vado in infermeria e me lo trovo là disteso. Dico: “Pierino come stai?” “Io non vengo a casa, guarda questa è la mia cintura, questo…, non so cosa aveva, il numero di matricola, portalo a casa ai miei genitori”. “Su, su, Pierino, dai che ormai la guerra è finita. Torniamo”. “No, io non ce la faccio”. Lui era più vecchio di noi. Fatto sta che rimane lì in infermeria. Poi alla sera prima di andare via vado lì dall’addetto all’infermeria, perché c’erano delle donne volontarie americane che facevano le infermiere e anche dei prigionieri che erano lì, erano dei romani, gli ho detto: “Questo è un mio amico, se succede qualcosa venite ad avvisarmi che sono alla baracca là di fronte. Se succede qualche cosa”. Vado là la mattina alle cinque, è già morto. Questo è stato uno dei momenti tristi del campo. Abbiamo salvato la vita e dopo quindici giorni mi muori qui. E purtroppo io ho dovuto dare notizia ai suoi genitori. Quindi momenti veramente tristi quando vai da un genitore e gli dici che suo figlio è morto in quelle condizioni. E purtroppo ho dovuto farlo.

D: E tu sei rimasto lì al campo fino a quando?

R: Io sono rimasto lì al campo fino, diciamo… aspetta perché esattamente noi siamo tornati… fino aspetta… ai primi di giugno. Poi viene il momento in cui c’è il rimpatrio. E di lì ci portano a Linz, in un campo di smistamento che è grandissimo; era un campo grandissimo veramente. Pronti per preparare i convogli per… e lì purtroppo nel campo c’era un mio carissimo amico, era un napoletano, forse magari l’hai sentito nominare. Si chiamava Sapone, era un meridionale, era già più anziano di me ma un furbacchione di uno. Il vero napoletano, appena che poteva cercava di arrangiarsi in tutte le maniere. E siccome eravamo nello stesso campo, un giorno ci mettiamo a parlare io e lui. Da allora siamo diventati… era il vero tipo di napoletano, el gratava, el faceva de tut. Arriviamo in questo campo di smistamento, ma grandissimo a Linz e lui sente che arrivano dei prigionieri dalla Grecia. Grecia, Samus, e li hanno portati in Germania anche loro; però erano lì per rimpatriare. E questo qui va in giro a fermare tutti questi ex militari. Ad un certo punto, guarda caso, ferma mio fratello, uno di Gorgonzola, uno di Melzo e uno di Milano. E gli dice: “Voi da dove venite?” Noi veniamo dalla Grecia, Samus e poi ci hanno portati qui. “Te come ti chiami?” Uno dice il suo nome, poi ad un certo punto mio fratello dice: “Io mi chiamo Ratti”. “E di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma qui c’è un Ratti di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre, perché mio padre era un antifascista già dal 1922; gli hanno tagliato le orecchie i fascisti a mio padre. E allora siccome mio fratello sapeva che quando arrivava Mussolini a Milano, mio padre lo pigliavano, lo portavano in caserma e doveva restare lì. E allora questo qui gli dice: “Ma te come ti chiami?” “Ratti”. “Ma di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma sì, ma c’è un Ratti qui con me che è di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre perché lui è andato via che io avevo ancora i pantaloncini corti, cioè lui era del 1910 e io ero del 1926, quindi c’erano sedici anni di differenza. “Come si chiama?” “Ratti, sì, ma Angelo”. Mio fratello si è messo a tremare, dice: “Ma come mai mio fratello, io credevo che era mio padre”. “Adesso te lo trovo io”. Guarda il destino, questi quattro ex-militari qui, compreso mio fratello, hanno messo lo zaino a dieci metri dalla baracca dove eravamo lì noi pronti per partire. Ad un certo punto questo Sapone qui, questo napoletano, entra in baracca. C’erano da fare sette, otto gradini, e io ero là che dormivo. “Angelino vieni qua che ti faccio vedere tuo fratello”. “Senti Sapone, perché si chiamava Sapone, non rompere i cosiddetti perché tu sei pieno i palle”. “No, no, stavolta ti dico la verità. Io sono stato padre per te”. Quante palle che raccontava. Viene là e mi prende. Dice: “Vieni che ti faccio vedere tuo fratello”. Allora io comincio a dire: “Questo qui non racconta palle, questa volta dice la verità”. Vado fuori e me lo vedo. E lì ci siamo abbracciati. Io avevo diciannove anni. Mio fratello piangeva come un bambino e io neanche una lacrima, neanche una lacrima; cioè questo è quello che ci hanno lasciato i tedeschi nell’animo nostro, proprio niente. E lui era tutto preoccupato “Chissà a casa” e una balla e l’altra, “Come staranno e te come fai ad essere qui?” E io gli ho raccontato un po’ la storia. Poi viene il giorno della partenza. Siccome la precedenza era per i reduci dei campi di sterminio e lui doveva partire dopo, io sono andato dal comandante della spedizione e gli dico: “Senti, d’accordo la precedenza è nostra però io ho qui un fratello che è un ex-militare, lo devi caricare con noi”. Difatti è venuto a casa con noi. Te pensa quando noi arriviamo a casa.

D: Ma che percorso avete fatto, Linz?

R: Sempre in tradotta, Linz-Bolzano, Bolzano ci siamo fermati lì un… pensa che mio padre a Bolzano è andato su tre volte a portare a casa i prigionieri e ha portato a casa Calloni che è stato uno deportato con me. E gli ha chiesto: “Ma il mio Angelo dov’è?” Fa: “Mì al so no in due l’è, a un dato moment ci hanno divisi”. E lo ha portato a casa. E non ha trovato me. Fatto sta che dopo due o tre giorni arriviamo noi a Cernusco. Te figurati a casa nostra la mamma che vede due figli, non ti dico il pianto a non finire. Sai che i cortili una volta nei paesi erano grandi. Quando hanno saputo che siamo ritornati non ci stava più una mosca nel cortile. Tutti lì che volevano sapere se si conosceva qualcheduno. Poi alla fine è arrivata una signora di Cassano d’Adda, combinazione lo conoscevo questo qui, che chiedeva di suo padre e io così proprio col cuore duro, mi chiede, e dico: “Sì, sì, è morto”. Come dire è morta una pulce. Mi ricordo che poi mia mamma ad un dato momento mi dice: “Ma ti viene a chiedere del padre e te gli dici che è morto come fosse…” E gli dico: “Mamma, purtroppo io di morti ne ho visti a migliaia, a migliaia, e ancora adesso la mia testa non è qui ma è a quello che ho visto là”. E questo è stato un momento di crepacuore per i genitori.

D: Scusa Angelo a Bolzano vi hanno fermato un paio di giorni? Ma dove vi hanno messo?

R: Sì. adesso non mi ricordo. Era un campo di smistamento che mi ricordo dove tutti i prigionieri della Germania dovevano passare per quel campo lì. Prima di tutto per vedere, c’erano le visite mediche, se avevi delle malattie infettive. Ci volevano le generalità. E difatti ci hanno rilasciato un documento.

D: Ascolta, era un campo o una caserma?

R: Ma guarda…

D: Erano baracche di legno?

R: Erano baracche di legno grandi. Adesso non ricordo esattamente il particolare perché nel momento in cui sei libero pensi di tornare, non vai a guardare il particolare. Comunque ci controllavano soprattutto delle malattie. Noi avevamo ancora della scabbia, gente ancora con la scabbia, tifo. E allora se uno era malato, lo fermavano e lo mandavano per guarire.

D: E dopo da là in treno sei venuto?

R: No. Dopo di lì siamo venuti a casa col pullman perché mio padre veniva su con dei camion a portare, e ne ha portati a casa di prigionieri, ma parecchi. Purtroppo suo figlio non lo ha portato a casa.

D: E questo quando era? Quand’è che tu sei tornato?

R: No, dunque, io sono arrivato a Cernusco il 19 giugno del 1945. Sono stato ancora uno dei fortunati.

D: Senti Angelo hai nominato due commandi di Gusen 2, Libenaue e Petsgruppe, ti ricordi altri nomi di commandi?

R: Dunque, Libenaue, Petsgruppe che erano i commandi bastardi; Mekelgruppe, Betongruppe.

D: E cosa faceva questo Mekelgruppe?

R: Il Petsgruppe era il commando dove perforava la galleria. Anche il Mekelgruppe. Erano due commandi grossi. Poi c’era il Betongruppe che, quando la galleria era finita nella perforazione, bisognava bitumarla, allora questo commando qui facevano le impalcature e mettevano il bitume per finirla. E di questi gruppi qui c’erano tanti altri sottocomandi, per esempio c’era il Transportcomand, poi c’era che mi ricordo, adesso il nome esattamente, era quello che guidavano i locomotori per trasportare il materiale, poi ce n’era uno particolarmente che era solo una persona, si chiamava Dante Dovera, forse l’avete sentito nominare ed era uno del ’43. era uno delle Commissioni interne della Breda di Sesto. L’hanno preso a Sesto.

Dante Dovera. Era già un sindacalista ai tempi del ’43. E questo era l’unico commando con una persona sola. Allora quando si entrava per il controllo, allora i capi dicevano Mekelgruppe, duemila persone. Petsgruppe altre. Questo qui diceva che era lui addetto alle pompe dell’acqua del cantiere ed era l’unico.

Sì, ma di commandi ce ne erano tanti. Adesso esattamente… Poi c’era il comando del Transport.

D: Per quanto riguarda il campo di Reichenau, lì non sei stato immatricolato?

R: No. Lì è stato solo un campo di deposito, siamo restati chiusi.

D: Quindi non siete neanche potuti circolare…

R: No, noi vedevamo in giro delle facce ancora come li abbiamo visti a Mauthausen ma non era un…

D: Vestiti civili o…

R: No, vestiti a righe ma la maggior parte erano russi. Nessuno parlava. Non sentivi niente.

D: E invece a Mauthausen l‘immatricolazione te l’hanno fatta nel campo di quarantena dentro nella tua baracca?

R: Sì, cioè dopo la…

D: Dopo la rasatura.

R: La rasatura e la vestizione. Prima di entrare nel blocco dove dormire, hanno dato il numero.

D: E ti hanno fatto tutte le domande che dicevi?

R: Sì, che mestiere facevi.

D: Ma cos’era? Un uomo con un tavolino?

R: Sì, perché ogni baracca aveva il suo Schreiber. Lo Schreiber era quello che aveva in mano, diciamo, l’ufficio di amministrazione. E lui doveva sapere tutto: chi eri, che professione avevi, perché eri lì, eccetera. Dopodiché loro dalle cartelle che questo qui… magari ti destinavano ad un dato tipo di lavoro. Ma siccome in quel momento lì la manodopera era la maggior parte voluta proprio per il lavoro grosso della galleria, non c’erano dei lavori… E qualcheduno invece andava a finire, quando la galleria era finita andavano a fare il meccanico, cioè lì c’erano le officine dove facevano le carlinghe per i Messeschmitt e le Maschinenpistolen della Stayer. E allora qualcheduno andava a finire nel cantiere, qualche meccanico andava a fare il meccanico.

D: Quindi era lo Schreiber che ti ha dato il numero di matricola?

R: Sì, era lo Schreiber.

D: E poi un’ultima cosa su San Vittore. Dicevi che sei stato quaranta giorni in isolamento. Più o meno allora se sei stato portato a San Vittore al 18 di dicembre, fino alla fine di gennaio. E poi sei partito da lì il 3 di marzo?

R: Sì.

D: Allora il mese di febbraio ti hanno messo in una cella comune?

R: No, mi hanno messo insieme ad un altro, che combinazione, guarda caso, questo qui aveva una paura, non parlava, non riusciva a dialogare. L’ho saputo alla fine della guerra chi era questo. Era un ex-tramviere che ha fatto il partigiano. Noi siamo partiti. Lui non è partito. Sono riuscito a sapere attraverso l’azienda tranviaria, lui lavorava all’azienda tranviaria di Milano, lo hanno fucilato.

D: Ascolta, i sei di Cernusco in quanti siete tornati del vostro gruppo?

R: Quattro. Uno però è morto subito appena a casa, dopo. Quindi, in totale tre.

D: Tutti più o meno sui diciotto, diciannove anni? Te, Roberto…

R: E Calloni. Calloni è conciato in questo momento poverino. Conciato, fa fatica a camminare, gli hanno già scavato il braccio un po’ di volte. E’ martoriato poverino.

D: Ascolta tu Angelo quando sei ritornato su per la prima volta?

R: Dunque io sono ritornato una prima volta se non sbaglio nel ’49 o ’50 che siamo andati col treno, non con i pullman. E mi ricordo quella volta lì al crematorio di Gusen, io non so come ho fatto, ma ad un certo punto io scavo e mi sono trovato due gamelle ancora. Due gamelle e le ho portate a casa. Erano dei cimeli da conservare. E ormai ero sposato. Ad un certo punto facciamo il trasloco e mia moglie mi dice: “Ma queste due gamelle qui. Ma sì buttale vie, ma vada via il cuore ma cosa te ne fai qui?” Mi piange il cuore parlare di quelle cose, sarebbero dei cimeli da mettere in vetrine e li ho buttati via. L’unica cosa che ho tenuto è questo e il numero di matricola e basta.

D: Angelo, tu quando sei tornato hai raccontato quello che avevi visto?

R: No, io quando sono tornato non ho mai parlato perché ho tentato di parlare anche con i genitori ma nessuno ci credeva. Quindi non trovavi un dialogo comprensivo di poter emergere…

D: Tu te la saresti sentita comunque di raccontare?

R: Sì me la sentivo però non trovavi il riscontro di chi ti voleva sentire e dava la sensazione che raccontavi delle gran balle. Di conseguenza dico: “Lasciamo perdere perché tanto non ci credono”. Però, dopo, con l’andare degli anni, qualche libro ha cominciato ad uscire, e allora abbiamo cominciato a riprendere. E forse il nostro errore è stato quello che i primi anni non abbiamo parlato. Questo è stato un grosso errore da parte nostra ma d’altra parte dobbiamo dire non ci credevano.

D: Ascolta, tu eri studente, hai proseguito i tuoi studi?

R: Sì, ma dopo un po’ di tempo.

D: Cosa studiavi?

R: Perito grafico, sono riuscito ad avere poi il diploma.

D: Non subito?

R: No, perché c’è voluto anche del tempo a rimettersi. Se vuoi ti posso raccontare un fatto come posto di lavoro; adesso qui usciamo dal campo. non vorrei, perché vorrei raccontare quella storia lì della galleria.

D: Racconta quella lì.

R: Io mi trovavo, vuoi che porto qui la…

D: Te la porto io.

R: Allora qui si vede un vagoncino dove la montagna veniva perforata, si riempiva il vagoncino e si portava fuori dalla galleria. Qui eravamo proprio all’inizio del perforamento. C’erano diversi punti, cioè iniziavi a perforare, poi dovevi armare perché crollava. E qui eravamo proprio un gruppo di sette o otto proprio alla testa della galleria e ad un certo punto mi viene da fare il bisogno e allora devi chiedere al Kapò: “Posso?”, quello là ti dice di sì però erano cinque minuti. Ma pensare che da qui già andare ce ne volevano cinque. Fatto sta che vado di corsa, ritorno. A trenta, quaranta metri prima di dove lavoravo c’era un gruppo di lavoro qui che stava caricando della sabbia. E lì un italiano mi dice: “Ratti come mai? E’ tanto tempo che non ci vediamo. Come va? Come non va?” e gli dico: “Senti, siamo qui. Però lasciami andare se io ritardo lo sai che come minimo sono venticinque”. Io sto per andare e quello là mi prende per la giacca e mi dice:”Allora come va? Quando finisce la guerra?” Nel frattempo è crollata la galleria. Sono rimasti sotto tutti. Se in quel momento quello non mi prendeva io rimanevo sotto. Ecco, da quel momento lì devo dire che quella è stata forse l’unica volta che io ho pianto perché vedere i compagni a morire in quel momento lì proprio eri diventato peggio di una bestia feroce, non ti fregava più niente. Bastava sopravvivere. Te ne fregava anche, adesso non voglio esagerare o tuo fratello… ormai il tuo cervello era fuso, eri una bestia feroce. E ad un certo punto crolla questa roba e io sono rimasto lì come un cretino e mi sono messo a piangere disperatamente. Allora, squadre di soccorso, abbiamo dovuto aspettare di tirare fuori i cadaveri, farli su con la carta di cemento e poi riportarli al campo.

Navasa Milo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Buongiorno. Mi chiamo Milo Navasa, sono nato a Venezia il 27 maggio 1925. Figlio unico e abitavamo a Verona da parecchi anni. Mio papà lavorava alla Telve e io ero studente, scuole normali, liceo ecc.

Il 13 dicembre 1944 di notte abbiamo sentito un fracasso infernale giù alla porta d’ingresso della casa, hanno mezzo sfondato una porta ed era una pattuglia di SS. Sono venuti dentro, hanno beccato mio papà subito e stavano per portarlo via, quando girando per l’appartamento, sono capitati anche in camera mia che stavo dormendo, mi ero svegliato un po’ di soprassalto. Hanno chiesto a mio padre, il quale parlava tedesco tra l’altro e capiva, gli hanno chiesto chi ero e lui ha detto: “E’ mio figlio”. Hanno detto: “Komm” e mi hanno preso, anch’io.

Avevo diciannove anni, dunque non c’entravo un accidente, però mi hanno portato via. Ci hanno portato al sotterraneo delle SS qui in Corso Porta Nuova. Lì è cominciata la storiella. Mio padre è stato interrogato subito, io anche, però il mio interrogatorio si è risolto in una buffonata, perché allora io cascavo talmente dalle nuvole che evidentemente anche l’ufficiale che mi ha interrogato se n’è reso conto che non capivo niente, che non c’entravo un tubero. Siamo stati lì una quindicina di giorni mi pare, adesso ovviamente la memoria al giorno non ce l’ho più, ben inteso. Però un paio di settimane.

Dopodiché tutti e due ci hanno portato al Forte di San Leonardo, qua sopra Verona. Lì siamo stati due o tre settimane anche lì. Eravamo lì in carcere, avevamo un po’ di rancio, non avevamo uscite fuori, eravamo sempre dentro nella cella. Poi ci hanno trasferito al Forte di San Mattia, che è un altro forte qui di Verona, quello più alto. Anche lì tran/tran quotidiano, mio padre era fuori dalla grazia di Dio, io che non capivo cosa cavolo mi stesse succedendo. Un bel giorno ci tirano fuori tutti, ci imbarcano su un autocarro e ci portano su a Bolzano.

Mi sono ritrovato anch’io lì. Ci hanno messo nel blocco B, non sapevo niente praticamente, un po’ spaventato, un po’ tutto. Dopo due o tre giorni, adesso il giorno preciso non lo ricordo così, hanno fatto un appello e hanno chiamato assieme a tutti gli altri mio padre, non me.

Anzi, anche lì a Bolzano mi hanno fatto un altro interrogatorio così, che si è risolto in niente, una buffonata. Credo si siano accorti che non avevo le mani in pasta né con la Resistenza né con questo né con quell’altro, com’era vero infatti. Non ci pensavo. Hanno fatto l’appello, avranno chiamato due o trecento persone, fra le quali mio padre. Di fatti noi eravamo in piedi lì così e loro chiamati dovevano mettersi dall’altra parte del cortile allineati. Quello è stato l’ultimo giorno che ho visto mio padre, non ho più saputo niente là naturalmente.

Al primo maggio hanno aperto il campo, a gruppi di una trentina di persone ci hanno caricato su un autocarro che ci portava in giù. Lo sbarco, diciamo così, avveniva, l’ho saputo dopo, a paesi diversi. Hanno avuto probabilmente paura che mollando il campo di colpo ci fosse una reazione da parte nostra, perché penso saremo stati un migliaio, era affollatissimo. Allora probabilmente l’hanno fatto per questo scopo.

Allora a me hanno scaricato a Bronzolo, mi ricordo ancora. C’era tutta la retrovia tedesca che stava andando in su in ritirata, elmetti fin qua, mitra imbracciati, un inferno, qualche autoblinda ecc. Una strizza dell’accidente, però dico: “Devo andare a casa, è inutile che mi metta qua”.

Allora mi sono strappato via il distintivo, che avevamo il triangolo rosso. Tolto via quello ho cercato di apparire uno qualsiasi e ho cominciato a camminare. A camminare ci ho messo otto giorni, sono arrivato a Verona a piedi. Tra l’altro non è che avessi una gran forza, perché là sì, ci davano qualcosa da mangiare senz’altro, però non certo pasti.

Un pagnottino così al giorno. Poi tra l’altro quando ci hanno mollato avevamo già discusso tra noi che saremmo entrati in Bolzano a pescare il panettiere, perché queste pagnottelle, una al giorno, grandi così, si faceva così con le mani e strizzava fuori acqua. Pesava di più, perciò ci faceva pagare di più. Avevamo giurato di andare là e disfargli il forno. Invece, niente. Ci hanno mollato apposta, penso, per evitare rappresaglie probabilmente.

Mi ricordo ancora un episodio. Quando sono arrivato lì a Rovereto, c’era molta gente. Ad un certo momento mi vedo arrivare un carro armato in mezzo alla strada. “Porca boia”, dico, “ancora, madonna santa”. Un bestione che non finiva più. Allora va beh, mi sono messo ai margini della strada. Passerà anche questo. Ad un certo momento ha spalancato il portello di sopra, è uscito a mezzo busto un negrone, un bestione della madonna con due mani messe così. “Paisà” ha detto.

E giù sigarette in mezzo alla gente. Ho ringraziato il padreterno, “Dio ti ringrazio, qui ci sono gli americani, i primi che vengono su”. Dopo mi sono accorto che sul carro armato c’era una stella bianca dipinta, ma io non lo sapevo. Allora mi sono rilassato e ho fatto Rovereto Verona con più calma, perché ormai c’erano le truppe americane che venivano avanti e non mi facevano certo paura. Qualcuno aveva predisposto qualche posto di ristoro durante il campo e lì ho mangiato qualche minestra, ho dormito un po’ nei fienili. Sono arrivato a casa e mia madre era lì, ha visto arrivare me e non ha visto poi arrivare il mio vecchio.

Lui so che appunto è andato a Mauthausen e dopo l’hanno ammazzato, il giorno preciso non lo so, perché non sono riuscito a saperlo da nessuno. Sono andato appunto la settimana scorsa, sono andato là in pellegrinaggio perché per tutti questi anni non ho mai avuto il coraggio di andare su, non me la sono sentita. E’ da rimproverarmi, su questo d’accordo, lo capisco, ma non ce la facevo. Stavolta no, mi sono deciso, dico: “Vecchio mio”, perché quando mangio, tra l’altro, ho la fotografia del mio vecchio, ce l’ho davanti. Io sono da solo, ho la fotografia del mio vecchio e della mia vecchia davanti alla tavola della cucina, tutti e due, così che ce li ho lì tutto il giorno.

Allora dico al mio vecchio: “Stavolta vengo, stavolta vengo” e sono contento di essere andato, anche se sono ancora un po’ nei pasticci, non sono ancora uscito. La visita è stata una roba, come se mi avessero segato a pezzetti. Quello che non ho visto dentro… Mi figuro quei disgraziati cosa devono aver subito quando sono stati presi e portati lì dentro.

Ho visto i forni crematori. Hanno messo alcune fotografie che qualcuno ha fatto e ha salvato dalla distruzione, ingrandimenti così. Carri pieni di gente magra così, morti, mezzi morti e li stavano portando verso i forni. Ecco, per dire, roba del genere, sono uscito fuori da lì che ero fuori dalla grazia di Dio. Sono andato a vedere Gusen proprio e ho visto i forni crematori, ho visto le camere a gas, ho visto l’animassa che ti porta. Dopo pochi giorni fa ho visto Hayder seguito da folle osannanti e non vi dico cosa ho pensato, perché non è il caso, il turpiloquio non va bene.

D: Milo, scusa.

R: Dimmi.

D: Perché hanno arrestato il tuo babbo?

R: Adesso ti spiego questa cosa, che fa pensare proprio alla gente come può essere a volte. Mio papà con alcuni dei suoi coetanei, aveva quarantanove anni quando l’hanno preso, si erano buttati dentro, perché mio papà aveva fatto la Grande Guerra completamente dal primo all’ultimo giorno, per cui i tedeschi gli stavano qua e si era buttato nel Comitato di Liberazione.

Erano sette od otto che avevano fatto questo gruppetto, in casa non sapevamo niente e compagnia bella. Se non che si è infilato dentro uno italiano, il quale ha finto di essere dentro così e poi li ha denunciati tutti. Allora un giorno che ancora eravamo qui alle SS in Corso Porta Nuova ci hanno portato fuori a dare una mano, perché c’era il bombardamento, tirare via un po’ di macerie. Stavamo tutti e due andando insieme con gli altri, mio papà mi ha detto: “Ehi, Milo, attento. Guarda quello lì col cane. Guarda bene”. Io lo guardo bene, fissato, fotografato. “Quello è quello che ci ha fatto la cavalletta a tutti”. Quando sono tornato a casa l’ho cercato per un anno. Non so se avete visto quel film con Sordi, quando gli ammazzano il ragazzino, che poi va fino a che becca quello che…ecc… e’ “Un borghese piccolo piccolo”, mi pare che fosse. Faceva la stessa fine. Per un anno per tutte le strade ero lì che mi guardavo intorno, ma o era andato via o… Non l’ho più visto, non ho più saputo niente. Questa è la vecchia storia.

D: Quindi il tuo babbo faceva parte del gruppo…

R: Il Comitato di Liberazione di Verona.

D: Tu invece non sapevi nulla?

R: No, non sapevo niente. Ero un tataro qualsiasi, mio padre se n’è guardato bene dal parlarne a casa, perché altrimenti mia madre gli avrebbe fatto l’inferno. Allora in casa non sapevamo niente. Li hanno beccati tutti e sono crepati tutti, li conoscevo anch’io. Per fortuna hanno fatto un interrogatorio anche stringente, ma non potevo confessare, perché non avevo né fatto né pensato né niente. Ero un ragazzotto, uno stupidotto, non è che avessi delle mire a dire… Se ne sono probabilmente accorti e ne hanno tenuto conto forse, non so, perché non mi hanno cacciato in quel pasticcio, mi hanno lasciato lì fino alla fine della guerra.

D: Milo, cosa c’era su al Forte San Leonardo?

R: Niente, c’era un gruppo di SS e basta. Noi eravamo in una cella, qualche volta ci facevano prendere un po’ d’aria in alcuni passaggi che hanno lì dentro liberi. Nel forte non c’era niente, comandi, compagnia bella. Nemmeno in San Mattia. Prigioni erano, così. Ci hanno tolto dalla città e ci hanno messo là.

D: Quando vi hanno prelevato per partire per Bolzano, dove vi hanno caricato?

R: Eravamo al San Mattia, l’autocarro è venuto lì, ci ha fatto montare e poi è partito, siamo andati fin là.

D: Siete arrivati al campo di Bolzano?

R: Sì. Siamo arrivati direttamente al campo.

D: Eravate in tanti?

R: Parecchi. Non so dirti quanti, ma credo così adesso, la stima mia può essere…ma penso che dovessimo essere intorno al migliaio. Almeno credo. Io ero il numero 8.718, mio papà 8.717.

D: Durante il trasporto su a Bolzano il camion non si è mai fermato? Era un camion solo?

R: Un camion solo e basta, c’erano un paio di motociclisti, elmetto fin qua e basta. E’ andato via così.

D: Siete arrivati di sera su a Bolzano?

R: No, c’era ancora chiaro. Pomeriggio senz’altro, però c’era ancora chiaro. Ci hanno assegnato ai vari blocchi, io ero al blocco B, c’erano due grandi capannoni, erano separati per lettere, A, B, C, D, E, F era quello delle donne. Io sono stato al blocco B fino al momento che hanno aperto il campo.

D: L’immatricolazione lì a Bolzano ve l’hanno fatta subito?

R: Il giorno dopo credo, sì, sì, immediata. Col numero, triangolo rosso e il numero in bianco, 8.718.

D: Ti hanno tolto i tuoi vestiti?

R: No, mi hanno lasciato quegli stracci che avevo. In casa non mi hanno lasciato neanche vestire praticamente, ho infilato un paio di pantaloni e qualcosa addosso, basta. Non avevamo niente, così proprio… “Weg, weg, komm, komm” e basta. Insomma, fatti cosa, a dire: “Un momento”, no, no. Come adesso, fai conto.

D: Ascolta, dentro nel campo cosa ti ricordi? Altre persone, altri amici? Parlavi delle donne.

R: Sì, il blocco delle donne era appunto il blocco F. Alla mattina per esempio avevi il momento che potevi stare sul cortile, potevi stare anche fuori dai capannoni, nessuno ti rompeva le scatole. C’è stato un solo episodio di un ragazzo di Milano, che avevano mandato fuori una squadra per pulire un po’ di macerie ed era andato fuori anche lui. Dopo al ritorno non l’avevamo visto e abbiamo sentito, c’era una specie di fabbricato in fondo vicino ai blocchi nostri, e abbiamo sentito per un paio di giorni delle urla mica male. Deve avere preso una pestata. Di fatti poi è uscito, aveva segni dappertutto. Ma è stato l’unico episodio però che ho visto.

Lì a Bolzano non è successo niente, porco cane. Non è successo assolutamente niente angherie, violenza. Niente. Alla mattina sveglia presto, tutti fuori in cortile, cappelli giù, via, cappelli giù e il momento di salutare la guardia. Poi ti davano un po’ di sbobba, mezzogiorno ancora un po’ di sbobba, questo pagnocchino infernale e la sera qualcosa d’altro. Insomma, onestamente fosse stato solo Bolzano avrei detto: “Va beh, una vacanza andata male”. Non di più, sul serio.

Non immaginavo allora che i campi di là fossero tutt’altra cosa, capisci? Dopo l’ho saputo, caspita, quando sono tornato a casa, quando cominciava a tornare della gente, ho cominciato a leggere e ho cominciato a sentire. Dio Cristoforo, dico, ma com’è possibile? A Bolzano non è successo niente. Non hanno ammazzato nessuno, non hanno pestato nessuno e non hanno messo in croce nessuno. Guarda che ci ho fatto dentro un paio di mesi.

D: Ti ricordi se assieme a te nel campo di Bolzano c’erano anche dei religiosi?

R: Erano quelli più codardi di tutti noi messi assieme. Mi ricordo che c’erano un paio di frati, era uno, un frate di Via Barana. Quello era sempre a chiedere conforto, anche a me. Lui sarà stato più anziano di me, avrà avuto a quei tempi quarant’anni. Ero un ragazzetto così. “Oddio, Milo, cosa dici, che qua, che là…”. Ma dico, padre, a un certo momento, santo cielo, doveva essere lui che consola, porca di una miseria. “Ma qui, ma là, hai visto qua, hai visto là”. Tutti i giorni una balla di questo genere. Dopo lo schivavo come la peste perché non è possibile, Sant’iddio.

Uno qualsiasi può avere le sue idee, ma non un religioso. Doveva essere lui a confortare noi o dovevo essere io a diciannove anni che consolavo lui? Porca miseria, no scusa. Di fatti lo schivavo come la peste dopo. Tagliavo corto, gli dicevo: “Si, va bene”. Bon, andavo via.

D: Ti ricordi come si chiamava questo padre?

R: No, purtroppo… Ho cercato di ricordarlo ancora, ma non sono più stato capace di ricordare.

D: Ascolta, ti ricordi se c’erano, hai visto anche dei bambini, dei ragazzetti molto più giovani di te?

R: No. Io no. Direi che fossimo tutti adulti, penso.

D: Ti ricordi del blocco celle?

R: Al blocco celle non sono mai andato. Sì, c’era, è un fabbricato in fondo. Ci sono i due capannoni lunghi messi così con A, B, C, D ecc. e poi in fondo c’era un fabbricato laterale così, quello era solo per i tedeschi. Lì so che c’erano le celle, perché quel milanese lì l’hanno suonato lì dentro. Ma lì non hanno portato nessuno, è l’unico che hanno portato dentro nel periodo che sono stato lì io. Anche non potevi fare ribellioni di nessun genere, cosa volevi fare?

D: Ma parliamo dei due ucraini. Te li ricordi?

R: Sì. C’è stato recentemente qualcuno a Verona che mi ha chiamato per vedere, perché avevano recuperato sembrava una foto di questi ucraini. Dico, a cinquant’anni di distanza non ce la faccio mica. Però erano quelli addetti al pestaggio e anche nelle piccole cose, perché per esempio la mattina in adunata, chiamiamola così, se c’era da dar qualcosa sempre grintosi con le mani.

Poi se c’era da darti un calcione, quello te lo davano volentieri, perché magari un centimetro là non è che ti dice: “Weg, weg”. No, ti dava un calcione. Quella era proprio l’abitudine. Tutti e due giovani, questi figli di buona donna, erano quelli proprio addetti. Per fortuna la politica del campo non era quella, perché se appena appena avessero avuto un po’ di libertà con quei due lì venivano fuori giostre da mettersi le mani nei capelli. Appunto due o tre mesi fa mi hanno chiamato perché mi hanno fatto vedere. “Caspita”, dico, “strano che abbiate recuperato le fotografie adesso, è passato troppo tempo, non potrei”, dico. “Non posso, mi spiace”.

Dice: “Sa, abbiamo saputo che…”. “Sì, lo so, c’ero”. Proprio sarebbero stati i due addetti che se il comandante del campo fosse stato una carogna o avesse avuto ordini diversi, gli addetti erano loro due. Proprio ce l’avevano nel sangue, li vedevi da come si muovevano, da come facevano. Comunque non è successo, lì da noi non è successo niente.

D: Milo, ti ricordi che c’era una donna soprannominata “la Tigre”?

R: No. No perché lì al blocco F qualche volta ci avvicinavamo per chiacchierare un po’ con prudenza, perché non volevano mica. Sai, scrivevamo così e non so dirti come fosse o se c’era qualcuna in particolare. Erano là tutte ammucchiate in questo baraccone.

D: Milo, attorno al campo c’era un reticolato e c’erano delle sentinelle su delle garitte?

R: Sì, sì. Agli angoli del campo sì.

D: Ascolta, tu sei rimasto lì a Bolzano, nel Lager di Bolzano per diversi mesi?

R: Per lo meno guarda, fatti i conti adesso così, dei giorni ovviamente non riesco a fare il conto totale, ma penso di avere fatto un due mesi, due mesi e mezzo lì dentro. Fino al primo maggio.

D: Cosa facevate tutto il giorno dentro nel campo?

R: Niente. Non ci facevano lavorare. Eravamo lì, eravamo dentro nel nostro blocco a ciondolare, non ci hanno fatto lavorare. Qualche volta hanno preso qualcheduno a caso, lo portavano fuori, ma quando c’era qualche bombardamento magari che c’erano macerie da portare via. Così sporadico però, ma a noi come prassi del campo non ci facevano fare niente. Eravamo lì.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno del blocco B, oltre al tuo babbo?

R: Sì, c’era Zanini che conoscevo ancora prima. Dopo, aspetta, chi c’era ancora… Accidenti, adesso dovrei fare un po’ mente locale, abbastanza difficile sai, perché di tempo ne è passato un fracco. Ricordo Zanini perché era il cosiddetto capo blocco nostro, era uno che teoricamente dava ordini a noi, va beh. Era un insegnante anche lui tra l’altro.

Dopo, un altro di Parma, un ragazzetto, Pietra, me lo ricordo ancora, un cognome stranissimo, Pietra. Ha detto: “Qui voglio scappare”. “Stai attento”, dico, “perché hai visto cos’è successo a quell’altro”. “Sì, ma io qua dentro non ci sto mica”. Avevamo fatto un po’ amicizia perché eravamo vicini di branda. Dopo, qualche altro, ma sai, è passato mezzo secolo.

D: Mentre voi del blocco B non siete mai usciti dal campo, altri uscivano dal campo per lavorare?

R: Sì, ti ho detto, qualche volta ma sporadicamente, molto poco. In generale era dopo i bombardamenti. Basta, ma non era che appunto fossero fuori per lavorare e tornare dentro alla sera, no. Episodi proprio, e basta, capisci? Magari volava una bomba, raccoglievano trenta o quaranta persone e le portavano fuori, davano una mano a pulire la strada, tirare via macerie e poi tornavano lì. Nessuno lavorava fuori dal campo di Bolzano, nessuno.

D: Ti ricordi se al campo, tu parlavi prima che avevate il triangolo rosso, c’erano altri triangoli di altri colori?

R: Triangolo giallo, che doveva essere quello degli ebrei se ben ricordo. Mi pare che fossero solo quei due colori lì. Mi pare però. Il rosso era teoricamente per loro per i politici, perciò era il nostro. Gli ebrei invece avevano il triangolo giallo, perché difatti hanno fatto un’infornata.

E pensa che dopo che hanno fatto la tradotta di mio padre, dopo dieci giorni circa hanno fatto una tradotta di ebrei, soli ebrei. Li abbiamo visti, eravamo in cortile, chiamati tutti, altre duecento persone o più. Li hanno portati, erano partiti, il giorno dopo sono tornati lì perché avevano già bombardato la linea gli americani. Da quel giorno lì hanno continuato a bombardare a Bolzano Brennero, non è più andato via nessuno. Se mio papà tardava un pelo, sarebbe ancora qui. Proprio l’ultima tradotta, porcaccia di una miseria, l’ultima. I disegni della Provvidenza sono quelli che sono, porco cane.

D: Milo, il gruppo di tuo padre ha lasciato il campo come?

R: Questo non lo so più, perché sono cose che sono avvenute dopo, io non lo so. A un certo momento li vedevi partire, tra l’altro sono morti dopo, dunque non so. Li chiamavano… Non so dirtelo questo proprio.

D: Non li hanno caricati su dei camion dal campo di Bolzano?

R: No, perché, vedi, l’ultima infornata è stata quella di mio padre e ho visto lui andare via così e basta. Non so con cosa l’abbiano portato là. Dopo non ho più visto niente, capisci? Hanno tentato qualcosa, ma non sono più riusciti a far niente, perché non potevano più. Le strade ormai erano impercorribili, perché gli americani avevano cominciato a fare sul serio, capisci? Sicché non so se li avevano portati con camion, boh. Sì, probabilmente con camion, senz’altro. Perché la distanza non è molta tra l’altro. Eri dentro, non sapevi niente.

D: Milo, durante il tuo periodo di deportazione a Bolzano tu, il babbo e gli altri compagni avevate avuto l’occasione di poter scrivere o di ricevere pacchi o posta?

R: Qualche tentativo c’è stato, ma arrivava il pacco, la carta e qualche pezzetto dentro, il resto tutto… Ti davano un cartoccetto così. Scrivere neanche a parlarne, c’è stato proprio silenzio fin quando sono tornato a casa.

D: Un’altra cosa, tu sapevi che dentro all’interno del campo di Bolzano c’era un gruppo di deportati che lavoravano per la Resistenza interna nel campo?

R: No, non te lo so dire. Anche perché io penso che sarebbe stato estremamente difficile, perché lì armi non ce n’erano ovviamente, avevi la casacchina indosso e basta. La branda era un cuccio messo lì col pagliericcio e basta, non avevi armadietti, non avevi un accidente, per cui non penso che potessero far qualcosa. Avere l’intenzione di fare senz’altro, però al lato pratico, praticamente non era possibile. Sarebbe stato come in un campo di nudisti, che vanno a scassinare casseforti. Con cosa? Con le unghie?

Per cui anche se c’era l’animo senz’altro, mi pare che c’era l’animo, ma non potevi attuare. Ogni tanto ti capitavano dentro al blocco, davano un’occhiata in giro qua e là, per cui sapevi benissimo che se ti beccavano con un pezzetto di ferro così la passavi brutta. Allora nessuno poi faceva niente. Intanto non sapevi chi te le poteva portare, perché i contatti con l’esterno… Da fuori cosa vuoi, che entrasse uno col pacchettino di roba nascosto nella tasca? No di sicuro. Per cui non c’era niente lì, eravamo così come sono io adesso.

D: Quando hai saputo della morte del tuo babbo?

R: Ce l’hanno comunicato…intanto, visto che non tornava, ho immaginato subito. Qualche mese dopo ci hanno dato la conferma ufficiale, morto a Gusen e basta. Si fermavano lì all’Adige, non mi ricordo più adesso il posto, un attimo… San Giorgio, che avevano messo fuori le fotografie di tutti quanti.

Avevano messo fuori la fotografia di mio papà, lì arrivavano dei deportati e allora si chiedeva, c’era tutta una specie di bacheca fatta così. Sono andato giù per dei mesi, fin quando si è diradato completamente il ritorno di gente, nessuno sapeva un tubo. Per cui quelli che erano con lui sono crepati con lui. La notizia precisa non l’ho avuta da nessuno, data presunta della morte e basta, niente di più.

D: Scusa, questo San Giorgio dov’è?

R: San Giorgio è in riva all’Adige. Qua a Verona, quando vieni, che so io, da Ponte Navi, tu costeggi l’Adige, ad un certo momento vieni verso borgo Trento, quella zona lì si chiama San Giorgio. Dove si aprono le strade per borgo Trento.

Lì arrivavano a volte camion di gente che era deportata là, lavoratori e compagnia bella arrivavano giù. Avevano messo…c’era un muro e avevano messo fotografie, dopo andavano là per sentire se qualcuno veniva dai campi di là. Ho fatto settimane lì, poi mi sono stufato perché capivo che non riuscivo a combinare niente, allora basta. Sono andato a sentire qualche notizia e le ho avute dopo dall’associazione.

E’ stato lì, è morto a Gusen, la data precisa non si sa ancora, perché lì facevano l’infornata, non è che tenessero conto. Probabilmente tenevano conto del numero giusto per fare un bilancio matematico, ma non di più. Adesso hanno pescato fuori sulla Gazzetta Ufficiale, la morte di mio papà col giorno, sarà vero, non sarà vero… Non lo so. Mi hanno dato un giorno, poco tempo dopo che l’avevano portato via, il giorno è risultato neanche due settimane dopo che era andato via da me.

Probabilmente sarà anche giusta, probabilmente qualche dato l’avranno trovato magari in mezzo alla fureria di questi campi, forse. Tanto lo spazio era ristretto, che fosse quella settimana o quella dopo non cambia niente, non è un anno di differenza. Purtroppo sono stati quei due mesi lì, quel mese e mezzo lì. Bastava un poco di niente e sarebbe tornato a casa anche lui, porca vacca. Scusate il termine.

D: Milo, quindi lì a San Giorgio non c’era un ufficio però?

R: No, era lo scalo di quelli che venivano giù da là. A Verona, magari portavano giù anche quelli che erano andati a lavorare, tante belle storie. Scaricavano giù lì a San Giorgio poi ognuno andava per i fatti suoi, non era una zona prestabilita. Era soltanto per abitudine, si andava lì, allora c’era sempre gente, si chiedeva, si faceva vedere la fotografia. “Per caso, eri là, hai visto qua?”. Sono andato avanti un sacco di tempo, dopo ho visto che non serviva a niente, ho smesso e si era rarefatto anche il movimento di gente che veniva in giù, ormai si era già scaricato il fiume grosso.

D: La tua Liberazione, come siete stati avvisati voi?

R: Niente, una mattina ci hanno chiamati fuori all’appello. Uno ha tradotto: “Adesso si esce dal campo, si esce a gruppi, ci sono gli autocarri che portano via”. Basta. Bene. Allora sono montato su uno degli autocarri e lì uno scaricava qua, uno di là, uno in là, uno in qua in modo da evitare l’afflusso, perché se la sono vista brutta in quel momento lì. Se la sono vista brutta veramente. Noi appena scaricati, chi si mette lì a raccogliere gente per tornare indietro? Figurati. Avevamo solo voglia di menare le tolle. Abbiamo incominciato a camminare in giù, c’era una fiumana di gente continua che andava in giù.

D: Era maggio dicevi, no?

R: primo maggio.

D: Tu sei ritornato da solo?

R: Sì.

D: A piedi?

R: Ho schivato completamente la compagnia per un semplice motivo, che quando eravamo sul mio camion, eravamo sull’autocarro scoperto, avevamo già incominciato a incrociare le prime retroguardie tedesche che venivano giù, c’è stato uno sciocco. C’è la signorina, non volevo dire la parola. “Adesso è finita, eh!”. Dio Cristoforo, come gli sono saltato addosso.

“Se muovi ancora un dito ti strangolo, cretino d’un cretino. Ma ti accorgi che sono ancora armati, hanno le armi impugnate in mano ancora, perdincibacco! Un gesto così ci sparano addosso, adesso che è finita, cretino”. “Non credevo, non credevo”. Si è messo lì in un angolo, non ha più sbuffato. Stavo strangolandolo, porca vacca. Va bene. Allora la discesa me la sono fatta per conto mio, dove c’era il gruppo o mi fermavo o andavo avanti o mi spostavo o mi sedevo da una parte della strada.

Niente, l’ho fatta tutta da solo. Almeno io vado via a testa bassa, basta. Quegli altri difatti non mi hanno mai rotto le scatole, sono andati su incavolati, perché in piena ritirata, figurati. Però perlomeno io non li ho stuzzicati. Quell’altro così gli ha fatto, madonna mia, mi aspettavo una raffica di mitra secca. Dico, crepare proprio adesso a guerra finita no ragazzi. Allora solo soletto, altri mi dicevano: “Vai giù anche tu?”. “No, no, mi fermo”. “Di dove sei tu?”. “Sono arrivato, sono qui”.

Tutto così, piano piano. Ho fatto tutta la Val d’Adige, conosco abbastanza bene la Val d’Adige. Sono centocinquanta chilometri, non è che fossi molto allenato, un po’ per la fame, un po’ per tutto, non è che fossi proprio in condizioni splendide. Però sono arrivato da mia madre, poveraccia. Era ridotta uno straccio. Mi ha visto arrivare dalla strada, perché era seduta sul poggiolo. Mi hanno detto che stava sul poggiolo delle ore tutti i giorni. Ad un certo momento: “Oddio, Miletto, oddio sei tu?”. “Sono io, sono io”. Allora un abbraccio di tre quarti d’ora.

D: Milo, ci sono degli altri particolari che adesso ti sono venuti in mente sia dell’arresto, della carcerazione o della tua deportazione nel campo di Bolzano?

R: Più o meno a grandi linee ti ho detto tutto. No, direi di no. La mia è stata… Si fosse risolta così anche quella del mio vecchio, sarebbe stato niente. Nel mio caso a parte il morale, quello che ti sentivi dentro, la bomba dentro, però fisicamente io non ho sofferto.

Fame, un po’ di fame, va beh, diavolo, capirai bene cos’è. Botte non ne ho prese, la fame vera non l’ho fatta, una cuccia per dormire ce l’avevo, non mi spaccavano l’anima per lavorare perché non mi hanno fatto lavorare. Per cui a conti fatti avevo il coso dentro, d’accordo, però sofferenze fisiologiche io obiettivamente non ne ho avute. L’ho sempre detto questo. Non è che debba vantare adesso, chi è venuto giù da Bolzano raccontando sono balle, balle sacrosante. Chi s’è fatto grande con un po’ di sofferenze, qualcuno lo conosco anch’io. “Perché noi, sapessi, ci facevano..”. Non ci facevano una madonna, non ci hanno fatto niente. E’ stata una segregazione e basta, non di più.

Geloni Italo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Italo Geloni. Sono nato a Seravezza in provincia di Lucca il 23 novembre 1924.

Ho fatto il militare nella Marina. Sono stato imbarcato su un cacciatorpediniere poi, per motivi particolari, siamo stati destinati a terra. A terra era La Spezia S. Bartolomeo. Ero in contatto costantemente con gli antifascisti perché era appena passato il 25 luglio; con gli antifascisti della località Pitelli, sempre nella provincia di La Spezia, nel comune Lerici.

Quando è arrivato l’8 settembre arrivarono nella zona di S. Bartolomeo anche i nazisti. Riuscimmo a scappare, ci volevano prendere tutti ma noi riuscimmo a scappare e andammo nelle formazioni partigiane della zona. Poi scesi giù in città ad operare.

Il 2 luglio 1944 in via XX Settembre numero 50 ci fu un’irruzione nella casa da parte delle SS e dei fascisti. Fummo arrestati, uomini e donne, e portati alla Casa del Fascio, chiusi in un gabinetto di decenza. La sera al buio fummo portati nel carcere di Villa Andreini a La Spezia.

D: Italo, dove ti hanno arrestato? In che località?

R: A La Spezia in Via XX Settembre 50, l’avevo già detto.

D: Cosa c’era in villa Andreini a La Spezia?

R: C’era il carcere; era un carcere molto brutto.

D: Stavi dicendo che era un carcere molto duro?

R: Era un carcere più che duro. Tanto è vero che, perché non avessimo noi arrestati contatti fra di noi, si veniva messi soli nelle celle al sicuro, distanti l’una dall’altra almeno di due celle in modo da non aver la possibilità di parlare. Solo uno mi chiamò e mi disse: “Italo, mi raccomando” anzi, mi disse: “Olati”, che è il mio nome anagrammato da partigiano, “Olati, mi raccomando anche se ci ammazzano stiamo zitti”. Io risposi: “Stai tranquillo che io sto zitto e non parlo”. E di fatto così fu, io non ho parlato e lui parlò. Parlò dopo e fece arrestare una seconda parte di partigiani e di antifascisti. Si è ammazzato nel ’46, si buttò sotto il treno perché la mamma e la sorella finirono nel campo di sterminio di Ravensbrück. Dopo quattro giorni che eravamo in carcere si fu interrogati dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che era stato ricostituito dopo l’8 settembre, e ci dissero che noi uomini saremmo stati condannati a morte e le donne a trenta anni di galera.

D: Poi cosa è successo?

R: Poi è successo che non ci hanno ammazzato per nulla anche in virtù di quello che aveva parlato.

Avevano preso questo impegno siccome c’era anche la mamma e la sorella. Ora la mamma è morta, da poco, aveva quasi 100 anni, poverina.

D: Ti ricordi come si chiamavano?

R: Grosso modo, ma certi nomi non posso farli, è l’impegno preso. Proprio per quello che aveva fatto il figliolo e fratello.

D: Italino, lì siete rimasti fino a quando?

R: Siamo rimasti venti giorni.

D: E poi?

R: Poi un bel giorno ci hanno radunato tutti insieme in una cella grande e la mattina alle 5 siamo partiti per Genova, a Marassi. Entrati a Marassi eravamo scortati con camionette, motocarro e motocarrozzette armate di mitragliatrici avanti e indietro perché avevano paura che quando si passava nella zona partigiana si fosse attaccati per liberarci. Invece non ci vide nessuno, ci si fermò soltanto ad un ponte, ci permisero con i soldi che avevamo di comperare frutta e verdura, per mangiare e per far colazione.

Poi arrivammo a Marassi. Marassi era tutta piena, era domenica pomeriggio.

Era tutto pieno di soldati repubblichini armati fino ai denti, sui tetti c’erano le mitragliatrici e giù c’erano anche i mortai. Arrivammo e ci diedero il numero di matricola; a me diedero il 1.121 e l’ultimo aveva il 1.133, 1.134. Nel frattempo arrivarono delle SS, degli ufficiali: dicevano di aver bisogno di due da fucilare e, dato che eravamo stati condannati a morte e poi salvati, dissero: “Ci date due di questi”. Anziché prendere i primi due presero gli ultimi due, il 1.133 e il 1.134. Li portarono alla fucilazione insieme ad altri cinquantotto di cui avevano bisogno secondo le esigenze di poterli fucilare. Non mi ricordo come si chiamavano. Poi, lì, conobbi altri compagni.

D: Nelle carceri di Marassi di Genova quanto tempo sei rimasto, Italo?

R: Una quindicina, venti giorni; non di più, ora la date non me le ricordo.

D: E dopo?

R: Dopo siamo stati portati a S. Vittore a Milano, primo raggio, che funzionava per i deportati politici, prigionieri politici. Eravamo al terzo piano, cella numero 2, eravamo in dieci.

Un bel giorno si arrivò al 15 agosto, anzi vorrei ricordarlo perché è giusto. C’era un personaggio, che anche oggi è un personaggio, che si chiamava Mike Bongiorno il quale faceva lo scopino in carcere anziché stare nella cella addetta all’infermeria, cella di cui, come cittadino straniero, avrebbe avuto diritto e nella quale si stava molto meglio. Io avevo bisogno di determinate cure per dolori che avevo nelle gambe e nelle braccia, avevo bisogno di iniezioni. Quest’uomo convinse il medico del carcere, che era sottoposto ai nazisti, a venire a farmi tutti i giorni per una settimana le punture e me le fece. E mi sono sentito bene, anche dopo quando sono arrivato al campo di sterminio.

Poi conobbi anche Indro Montanelli il quale non è che si fosse comportato un granché bene. Ci avvertiva quando le cose andavano male, questo sì, era vero; però si seppe che lui la fine che si è fatta noi non l’ha fatta. Fu liberato perché la mamma, che era la responsabile nazionale delle donne fasciste, fece liberare il figliolo dal carcere. Non è che lui abbia fatto qualche cosa per noi.

C’è stato poi quando siamo partiti da Milano. La notte c’era stato un bombardamento e noi si urlava “Arrivano gli inglesi arrivano gli inglesi”, si sentiva all’interno del carcere un trambusto. Venivano radunati tutti quelli del primo raggio, portati fuori, caricati su dei mezzi, su autopullman e su un camion 26 con rimorchio. Le ultime celle, nell’ordine di quaranta, quarantacinque persone, andammo sul camion e davanti a noi c’erano i fascisti con un fucile mitragliatore piazzato verso di noi; partimmo per Bolzano.

Arrivati a Bolzano fummo assegnati ad un capannone insieme ad altri che c’erano già, i quali erano tutti comandanti partigiani, partigiani antifascisti che erano stati in carcere. Avevano chiuso, anche davanti, col filo spinato; era il blocco B mi pare.

D: Ti ricordi il tuo numero di Bolzano?

R: Sì, 2.852.

D: Italo, quanto tempo sei rimasto nel Lager di Bolzano?

R: Dal 16 agosto al 4 settembre, il giorno che siamo partiti.

D: Ti ricordi se c’erano delle donne?

R: Sì, diavolo. Ce n’era una che addirittura mi obbligava a spogliarmi in presenza sua per lavarmi le mutande e la canottiera che avevo addosso. Maria si chiamava, era anziana.

D: Italo, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, padre Giannantonio, prima di tutto, mi ha voluto tanto bene. Dopo lì, l’ho rivisto a Dachau. Il giorno stesso che mi hanno liberato era accanto a me che mi assisteva, lui e don Fortin, parroco di Terranegra di Padova.

D: Lì sei rimasto fino a settembre?

R: 4 di settembre.

D: E poi?

R: Quindi siamo partiti per Flossenbürg.

D: Cioè tu non sapevi dove andavi?

R: No, niente, si andava in Germania.

D: Italo, dal campo di Bolzano per la partenza dov’è che vi hanno portato?

R: Ci hanno portato di fianco alla conceria dei tabacchi, mi pare che fosse questo. Comunque c’era un laboratorio e c’erano delle donne che dalle finestre, con delle pezze di canna o di ramo, ci davano sigarette, fiammiferi, pane, frutta, mele in modo particolare ce n’erano tante. E poi si partiva.

D: Dopo siete andati sui vagoni?

R: Siamo andati sui vagoni e invece queste donne dalle finestre ci davano tutto.

D: Dicevi Italo siete partiti?

R: Sì, siamo partiti.

D: Quanto è durato il viaggio, più o meno, te lo ricordi?

R: Quattro giorni. Per arrivare a Flossenbürg.

D: L’arrivo a Flossenbürg come te lo ricordi?

R: Tremendo. Si arrivò alla stazione di Flossenbürg giù in basso, Flossenbürg campo era su in alto. Ci inquadrarono e ci fecero passare; fu lì che vedemmo per la prima volta le nostre divise e i nostri compagni che lavoravano e che erano deportati all’interno del campo. Si arrivò all’ingresso, erano quasi tutti uguali, abbiamo rivisto poi anche quello di Dachau. Andammo dentro il piazzale, mano a mano che si passava c’era un SS del campo con un gran bastone, lungo lungo, che mano a mano ci picchiava in testa. Io ero fortunato perché bassino; accanto a me c’erano dei compagni che le prendevano anche per me perché io ero basso. Si arrivò nel piazzale.

Ci fecero spogliare nudi. Ci fecero mettere la roba dentro ad un sacchetto e ci fecero scrivere quello che c’era dentro. Ci dicono che poi ce l’avrebbero riconsegnata ma io non ho avuto più nulla, né visto più nulla, nemmeno i soldi che avevo; avevo 130.000 lire dell’epoca che non erano solo mie ma anche degli altri compagni: non ho rivisto più nulla. Poi così, a caso, presero dieci di noi e li impiccarono davanti al campo russo cosiddetto. Poi ci portarono all’interno delle due baracche addette al ricevimento dei deportati che per la prima volta venivano al campo, ci presentarono al capo della zona che era un ex barone tedesco che aveva ammazzato tutta la famiglia e che per punizione avevano messo a fare il guardiano all’interno delle baracche, le due baracche della quarantena.

Giù, un pochino più in basso, c’era il forno crematorio, e noi si sentiva, sempre, costantemente, il latrato come se fossero dei cani e invece erano le cornacchie cra-cra-cra-cra che sentivano l’odore della carne bruciata. Si vedevano passare, lì in fondo, le barelle con i morti che venivano portati al forno crematorio.

D: L’immatricolazione quando te l’hanno fatta a Flossenbürg?

R: Dopo una decina di giorni.

D: Il tuo numero qual è?

R: Questo: 21.569. Me lo ricordo sempre, anche in tedesco. Ogni volta che mi chiamavano mi chiamavano in tedesco e se non rispondevo erano botte. Siccome le botte non le volevo perché ammazzavano con quello a forza di legnate, avevo imparato anche a rispondere in tedesco.

D: Dopo la quarantena cosa è successo?

R: Un bel giorno ci hanno chiamati e ci hanno portati al Wäscheraum: ci hanno fatto fare il bagno. Ci hanno spogliato. Ci hanno levato tutto quello che si aveva addosso che poi era una camicia e un paio di zoccoli olandesi a barca. Ci hanno portato dove c’erano i sarti e hanno dato a tutti la divisa del deportato. Ci venne messo il numero di matricola sul petto, sul berretto e qui sui pantaloni. Il giorno dopo ci hanno fatto andare giù a Flossenbürg.

Ci hanno fatto montare sul treno e ci hanno portato a Hersbruck, a 17 chilometri da Norimberga. Quello è stato il primo vero campo di sterminio. Con me c’era padre Giannantonio, Teresio Olivelli, Becciu Salvatore, Pani Mario e altri, di cui ora magari non ricordo il nome.

D: A Hersbruck eri addetto al lavoro?

R: Sì, tutti. Il giorno dopo ci assegnarono subito un lavoro. A me assegnarono allo Stollenbau in montagna, nelle gallerie; dovevo andare nel pomeriggio. Sennonché altri, alla mattina, come Pani Mario sardo partigiano li avevano assegnati al Kartoffel: Kartoffel sono patate. Chiamavano Pani Mario e lui rispondeva: “Ma io non ci voglio andare perché c’è quel mio amico, siamo paesani, voglio stare con lui, non ci voglio andare in quel commando”. Io gli faccio: “Ma sai che lì ci sono le patate” e lui: “Non mi interessa, voglio andare con lui”. Allora venne Teresio Olivelli e mi dice: “Senti, anche se ti danno due o tre ceffoni, pigliali, ma vai al comando Kartoffel e dì che l’italiano sei tu” e così feci. Quell’italiana invece dei due ceffoni per andare al comando Kartoffel la sera avevo già mangiato sei patate così grosse, cotte, non crude.

D: Italo, per andare dal campo di Hersbruck alle gallerie con cosa vi portavano?

R: A piedi.

D: Erano vicine o distanti?

R: 8 chilometri.

D: Tu cosa facevi dentro nelle gallerie?

R: Lì ci sono andato dopo, prima sono stato al Kartoffel. Spingevo vagoncini, li caricavo e li scaricavo insieme agli altri naturalmente, quei pochi che eravamo addetti.

D: E finito il lavoro?

R: A piedi si ritornava al campo. Si veniva frugati da tutte le parti per vedere se c’erano cose che non si dovevano avere. Poi ci mandavano in baracca. Nella baracca come si entrava bisognava stare attenti a non avere nemmeno un granellino di sabbia perché si sporcava.

C’era il capoblocco con i suoi scugnizzi coi bastoni e prendeva a bastonate tutti. Poi io avevo capito che non dovevo dormire in basso ma era meglio in alto perché per arrivare da me facevo in tempo anche a scappare. Difatti stavo su al quarto piano a dormire. Poi, la mattina, quando ci si svegliava non è che dicevano: “Oh oh svegliatevi che è l’ora”! Venivano coi bastoni e con gli sgabelli e sgabellate e bastonate a tutti. C’erano anche quelli che ci morivano, per i colpi in testa. Quando erano passati tutti scendevo ed ero tranquillo, cercavo di fare il furbo.

D: A Hersbruck quanto tempo sei rimasto?

R: Da settembre fino a marzo, quando poi siamo partiti per Dachau.

D: E’ stato smobilitato tutto il campo?

R: Sì tutto il campo.

D: Stiamo dimenticando un passaggio …

R: Il Kartoffel fu molto importante per me e per i miei compagni. Con un filo di ferro piegato in cima e in fondo infilavo le patate e me le mettevo nella gamba dei pantaloni perché anche se mi avessero toccato frugavano sempre quassù sulle tasche e io le portavo dentro il campo. Poi le distribuivo a quei compagni che più ne avevano bisogno, anche sulle indicazioni di Teresio Olivelli. Era una gran brava persona. Io distribuivo le patate. Però avevo un compagno veronese che si chiamava Luciano che veniva da Torino e stava in Via Vanchiglia n. 47. Ci sono stato dopo la Liberazione e non ci ho trovato nessuno della famiglia e lui invece era morto. Una volta invece gli portai le patate e lui mi disse: “Dalle a qualche altro perché io fra mezz’ora sono morto”. Eravamo stati insieme anche in carcere, nella stessa cella, e poverino non stava bene di salute.

D: Punizioni non ne hai mai subite?

R: Tante. Tanto è vero che una volta mi volevano impiccare perché avevo cercato di fuggire. Avevo già il cappio al collo, montato sullo sgabello, tesa la corda. Il capitano delle SS, il comandante del campo, guarda e vede dal mio numero di matricola che sono un italiano; mi domanda di dove ero e perché volevo scappare e rispondo: “Perché volevo andare a casa, volevo ritornare in famiglia”. E allora mi guardò un po’ e disse a quell’altro: “Mandatelo via” e difatti mi levarono il cappio. Mi fecero scendere e io me lo sento sempre addosso questo cappio.

D: Italino, e la storia della pietra quale è?

R: No, perché mi avevano messo, appunto perché avevo tentato la fuga, un disco rosso in campo bianco così davanti e di dietro. Non ci capisco perché sai tante cose mi sono passate di mente.

Dopo che avevo tentato la fuga per punizione dovevo portare una pietra sulle spalle.

D: Lavorando lo stesso?

R: Lavorando lo stesso. Poi c’era anche un sottoufficiale delle SS che quando poi andai a lavorare allo Stollenbau mi faceva: “Tu italiano” e mi indicava il forno crematorio che era in fondo al palazzo. “Tu crematorio!” e mi faceva proprio così anche con la mano. Io dentro di me gli dicevo: “Vai, vai, aspetta che poi te lo do io”. Passava sempre in cima al cordolo della montagna e sotto c’era un precipizio di 300 metri. Un bel giorno avevo la pala in mano, gli diedi una spinta e se ne andò di sotto. Non se ne accorse nessuno e morì. I compagni miei, deportati, videro tutto però non hanno mai detto una parola. Nemmeno così, di sottinteso, in modo che gli altri non mi avessero fatto del male; anzi passavano, facevano così, mi strizzavano l’occhio come dire è andata bene.

D: E l’evacuazione dal campo di Hersbruck avviene quando?

R: Nel mese di marzo del 1945. Dopo che ero già stato a Mauthausen, però, per punizione. Insieme a Teresio Olivelli, Becciu Salvatore e ad altri avevamo fondato il Comitato di Liberazione Italiano del campo, in modo che ci si seguisse dal punto di vista politico e di aiuto l’un con l’altro. All’interno del campo c’era anche la Gestapo che funzionava in mezzo ai deportati. Scoprirono un certo numero di deportati di tutte le nazionalità e in duecento un bel giorno ci presero e in presenza a tutti ci dissero che saremmo stati mandati a Mauthausen. Difatti c’erano i camion pronti, ci caricarono sui camion e ci portarono a Mauthausen; blocco numero 8.

Poi si andava a trasporto e comando, si scendeva e si montava le scale, la cosiddetta scala della morte centoottantasei gradini, col peso sulle spalle. C’era una specie di gerla che si metteva sulle spalle, mantenendola in questa posizione con la pietra che si portava in cima in cima sotto le mura del campo. Dopo lì venivano i comuni e i civili a pigliarle e le pagavano alle SS; le SS ce ne hanno fatte tante, centinaia di milioni.

D: A Mauthausen ti hanno portato quando? Te lo ricordi?

R: In febbraio. Fine di gennaio e febbraio del 1945.

D: Poi sei ritornato ancora a Hersbruck o a Flossenbürg?

R: Dei duecento, in quindici giorni, eravamo rimasti in cinque, perché c’era la punizione cui eravamo stati destinati. Noi cinque fummo riportati a Hersbruck. Era il mese di marzo. Dopo pochi giorni, mi pare dopo due o tre, fu evacuato il campo e ci portarono verso Dachau.

D: L’evacuazione del campo come è avvenuta? Vi hanno portato giù a Flossenbürg?

R: No no, a Flossenbürg portarono soltanto gli ammalati, quelli della infermeria e poi furono fatti fuori tutti, lo abbiamo saputo dagli altri. E noi lungo la strada si arrivò a Saal an der Donau, città sul Danubio, proprio sul Danubio. Era una cava dove lavoravano i deportati. Dopo due o tre giorni si riprese la strada e ci portarono a Dachau.

Appena passata la città venne una donnetta, mi sembrava la mia nonna santa. Aveva il grembiulino e sotto il grembiulino aveva un recipiente e dentro il recipiente c’erano delle patate cotte. Mi fa: “Tschüß!” e io: “Auf wiedersehen!” Tirò fuori cinque, mi pare, o sei di queste patate e me le diede, io le mangiai con la buccia e tutto, poi mi disse di distribuirle un po’ anche agli altri. Quando un Kapò la vide, fece la spia alla SS di scorta; la SS andò giù e prese la vecchietta tedesca, la mise di fianco, le sparò in testa e la ammazzò perché ci dava le patate da mangiare.

Poi per la strada non ci portarono più nulla da mangiare le SS. C’era uno, un ufficiale dell’aviazione, che ogni giorno portava a quattro o cinque che gli si erano sempre vicino dei pezzettini di carne cruda. Noi si mangiava anche quello perché si pensava ai cavalli, vacche, cani, gatti; tutti si pensava a queste cose ammazzate coi bombardamenti e mitragliamenti. Invece poi l’ultimo giorno ce lo fece vedere. La levava nelle parti molli dei nostri compagni. “Ah” mi disse: “e te cosa dici?”. “E che devo dire, che io anche se muoio non la mangio più”. Ma almeno così loro avranno cercato di portare la pellaccia a casa sapendo quello che era stato fatto nei campi di sterminio.

D: Poi siete arrivati a Dachau?

R: Siamo arrivati a Dachau. Ci hanno portati subito al Wöscehraum. Infilato in un mastello grande, di quelli da 200 litri con l’acqua calda. Chissà, forse l’acqua calda mi fece effetto: io stavo calando sotto, stavo affogando. I miei compagni mi videro e presi piano a bambinare la cosa. Si dice così nel gergo nelle cave là dove si deve muovere una piastra, un pezzo di marmo, si dice “bambina”. Allora mi fecero rovesciare con l’acqua e camminai almeno una decina di metri con questa acqua.

D: Italo, a Dachau sei stato immatricolato ancora?

R: Sì, non era più quello di Flossenbürg, era 154.749.

D: Lì non sei più andato a lavorare? Eri in qualche comando?

R: No, hanno cercato di mandarmici ma io d’accordo coi compagni me la squagliavo sempre. C’era Ettore, un tecnico della Ansaldo di Genova, antifascista, che mi diceva: “Te prima di partire rivolgiti sempre a me e ti dico cosa fare”. Io so che lui era in contatto con il Comitato di Liberazione Internazionale del campo, insieme a Giovanni Melodia, e io così ho fatto. Poi veniva a trovarmi padre Giannantonio e don Fortin e veniva anche monsignor Behran, arcivescovo di Praga, e Carlo Manziana, vescovo di Crema. Io che non sono un credente ho sempre creduto a quello che mi hanno detto, mi sono sempre comportato così come loro hanno voluto.

D: A Dachau te la ricordi la Liberazione?

R: Come no?

D: Dove eri tu?

R: Ero sdraiato in terra, sotto la finestra.

Al fianco da una parte e dall’altra c’erano padre Giannantonio e don Giovanni Fortin. Venne un americano, anzi prima di lui passarono monsignor Behran e monsignor Manziana, vescovo di Crema.

Ci avvertirono: “Siamo in contatto con la Croce Rossa internazionale”, tramite la radio clandestina che c’era nel campo, “non vi muovete per nessun motivo perché loro vogliono ammazzare tutti”, difatti ne ammazzarono diverse migliaia, “restate nella baracca anche se non si mangia perché da un momento all’altro saremo liberati”. E difatti fu così.

Il 29 aprile alle 17.45 arrivarono a liberare il campo. Mi ricordo che venne un militare vestito da americano e invece era un italiano che si era arruolato dopo l’8 settembre con gli americani. Un italiano di Lucca che io conoscevo. Appena entrò disse: “C’è qualcuno di Lucca qui?” “No, uno di Lucca no, ma ce n’è uno di Seravezza”, e glielo disse padre Giannantonio perché sapeva tutto di me. “Oh, come si chiama?” “Così e così.” “Oh, ma io lo conosco questo. Ci siamo conosciuti a Lucca in una certa occasione.” Disse anche in quale e io qui non voglio ripeterla perché si va a finire ragazzi, mi dispiace. In una certa casa ci eravamo conosciuti e si stava ben vestiti per picchiarci per questioni di precedenza. Lui è quello che venne e mi fece portare immediatamente ad un ospedaletto 150 chilometri distante dal campo. Ci sono stato quindici giorni; mi hanno curato bene e poi volli tornare a Dachau per stare con i miei compagni, perché stavo male lì dal punto di vista personale ma non dal punto di vista delle cure. Mi hanno curato bene finché poi mi hanno dimesso e volevo tornare a casa. Giovanni Melodia, che era il presidente del Comitato Italiano di tutti gli italiani rimasti che ora sta a Roma e sta molto male poverino di salute, ma molto molto, non mi voleva mandare a casa. Diceva: “Non sei neanche a posto, la salute è quella che è, bisogna che tu abbia pazienza”. Io dissi: “Voglio fare la prova; novantatre gradini e poi ridiscenderli.” Li montai così impettito che poi cascai dall’altra parte nella discesa perché non mi vedevano e allora partii e venni a casa.

D: Questo quando era?

R: Era il 24 giugno 1945.

D: Italino, ma quando tu sei arrivato a Dachau dopo un pezzo di marcia a piedi non avete preso anche un treno?

R: Sì, per gli ultimi 80 chilometri, dopo Saal an der Donau, dopo l’episodio di quella vecchietta poverina, ci fecero montare su dei vagoni. Mentre si era lì che si aspettava la partenza cominciò a piovere roba dentro il carro: erano patate crude ma noi le mangiammo anche crude pur sapendo che ci avrebbero fatto male. Io cominciai a urlare fuori: “Chi c’è fuori? c’è degli italiani?” Mi risposero di sì ma mi dissero anche: “Stai zitto” e stetti zitto, non parlai più.

Poi si partì. Eravamo cento per ogni vagone, quei vagoni che portavano il carbone, grandi, aperti, tutti così. Ogni tanto qualcuno moriva e per ripararsi dall’acqua ghiacciata che veniva giù io prendevo due morti e me li mettevo sopra così fino a che si arrivò a Dachau. Alla stazione vicina del campo ci fanno scendere. E chi va a Dachau ha delle fotografie della ferrovia con dei vagoni con cui siamo arrivati noi con tutti morti giù lungo tutta la scarpata della ferrovia. Io, di cento che eravamo su questo vagone, ci sono. Gli altri novantanove nella nottata erano morti tutti.

D: A Dachau non sei mai stato al Revier, non ti hanno mai curato?

R: Dopo che sono ritornato dall’ospedaletto americano sì, ci sono stato una quindicina, venti giorni.

Nencioni Nedo

Nota sulla trascrizione della testimonianza :

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

R: Mi chiamo Nencioni Nedo, sono nato a Livorno il 23.12.1927 e sfollai ad Empoli, fui preso dai repubblichini l’8 marzo 1944. A noi livornesi sfollati ci avevano messo in un ricovero di vecchi, da noi livornesi vennero con la scusa di dire che c’era stato un furto e che quindi ci volevano al commissariato per vedere chi aveva rubato. Io feci presente che io avevo smesso di lavorare e che quindi non c’era bisogno che andassi. Dice: A noi chi ci dice che…?”. Dico: “Voi telefonate là alla vetreria Cesa”. Perché io lavoravo alla vetreria Cesa e mio padre alla vetreria Taddei. Mia madre, povera donna, fu sì impressionata, perché erano le cinque del mattino, si alzò dicendo: “Che c’è, che non c’è?”. “No, signora, non è niente. Sa, c’è stato un furto, così e così, ma se il figliolo non ha fatto nulla si rinvia”. Sicché la mia mamma, povera donna, dice: “Nedo, se è così vai, poi ti rimanderanno”. Tant’è vero, povera donna, quando ritornai tante volte si è mangiata le mani di dire: “La colpa è mia, te non volevi andare”. Da lì scesi le scale e uscii in strada, però fuori c’erano già i pullman che ci presero, ci fecero salire sul pullman. Non so quanti ci presero, ma diversi livornesi che erano sfollati. Ci portarono alla caserma dei repubblichini che si trova nei pressi dell’ex vetreria Taddei, lì vicino. Ora la via non la ricordo. Poi apparve anche…

D: Scusa, Nedo, in quanti vi hanno presi?

R: In tutti a Empoli penso fossimo sulle cinquanta persone. Poi ci sono aggiunte di altri che non sono stati presi a Empoli, insomma oltre cinquanta persone. Fra vetreria Taddei e sfollati e altri ritenuti un po’ degli antifascisti presi nelle case.

D: Lì hanno preso anche il tuo babbo?

R: Sì, dentro la vetreria Taddei sì.

D: Dove vi hanno portati?

R: Dalla caserma dei repubblichini di Empoli ci portarono prima alla caserma degli allievi carabinieri di faccia alla stazione di Firenze. Però il comandante della stazione dei carabinieri disse: “No, non ne voglio sapere”. Allora da lì ci portarono a Villa Triste. A Villa Triste ci misero cinquanta per cella sotto e poi a uno a uno ci fecero salire. Si entrò in una stanza e c’erano due in borghese. Ci chiesero i documenti, presero la carta d’identità e dissero: “Vada, vada”. Io aspettava a uscire fuori, perché attesi anche mio padre. Arrivato anche mio padre si uscì e si fece tanto per andare via, quando invece ci chiamarono per risalire sul pullman. Io pensai che ci riportassero a casa, invece da lì ci portarono alle Scuole Leopoldine.

D: Dove questo?

R: Sempre a Firenze, alle Scuole Leopoldine. Alle Scuole Leopoldine ci misero quaranta per aula, quindi toccò a me, perché davanti a me c’era il mio babbo, dopo il mio babbo a me mi mandavano in un’altra aula. Io urlavo: “No, no, io voglio stare col mio babbo, voglio stare col mio babbo”. Assieme ai repubblichini c’erano anche gli allievi carabinieri e quest’allievo carabiniere mi fece: “Il tuo babbo? Quanti anni hai?”. “Sedici, disgraziato!”. “Come disgraziato? No, no, vai, vai dal tuo babbo”. Così entrai col mio babbo. Però a me non mi facevano tanto la guardia, via via uscivo dall’aula, guardavo e a un certo momento venne una signora in borghese. Fece: “Sono arrivati i tavolini per dare da mangiare a questi volontari?”. Io rientrai dentro l’aula e dissi: “Ci considerano volontari, ci hanno strappato dalle braccia delle nostre famiglie, sono capaci che ci portano in Germania a questo punto”. Per questi tavolini forse si intendevano queste autoblindo. Arrivate le autoblindo arrivò un ufficiale delle SS tedesco, a quello italiano gli disse: “Ma lassm andà”. Cioè in tedesco “lassm andà” vuol dire “lasciamo andare”. Quello italiano disse: “No, no, sono tutti una massa di scioperanti”. Così ci montarono su queste autoblindo e ci portarono alla stazione. Alla stazione di Firenze, lì a Santa Maria Novella, al binario numero 6, c’è anche una targa lì. Lì ci misero quaranta per vagone. Questo fu l’otto marzo intorno a mezzogiorno, non so, o la sera.

D: Scusa, Nedo, c’erano anche delle donne?

R: No, no. Erano tutti uomini, tutti presi per il motivo dello sciopero, però più che altro si vede che dovevano fare un certo numero. Fra quelli di Prato, quelli di Empoli io credo che quando si arrivò laggiù a Mauthausen saremmo stati sulle seicento persone. Però seicento perché ci si legò a quelli di Bologna, a quelli di Milano, a quelli di Torino. L’immatricolazione partì da 56.900, si arrivò a 57.500 quasi.

D: C’erano anche dei religiosi che ti ricordi?

R: Sì, ma questo si seppe dopo. Assieme a noi c’era anche un altro che era un principe inglese, che veniva chiamato Jim. A regola lui sapeva parecchie lingue, non fu messo nel blocco assieme a noi, ma fu messo nel blocco numero 1. Perché certi personaggi gli premevano, perché forse loro li tenevano in un momento e potevano scambiarli per prigionieri su, gli interessavano.

D: Allora, ti hanno caricato a Santa Maria Novella e il viaggio è durato quanto?

R: Fino all’11 marzo. Ci davano solamente durante il viaggio una scatoletta di pasta di pesce salata, però io ero giovane e avevo appetito e mangiavo anche quella che rifiutavano gli altri e un pane in tre. Questo era il vitto di tutto il giorno senza mai bere. Quando si arrivò a Mauthausen, così in aperta campagna ci fecero scendere e salire su al campo di stermino, si prendevano manate di neve per dissetarci.

D: Arrivati a Mauthausen cos’è successo?

R: Quando arrivammo a Mauthausen ci misero un pochino di dietro al muro chiamato del pianto, tutti incolonnati. Faceva freddo, perché molti presi dalle vetrerie erano in camicia, perché in fabbrica dentro coi forni c’è caldo. Quindi immaginiamoci in maniche di camicia, lì tutti sull’attenti, gelavano. Poi arrivò un branco di russi, saranno stati duecento. Li fecero spogliare nudi e quando si videro loro nudi si pensò: “Se ce lo fanno a noi, si muore tutti. Loro ci sono abituati, sono russi”. Poi purtroppo toccò anche a noi. Si andò giù, ci fecero la visita, ci depilarono il capo, sotto le braccia, davanti dove c’è la peluria. Poi le docce, in quattro per mappa, acqua ghiacciata, acqua bollente, lì botte perché si stesse sotto. Poi ogni cento si usciva, ne entravano altri cento, però si doveva stare lì fuori nudi. Ci avevano consegnato un paio di zoccoli all’olandese, una camicia e un paio di mutande, basta. Così sotto la neve che nevicava alla sera, ci toccava aspettare che tutti fossero pronti per andare verso la quarantena. Bisognava marciare diritti per bene incolonnati, perché se uno allungava il passo ci facevano fermare disciplinatamente, dieci minuti di sofferenza lì al freddo, quindi si cercava di andare incolonnati per bene, affinché non ci facessero stare fermi. Si entrò dentro alle baracche. La baracca era composta da due stanzoni, in questa baracca c’era un tedesco che era un capoblocco, era un giovane che aveva ammazzato il babbo e la mamma. Perché i suoi genitori erano un po’ dei benestanti, però lui aveva il vizio del gioco, quindi sperperava un pochino. Sicché i genitori per tenerlo un po’ al passo, questo prese e ammazzò i genitori per spogliarli dei loro beni. Tutti i Kapò e i capiblocco, la maggior parte erano tutti delinquenti, criminali per reati comuni e Hitler aveva dato a loro una possibilità di potersi riabilitare servendo la patria, facendo gli aguzzini a noi. Loro erano i nostri carnefici, loro ci potevano ammazzare senza neppure rendere conto alle SS del perché e per come. Noi dipendevamo tutto da loro. Con le SS poi a volte ci si aveva a che fare.

D: Nedo, scusa, il tuo babbo era sempre con te?

R: Sì, perché appena si arrivò a Ebensee, questo successe perché l’immatricolazione a noi fu fatta due giorni prima della partenza per Ebensee da Mauthausen. Ci fu fatta l’immatricolazione, ci rifù fatta la depilazione e tutto, ci fu dato il vestiario, camicie, mutande, scarponi, giacca, cappotto e cappello, in tedesco Muetze. Quindi ci fecero le fotografie col numero di matricola e l’indomani si partì tutti incolonnati per Ebensee.

D: Il tuo numero di matricola te lo ricordi?

R: Sì, il mio numero di matricola era 57.302, siebenfuenfzigtausenddreihundertzwei. Mentre mio padre aveva 57.301, perché lui si chiamava Nencioni Giuseppe e io Nencioni Nedo, perché l’immatricolazione andò e andava sempre per ordine alfabetico.

D: Quindi la quarantena voi l’avete fatta a Mauthausen…

R: Noi la quarantena si fece non so se appena undici giorni. Da lì si arrivò a Ebensee.

D: Dicevi, vi hanno mandato a Ebensee?

R: Sì, e siamo arrivati a Ebensee..

D: Ma come vi hanno portati a Ebensee?

R: Col treno. Da Mauthausen fino a Ebensee in treno, però il treno sempre si fermava al di fuori della stazione, un pochino. Quindi poi tutta a piedi passeggiando per sentieri dove non c’erano persone. Si arrivò a Ebensee, al campo di Ebensee.

D: Quando questo?

R: Non so se il 23 o il 24 marzo del ’44. Mi ricordo che c’era la neve alta, perché Ebensee come hai visto è un po’ in un luogo… Il capo campo incominciò a chiamare mettendo chi a destra chi a sinistra, corsero le voci, a volte lì subito correvano le voci come il vento, sentii che i giovani venivano mandati da un’altra parte. Quando fu chiamato il mio babbo e dopo io che mi mandavano da un’altra parte, iniziai a dire: “Voglio stare insieme al mio babbo, voglio stare insieme al mio babbo”.

Il capo campo, che era un politico, capì che eravamo babbo e figliolo, perché Nencioni Giuseppe e Nencioni Nedo nelle schede, quindi mi mise assieme a mio padre, anche se lo scrivano del campo non gli stava bene a mano, dicendo: “No, lui è giovane, dieser Junge, dieser …”, dicendogli che non andava bene, perché di giovani di sedici anni, io avevo sedici anni, come me ce n’era altri, ci fu il figliolo del dottor Baroncini che fu rimesso assieme al suo babbo, ci fu il figliolo del Gasparri che anche lui fu messo assieme al suo babbo e molti dei giovani furono rimessi insieme ai genitori. Infatti io stetti nel blocco assieme a mio padre. Mentre Saffo e altri, Saffo fu messo a fare lo stubedienst subito nell’infermeria, perché quando si arrivò noi c’era un’infermeria sola, dopo nacque anche la seconda infermeria. Mentre ci furono altri di Firenze o giovani che furono messi alle cucine.

Io, come ripeto, imparai presto a parlare tedesco, perché ogni volta che davano un ordine, l’ordine lo davano in tedesco, anche se dicevano: “Gehe ins Magazin und bringt Schaufel”, non dicevano in italiano: “Vai in magazzino e prendi la pala”. Quindi fra Magazin e magazzino si capiva, quindi uno andava in magazzino e si trovava un po’ inebriato, perché non sapeva cosa prendere, cosa portare, aveva paura di toccare, perché là erano botte.

E le botte non erano un ceffone e via, ma finché non vedevano il sangue non smettevano. Poi magari quello aspetta, aspetta, arrivava il Kapò e: “Das ist Schaufel”, “questa è la pala” e così erano botte, ripeto. Io imparai presto, anche il numero era tanto importante, perché quando chiamavano non chiamavano per nome, ma chiamavano per numero e c’erano tanti, come il mio babbo, che sapevano dire solamente “ja”, “nein” e basta. Poi magari il numero lo aveva, perché io gli insegnai subito e non è che fosse un uomo che non era intelligente, per carità, però non tutti erano portati.

Ripeto, io ebbi la fortuna di cominciare presto e poi anche di incontrare persone che mi hanno aiutato. Mi ricordo la prima mattina quando ci fu la sveglia, alla sveglia ci mandarono a lavarci, dopo ci diedero il caffè, che poi era una sbroccia di acqua bollita con l’erba, però purtroppo si beveva per avere un qualche cosa di caldo in corpo. Anche l’acqua appena arrivati si beveva, venne la diarrea e tanti morirono per la diarrea, poi si trovò il verso lì a Ebensee di curarla, perché là le medicine non c’erano, il vitto nemmeno, ma si curava mangiando la legnite.

Questa legnite faceva da cemento in corpo, poi si mangiava anche per fame, poi si scoprì che questa ci guariva dalla cosa. A me toccò smettere perché non andavo più di corpo. Il primo giorno quando alla piazza dell’appello il capo campo scandì: “Arbeit Kommando formen” noi si rimase un pochino tutti inebetiti, che vuole questo? Però si videro le persone che c’erano prima di noi scappare ai lati e quindi anche noi si andò ai lati. A me un Kapò mi prese e mi infilò nel suo comando, perché c’erano i comandi che erano formati da cento persone.

Il mio comando… Arrivavano carrelli fuori dalle gallerie pieni di pietre, queste pietre poi bisognava rovesciarle e fare una strada ferrata. Io inesperto com’ero vidi sganciare il carrello e lo feci anch’io, sganciai il mio carrello, poi guardavo un pochino le pietre come fare, se buttarle di sotto, se volevano alzarle. Nel frattempo venne il Kapò, incominciò a darmi manganellate nel capo, io continuavo a buttare sangue dal naso e dalla bocca, ruzzolai per tutta la scarpata e con l’acqua, un secchio d’acqua mi fece rinvenire, mi riportò su e poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”. Io non capivo, rimasi intimorito, come? Accanto a me c’era un avvocato romano, era un ebreo e mi fece: “Ha chiesto quanti anni hai”.

Io gli dissi sedici anni e questo gli dice: “Sechzehn Jahre habe”. “Ach so” fece questo, “Ah sì” e andò via. Io però con la coda dell’occhio ogni volta che lo vedevo avvicinare prendevo la pala e mi davo da fare per dodici. Questo Kapò forse non mi avrebbe fatto più nulla, però purtroppo il timore c’era sì. L’indomani mattina quando ci rifù l’appello e fu riscandito: “Arbeit Kommando formen” io andai in un altro comando per scansarmi da questo poco di buono. Mi ricordo che in quest’altro comando si trasportava delle tavole lunghe in due. Sarà stato verso mezzogiorno, mancava poco per andare a mangiare, capita questo Kapò, mi prende, perché io ero in testa e dietro a me c’era un altro, si portava questa tavola. Mi toglie di sotto, va in terra la tavola e mi fa: “Warum kommst du nicht mit mir arbeiten?”, “Perché te non sei ritornato con me a lavorare?”. Intervenne l’altro Kapò, si presero fra di loro e io ripresi la tavola e con questa andai via. Poi mi capitò un altro comando, in quest’altro comando facevano le fosse non biologiche, ma per gli spurghi delle acque.

C’erano questi tubi di cemento grandissimi che bisognava farli rotolare e poi con dei cosi sollevarli e buttarli dentro. Io gli dissi a quest’ingegnere: “Perché non mette delle tavole così sopra a questa fossa? Si rotola ugualmente e poi si tira una tavola da destra, una da sinistra e poi si fanno scivolare”. Questo ingegnere mi guarda, mi fa: “Wiviel Jahre du?”.

“Sechzehn Jahre”, perché già cominciavo a immagazzinare tutto quello, non so, il pane “Brot”, le scarpe “Schuhe”, tutto quello che sentivo che era necessario lo immagazzinavo, ecco come ho imparato a parlare il tedesco.

Non so se tu vedi che ogni volta che vengo là parlo, per carità, non parlo come parlare l’italiano, ma mi so abbastanza difendere. Quest’uomo mi prese in simpatia, mi ritenne un ragazzo intelligente, mi disse: “Te che mestiere fai?”, io gli dissi: “Ich arbeite Glas”, io lavoro il vetro.

Mi portava rispetto. Nel mio stesso blocco c’era un Kapò che non era tedesco, era un polacco, però siccome era di quel tratto che la Germania disse: “E’ Germania” era ritenuto tedesco. Assieme a lui c’era un suo amico che era stato a lavorare in Spagna, mi disse se volevo andare a lavorare con lui, mi avrebbe messo in un posto buono. Erano già passati due mesi. Lì per lì ci pensai, perché con questo stavo bene perché ero rispettato, nemmeno il Kapò mi poteva quasi più toccare.

Solleticato un pochino da queste parole, dissi di sì. Infatti andai a lavorare con lui e questo mi mise in un magazzino. In questo magazzino conobbi questo Alexander, io che si chiamasse Alexander o come… Solamente quest’uomo quando mi vide, mi guardò un po’ perplesso, poi mi fece: “Wiviel Jahre du?”, io: “Sechzehn Jahre habe”, “Bist du Jude?”, cioè “Sei ebreo?” “No, no, io, come vede, triangolo rosso, sono considerato politico”.

Questo tentennò il capo, perché sedici anni, combinazione poi l’ho saputo dopo che anche lui aveva sedici anni quando lo misero lì a lavorare, quindi tentennò il capo a sentir parlare di politico. Quest’uomo tutti i giorni mi dava un pezzetto di pane o per esempio diceva: “Sai, oggi ho fatto i maccheroni, tieni”, insomma mi dava la pastasciutta, che poi era pasta bollita nel latte. Insomma quest’uomo mi aiutava, poi mi dava sempre notizie su quello che era il fronte russo, il fronte americano, mi dava quell’incoraggiamento, anche queste notizie mi davano la possibilità di dire “Presto finisce la guerra”. Rientravo nel campo, dicevo agli altri: “Sapete…”.

Tant’è vero anche quando ci fu che Mussolini trovò l’accordo di liberare tutti i prigionieri militari, io portai la voce dentro il campo e mi dissero: “Non ti illudere, noi da qua non usciamo più. Non siamo come prigionieri militari”. Infatti fu così. Quando fu liberata Firenze mi disse: “E’ stata liberata Firenze”, mi fece vedere il giornale.

Assieme a me c’era questo amico di questo Kapò che era stato a lavorare in Spagna. La SS aveva bisogno di un posto dove mettere delle patate, perché arrivarono tante patate e non avevano il posto. Chiesero se lui le metteva nel suo magazzino, questo disse di sì. Questo che era assieme a me mi disse: “Perché non chiedi due patate? Se gliele chiedi tu, te le dà. Si mangiano, si fa a metà io, te e il tuo babbo”.

Da principio a metà io e lui non ci sarei stato, perché mi sentivo di compromettere quest’uomo, ma sentendo dire anche mio padre… Infatti gliele chiesi. Quest’uomo mi disse: “Sì, e come le mangi?”. “Così”. “Ah no”, dice, nella mia stanzina c’era una stufa, c’era una bacinella con l’acqua.

Dice: “Fai un tappo di legno, così le metti a cuocere, tu le tappi e se anche viene il Kapò o la SS non vanno a vedere cosa c’è, lasciano perdere e tu puoi mangiare”. Così si faceva tutti i giorni, si mangiavano queste patate, ne davo la parte al mio babbo. Un giorno mentre eravamo lì a sedere e si mangiavano le patate, perché tornando un passo indietro questo tedesco mi disse: “Guarda, tanto ci sono le porte a vetri, tu ti metti lì e non fa nulla.

Se poi vedi arrivare qualcheduno, un Kapò o la SS, ti metti a ungere un dado, fai qualche cosa tanto per far vedere che fai. Quindi si vedeva la gente se arrivava o no. C’eravamo messi a sedere mentre si mangiavano queste patate, arriva un Kapò, era uno zingaro sicché quest’uomo si trovò nei guai, corse per non farci picchiare, gli offrì 1.000 marchi, gli offrì sigarette.

L’indomani purtroppo questo tedesco non c’era più. Io sentii il rimorso di dire che quest’uomo era venuto a fare la fine mia, è colpa mia. Anch’io fui mandato via da lì. Quello che entrò al posto di questo tedesco, disse: “Aspettate, aspettate, lo voglio vedere”, infatti mi guardò e disse: “Sì, va bene, vai via”.

Da lì fui mandato, erano già arrivate dentro le gallerie queste botti, cisterne per la lavorazione del petrolio, per la raffinazione, però si dovevano rivestire. Si doveva mettere prima una fascia che era larga più di un metro, lunga ,che c’era la lana di vetro, si doveva tappare così, col filo di ferro poi legarli.

Quando era tutta lavorata e rivestita di questa roba si doveva mettere una rete metallica. A questa rete metallica erano appiccicati già dei cosi di stucco, di gesso. Anche questa rete poi rivestita, poi si doveva murare col cemento e fare una specie di thermos per il freddo. Lì c’era un maresciallo dell’aviazione che era un ingegnere, avevano bisogno di manodopera, con noi c’erano civili, c’erano questi dell’aviazione, ma anche della marina che ormai l’aviazione era bell’e disfatta.

Quindi furono messi lì. Questo maresciallo fumava, a me venne voglia, vidi che era quasi alla cicca e gli feci: “Feldwebel, gibt mir deine …?”, cioè “Maresciallo, mi dai la tua cicca?”. Quest’uomo incomincia a urlare, pareva che mi mangiasse. Prese e andò via, io dissi: “Mi è andata bene”.

Ritornò e mi fece: “Guarda, vai lì di dietro che ti ho messo una sigaretta, ma stai attento, pass mal auf, stai attento”. Presi, andai a fumare questa sigaretta e anche quest’uomo mi chiese quanti anni avevo. Quando gli dissi l’età, anche lui sedici anni, guardò, rimase ancora e disse: “Ma che, sei ebreo?”.

“No, io non sono ebreo”. Sarà stato verso le quattro, mi disse: “Guarda, vammi a lavare questi gambali”. Io presi i suoi gambali, ci andai anche un po’ più contento di dire “Ho trovato una persona umana”, ci andai con più enfasi per rispetto. Ci stetti anche più del solito. Quando tornai mi guardò e mi disse: “Sei tanto scemo, ritorna a lavarli”. Proprio per farmi perdere tempo e lavorare il meno possibile.

Era già passato un mese, bisognava andare a fare i rivestimenti fuori a questi tubi, perché venivano i vagoni, il treno con questi vagoni cisterna a portare il grezzo e a prendere il raffinato. Quindi c’era il succhiò per buttare e c’erano queste tubature fuori che anche queste andavano rivestite che sennò il gelo…

Capisci? Un giorno mi disse, perché ormai aveva questa confidenza con me, si parlava del più e del meno, non di politica, per carità, però si parlava magari dell’Italia, il clima, la pastasciutta, queste cose. Quest’uomo mi disse: “Guarda, io proprio mi sento male, perché qui il lavoro va a rilento, io picchiarvi non vi voglio picchiare, però io sono nei guai, perché qui bisogna che questo lavoro vada avanti”.

Io gli dissi: “Vede, maresciallo, tutt’al più Lei c’è e se ne accorge che con questo freddo lavorare fuori alle intemperie con la neve sulle spalle o gli acquazzoni, il freddo, le mani sono rattrappite, si tocca il ferro…”.

Questo maresciallo ci fece dare una specie di tuta impermeabile che arrivava fino qui. Il comandante del campo delle SS lo richiamò al dovere, quasi lo voleva ficcare dentro al campo anche lui. Disse: “Te sei un po’ buono, vuoi fare sfuggire queste persone aiutandole. Lo sai che a questi non si deve dargli nulla”.

Questo gli disse: “Senta, prima di tutto non mi interessa delle vostre cose, a me interessa che vada avanti il lavoro, perché la ditta vuole il lavoro. Siccome io ho constatato che queste persone non possono lavorare in queste condizioni, sia questi sia che ne vengono altri, sono uguali.

Io il lavoro voglio che vada avanti. Se non vi va bene, voi gli fate un disegno dietro alla tuta che sono del campo di sterminio”. Infatti ci fecero una KZ, però queste ci rimasero.

Succede che mio padre, pover’uomo, non camminava più, perché aveva subito un infortunio sul lavoro già tanto tempo prima, mi pare verso il mese di giugno. Andò a sganciare un vagoncino, andò per sganciare l’altra parte, ma l’altra parte era bell’e sganciata, quindi tutte le pietre gli vennero addosso.

Gli furono colpite più che altro le gambe. Lo salvarono russi e polacchi, erano assieme a lui a fare questo lavoro lì fuori, lo misero in infermeria. Nell’ottobre o novembre gli si rigonfiavano queste gambe, sì, nell’ottobre. Gli si rigonfiavano e quest’uomo non camminava più. Gli facevo: “Babbo” e lo aiutavo a ritornare via, ma se non si camminava a passo ci sparavano e ci ammazzavano tutti e due. Sicché gli dicevo: “Babbo, marca visita”.

Quest’uomo però a marcare visita aveva paura, perché tanti marcavano visita anche se avevano la TBC, bastava dicessero di no che gli davano venticinque bastonate e con venticinque si moriva. Poi, pover’uomo, marcò visita, infatti fu riconosciuto. Da lì fummo presi tremila e duemila da Mauthausen e mandati a Wels. A Wels c’era la ferrovia che era stata distrutta da un bombardamento.

Ci presero e ci portarono a riattivare la ferrovia là a Wels. Passò del tempo, mi ricordo una volta, c’erano dei militari e uno gli fece: “Vedete quelli lì? Sono peggio di noi”. E questi: “Ma che, ce n’è italiani?”. Io gli dissi: “Sì”, e questo gli fece: “Non gli parlare, perché è pericoloso”. Io capii che tra di loro prigionieri militari… Un giorno, perché quando ci facevano prendere le lungarine non è che prendessero una squadra e la mettessero a…

No, diceva: nove persone, una lungarina di undici metri, come va va. Se quello non ci arrivava, ci metteva la mano e la forza non ce la faceva. Una volta, mi ricordo, ero in testa. C’erano le buche, perché i bombardamenti avevano fatto delle buche. Molti ebrei facevano i furbi, io mi intrappolai e mi sbranai una mano. Quello della SS mi prese e mi portò in infermeria, perché succedeva questo, che se ti facevi male sul lavoro, lì sì, ma a Ebensee ti mettevano da una parte e finché non si ritornava al campo…

Se eri morto dissanguato, eri morto dissanguato. Finché non si ritornava al campo in infermeria non ti portavano. Però in infermeria se ti eri fatto male, sì. Ma se ti avevano picchiato te ne davano altrettante, quindi non conveniva andare in infermeria. Ci si medicava col piscio.

Ci si pisciava in mano e ci si medicava. Uno delle SS, ma era giovane, avrà avuto venticinque, ventisei anni, col mitra mi portò dentro la stazione a medicarmi. Fui medicato, si tornò via. Quando siamo all’ultima panchina della stazione, mi fa: “Achtung! Komme zurueck und sitze”, cioè “Fermati, vieni con me a sedere”. Mi metto a sedere, quest’uomo tira fuori il portafoglio e mi fa vedere la fotografia.

C’era sua moglie, il suo bambino o la sua bambina, ora io non mi ricordo. Gli feci: “Questa è tua moglie? Sì? Questa è il tuo bambino? Sì? Sono belli”. Dice: “La guerra è orrenda. Forza, forza, tanto fra poco sta per finire. Io forse la mia famiglia non la vedrò più”. Io zitto, perché temevo che fosse anche un po’ un tranello per farmi…

Quest’uomo butta giù lo zaino, tira fuori il pane, ne fa due fette, prende la marmellata, ci mette la marmellata e me lo offre. Lì per lì indugio, poi la fame, la presi e la mangiai. A volte degli episodi anche umani si sono verificati. Da lì, siccome anche la SS scappava perché aveva paura più che altro del fronte russo, perché erano più vicini i russi. I russi non li contrastava più nemmeno l’avanzata.

Avevano paura, perché sapevano che le avevano fatte. Quindi scappavano. La resistenza era più dalla parte occidentale. Prima di abbandonarci, ci riportarono a Ebensee. A Ebensee ci fecero rimontare su vagoni, non vagoni bestiame, ma questi carri che ci portano il carbone, aperti.

Mi ricordo, erano i primi di aprile, verso il 15 aprile. Quando vidi il mio babbo l’indomani, sì, verso il 20 aprile. Però nevicava, c’era ancora freddo. Mi ricordo che si arrivò a Ebensee, vivi fummo in trecento soli, gli altri erano tutti morti in treno. Se uno scendeva per orinare, poi attaccava la rincorsa e faceva in tempo a riprendere il treno, perché andava piano. La Liberazione fu un po’… Come ti posso dire?

Presero tutti, ci misero in una baracca e non ci mandarono a lavorare. Tanto siamo alla fine, quindi non ci mandano a lavorare. L’indomani mattina ci fu l’appello, ci si accorse tutti che era prima. Si pensò che c’era qualcosa di nuovo. Il comandante del campo, delle SS chiamò tutti gli interpreti, cosa mai fatta, perché se c’era un’esecuzione veniva fatta e noi tutti sull’attenti, si doveva vedere. Quella volta, invece, volle tutti gli interpreti e disse: “Da oggi sarete tutti liberi, non perché noi siamo stanchi di tenervi, ma da un momento all’altro ci saranno i vostri liberatori.

Però, come sapete, in ogni guerra i morti ci sono da ambo le parti. Però voi avete la fortuna che avete le gallerie, entrate nelle gallerie così vi salverete”.

Poi lo dissero in francese, ecc. Tutti si disse di no. Però loro il tempo materiale non l’ebbero per costringerci a portarci, quindi finito il discorso lo stato maggiore scappò tutto. Rimasero solamente le sentinelle. Le sentinelle verso le 9.00 della mattina un fischio e andarono via anche loro.

Andate via anche loro si sentì dopo poco che avevano minato le gallerie, quindi scoppiarono le mine. Da noi: “Gli americani, gli americani” e tutti a correre da una parte, “di là gli americani” e correre dall’altra. Poi da ultimo si sfondò la porta, si sfondò, io no, diciamola franca. Io se avessero tardato qualche altro giorno non ce l’avrei fatta neppure io a ritornare.

Tant’è vero, l’ultima ferita che ebbi la medicarono gli americani con la penicillina e mi dissero: “Guarda, quando ritorni in Italia sei bell’e guarito”. Infatti in Italia era bell’e secca. Sfondata la porta entrammo nelle baracche delle SS e si trovarono le valigie con vestiti civili, mitragliatrici, macina-pistole, pistole. Si rientrò dentro il campo e si incominciò ad ammazzare i Kapò che s’incontrarono, anche se qualcheduno riuscì a svignarsela.

A me a Ebensee anche il Sindaco di Ebensee mi disse che questo Kapò zingaro è stato a Ebensee parecchio tempo, capisce? Ora, non so quanto, ma mi disse che è stato lì a Ebensee lui. Questo è un pochino il tutto.

D: Nedo, ascolta, il tuo babbo?

R: Il mio babbo, ti ripeto, lo vidi quando ritornai da Wels. Quando lo vidi ci si abbracciò dicendoci: “Forza, fra poco è finita la guerra”. Dice: “Fra un po’ è finita davvero, vedrai che io…”. “Cosa che te?”. Dice: “Sai, domani mi mandano a lavorare”. Dissi: “Meglio così perché so che le razioni saranno ridotte, a noi un pane invece di darcelo in tre ce lo daranno in sei, ma a voi dentro l’infermeria ve lo daranno in nove.

Quindi anche il mangiare è sostegno, l’alimentazione… E’ bene che tu riprenda il lavoro”. Ma lui forse se ce lo tenevano era anche perché dava una mano a fare il barbiere, perché lui quando si presentò lì al blocco che chiesero se c’era nessun barbiere, il mio babbo disse: “Io”.

E gli spagnoli: “italiani no, italiani no”. Perché, come tu sai, questi spagnoli erano tutti scappati dalla Spagna per via della rivoluzione spagnola e, come tu sai, Mussolini mandò i fascisti laggiù a combattere. Questi però non si rendevano conto che tanti italiani per non andare a combattere a fianco a loro e tanti altri italiani, come per esempio mio padre, facevano le collette per mandargli i quattrini per potersi comprare le armi per combattere. Però io tutto questo non lo sapevo, sentii “italiano no, italiano no” e quindi non fu messo. Mentre poi Grazzini era veramente barbiere e lo misero come barbiere, perché sennò si sarebbe salvato anche lui.

D: Il babbo è mancato a Ebensee?

R: Sì, lui è morto a Ebensee, però nessuno mi ha saputo dire che è morto, poi io non l’ho visto. Nessuno me l’ha saputo dire. Non me lo avranno saputo dire perché forse non me l’hanno voluto dire per le condizioni in cui ero. Ti ho detto, quando fui liberato non ero in condizioni proprio…

Poi andando in giro si trovò qualcheduno delle SS, si è riportato al campo, si è ammazzato. Poi il comandante americano ci fece l’appello dicendo che o si faceva finita o anche loro mettevano le sentinelle. Noi si disse: “Lei dice bene perché non ha subito quello che abbiamo subito noi”. “Sì, avete ragione, per carità, lo so benissimo, per carità. Però se si fa ognuno giustizia da sé, sarà un odio che andrà avanti. Invece un domani ci sarà un tribunale e poi la giustizia fatta”. Lo sai anche te quello che è stato.

D: Nedo, tu sei stato liberato il 6 maggio, no?

R: Sì.

D: Del ’45?

R: Sì.

D: Quando sei rientrato in Italia?

R: In Italia dopo un mese. So di essere arrivato a casa il 25 giugno. Perché scappai dal campo di Bologna. Arrivato a Bolzano mi volevano ricoverare e io no, perché volevo rivedere il mio babbo, perché tanti mi dicevano: “Ritorna, è capace, con la confusione che c’è stata”. Ho detto: “E’ a casa”. “Quindi sono infelici perché manchi te, è capace, via, andiamo, andiamo”. Mi convinsero a ritornare, da Bolzano io che dovevo essere ricoverato anche per questa ferita, poi fu segnato che il malato di Ebensee esce….

Uno disse: “Segnali anche la ferita”. “Si, ma lasciala fare”. “No, segnala”. Ma non me la volle segnare questa ultima ferita. Da lì portarono a Verona. Ci portarono su un camion da Bolzano a Verona. C’erano gli autisti tedeschi, loro andarono a mangiare e a noi nulla. Quando si arrivò a Bologna, io andai quando ci davano il rancio, chiedevo per me, per Nencioni e per Nedo.

Ero sempre io ma ne prendevo tre, la fame… Poi sentii che c’erano persone che erano lì da quindici giorni, dodici giorni. Io assieme a quel livornese, eravamo quattro o cinque, ci si organizzò. Si poteva uscire, però non con la roba.

Allora dissi: “Guardate, voi andate fuori, io poi vi passo la roba, poi esco anch’io e si va via. Sennò qui…”. Infatti si trovò un camion che andava a Roma, da Firenze ci passa, sentiamo se ci porta. “Sì, sì” dice. Voleva dei quattrini, ma qua quattrini non ci sono, tutt’al più ci sono due stecche di sigarette americane, perché questa roba ci avevano dato. “No, no”.

Se avessi avuto la forza, avrei rovesciato il camion. Si montò sui vagoni merce lì alla stazione, da Bologna si arrivò a Firenze, da Firenze a Empoli. Mi ricordo che strada facendo ero vestito mezzo tedesco, mezzo americano e mi guardavano alla mattina prima delle 5.00. Mi fecero: “Ma che, sei Italiano?”. “Sì, sì”. “Da dove vieni?”. Gli raccontai dalla Germania. “Dove stai? Vado ad avvertire tua mamma”. Mi pare vero, infatti questo andò.

Toselli Dina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Prego, come ti chiami?

R: Dina Toselli. Sono nata a San Giovanni in Persiceto il 5 gennaio del 1926.

Se devo raccontare il perché sono andata a finire nel campo di concentramento, vado indietro al 5 dicembre del 1944.

Eravamo a letto…

D: Dove, Dina, scusi?

R: Ad Amola di San Giovanni in Persiceto, eravamo a letto, abbiamo sentito bussare. Mio padre ha detto: Non andate ad aprire”.

E io ho detto: “Anche se sono i tedeschi, bisogna andare ad aprire papà, altrimenti questi ci fanno fuori tutti subito a letto”.

Mi sono alzata, sono andata ad aprire e c’erano i tedeschi e hanno arrestato mio padre che si chiama Aldo ed era del 1903 e mio fratello che si chiamava Dino che è del 1927 e li hanno portati fuori ammanettati.

Io mi sono alzata.

Intanto i tedeschi avevano cominciato a frugare per la casa, e una cosa che mi è rimasta molto impressa nella mente, è che due tedeschi sotto il sottoscala dove mio padre e mia madre avevano messo il granoturco sgranato, cercavano qualcosa sotto.

Naturalmente non hanno trovato niente perché non c’era niente.

Poi, una mia vicina di casa mi disse: “Vieni che andiamo a San Giovanni in Persiceto e andiamo a vedere se qualcuno ci può aiutare, qualche autorità, qualcuno”.

Allora mi sono messa il cappotto su quello che avevo, sul grembiule e ricordo che avevo le ciabatte che mi aveva fatto mia madre, con la suola di copertone.

E ci siamo avviate. Come ci siamo avviate, ci hanno preso e ci hanno arrestato.

D: Chi, in questo caso, sempre …?

R: Sempre i tedeschi. Dopo avere fatto il rastrellamento ed hanno arrestato altre persone, andarono in altre case, tutti i vicini, tutti i ragazzi. Ci hanno portato nella Chiesa di Amola.

Io non ho una buona impressione della Chiesa e mi dispiace dirlo, non si è fatto vedere nessuno.

Ci hanno portato in Chiesa, e poi ricordo che mio padre lo avevano legato con le mani dietro alla schiena e la corda al collo e lo tiravano con molta poca delicatezza.

Poi io cercavo di uscire da questo imbroglio, dicendo che avevo un passaporto, infatti lavoravo presso un’azienda ad Anzalo dell’Emilia e avevo un passaporto, un lasciapassare e l’ho presentato.

Allora sembrava quasi quasi che mi lasciassero andare via. Invece è arrivato qualcuno, che io non ho neanche idea di chi sia e non ricordo neanche come fosse che disse: “No”. Così sono rimasta con gli altri.

Poi è passato del tempo e ci hanno portato a Sant’Agata in un posto, era una palestra, ci hanno messi tutti con la faccia contro il muro e lì c’erano i tedeschi con le armi spianate, e i cani. E io ho pensato che ci facessero fuori.

Eravamo in molti, siamo passati da Anzalo dell’Emilia che avevano già fatto un’altra retata ad Anzalo dell’Emilia e ci hanno portato a San Giovanni in Monte.

E lì, io con le ciabatte in mano perché si erano sfasciate queste ciabatte, e avevo messo i piedi sotto il cappotto, il 5 dicembre, dentro un camerone di una prigione, è passata una suora e mi ha detto: “Stia composta, tiri giù le gambe” e siamo rimasti lì fino al giorno che ci hanno portato a Bolzano.

D: Quella notte che ti hanno arrestato il padre, tuo fratello e poi te e la tua vicina di casa e poi hanno proseguito il rastrellamento, in quanti, più o meno?

R: Non so, non te lo so dire. So soltanto che c’ero io, mio padre, mio fratello e mio cugino.

D: C’erano soltanto i tedeschi o anche italiani?

R: Anche dei tedeschi perché una volta, quando arrivammo dentro a San Giovanni in Monte ci hanno preso e mi hanno fatto un interrogatorio, non ricordavo più…, e volevano sapere qualcosa dell’ospedale Maggiore. Allora io ho detto: “Sì, ci sono stata nell’ospedale, ma non sono stata all’ospedale Maggiore. Sono stata all’ospedale di San Giovanni in Persiceto perché avevo una pleurite essudativa”.

Allora lui mi ha guardato e ha detto: “No, tu eri all’ospedale Maggiore, tu conosci Brunello” e dissi: “No, io non conosco nessun Brunello e all’ospedale Maggiore non ci sono stata”.

“E Brunello?” “Non lo conosco”.

“E Alfredo?” Dico: “Quello sì, abita a due passi da casa mia”.

“Brunello e Alfredo sono la stessa persona”.

“Se lo dite voi, io non lo posso sapere”.

D: Queste affermazioni chi le ha fatte, un italiano o un tedesco?

R: Due tedeschi che a un dato momento uno di quelli mi ha cominciato ad interrogare e mi ha dato un ceffone e io dopo ho chiesto di andare al bagno perché tra il ceffone e tutto il resto avevo bisogno di andare in bagno e lui aveva detto: “No, non ti lascio andare” e poi è andato via.

E l’altro che è rimasto, si sa come fanno, ci sono i buoni e i cattivi, il buono ha detto: “Perché è così arrogante?” E ho detto: “Io non sono arrogante, ho risposto alle domande che mi avevano fatto e più di dire quello che dovevo dire, non so cosa…” Ho detto: “Mi fa andare in bagno” e mi ha detto: “Adesso la faccio andare in bagno”.

Poi è finito l’interrogatorio, hanno interrogato anche gli altri e la sera ci hanno riportato a San Giovanni…

D: Scusa, nell’interrogatorio non hanno fatto…

R: No, ai Giardini Margherita. Come fa a saperlo che io non lo ricordavo più?

D: Un’altra cosa: quando ti hanno portato a San Giovanni…, tuo padre e tuo fratello…

R: Anche loro, ma gli uomini erano da una parte e le donne erano da un’altra.

Noi, quando siamo partiti, perché noi siamo partiti il 23 o il 22 e siamo arrivati il 24 dicembre, dunque eravamo lì da un bel po’, da quindici giorni circa.

Io sapevo che avevo mio padre, e c’era uno degli SS, un ragazzotto come me, a cui io dicevo: “Fammi parlare con mio padre, che cosa ti costa?” E lui diceva: “No, non posso”.

E io dicevo: “Fammi parlare con lui”.

Sembrava quasi che fosse convinto e poi avrà chiesto a qualcuno se potevo, se non potevo, non me l’ha fatto vedere.

D: Neanche tuo fratello?

R: Io non li ho più visti neanche da Sant’Agata, non ho mai più visto nessuno dei due.

D: E tu hai subito solo un interrogatorio?

R: Solo un interrogatorio.

D: E sei stata accusata di che?

R: Di fare parte dei partigiani.

D: E tu facevi parte dei partigiani?

R: Se devo dire proprio la verità ero su quella strada, ma ero su quella strada, non avevo ancora fatto niente. Mio padre era un vecchio antifascista, mio fratello sì, invece, faceva parte di un gruppo.

Mio padre era un vecchio antifascista, quando veniva su Benito Mussolini, lo prendevano e lo cacciavano in galera. Tant’è che lui non trovò mai da lavorare, in Italia, era sempre fuori a lavorare.

Prima hanno bonificato l’Agro Pontino, poi è andato in Africa, poi è andato in Albania, insomma lui poveretto non era mai a casa.

Lui voleva mantenersi, che poi in effetti…, era sempre via, stava via due anni, tre anni, poi veniva a casa e stava a casa due o tre mesi, poi tornava via, la sua vita era questo…

D: Lì, a San Giovanni …, in carcere sei rimasta quindici giorni?

R: Circa. Siamo stati arrestati il 5, siamo partiti verso il 22. Al 24, la vigilia di Natale eravamo a Bolzano il 23, adesso con esattezza le date non le ricordo molto bene.

Nel lasso di tempo siamo rimasti sempre lì.

Io non ho avuto niente altro che questo interrogatorio.

Non ricordo agli altri cosa sia successo, se hanno interrogato anche gli altri, perché non lo ricordo assolutamente, però lì ci siamo stati un po’.

D: Hai avuto contatti con i tuoi parenti?

R: No. Avevo solo la mia mamma, e la mia mamma aveva un bambino piccolo, perché fra me e il mio fratello più piccolo ci sono sedici anni di differenza e allora il bambino piccolino aveva due anni, non avrebbe neanche saputo fare, perché mia madre era una donna di una certa epoca, e non era mai andata fuori da San Giovanni in Persiceto.

Siamo stati anche a Nettuno perché papà lavorava in quei paraggi, ci siamo stati per sei mesi e poi siamo tornati a casa.

D: Dopo circa quindici giorni di carcere a San Giovanni in Monte, cosa è successo?

R: E’ successo che siamo andati a Bolzano in un camion, dove c’erano gli uomini e le donne, tutti assieme, un camion unico.

Erano più camion perché eravamo in novantanove, novanta uomini e nove donne.

D: Mentre invece durante il rastrellamento le donne erano tante?

R: No, durante il rastrellamento le donne erano sempre molto poche. Io ricordo Maria e poi un’altra, sempre dell’Amola che si chiamava Nina, noi tre e basta. Le altre erano o di Antolla o di Calderano di Reno, come la Torrini.

D: Se tu ti ricordi, sul camion con voi, c’erano delle sentinelle, delle guardie?

R: Probabilmente sì, ma anche se non ci fossero state, dove saremmo andati? Il camion correva sempre, giorno e notte.

D: Chiedo scusa, … al mattino, al pomeriggio, alla sera?

R: Non mi ricordo. Io credo di pomeriggio perché abbiamo viaggiato anche di notte.

Non ricordo con esattezza.

D: Però non ti hanno detto dove vi trovavate?

R: No, non ce l’hanno detto.

Siamo arrivati in campo di concentramento, gli uomini li hanno messi da una parte, le donne le hanno messe da un’altra parte perché erano separati i blocchi.

E poi siamo stati lì, ci hanno numerati, poi ci hanno tolto tutti i vestiti. E gli uomini sono stati tosati per bene, le donne no.

Ci hanno dato un paio di pantaloni, quelli da marinaio grigi, una mantella grigio verde, un paio di zoccoli, un paio di calzini, e la biancheria intima no, l’avevamo noi, non avevamo niente altro, solo quello che indossavamo, non avevamo niente. Poi siamo stati lì…

D: Ti ricordi di che blocco?

R: Dovrebbe essere il blocco “T”, però non ci giurerei sopra.

Il mio numero è 6998.

Io poi ero una prigioniera politica, mentre c’erano delle altre persone che erano gli ebrei l’avevano diverso. Il nostro era rosso, mentre quello degli ebrei era giallo.

C’erano delle persone, donne anche, che invece di avere il triangolino l’avevano rotondo ed erano le pericolose.

D: Questo, sempre nel tuo blocco?

R: C’erano due blocchi di donne, non ce n’erano molti.

Erano più i blocchi degli uomini.

Poi, di quello che io posso ricordare è che tutte le mattine si faceva la conta, gli uomini da una parte, tutte le donne dall’altra e il tedesco dopo avere contato i prigionieri faceva tenere i berretti in testa, e poi diceva: berretti giù.

Allora, se il rumore del berretto sulla gamba era bello, fatto bene, tutto andava bene, altrimenti si ripeteva fintanto che non veniva soddisfatto il tedesco.

Siamo stati lì e poi hanno chiesto se volevamo andare a lavorare per un’azienda, e io ho detto di sì perché non ne potevo più perché stavo impazzendo, non avevo niente da fare, io pur essendo giovanissima ho sempre lavorato, nel senso che già ero stata impiegata in un’azienda e avevo un buon impiego, ma ho sempre lavorato con le mani, e lì tutto il giorno senza fare niente, senza leggere, senza fare niente è la cosa più brutta e per me è la tortura che uno possa infliggere a una persona, perché a non fare niente si muore e io ho detto: “No, non voglio morire”. Così sono andata. Mi hanno preso e sono andata in una galleria dove passava il treno e questa galleria era stata trasformata in una fabbrica, dove c’erano molte macchine utensili.

Mi misero sopra questa macchina e ho cominciato ad usarla. La usavo bene. Era una macchina che faceva cuscinetti a sfera e io facevo l’incavo dove stava il cuscinetto e ne dovevo fare seicento al giorno. E ne facevo di più.

Allora quando vedevo che ero quasi alla fine, davo una spintina di più all’ago, che così si rompeva, aspettavo che me lo venissero ad aggiustare, poi ne facevo seicento uno, seicento due, mai più.

Per paga ci davano un pezzo di pane in più.

Siccome si mangiava tutto insipido, in quello che ci davano non c’era sale, e non era neanche sufficiente a campare, invece lì ci davano un pezzo di pane e poi eravamo in mezzo ai civili, non si vedevano mai i soldati o la SS, perché facevano la guardia ai due portoni, alle due entrate e praticamente eravamo liberi di parlare, di gestire e stavamo lì, lavoravamo e a me piaceva.

Sinceramente non posso dire che lì mi trovavo male, mi trovavo bene perché avevo fatto delle amicizie, avevo fatto delle amicizie con delle altre persone, con delle altre donne che venivano da un’altra città, tant’è che non ci si chiamava più con il nome, ci si chiamava per la città di provenienza, Bologna ci chiamavano. Quell’altro era Belluno, quell’altro era Torino, si stava bene e poi le persone che erano dentro come i civili, che erano quelli che quando noi rompevamo la macchina ce la venivano ad aggiustare, ci portavano sempre non proprio da mangiare, però i dadini per insaporire la minestra e lì ci siamo stati fino alla Liberazione.

Io però ho saltato un episodio che vorrei dire: quando eravamo nel blocco, una notte le donne ebbero lo schiribizzo di fare le cretine, ovverosia di darsi alla pazza gioia.

Una ragazza trovò un manico di scopa, un fazzoletto rosso e ci mettemmo a cantare come delle dannate “Bandiera rossa” e tutto quello che ci saltava fuori dalla mente. Una cagnara… Nessuno disse niente.

La mattina dopo, la capo blocco fu chiamata dai tedeschi, si chiamava Cicci la capo blocco.

Venne di nuovo da noi, ci radunò, ci parlò e ci disse: “Per questa volta lasciamo perdere, quest’altra volta gli uomini andranno fuori e staranno fuori senza cappello per dei giorni e dei giorni”.

Non l’abbiamo più fatto.

Questo era un episodio che mi ero dimenticata di dirvi.

D: Quando tu eri nel campo, nel blocco, insieme alle altre donne, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi?

R: Sì, c’erano anche dei religiosi e io quella volta lì sono stata una persona molto cattiva perché quando me lo sono visto davanti, ho detto: “Guarda che bellezza, c’è un prete anche con noi”.

Non sta mica male…

Sono stata cattiva, l’ho detto con lui, non l’ho detto di dietro. Dopo mi sono pentita moltissimo perché poveretto, lui ha fatto il suo dovere, e io sono stata maleducata.

Infatti era nel blocco “E” dove c’erano quelli che dovevano partire.

Mi è dispiaciuto molto.

Non gli ho mai chiesto scusa, perché poi non l’ho più visto.

D: Ti ricordi se c’erano anche dei bambini per caso?

R: Sai che non me lo ricordo, però non credo dei bambini.

Ricordo che c’erano delle persone di una certa età, ma dei bambini no. Non lo ricordo. Non credo però.

D: Nel periodo che sei rimasta lì a Bolzano, hai assistito ad atti di violenza verso altri…

R: Nel blocco, devo dire una cosa, la Cicci mi aveva regalato un gomitolo di lana con due ferri e io lì facevo i ferri.

Poi quando avevo finito la lana, lo guastavo, tornavo a fare il gomitolo, ricominciavo da capo, perché come ho detto prima, senza fare niente si muore.

Un episodio di violenza l’ho visto, ma io non ricordo che l’abbiano picchiata. Hanno picchiato una ragazza che non ricordo cosa avesse fatto. Perché il blocco E con il blocco…, ma non credo che fosse il nostro blocco, era tagliato là sopra, e io lo so che molte donne andavano di là dagli uomini, ma ero tanto piccolina che non ci pensavo neanche.

Non so se è stato per quello o se lei ha fatto qualcos’altro. So soltanto che l’hanno ripresa e l’hanno anche bastonata e io mi sono presa una sberla sola.

Due sberle mi sono presa dai tedeschi, dalla donna che chiamavano la tigre. Ero andata fuori dal blocco, non so cosa dicesse, brontolava in tedesco, non capivo una parola di tedesco, poi una grande sberla e io sono tornata nel blocco con tutte le mani attaccate alla faccia e poi lo sa lei cosa avevo fatto. Probabilmente avrò avuto non attaccati molto bene i numerini di riconoscimento. Non ricordo più, però mi hanno picchiato.

D: Alla sera, il blocco veniva chiuso?

R: Il blocco veniva chiuso, bombardamento, non bombardamento, noi venivamo chiusi dal di fuori.

Quando era chiuso era chiuso, nessuno entrava e nessuno usciva.

D: I servizi….

R: Avevamo, come i soldati, una sfilza di lavandini, acqua fredda.

Poi qualcosa qualcuno ce l’avrà dato. O io avevo qualcosa che mi hanno mandato, io non ricordo molto bene questa cosa, però so che mi lavavo tutte le mattine e mi cambiavo.

La cosa più grave era quando tu avevi il mestruo che non avevi il cambio, quindi tu lavavi la cosa, e la mettevi sotto per asciugarla la notte, insomma ti davano qualcosa per tenerti pulita.

Magari l’avranno data anche lì, me l’avrà data la Cicci.

D: Il trasferimento dal campo a quella galleria che dicevi…

R: Oltre che essere andata a lavorare, ci portavano con il camion le prime volte, poi è avvenuto che c’è stato un incidente con il camion e una donna è andata a finire in ospedale perché si è fatta male, l’altra si era rotta una spalla. Allora, per essere più vicini alla galleria, ci avevano messo dove mettono i soldati, in una caserma, e in campo non ci andavamo più, soltanto noi che lavoravamo. No, non eravamo stretti. E lì avevamo anche contatto con gli uomini.

D: Era vicina la galleria?

R: Era vicina sì.

D: Andavate a piedi?

R: Andavamo a piedi.

D: Non ti ricordi se era una caserma ancora attiva?

R: No, c’eravamo noi, era una caserma, ma c’eravamo solo noi.

Eravamo divisi però alla sera, io ricordo che si andava fuori, si andava a vedere il cielo, non era più il campo. Era leggermente più aperta la cosa.

Era più umano, direi.

Poi, alla mattina, ciascuno andava dove aveva il suo banco, faceva la sua roba, poi a mangiare a mezzogiorno e alla sera si mangiava dentro alla caserma…

D: Volevo chiedere questo: era una caserma dove c’erano ancora dentro dei militari?

Era abbandonata la caserma?

R: No, c’eravamo solo noi.

Almeno che io mi rammenti, c’eravamo solo noi. Non c’erano civili.

D: E chi faceva la guardia?

R: Sempre la SS, ma non solo la SS, la facevano i militari.

Poi, una volta, visto che erano dei russi che probabilmente, poverini, erano giovani giovani, saranno stati arrestati, che poi loro avranno detto: “Va bene…”, per salvare la pelle si fa di tutto, e noi lo prendevamo in giro, noi bolognesi, lo chiamavamo “cipolla”, e lui ci guardava sorridendo, e noi tutte le volte lo chiamavamo “cipolla”… Ma avevamo diciotto, diciannove anni!

D: In questa caserma qui, quanti eravate fra uomini e donne deportati?

R: Non te lo so dire, ma non moltissimi.

D: Non tutti quelli che lavoravano?

R: No, perché poi c’erano quelli che erano andati da un’altra parte.

Noi siamo andati…, poi c’erano delle persone che erano andati anche in case private a fare i servizi.

Sai, non si sapevano le cose…

D: Nel periodo che tu sei rimasta a Bolzano, tu hai ricevuto da casa tua, da mamma qualche pacco, una lettera?

R: Qualche lettera sì, ma il mangiare no.

D: E tu hai potuto scrivere?

R: Io sì, non so poi se lei le ha ricevute, io credo di sì.

Ma come ti ho detto, la mia mamma non era quella che conservava le cose, la mia mamma era una donna che aveva quaranta anni, è nata nel 1903, è diversa una donna di quel periodo.

Lei teneva le fotografie quelle sì, ma gli scritti non credo, però io scrivevo.

Io ho un episodio da raccontare: io non ho mai pianto, io sono una persona che non piange mai, posso avere il terrore ma non piango mai.

Non è una bella cosa, perché se uno non piange, dopo sta male.

Per Pasqua, io ho pensato a mio fratello, non a quello grande, che quello era già andato, a mio fratellino piccolo che mi chiamava Dada, e come mi è venuto in mente mio fratello, lì ho mollato, ho cominciato a piangere come una pazza.

Allora è passato un ragazzo che era in borghese, che faceva la manutenzione degli utensili e mi ha chiesto: “Perché piangi?”

E io gli ho risposto: “Perché mi sono ricordata di mio fratello…”, perché era mio il bambino, non era di mia madre. Mia madre aveva quaranta anni, lei si credeva una donna vecchia a quaranta anni e praticamente me lo tiravo dietro sempre io se andavo io, poi in quel periodo non si andava…, e lui attaccato alla gamba… “Dada, Dada”, insomma pensare a mio fratello…, mi è sembrato che dietro alle mie spalle qualcuno mi abbia chiamato e mi abbia detto: “Dada, vieni a casa.” Mi sembrava di sentirlo.

Da quel giorno lì, quel ragazzo, sopra alla mensolina dove tenevo gli attrezzi, con un gesso “Buon giorno Dada. Stai bene Dada?” fintanto che non siamo venuti a casa.

Siamo stati liberati il 1 maggio, e non ha mancato una giornata senza mai scrivere una cosa del genere.

D: Come ti ricordi la Liberazione?

R: In un modo molto confuso perché siamo tornati nel campo di concentramento, e le due capo blocco, perché la Cicci era rimasta al campo grande e il capo blocco era un’altra ragazza e quelle del campo con quelle di fuori si erano rivoltate contro la Cicci in un modo confuso, in un modo strano.

Comunque ci hanno chiamato uno per uno e ci hanno dato una dichiarazione dove si diceva che ero entrata nel campo di concentramento il giorno tale ed ero uscita il giorno tal altro.

E poi, quando tu avevi in mano questa cosa, ti hanno messo fuori, ci siamo arrangiati noi…

Il primo tratto è stato in treno.

Poi siamo arrivati in un posto, queste sono cose molto confuse perché io mi ricordo così, un tipo aveva una macchina e ci ha detto: “Perché non ci fai venire in macchina?” Però eravamo in tanti.

E io sono andata a finire dove c’è la ruota che se si rompeva…, e siamo arrivati a Verona.

Da Verona, gli americani ci hanno portato con gli americani a Bologna.

C’era un’infinità di prigionieri che venivano dalla Germania.

Era una cosa non più come prima, c’era tutta questa gente che tornava dalla Germania, ci si incontrava per la strada e i camion erano tanti, il posto di smistamento era a Bologna, poi li mandavano…

Allora, arrivare a Verona , io sono stata sopra quell’affare che non so come si chiama, e ci hanno caricato da Verona e io ero in cabina con l’americano.

Io ho provato a chiacchierare perché sono una bella chiacchierona, ma non ha aperto bocca. Un viaggio lunghissimo Verona – Bologna, perché il camion non è che vada molto forte, e poi siamo andati a Bologna io e la Maria.

La Maria abitava a Bologna, ma ci dovevano portare in ospedale per la verifica di come eravamo, come non eravamo. Però noi abbiamo sgattaiolato via, e abbiamo detto con Maria: “Andiamo a casa tua?”

Intanto che andavamo a casa, non ci imbattiamo in una pattuglia?

Così ci hanno detto: adesso vi portiamo in prigione.

“In prigione?” abbiamo risposto. “Ma se siamo appena venute fuori dalla prigione, ci volete portare ancora in prigione?”

Ci hanno detto: “C’è il coprifuoco”.

E io ho replicato: “Ma scusate, veniamo dal campo di concentramento da Bolzano, stiamo andando a casa, e voi ci volete portare in prigione perché c’è il coprifuoco. E’ lì a due passi. Siete tutti matti?”

Quelli lì si sono guadati e hanno detto: “Siete venute dal campo di concentramento?”

E noi abbiamo detto: “Non vedete come siamo messe?”

“Però fate presto…”, hanno ancora detto, “non state sulla strada, noi vi lasciamo andare ma davvero vi tirano addosso le schioppettate”.

Così siamo andate lì, abbiamo dormito lì, ed io, il giorno dopo sono andata a casa in treno, e poi quando sono stata a San Giovanni ho trovato uno che mi aveva filato dietro, allora gli ho detto di portarmi a casa.

In bicicletta, sul cannone…., ho detto: “Poche storie perché io vengo dal campo di concentramento”.

Quello, quando mi ha sentito se l’è fatta addosso e poi mi ha portato a casa in bicicletta e mi lì mi sono vendicata tutta…

D: E la mamma?

R: La mia mamma ha perso tutto, ha perso il marito, il figlio e sei mesi di campo di concentramento della figlia. Non era molto…

D: E tuo fratello?

R: La mia Dada…

D: L’hai trovato?

R: Sì che l’ho trovato. Infatti ancora adesso mi chiama “Dada”.

D: E il babbo?

R: Il babbo l’hanno ucciso ai Colli di Paderno e anche i miei fratelli.

D: Assieme?

R: Assieme. Solo che mio fratello è stato riconosciuto da un pezzo di stoffa, mio padre no.

Siccome c’erano delle salme nude, mio padre è risultato disperso, ma l’hanno ammazzato là.

D: E quando questo?

R: E’ avvenuto il 14 dicembre circa, prima che ci portassero via. Ne hanno ammazzati tanti…

Io sono arrivata a casa a maggio e l’abbiamo scoperto ad agosto perché chi aveva visto uccidere questa gente l’avevano portato in campo di concentramento e quando è venuta a casa ha detto: “Lì ci sono dei morti”.

Li avevano uccisi e buttati giù dai calanchi. Infatti io ho visto mio fratello, c’era solo lo scheletro.

Infatti, da dicembre ad agosto…, non era la sepoltura normale…

D: E’ vicino…

R: Sì. Lì c’è nome, cognome di tutti e due. Anche poi di mio cugino.

D: Anche lui è stato fucilato?

R: Sì.

D: E si è saputo perché il babbo e tuo fratello sono stati arrestati?

R: Perché li hanno accusati di essere dei partigiani.

Io, di mio fratello sono quasi sicura che lui faceva parte…, ma io credo che si stessero organizzando delle gran cose… Non è che voglio denigrare mio fratello, ma non mi sembra che loro si stavano organizzando…, e c’erano fra loro due tedeschi e tutta la storia viene da questi due tedeschi, perché i due tedeschi hanno disertato, poi sono stati presi e loro hanno fatto la spia.

Io non ho niente altro da dire.

D: Ascolta, ti ricordi…, quando eri a San Giovanni in Monte, oltre a quella suora che ti ha detto: “Stai composta”, se c’era anche un sacerdote che parlava con voi?

R: No, io non mi ricordo di sacerdoti.

Ricordo solo che eravamo in mezzo alle prostitute. Però le suore facevano portare via dalle prostitute il buiolo, ma soltanto quella suora lì mi fece quell’osservazione.

D: Un’altra cosa: quando sei partita in camion con gli altri novantotto, da San Giovanni per andare a Bolzano, dicevi che sei partita di pomeriggio, avete fatto un viaggio unico o avete fatto delle soste?

R: Io non lo so, so soltanto che c’è un ponte sul Po che lì bombardarono, che poi non presero…, sarà stato Pippo…, quello me lo ricordo.

Ma non credo che abbiamo fatto delle soste, non lo so, non lo ricordo proprio, mi dispiace. Io credo che sia stato un viaggio unico.

D: Cioè delle soste, e magari durante le soste sono state caricate della altre persone?

R: No, questo no. Non credo.

Non ricordo neanche più se abbiamo mangiato, come abbiamo fatto per andare…, magari se scappava la pipì. Io ricordo che mi scappava la pipì e ho detto: “Mi scappa la pipì”. Allora i ragazzi hanno fatto un bel cerchio e l’ho fatta lì. Si impara ad essere maleducati, senza vergogna, tu pensi solo a te stessa, finita lì.

D: Quando eri in quella caserma, vicino a quella galleria, che andavate lì a dormire e a mangiare, ti ricordi se qualcuno raccontava che in quella caserma avevano fatto violenza, avevano picchiato?

R: E’ una cosa che io sinceramente non ho mai sentito, a parte quella ragazza…, mi sono dimenticata un’altra cosa che mi è venuta in mente.

Una notte, perché c’erano anche i turni di notte nella galleria…, una notte arrivarono i partigiani, hanno legato le due guardie che poverette…, e poi sono entrati nella galleria e hanno chiesto se c’era qualcuno che voleva andare via.

Io facevo il turno di giorno, e so che lì una ragazza aveva tanto di quel coraggio, doveva essere di Imola, non ricordo più neanche come si chiamava, e andò via, andò con i partigiani.

Se ero io non so se avrei avuto il coraggio, perché bisognava avere un grandissimo coraggio.

Dove vai? Con chi vai? Ci hai cercato? Non lo so… Lei andò via.

Anche lì ci chiamarono, ci radunarono non in campo di concentramento, poi dissero: “Stanotte è scappata una persona. Noi non facciamo niente, però ricordatevi una cosa: chi scappa ancora, uno su dieci li ammazziamo”.

Non è mai più scappato nessuno.

D: Dina, quando dicevi che siete stati portati alla Chiesa di Amola, e poi vi hanno portato a Sant’Agata, è un paese Sant’Agata?

R: Amola è una frazione di San Giovanni in Persiceto, è una frazione, invece Sant’Agata è un paese.

D: Perché vi avevano radunato in questa chiesa di Amola?

R: Pure questo non l’ho mai capito. Tant’è che poi, finita la guerra, io non so se è stata una cosa ben fatta, hanno ammazzato il prete, l’hanno fatto fuori.

D: E anche il motivo per cui vi hanno portato a Sant’Agata non è chiaro?

R: Io non lo so. So soltanto che eravamo tutti…, credevo sul serio che ci facessero fuori e basta. Invece no. Non davano spiegazioni.

D: Ascolta, anche dopo la guerra, parlando con altri, hai mai capito perché i tedeschi erano interessati all’Ospedale Maggiore? Cosa c’era di così…?

R: Perché all’Ospedale Maggiore c’era stato un tafferuglio con i partigiani, che non so se avevano…, Otello lo deve sapere più di me.

Allora, loro chiedevano se io facevo parte di quel gruppo e io dissi di no.

Perché poi io rispondevo…, ho detto: “Non ho molta paura delle cose, magari una paura feroce e folle, ed ho la faccia tosta e sono timidissima fra le altre cose. Voi non ci credete, ma è vero. Io mi sto facendo la pipì addosso”.

D: Dada, questa tua storia non l’hai mai raccontata a nessuno?

R: L’ho raccontata, ma non molto.

D: A chi l’hai raccontata? In famiglia?

R: Non molto, infatti mio fratello mi dice: “Non mi racconti mai niente”, e non so come mai sono saltate fuori tante di quelle cose. Il mio medico curante ha detto che io sono una di quelle persone che sono capace di cancellare le brutture. Infatti è vero, se sono in campo di concentramento sono in campo di concentramento, sono a casa, il campo di concentramento non c’è più. Sono in ospedale, faccio un intervento, faccio l’intervento sono in ospedale, vengo a casa, l’ospedale non c’è più. Non so spiegarvi com’è la cosa, come scatti, però è così.

D: Però questa esperienza di questi sei mesi di campo ti ha pesato nella tua vita? L’esperienza del babbo?

R: A me sinceramente quello che ha disturbato…, poi è passato tanto di quel tempo che sembra qualcosa che sia successo a qualcun altro, che io l’abbia sentita raccontare e io ve la racconti.

Quello che mi ha ferito moltissimo è la morte di mio padre e mio fratello.

Io ero legatissima a mio padre.

Con questo non voglio dire che non volevo bene a mia mamma, perché non è vero.

Mia madre è stata una donna eccezionale.

Avevo due genitori, ma non so se io sono stata una genitrice come lo era mia madre.

Mia mamma, quando mio padre era via in Africa o da qualche altra parte, non ha mai speso un soldo di quello che lui mandava a casa, lo prendeva, lo metteva via e diceva: “Quando viene a casa compriamo la casa” e ci ha sempre mantenuti lei.

Mia madre era questa donna.

A sessanta anni è morta.

Lei è morta di crepacuore.

D: Quando tu sei tornata ti ha chiesto del campo?

R: Poco e io poco ho detto.

D: E le tue amiche? La Maria?

R: Un’altra cosa che descrive come sono. Maria diceva sempre: “Ti ricordi la tal cosa?” E io dicevo: “No, non me la ricordavo”. Mi faceva venire una rabbia che l’avrei ammazzata.

C’ero io, Maria e in genere c’era anche mia cugina, mia cugina ha otto anni meno di me… e mi diceva: “Non ti ricordi?” Non mi ricordavo più e poi magari mi veniva in mente, ma io l’avevo dimenticato.

Io ho mangiato quello che ha mangiato lei. Lei quando è venuta a casa, non faceva altro che mettere delle grandi…., io no, io ero rimasta quella di sempre, seppure che ho patito la fame come ha patito lei. Non so come sono fatta, sono fatta in un modo molto strano.

D: Dina, qui a Bologna, ai giardini Margherita cosa c’era?

R: C’erano le SS, è stato lì dove mi hanno schiaffeggiato, è stato uno schiaffeggino piccolino….

D: Ascolta, se ricordi, se ti viene in mente la galleria del Virgolo, ti ricordi…, non so se c’era un portone…, in questa galleria dove andavate a lavorare per questi cuscinetti a sfera…, ti ricordi c’era un portone…

R: Prova ad immaginare questa stanza lunga lunga, poi di qua e di là c’erano due portoni che si chiudevano e basta, finita lì.

Si chiamava Virgolo…?

D: Virgolo….

R: Io non lo sapevo. Magari me l’hanno anche detto…

D: Non ricordi neanche il nome della ditta?

R: Non me lo ricordo.

Ma ero diventata brava, sapete.

D: Ascolta, visto che sei tanto brava, ti ricordi il nome di qualche altra tua campagna di deportazione?

R: No.

D: Neanche quelli del Virgolo?

R: No.

D: Ti ricordi se c’erano dei milanesi?

R: Io ricordo che c’era una ragazza di Belluno. Però, non mi ricordo come si chiamava…

D: Teresa forse?

R: Non ricordo niente.

Perché poi, fra le altre cose, come ho detto, non ci si chiamava per nome, ci si chiamava Bologna, Torino, Milano o Genova.

D: Di un milanese non ti ricordi?

R: No, non ricordo niente.

Io ricordo solo questo ragazzo, che non ricordo neanche più come si chiamasse.

D: Ascolta, ma lui era un civile?

R: Sì, era un civile.

D: Se dovessi ripensare alla galleria, all’interno, a tutte le macchine, ai macchinari, più o meno quanti potevate essere dentro a lavorare?

R: In molti. Eravamo in parecchi.

D: Parecchie decine o centinaia?

R: Centinaia forse non arrivavamo.

Però era una bella…

D: E parecchie donne, o metà donne e uomini?

R: No, le donne erano poche, erano più gli uomini.

Però facevamo lo stesso lavoro.

D: Come te la ricordi, ad un piano solo o…?

R: No, era una galleria dove passava il treno. Era una galleria.

Dunque una galleria alta, ma niente, poi era arredata….

D: Era scavata nella montagna?

R: Sì, sotto la montagna. Se queste sono le porte, lì la galleria e c’erano tutti i banchi e le macchine e qui si passava.

D: E non c’erano due piani?

R: No, non c’erano due piani.

D: Una cosa: quando tu facevi i tuoi seicento cuscinetti al giorno, li mettevi in una cassa probabilmente. Poi chi veniva a raccoglierli? Come riusciva a raccoglierli?

R: I tedeschi non c’entravano niente con il lavoro, erano tutti civili. Veniva il ragazzo, l’uomo a prenderli, quando noi andavamo via. Ne dovevamo fare seicento… Un’altra volta fecero sciopero dentro alla galleria i prigionieri, però io avevo paura perché pensavo che le prendessimo…, allora, come al solito, ho rotto la punta, e quando è arrivato il tedesco incagnato perché nessuno lavorava, ho detto: “Si è rotto, si è rotto…”, allora è passato quell’altro…, prendere delle botte non avevo voglia, ero anche una fifona…

Cassani Giorgio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Cassani Giorgio, nato ad Imola il 19 Agosto 1923.

D: Dove eri l’8 Settembre?

R: Dunque, ero con le truppe d’occupazione in Francia. Quindi dopo l’8 settembre io ed un mio amico siamo andati nei partigiani francesi, eravamo nelle formazioni francesi.

Abbiamo fatto le formazioni, eravamo gran parte italiani e francesi. Per noi c’era un comandante, un ex fuoriuscito che aveva fatto la guerra di Spagna, era quello che ci comandava.

Al 6 aprile 1944 fummo attaccati dai tedeschi, in parte morirono, in parte furono feriti e furono uccisi dopo, e parte furono presi e mandati – tra i quali c’ero io – nella caserma di Digne.

D: Scusa Giorgio, quando tu ti sei aggregato a questa formazione di partigiani francesi la vostra zona di operazione qual era?

R: Noi eravamo sopra Tolone, poi ad un certo momento, siccome ci cercavano, eravamo in continuo spostamento, lo spostamento più grosso in attesa dello sbarco fu fatto… venimmo a Nizza. Venimmo a Nizza in treno, a piccoli scaglioni. Venimmo in treno. Da Nizza ci portarono su a Lambrois, e lì siamo stati attaccati, presi dai tedeschi.

D: Solo tedeschi?

R: Tedeschi e francesi. Poi lì, dopo gli interrogatori e vari colpi ecc… ci hanno mandato a Marsiglia nelle prigioni. Prigioni nuove che hanno rinnovato sia i francesi che noi altri.

Dopo ad un certo momento ci hanno portato a Compiègne. Di lì il campo di smistamento per la Germania. Di fatti ogni lunedì c’era un trasporto per la Germania.

A Compiègne ho trovato l’organizzazione del Partito Comunista.

D: Clandestino?

R: Clandestino. Siccome io parlavo bene il francese perché l’avevo studiato a scuola, allora si parlava un po’ con i francesi, anche quando eravamo nei partigiani. C’era un antifascista italiano di Trieste che mi prendeva tutte le mattine, facevamo il giro della piazza del campo e mi dava lezioni di cultura politica.

Solo che ad un certo momento è toccato il trasporto per noi altri. Siamo andati a Dachau.

D: Scusa un attimo, quando sei entrato a Compiègne vi hanno immatricolato?

R: No.

D: Niente?

R: Lì non ci sono, non c’erano immatricolati perché Compiègne era il centro di smistamento per la Germania, venivano da tutte le parti della Francia.

D: Cosa ti ricordi del campo di Compiègne? C’erano dei blocchi? Delle baracche?

R: Sì, c’erano le baracche e poi c’era lo spiazzo, c’erano le cucine, poi c’era lì vicino un altro campo aggiunto che fu occupato da gente che veniva dalle prigioni della Francia del nord, perché si avvicinava lo sbarco, quindi…

D: Lì a Compiègne tutto il giorno… tu quanto tempo sei rimasto a Compiègne?

R: Lì, ricordarsi adesso… Aspetta…

D: Più o meno, un mese, dieci giorni?

R: Sono stati giorni, perché sono arrivato a Dachau in giugno, dove ho fatto la quarantena.

D: Un bel giorno vi chiamano…

R: Avevano già le liste, ci accompagnano alla stazione, ci caricano nei carri bestiame, voi sapete i carri bestiame chiusi ecc… Poi noi si guardava dal finestrino, ci avevano dato un pezzo di pane, uno di quei salamini tedeschi, che non avevamo però la possibilità di bere, quindi…

D: Eravate solo uomini?

R: Eravamo… eravamo uomini che venivano da Compiègne. Però quando siamo arrivati a Monaco, eravamo appena arrivati, è suonato l’allarme, c’erano già gli apparecchi sopra, allora stavano per contarci, ci hanno messo sotto un sottopassaggio vicino alla stazione, e lì c’erano altri. C’era una famiglia di Fiume… C’erano i due figli giovani, giovanissimi. Erano venuti da altre parti.

D: Poi da Monaco vi hanno portato a Dachau.

R: A Dachau.

D: Come ti ricordi il tuo ingresso a Dachau?

R: Ci siamo, eravamo lì davanti al piazzale, nel piazzale ci hanno spogliato tutti, abbiamo depositato la nostra roba e poi ci hanno mandato ai bagni. Ai bagni, che erano praticamente…veniva giù l’acqua dall’alto, nudi, e poi c’era … tutto. L’altro con un bidone ed un pennello da imbianchino che ti disinfettava tutto.

Solo che il Friseur qui ti lasciava la Strasse, che noi chiamavamo Hadolf Strasse.

Poi dopo abbiamo fatto la quarantena nel blocco della quarantena, e ci hanno anche fatto i raggi X. Siamo passati attraverso i raggi X per vedere chi era adatto al lavoro, e chi non era adatto al lavoro veniva…

D: Ti ricordi il numero del tuo blocco di quarantena?

R: Quello lì non me lo ricordo, è un 40 ma… Quello lì l’ho già perso.

D: Lì quanto tempo sei rimasto, in questo blocco in quarantena, a Dachau?

R: Non certo 40 giorni perché dopo lo sbarco la situazione diventava critica perché tutti i prigionieri li raccoglievano nei campi. Sono andato a finire ad Allach che è un sottocampo vicino a Monaco.

D: Scusa, quando ti hanno immatricolato?

R: Subito.

D: Ti ricordi il tuo numero?

R: Non mi ricordo, ce l’ho lì nella cartella.

D: Ascolta, come ti hanno vestito?

R: Avevamo, dopo il bagno, quando ci hanno mandato in baracca, camice, giacca, pantaloni rigati blu, ed un paio di zoccoli.

D: Biancheria intima?

R: Niente.

D: Ti hanno dato anche un cappello?

R: Sì, il famoso Mütz tondo, rigato. Avevamo la targhetta qui con il numero stampato, triangolare.

D: Ed anche un triangolo ti hanno dato?

R: No, il triangolo è quello che aveva la nostra sigla, ed il numero di matricola.

D: Giorgio, ti ricordi se il triangolo era colorato?

R: Era rosso. Rosso.

D: Quindi da Dachau, dopo il periodo di quarantena, ti hanno mandato ad Allach, e ad Allach che cosa hai fatto?

R: Ad Allach ci facevano più che altro fare delle … e delle grandi… Poi è arrivato il momento di mandarci in una fabbrica, stavano costruendo una fabbrica in cemento armato a prova di bombe. Era nei dintorni di Allach, in un bosco. Lì io ho fatto di tutto, manovale, ho fatto…

D: Ecco, ma che fabbrica era questa?

R: Credo, lì c’era… parlavano della Messerschmitt che faceva i cilindri degli apparecchi.

Poi dopo siamo tornati, da lì ci hanno tolto e siamo andati sempre ad Allach. Da Allach siamo andati su per giù nel mese di novembre in un altro comando, anzi prima di novembre, molto prima di novembre, un altro comando, siamo andati nel campo di Natzweiler ai confini con la Francia, c’era un tunnel e lì si lavorava un’altra volta penso per la Messerschmitt, perché si facevano i motori proprio degli apparecchi. Io ho lavorato un po’ alla macchina, poi dopo mi hanno cambiato e mi hanno messo con un vecchio, anziano, a spingere il carrello del ferro grezzo per portarlo alle macchine.

D: Scusa Giorgio, come te lo ricordi il campo di Natzweiler?

R: Natzweiler era tra le montagne, perché il tunnel era proprio dentro la montagna. Lì abbiamo assistito purtroppo alla mattina, alle cinque abbiamo assistito all’impiccagione di un italiano.

D: Ma nel campo o nel tunnel?

R: No, fuori, lì davanti alle baracche.

D: Nel campo?

R: Sì, era un campo per modo… C’erano le baracche, poi c’era lo spazio, perché quello lì non mancava mai. Era buio, noi non abbiamo visto chi era, solo che lui disse il nome e dalla parlata mi sembrava un meridionale.

D: Il nome non te lo ricordi però?

R: No. Disse il nome, si rivolse agli amici.

D: Non sai il motivo, perché?

R: Probabilmente aveva tentato di fuggire.

D: Ritornando ancora lì al campo di Natzweiler, questo campo dicevi che era in montagna?

R: Era in mezzo ai monti perché la galleria, il tunnel era dentro la montagna. Noi non eravamo molto distanti da entrare in galleria. Poi c’era la stazione, perché arrivavano i treni e caricavano il materiale lì.

D: E dal campo alla galleria come vi portavano?

R: Incolonnati cinque per cinque. A piedi, sempre con i cani lungo il tragitto.

D: Giorgio, ti ricordi se il campo aveva delle mura, delle recinzioni, oppure c’era il reticolato?

R: Penso che… Non ho visto perché lì si lavorava dodici ore. Di notte, noi vivevamo di notte perché di notte andavi a lavorare, di notte venivi fuori e già non vedevi un tubo di niente.

D: Non ti ricordi quindi se c’era…

R: Non ho visto proprio la sagoma del campo di Natzweiler.

D: Ti ricordi se c’erano delle garitte, delle torrette di guardia?

R: Quelle c’erano dappertutto, perché l’unica volta che non c’è stato è stato l’ultimo comando, quando siamo ritornati indietro, perché naturalmente il fronte veniva avanti ed allora ci hanno riportati un’altra volta ad Allach, e poi lì ci hanno cambiati, fatto il bagno, disinfettati, e poi ci hanno dato un altro paio di… Avevamo il cappotto, sempre della stessa stoffa, e le stesse righe.

D: Ritornando sempre lì a Natzweiler, ti ricordi se le baracche erano tutte sullo stesso piano, oppure erano…

R: Come ti dico, lì…

D: Non te lo ricordi.

R: Non me lo ricordo.

D: Tu più o meno quanto tempo sei rimasto a Natzweiler?

R: Non molto. Non molto perché in novembre eravamo, siamo partiti e siamo andati a Rosenheim in un altro comando, quindi in ottobre eravamo a Natzweiler, sarà stato un mese e mezzo dopo, al massimo.

D: Il tuo lavoro nelle gallerie, nel tunnel di Natzweiler, in che cosa consisteva?

R: Io facevo all’inizio la parte esterna del cilindro rigato. Poi dopo mi hanno cambiato perché c’era un olandese, che era il capo reparto, che mi dice: “E’ meglio che tu… se no vai nei guai” e mi mise, c’era una persona anziana che spingeva il carretto del… ed allora io andai lì ad aiutarlo.

D: Le gallerie quindi erano già state scavate?

R: Quando siamo arrivati noi c’era già un’officina avanti, avanzata, in quel…

D: Lavoravate sempre di notte voi?

R: Generalmente sì.

D: Dopo un mese che siete a Natzweiler… Scusa, a Natzweiler ti hanno cambiato il numero?

R: Sì, hanno cambiato il numero, perché lì c’è scritto il numero, che non me lo ricordo, era più lungo.

D: Poi da Natzweiler ti hanno portato in un altro comando?

R: No, da Natzweiler mi hanno mandato un’altra volta ad Allach. Ad Allach siamo stati lì discretamente perché c’erano i bombardamenti. C’erano due postazioni di antiaerei attorno al campo…

Poi c’è un fatto, dopo, quando sentivi… Ci hanno mandato in un comando a Rosenheim, lì eravamo un po’ più liberi perché avevamo come guardie i riservisti, quelli a cui avevano messo addosso la divisa delle SS, però i giovani erano andati alla famosa offensiva, lì si respirava un po’ di più perché c’era gente che quando capitava il bombardamento a Rosenheim ci faceva scappare. C’è stata una volta sola che non sono riusciti a farci fuggire, ci hanno mandato nella cantina della mensa civile, dove c’era la mensa di quelli che erano in Germania a lavorare. È l’unica volta che ci hanno mandato in un ricovero.

D: Il campo di Rosenheim?

R: Rosenheim non era un campo proprio, perché eravamo affiancati dalla scuola della contraerea. Allora lì infatti io ebbi un ascesso in bocca e fui curato dal loro dottore, perché non c’era mica altro lì. Era già bancarotta. Per Natale bombardarono l’officina in cui lavoravamo. La disfecero completamente.

Dopo ci mandarono a raccogliere le macerie in città, ed anche delle volte a chiudere le buche dei contadini. Per noi era la manna, perché in città tu arrivavi sempre di nascosto, perché cercavi sempre dove i tedeschi tenevano i vasi dove ci mettevano la carne, ci mettevano la roba, per vedere di mangiare.

Quelli che andavano in campagna, una volta ci sono andato anche io, il contadino ti cucinava un bel paiolo di patate, e ti dava le patate.

Ma lì erano già cambiati i sistemi. Infatti il comandante del campo, ai francesi, ai belgi, agli olandesi arrivavano i pacchi della Croce Rossa, allora lui cosa fece? Un bel giorno si stancò e prese tutti i pacchi, fece fare da mangiare, lo diede a tutti.

D: Lì a Rosenheim …

R: A Rosenheim abbiamo praticamente avuto la Liberazione. Ma non lì, perché prima di farci liberare ci hanno fatto fare una marcia non indifferente lontano dalla città. Di fatti noi incontravamo le truppe tedesche che si ritiravano.

D: Marcia in direzione di cosa?

R: In direzione dei confini dell’Austria. Perché dopo, finito il baccano, quando sono spariti i tedeschi e poi l’8 maggio è finito… Praticamente noi siamo stati senza sentinelle, siamo stati dai primi di maggio fino all’8 maggio. Ci siamo arrangiati un po’ per mangiare, perché lì vicino c’erano anche degli italiani vestiti da tedeschi che erano a scuola.

Poi dopo sono arrivati gli americani.

D: Quando tu ti sei accorto di essere stato liberato?

R: Quando sono sparite le guardie. Sono sparite le guardie.

D: Voi avete cercato la fuga?

R: Sì. Perché dopo l’abbiamo cercata, eravamo in quattro o cinque, abbiamo cercato ed abbiamo trovato un camion che era un’autobotte, con della benzina dentro. Con quello lì siamo arrivati, siamo partiti e siamo andati a finire in Austria. Siamo arrivati ad Innsbruck il giorno in cui gli americani non facevano più le tradotte per il momento, perché chi arrivava prima poteva entrare direttamente dal Brennero in Italia, perché poi c’erano – dicevano – che c’erano ancora … dispersi che potevano anche fare dei gesti… Allora ci hanno fermato ad Innsbruck in attesa di fare le tradotte da portare in Italia.

Il 25 giugno io sono arrivato a casa.

D: Quindi sei rimasto lì da maggio fino a giugno ad Innsbruck?

R: Sì.

D: Dove eravate? In giro liberi?

R: Io sono stato anche ricoverato in ospedale ad Innsbruck perché lì si mangiava di più, e poi non è che ti curassero, perché non avevano praticamente niente, ti facevano degli esami. Sono stato un dieci, dodici giorni lì, poi quando mi hanno avvisato che stavano facendo le tradotte… e via.

D: Dopo Innsbruck quando sei arrivato in Italia dove ti sei fermato?

R: Ho fatto Bolzano, fermo. Poi dopo a Verona, fermo. A Verona ci hanno caricato sui camion, c’erano i tedeschi prigionieri che guidavano i camion. Però c’erano le camionette americane che venivano, e siamo arrivati a Modena.

D: Ascolta Giorgio, a Bolzano sei rimasto fermo quanto?

R: Poco tempo, poco, perché dopo ci hanno fatto partire. Non so, neanche un giorno. Ci hanno fatto partire per Verona.

D: Sei rimasto a Bolzano alla stazione o…?

R: Sì, eravamo fermi.

D: Perché invece a Verona dove sei rimasto fermo?

R: A Verona sempre in stazione. Poi dopo, quando ci hanno portato fuori c’erano già, arrivavano i camion e ci caricavano sui camion per portarci a Modena.

D: I camion che erano degli alleati?

R: Sì, erano degli alleati.

Poi quando sono stato a Modena, a Modena ci hanno scaricato e ci hanno messo nella piazza, allora cercavamo un mezzo per venire a Bologna. Passa un camion alleato con un negro, eravamo in cinque o sei, io avevo addosso il vestito civile preso da dove ci avevano liberati, mi avevano dato un vestito civile. Poi avevo fatto un sacco con tutta la roba, quella roba lì. Fortuna che avevo la giacca ed il berretto che dopo si è perduto, avevo la giacca, il pastrano ed i pantaloni.

Nel camion quando abbiamo caricato la nostra roba avevo ancora un piccolo fagotto, avevo poi la giacca ed anche della roba da mangiare, la tenevo sempre. Il negro ha messo la marcia nel camion e poi è partito, ci ha portato via tutto.

D: Quindi tu hai lasciato su il tuo zaino?

R: Ho portato a casa solo la giacca ed il berretto.

D: Ascolta Giorgio, ma quando sei arrivato a Bolzano ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente, lì non c’era niente, ancora, perché era ancora da organizzare.

D: Neanche ad Innsbruck ti hanno rilasciato un documento?

R: Niente.

D: Quindi tu della tua deportazione…

R: Io ho il foglio di Rosenheim, che è lì. Ci mancano alcune date di Natzweiler.

D: E poi hai la giacca…

R: La giacca con la targhetta. È qui nel museo. Il berretto nel fare san martino due o tre volte il berretto è smarrito.

D: Ascolta Giorgio, tu non sei più ritornato a Compiègne per esempio?

R: Mai.

D: A Natzweiler?

R: Neanche.

D: A Dachau?

R: In Francia ci è andato invece quello con cui ero insieme, in Francia, il partigiano, quando ci attaccarono lui morì. Lui morì ed allora c’è stato un altro, un toscano, amico, quando siamo stati liberati lui era in un altro campo, era andato a finire non ad Allach ma era andato a finire a Kempten, perché lui veniva su con i partigiani da Marsiglia, ed a Marsiglia aveva una zia, è venuto su lui ed un suo amico perché si erano rifugiati da sua zia. Sua zia ad un certo momento poiché diventava pericoloso, gli ha indirizzato la strada dei partigiani, è venuto da noi.

Così quando è rientrato non è rientrato in Italia, è rientrato in Francia, allora mi hanno mandato la documentazione per me e per il mio amico. Tutta la documentazione del partigianato.

D: Tu eri nell’organizzazione del partigianato francese? 

R: Sì.

D: Facevi parte, eri assieme…

R: Sì, noi facevamo parte della formazione organizzate dal Partito Comunista Francese. Erano… Force Francaise Interrier, FFI.

D: Quindi neanche a Dachau tu sei più ritornato?

R: No, fortuna. Per fortuna.

D: No, dico dopo da libero, in questi anni.

R: No. I ricordi non… Anche perché a raccontare tutto quello che si è passato, perché io ho fatto il racconto dove sono stato, ma la vita interna era un inferno. Quindi tra gli appelli, il conteggio, tutto quello che veniva fatto appositamente per farti perdere completamente il senso del…

Cressina Letizia

Nota sulla trascrizione della testimonianza: L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Letizia Cressina, sono nata a Parenzo, il paese è Radmami dove sono nata io. Hanno arrestato me e mio papà…

D: Scusa, Letizia, quando sei nata?

R: Io sono nata il 16 giugno 1924.

D: Dicevi, ti hanno arrestata a te e al tuo babbo.

R: A me e al mio babbo, alle 3.304.00 di mattina sono venuti col rastrellamento e ci hanno portati via dal letto.

D: Chi ti ha portato via?

R: I tedeschi.

D: Perché?

R: Non lo so.

D: Dove ti hanno portato?

R: Ci hanno portato in un paesino che era la caserma dei carabinieri una volta, si chiama Sbandati. Siamo rimasti là tre giorni, poi ci hanno portato a Paenze in caserma, poi siamo andati in un albergo che era il comando delle SS. Poi da là sia io sia mio papà siamo andati in carcere e il mio ragazzo dentro in questo albergo. Poi di nuovo in caserma, siamo andati a Pola in carcere e ci siamo stati due mesi in carcere a Pola.

Ero con una suora là che mi voleva un bene di vita, la aiutavo a nettare le carote così almeno mi dava un po’ di mangiare, le carote. L’amico di mio papà era cuoco dentro dei tedeschi e ci portava. Però io pregavo la suora che mandi a mio papà e a questo ragazzo questo mangiare su in caserma, perché loro non potevano arrangiarsi come mi arrangiavo io.

Siamo rimasti là non mi ricordo quanti giorni per dire la verità. Siamo andati con la nave da Pola a Trieste sempre durante la notte. Siamo venuti a Trieste nel Coroneo e là volevo a tutti costi domandare per quale motivo mi hanno arrestato. Perché poi io avevo tre fratellini piccoli a casa, mio nonno cieco di novantaquattro anni e papà invalido della prima guerra mondiale, quindi non potevo far niente di male a nessuno.

Quando siamo venuti a Udine dal Coroneo siamo partiti per la Germania. A Udine di nuovo sono andata, là c’erano i fascisti e anche i tedeschi. Volevo parlare con mio papà, prima con questo SS, questo capitano che mandi a casa mio papà, perché gli ho detto: “A casa io ho tre bambini piccoli. Chi li guarda a casa? Lui è invalido”. L’hanno preso per detto e l’hanno portato in corriera un’altra volta. Ho detto: “Fate quello che volete di me”. Poi noi siamo stati imbarcati su questo treno merci e ci hanno portato via da Udine. Siamo partiti, per dove non sapevamo. Siamo venuti a Salisburgo mi pare, sì.

Là mi hanno fatto scendere, solo noi donne. Siccome io avevo cinque lire, quella volta cinque lire valevano soldi, che mio papà mi aveva dato, ho preso questi pomi, ho alzato su la gonna così perché non avevo dove metterli e ho portato questo ragazzo in vagone, che era quell’altro.

Quella volta noi siamo partiti per Auschwitz e loro non so per dove, non l’ho mai più visto. Non ho saputo più niente di lui, neanche del suo babbo.

D: Ascolta, Letizia, quindi ti hanno portato a Trieste al Coroneo?

R: Al Coroneo, dal Coroneo siamo partiti per Udine e da Udine siamo andati col carro merci, siamo partiti per la Germania, ma non sapevamo dove andavamo. A Salisburgo c’era un croato, c’era una mia compagna che sapeva parlare in croato, ha detto: “Se avete i soldi, guardate, io vi do la cartolina, scrivete a casa dove siete, una roba e l’altra”.

Io non potevo scrivere, mi tremavano le mani, allora ha scritto questa mia amica che adesso penso che si trovi a Sidney, se è viva ancora. In questa cartolina ho scritto solo: “Saluti, siamo fermi, così e così, non sappiamo dove andiamo e saluti cari, bacioni. Vostra Letizia”. Dopo per un anno non ho sentito né visto nessuno.

D: Eravate in tante sul tuo vagone?

R: Come le sardine eravamo. C’era un buco dove dovevi fare pipì e tutto quello che c’era giù e andava per la strada. Non dovevi neanche pensare a questa roba, di mangiare. Quando siamo venuti ad Auschwitz dopo tanti giorni mi hanno portato in una stanza grande, mi hanno portato via tutto l’oro quei mascalzoni assassini, scusatemi se dico queste parole, hanno portato via tutto l’oro alle ragazze, tutti i soldi che si avevano.

Per questo oggi sono ricchi, si sono rifatti, ma non con il loro lavoro, il loro oro, ma con i nostri sacrifici, col nostro oro. Ce l’hanno portato via. Noi pensavamo di andare a lavorare là e basta, invece non era vero. Io avevo ottantasei chili quando sono andata in Germania, ero un tocco di ragazza.

Poi siamo andati in questa stanza, ci hanno denudati tutti completamente, ci hanno sbarbati tutti. A me i capelli no, solo un poco, ma non tutti i capelli, perché hanno visto che ero pulita. Dopo ci hanno messo sotto la doccia fredda che veniva sopra di noi e ci hanno dato questo unico, senza avere mutandine, senza niente, zoccoli e questo vestito con questa giacca, l’unica roba che c’era. Praticamente quando c’era freddo e neve andavamo in giro così, fino alla pancia, tutti dentro nella neve con gli zoccoli, senza calze, senza niente.

Lavoravamo, io lavoravo proprio vicino alla mia baracca. C’era un canale grande, dovevo, scusatemi, slargare le gambe abbastanza bene e tirare fuori il fango di questo canale, con questa palla pesante. C’era tipo graia, ma era fatto tutto di frasche, capisce cosa sto dicendo? Come un muro, dentro c’era cric, cric, cric facevano le ossa della gente che bruciavano.

Bruciavano la gente, perché vedendo che c’erano due carneri, quando venivano specialmente questi ebrei dentro, due carneri che parte per parte li prendevano per le spalle e per le gambe, giù dal camion e li portavano dentro.

D: Scusi un attimo, Letizia. Quando tu sei arrivata ad Auschwitz con il treno, con il Transport, il treno dove vi ha lasciati?

R: Dritto dentro in Auschwitz, dritto dentro nel campo è andato.

D: Dopo la spogliazione?

R: Siamo andati in baracca.

D: Ti hanno immatricolata?

R: Sì, prima di tutto mi hanno messo subito il numero sul braccio, poi mi hanno messo qua un numero, 120, e anche qua sul braccio. Sì, sì, me l’hanno messo.

D: Qual è il tuo numero?

R: Questo, 87062.

D: Quando ti chiamavano, come ti chiamavano?

R: Zweite Reihe italienish.

D: Poi ti hanno mandato in baracca?

R: Poi ci hanno portato in baracca. Dormivamo sulla paglia per terra, le russe avevano la loro baracca a piani, noi dormivamo per terra sulla paglia che si bagnava due o tre volte al giorno questa paglia. Quindi dormivamo in acqua. Capisce? Iole e Emma, ci credo, loro avevano lavorato nei campi però, quella che ha parlato ieri con loro.

D: Tu invece dove hai lavorato, oltre a quel fosso?

R: Vicino alla baracca, in questo canale lavoravo. Io non sono andata in campo.

D: Sei sempre stata lì a lavorare?

R: Fino a che è venuto un signore di Kirchenberg, è venuto e mi ha guardato le mani bene, così, avevo le mani forti. Poi mi ha portato lì per andare a lavorare in fabbrica di munizioni.

D: Quanto tempo sei rimasta ad Auschwitz Birkenau?

R: Penso un due mesi e qualcosa. Guarda, questa è una domanda che non mi ricordo più niente. Perdo i colpi adesso. Sul serio, sa? Perdo colpi. A Kirchenberg siamo rimasti abbastanza, camminavamo per andare dove lavoravamo dodici ore, sia di notte sia di giorno.

Cosa che non dava quel pochettino di patate marce che bollivano in acqua. Io aspettavo quando vedevo un tedesco che spellava le patate, speravo che andava via presto che le andavo a ingrumare, le mettevo in vaso tipo di conserva in cui si tiene la salsa, questa roba qua, per poterle lavare e cucinarle, mettere un goccio di sale e mangiarmele.

D: Le bucce delle patate?

R: Le bucce delle patate, sì. Quando andavamo anche a tirare fuori, perché loro facevano un fossato e dentro mettevano un tubo per dare aria alla patate dentro, un fossato grande e le patate erano marce. Però erano come impuzzate dentro queste patate, però noi facevamo così e le mangiavamo. Per non morire.

D: Ascolta, a Birkenau…

R: Non so cos’è Birkenau.

D: Auschwitz.

R: Allora parlami di Auschwitz, non di Birkenau.

D: Quando tu sei rimasta lì a Auschwitz…

R: Sono stata poco là. Siamo restati poco perché poi è venuto quel signore che mi aveva scelto e siamo andati subito là a Wittenberg.

D: In questa fabbrica di munizioni.

R: Fabbrica di munizioni.

D: Il Lager dov’era rispetto alla fabbrica? Era vicino?

R: No, la fabbrica era sul monte e giù in pianura c’era il Lager. Quando c’era il coprifuoco e quando volevano bombardare, noi eravamo in un bunker che era tutto munizioni sotto. Noi pregavamo Dio e la Madonna che mi ha salvato la vita, perché tutto in giro avevamo le munizioni e se scoppiava la bomba scoppiavamo anche noi tutti per aria.

D: Quindi voi ogni giorno lasciavate il Lager per andare in fabbrica?

R: Sì, ogni giorno. Durante il giorno dovevamo pulire intorno quando c’eravamo, dopo andare a lavorare. A me m’avevano fatto questa bua, allora le russe maledette, cattive come il diavolo, loro non volevano fare, le capisco, e quando veniva il controllo dentro e non era fatto, davano addosso a me. Ero ventiquattro ore coi miei ginocchi, che oggi non posso camminare, sulla giarina, inginocchiata finché veniva fuori il sangue con un tedesco collo schioppo davanti.

D: Questo per punizione?

R: Per la punizione. Prima le ho prese col manganello, dopo mi hanno messo a fare per punizione quella roba là, inginocchiata ventiquattro ore.

D: Ma tu cos’avevi fatto, Letizia?

R: Io ho nettato tutto sotto i nostri Lager, di Emma, di Iole, perché eravamo insieme e questa signora Anna che prima ti dicevo che è in Australia, eravamo insieme. Io e Emma eravamo sempre state insieme nella stanza. Però queste disgraziate non volevano pulire niente, allora noi le prendevamo per loro. Dopo è venuto questo signore, che siamo andate a Kirchenberg. Là avevo trovato un vecchio, povero, che faceva la guardia in fabbrica. Noi per settimana prendevamo sette sigarette per paga, allora questo tedesco vecchio mi diceva che se io gli davo le sigarette, lui mi lasciava tutto il suo mangiare. Beato Dio, che almeno ho portato trentacinque chili a casa, trentacinque chili. Come ti chiami di nome?

Così io gli dicevo di sì, perché o mi dava la polenta o le patate o qualunque cosa sia avevo qualcosa in stomaco. Poi avevamo anche le cape dentro che stavano vicino a noi, poi avevamo dei piatti così capovolti, lisci e questo era per le capsule che si mettono sulle munizioni per tirare. Guai se c’era una striscia.

Noi avevamo cinquecento lampadine sopra di noi, noi avevamo perso la vista del tutto, ma là non perderemo mai. Anche questa capa nostra a me lasciava un piccolo pomo o un goccetto di pane, mi mostrava con la mano, non poteva venire vicino a noi. Intanto non avevamo proprio lo stomaco vuoto, allora quell’altra che fumava ne diceva di tutte brutte parole, diceva: “Anche noi ti lasciamo mezzo nostro pane”.

“Ma tu mi davi mezzo così del tuo pane, mentre io avevo un bel piattino di patate. E’ facile per te stare senza fumare, ma io senza mangiare no”.

Così si è andato avanti parecchio tempo. Venivamo a casa, buttavano scorze di patate, patate neanche lavate, marce, come c’erano, e buttavano un poco di grish e questo lo mettevano in questo coso che avevamo, tipo militare, dentro e mangiavamo sempre con questa roba. Noi la chiamavamo Miska.

Ce la portavamo sempre con noi. Sul petto, per non farcela portare via. Il cucchiaio e questa roba qua. Questo lo davano alla mattina, finché non venivi a casa non ti davano più da mangiare. Venivi a casa e ti davano la stessa roba. O ti davano il tè alla mattina, acqua e basta che ti slavazzava lo stomaco e nient’altro. Là dovevi stare tante ore con quella roba.

D: Prego, Letizia.

R: Dove eravamo?

D: Lì in fabbrica di munizioni…

R: Eravamo in fabbrica dove lavoravamo. Facevamo tanto che avevamo una cara amica di passato il fiume, verso il Bona, non so poi se è viva o se è morta. Perché poi via dalla Germania, io sono andata una delle prime via, sono andata per la Jugoslavia, siamo venuti a casa.

Quando siamo venuti a Trieste col treno del bestiame naturalmente siamo scappate fuori di modo da non metterci in quarantena. Ma questo è tutto dopo. Là lavoravamo le ore che dovevamo lavorare ed eravamo per diverso tempo. Questo vecchietto che mi dava da mangiare mi diceva: “Non preoccupatevi che si avvicina il fronte russo”. Se non che dopo siamo andati a Mauthausen da là.

D: In questa fabbrica che facevate le munizioni quanto tempo sei rimasta?

R: Non lo so, so abbastanza, la maggior parte del tempo eravamo in questo Lager dove facevamo le munizioni. Assai tempo eravamo là, vedevi che morivano. Non occorre neanche pensare, poi ti racconto cosa mi è successo a me.

Là lavoravamo, venivamo a casa e facevamo lo stesso lavoro, sempre con le gambe nude, senza calze, senza niente. Poi un giorno cominciano a bombardare e questo signore mi ha detto: “Guarda che presto si avvicinano i russi verso di voi”.

Allora a noi ci hanno fatto rendere con tanti di quei carri di quattro cavalli, ne toccava menasse la poletta con le gambe, con le mani, avanti, tutto con le mani. ….Carichi questi carri, dormivamo per i fienili alla notte che ci fermavamo, finché siamo arrivati a Mauthausen.

Là ci hanno portato in un bunker giù, non su in alto, in alto c’erano gli uomini, di sotto eravamo solo donne. Io sempre con questa lattina che aspettavo per ingrumare queste scorze di patate. Le mie amiche erano dentro che dicevano: “Noi ci buttiamo un poco”. Dicevo: “Buttatevi, io vado fuori se posso prendere qualche cosetta”. Tanto che mettevo ho detto: “Madonna mia, ma qua cos’è successo?”. Guardo dappertutto, non ci sono tedeschi, non ci sono scorze di patate, non c’è niente.

Chiamo: “Iole, Emma, correte fuori. Antonia, corri fuori”. Che poi i tedeschi hanno ucciso il figlio a quest’Antonia e la nuora bruciata in Risiera. “Cos’è, Letizia?”. “Cosa sono le bandiere?” ho detto, “Cosa sono le bandiere su in alto?”

Tutte bandiere su, di tutti i colori le bandiere, non solo tedesca. Oltre il portone non c’erano tedeschi intorno al Lager, perché poi penso che sotto facevano gli aeroplani dove eravamo noi in questa baracca. Solo che era tutto un …, dormivamo uno sopra l’altro, tutto bagnato, tutto sporco, tutto quello che vuoi, le donne piene di pidocchi, povere.

C’erano tante bestie intorno, era tutta sporcizia da numero uno. Noi andiamo su, quando veniamo su troviamo tutti questi morti uno sopra l’altro. Non si capiva se erano donne o erano uomini, perché la natura dell’uomo non la vedevi, il collo era tutto dentro, ritirati i nervi, solo questa povera testa che non era né dentro, non aveva niente, cadaveri proprio.

Come se li avessi tirati proprio fuori dalla bara, ecco. “Dio, Dio”, ho detto, “quante mamme piangeranno queste creature”. Dopo questi americani ….., erano bloccati in giro, tutto attorno hanno dovuto scavare con la gru, hanno messo solo un coperchio così sopra in modo che solo il viso era coperto, chi era così, chi aveva le gambe così, erano tutti storti, poveri, uno sopra l’altro. Guardiamo come li seppelliscono e tutto.

Queste povere donne, puoi immaginare, mangiare mai né condito né cotto niente neanche, cominciano a dare margarina, tè, questo e quell’altro, una roba e l’altra, hanno preso tutti la diarrea. Io grazie a Dio no. Io e una mia amica, questa è bella, sa? Abbiamo rotto una coperta e abbiamo fatto a mano una borsa a tracolla, siamo andate fuori dal Lager.

Ho detto: “Andiamo, andiamo a domandare di darci un pochettino di cipolla, un po’ di aglio, una roba e l’altra”. Avevamo desiderio di mangiare quella roba là. “Zweite Reihe Italienish, los”, diceva, “geh mal los “. Va bene.

Se non che noi andiamo avanti, c’era un russo che lavorava in una fattoria, si è innamorato della mia amica. Io so abbastanza parole in russo, adesso magari mi sono anche dimenticata abbastanza, ho detto: “Aspetta, aspetta”. Abbiamo preso la falce, addosso a una gallina così e l’abbiamo tagliata, abbiamo messo la testa, il collo sotto l’ala, perciò non veniva fuori sangue. Siamo venute al campo, avevamo abbastanza verdura, abbiamo rotto il gabinetto, avevamo un secchio.

Io ho cucinato il brodo e l’ho portato da mangiare alle ragazze, brodo e questo. Dovresti andare a Pola, ti racconterebbero loro quello che ho fatto io per loro, non per loro, per tutte. Sempre io ho fatto per loro. Di queste ragazze che c’erano, ho detto: “Madonna mia, bisogna dargli da mangiare qualche cosetta, perché non possono stare così”. Sono andata dove c’erano quei bei lenzuoli a quadri, ho detto “Aspetta che li porto nella mia baracca, dopo a me mi portano a casa”.

Allora io ho portato a casa questa roba, signorina. Mi dicono: “Letizia, cosa pensi di fare con questa roba? Lascia stare”. Portavo tutte queste cose e mettevo tutto sopra alla baracca, sopra questo letto. Quando vedevo che questa signora stava male, ho detto: “Cosa ha, signora, che non lascia andare su?”. Corre in gabinetto e aveva tutto questo mangiare sopra la branda, prendo questa roba e tutta via in condotta, in gabinetto.

Quando via di là, mi fa: “Ma chi mi ha portato via tutto il mio mangiare?”. “Io”. “Ma perché mi hai fatto questa roba?” ha detto. “Perché l’ho fatto? Perché ti porti la testa a casa” le ho detto, “Non ti da più figlio, hai una creatura piccola a casa, bisogna che vai a casa per lei”.

Perché aveva lasciato un piccolino a casa e il marito, uno l’avevano ammazzato i tedeschi, impiccato. Ti raccontavo che ieri sera c’era il nome di questa ragazza. Siamo andate a casa per via Lubiana, Maribor, a Trieste, siamo scampate via da là.

Valcovic Mario

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Ci dici come ti chiami?

R: Mario Valcovic, nato a Umago il 07.04.1925, allora era provincia di Trieste ma ora è Croazia.

D: Mario, quanto ti hanno arrestato, chi ti ha arrestato e perché?

R: Mi hanno arrestato le SS il 20 dicembre 1943 a Doberdò del Lago, in provincia di Gorizia.

D: Perché ti hanno arrestato?

R: Perché ero armato, ero con i partigiani; ad un rastrellamento sono venuti alla mattina e ci hanno arrestati tutti, tanto è vero che eravamo in un fienile, avevamo tirato su la scala, c’eravamo un po’ occultati, per dire la verità, ma dopo due o tre tentativi che cercavano in quella stalla o nella stalla vicina; noi eravamo armati.

Sono andato fuori, in quel momento è venuto un contadino che lavorava in questa piccola fattoria ed ha fatto cenno che i partigiani erano sopra: le SS erano andate in una stalla e con degli uncini cercavano nel fieno, ma non avevano trovato nessuno.

I partigiani erano sopra: noi avevamo tirato su la scala, eravamo in sei su ed uno, poveretto, si è fatto prendere dal timore, dal panico, tremava tutto, noi eravamo in cinque sopra di lui a tenerlo, per non far sentire di sotto.

Io ero ferito e sono andato su proprio quel giorno, sono rimasto lì per non tornare a Monfalcone.

C’era un giovane alpino di Bergamo, vent’anni aveva, è sepolto nel cimitero e non se ne sa ancora nome e cognome, partigiano ignoto, io ho cercato, abbiamo anche scritto ma non abbiamo mai saputo come si chiamava né niente.

Questo alpino, questo giovane di Bergamo, quando i tedeschi sono arrivati di nuovo lì ha tirato due colpi di pistola ed i tedeschi si sono ritirati, sono andati indietro cinque o sei metri ed hanno cominciato a sparare, da sotto e da una finestrella piccola.

Mi ricordo ancora che ho messo il viso e mi è passata una pallottola che mi aveva bruciato tutti i capelli.

Avevano sparato due, tre minuti: di sotto si vedevano questi tedeschi, avevano quelle bombe con il manico, se buttavano su una bomba saltavamo noi che eravamo in cinque con tutto il paese vicino.

Dopo un paio di minuti o secondi, noi avevamo messo il fieno, si sentiva sparare da tutte le parti, era tutto un fumo ed abbiamo gridato di fermarsi, “Veniamo giù, ci arrendiamo”.

Hanno smesso di sparare: poi dovevamo andare giù, ci aspettavano, abbiamo messo la scala di nuovo per andare giù.

Nessuno voleva essere il primo.

Mi ricordo come adesso, sono passati cinquantasei anni, ho buttato una giacca al tedesco che era sotto, l’ha presa nel mitra ed ha cominciato a sparare di nuovo, poi hanno cessato e niente da fare, nessuno voleva andare giù per primo.

Finalmente il più coraggioso, questo che è morto a Mauthausen, Giorgio, è andato lui per primo.

Com’è andato giù lo aspettavano, gli hanno dato col calcio del mitra e l’hanno portato dove c’era il comando partigiano, piccolo comando partigiano, l’hanno messo lì.

Poi il secondo, nessuno voleva andare giù, il terzo, intanto a fianco c’era una parete e c’era una piccola finestrella, si poteva tentare di scappare e poi saltare in un orto vicino.

Uno o due si sono messi a scappare da quella parte, ma intanto al secondo che andava giù è arrivata la stessa sorte e poi io ho tentato, uno è scappato, ma dove tentavano di scappare?, saltava nell’orto e lì c’erano i tedeschi che l’aspettavano e li portavano dentro nella cucina.

Mi ricordo che volevo anch’io saltare, ero già a metà finestrella, ma poi uno più grosso mi ha tirato indietro, io avevo diciotto anni, ma ero magro.

Due sono usciti, io sono uscito per terzo, il quarto è andato giù per questa scaletta e con i due che erano usciti dalla finestrella ci siamo ritrovati tutti nella stanzetta.

La stanzetta me la vedo ancora, una scatola di scarpe: noi eravamo tutti armati di pistole e bombe, hanno messo le pistole e le bombe in questa scatola, ma eravamo in sei ed avevamo cinque pistole, loro battevano che ne dovevamo averne sei.

Uno ha detto: “Ma io non l’avevo, non ero armato”.

Allora il tenente ha detto: “Se entro due minuti non viene fuori la sesta pistola venite uccisi tutti quanti”.

Sono tornati di sopra a cercare ma effettivamente non c’era.

La cucina era piccola, un tavolino e tutti sei in piedi, bianchi, cadaveri, perché non occorre neanche dire in che condizioni eravamo.

E’ venuto dentro un tedesco, era vestito da militare ma era metà civile, aveva un cappello da contadino e ha detto: “Questo è il comandante dei partigiani”; il comandante dei partigiani si chiamava a quei tempi, adesso è morto anche lui, Sirio Malega. Alla sera avevamo cenato lì, avevamo mangiato la minestra con i bigoli: il tedesco ha preso il tegame e l’ha rovesciato in testa. Come ha rovesciato questo tegame, l’ha preso per l’orecchio e gli ha tagliato l’orecchio, si immagini lì a vedere l’orecchio tagliato, fagioli, pasta nel viso e lui con mestolo che gli dava botte in testa.

Eravamo tutti pieni di paura, intanto i tedeschi avevano circondato tutto il paese e portavano tutta la gente in piazza, perché la piazza da lì a lì sono 20 metri.

E’ venuto un comandante che era lì ed ha detto: “Questo è il comandante dei partigiani”. Eravamo tutti e sei sulla porta, non hanno scelto, è venuto un tenente, ha preso il primo che era vicino alla porta, l’ha portato fuori dalla porta e gli ha sparato con il mitra due scariche, ci hanno fatto passare davanti a lui, intanto tutto il paese era portato fuori, ci hanno messo davanti alla chiesa, a quei tempi si vedevano i pini nel cimitero. Pensa che ci hanno preso alle 7.05 della mattina, siamo stati con le mani in alto mezz’ora, un’ora; tenere le mani in alto è difficile, se tu le tieni cinque minuti ti fanno male i nervi.

Noi per la paura eravamo sempre con le mani in alto.

Ha preso tutto il paese fuori, hanno tirato fuori quattro con la mitraglia e si pensava che tutto il paese era fuori e noi lì, uno era morto per terra, pensavamo che ci uccidessero tutti, invece è venuto Blechi, il famoso Blechi, lo ricordano tutti e poi ha tradito ed è andato con loro, ha combinato più danni lui finché è stato ucciso da noi. L’hanno preso qui, l’hanno ferito, l’hanno portato in ospedale e poi siamo dovuti andare lì ad ucciderlo, hanno ucciso lui ed anche la mamma che era vicino.

Perché è finito così, perché lui ha fatto uscire tutto il cantiere, uno ad uno, circa duecento sono stati fatti prigionieri da lui.

I due comandanti si sono messi d’accordo di portarci a Monfalcone. Sono cinque chilometri e mi ricordo ancora, non avevo neanche legato le scarpe, c’erano i lacci molli ed ero ferito al ginocchio.

Ci hanno messo una bicicletta a tracolla ed una cassetta di munizioni, con le mani in alto fino a Monfalcone, attraverso i monti. Prima di scendere, hanno tagliato il monte, “Adesso ci uccidono lì!” invece ci hanno portato fino a Monfalcone.

Uno lo hanno ucciso lì e noi ci hanno rinchiusi a Monfalcone, c’era una fabbrica di colori, ci hanno chiusi tutti in un gabinetto. Il primo interrogatorio: hanno domandato se eri partigiano, perché, per come, allora bisognava trovare delle scuse, perché ero andato prima, ma non l’ho detto a loro.

Ma perché un giovane così grande e bello è andato con i banditi, con i ribelli? L’8 settembre non veniva nessuno e siamo scappati, ma chi vi ha mandati, come siete andati. Parlavano in cantiere, siamo andati su come bambini.

Ci hanno preso e ci hanno portato con un camion.

Prima siamo andati in stazione a Monfalcone, il treno non arrivava mai, siamo scesi alla stazione, le SS hanno fermato un camion e ci hanno portato a Trieste.

Mi ricordo ancora che eravamo lì ed intanto si era propagata la voce, qualcuno di Monfalcone voleva tentare, a parte che di tedeschi ce n’erano venti, venticinque e noi eravamo in sei.

E’ sceso da un’auto, da Trieste, un piccolo repubblichino, parlava in tedesco ed ha chiesto: “Chi sono?” “Banditi”.

Uno di noi ha risposto: “Meglio essere banditi ribelli che un collaborazionista come te”, gli ha sputato ed andato via.

Hanno fermato un camion e ci hanno portati a Trieste.

A Trieste alla stazione, fino in Via Ghega a piedi, poi dove va su il tram ad Opicina, hanno fermato il tram, il manovratore, erano due donne e noi dentro, tutti sanguinanti, e le donne piangevano, ci hanno portato fino davanti a Piazza Oberdan, su ad Opicina, ci hanno fatto scendere e siamo andati su.

Poi ci hanno portato in una villa di SS, mi ricordo come adesso, abbiamo passato una notte con loro, loro erano lì che mangiavano, parlavano, fumavano, buttavano le sigarette vicino e si è passati la notte lì.

Alla mattina è venuto un camioncino, avevano quei camioncini gialli, che avevano pala e piccone dietro incrociate, “Adesso ci portano al poligono”.

Invece hanno fatto il giro per Trieste, siamo andati giù e siamo andati alla prigione

Ci hanno portato in Coroneo ed io mi sono fatto trentacinque giorni solo e gli altri erano assieme.

Lì Blechi era venuto, io ho subito un interrogatorio solo in piazza Oberdan.

Una camera imbottita, una grande carta geografica topografica della regione, la stenografa, due tavolini con la corrente elettrica, nome, cognome, perché sei andato con i partigiani ed io ho risposto a tutto.

Ad un certo punto hanno legato le mani.

Io ho visto le foto del Vietnam, un bastone qui, due sedie e ti capovolgi.

Poi mi hanno buttato un secchio d’acqua e sono rotolato giù e mi hanno portato nelle cellette piccole, buie.

Fortuna che io ho subito un solo interrogatorio, trentacinque giorni, intanto nel frattempo avevo trovato anche mio fratello, visto nel corridoio, perché andavo all’aria solo, gli altri andavano assieme a camminare, quella mezzora o un’ora.

Allora lì nelle celle, che eravamo isolati, sentivo, chi sei e nel frattempo avevano fatto prigioniero tutto il Comitato di Liberazione di Trieste, chi si ricorda c’erano tanti di loro lì.

Piccolo particolare, ero solo, il secondo giorno ero tutto ammaccato, ero seduto sul letto, perché ero pieno di piaghe, ad un tratto aprono la porta ed arriva un graduato tedesco, con il secondino ed io con le mani così chissà pensavano, non mi sono alzato, allora ha cominciato a gridare in tedesco a quell’altro. Gridavano tra di loro, verso me, poi mi sono alzato, tutto spaurito. È andato via il tedesco ed ho chiesto cosa avesse detto. Aveva detto: “Portati via il lettino con la coperta, perché non ti sei messo sull’attenti di fronte ad una SS”. E’ sei mesi che dormo nel bosco.

Un giorno: “Valcovic prendi la roba, vai a casa”. “Non prendo niente, perché mi portano a fucilare”. “Sul serio, prendi la roba che vai via”.

Malvolentieri ho preso quei quattro stracci che avevo e mi hanno portato giù e lì ho trovato tutto Monfalcone, che nel frattempo avevano fatto prigionieri. Intanto quei cinque che eravamo assieme e poi tutti gli altri e lì c’erano tutti: Quinto, Luciano Recnis, tutti gli amici.

“Ci portano in Germania, andiamo… forse si starà meglio”, perché qui c’era sempre la paura, ogni tanto li portavano a fucilare.

Una mattina, alle 3 di notte, lo hanno portato al Coroneo, con le lampade e siamo andati nel vagone e siamo andati a Mauthausen, almeno noi novantatre che eravamo siamo andati a Mauthausen, ma qualcuno è anche ad Auschwitz, come Giovanni.

D: Quanto sei partito te lo ricordi?

R: Penso il 30 gennaio del ’44. Mi hanno preso il 20 dicembre, trentacinque giorni ho fatto d’isolamento; penso il 28 il gennaio del ’44. Siamo arrivati a Mauthausen penso il 1 febbraio del ’44.

D: C’erano anche delle donne con voi, alla partenza da Trieste?

R: No.

D: Tutti uomini eravate?

R: Sì, tutti uomini.

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Due giorni, perché c’erano i bombardamenti, poi ci siamo fermati. Io sento ancora il treno che fischia in quella stazione, perché siamo stati fermi un paio d’ore o anche una giornata.

Siamo arrivati a Mauthausen.

Io sono andato a Mauthausen nel ’69 ed ho trovato due giovani e cercando da dormire in paese ho detto loro: “Quando ero giovane come voi ero in campo di concentramento”. Loro mi hanno risposto di non saper niente, non aver visto niente e non sapere nulla.

I tedeschi si erano fatti furbi, avevano messi due o tre partigiani presi nei boschi in Jugoslavia, non so come erano capitati al Coroneo a Trieste e li avevano messi davanti al nostro convoglio. I bambini ci sputavano addosso, a me avevano scritto “Banditi, ribelli”, ci sputavano e ci tiravano sassi.

Siamo arrivati davanti al portone, ci siamo spogliati, tutto in terra. Abbiamo mangiato, c’era ancora qualcosa, perché quando eravamo al Coroneo qualcosa arrivava, arrivava il pacco ogni quindici giorni.

Avevamo mangiato tutto quello che avevamo, burro, zucchero ed abbiamo fatto bene, perché poi non abbiamo mangiato più per diciotto mesi, non abbiamo mangiato più.

Hanno preso il nome, a chi l’aveva la fede, qualche catenina, qualche dente d’oro e siamo passati, ci hanno tagliato i capelli, rapato a zero, messo il numero e siamo andati in quarantena.

D: Il tuo numero di Mauthausen?

R: 50.916. Me lo ricordo perché per dire la verità, quando ero a Gusen 2, chiamavano in due o tre lingue all’appello, italiano no, tedesco, francese e polacco. Anche quello me lo ricordo. E chiamavano i numeri, gli ultimi erano inebetiti e non sapevano, non rispondevano, perché bisognava rispondere.

D: Stavi dicendo della quarantena di Mauthausen.

R: La quarantena di Mauthausen è la quarantena, l’ho raccontato anche adesso, nella baracca stavamo in mille; non c’erano castelli, si dormiva per terra e per terra facevano la fila e ti sdraiavano, testa e piedi testa e piedi; tra una fila e l’altra c’era uno spazio di 50 centimetri.

Quando ci mettevamo l’uno contro l’altro, con testa e piedi, e non ci stavamo tutti, veniva il capo e ci stringeva come le sardine; il bello era che poi di notte chi doveva andare a fare la pipì, tu ti alzavi ed il posto non lo trovavi più, perché erano tanto stretti che non vedevano l’ora che qualcuno si alzasse per recuperare un po’ di spazio.

Poi anche lì avevamo la giacchettina ed il berretto raggomitolato, le ciabatte, non mi ricordo neanche se avevamo le ciabatte. Ti alzavi e camminando toccavi qualcuno, la testa o il piede, allora da quello prendevi un morso e ti buttava avanti, quell’altro ti dava un calcio più avanti, perché la baracca era lunga 20 metri, 30 non so quanto, insomma a suon di calci e morsi arrivavi fino al gabinetto, poi era un altro problema ritornare al posto, perché il posto era occupato.

Quando arrivavi lì vedevi il posto, cercavi di allargare e loro cominciavano in tutte le lingue a bestemmiare, era un problema.

La mattina quando pulivano eravamo tutti fuori, il muro c’è ancora a Mauthausen e quando c’erano da fare le pulizie del blocco ci buttavano fuori e fuori … era gennaio e febbraio, c’erano 17 gradi sotto zero, per riscaldarci ci mettevamo l’uno sopra l’altro, appoggiati al muro, addossati al muro, ma quando eri il primo era una cosa, il secondo, il terzo, ma quando ce n’erano dieci che ti pressavano, non ti veniva più il respiro ed allora era un continuo uscire fuori e metterti davanti, era un continuo girotondo di corpi umani, questo per quelle due ore intanto che pulivano e poi ritornavamo in baracca.

In baracca sempre silenzio.

Due volte ho fatto il viaggio sulla scalinata perché dovevano allargare il campo ed ho fatto due viaggi con le pietre, l’ho fatta due volte la scalinata.

Non ho fatto quaranta giorni.

Al primo trasporto siamo andati in tre: io, Ulian Andonando e Lino Furla, in tre siamo andati, del nostro convoglio, noi che eravamo arrivati, siamo andati a Loilblpass, in treno, tutti ci guardavano, ma rimanevamo isolati. Tutti ci guardavano.

Ci hanno portato lì, poi con un camion ci hanno portato su, perché da lì a sopra saranno 12 chilometri e da una fabbrica ci buttavano pezzi di pane.

Siamo arrivati nel campo; pochi si sono fermati nel campo dalla parte jugoslava, campo sud e noi, attraverso un piccolo cunicolo, perché era già bucato dove poi si costruiva il tunnel, quando sono arrivato io avevano fatto pochi metri.

Siamo andati dalla parte di là e là eravamo adibiti a spalare neve. A quei tempi nevicava e toccava spalare la neve e buttarla in una muraglia, due o tre metri di neve, sempre buttare sopra ed ogni notte nevicava.

Le SS, i giovani, cantavano tutte canzoni partigiane, per vedere chi erano partigiani da noi, perché erano sloveni o croati e le sapevano le canzoni ed uno di noi, Ulian, rispondeva: “Ma stai zitto, vedi che fanno apposta per sapere da dove vieni e cosa hai fatto?” Invece lui era un po’ intontito e rispondeva; poi buttavano le sigarette e quando andavano per prendere la sigaretta te la schiacciavano davanti.

Lì abbiamo fatto venti giorni e poi sono andato nel comando dove tagliavano gli abeti. Tagliavano gli abeti, i più dritti, per adibirli a rinforzare le impalcature del tunnel che stavano costruendo dalla parte austriaca.

Tanto è vero che c’erano cinque baracche di qua e cinque di qua, ma una, quella verso l’Austria era quasi vuota.

C’erano gli addetti che segavano i pini, poi qualcuno era adibito a pulire i rami e poi bisognava portarli sulla strada principale.

Allora lì era un bosco, buche, non era uniforme la strada e le SS erano due o tre. Ne mettevano dieci da una parte e dieci dall’altra, o quindici e quindici, poi mettevamo il tronco sulla schiena. Quando eravamo pronti le SS sfoltivano un po’, uno sì, tre no, perché sembrava che facessimo poca fatica.

Tutti gli addetti ai lavori non erano della stessa altezza, io a quei tempi ero 1,85, qualcuno era 1,70 ed il peso non era uniforme, perché pesava sulle spalle agli altri, insomma a suon di botte si portava fin sulla strada.

Era vicino il campo, ogni giorno dovevamo portare una pietra per il campo, Mauthausen erano quelle pietre e lì, invece, il male era che dovevi prendere la pietra da solo, erano accatastate le pietre, però dovevi prenderne una media, se ne prendevi una piccola … una volta sono stato fregato. Ne ho preso una piccola e la SS mi ha buttato via quella e me ne ha messa una in spalla, non riuscivo, mi è scivolata, fortuna che sono arrivato tutto graffiato, tutto sanguinato ma sono arrivato fino all’entrata del campo.

Ogni giorno era così.

Nevicava sempre. Mi è venuta la scabbia e la scabbia si allargava sempre di più, macchie, pus. Dovevamo andare in ospedale, perché nella parte sotto c’era un piccolo ospedale: mi hanno salvato due dottori, un cecoslovacco ed un francese.

Nel frattempo un polacco è riuscito a dare la pala in testa ad un SS ed è scappato; l’hanno preso dopo tre giorni.

In quei tre giorni abbiamo fatto il campo pulito come un biliardo a suon di botte e dopo tre giorni l’hanno preso, è arrivato in campo di nuovo, ma sapete come l’hanno ucciso? Siamo tornati, la SS era ancora con la benda, tutti schierati intorno, su una pietra grande; hanno dato alla SS un martello grande e l’hanno fatto picchiare, tutti in giro a guardare e lui picchiava. I primi dieci, cento colpi, con la pistola, ogni tanto si fermava, me lo vedo ancora adesso, con quei capelli, zebrato: ha fatto un buco così nella pietra, veniva su il fumo bianco ed aveva tutte le sopracciglia bianche, ogni tanto si fermava, insomma ha resistito fino a mezzogiorno.

I suoi compagni lo hanno lavato, ma con la stanchezza, sono tornati alle due, non ne poteva più, era tutto sanguinante allora le SS gli hanno tirato con la pistola davanti a noi.

A dire la verità ne ho visti tanti, anche annegare, poi pensavo, come diceva prima Mario, alla forca: pensavo che quando impiccano uno muovesse le gambe, invece inclina solo il viso, viene fuori la lingua, a parte che sono già morti prima, perché sono cose inaudite.

Ho preso la scabbia e sono rientrato nel campo A nella parte jugoslava, là era meglio, là erano organizzati, ho trovato Lino Furlan, che parlava un po’ il francese, si è messo d’accordo con il dottore cecoslovacco, sono guarito dalla scabbia. Prima di andare via è venuto vicino, si è graffiato e si è infettato anche lui; dopo un paio di giorni è venuto anche lui di là e ci siamo rimasti tutti e due. Lino ha trovato lavoro, io sono guarito dalla scabbia e sono andato a lavorare. Lì ho trovato un bel lavoretto, il cambio turno dei minatori: avevano l’elmo con la luce e si incontrava il turno di notte a metà strada dal campo a lì sarà un chilometro e si incontrava.

In tutte le lingue chiamavano, si salutava e si incontravano alle due, solamente alla domenica ci si vedeva.

Io ero in un comando a scaricare sacchi di cemento, arrivava il camion di cemento, poi c’era una baracca ed un paio di minuti portavano questi sacchi, li stivavamo lì e poi ce ne stavamo nella baracca. Se non mi veniva la febbre non avrei patito tanto come quello che mi è toccato a Gusen 2.

Sono andato in infermeria, perché il dottore imparava l’italiano, avevo sempre febbre, mi ha tenuto quindici giorni, mi cambiava; ogni mattina arrivava alle sei, controllava tutti sul letto.

Poi sono dovuto ritornare in campo, ho preso due pleuriti e solamente ad agosto o settembre sono ritornato in campo a Mauthausen.

Andando in campo, con il cambiamento d’aria e a vedere tutti quei morti mi è sparita la febbre.

Camminavo, non avevo più febbre, sono stato dieci, quindici giorni lì.

Prima Lei ha domandato se c’erano dei preti, io ne visti in baracca a Mauthausen. Non so quanti; c’era un posto per loro, avevano un rotolo di pelle come le gomme, avevano cinque o sei rotoli di pelle attorcigliata, perché si vede che prima erano abbastanza grassi.

Sono ritornato in campo.

Poi tornato in campo di nuovo abbiamo fatto la quarantena e la prima volta ho detto di essere un meccanico aeronautico e mi hanno mandato a fare la galleria, ho dormito trentatre giorni assieme ad un ingegnere, un giovane ingegnere francese ed avevo imparato abbastanza bene. “Mario, la prossima volta vieni con me”.

Cercavano ingegneri, controllori, ho detto che lavoravo in aeronautica.

Il secondo trasporto, da Mauthausen siamo andati a piedi a Gusen, attraverso i boschi, me lo ricordo ancora: era settembre e c’erano delle mele, cercavo con i piedi di poter prenderne una, la SS guardava: niente da fare.

Sono arrivato a Gusen.

D: A quale Gusen?

R: 2, ma Gusen 2 o 1 era quasi uguale. A volte durante i bombardamenti ci portavano in galleria a Gusen 1, dove c’era una galleria in costruzione. Me lo ricordo, sa perché? Perché un giorno c’era un bombardamento e mi ero appisolato, sono caduto giù, saranno stati due metri ma c’era la sabbia.

Come primo lavoro mi hanno dato la carlinga, facevamo le carlinghe.

Mi hanno dato due rotoli da disegno, non so quanti colori… “Il primo che fa sabotaggio viene impiccato subito”. A dire la verità lavoravo all’aggiustaggio, non avevo mai visto tanti fili di tutti i colori, cose che non avevo mai visto.

Mi è venuta la febbre una mattina. Sono rimasto a casa e la sera dopo ho cambiato e sono andato a controllare i pezzettini che venivano fuori, piccoli elementi che facevano questa carlinga, era facile lì.

Non avevo un disegno, contavo i pezzi, quelli avariati li mettevo in parte, firmavo e avanti, mi sono fatto otto mesi.

Io ed un ingegnere russo fino alla fine della guerra; gli altri dovevano lavorare, c’erano tre turni, dalle 6.00 alle 14.00; dalle 14.00 alle 22.00; dalle 22.00 alle 6.00. Su Gusen io ho letto una testimonianza, ma mi hanno spiegato che c’era il treno che ci portava. Quando si usciva da Gusen ci contavano e si saliva sul vagone, avevano fatto un terrapieno che saranno due chilometri dal campo a lì ed il treno a passo d’uomo si arrivava lì.

Aprivano i vagoni ed entravi a Gusen 2, a Sant Geogen sono stato a vedere ma non si vede più dove c’erano le gallerie, è tutto brutto, sporco, hanno cercato di occultare, hanno fatto saltare tutto.

Come scendevi ti contavano. Controllo sopra controllo, contare, monta in treno, torna ad uscire dal treno, entra in quell’altra gabbia prima della galleria, tutto circondato con la corrente, poi si entrava in galleria e si lavorava.

C’erano tutti i mestieri: tornitori, lattonieri, facevano la carlinga. Il 5 maggio, finita la guerra, era ancora pieno di carlinghe, non so dove le assemblassero; lì facevano le carlinghe, da un’altra parte facevano i timoni, da un’altra parte le ali, da un’altra parte i motori.

La fabbrica non ha mai chiuso un giorno, bombardamenti sempre, si restava un’ora, mezzora senza luce: solo il tifo petecchiale ha fermato la produzione. Nel febbraio del ’45 è scoppiato il tifo petecchiale ed è stata una carneficina.

Fuori, sulla neve, ci hanno dato la puntura; c’erano morti da tutte le parti.

Quattro donne hanno rimesso in piedi il lavoro, abbiamo lavorato fino al 2 o al 3 maggio.

Mi ricordo una notte, la SS aveva un cane lupo grande, è venuta vicino e mi ha detto: “Tutti i calibri ed i disegni portarli in ufficio”.

La SS si è seduta insieme, perché erano mesi che la gente scappava. Gusen è sulla strada, a quei tempi c’era una fiumana interrotta di baracche, cavalli che scappavano da una parte, l’avanzata dei russi verso gli americani: sono venuti assieme russi ed americani a Mauthausen: l’ultima casa era il confine.

La sera siamo tornati in campo, la mattina calmi aspettavamo gli americani e sulle garitte le SS non c’erano più, c’erano quattro vecchi del Comune, quei poveretti che hanno messi lì di guardia.

Alle tre del pomeriggio mi ricordo che c’era uno di Milano, non so se era il senatore Albertini, era un avvocato, non mi ricordo: “Mario, non guardare!” ma io vedevo che qualcosa non andava bene.

Guardo fuori e vedo …. dov’era il magazzino, non so quant’era largo, cinque o sei metri, erano andati in duecento e nessuno riusciva a tornare su: appena arrivava su uno era tutto sporco di zucchero, burro, i capelli, tutto ed appena arrivava su c’erano altri quattro o cinque che lo prendevano e portavano via tutto.

Sono entrati attraverso i vetri rotti, come gli affamati.

Uno era seduto in cucina con la minestra che bolliva e lui con il cucchiaio era seduto sull’orlo che mangiava.

Un altro ha preso un bidone da 50 litri, ad andare vicino a domandare una ciotola di minestra alzava il mestolo! Come dire, paura di non saziarsi con 50 litri! Non ti dava nemmeno quello.

Portavano le patate e le rape in cucina, il campo era grande, però erano tanto ben organizzati i russi, se ne toccavi uno era grave, perché non avevano niente.

Prima c’erano gli ebrei, poi i russi e terzi gli italiani i malvisti nel campo; c’erano diciannove nazioni. Capivo quasi tutte le lingue, perché avevo il numero basso; la gente aveva un po’ di riguardo per me ma io non stavo nemmeno in piedi, avevo le ginocchia così, pesavo 40 chili. Come passavo si scansavano, perché avevano paura, come dire che ero un capo grande.

Insomma i russi, torno a ripetere, andavano all’assalto per prendere una rapa o una patata. Andare a prendere venticinque bastonate con quel tubo equivaleva a mangiare tutto il carro, niente da fare, si erano messi in testa, era il senso della sopravvivenza, stavano lì attaccati. Ma poi, vedere le spartizioni! Nei castelli si dormiva in quattro, quattro e quattro e per spartirsi un pezzetto di pane, il pane al principio era a metà, quando eravamo a Gusen, perché era come a casa a confronto di là, poi in quattro, poi in otto, poi in dodici, poi in ventiquattro. A ventiquattro avevano fatto i bilancini, grammo per grammo, come le formiche. Vedere la spartizione! Poi c’erano i kamikaze.

Non so quanto spazio ci fosse da un castello all’altro, 80 centimetri, 50: con le gambe non si riusciva, due si buttavano dentro e qualcosa dovevano arraffare, poi non spartivano lì, dovevano saltare ed andavano fuori e si spartivano tra loro.

Era una cosa vedere la sera la babele di tutte le lingue.

Poi i trucchi con le sigarette, da un campo all’altro: si doveva vendere un pacchetto di sigarette, prima di buttare, nessuno voleva buttare prima il pane e le sigarette, fare il cambio, niente, volevano cercare, “Ma è sicuro che sono buone?”, “Sì, guarda”, il russo fumava e gli dava…

Quando facevano il cambio era paglia, avevano imbrogliato.

D: Mario, tu da Gusen 2 uscivi dal campo, salivi sul treno ed andavi a Saint Georgen?

R: Sempre con il treno. Si scendeva di nuovo e si entrava, anche lì era chiuso con la corrente, si passava, contavano dieci. Devo raccontare una cosa di Gusen 2: l’ultimo mese era il mese più brutto, in aprile morivano tutti, perché il mangiare non c’era, bombardamenti, scappavano… la Croce Rossa ha mandato un paio di pacchi ai polacchi, ai francesi, agli italiani no, noi eravamo i peggiori.

L’ho detto: ebrei, russi e poi noi.

Avevano spartito questi pacchi e poi la notte non si poteva dormire più, perché dove c’era un pacco si sapeva che c’era un pezzetto di cioccolata, due sigarette. Allora sentivi di notte l’assalto: levavano le assi da sotto, crollava il castello, era tutto un fuggi fuggi, sentivi, non occorreva suonare lì, le intere zone di luce erano lo spauracchio, quanto sentivi “tic” erano tutti all’erta.

Allora quattro botte e tutto ritornava normale: due giorni, tre giorni, e i pacchi avevano già cambiato residenza: dai polacchi erano andati ai russi, dai francesi dall’altra parte. Quelli che avevano più fame e che erano più organizzati avevano rubato tutto.

Gli ultimi giorni vedevi quando scendevamo dal treno, all’entrata della galleria, c’erano 100 metri, lo vedevi quello che aveva ancora un pezzettino di cioccolata, due sigarette, un pezzo di pane. Dietro vedevi come gli squali tutti quegli altri, aspettavano di entrare in galleria e quando arrivavano in galleria sentivi urli, grida e quello rimaneva tutto stracciato, sanguinante e della porzione di pacco che gli era rimasta non aveva più nulla.

Poi quando arrivava sul lavoro prendeva anche là la dose, perché era tutto sbracato, tutto sanguinante. Ogni sera portavamo a casa i morti, cinque, sei, avvolti nei sacchi di cemento.

Una notte c’era un bombardamento, mi hanno chiamato. Erano le sei e tre di noi siamo andati fuori, perché la galleria era una montagnetta piccola, come metà della rocca, non erano tanti metri.

Insomma, sono andato vicino, sotto tiro da una carretta: uno aveva tentato di fuggire ed hanno sparato. E’ venuta la luce, è tornata la corrente ed ho domando alle SS di poter prendere, aveva un bel paio, io avevo gli zoccoli, quello un paio di belle scarpe, non so come le aveva racimolate, mi sembrava di essere di nuovo…

Poi io ero controllore, seduto: non vedevo l’ora di andare in officina per stare in pace, vicino a me c’era il gabinetto e lì venivano tutti per andare al gabinetto ed i capi, perché le SS non c’erano dentro, erano tutti capi, la SS era uno, mai uno graduato in divisa, era tutto amministrato tra loro.

Noi avevamo il nostro ….. che parlava sempre il russo, ma io capivo, parlavano tra loro e sapevo tutto, raccontava dell’avanzata ecc..

Ogni giorno hanno preso questo, hanno preso quell’altro, invece il primo maggio niente, il 2 maggio “Qua si sono messi d’accordo, dobbiamo morire!”: avrebbero minato l’entrata e tutti i buchi, avrebbero fatto saltare tutto con noi dentro, non so come non siano mai riusciti.

Ancora un particolare. Quei capi, uno aveva dieci, quindici operai ed i poveretti ebrei non avevano mestiere, erano scopini, facevano i lavori più umili, scopavano ed allora io stavo a vedere, scommettevano a sigarette quanti salti si veniva a fare, come la lana, scommettevano cinque, sei e lo facevano saltare, tiravano con la pistola e poi si vedeva che si spartivano le sigarette, quello quanti salti ha fatto, cinque, tre…

D: La Liberazione come te la ricordi?

R: Una sera era il 3 maggio, hanno preso tutti i disegni e la mattina non siamo andati più a lavorare, hanno cambiato le garitte ed il pomeriggio sono passate due jeep. I russi avevano già aperto una breccia, già ritornavano in campo con mucche, capre, galline, era tutto un fumo.

Alle sei siamo scappati e verso le tre sono passate due jeep, sono andate a Mauthausen, il campo era davanti, non si sono nemmeno fermati.

Quella notte fuochi, patate, conigli, era tutto un subbuglio e la mattina era venuta la pioggia. Io ho lasciato più morti che vivi.

In pochi, in due hanno preso il comandante del campo, lo hanno impiccato con un uncino. Gli americani sono venuti in campo e filmavano.

Erano tutti vestiti in blu, cravatte ed hanno cominciato a pulire il campo.

Allora gli spagnoli con la chitarra sopra, il tedesco sotto che doveva pulire, quando tirava su il secchio dava un colpo e buttava di nuovo giù ed avanti così.

C’erano morti, cataste di morti.

Siamo partiti la mattina e vedere l’uscita di Gusen 2, migliaia di gente che torna a casa: “Dove vai?” In Italia, in Russia, altri in Polonia, altri di qua, altri là, andavano in tutte le parti d’Europa e la strada era piena di morti.

Da lì siamo andati in un fienile. Se non avessimo sentito parlare in italiano saremmo ancora lì, perché uno è morto subito per la diarrea; poi ci hanno preso e portato a Saint Georgen in alcune case che erano state abbandonate.

Abbiamo cominciato a far da mangiare, qualche gallina, qualche uovo, ma gli americani volevano che tutti i prigionieri ritornassero nel campo: non volevano che rimanessero fuori per le strade. I civili non aprivano la porta, avevano paura dei russi.

Siamo tornati in campo a Mauthausen. Intanto lì gli americani avevano detto di non fraternizzare, loro erano già con le jeep, con le “mule” tedesche e noi in campo a pelar patate, per mangiare di più. Non c’eravamo ancora saziati.

Io sono ritornato a casa il 29 giugno. Siamo partiti da Gusen, sul camion, abbiamo tirato su un nostro amico che era in ospedale, è venuto in pigiama, senza zoccoli, uno è morto a Bolzano, poi siamo andati in treno.

In treno anche lì, tre giorni, si è fermato anche nel ritorno a casa in mezzo ai campi, anche lì in cerca di mangiare.

A Bolzano in ospedale uno è morto, un nostro compagno.

Poi ancora una cosa: con il camion siamo andati a Treviso in un campo di tedeschi. Qualcuno di noi ha cominciato ad inveire contro i tedeschi, erano ufficiali, giocavano a pallone e noi stipati sul camion; a parole ci hanno gridato di tutto anche loro.

D: Poi da Treviso?

R: Da Treviso poi abbiamo sbagliato il camion e siamo andati fino a Modena, abbiamo fatto un giro, fino ad Udine

Marchesich Iolanda

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Marchesich Iolanda, sono nata a Tregara nel Comune del Pinguente il giorno 12.02.1924, il 6 giugno del 1944 sono venuti a prelevarmi i fascisti di Portole.

Il motivo è stato questo, una mia cara amica, lei era della lista che la cercavano i fascisti con altre cinque persone del paese, e lei domenica sera il 5 giugno è andata in un altro paese perché era il presidio dei fascisti tedeschi ed allora lei si è tirata fuori e ha messo dentro me.

Però questo io non lo sapevo. Alla mattina quando sono venuti i fascisti in paese ed hanno bussato alla porta, sono entrati in casa, mia madre è andata ad aprire, sono venuti direttamente su in camera ed hanno chiesto a mio padre Come ti chiami?” “Marchesich Matteo”, “Alzati e vieni con noi”, hanno detto subito. Mio padre si è alzato, si è vestito ed è andato giù.

Vengono da me “Tu come ti chiami?” “Marchesich Iolanda”, “Alzati vestiti e vieni giù”, poi hanno chiesto a mia sorella “Tu come ti chiami?” “Marchesich Maria”, per fortuna, perché lei si chiama Amalia. Siccome una Amalia era già nella lista e lei era a Trieste, allora è stata una grande fortuna, perché mio fratello, Oscar Marchesich è stato arrestato in maggio, mi pare il 17 maggio, è stato arrestato a Pinguente, lo hanno portato a Pisino, e poi è venuto anche lui a Trieste e di lì è andato a … ed io e mio padre abbiamo fatto un mese nelle carceri del presidio a Portole, io avevo ogni giorno, ogni secondo, come gli veniva a loro, interrogatori, sempre. Mi chiedevano dove sono questi che erano in lista, che cosa fanno. Io non sapevo mai niente, non ho mai saputo niente. Questo era, posso dire, non ogni giorno, ma ogni settimana due volte, anche tre.

L’ultimo interrogatorio era un capitano dei fascisti e ancora non era delle SS, erano sempre loro che mi interrogavano. Mi hanno interrogato, ed io ho dato sempre la stessa risposta, che non sapevo niente. Hanno aperto la porta dell’ufficio, era un pianerottolo, c’erano dei gradini, mi hanno dato una spinta e sono andata giù per le scale. Ho fatto così e con la testa così, ma non mi sono fatta niente. Sono tornata su.

Poche ore dopo è venuta la colonna dei tedeschi, ci hanno prelevato e ci hanno portato al Coroneo, dove siamo arrivati il 3 luglio del 1944.

Quando entriamo al Coroneo, mio padre è andato da una parte ed io in quell’altra, non ci siamo più visti.

Nella stessa sera, c’era l’allarme e ci hanno portato in un rifugio e lì ho trovato l’amica Eva e Wilma, e da quella volta siamo state sempre assieme, adesso non ricordo la data che siamo partiti da Trieste.

D: Scusa Iole, ma di cosa ti hanno accusato?

R: Che collaboravo con i partigiani. Perché questi che erano in lista collaboravano. Ma noi non avevamo mai collaborato, la mia famiglia è sempre stata rispettata. Ma questa mia amica lei si è tirata fuori perché? Perché un sacerdote del paese con altre due persone sono andate nel presidio ed hanno cancellato la sua e mi hanno messo dentro. La stessa mattina quando io ero fuori dalla porta vedo entrare questa mia amica in paese ed io non sapevo niente. E come la vedo, mi è venuta una stretta al cuore, adesso la prendono.

Quando arriviamo a Portole, dentro nel presidio dove c’erano i fascisti, il primo giorno hanno prelevato non so quanti ragazzi del paese. Ventiquattro, venticinque, ventisei, quella gioventù. La prima cosa che mi hanno detto “Guarda tu sei qui, ma questa persona è a casa perché ti ha messo te invece che lei”. Io ho fatto un mese a Portole insieme a mio padre, siamo partiti insieme per Trieste, io non ho mai più detto niente. I tedeschi ormai mi hanno detto “Kaputt”, l’ultimo interrogatorio che mi hanno fatto hanno detto “Kaputt”.

D: Scusa Iole, il Coroneo qui a Trieste che cos’era?

R: Il carcere di Trieste, il carcere di Trieste si chiama Coroneo. Ecco. E lì si aspettava, cimici a tonnellate, terrore, paura e fame e tutto assieme. Poi avevo un ascesso sotto l’ascella, mi portava in infermeria la suora ed un quattro giorni, cinque, mi portava in infermeria, mi metteva l’ittiolo e l’ultimo giorno mi porta in infermeria mi mettono su una barella con tre tedeschi in bianco, uno con una bacinella, ed uno prende come un coltello, infila dentro nell’ascesso e mi fa così e così e ne è venuta una bacinella piena di quella materia, fuori.

Poi siamo partiti, anzi mi hanno chiesto se volevo partire mercoledì, lo stesso giorno che sono andata a fare l’intervento su, ho visto mio padre che erano pronti per partire, ho chiesto la suora se mi lasciava vederlo, “Fai alla svelta, perché non devo lasciarti”, ho parlato con mio papà “Cosa fai?” “Partiamo giovedì”.

Allora quando mi hanno chiesto nelle celle, di partire giovedì, allora siamo partiti giovedì con il convoglio per Trieste, così c’era anche mio padre. L’ultima volta ci siamo visti a Villaco.

D: Vi hanno caricato sui treni. Dove?

R: In stazione centrale. Sui treni vagone, bestiame. Stivati come le bestie. Il finestrino, sa come sono i vagoni delle bestie e lì abbiamo fatto un otto giorni, non mi ricordo in modoesatto.

D: Non ti ricordi quando sei partita?

R: Da Trieste? Proprio esattamente no.

D: Sul trasporto con te, nel tuo vagone, eravate in tante?

R: Pieno. Stivati come le bestie. Non ci si poteva muovere.

D: Anche ragazzine c’erano?

R: Giovani? Sì, erano giovani, qualche donna più anziani, ma più gioventù era. Anche uomini c’erano, lo stesso dentro. Infatti hanno caricato degli ebrei, ed io ricordo che uno aveva una ciocca di capelli bianchi davanti e lo abbiamo visto anche ad Auschwitz, fino là siamo arrivati. Poi gli hanno tagliato i capelli e non si sapeva più niente.

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Io penso un otto, nove giorni, non mi ricordo esattamente. Mi pare di sì.

D: Ascolta, durante il viaggio vi siete mai fermate?

R: Sì ci saremmo fermate, ma non mi ricordo. Purtroppo il terrore, la paura, la fame, il pensiero delle famiglie era tutto.

D: Quando sei scesa dal treno dove eri?

R: La prima volta siamo scesi dal treno a Villaco. Ci hanno dato un pezzo di pane nero, quello loro. Anzi io avevo cinque lire, che mi portavo da casa, un pezzo di cioccolata ed un pezzo di pane l’ho dato a mio padre. Perché poi di lì lui è andato a Salisburgo e noi abbiamo proseguito per Auschwitz.

D: Sei arrivata ad Auschwitz 1? O ad Auschwitz Birkenau?

R: Direttamente a Birkenau, direttamente. E lì ci hanno sbarcato, eravamo in un altro mondo. Che noi non sapevano niente, siamo caduti dal cielo. Abbiamo visto gente, questi prigionieri, ma non sapevano niente.

D: Ma con il treno sei arrivata dentro nel campo?

R: Sì, dentro.

D: Poi li che cosa è successo? Raccontaci che cosa è successo.

R: Lì è successo che ci hanno sbarcati dal treno come le bestie e ci hanno portato, adesso non mi ricordo, ma non nelle baracche, sa che non mi ricordo. Mi ricordo che ci hanno portato in un grande salone, c’era un bancone grande e lì ci hanno portato via tutto l’oro, vestiti e tutto, ci hanno denudato, ci hanno dato una coperta e lì stavamo fino a che hanno finito, poi ci hanno messo in un altro grande casermone, per terra, senza acqua e senza niente e poi ci hanno messo nelle baracche. Tirati via i capelli, tutti, io avevo un dito, ci hanno rasato tutto.

D: Ti hanno immatricolato?

R: Ci hanno fatto il numero e nello stesso giorno che loro mi hanno fatto il numero che eravamo lì, mi hanno messo un velo di fascia, non garza, lo hanno messo dentro la ferita e tutti i giorni durante il viaggio, senza disinfezione, senza niente, quando eravamo su per fare il numero, mi tiravo pezzettini di fascia fuori. Una puzza.

D: Iole, ti ricordi il tuo numero?

R: 82954, non me lo dimenticherò mai. Anche se non lo avessi sulla mano, non lo dimenticherò mai.

D: Assieme al numero ti hanno dato qualche altra cosa?

R: Hanno messo un triangolo sulla giacca, no, sul vestito. No, no, sì hanno messo sul vestito borghese una stelletta con il numero.

D: Il triangolo di che colore era?

R: Rosso, un triangolo rosso.

D: Perché rosso?

R: Perché il triangolo rosso era per i politici e con la “I” di italiano.

D: Poi che cosa è successo? Dove ti hanno messo?

R: Nelle baracche, ed eravamo in quattro o cinque che dormivamo assieme, con zoccoli di legno, vestiti di tutti i colori, senza calze e senza tutto il resto che mancava.

D: Ti ricordi in che blocco ti hanno messo?

R: Adesso sono due, o nel 12 o nel 24, ma nel 24 mi pare, non mi ricordo esattamente. Non mi ricordo esattamente o 12 o 24.

D: Ascolta a Birkenau quanto tempo sei rimasta?

R: Lì siamo rimasti fino a dicembre, mi pare. Abbiamo fatto il Natale a Hirtenberg, allora fino a novembre.

D: Ascolta Iole.

D: Ancora un momento. Perché quando ad Auschwitz un giorno sono andata in svenimento e mi sono ritrovata nel Revier. Mi sono ritrovata e lì c’era la paura di non ritornare mai più fuori. Ecco. Io ho conosciuto una russa, un’infermiera giovane e poi anche la dissenteria ci ha colpito, anche quella e mi portava delle pastiglie e nello stesso tempo mi diceva, “Non prenderle”, sotto voce. “Che queste ti faranno morire”, ma non si doveva parlare con nessuno e niente, lei sottovoce come mi dava le pastiglie mi diceva “Iole non prenderle” e di fatto non le prendevo ed ho fatto otto giorni in riviera, se non di più.

Poi mi hanno lasciato, sono tornata nel blocco e mi pare che il secondo o il terzo giorno, adesso non mi ricordo esattamente, sono venuti a prelevare quattrocento prigioniere per portarci a lavorare, poi la mattina nel campo alle quattro, alle cinque ci si alzava alla svelta, a pelo, anche due ore all’appello, sull’attenti fino a che facevano. Un freddo, paura. Bastonate e tutto.

Poi ci hanno trasportato a Hirtenberg con il treno, siamo arrivati là, era una piccola filiale e là ci hanno portato a lavorare nelle fabbriche delle munizioni, turni di dodici ore.

D: Quando eri ancora a Birkenau tu sei stata sottoposta a qualche selezione?

R: No, io no.

D: Hai visto altre tue compagne sottoposte a selezione?

R: No, io non ho visto, ma ritornando a casa, qualche anno fa parlando con un’amica nostra con Draga che a lei hanno fatto degli esperimenti sull’utero.

D: Io dicevo le selezioni per andare a lavorare.

R: Per andare a lavorare ci prendevano e andavamo a lavorare fuori del campo con l’orchestra, con l’orchestrina fuori del campo per contare la fila, andavamo per cinque, e come suonavano noi dovevamo andare a passo della musica e lì era il controllo ed andavamo 8 chilometri fuori dal campo, mi pare, vicino ad un fiume a tagliare, non so come dire, delle frasche, lì ti tormentavano, portavano il pranzo e fino alla sera, al pomeriggio si stava lì poi si rientrava nel campo sempre in fila, con l’orchestra, entrando dentro, sempre.

D: Ma questo a Birkenau?

R: Sì a Birkenau.

D: Anche voi cantavate?

R: No, no, solo l’orchestra suonava e noi a passo dell’orchestra dovevamo camminare. Per il conteggio e loro contavano se non mancava nessuno.

D: Invece in questo sottocampo, in questa fabbrica?

R: In questa fabbrica la mattina all’orario dovevamo andare in fabbrica a lavorare, erano due o tre chilometri via del campo, non ricordo esattamente. Erano delle baracche nel bosco, lì lavoravamo sulle capsule delle pallottole, eravamo in sei in fila e le macchine lavoravano e lì abbiamo fatto i turni di dodici ore.

D: Avevi ancora il tuo stesso numero o ti hanno dato un numero nuovo?

R: Sempre 260, ci hanno dato il numero 260 e quello scritto sulla divisa, il nostro numero era questo sulla mano.

D: Lì in fabbrica c’erano anche dei civili?

R: Sì erano delle civili controllore, erano delle civili, e per quanto riguarda la fila dove ero io, anche abbastanza coccole. Abbastanza, come dovrei dire, ci portava del filo, dell’ago, non si poteva parlare con nessuno, assolutamente, neanche tra noi, tutto zitto. Non si doveva aprire bocca con nessuno.

Noi non sapevamo niente di cosa succedeva. Noi di Auschwitz abbiamo visto il fumo ed il crematorio, qualcuno forse si immaginava, forse qualcuno sapeva, ma noi, non dovevamo parlare né niente. Dovevamo stare zitti.

D: Ascolta in questo sottocampo, in questa fabbrica di munizioni eravate solo donne?

R: Solo donne, solo donne, mi pare in quattrocento ci hanno prelevato ad Auschwitz, per portarci in questa fabbrica.

D: Ascolta lì facevate i due turni, giorno e notte. L’alimentazione ad Auschwitz come era?

R: Triste. Zuppa, che non si poteva neanche mangiarla. Era lotta quando si aspettava in fila, perché fame era, loro facevano quello che volevano, amici o conoscenti che c’erano prendevano sempre qualche cosa meglio di noi. Capitava che prendevi solo l’acqua, solo il liquido, e dovevamo andare avanti. La sera era un pezzettino di margarina, un pezzo di pane. Alla mattina ci davano caffè, c’era una rottamaia. Siamo sopravvissuti non so come. Guardi noi a Hirtenberg lavoravamo in fabbrica; a pranzo restava tutto il mangiare sul tavolo, non si poteva mangiare. Non andava giù. Tanti giorni lei vedeva tutte le trenette che davano loro rimaste sul tavolo piene perché non si poteva mangiare.

D: Quando tu dici che vi hanno selezionato in quattrocento per mandarvi in questo campo in questa fabbrica di munizioni, c’erano altre donne di altri Lager?

R: No, no, solo noi di Auschwitz. Solo noi di Auschwitz, perché sono venuti lì ed hanno prelevato quattrocento ad Auschwitz. Erano slave, croate, polacche, russe, francesi, io ero con una cecoslovacca.

D: Visto che eravate tutte donne, quando sei stata nel campo, il problema delle mestruazioni?

R: Non c’era. Non c’era. Siamo arrivati su e lì è finito. Siamo tornati a casa, siamo tornati a casa in giugno e fino a settembre niente. Hanno bloccato, non so cosa mettevano dentro. Non so, bromuro o qualche cosa, non mi ricordo, cosa mettevano nel mangiare che hanno spento tutto.

Quando io sono ritornata a casa, è venuta una commissione di medici anche per questo a casa, per vedere una via, e poi hanno detto che non ci sono problemi, di fatto, dopo un anno, siamo arrivati come prima, il ciclo regolare.

D: Iole, a fianco a te, c’è una casacca. Una giacca.

R: Scusatemi. Questa era la nostra divisa con un’ostrichetta bianca con il triangolo rosso italiano. Questo è un nostro ricordo triste.

D: Iole la Liberazione come è avvenuta?

R: La liberazione è stata il 2 aprile del 1945, il fronte russo era vicino. E allora i tedeschi per non lasciarci nelle mani dei russi ci hanno trasferito ed abbiamo fatto tredici giorni per arrivare a Mauthausen, portando tutti gli attrezzi, cucina, munizioni, viveri, tutto a mano, tutto a mano, 30 chilometri al giorno per tredici giorni. Siamo arrivati a Mauthausen sfiniti poi ci hanno messo in un grande salone giù di 186 scalini, ci hanno portato in un grande casamento, però tutto aperto, per terra, dormivamo come le sardelle per terra, sul cemento. Lì non c’era, aspettare perché non si faceva niente. Se non aspettare. Poi il 3 o 4 maggio, hanno cominciato a mancare le sentinelle, ed allora si capiva che qualche cosa doveva essere successo, infatti il giorno 5 maggio del 1945 abbiamo visto entrare i primi americani nel portone centrale, da dove stavamo noi giù, abbiamo visto come sono entrati, con una bandiera bianca, lì ci ha sollevato. Ci ha sollevato, che qua non si credeva, ma nello stesso tempo, non vedendo le SS attorno a noi, avevamo una piccola speranza.

Poi lì abbiamo fatto non so quanti giorni e poi ci hanno portato su nel campo, fuori dove c’erano le baracche dei tedeschi ed eravamo lì dentro fino alla partenza.

Siccome c’era anche mio padre, ma non sapevo dove, allora ho chiesto ad una nostra collega guida, se per caso, perché per entrare nel campo dovevamo avere un lasciapassare, lei ci ha fatto questo permesso, sono andata su a vedere e domandare se mio padre era lì, ma non sapevano niente. Io non sapevo niente, non esisteva niente, nessuna roba, fino a che non sono ritornata a casa.

Mio padre lavorava a Salisburgo in una ditta di calzolai privati, sempre sotto il controllo delle SS, lui sapeva parlare il tedesco, ha chiesto ai capi, ma nessuno sapeva niente.

Lui è tornato a casa il 9 maggio del 1945 a piedi da Salisburgo a casa.

D: Invece tu?

R: Noi siamo partiti il giorno 29 maggio da Mauthausen e siamo arrivati il giorno 6 a Trieste, 6 giugno.

Abbiamo fatto sosta a Vienna, a Lubiana, e poi Trieste. Quando siamo arrivati a Trieste alla stazione, siamo scesi tutti e dicevano che dovevamo fare la quarantena, ma siccome a noi ci hanno fermato a Maribor, ed hanno fatto le visite, ci hanno rilasciato un documento che diceva che non avevamo malattie contagiose. Però io, Emma ed un’altra amica nostra è stata la fortuna, ho trovato il militare che era la guardia di servizio che non si doveva neanche andargli vicino a quello, pian piano gli hanno chiesto, ha detto “Non si può”, poi mi ha detto “Guarda che noi veniamo così, così e così”, infatti, è stato, ha detto ” Quando io passo giù, voi filate di qua” e così abbiamo fatto. Siamo andate noi tre, fuori dalla stazione abbiamo preso il tram n. 1, non avevamo soldi, viene il bigliettaio, e chiede i biglietti, e noi abbiamo detto che non abbiamo soldi perché veniamo da così così e così e lui si è opposto e ci ha fatto pagare i biglietti. Poi c’era della gente che se poteva lo linciavano. “Come hai il coraggio di chiederle? Non vedi in che condizioni sono ?” Una è scesa ed è andata sopra la Galleria che aveva una zia, ed io ed Emma siamo partite verso Sant’Anna e qua per andare a Viscosa che io avevo una zia che stava lì, lei ha proseguito avanti ed io mi sono fermata da questa zia. Quando arrivo da questa mia zia, erano tutti giù in corte, erano pieni di partigiani e militari quella volta, pieni, quando arrivo giù, avevo uno zainetto, lo butto là per terra e mi sono bloccata. Questa mia zia mi guarda e mi chiede cosa volessi, io al momento non potevo risponderle perché ero completamente bloccata, guardavo e poi “Zia, ma non mi conosci?” “No, chi sei tu? “Sono Iolanda”, “No, Iolanda è morta”, diceva mia zia. “No, zia sono io, così e così”, poi pian piano si è resa conto.

Quando siamo a Sant’Anna fuori dal tram, ho visto delle mie paesane, ho mandato a dire a casa mia, perché per il telefono non c’erano possibilità, ho detto di avvisare la mia famiglia di venirmi a prendere dalla zia, ma questa signora, rimasta anche lei scioccata, non mi conosceva, l’ho chiamata tre volte, poi mi ha promesso “Io vado a casa domani mattina o questa sera ed avviserò”, il secondo giorno la gioventù del paese aveva una conferenza a Capo d’Istria. Quella volta io ero da mia zia, avevo le gambe gonfie così, non mi sono più potuta muovere, allora questa signora è andata a casa, subito quella stessa sera, ha detto alla figlia, “Domani mattina andate a Capo d’Istria ed avvisa Amalia”, perché ci conoscevamo tutti.

Quando sono arrivate in questa sala riunioni la segretaria chiama “Chi è di Pregara?”, allora mia sorella ha detto “Sono io”, allora questo presidente gli ha detto: “Vai a casa e andate a prendere tua sorella a Trieste dalla zia Maria”. Mia sorella è rimasta con la bocca aperta. Gli hanno detto “Vai subito a casa”, altre due amiche l’hanno accompagnata a casa, sono venute a casa nostra, e mia mamma è rimasta. “Amalia che cosa è successo che sei già qui?” Mia sorella piangendo, “Iolanda è da zia Maria, andiamola a prendere”, “Ma viva o morta?” “Viva, viva”.

Infatti la stessa sera mio padre è andato, perché non c’erano mezzi, qualche cavallo, due famiglie li avevano e sono venuti il giovedì mattina, il giorno 8 giugno, sono venuti da mia zia a prendermi con il cavallo e con il carro, per portarmi a casa. Mi hanno messo sul carro e lì sono rimasta come un pezzo di legno.

Prima di venire in casa in paese, mi ha aspettato tutta la gioventù con le bandiere, tutti, ma due chilometri e mezzo fuori dal paese.

Quando siamo alle porte del paese erano tutti i bambini con le bandiere, tutti. Chi poteva camminare. Mi hanno aspettato, sono venuta a casa, mi hanno messo giù dal carro, sono andata in casa, mi sono seduta sulla panchina grande in cucina, e c’era gente che andavano uno sulle spalle all’altro per vedermi. Perché non si rendevano conto che non ero più io. E mio papà è venuto prima, lui mi ha dato un po’ di forza.

Di mio fratello non sapevamo niente. Io ho pensato “Non ritornerà più”, perché avevamo visto che cosa era. Invece loro sono stati liberati dai russi e lui è venuto a casa appena in agosto. Ma lui è venuto a casa ben nutrito, tutto sistemato bene. E così. Ma io pesavo 36 chili quando sono arrivata a casa.

Io andavo a dormire la sera in letto, perché non c’erano materassi di lana, né permaflex purtroppo, i paioni con le foglie del granoturco, e si dormiva. Io di notte mi alzavo e andavo per terra a dormire, mia madre due o tre volte la notte si alzava e mi metteva in letto. Ed io facevo così. Fino a che pian piano mi sono sistemata.

Poi andavo fuori dalla porta e cadevo per terra perché non avevo forza nelle gambe, era un calvario. Poi pian piano mi sono ripresa e poi sono venuti da Capo d’Istria le Commissioni della polizia, perché loro sapevano tutto, sapevano la storia, chi mi ha fatto andare e tutto. Mi portavano il verbale, basta firmare per farla sparire, ed io ho detto “Mi sono fatto una promessa, di non fargli del male a nessuno” e infatti non gli ho fatto del male, non ho voluto denunciarla, è viva ancora oggi. Però non ci vediamo. Non poco, niente. Gli anni indietro, se poteva mi schivava, ma non mi interessa.

Ed io pensavo che nessuno sapeva niente di queste cose, invece in marzo quest’anno sono stata da un mio parente e mi ha detto “Sai Iolanda tutti sapevamo. Tutti subito. Come è stato, chi è andato. Cosa ti hanno fatto. Ma hai avuto la fortuna che sei ritornata ed hai riportato a casa la tua pelle. Questo forse è un grande smacco per chi ti ha fatto questo” e infatti, guardi.